“L’Eni continua a rilanciare le fonti fossili”: le associazioni scrivono a Di Maio

“Sempre più impegnata nel rilancio di fonti fossili in tutto il mondo a fronte di investimenti minimi nelle rinnovabili, in conflitto con gli impegni presi dall’Italia sul clima”. Legambiente, Greenpeace e Wwf contestano le scelte di Eni e scrivono al vicepremier Di Maio affinché si definiscano all’interno del Piano Nazionale energia e clima gli indirizzi strategici per l’azienda controllata dallo Stato. 

“Serve una profonda riconversione del sistema energetico e industriale italiano, se vogliamo raggiungere gli obiettivi firmati con l’Accordo di Parigi sul Clima, a partire dalle imprese direttamente controllate dal Governo. Per questo chiediamo al Ministro Di Maio di chiarire al più presto le scelte e gli investimenti da parte di Eni. L’azienda controllata dallo Stato è, infatti, sempre più impegnata nel rilancio di estrazioni petrolifere e ampliamento dei giacimenti di idrocarburi in tutto il Mondo, a fronte di investimenti minimi nelle fonti rinnovabili. Scelte in evidente conflitto con gli impegni presi dall’Italia per combattere i cambiamenti climatici. Dal Governo ci aspettiamo un impegno concreto per aiutare il nostro Paese e il suo sistema di imprese ad accelerare nella direzione dell’innovazione e del cambiamento”.

È l’appello che Legambiente, Greenpeace e Wwf lanciano al Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio affinché si definisca all’interno del Piano Nazionale energia e clima – che dovrà essere trasmesso alla Commissione europea entro la fine di dicembre – gli indirizzi strategici per l’azienda, perché possa passare dall’essere un ostacolo sulla strada degli impegni sul Clima a diventare una leva e uno strumento virtuoso nella complessa sfida climatica. Nella lettera inviata oggi al vicepresidente del Consiglio – a firma di Stefano Ciafani (presidente di Legambiente), Giuseppe Onufrio(Direttore Esecutivo Greenpeace Italia) e Donatella Bianchi (presidente Wwf Italia) – si sottolinea che gli investimenti dell’azienda “riguardano direttamente le scelte politico-istituzionali sul piano interno e internazionale del nostro Paese, perché possono contribuire ad accelerare la transizione attraverso investimenti in innovazione e ricerca oppure ritardarla ulteriormente”.  

Un impegno da parte del Governo anche alla luce della discussione in corso a Katowice (in Polonia) dove si sta svolgendo la Conferenza sul Clima, un appuntamento di grande importanza per il futuro dell’Accordo di Parigi. Il recente rapporto IPCC ha infatti fornito solide prove sulla necessità e l’urgenza di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°C per poter vincere la sfida climatica e contenere in maniera significativa i danni climatici non solo per i paesi più poveri e vulnerabili, ma anche per l’Europa.

“Il successo della COP24 dipenderà dall’Europa, ma anche dagli impegni degli dagli Stati – scrivono le tre associazioni – In questo scenario diventa determinante che le scelte portate avanti dai Governi e dalle imprese controllate siano coerenti con questa direzione strategica”. A oggi, invece, le attività di Eni sono arrivate ad interessare 71 Paesi, movimentando nel 2017 migliaia di barili/giorno di idrocarburi (gas e petrolio) con esplorazioni che stanno andando a interessare sempre più aree del mondo, tra l’altro assai delicate da un punto di vista ambientale: dal circolo polare artico ai tanti pozzi già produttivi  o di cui è prevista l’entrata in produzione in varie aree nel Mediterraneo, passando per il Golfo del Messico e l’Oceano Indiano, il Mar Caspio e quello di Barents, la foresta amazzonica e le coste africane. È preoccupante inoltre che pure i minimi investimenti nelle fonti rinnovabili portati avanti da Eni, sottolineano ancora Greenpeace, Legambiente e Wwf, “coinvolgono anche l’uso di materie prime come l’olio di palma, che deriva da attività spesso connesse alla deforestazione e che contribuiscono in maniera rilevante alle emissioni di gas serra”. Così come “non è più possibile accettare acriticamente le ripetute dichiarazioni sulla ‘sostenibilità climatica’ del gas naturale, sui cui tanto Eni afferma di puntare. Numerosi rapporti confermano infatti che il computo complessivo delle emissioni di gas clima-alteranti connesse alle produzioni di gas naturale sono, e sono state, ampiamente sottostimate. Se l’utilizzo del gas è un elemento degli scenari di transizione energetica, la scala del proposto sviluppo di una ulteriore dipendenza dal gas naturale della nostra economia è contraria a ogni ipotesi ragionevole di tutela del clima e di indipendenza energetica”.
  Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/12/eni-continua-rilanciare-fonti-fossili-associazioni-di-maio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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I petrolieri pronti a “bombardare” anche lo Ionio

Edison pronta a usare la tecnica dell’air gun nel mar Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca: onde d’urto per analizzare i fondali marini alla ricerca di giacimenti di fonti fossili. Queste “esplosioni” generano danni enormi all’ecosistema marino.allegri

La minaccia dei petrolieri ai mari italiani, mai venuta meno negli ultimi anni, si estende ora alle acque dello Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca, su un’area che, secondo la Convenzione sulla Biodiversità (Convention on Biological Diversity – CBD), è classificata come EBSA, ovvero come particolarmente preziosa per l’ecosistema marino nel suo complesso. È quanto denuncia Greenpeace Italia nel rapporto appena pubblicato, “Troppo rumor per nulla. Un altro assalto degli air gun al nostro mare, tra Adriatico e Ionio”.

