Alimentazione ed energia: il Made in Italy è la soluzione

Da oltre trent’anni (appena!) affermo che il Paese del sole non può che puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, con il necessario compendio di risparmio energetico e uso razionale dell’energia, altrimenti in un mondo di sprechi le rinnovabili da sole servono a ben poco. Se ci fossimo mossi trent’anni fa, ora le cose sarebbero molto diverse.

Da oltre trent’anni (appena!) affermo che il Paese del sole non può che puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, con il necessario compendio di risparmio energetico e uso razionale dell’energia, altrimenti in un mondo di sprechi le rinnovabili da sole servono a ben poco. Cosa dicevano gli esperti trent’anni fa? Che l’apporto delle energie rinnovabili in Italia era risibile e non erano nemmeno da considerare alternative perché non lo erano affatto, al massimo potevano essere una graziosa cornicetta al quadro ben delineato dei combustibili fossili sempre e comunque. Ma del resto anche un ragazzino delle medie o forse anche di quinta elementare guardando una piantina nazionale di insolazione media annua o della ventosità, visto che siamo un paese pieno di costa e di monti, poteva facilmente capire le potenzialità enormi delle energie rinnovabili. Così come era altrettanto ovvio che i combustibili fossili erano una fonte esauribile. Ma a quanto pare i nostri esperti non avevano conoscenza nemmeno delle basi, del due più due che fa quattro. O forse le conoscevano e le conoscono ma hanno ben altri interessi da servire che quelli delle energie rinnovabili, dell’ambiente e di conseguenza della salute delle persone. Ora grazie a questi esperti, rigorosamente dotati di lauree prestigiose e master, messi a capo anche dei grandi gruppi energetici nazionali e grazie a una politica cieca, sorda e muta, l’Italia al 2020 (!!) è ancora dipendente dall’estero energeticamente per oltre il 75%, e con pervicace e masochista ostinazione si continua ad andare in quella direzione.

Si vedano a questo proposito, fra le innumerevoli follie, le trivellazioni in cerca di petrolio, il metanodotto TAP in Puglia, la metanizzazione della Sardegna e gli oltre 18 miliardi di euro che ogni anno lo Stato regala in modi diversi alle aziende di combustibili fossili. E sono quegli stessi esperti e quella stessa politica che poi si lamentano se c’è, ad esempio, la disoccupazione, quando sono le loro azioni che la determinano. E gli stessi esperti e gli stessi politici che grazie a scelte suicide hanno costruito un paese fortemente dipendente soprattutto nei due aspetti principali che determinano l’esistenza di tutti noi che sono l’energia e l’alimentazione. Cosa sarebbe successo se trenta o quarant’anni fa, invece di non fare nulla fino ad oggi, sottolineo nulla, confermato dalla dipendenza che ancora abbiamo, si fosse puntato decisamente alle energie rinnovabili e all’abbattimento di tutti gli sprechi energetici? Avremmo ora una filiera italiana sviluppata in innumerevoli settori, milioni di posti di lavoro certi, stabili, con un senso sociale e ambientale. Anche solo con la diffusione a tappeto delle tecnologie solari termiche applicate alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio italiano, avevamo e avremmo da lavorare per i prossimi cento anni. E che dire degli enormi risparmi di soldi per le tasche dei cittadini italiani e per quelle pubbliche che si sarebbero avuti con questi interventi? E che dire della salute e delle centinaia di migliaia di morti evitati a causa dell’inquinamento di ogni tipo che li determina ?

Niente di tutto questo è stato fatto e così il paese del sole si è visto arrivare, in tutti questi anni, tecnologie per le energie rinnovabili e il contenimento energetico anche dai paesi del nord Europa, che il sole a malapena sanno cosa sia ma che in maniera seria, intelligente e lungimirante hanno puntato su questi settori. Ci lamentiamo ora con la Germania brutta e cattiva ma le abbiamo comprato questo mondo e quell’altro di tecnologie solari, che solo a dirlo viene da ridere o da piangere, quando saremmo dovuti essere noi a vendergliele, altro che vendergli vestiti alla moda o le Ferrari. Infatti chi al mondo può sviluppare questo tipo di tecnologie e lavoro se non il Paese del sole? Ma queste sono considerazioni così ovvie, così semplici e solari appunto, che forse proprio per questo non entrano nei mega cervelli dei nostri mega esperti.

