Al Gore mette in guardia la finanza dalla bolla del carbonio

Secondo l’ex vicepresidente USA, non è possibile attendere gli accordi internazionali, ma gli investitori devono iniziare a individuare i “rischi da carbonio” nei loro portafogli, spostando il denaro dai fondi fossili ad alternative più sostenibiliAl-Gore-586x385

L’ex vicepresidente USA Al Gore, noto per il suo impegno per la lotta ai cambiamenti climatici, ha messo in guardia il mondo della finanza dal rischio estremamente reale delle scoppio della bolla del carbonio, già messo in luce in un rapporto curato da Lord Nicholas Stern. Due terzi delle riserve di carbonio nel sottosuolo sono di fatto non bruciabili (unburnable) se si intende mantenere gli aumenti di temperatura nell’ambito dei due gradi. La manifestazione progressiva dei pericoli legati al cambiamento climatico porterà a maggiori regolamentazioni sulle emissioni ed ad una carbon tax; tutti i fondi di investimento legati alle fonti fossili saranno a rischio proprio a causa della necessità di dare vita a un’economia low carbon. Non si tratta solo di speculazioni, perchè parte del mondo della finanza si sta muovendo in questo senso e lo stesso Al Gore ha fondato la Generation Investment Management insieme con David Bloom, ex CEO di Goldman-Sachs, per introdurre criteri di sostenibilità negli investimenti finanziari. Conflitto di interessi? E’ possibile che sia così; tuttavia per il bene del pianeta forse non è il caso di essere troppo schizzinosi se il risultato potrebbe essere una finanza meno rapace e più sostenibile. Gore e Bloom sostengono che non c’è tempo di aspettare nuovi accordi internazionali, per cui gli investitori dovrebbero identificare e rendere pubblici i “rischi da carbonio” nei loro portafogli, per arrivare a diversificare gli investimenti privilegiando le opzioni a basso carbonio come le fonti energetiche rinnovabili e i veicoli elettrici e dismettendo il proprio denaro dai fondi legati alle compagnie petrolifere per cercare soluzioni a più basso carbonio. Queste scelte certo non miglioreranno oggi la vita delle persone più svantaggiate su questo pianeta, ma almeno avranno il coraggio di iniziare a cambiare direzione prima che sia troppo tardi.

Fonte: ecoblog

Energie rinnovabili fanno il 36% della produzione elettrica da gennaio a ottobre

La produzione rinnovabile è aumentata del 22% rispetto allo scorso anno e quella da fonte fossile è calata di un ulteriore 14%. Il sorpasso potrebbe avvenire tra il 2014 e il 2015. Per questo è giunta l’ora di non sussidiare più le fonti fossili e di varare un nuovo piano per il fotovoltaico di famigliaRinnovabili-2013-10-mesi-586x406

A dispetto di tutti i profeti di sventura e i falsi ambientalisti antieolico, le energie rinnovabili continuano la loro crescita sul territorio italiano: da gennaio ad ottobre acqua, sole e vento hanno contribuito per oltre 80 TWh alla produzione elettrica nazionale, il 22% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La quota rappresenta il 35,7% della produzione totale, un nuovo record, dopo il 28% del primo trimestre e il 33,8% di fine agosto. Buone le performance di tutti i settori con l’idroelettrico a+ 26% rispetto al 2012, l’eolico a +20% e il fotovoltaico a + 18,6%, nonostante il dissennato stop imposto nel 2012 dal governo Monti e dal suo ministro “fossile” Corrado Passera. Il fotovoltaico in particolare ha già superato da solo i 20 TWh di produzione, un traguardo impensabile fino a poco tempo fa: nel 2010 la produzione è stata di soli 2 TWH e negli anni precedenti non era nemmeno conteggiata separatamente. Il termoelettrico ha proseguito il suo trend decrescente, -14% rispetto allo scorso anno e -30%rispetto a 5 anni fa. Questo significa meno importazioni di combustibili fossili e meno emissioni di CO2. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che il peso del carbone è aumentato nel mix elettrico, dai 39 TWh del 2005 ai  42 TWh nel 2012. Questo non è tollerabile. Le fonti rinnovabili invece non sono un costo per l’Italia, ma una risorsa: quanto viene pagato dallo stato in incentivi ritorna raddoppiato in minori importazioni, più export, appiattimento della domanda e nuovi posti di lavoro. Con questo trend il sorpasso delle rinnovabili sulle fossili dovrebbe avvenire tra il 2014 e il 2015. Dovremo attendere fino ad allora per vedere la fine dei sussidi alle imprese fossili e il varo di un vero piano energetico sostenibile?