La ricerca di nuovi giacimenti di fonti fossili sotto i nostri fondali è il fattore che muove, in questo caso, la Edison S.p.A. (Permesso di Ricerca di Idrocarburi Liquidi e Gassosi “d 84F.R-EL”), e avverrebbe ancora una volta con la tecnica dell’air gun. Un dispositivo che, generando artificialmente onde d’urto e analizzandone la riflessione sui fondali marini, permette di identificare i depositi di idrocarburi offshore. Per la ricerca di un giacimento marino sono impiegati decine di air gun, disposti su due file a una profondità di 5-10 metri: producono violente detonazioni ogni 10-15 secondi per settimane, continuativamente. Il rumore generato è almeno doppio rispetto a quello del decollo di un jet. Gli effetti dannosi delle esplosioni sull’ecosistema marino sono documentati in numerosi studi e in questo caso colpirebbero molto specie: tonni, pesci spada, squali, mobule, cetacei, tartarughe caretta. Nonché habitat di profondità con organismi come coralli e spugne che rappresentano importanti serbatoi di biodiversità, sono aree di riproduzione di numerose specie ittiche di importanza commerciale e contribuiscono al riciclaggio di materia organica nella catena trofica.

«Ci sono Paesi che hanno vietato la ricerca, e quindi l’estrazione, di nuovi giacimenti fossili nei loro mari. Ultima in tal senso la Nuova Zelanda, che sta rinunciando a riserve infinitamente più consistenti di quelle presenti sotto i nostri fondali, pur di proteggere questi ecosistemi, il clima e ogni altra attività economica legata al mare e potenzialmente danneggiata dal petrolio. Cosa aspetta l’Italia a darsi un indirizzo conseguente con gli impegni presi in sedi internazionali come l’Accordo di Parigi?», dichiara Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia.

Greenpeace ricorda nel suo rapporto che “la scoperta dei banchi di coralli di acque fredde (o di profondità, o “coralli bianchi”) al largo di Santa Maria di Leuca ha fatto di questo tratto di mare un’area di primissimo interesse biologico. Si tratta di comunità dominate da Madrepora oculata e Lophelia pertusa. Questi banchi di coralli di profondità sono un hot spot di biodiversità. Ci sono non meno di 222 specie a profondità tra 280 e 1121 metri. Spugne (36 specie), molluschi (35), cnidari (o celenterati: coralli, anemoni…: 31 specie), anellidi (24 specie, di cui una trovata qui per la prima volta nel Mediterraneo), crostacei (23), briozoi (19) e 40 specie di pesci”. Secondo l’associazione ambientalista la richiesta di permesso presentata da Edison per sondare i fondali di questo tratto di mare è lacunosa ed omissiva, nel valutare i possibili impatti dell’air gun sull’ambiente. Per questo l’associazione presenterà le sue osservazioni nel merito al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, per chiedere il respingimento di questo ennesimo tentativo di oltraggio ai nostri mari. Greenpeace auspica che le istituzioni locali si attivino per contrastare una prospettiva che minaccerebbe turismo, pesca e comunità costiere; e auspica inoltre che sulle attività di ricerca di nuovi giacimenti, che interessano l’intero Adriatico e alcune aree dello Ionio, si ascolti anche la voce della società civile di quei territori, da tempo e in larga misura contraria a questa prospettiva.

Fonte: ilcambiamento.it

Il Consiglio Europeo resta attaccato a carbone e fonti fossili

Adottato lunedì sera a Bruxelles l’accordo preliminare sulla riforma del pacchetto energia; i ministri degli Stati membri si fanno beffe degli impegni promessi e puntano su carbone e fonti fossili. La denuncia di Greenpeace.9720-10494

Il Consiglio europeo ha adottato lunedì sera, 18 dicembre, l’accordo preliminare sulla riforma del pacchetto energia denominato, «in modo quasi beffardo» commenta Greenpeace, “Clean Energy for All Europeans”. «I ministri dell’energia riuniti a Bruxelles hanno infatti deciso di privilegiare carbone e altri combustibili fossili, anziché puntare sulle energie rinnovabili, e hanno confermato discutibili incentivi per le fonti fossili, decidendo di finanziare anche alcune tra le più inquinanti centrali a carbone del Continente» spiega l’associazione ambientalista. Inoltre hanno indebolito la proposta della Commissione Europea per quanto riguarda il diritto di cittadini, cooperative energetiche e comuni di produrre e vendere la propria energia da fonti rinnovabili.