C’è chi potrebbe obiettare che i cinesi, grazie al regime di schiavitù lavorativa che hanno, avrebbero abbattuto i costi e quindi potuto venderci anche quel tipo di tecnologia, come in parte è avvenuto in maniera recente; ma a questi si può tranquillamente rispondere che tutti i soldi e le agevolazioni date ai fossili si sarebbero potute dare alle rinnovabili e così il “sistema Italia” avrebbe retto anche all’invasione dei prodotti cinesi. Oltre al fatto che realizzare campagne di informazione e sensibilizzazione per utilizzare il Made in Italy avrebbe fatto scegliere con cognizione di causa i prodotti italiani piuttosto che quelli arrivati da chissà dove e fatti chissà come. Inoltre partendo molto prima dei cinesi in quei campi, avremmo avuto vantaggi enormi. Per non parlare poi di tutto il personale tecnico e non, che avrebbe il compito di diffondere ovunque le buone pratiche e la consapevolezza presso la popolazione e tutta la conseguente formazione da fare in ogni luogo per divulgare come risparmiare energia e interagire con le fonti rinnovabili. Lavori e prassi normali e diffuse che sarebbero dovute diventare tante e usuali come le pizzerie e inserirsi nella mentalità e quotidianità così come si conosce a memoria la formazione delle propria squadra di calcio o le canzoni del proprio cantante preferito. E visto che ci si lamenta pure dell’Europa, cosa sarebbe successo se l’Italia fosse stata fortemente indipendente nei fatti, non nelle chiacchiere e nelle sparate dei finti sovranisti, per gli elementi base dell’esistenza? Avrebbe significato che ciò che faceva o fa l’Europa ci sarebbe interessato fino ad un certo punto, forti della nostra vera e sola sovranità che è quella nei fatti, perché è assolutamente ridicolo fare i sovranisti se poi si è totalmente dipendenti da tutto e tutti, che si chiamino Europa, Cina, Giappone, Russia o Stati Uniti. Sarà il caso ora finalmente di rivedere radicalmente la questione? Sarà il caso di puntare decisamente ad una filiera italiana di energie rinnovabili e tecnologie per il risparmio energetico? Si trasferiscano in questi settori i soldi che vengono regalati ai combustibili fossili, si taglino le innumerevoli spese inutili e dannose come ad esempio quelle per gli aerei militari da combattimento F35 e si vada diretti in questa direzione senza se e senza ma. Abbiamo tutto, conoscenze, tecnologia, competenze, persone, non ci manca nulla, se non la volontà politica o la volontà tout court, perché anche senza la politica si può andare risolutamente in quella direzione coinvolgendo la società civile, le imprese lungimiranti e la finanza etica. Poi anche la politica seguirà, tanto è sempre l’ultima a reagire (se mai lo farà).

E veniamo ora all’alimentazione. Per cosa è conosciuta l’Italia nel mondo? Per il cibo e non potrebbe essere altrimenti visto che ogni più piccolo paesino, borgo, città che sia, ha le sue specialità e cultura alimentare, cibo di qualità sopraffina frutto di attenzione e cura secolare per uno dei motivi di maggiore piacere nella vita e per il quale siamo invidiati da tutto il mondo. E una cultura di questo tipo da cosa è stata favorita? Anche dalla posizione geoclimatica meravigliosa dell’Italia dove praticamente è possibile coltivare una varietà di alimenti incredibile, considerate anche tutte quelle coltivazioni antiche e particolari che sono state trascurate e dimenticate e che possono essere facilmente riprese. Mangiamo due o tre tipi di mele quando ne esistono centinaia. Ma in una tale situazione da paradiso terreste dell’alimentazione abbiamo trascurato le nostre ricchezze e varietà alimentari e siamo riusciti a farci colonizzare da cibo spazzatura che arriva da paesi che non sanno nemmeno lontanamente cosa sia una cultura dell’alimentazione. Vengono prodotti e venduti cibi imbottiti di sostanze chimiche e veleni assortiti che sono un attentato quotidiano alla nostra salute. Bombardati da pubblicità dementi ci fanno credere che prodotti industriali pieni di robaccia che arriva da mezzo mondo e packaging ci facciano tanto bene e siano pure naturali. Viste quindi le nostre immense risorse e potenzialità, perché non dirigersi verso la massima sovranità alimentare possibile, recuperando ogni centimetro coltivabile, facendo rifiorire la nostra eccezionale agricoltura da nord a sud, coltivando di tutto e proteggendo con sacralità la biodiversità che tra l’altro è quella che ci aiuta ad avere ottime difese immunitarie?

Non si può fare? E’ troppo difficile? Assolutamente no, basta puntare decisamente su questi due ambiti di forte indipendenza alimentare ed energetica così come si è fatto per altri ambiti che non solo ci hanno regalato pericolosissima dipendenza ma ci hanno determinato spese, prodotto inquinamento e danneggiato la salute. In alternativa potete sempre staccare uno sportello della vostra automobile, magari proprio della tanto decantata Fiat, orgoglio nazionale che di nazionale non ha praticamente più nulla e provare a mangiarlo. Magari sarà un po’ indigesto ma sai che scorpacciata….

Fonte: ilcambiamento.it

La Sardegna piena di sole e vento strangolata dai combustibili fossili

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone, poi si va anche a utilizzare il gas.

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone e le si difende strenuamente contro ogni logica, contro ogni buon senso. Ma come: ci sono vento e sole a morire e invece si utilizza uno dei combustibili fossili più inquinanti? Pura follia. E alla fine dell’era del carbone dopo aver appestato l’isola e i suoi abitanti, arriveranno finalmente le rinnovabili, visto che sono tecnologie che esistono da decenni e viste le potenzialità dell’isola. 

Invece no, ecco il gas e un progetto di metanodotto che costerà circa due miliardi di euro così da passare dalla padella del carbone alla brace del gas. Questo mentre tutti gli abitanti della Sardegna fino all’ultimo, potrebbero essere resi autonomi per la produzione elettrica e termica senza dover pagare nemmeno un euro di bolletta. Basterebbe investire i miliardi che vengono regalati alle solite lobby dei fossili per rendere la Sardegna autonoma e i propri cittadini liberi completamente da balzelli, bollette varie, dalla dipendenza di un combustibile fossile importato da chissà dove ma anche da gigantesche e inutili infrastrutture . Non c’è un solo motivo razionale e sensato a favore della scelta scellerata del gas e invece tutti i motivi a favore delle fonti rinnovabili.