Fonte: ecoblog

Legambiente, “basta alle trivellazioni in mare”

“Chiediamo di fermare il progetto Ombrina mare lungo la costa abruzzese e al Parlamento di abrogare l’articolo 35 del decreto sviluppo approvato nel giugno 2012, applicato anche nell’ultimo decreto ‘trivelle’”. È la richiesta avanzata da Legambiente durante l’incontro presso il ministero dell’Ambiente.petrolio_trivellazioni_mare

“È assurdo continuare a pensare che la strategia energetica nazionale del Paese si possa basare sulle fonti fossili”

“Se veramente il ministro Zanonato e il governo vogliono salvaguardare il mare italiano dal petrolio, fermino subito Ombrina mare, la nuova piattaforma che dovrebbe sorgere a sole tre miglia dalla costa abruzzese”. È la richiesta che Legambiente ha avanzato durante l’incontro presso il ministero dell’Ambiente in merito al progetto e a cui hanno partecipato anche altre associazioni ambientaliste e istituzionali locali coordinate dalla provincia di Chieti. In occasione dell’incontro, Legambiente è tornata a ribadire la sua contrarietà al progetto Ombrina, che non porterà nessun vantaggio né alla popolazione né al territorio abruzzese, e per dire il suo no alle trivellazioni petrolifere in mare, anche alla luce dell’ultimo decreto “trivelle” approvato dal ministro dello sviluppo economico. Un provvedimento che conferma il divieto a 12 miglia dalla costa e dalle aree marine protette stabilito dall’articolo 35 della Legge 83/2012 e valido però solo per le nuove richieste. Con questo decreto non solo non si riducono le aree a disposizione delle compagnie petrolifere, ma anzi si ampliano ancora di più. È stata infatti individuata una nuova area, denominata Zona E, al largo del golfo di Oristano che estende anche in quel tratto di mare la possibilità di avviare ricerca ed estrazione di idrocarburi, dopo che nei mesi scorsi il governo aveva già allargato l’area a disposizione delle compagnie petrolifere a sud del canale di Sicilia verso l’isola di Malta. Segnali che evidenziano come la tutela del mare non sia certo il principio ispiratore di questo e dei recenti provvedimenti riguardanti le attività petrolifere nel mare italiano. “Il ministro ha chiuso la stalla quando i buoi sono ormai scappati. La sbandierata riduzione della superficie trivellabile di Zanonato – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – riguarda solo il futuro, dato che ha confermato tutti i procedimenti esistenti anche quelli entro le 12 miglia. Il provvedimento in questione è l’ennesima conseguenza di una strategia energetica nazionale insensata che continua a puntare sulle fonti fossili e su risorse, quali il petrolio presente sotto il mare italiano, che stando ai consumi attuali si esaurirebbero in soli due mesi. Sono altri i provvedimenti per tutelare veramente il mare italiano dalle estrazioni petrolifere, a partire dall’abrogazione dell’articolo 35 del decreto sviluppo, che ha riaperto la strada alle attività anche nelle aree sottocosta e di maggior pregio. Su questo lanciamo nuovamente un appello al Parlamento, anche in seguito all’importante segnale arrivato dall’emendamento presentato dalla senatrice Loredana De Petris per impedire le deroghe che consentono di autorizzare trivellazioni petrolifere anche a ridosso delle coste e senza valutazione d’impatto ambientale”. Oggi le aree interessate dalle attività petrolifere, che non vengono intaccate dal decreto di Zanonato, occupano una superficie marina di circa 24mila kmq, un’area grande come la Sardegna. Il provvedimento salva anche il progetto Ombrina mare. La piattaforma della società inglese Medoilgas sorgerebbe a sole 3 miglia dalla meravigliosa Costa dei Trabocchi della provincia di Chieti, un’area di tale pregio naturalistico tale da essere individuata dal Parlamento italiano nel 2001 come Parco nazionale. Il tutto in una regione che ospita tre Parchi Nazionali, un Parco Regionale, 25 riserve regionali e decine di Siti di Interesse Comunitario (SI C) e Zone di Protezione Speciale (ZPS). “È assurdo continuare a pensare che la strategia energetica nazionale – aggiunge Cogliati Dezza – del Paese si possa basare sulle fonti fossili, che non portano ricchezza, non abbassano di certo la bolletta, e devastano la bellezza dell’Italia. È il momento di fare scelte coraggiose e di definire una vera strategia di sviluppo delle energie rinnovabili. Il futuro energetico del Paese devo guardare alle fonti pulite e all’efficienza energetica, da promuovere, sviluppare e incentivare in tutto il territorio”.