«Il Consiglio ha infine ignorato l’invito del Parlamento europeo ad aumentare l’obiettivo al 2030 per quanto riguarda la produzione di energia da fonti rinnovabili. Tutto questo nonostante l’attuale obiettivo sia troppo basso per rispettare gli impegni che l’Ue ha preso con gli Accordi di Parigi» spega sempre Greenpeace.

«Per l’industria dei combustibili fossili il Natale è arrivato in anticipo, grazie ai ministri Ue che ieri si sono pronunciati in favore di sussidi persino per alcune tra le centrali a carbone più inquinanti d’Europa», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Il potenziale dei cittadini europei, invece, non è stato minimamente tenuto in considerazione, dato che il Consiglio Europeo sta sostanzialmente svuotando la proposta della Commissione per quanto riguarda il diritto di tutti di produrre e vendere energia da fonti rinnovabili».

Secondo Greenpeace, l’Italia ha giocato un ruolo molto marginale. Il ministro Calenda, assente a Bruxelles, ha infatti appoggiato tutte le richieste delle grandi aziende legate all’uso di carbone, petrolio e gas, boicottando completamente l’idea di supportare la produzione rinnovabile per i cittadini, le cooperative e i comuni.

«Un comportamento incomprensibile, visto che l’Italia abbandonerà il carbone entro il 2025 e ha tutte le possibilità per diventare leader nella produzione di energia da fonti rinnovabili», continua Iacoboni. «Calenda continua però a vedere solo un futuro pieno di gas, con impianti come il TAP a farla da padrone, senza considerare che l’unica strada per essere meno dipendenti dall’estero è quella di puntare su sole, vento ed efficienza energetica», conclude.

La palla ora passa nuovamente al Parlamento europeo, che dovrebbe finalizzare la propria posizione sulla direttiva sulle energie rinnovabili in un voto in plenaria previsto per la seconda metà di gennaio. A marzo è invece programmato il voto per la normativa denominata “Electricity Market Design”. Per quanto riguarda il Consiglio europeo ci si attende la conferma, il prossimo 26 febbraio, dell’accordo preliminare raggiunto ieri sull’intero pacchetto. I successivi negoziati tra le tre parti coinvolte (Parlamento europeo, Commissione e Consiglio) partiranno poi in primavera.

Fonte: ilcambiamento.it

Addio fonti fossili: le nazioni da promuovere

Svezia e Irlanda in primis, ma anche il Costarica, la Danimarca e in buona parte la Norvegia si stanno distinguendo nel panorama internazionale per le loro scelte controcorrente: disinvestire dalle fonti fossili e scegliere l’energia rinnovabile. Ciascuna con una propria tabella di marcia.

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E’ di appena una settimana fa l’approvazione in Irlanda di una legge che azzera completamente gli investimenti pubblici in fonti fossili. La votazione è senz’altro storica: 93 sì e 53 no in Parlamento per il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, che propone di cancellare tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese, l’Ireland Strategic Investment Fund, da carbone, petrolio e gas. La legge è stata presentata dal deputato Thomas Pringle e fortemente voluta e sostenuta dal partito dei Verdi irlandesi guidato da Eamon Ryan. Ora manca solo il via libera da parte degli organismi di controllo sulle finanze statali.

L’Irlanda dunque si prepara a fare meglio della Norvegia che nel 2015 aveva deciso di abbandonare tutti gli investimenti nel carbone del suo fondo sovrano. Il fondo di Oslo è il più grande del mondo, vale complessivamente 900 miliardi di dollari e rappresenta uno dei 10 più importanti investitori nel settore. Quindici multinazionali impegnate nell’estrazione del carbone sono state aggiunte qualche mese fa ad altre 52 già sulla “lista nera” della Norges Bank, l’istituto centrale di Oslo che gestisce il fondo sovrano della Norvegia. Il divieto di investire colpisce tra gli altri cinque gruppi americani, tre giapponesi e due cinesi. Nella “lista nera” comparivano già colossi come China Coal Energy, Aes e Peabody Energy, il maggior produttore di carbone degli Stati Uniti. Era anche circolata la notizia che la Norvegia voleva bandire la vendita di auto “convenzionali” (cioè con motori a combustione interna) dal 2025, ma poi è emerso che non era così. Nessun divieto, ha chiarito il ministro norvegese dell’Ambiente, Vidar Helgesen, ma un’azione decisa per scoraggiare sempre di più l’acquisto di vetture a benzina e gasolio. Oggi la Norvegia è prima sulla scena internazionale in quanto a diffusione dei mezzi ecologici in proporzione al mercato complessivo, con il 20-30% delle immatricolazioni mensili riferite a veicoli totalmente elettrici o ibridi plug-in. Quasi un’auto nuova su quattro, insomma, fa il pieno “alla spina”, anziché alla pompa di benzina.