La Sardegna è la Ferrari delle rinnovabili ma preferisce andare in giro con il triciclo del gas.  E in questa partita ci sono in gioco due cordate una peggiore dell’altra, da una parte il gas e dall’altra un elettrodotto che si vorrebbe fare partendo dalla Sicilia.  O forse si vuole fare un elettrodotto per esportare l’energia elettrica che la Sardegna produrrà per alimentarci l’Italia? Sarebbe bello, peccato che per i nostri esperti di energia una azione del genere sarebbe fantascienza perchè sono fermi all’età della pietra e dei fossili.  E così le imprese, la regione, il sindacato tutti a braccetto per dimostrare che le parole a favore dell’ambiente sono solo balle sulla pelle e il portafoglio della gente. Fra tutti spicca come sempre purtroppo il sindacato, che in teoria dovrebbe difendere i lavoratori e l’occupazione e invece fa esattamente l’opposto e si batte per il metanodotto. Ma basterebbe un bambino di tre anni che facesse i calcoli di quante persone lavorerebbero alle varie filiere delle rinnovabili: i numeri farebbero impallidire i pochi che in confronto sarebbero occupati nel settore del gas. Quindi, visto che ragionamenti del genere sono lampanti e sono proprio a vantaggio dei lavoratori, della salute, dell’ambiente e aumentano l’occupazione, significa che gli interessi in gioco sono ben altri che nulla hanno a che vedere con l’occupazione o con la difesa dei lavoratori. Una capillare diffusione e installazione di fonti rinnovabili innescherebbe un meccanismo occupazionale locale fantastico che surclasserebbe la miseria dell’occupazione derivante dall’impiego del gas  e si potrebbe anche creare una produzione di sole e vento Made in Sardegna. Ma il paradosso maggiore è forse quello dei sardi, così come degli italiani, più ci sono alternative, più è evidente in che direzione bisogna andare è più si fa esattamente l’opposto e ci si spara sui piedi, si vota chi condanna la propria terra alla miseria, all’inquinamento, alla dipendenza, in una spirale autolesionista che nessuno psicologo può spiegare tanto è incredibile. Dovrebbero esserci mobilitazioni oceaniche, proteste, proposte e attuazione di piani alternativi, invece nulla, si accetteranno i metanodotti, gli elettrodotti mentre sole e vento continueranno a baciare l’isola in barba all’intelligenza, alla logica, al buon senso, all’evidenza. Il perché non si vuole la Sardegna, così come l’Italia, libera dai combustibili fossili è presto detto: se tutti sono indipendenti e si autoproducono la loro energia chi ci guadagna? I cittadini stessi. Quindi non si può fare, è escluso, non è permesso, devono continuare a guadagnarci le grandi multinazionali e i loro vari maggiordomi. Per quello servono i metanodotti, gli elettrodotti, le centrali, perché dobbiamo rimanere dipendenti e pagare sempre e comunque, alla faccia delle energie rinnovabili, dell’economia, dell’occupazione e dell’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

Un video mostra l’assurda crescita della produzione di energia mondiale

Il video realizzato da un dottorando utilizza i dati forniti dal colosso petrolifero BP per visualizzare la crescita della produzione energetica al mondo dal 1860 ad oggi, a seconda della fonte. Quando teniamo in considerazione tutta l’energia prodotta (e non solo di quella elettrica) ci accorgiamo che siamo ancora molto distanti da emissioni 0 e che le rinnovabili, da sole, non bastano, se contemporaneamente non ci impegnamo a ridurre di molto i consumi complessivi.

Il canale Youtube Data is Beautiful ha pubblicato un video interessante che mostra la progressione cronologica della produzione globale di energia a seconda della fonte: carbone, biocarburanti tradizionali (legname), petrolio greggio, gas naturale, energia idroelettrica, nucleare, solare, eolica. Il canale appartiene a un dottorando appassionato di dati, che ha usato come fonte le Statistical Review di BP, uno dei colossi mondiali nel settore petrolifero. 

Il video mostra l’aumento della produzione di energia negli ultimi 160 anni. Parliamo qui del totale dell’energia prodotta, non soltanto dell’energia elettrica. Quindi si considera, ad esempio, anche il legname per scaldare le abitazioni, i carburanti per far viaggiare le automobili, gli aeroplani, azionare motori vari e così via. In pratica tutta l’energia prodotta dall’essere umano per alimentare le proprie attività. La progressione è a dir poco impressionante. Si parte dal 1860 quando l’energia complessiva prodotta sulla terra era di circa 8mila ThW ed era prodotta per la maggior parte dal legname, per giungere oggi a una produzione di 153mila ThW all’anno (2019), con petrolio, carbone e gas naturale a farla da padroni (87% del totale). Solo dal 2000 ad oggi la produzione mondiale di energia è cresciuta di oltre il 27%.

Le fonti rinnovabili producono oggi solo 6.500 ThW di energia all’anno, poco più del 4% dell’energia complessiva. Siamo ancora distanti anni luce dalle emissioni zero che la crisi climatica ci richiede. Inoltre va considerato che mentre per la produzione di energia elettrica la transizione verso le rinnovabili è relativamente semplice, perché l’infrastruttura di distribuzione dell’energia rimane sostanzialmente la stessa, lo stesso non vale ad esempio per la transizione da veicoli a carburante verso auto elettriche. Infatti in quel caso (come in molti altri) è necessario ripensare l’intera infrastruttura, dato che l’energia non “entra” più nella macchina attraverso una pompa di benzina ma attraverso una presa di corrente.