Fonte: il cambiamento

Caro bolletta energetica: è colpa delle fonti fossili e dei costi non detti

Secondo uno studio presentato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, gli italiani spendono per l’energia (elettricità, gas e carburanti) il 18% in più rispetto alla media europea. La colpa non è degli incentivi alle rinnovabili, ma dei sussidi alle fonti fossili e dei costi occulti per nucleare e carbone375603

La “bolletta energetica” pagata da famiglie e imprese in Italia è del 18% più alta rispetto alla media europea e allineare i prezzi dei prodotti energetici italiani (energia elettrica, gas e carburanti) a quelli medi europei permetterebbe di risparmiare 25 miliardi di euro ogni anno. A incidere così tanto sui costi, non solo le tasse elevate, ma anche una dipendenza dai combustibili fossili tra le più alte in Europa. Queste sono solo alcune delle valutazioni che emergono dal dossier presentato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile nel corso del convegno “I costi dell’energia in Italia”, organizzato in preparazione degli Stati Generali della Green Economy 2013. Il documento trae ispirazione dall’analisi comparativa dei prezzi dei prodotti energetici, arrivando a stimare una bolletta di gas, elettricità e carburanti pagata dagli italiani nel 2012 di oltre 160 miliardi di euro. Si tratta di un valore in crescita, a causa dell’aumento dei prezzi petroliferi, del 10% rispetto all’anno precedente, nonostante la contrazione dei consumi. L’analisi, in particolare, evidenzia come le famiglie siano particolarmente penalizzate nei consumi di gas naturale, che pagano dal 24 al 35% in più della media europea (circa 300 euro/anno per famiglia). Le imprese, specie quelle medio-piccole, risentono invece degli alti costi dell’elettricità, dovendo fare i conti con un kWh dal 30% fino all’86% più della media europea. A questo si aggiunge che i prezzi di benzina e diesel, che rappresentano la voce principale di spesa della bolletta energetica, sono mediamente più alti del resto d’Europa e questo differenziale è aumentato in modo sensibile negli ultimi anni. “Quello energetico – ha detto Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – è uno dei settori produttivi più importanti a livello nazionale, con un giro d’affari, in crescita, attorno al 20% del PIL e quasi mezzo milione di posti di lavoro creati. Renderlo più efficiente dal punto di vista economico riducendo i costi dell’energia per il Paese richiederà, ad esempio, di intervenire sul mix energetico riducendo la dipendenza dai fossili che, negli ultimi vent’anni, è già costata al Paese 45 miliardi di euro in più, tutti soldi dati all’estero, e che se non affrontata potrebbe portare a un ulteriore aumento della fattura nazionale dell’import nei prossimi vent’anni da 3 a 12 Mld€.”
Il peso dei fossili