Anche la Svezia è passata alla fase operativa della decisione di abbandonare da qui al 2020 i carburanti fossili. Ecco cosa prevede il piano operativo del governo:

  1. 4,5 miliardi di corone subito, nei prossimi dodici mesi, per sviluppare le infrastrutture verdi, dai pannelli solari alle pale eoliche fino alla biomassa e alla produzione di energia dall’incenerimento dei rifiuti.
  2. Già oggi la raccolta e il reimpiego dei rifiuti funzionano così bene che Stoccolma deve importarne per far funzionare gli impianti che li inceneriscono producendo energia.
  3. Poi ogni anno 50 milioni di corone saranno spese per le tecnologie per immagazzinare l’elettricità in eccesso, e un miliardo di corone sarà destinato all’ammodernamento termico degli edifici abitativi o pubblici per ridurne il consumo energetico.
    4. Ogni anno Stoccolma – che già è tra i primi della classe mondiali negli aiuti ai paesi poveri – spenderà 500 milioni di corone per sostenere investimenti per l’infrastruttura e l’energia verdi nei Paesi in via di sviluppo.
    5. Nel campo dei trasporti terrestri, la rivoluzione è già attuata. Tutti i mezzi pubblici – dalla Tunnelbana (la fitta, splendida rete di metro di Stoccolma) ai treni ad alta velocità e normali, ai tram, tutti i veicoli elettrici su rotaie camminano solo con elettricità prodotta da energie rinnovabili. I taxi e i loro operatori sono sfavoriti (con più tasse e col divieto di percorsi lunghi tipo città-aeroporto) se non sono vetture a gas, ibride o elettriche. Vedi girare persino diversi taxi Tesla, nonostante l’alto prezzo dell’elettrica di lusso. Gli autobus camminano solo a bioetanolo o a propulsione ibrida. Analogo sistema per l’illuminazione pubblica.
  4. Sono in fase avanzata, in cooperazione con ditte d’alta tecnologia e ricerca d’eccellenza israeliane e della Silicon Valley, gli studi per produrre biocarburanti anche per i motori d’aviazione, quelli degli aerei civili (la Sas, l’airline cogestita con danesi e norvegesi, è un big mondiale specie nel lungo raggio), e quelli dei potentissimi caccia multiruolo Saab JAS-39 Gripen, spina dorsale dell’aviazione reale sempre in allarme rosso contro le quotidiane, pericolose provocazioni e violazioni di spazio aereo da parte dei bombardieri atomici di Putin. Il Gripen tra l’altro è uno dei grandi successi dell’export d’eccellenza svedese (il 50 per cento del pil viene dalle esportazioni industriali) ma come ogni arma made in Sweden è sottoposto a regole di export etico: va venduto solo a democrazie. Già oggi la Svezia produce due terzi dell’elettricità con fonti rinnovabili. La Danimarca è arrivata nell’estate 2016 a produrre con le pale eoliche il 140% del fabbisogno d’elettricità, esportando il resto in Germania, Svezia e Norvegia. Stoccolma dispone ancora di almeno otto centrali nucleari ma le vuole spegnere in fretta.

Eccellenza green anche in Danimarca, specialmente nella capitale Copenaghen, con il Piano Clima 2025 che potete approfondire qui.

Da non dimenticare, poi, il Costa Rica, che continua a tenere alta la bandiera delle green energy. Quello che era inizialmente l’incredibile record di un mese, è divenuto il primato di quasi un anno: per 250 giorni del 2016 il Paese ha fatto affidamento solo sulle fonti rinnovabili. Secondo i dati pubblicati dal Costa Rican Electricity Institute (ICE) l’energia pulita ha fornito circa 98,1 per cento dell’elettricità consumata durante lo scorso anno dai 4,9 milioni di abitanti. Un dato di poco sotto le performance del 2015, quanto le fonti rinnovabili avevano coperto addirittura il 98,9 per cento della domanda. Il merito è soprattutto delle intense piogge stagionali che hanno favorito la produzione idroelettrica, prima voce nel mix energetico nazionale. Le grandi dighe (benché abiano provocato e provochino impatti ambientali d’altro genere tutt’altro che trascurabili) contribuiscono oggi al 74% del mix, seguite da geotermia ed eolico, rispettivamente sopra il 12 e il 10%. Il resto lo fanno i piccoli impianti fotovoltaici e alimentai a biomasse, lasciando ai combustibili fossili un risicato 1,8%.

Fonte: ilcambiamento.it

Le energie rinnovabili e la green economy non basteranno a salvarci

In tempi di crisi si fa un gran parlare di energie rinnovabili e di green economy; ma sono davvero la soluzione che salverà il pianeta? I consumi aumentano a dismisura anche in paesi che hanno complessivamente miliardi di abitanti; quale green economy potrà mai stare dietro a simili livelli produttivi, a ritmo così forsennato?