Il video rende anche evidente che incentivare l’utilizzo di energie rinnovabili non è sufficiente se non si pensa contemporaneamente a ridurre di molto il consumo complessivo di energia. È infatti improbabile che le sole fonti rinnovabili riescano a far fronte all’attuale fabbisogno energetico in tempi brevi. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/crescita-consumi-energia-mondo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

In Piemonte nascono le “comunità energetiche”

Autoproduzione e condivisione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Sono questi i princìpi alla base della legge sulle comunità energetiche approvata all’unanimità dalla terza Commissione del Consiglio Regionale del Piemonte e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

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La nuova norma, che pone il Piemonte come regione all’avanguardia a livello nazionale, permetterà a comunità di persone, enti e imprese di scambiare tra loro l’energia prodotta da fonti alternative. L’obiettivo delle comunità energetiche sarà quello di agevolare la produzione e lo scambio di energie generate principalmente da fonti rinnovabili, nonché l’efficientamento e la riduzione dei consumi energetici. Con la legge regionale numero 12 del 3 agosto 2018, il Piemonte ha dunque stabilito che i Comuni che intendono proporre la costituzione di una nuova comunità energetica, oppure aderire a una comunità energetica esistente, dovranno adottare uno specifico protocollo d’intesa, redatto sulla base di criteri che dovranno essere indicati da un futuro provvedimento regionale. Le comunità energetiche, alle quali possono partecipare soggetti sia pubblici che privati, possono acquisire e mantenere la qualifica di soggetti produttori di energia se annualmente la quota dell’energia prodotta destinata all’autoconsumo da parte dei membri non è inferiore al 70% del totale. La Regione, attraverso futuri incentivi ad hoc, si impegna a sostenere finanziariamente la fase di costituzione delle comunità energetiche, le quali potranno anche  stipulare delle convenzioni con Arera, al fine di ottimizzare la gestione e l’utilizzo delle reti di energia.

“Il Piemonte, prima regione italiana a dotarsi di una legge di questo tipo, fa un passo importante nella direzione dell’autosufficienza energetica e della costruzione di un nuovo modello di cooperazione territoriale virtuosa – ha commentato Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – Una scelta importante che speriamo sia seguita da altre Regioni ma soprattutto dal Governo nazionale che invitiamo a recepire subito la Direttiva europea che verrà approvata ad ottobre su prosumer e comunità dell’energia, per evitare di perdere due anni e aprire subito opportunità nei territori e dar così forza all’autoproduzione e alla distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili. La generazione diffusa di energia e un’autonoma efficienza energetica contribuiscono infatti alla riduzione del consumo di fonti fossili, delle emissioni inquinanti e climalteranti, ad un miglior utilizzo delle infrastrutture, alla riduzione della dipendenza energetica, alla riduzione delle perdite di rete e ad un’economia di scala”.

Il tema dell’autoproduzione e della distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili è al centro dell’interesse generale per le opportunità che si stanno aprendo con l’innovazione nella gestione energetica, grazie all’efficienza e alla riduzione dei costi delle tecnologie e delle reti. Anche in Italia questa prospettiva avrebbe grandi potenzialità perché, in questa forma, le fonti rinnovabili anche senza incentivi diretti, potrebbero offrire un’adeguata risposta alla domanda di elettricità e calore negli edifici e nei territori, creando valore e nuova occupazione. Il Piemonte dunque, prima regione italiana, cerca di intercettare questa opportunità su ampia scala dopo anni in cui sul territorio, in forma sperimentale, è stato portato avanti ad esempio il progetto di Comunità Energetiche del Pinerolese promosso come capofila dal Comune di Cantalupa, con un piano di azione orientato all’autosufficienza energetica e volto alla costruzione di una comunità energetica locale. Ora questo tipo di esperienze potrà uscire dalla fase sperimentale e avere un’ampia diffusione. “La nuova legge regionale va nella direzione da noi auspicata –aggiunge Dovana – anche se avremmo preferito che gli obiettivi e le azioni che vengono previsti per le future comunità energetiche fossero meno generici e prevedessero inscindibilmente la riduzione del consumo di fonti fossili associata con la riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti. Chiediamo quindi alla Giunta Regionale, nella predisposizione dei provvedimenti attuativi della legge appena approvata, di stabilire regole per evitare che l’incentivo alle comunità energetiche diventi un sussidio acritico alla realizzazione di qualsiasi tipo di centrale a biomassa”.

Fonte: ilcambiamento.it

 

100% di energia da fonti rinnovabili, senza blackout: oggi è tecnicamente possibile

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Tre soluzioni diverse, proposte dai ricercatori di Standford per raggiungere il 100% di energia da fonti rinnovabili, senza rischio di rimanere senza corrente. Tre soluzioni per arrivare all’ autosufficienza energetica, riducendo i danni a salute e clima. Arrivare a produrre il 100% di energia da fonti rinnovabili è un obiettivo che incontra ancora un importante ostacolo, almeno nella mente delle persone: avere la garanzia di una fornitura continua, senza il rischio di blackout.

Nel corso degli anni, gli esperti hanno cercato soluzioni concrete che garantissero l’accumulo dell’energia prodotta, ad esempio dal fotovoltaico, rendendola disponibile nei momenti in cui i pannelli non riescono a produrne in maniera diretta. Ad esempio di notte, quando il sole non è presente, o nelle giornate nuvolose. Ultimamente, i ricercatori dell’Università di Stanford hanno proposto tre soluzioni separate per evitare i blackout tipici dell’energia da fonti rinnovabili. Un modo per alimentare in maniera affidabile almeno 139 Paesi. Ecco di che cosa si tratta.

100% di energia da fonti rinnovabili: le strade da percorrere secondo i ricercatori

Nel loro studio, pubblicato su Renewable Energy, i ricercatori di Stanford propongo tre diversi modi per fornire un flusso di energia costante in vari settori: dai trasporti, al riscaldamento, all’industria.