L’alta dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili, che soddisfano l’82% della domanda interna, uno dei valori più alti in Europa, ha rappresentato il primo driver dell’aumento dei prezzi energetici negli ultimi anni: tra il 2000 e il 2012 i prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 200% (triplicati), quelli del carbone del 160% e del gas sul mercato europeo di circa il 300%. A parità di consumi e al netto dell’inflazione la fattura pagata dall’Italia per l’import dei fossili è passata da metà degli anni ’90 a oggi da 20 a 65 Mld€. Gli scenari mondiali più accreditati prevedono che per i prossimi vent’anni i prezzi dei fossili, a meno che non si riduca drasticamente la domanda, rimarranno alti o addirittura continueranno a crescere, sancendo la fine dell’epoca dei combustibili fossili a basso costo. Il dossier rivela come negli scenari internazionali l’effetto dello shale gas americano si vada ridimensionando rispetto alle aspettative iniziali, con prezzi del mercato americano che riprenderanno a crescere, benché ancora molto più bassi di quelli europei; ma anche come secondo il Dipartimento dell’Energia statunitense la generazione elettrica da carbone e nucleare sia più costosa del gas o del vento.
I costi non detti

Ma i prezzi dei prodotti energetici non dicono tutto circa i costi che i cittadini e le imprese devono pagare per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. La Fondazione propone per questo di passare da una analisi dei prezzi a una dei veri costi dell’energia, includendo ad esempio i sussidi che in Italia vengono pagati ai combustibili fossili, attraverso agevolazioni fiscali o quant’altro, e che, a differenze di quelli per le rinnovabili, non rientrano in bolletta e non contribuiscono a formare i prezzi dell’energia (ma vengono comunque pagati dai cittadini e dalle imprese ad esempio attraverso la fiscalità generale). Eppure questi sussidi non vengono monitorati dal Governo, nonostante siano ingenti: secondo l’OCSE sono 2,1 miliardi di euro l’anno su alcuni settore chiave, che salgono secondo il Fondo Monetario Internazionale a 5,3 Mld€/anno includendo altre voci tra cui alcune esternalità. E sono proprio le esternalità l’altra voce importante dei costi nascosti dell’energia. Anche in questo caso non esistono studi ufficiali sull’argomento, ma una ricerca condotta sulla Germania stima che l’inclusione dei costi esterni, a carico principalmente di nucleare e carbone, farebbe aumentare la bolletta energetica di 40 miliardi di euro, con un +40% per una famiglia tipo.
Il peso delle rinnovabili

Il dossier prende anche in esame l’incidenza degli incentivi alle rinnovabili sui prezzi e sui costi dell’energia in Italia analizzando i costi diretti, i costi e i benefici indiretti e le implicazioni sul piano strategico. Per quanto riguarda i costi diretti, gli incentivi alle rinnovabili del settore elettrico (che rappresentano la maggior parte degli incentivi) hanno raggiunto nel 2012 circa 10 milardi di euro, il 16-17% della bolletta elettrica nazionale. Ma questi hanno inciso sull’aumento del prezzo del kWh degli ultimi anni solo per il 33%, mentre per il 57% questo è stato causato dall’aumento dei prezzi dei fossili. Sul piano dei costi e dei benefici indiretti il saldo economico è senz’altro positivo. Tra i benefici da ascrivere alle rinnovabili c’è infatti la riduzione del prezzo medio orario dell’energia elettrica (a maggio si è quasi dimezzato tra il 2006 e il 2012) e la creazione di ricchezza e occupazione nazionale (su 1000 euro spesi sulle rinnovabili ne rimangono in Italia 500-900, mentre su 1000 euro investiti sulla produzione elettrica da gas ne restano sul territorio nazionale 200, il resto va alle economie straniere). Per non parlare poi del lato ambientale: 70Mt di CO2 risparmiate ogni anno e un minore inquinamento atmosferico.

“Il settore energetico è nel pieno di una trasformazione epocale, e se come Paese non saremo in grado di comprenderne a pieno tutte le implicazioni e operare le scelte più giuste, rischieremo alla fine di pagare un conto molto alto. – afferma Andrea Barbabella, responsabile Energia per la Fondazione – Quello dei costi dell’energia è un tema strategico che va affrontato seriamente, anche perché tali costi sono molto probabilmente destinati a crescere e a incidere sempre di più sulla nostra economia. Guardare solo ai prezzi dei prodotti energetici è fuorviante, e i risultati di una analisi esaustiva sui veri costi dell’energia potrebbe fornire una rappresentazione molto diversa da quella usuale, con una situazione per l’Italia molto migliore di quanto generalmente si pensi.”