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Che si producano milioni di prodotti inutili con le fonti fossili o con il solare, sempre prodotti inutili saranno e quello che si guadagna ambientalmente o energeticamente da una parte, lo si perde dall’altra. Per quanto sia certamente meglio utilizzare il solare piuttosto che il petrolio, comunque si sprecano preziose risorse non rinnovabili per produrre qualcosa di inutile. Pensiamo alle automobili; si fa un gran parlare dell’auto elettrica come se fosse la soluzione magica. Ma ve le immaginate centinaia di milioni di auto elettriche di quante risorse ed energia hanno bisogno per essere prodotte? Risorse che non sono di certo rinnovabili, perché quello che c’è dentro ad un’auto ha poco di rinnovabile. A meno che non la si voglia fare tutta di legno, ma allora non è più un automobile ma un carretto e serve il cavallo, difatti è lì che andremo a finire se non fermiamo la follia della crescita. Inutile poi diminuire il consumo di carburante per automobile se poi ogni anno le vetture aumentano sempre di più e vanificano il risultato ottenuto dal minor consumo. Per sostenere con la green economy la crescita che fa felici industriali e governanti, dovremmo lastricare l’intero pianeta di pannelli solari e nemmeno basterebbe; pannelli solari che a loro volta hanno bisogno di materiali ed energia per essere prodotti, materiali che spesso non sono rinnovabili. Per quante fandonie si possano raccontare per poter continuare a vendere qualsiasi cosa, fortunatamente dai limiti terrestri non si scappa. La vera green economy e l’uso delle energie rinnovabili hanno senso solo se si mette in discussione la crescita e se per ogni prodotto ci si chiede se veramente è utile e quale è il suo grado di rinnovabilità. A certi nuovi convertiti, a cui non è mai interessato nulla dell’ambiente, importa maggiormente il portafoglio; lo dimostra in Italia il boom del fotovoltaico che spesso è stato solo speculazione. Il fotovoltaico fra le energie rinnovabili è quella che ha il rendimento minore ed è la meno interessante da un punto di vista ambientale. Ha molto più senso coibentare la casa con materiali naturali, quelli sì rinnovabili; e con quelli si abbassano drasticamente i consumi di riscaldamento e raffrescamento fino quasi a eliminarli del tutto, come per le case passive. Sono tanti coloro che hanno installato pannelli fotovoltaici nella propria casa o azienda e hanno continuato a consumare come e più di prima; in questo caso più che green economy si tratta di stupid economy. Agire così non ha senso e ha solo arricchito imprenditori senza scrupoli che si sono buttati sul fotovoltaico esclusivamente perché rendeva; poi gli stessi li vedi andare in giro in mega SUV, Maserati o Ferrari, che in quanto a protezione ambientale e risparmio energetico sappiamo bene essere il top. Per quanto ci si possa illudere o mettersi adesso questa copertina trasparente della green economy, non si scappa: è la crescita il problema e finchè quella non sarà messa in discussione e accantonata, non ci saranno rinnovabili o green economy che tengano. Anche le multinazionali dell’energia, dopo aver inquinato tutto l’inquinabile, si stanno buttando sulle rinnovabili ma dal punto di vista centralizzato, cioè l’energia ce la devono comunque vendere loro, mica ci dicono di renderci autonomi, che è invece la peculiarità principale delle energie rinnovabili stesse. Le risorse sono finite, inutile prenderci in giro; tutto quello che si produce deve essere attentamente vagliato per fare in modo che sia rinnovabile o comunque, se si utilizzano risorse finite, occorre fare in modo che i prodotti si possano riparare, riciclare, rendendone la vita più lunga possibile: l’esatto contrario di quello che dice il dogma del PIL, che per crescere ha assolutamente bisogno di usa e getta a ritmo continuo e più le discariche aumentano e più il PIL gioisce. Ma verrà un giorno, non molto lontano, che malediremo i sacerdoti del PIL mentre ci ritroveremo a scavare nelle discariche per trovare materiali preziosi che nel tempo della follia consumistica avevamo così stupidamente buttato per fare ingrassare industriali e politici senza scrupoli.

Fonte: ilcambiamento.it

Copenaghen disinveste quasi 1 miliardo di euro dalle fonti fossili

La commissione finanze di Copenaghen ha accolto la proposta del sindaco Frank Jensen di disinvestire quasi un miliardo di euro in corone danesi togliendo questo denaro dalle fonti fossili. Ora l’ultima parola passa al consiglio cittadino. E l’Italia?