Lo studio è stato condotto prendendo come punto di riferimento 139 Paesi e sviluppando una roadmap di transizione degli stessi verso la produzione del 100% di energia da fonti rinnovabili entro il 2050, con l’80% della transizione completata entro il 2030.  I risultati sono incoraggianti. Secondo i ricercatori, infatti, non esisterebbe alcun ostacolo tecnico o economico per consentire al mondo intero di arrivare all’indipendenza energetica facendo affidamento solo su una rete elettrica stabile e a basso costo e basata su energia pulita. Una soluzione che garantirebbe la riduzione del tasso di riscaldamento globale e del numero di decessi collegati all’inquinamento atmosferico.

Lo studio

Jacobson, l’autore principale della ricerca, è riuscito a trovare assieme ai suoi colleghi varie soluzioni al problema della stabilità della rete elettrica da rinnovabili. Un risultato importante, afferma, perché il più grande ostacolo all’implementazione su larga scala di energia rinnovabile pulita è la percezione della gente. Il cuore dello studio, quindi, è stata la necessità di abbinare l’energia fornita da vento, acqua e sole, allo stoccaggio e a quella che, secondo i ricercatori, sarà la domanda energetica nel 2050. Per fare questo, gli esperti hanno raggruppato 139 paesi presenti in 20 regioni, vicine geograficamente. Lo studio ha tenuto conto anche della variabilità dell’energia eolica e solare e della domanda in base a orari e stagioni. I ricercatori hanno inoltre fatto affidamento su due programmi di modellazione computazionale. Il primo che gli ha permesso di prevedere la quantità di energia che può essere prodotta da fonti pulite come le turbine eoliche onshore e offshore, il fotovoltaico solare sui tetti e nelle centrali elettriche ecc. Il secondo programma incorporava invece l’energia prodotta da fonti di elettricità più stabili, come le centrali geotermiche, i dispositivi delle maree e delle onde e le centrali idroelettriche e i modi di immagazzinare energia quando era in eccesso.

Le soluzioni trovate

Sulla base di questi studi, i ricercatori hanno ideato i tre modelli per rendere possibile l’indipendenza energetica da fonti fossili. Il fatto che nessun blackout si sia verificato in tre diversi scenari suggerisce che sono possibili molte soluzioni per rendere stabile al 100% la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Non solo: ci sarebbe un forte risparmio anche dal punto di vista economico.
I ricercatori hanno scoperto infatti che il costo per unità di energia in ogni scenario previsto è di circa un quarto più basso se ricorriamo solo alle rinnovabili, rispetto ai combustibili fossili. La maggior parte del risparmio deriva dalla riduzione dell’energia necessaria per estrarre, trasportare e raffinare petrolio, carbone e gas. Non ci sono ostacoli tecnici o economici, dunque. Secondo Jacobson e i suoi colleghi, la vera sfida è riuscire a ottenere la collaborazione fattiva di politica e istituzioni.

Fonte: ambientebio.it

 

Basta black out e ricatti: l’Italia può diventare energeticamente indipendente

Semmai ce ne fosse stato bisogno, anche l’università di Stanford in America, con uno studio specifico, ha confermato quello che qualsiasi serio e imparziale conoscitore della situazione energetica italiana poteva evidenziare e cioè che l’Italia può essere indipendente e alimentata da fonti rinnovabili.9716-10490