 

Scarica il dossier della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile [3,30 MB]

I Costi dell’energia in Italia – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

 

Fonte: eco dalle città

 

Stop ai sussidi alle fonti fossili: “nessuna risposta da Bortoni”

È possibile fare risparmiare ben 5 miliardi di euro agli italiani tagliando i sussidi alle fonti fossili, gli oneri impropri, gli sconti in bolletta ai grandi consumatori. È quanto sostiene Legambiente che si è rivolta a Guido Bortoni, presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, dal quale però non ha ricevuto nessuna risposta in tal senso.soldi_bollette_elettriche

“È possibile fare risparmiare ben 5 miliardi di euro agli italiani tagliando i sussidi alle fonti fossili, gli oneri impropri, gli sconti in bolletta ai grandi consumatori”

Eppure era stato chiaro Vittorio Cogliati Dezza, Presidente di Legambiente: “Caro Bortoni, è arrivato il momento di scelte coraggiose, nell’interesse di famiglie e imprese”. Con queste parole Cogliati Dezza si rivolgeva all’inizio della scorsa settimana al Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, chiedendo che venisse modificata la relazione annuale che avrebbe presentato il 26 giugno (ieri) in Parlamento. I cambiamenti richiesti, miravano ad una riduzione delle bollette elettriche di famiglie e imprese. Legambiente, per supportare questa sua proposta, aveva elaborato un dossier per sottolineare quanto fosse importante e fattibile tale intervento: “Abbiamo individuato oltre 5 miliardi di Euro tra sussidi alle fonti fossili, oneri impropri, sconti in bolletta ai grandi consumatori di energia elettrica, dove si può intervenire subito”. Secondo Legambiente, la questione delle bollette è stata improntata troppo a favore dei gestori di fonti fossili (visto che hanno ottenuto lo stop degli incentivi alle rinnovabili e nuovi aiuti economici per le centrali a olio combustibile). “E’ assurdo e ingiusto che vengano cancellati gli incentivi per il solare alle famiglie e per la sostituzione dei tetti in amianto”, continuava Cogliati Dezza nella sua lettera, “Terminerà infatti tra pochi giorni il sistema di incentivo in Conto Energia per il solare fotovoltaico. E non è vero che questi interventi saranno realizzabili con le detrazioni fiscali (55-65 %), perché risultano inaccessibili per coloro che non hanno reddito da detrarre o che guadagnano poco (pensionati, lavoratori precari, ecc.). Aver eliminato questa possibilità è sbagliato da un punto di vista ambientale e ingiusto da un punto di vista sociale perché toglie una possibilità di risparmio proprio per le famiglie che ne hanno più bisogno e perché senza la certezza di rientro data dal Conto Energia nessuna banca presterà mai le risorse necessarie, con la scandalosa conseguenza che si determina rispetto alla possibilità di eliminare l’amianto dai tetti degli edifici, perché così si cancella l’unica politica di bonifica di successo realizzata in questi anni in Italia”. Bortoni però – a quanto pare – ha preferito non recepire questi spunti. Tra ieri e oggi, infatti, l’Ansa ha riportato il commento di Cogliati Dezza alla relazione presentata da Bortoni in Parlamento. Il Presidente di Legambiente si dice amareggiato perché: “Ci saremmo aspettati da Bortoni chiarezza sui 5 miliardi di Euro tra sussidi alle fonti fossili, oneri impropri e esenzioni che oggi troviamo in bolletta. Per aiutare realmente le famiglie e le imprese a risparmiare occorre cambiare il modo di guardare e affrontare i temi energetici riducendo prima di tutto la dipendenza dalle fonti fossili e le importazioni, spingendo invece le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica nell’interesse del Paese e dell’ambiente”. “Le fonti rinnovabili”, aggiunge Cogliati Dezza, “sono un patrimonio del Paese cresciuto in modo straordinario in questo anno. In Italia oggi serve fare pulizia all’interno delle bollette elettriche cancellando tutte quelle voci che fanno riferimento alle fonti fossili o oneri impropri. Per le rinnovabili se è vero, come ha sottolineato Bortoni, che in questi anni è aumentato il peso in bolletta va anche ricordato come il rapporto costi e benefici sia positivo come dimostrato in tutte le analisi economiche. Al Ministro Zanonato chiediamo di non fermare gli incentivi per il solare fotovoltaico per le famiglie e la sostituzione dei tetti in amianto, e all’Autorità per l’energia di non fermare lo sviluppo di impianti da fonti rinnovabili senza incentivi oggi possibile premiando l’autoconsumo e la vendita diretta dell’energia”.