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«Copenhagen è all’avanguardia nella transizione verso l’energia verde» ha detto il sindaco della capitale danese. «E noi stiamo impegnandoci per diventare la prima capitale al mondo a bilancio neutro di CO2 nel 2025. Quindi abbiamo ritenuto sbagliato continuare a investire in petrolio, carbone e gas». Ha spiegato Thomas Meinert Larsen, responsabile dell’operazione di disinvestimento: «L’energia eolica è da record in Danimarca e stiamo per coprire l’80% del nostro fabbisogno per l’elettricità e il riscaldamento con fonti rinnovabili, entreremo a regime nel giro di 4 anni. Abbiamo anche le prove secondo cui le aziende e i gruppi che lavorano con le fonti fossili hanno mentito deliberatamente sui cambiamenti climatici e stanno facendo pressioni in maniera aggressiva per fermare le politiche energetiche a loro non vantaggiose. La decisione di dismettere gli investimenti nelle fonti fossili mette Copenaghen dalla parte giusta della storia». Il disinvestimento su questo fronte è nell’agenda anche di altre capitali europee, come Stoccolma, Amsterdam e Berlino. Anche Oslo si è già mossa in questa direzione, così come Parigi e Newcastle in Australia. Nel mondo oltre 500 municipalità hanno iniziato a ridurre in varie forme i loro investimenti nelle fonti fossili. E l’Italia? Il governo Renzi ha tentato in tutti i modi di far saltare i referendum contro le trivellazioni, ma è sopravvissuto un quesito (anche se gli uomini del premier ci stanno lavorando…). Peccato che, se non si andrà all’election day, si sperpereranno tanti denari pubblici. Il governo non lo vuole assolutamente perché porterebbe ad una maggiore partecipazione. E ancora: i consumi di gas naturale in Italia per l’anno 2015 sono risultati in sensibile crescita, +9% sul 2014, dopo il calo costante degli ultimi quattro anni. La domanda di gas naturale per la generazione di energia elettrica è cresciuta del 16,5%, pari a 20,7 miliardi di metri cubi. E alcune indiscrezioni hanno fatto trapelare la notizia di un possibile accordo tra Italia e Russia per il coinvolgimento del nostro paese e di Saipem nel raddoppio del gasdotto North Stream. Butteremo altri soldi? Nel 2015 anche i consumi petroliferi in Italia sono tornati a crescere: circa 59,7 milioni di tonnellate, con un aumento del 3,6% rispetto al 2014. In calo i consumi di benzina, in aumento quelli del gasolio per autotrazione: insieme crescono dell’1%. E il carbone? Secondo il rapporto Wwf “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso, attualmente in Italia sono in funzione 12 centrali a carbone alcune delle quali sono vecchie, usano tecnologie obsolete e sono attive nel bel mezzo di aree urbane densamente abitate. Questi impianti nel 2014 hanno contribuito a soddisfare solo il 13,5% del consumo interno lordo di energia elettrica con circa 43.455 GWh, ma hanno emesso oltre 39 milioni di tonnellate di CO2 corrispondenti a quasi il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. L’Italia, con una potenza elettrica installata di circa 122 GW, a fronte di una punta massima della domanda di quasi 59,4 GW (raggiunta il 21 luglio 2015 a causa delle condizioni di caldo eccezionale), ha una sovrabbondanza di centrali termoelettriche (overcapacity) che fa sì che già oggi gli impianti funzionino a scartamento ridotto, con un assurdo aggravio di costi per i cittadini. Inoltre un emendamento nel Milleproroghe ha portato da 5 a 6 anni l’estensione del periodo incentivato per i vecchi impianti a biomasse, biogas e bioliquidi concessa con la Legge di Stabilità. Un regalo da circa 100 milioni di euro l’anno a spese dei consumatori e dei nuovi impianti a fonti rinnovabili. Malgrado i no di 5 Regioni, è poi passato il decreto inceneritori, cui il governo punta a costruire in Italia altri nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti. Un paese, il nostro, piantato nelle paludi degli interessi privati!

 

Fonte: ilcambiamento.it

Bill Gates promette 2 miliardi di dollari di investimento nelle rinnovabili

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A maggio The Guardian aveva lanciato un appello per chiamare Bill Gates, il miliardario e filantropo, fondatore di Microsoft, a un impegno forte per l’ambiente. Ora Gates si muove con decisione a sostegno delle energie rinnovabili e negli scorsi giorni ha annunciato di voler investire 2 miliardi di dollari in tecnologie volte ad accelerare lo sviluppo dell’energia da fonti pulite e la riduzione delle emissioni di gas serra. In un’intervista rilasciata all’autorevole magazine The Atlantic, Gates ha spiegato che, visto lo stallo della politica, le iniziative volte a contrastare i cambiamenti climatici devono venire da investimenti privati. Gates chiede di superare la politica obamiana che vuole passare gradualmente dal petrolio e dal carbone al gas naturale: quello che è necessario è abbandonare le fonti fossili. Gates sostiene che tutti coloro che hanno immense disponibilità finanziaria dovrebbero dedicarne una parte per sostenere le start-up che lavorano per la ricerca e lo sviluppo di sistemi di produzione e distribuzione dell’energia da fonti pulite. Laddove gli Stati e i Governi non possono più arrivare per carenze di cassa, deve intervenire il settore privato. “Abbiamo bisogno di un’innovazione che ci dia energia più economica degli idrocarburi, a zero emissioni e affidabile quanto il sistema energetico odierno. Abbiamo bisogno di un miracolo energetico. Può sembrare scoraggiante, ma nella scienza i miracoli avvengono di continuo”, spiega Gates. E se i privati dovranno fare la loro parte, i Governi non potranno esimersi dalle tasse sulle emissioni: “Senza una carbon tax considerevole, non ci sarà l’incentivo a passare alle energie pulite”. Il traguardo? Arrivare a un 2050 in cui Stati Uniti e Cina, i grandi inquinatori del Pianeta, raggiungeranno le emissioni zero, smettendo di aggiungere CO2 all’aria.