Quindi oltre i soliti ambientalisti anche prestigiose università giungono a conclusioni simili. Del resto non serve essere dei geni per capire che il Paese del Sole ha enormi potenzialità e basta guardarsi una carta dell’irraggiamento solare medio annuo e una della ventosità media, per rendersene conto. Purtroppo l’argomento energia è trattato spesso da autentici incompetenti e ignoranti che lo sono in maniera ancora più eclatante perché si fregiano di studi e titoli altisonanti. Fino a non moltissimi anni fa,  vari esperti del settore dicevano che in Italia non c’era abbastanza sole e vento e che le rinnovabili non avrebbero mai avuto una rilevanza nel panorama energetico italiano. Oggi per dire fesserie del genere bisogna essere stupidi o pagati da qualcuno che ha interessi in altre fonti energetiche. Rispetto allo studio di Stanford, per quanto indichi che entro il 2050 potremmo alimentarci solo da rinnovabili, si può aggiungere il potenziale del risparmio energetico che accorcia i tempi di copertura delle rinnovabili e il conseguente raggiungimento dell’autonomia energetica. Una politica energetica sensata dovrebbe quindi puntare in maniera decisa e puntuale sulla riduzione dei consumi dove in Italia gli sprechi sono colossali in ogni settore e in ogni situazione. E già intervenendo su quei settori si avrebbero guadagni enormi e un aumento dell’occupazione notevolissimo, considerato che la sola riqualificazione del disastrato patrimonio edilizio italiano potrebbe dare da lavorare a decine di migliaia di persone che surclasserebbero le briciole di posti di lavoro che vengono miseramente offerti da multinazionali e ditte che vengono in Italia a sfruttare il più possibile la situazione e i lavoratori per poi magari trasferirsi altrove quando gli fa comodo. Altro settore di grande crescita occupazionale sarebbe il  settore della formazione che sarebbe necessaria per informare e formare i cittadini e tutte le persone che andrebbero ad intervenire professionalmente nei campi del risparmio, efficienza energetica e fonti rinnovabili. Informazione e formazione che fanno la fortuna dei paesi del Nord Europa dove l’applicazione di questi interventi energetici innovativi ha fatto passi avanti notevoli. Quindi contestualmente alla riduzione drastica degli sprechi, si attiverebbe una politica basata sull’utilizzo delle fonti rinnovabili cercando di rendere il più possibile indipendenti e autonome le abitazioni degli italiani e decentralizzando fortemente la produzione energetica. All’opposto di quello che propone anche l’università di Stanford, la Strategia Energetica Nazionale (SEN) presentata recentemente dal governo, essendo stata praticamente scritta dalle lobby del gas, non fa che ribadire la nostra dipendenza energetica raccontandoci le solite balle della diversificazione dell’approvvigionamento.  Che si diversifichi l’approvvigionamento non cambia il problema, sempre dipendenti si rimane, ed inoltre si dipende sempre più da un’unica fonte che è il gas. Come se ciò non bastasse si sta cercando di costituire in Italia un gigantesco hub del gas per fare di noi il punto di smistamento con tutti i gravissimi rischi che ne concorrono, considerando quali pericolose follie sono i rigassificatori che in caso di esplosioni avrebbero effetti gravissimi. Con il SEN si è evidenziato di voler ridurre le quote di carbone ma importare carbone o gas non cambia di una virgola la problematica principale e cioè che il paese è ostaggio dei combustibili fossili con tutto quello che ne consegue in fatto di costi ed inquinamento. Senza poi contare che il gas arriva da zone non certo tranquille dal punto di vista geopolitico. Perché poi dobbiamo continuare a pagarla quando l’energia se ce la possiamo produrre in casa?  In un epoca in cui tanti hanno preso coscienza e le rinnovabili non sono più il demonio, l’Italia è comunque energeticamente dipendente dall’estero per il 75% e basta un guasto come è avvenuto recentemente al centro di smistamento del gas di Baumgarten in Austria per fare entrare in allarme il paese e mettere in pericolo gli approvvigionamenti. E il paradosso è che poi si usano questi incidenti per dire che abbiamo bisogno di ancora più approvvigionamenti da luoghi diversi e si cita come soluzione la nefasta Trans Adriatic Pipeline (TAP) che sfocia in Puglia.  Il Paese del Sole e un Ministero dell’Ambiente degno di questo nome, dovrebbero chiudere l’era dei fossili, compresi quelli che ancora ci sono in Parlamento, e indirizzarsi concretamente e velocemente verso l’era delle fonti rinnovabili e dell’applicazione di una energia fondamentale: il semplice, risolutivo ed efficace buon senso.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Torino: realtà del terzo settore unite per acquistare energia da fonti rinnovabili

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Presentato a Torino “EneRgia”, gruppo di acquisto solidale del terzo settore per l’acquisto di energia elettrica da fonti rinnovabili certificate con garanzia d’origine. Un gruppo di acquisto solidale del terzo settore per l’acquisto di energia elettrica da fonti rinnovabili certificate con garanzia d’origine. Tutto questo è “EneRgia”, progetto innovativo che coinvolte una ventina di realtà del territorio torinese, tra cui Case del quartiere, centri di protagonismo giovanile, circoli ARCI e associazioni varie.

Come nasce Energia. Rinnovabile, Innovabile? Un anno fa due associazioni (TYC – Officine Corsare e Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario onlus) hanno cominciato a lavorare per la costituzione di un grande gruppo italiano del terzo settore per l’acquisto solidale di energia elettrica da fonti rinnovabili, con l’obiettivo di attivare forniture 100% energia elettrica rinnovabile da fonti certificate con Garanzia d’Origine (GO), ridurre i costi economici delle utenze elettrich, indurre progressivamente una riduzione dei consumi elettrici e produrre risorse a supporto di progetti sociali.

Il percorso di progettazione è stato lungo e articolato. Sono state prima coinvolte le venti realtà del territorio della città metropolitana di Torino. Su ciascuna di queste strutture è stato condotto uno studio sui contratti e consumi elettrici. Sono poi state contattate numerose compagnie fornitrici di energia elettrica rinnovabile, con alcune delle quali è stata aperto una confronto e valutazione. Dopo l’analisi, i promotori del progetto, sono arrivati alla scelta di Dolomiti Energia come soggetto con cui stipulare la convenzione collettiva e i contratti di energia elettrica.

Alla fine di questo percorso i venti protagonisti, hanno deciso di investire sulle fonti rinnovabili attraverso la creazione di un gruppo d’acquisto solidale di energia. Le associazioni coinvolte sono le prime a Torino ad organizzarsi in questa direzione. Tutti i soggetti coinvolti hanno firmato un contratto collettivo con la compagnia elettrica Dolomiti Energia che fornirà loro esclusivamente energia prodotta da fonti rinnovabili e certificate.

“Le economie prodotte – sottolineano infine i promotori – saranno reinveste con azioni sociali promosse dalle associazioni. Con una mano si risparmia e con l’altra si reinveste su progetti di sviluppo e inclusione locale. Il progetto ha coinvolto finora una ventina di strutture di promozione sociale e culturale, ma è permanentemente aperto all’adesione anche di altre realtà del no-profit dell’area metropolitana torinese: centri sociali e aggregativi, strutture socio-assistenziali, teatri, circoli”.

Fonte: ecodallecitta.it

Giornata mondiale della Terra: a chi e a cosa serve?