Fonte: il cambiamento

Carbone: legittima la campagna Greenpeace contro Enel

Il Tribunale di Milano ha respinto il ricorso di Enel contro Greenpeace per la campagna contro l’utilizzo del carbone da parte dell’azienda. Secondo il Tribunale anche l’uso del logo dell’azienda rientra nel diritto di critica e non ha alcuna motivazione o tornaconto commerciale.enel

Il Tribunale di Milano ha respinto il ricorso di Enel contro Greenpeace per la campagna contro l’utilizzo del carbone da parte dell’azienda. Secondo il Tribunale anche l’uso del logo dell’azienda rientra nel diritto di critica e non ha alcuna motivazione o tornaconto commerciale. L’azienda elettrica, infatti, accusava l’associazione ambientalista di fare raccolta fondi utilizzando la campagna contro l’uso del carbone da parte di Enel, e, accusa ancora più bizzarra, di voler preparare il terreno per l’ingresso nel mercato italiano di una cooperativa di produttori di rinnovabili tedesca, Greenpeace Energy. Due i materiali della campagna portati all’attenzione dei giudici: le“bollette sporche” distribuite dai volontari di Greenpeace a centomila famiglie, riportanti i danni sanitari della produzione elettrica da carbone di Enel (equivalenti a un morto al giorno); la finta copia del giornale Metro con una falsa pubblicità di Enel che annuncia finalmente di voler abbandonare il carbone. La produzione elettrica da carbone di Enel ha raggiunto nel 2012 il 48.5% del totale. “Gli argomenti usati da Enel non stavano in piedi da nessun punto di vista – dichiara Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia. – Questa sentenza, che segue una analoga sentenza del Tribunale civile di Roma dello scorso luglio, ribadisce che il diritto di critica è inalienabile e che l’uso di loghi aziendali in campagne di critica con motivazioni fondate è legittimo”. La sentenza inoltre aggiunge che gli obiettivi di Greenpeace non hanno alcuna natura ‘commerciale’. Greenpeace ha condotto molte campagne utilizzando loghi aziendali, sia in Italia che all’estero, con l’obiettivo di cambiare le politiche ambientali e industriali di grandi aziende. “In molti casi queste campagne si trasformano in collaborazioni con le stesse aziende per rendere più verdi i loro cicli produttivi. Lo abbiamo fatto con grandi case editrici, aziende agroalimentari, multinazionali della moda e automobilistiche. Ma è più difficile che questo accada con giganti energetici e delle fonti fossili per la più lunga inerzia degli investimenti in questo campo. Noi continueremo a provarci”, conclude Onufrio.

Fonte: il cambiamento

Le Energie del Futuro
€ 16.5

In Germania le energie rinnovabili sorpassano quelle da fonti fossili

Il 18 aprile lo storico sorpasso: più della metà dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. E nonostante la chiusura di otto centrali nucleari, la Germania continua a esportare 1582013693-594x350