Fonte:  The Atlantic

 

Trivelle, petrolio e ambiente: le mani che si allungano sulle coste siciliane

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In questi giorni si sta assistendo a un rovente botta e risposta tra associazioni ambientaliste e rappresentanti del governo. In particolare, ci riferiamo alle recenti dichiarazioni rilasciate da Matteo Renzi inerenti lo sfruttamento delle risorse petrolifere del meridione e al contrattacco di Greenpeace. Il presidente del Consiglio, infatti, in un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, ha affermato: “Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”. Parole che hanno acceso gli animi di tutte quelle persone che le trivellazioni, l’estrazione del petrolio e gli interessi delle multinazionali li pagano sulla propria pelle. Nei giorni scorsi, la Rainbow Warrior è approdata al porto di Palermo per manifestare contro una situazione di sfruttamento che favorisce le multinazionali e va avanti da anni. Secondo Greenpeace, sarebbero circa 20 le autorizzazioni in via di concessione da parte del ministero dell’Ambiente per operazioni di ricerca e di estrazione al largo delle coste siciliane. Concessioni che, denuncia Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace, consentono alle piattaforme petrolifere di stazionare anche a poco più di 20 km dalla rive e vicinissimo ad aree protette e riserve naturali. Una corsa al petrolio che, stando a quanto affermato da Greenpeace, lascia il tempo che trova, affossando ancora una volta i buoni propositi di sostenibilità e futuro rinnovabile. Nella risposta fornita dall’organizzazione alle parole del presidente del Consiglio, si legge: “Forse offuscato dalla voglia di fare, Renzi ha dimenticato di analizzare in maniera approfondita i dati, quelli veri. Parla di 40.000 posti di lavoro, prendendo per buoni i dati di Assomineraria (che ha recentemente dichiarato anche che le trivelle in mare fanno bene alla pesca), e dimenticandosi ad esempio di rapporti di Confindustria e sindacati, che evidenziano come il ramo occupazionale legato all’efficienza energetica sia enormemente più ampio e importante. Si potrebbero creare 160 mila posti di lavoro l’anno per dieci anni, senza considerare l’indotto per l’economia e i risparmi per i cittadini”. Una battaglia quella dell’estrazione del petrolio che, secondo Greenpeace, sarebbe inutile visto che “non coprirebbe neppure due mesi di consumi del sistema paese. Senza considerare le royalties, tra le più basse d’Europa”. E che dire di quei tre quattro comitatini che contano centinaia di migliaia di persone che, ogni giorno, in tutta Italia, vivono sulla propria pelle le conseguenze delle fonti fossili? Tralasciando la mancanza di diplomazia e il cattivo gusto con cui un rappresentante politico ha chiamato in causa una buona fetta della popolazione  che lotta per i propri diritti, il rischio è che, come al solito, oneri e onori siano distribuiti in maniera poco equa, con rischi e danni ambientali ai cittadini e guadagni nelle tasche dei soliti noti. Secondo quanto denunciato da Giannì: “Ci sono vergognose omissioni nel decreto ministeriale che ha sancito la compatibilità ambientale delle nuove trivellazioni nel Canale di Sicilia: non sono stati valutati i rischi di incendi sulle piattaforme, di frane del sottosuolo marino, di dispersione di petrolio in mare, si pongono le basi per un disastro ambientale nel Mediterraneo. Abbiamo già avviato la procedura per presentare ricorso al Tar, ma i tempi stringono e abbiamo bisogno dell’aiuto delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria”. In particolare, l’organizzazione fa riferimento al progetto “Offshore Ibleo” dell’Eni, che prevede otto pozzi, gasdotti e una piattaforma in mare a largo della costa tra Gela e Licata. Oltre che infrastrutture di terra proprio dentro l’area protetta di Biviere di Gela. Sono anni che l’Eni allunga le mani sulla Sicilia, alla ricerca di guadagni. Qualche tempo fa, ad esempio, abbiamo parlato del progetto denominato “Vela 1”, un progetto di ricerca di idrocarburi gassosi al largo del comune di Licata (Agrigento) per cui è stato presentato uno Studio di impatto Ambientale (SIA) su cui sono intervenute numerose associazioni. All’epoca, le associazioni denunciavano uno studio di impatto superficiale e fuorviante, senza una reale valutazione dei rischi e istruzioni su come intervenire in caso di disastri (potete approfondire l’argomento a questo link).  È da tempo che i “comitatini” denunciano gli interessi delle multinazionali e i rischi che l’ambiente e i cittadini siciliani corrono in questa lotta a chi trivella più a fondo. È da tempo che le organizzazioni come Greenpeace chiedono un incontro coi politici per risolvere una questione che nessuno sembra voler considerare. Greenpeace, in circa due mesi, ha raccolto con la sua iniziativa oltre 45.000 firme di cittadini che hanno sottoscritto la dichiarazione online di “indipendenza dalle fonti fossili”. Non si può e non si deve ignorare questa voce. Ma, del resto, questo governo “del fare” ci ha già abituati ai regali alle multinazionali che attentano all’ambiente: http://ambientebio.it/mari-e-fiumi-piu-inquinati-grazie-al-nuovo-decreto/