Quest’anno la Giornata Mondiale della Terra, che si celebra il 22 aprile, è giunta alla sua 47ima edizione. È promossa dalle Nazioni Unite e lo scopo dichiarato è quello di sconfiggere il degrado ambientale. Ma in questi 47 anni quanti progressi sono stati fatti in questa direzione? Dateci il vostro parere.terra

Da 47 anni il 22 aprile si celebra la Giornata mondiale della Terra con iniziative simboliche ed estemporanee un po’ dappertutto. Quest’anno addirittura la Nasa si è inventata una iniziativa in occasione della Giornata: la possibilità di “adottare” un pezzetto del pianeta, in modo, ovviamente, del tutto simbolico. Per partecipare a “Adopt The Planet” bastano pochi secondi: basta digitare il proprio nome nel modulo e premere sul tasto verde. Uno dei 64mila posti disponibili del globo terracqueo verrà assegnato all’utente, che potrà visualizzarlo sulla mappa con tanto di coordinate e conoscerne anche le caratteristiche.

QUI tutte le iniziative organizzate in Italia per il 22 aprile

Ma quanti passi concreti, scelte efficaci e scomode, provvedimenti efficaci e definitivi sono stati adottati in questi 47 anni? Dai dati e dalle condizioni del pianeta, sembra chiaro che si è andati in tutt’altra direzione.

Sui trasporti che si fa? Ci stiamo soffocando e avremo aerosol al veleno per i prossimi 30 anni

Le grandi foreste? Le stiamo divorando

L’inquinamento? Fa già sei milioni di morti

La barriera corallina? Presto sarà solo un ricordo

L’Europa? Salva il carbone e affonda le rinnovabili

Eppure avremmo la soluzione già in tasca se lo si volesse.

Paolo Ermani (presidente dell’associazioe Paea), per esempio, lo ha scritto innumerevoli volte facendo alcuni semplici esempi:

Il futuro energetico è già qui

La (non) politica energetica italiana è alla canna del gas

Vivere basso, pensare alto: è tempo di scelte

Ma servono scelte radicali, scomode, che scombinano lo status quo, che toccano enormi interessi… quindi meglio celebrare una volta l’anno la Giornata mondiale della Terra e tornarsene ai propri affari gli altri 364 giorni.

fonte: ilcambiamento.it

 

Energia: l’Italia può fare meglio della Danimarca?

Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile.9436-10174

Prendo spunto dal messaggio lanciato da Paolo Ermani dal portale “Il Cambiamento” a seguito dell’esito referendario, per una breve riflessione. Paolo scrive che “… in futuro, con l’esaurimento delle risorse determinato dalla crescita infinita in un mondo dalle risorse finite, tutti i poteri centrali perderanno forza … e la partita si giocherà a livello locale, dove rifioriranno le comunità e il controllo dei cittadini sarà diretto”.

Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile. Rafforzamento territoriale che deve seguire di pari passo le linee programmatiche che si detteranno a livello nazionale; in altri termini quel Piano Energetico-Ambientale Nazionale che il nostro paese non ha (ancora). Volendo intervenire non si parte da zero: l’affermazione del NO referendario impone, sul tema dell’energia, di prendere fin da subito in considerazione il Programma Energetico che il M5S presentò lo scorso 20 Aprile alla Camera dei Deputati e che poco spazio ha avuto sui media nazionali. Per la prima volta si era visto un programma energetico con una “visione” chiara e, soprattutto, sostenibile che punta al bene del Paese e non agli interessi delle lobby fossili. Ecco, chi governerà l’Italia nei prossimi anni ha un ottimo punto di partenza per non continuare a perpetrare i soliti errori. Con un tale Piano, finalmente, potremmo metterci alla testa dei paesi europei che guidano la transizione energetica. Anche davanti a paesi come la Danimarca (paese nel quale vivo attualmente), che per alcuni aspetti viene considerato il paladino della sostenibilità ambientale ed energetica. Mi piace pensare che la piccola comunità di italiani in Danimarca che si è espressa a favore del NO (50,21%) rispetto al SI (49,79%), tra l’altro uno dei pochi Paesi esteri ove il NO ha prevalso, avesse chiaro in mente che il loro voto era anche per un diverso modo di affrontare le questioni ambientali, oltre che al tema generale delle riforme costituzionali. Il governo danese si è posto, tra gli altri, l’obiettivo di coprire il 50% dei consumi energetici nazionali con le fonti rinnovabili entro il 2030 e di diventare il primo paese al mondo ove l’eolico offshore possa reggere il mercato. Anche l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti è ambizioso: – 40% entro il 2020 rispetto al 1990. Di recente un’ampia maggioranza dei partiti politici danesi ha deciso di smantellare la PSO (tassa sugli oneri di servizio pubblico) e finanziarla attraverso il bilancio nazionale. Questa ristrutturazione consentirà da una parte di ridurre il prezzo dell’energia elettrica e dall’altra di aumentare il consumo della stessa. Nel breve periodo si potrà verificare un aumento delle emissioni di gas climalteranti a livello nazionale, almeno fino a quando il phase-out del carbone non sarà completamente attuato, ma allo stesso tempo si gettano le basi per quella transizione verso una società basata sull’elettricità verde. Nel medio-lungo periodo, la riduzione delle emissioni climalteranti sarà rilevante. Nel 2015 le fonti rinnovabili hanno coperto il 56% del consumo elettrico nazionale, in particolare con l’eolico (41,8%) e le biomasse (11%). L’obiettivo europeo al 2030 é quello di avere il 27% dei consumi energetici coperti dalle fonti rinnovabili. La Danimarca ha già raggiunto questo obiettivo e, come già detto, intende arrivare fino al 50%. L’obiettivo di lungo periodo al 2050 è quello di avere una società a basse emissioni e indipendente dalle fonti fossili, raggiungendo l’obiettivo della riduzione delle emissioni climalteranti dell’80-95% entro il 2050, indicato dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite quale obiettivo fondamentale da raggiungere per non compromettere i delicati equilibri climatici del pianeta. Questo percorso sui temi energetici della Danimarca prescinde dai partiti che la governano in quanto continua adesso con un governo conservatore in carica ma che vigeva anche con il precedente governo socialista. Per entrambi gli schieramenti politici è chiaro che la transizione energetica verso le rinnovabili é un passo obbligato da farsi. In Italia è accaduto finora il contrario: se la sinistra in qualche modo rivendicava una supremazia sui temi ambientali ed energetici, di fatto, una volta al governo non ha brillato ma anzi, per alcuni aspetti (si vedano le trivellazioni petrolifere) ha marcatamente segnato la differenza, in negativo. Mi auguro che il prossimo governo in Italia faccia tesoro di queste esperienze e lavori veramente per un futuro migliore e la risposta alla domanda posta nel titolo è ovviamente SI (adesso si può dire), possiamo fare meglio della Danimarca.