Lo scorso 18 aprile è stata una data storica per la Germania: secondo le rilevazioni dell’International Economic Platform for Renewable Energies (IWR), solare ed eolico insieme hanno prodotto più energia rispetto alle fonti fossili. L’IWR, analizzando i dati dello European Energy Exchange,  ha rilevato che per la prima volta eolico e solare hanno prodotto 36mila MegaWatt di energia elettrica ovverosia la metà dei 70mila MegaWatt raggiunti durante il picco della giornata, una cifra corrispondente a 30 centrali nucleari. Il sorpasso annunciato da Robert Allnoch, direttore dell’IWR, è storico e il superamento del 50% del totale della produzione energetica conferma statisticamente l’impatto positivo che le energie rinnovabili stanno avendo sull’economia tedesca. Chiuse otto centrali nucleari, anche nel 2012 la Germania ha continuato a esportare energia elettrica, proprio grazie all’implementazione delle energie rinnovabili. Il bilancio import –export del 2012 (secondo l’Ufficio Federale di Statistica) ha fatto registrare un + 22,8 TWh. In un anno il prezzo dell’energia è aumentato dello 0,5% a fronte di un aumento dei prezzi al consumo dell’1,4%. Dal 1° maggio arriveranno gli incentivi per gli acquisti di batterie di accumulo di energia solare. L’obiettivo è far crescere il mercato della tecnologia di stoccaggio energetico in modo da consentire la diminuzione dei prezzi. Anche in campo energetico la Germania resta un modello di programmazione politico-industriale. In Italia la quota di energia da fonti rinnovabili è di poco inferiore a un quarto del totale (23,8%) e la stagione degli incentivi è tramontata prima di innescare un vero sistema e una vera cultura delle energie pulite. L’energia sembra essere l’ultimo problema della nostra politica, quando, invece, è il nodo prioritario dello sviluppo di un Paese totalmente dipendente dai mercati e dalle risorse energetiche straniere.

Fonte:| International Business Times

RAPPORTO IREX 2013 di Althesys

Dal 2008 al 2030 le rinnovabili faranno guadagnare al sistema Paese italiano fino a 49 miliardi di euro, grazie alle ricadute sull’occupazione, al risparmio sull’import di combustibili fossili e non ultimo all’effetto che hanno sul prezzo dell’elettricità: nel solo 2012 tagliando il PUN nelle ore diurne, cioè quando entra in azione il fotovoltaico, ci hanno fatto risparmiare 1,4 miliardi di euro.
E’ questo probabilmente il dato più significativo contenuto nel RAPPORTO IREX 2013 di Althesys, presentato nella sede del GSE a Romacasa

Il rapporto da un’interessante fotografia dell’industria italiana delle rinnovabili e di come sta cambiando. Il forte calo dei costi delle tecnologie (-30% in un anno per i moduli FV), non è però accompagnato da un analogo calo delle spese burocratiche, mentre il taglio degli incentivi si fa sentire duramente non solo nel mercato italiano ma anche in Europa e il costo dei capitali sta diventando determinante. Ciò nonostante nel 2012 le aziende italiane delle rinnovabili hanno mosso 10,1 miliardi di euro, con sempre più investimenti all’estero e un aumento della concentrazione. Ma quello che più ci interessa del report è la valutazione dei costi-benefici che le energie pulite comportano per l’Italia.
La cost-benefit analysis di Althesys è costruita comparando due scenari: da un lato l’effettivo mix di fonti dal 2008 e la sua prevedibile evoluzione al 2030, dall’altro una situazione ipotetica in cui la produzione elettrica è solo realizzata con fonti fossili. Nel valutare l’evoluzione delle rinnovabili poi si considerano altri due percorsi possibili: uno Business as Usual assume che si raggiunga al 2020 una copertura del 35% dei consumi elettrici tramite rinnovabili e 42% al 2030; l’altro definito Accelerated Deployment Policy, ipotizza che invece si arrivi al 38% al 2020 e al 45% al 2030. Risultato: nel primo caso le energie pulite darebbero un beneficio netto di 18,7 miliardi, nel secondo il vantaggio netto per il Paese arriverebbe a 49 miliardi di euro. Tra le principali voci di beneficio del bilancio, invece, vi sono le ricadute occupazionali lungo tutte le diverse fasi della filiera. Gli occupati incrementali nelle rinnovabili italiane, cioè solo i posti di lavoro che non esisterebbero in assenza di rinnovabili, dalla fabbricazione di impianti e componenti fino all’O&M, sarebbero tra i 45.000 e i 60.000 al 2030. I benefici valutati lungo tutta la vita utile degli impianti sono compresi tra gli 85 e i 96,6 miliardi di €. Le ricadute sul PIL che considerano il valore aggiunto generato dall’indotto, al netto di quanto spetta agli occupati diretti, porterebbero invece i benefici tra i 28 e 33 miliardi. C’è poi il risparmio nell’import di fonti fossili e la riduzione del fuel risk: tra 8 e 10 miliardi di euro anche se, avvertono gli autori, le ricadute sul sistema potrebbero essere anche maggiori, soprattutto in situazioni di tensione sui prezzi dei combustibili. La voce di beneficio che, rispetto alle precedenti edizioni dell’analisi Althesys, ha subito la maggiore variazione è quella relativa alla riduzione delle emissioni di CO2. Il beneficio economico è stato rivisto al ribasso dato il crollo del prezzo della CO2, sceso del 43% nel 2012. Nel 2030 dunque le emissioni di CO2 evitate grazie alle rinnovabili, tra i 68 e gli 83 milioni di tonnellate, avranno un valore tra i 2,9 e i 3,6, a cui vanno aggiunti tra i 2,8 e i 3,4 miliardi di euro per evitate emissioni di NOx e SO2.
Infine, l’ultima voce appartenente ai beneficio anche se poco considerata è molto consistente: il risparmio che le rinnovabili provocano sui prezzi dell’elettricità, il cui valore cumulato al 2030 è compreso tra i 41 e i 47 miliardi. Questa voce è quella che è più aumentata di peso rispetto all’analisi dell’anno scorso e che sarà sempre più importante con la maggiore penetrazione delle rinnovabili sul mercato elettrico. Come sappiamo, infatti, l’energia a costo marginale nullo immessa sul mercato dalle rinnovabili taglia il prezzo dell’elettricità in Borsa nelle ore del picco di domanda diurna, quando produce il fotovoltaico, il cosiddetto effetto peak-shaving. Nel 2012 la differenza tra il PUN nelle ore di picco in cui è immessa in rete l’energia prodotta dagli impianti FV e il PUN delle ore di picco non solari è variata, in base al livello della domanda, tra gli 8 e i 42 €/MWh, contro i 2-14 €/MWh dell’anno precedente. Ciò ha permesso un risparmio stimabile in quasi 1,42 miliardi di euro nel 2012, contro i 396 milioni del 2011

Fonte: qualenergia.it

Strategia energetica nazionale, Coordinamento FREE: «Napolitano fermi il decreto»

Il Coordinamento che riunisce le associazioni delle rinnovabili e dell’efficienza boccia il provvedimento firmato in extremis da Clini e Passera, giudicandolo una violazione della corrette procedure democratiche. Al presidente Napolitano FREE chiede di fermare l’approvazione del decreto

374137

Il Coordinamento delle associazioni attive nelle fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica(Coordinamento FREE) ha lanciato un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano perché blocchi il decreto interministeriale sulla Strategia energetica nazionale (Sen), appena firmato dai ministri Clini e Passera.
Secondo le associazioni, infatti, l’approvazione della Sen non può prescindere dal dibattito parlamentare, né dall’approvazione del Cipe. Il provvedimento, scrive pertanto il Coordinamento FREE, rappresenta «un atto ingiustificato non solo per i suoi contenuti, ma anche per la forma, venendo da ministri tecnici di un governo in carica solo per il disbrigo degli affari correnti, senza il previsto preventivo passaggio parlamentare, senza l’approvazione da parte del Cipe, addirittura privo di una formale approvazione da parte del Consiglio dei ministri».
Di qui la richiesta al presidente Napolitano, a cui le associazioni delle rinnovabili e dell’efficienza energetica chiedono di intervenire per «porre rimedio a questa incresciosa situazione». Il Coordinamento, in particolare, fa appello «alla sensibilità istituzionale del presidente della Repubblica», chiedendogli di non restare indifferente dinanzi a quella che le associazioni ritengono una «manifestazione di dispregio del corretto funzionamento delle procedure democratiche».
Nei giorni scorsi il decreto firmato dai ministri uscenti Clini e Passera (che modifica una precedente bozza della Sen, ndr) era già stato bocciato da Greenpeace, Legambiente e Wwf, che non avevano esitato a definirlo un «colpo di mano da parte di un governo dimissionario». A scontentare gli ambientalisti, in particolare, la convinzione che la Strategia energetica nazionale tuteli principalmente le fonti fossili.

Fonte: eco dalle città