Fonte: ilcambiamento.it

La Commissione UE salva il carbone e affonda le rinnovabili

La Commissione europea ha pubblicato ieri un pacchetto di misure (“pacchetto d’inverno”) che minaccia di far fallire gli sforzi per accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, prolungando invece la dipendenza dal carbone. Insorgono le associazioni ambientaliste.9430-10168

«Le misure proposte ieri dalla Commissione Europea includono i cosiddetti capacity payments, cioè sussidi di cui beneficeranno carbone, gas e e nucleare, con il pretesto di tenere le centrali pronte per essere accese» spiega Tara Connolly, consulente politica di Greenpeace Europa. «Di qui al 2020 circa il 95% delle centrali a carbone avrebbe i requisiti per ricevere questo sussidio, stando alla proposta della Commissione che include un tetto massimo per la CO2 solo per le centrali a carbone di nuova costruzione. La Commissione ha anche proposto di far decadere una norma esistente che prevede che venga immessa in rete l’energia da fonti rinnovabili prima di quella da inquinanti centrali a carbone o nucleari. Questo porterà ad ancora più casi in cui gli impianti di rinnovabili verranno spenti, in particolare quando ci sarà eccesso di offerta, perché è più semplice ed economico spegnere l’energia del sole e del vento piuttosto che le centrali a carbone o nucleari, che sono estremamente poco flessibili. Queste misure avranno l’effetto di bloccare gli investimenti nel settore delle rinnovabili».

«Questo pacchetto di misure non fa altro che tirare il freno. Distribuisce soldi alle centrali a carbone e dà alle compagnie energetiche più potere di controllo sul sistema energetico, limitando il ruolo dei consumatori come produttori di energia rinnovabile» continua Connolly. Ma non è finita qui. La Commissione propone anche di limitare la grandezza delle cooperative mettendo ai progetti una soglia massima di 18 megawatts all’anno di media. «Le proposte della Commissione Ue non consentono all’Europa di accelerare la transizione verso un sistema energetico libero da fossili entro il 2050 e sono in piena contraddizione con gli impegni assunti a Parigi e ribaditi solo pochi giorni fa a Marrakech» spiega Legambiente. «Per poter contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5°C, secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi, serve un cambio di rotta per stare al passo con il resto del mondo accompagnato da obiettivi climatici ed energetici europei più ambiziosi, a partire da rinnovabili ed efficienza energetica, insieme a efficaci misure attuative a livello nazionale per dare fiducia a cittadini ed imprese sempre più interessati a investire nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica», così Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Il testo passerà ora al Parlamento europeo e ai governi nazionali. «Per le rinnovabili la Commissione fissa il target comunitario ad appena il 27%. Obiettivo fortemente inadeguato, se si tiene conto che il suo trend attuale è del 24% – prosegue l’associazione ambientalista – Ma soprattutto viene eliminata la priorità di dispacciamento delle rinnovabili (ad eccezione dei piccoli impianti), architrave dell’attuale politica europea che consente la priorità di accesso alla rete rispetto all’elettricità prodotta da fonte fossili, consentendone di fatto un loro rilancio. Proprio quando la transizione globale verso un sistema energetico efficiente e 100% rinnovabile sta vivendo una forte accelerazione».

«L’Europa – aggiunge Zanchini – rischia così di perdere il treno verso il futuro, rinunciando a tutti quei benefici che l’abbandono delle fonti fossili può portare alla nostra economia, all’occupazione e alla salute dei cittadini. Non sono più ammessi ritardi, serve dunque un segnale forte È in gioco lo sviluppo di un’economia libera finalmente dalle fonti fossili. La sola in grado di farci vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese europee. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire».

Molti governi hanno compreso che le fonti fossili non hanno futuro. A Marrakech 48 paesi in via di sviluppo, raggruppati nel Climate Vulnerable Forum, si sono impegnati a raggiungere il 100% di rinnovabili entro il 2050. «La Commissione Europea, invece, con queste proposte “strizza” ancora l’occhio ad alcuni governi che continuano a guardare al passato offrendo un salvagente ai dinosauri delle fonti fossili. E mentre nel resto del mondo gli investimenti nelle rinnovabili sono triplicati nel corso degli ultimi 10 anni, in Europa si sono ridotti per quattro anni di fila. Con queste proposte, l’Europa rischia di perdere la storica opportunità di invertire questo trend ed essere a capo della rivoluzione energetica dei prossimi anni, divenendo “numero uno al mondo” nelle rinnovabili, come promesso dal Presidente della Commissione Juncker al momento del suo insediamento».

Fonte: ilcambiamento.it