Fonte: ambientebio.it/

Energie rinnovabili oltre il 35% nel primo trimestre 2014

L’aumento del 19% rispetto al primo trimestre 2013 è merito soprattutto dell’idroelettrico, che grazie alle abbondanti piogge ha ritrovato la sua storica potenzialità. Confermato il continuo calo delle fonti fossili (-14%)

Nuovo record per le energie rinnovabili che nel primo trimestre 2014 hanno prodotto 23 TWh, a fronte dei 19,4 del 2013 (fonte Terna), con una quota pari al 35,2% della produzione totale: lo scorso anno era del 28,2%. Il merito è soprattutto dell’ idroelettrico che, complici le abbondanti piogge invernali, segna un+ 34%, che compensa largamente i minori flussi eolici (-6%); decisamente positivo l’andamento del fotovoltaico (+18%) , nonostante tutti i nemici che in Italia gli fanno la guerra. In netto calo la produzione da fonte fossile che con 42 TWh segna un -14% rispetto al primo quarto del 2013 e un – 42% rispetto al massimo storico del 2006. Se il trend dovesse continuare, il nostro paese non è lontano dal momento del sorpasso delle energie sostenibili e pulite su quelle inquinanti e dannose. Il prossimo cambio degli amministratori dei dinosauri fossili italiani, ENI ed ENEL, potrebbe rappresentare da questo punto di vista una straordinaria opportunità. Speriamo non venga sprecata, anche perchè nei prossimi 20 anni i benefici portati dalle rinnovabili supereranno di gran lunga i costi dell’incentivazione.

Rinnovabili-e-fossili-primo-quadrimestre-2014

Fonte: ecoblog.it

Al Gore mette in guardia la finanza dalla bolla del carbonio

Secondo l’ex vicepresidente USA, non è possibile attendere gli accordi internazionali, ma gli investitori devono iniziare a individuare i “rischi da carbonio” nei loro portafogli, spostando il denaro dai fondi fossili ad alternative più sostenibiliAl-Gore-586x385

L’ex vicepresidente USA Al Gore, noto per il suo impegno per la lotta ai cambiamenti climatici, ha messo in guardia il mondo della finanza dal rischio estremamente reale delle scoppio della bolla del carbonio, già messo in luce in un rapporto curato da Lord Nicholas Stern. Due terzi delle riserve di carbonio nel sottosuolo sono di fatto non bruciabili (unburnable) se si intende mantenere gli aumenti di temperatura nell’ambito dei due gradi. La manifestazione progressiva dei pericoli legati al cambiamento climatico porterà a maggiori regolamentazioni sulle emissioni ed ad una carbon tax; tutti i fondi di investimento legati alle fonti fossili saranno a rischio proprio a causa della necessità di dare vita a un’economia low carbon. Non si tratta solo di speculazioni, perchè parte del mondo della finanza si sta muovendo in questo senso e lo stesso Al Gore ha fondato la Generation Investment Management insieme con David Bloom, ex CEO di Goldman-Sachs, per introdurre criteri di sostenibilità negli investimenti finanziari. Conflitto di interessi? E’ possibile che sia così; tuttavia per il bene del pianeta forse non è il caso di essere troppo schizzinosi se il risultato potrebbe essere una finanza meno rapace e più sostenibile. Gore e Bloom sostengono che non c’è tempo di aspettare nuovi accordi internazionali, per cui gli investitori dovrebbero identificare e rendere pubblici i “rischi da carbonio” nei loro portafogli, per arrivare a diversificare gli investimenti privilegiando le opzioni a basso carbonio come le fonti energetiche rinnovabili e i veicoli elettrici e dismettendo il proprio denaro dai fondi legati alle compagnie petrolifere per cercare soluzioni a più basso carbonio. Queste scelte certo non miglioreranno oggi la vita delle persone più svantaggiate su questo pianeta, ma almeno avranno il coraggio di iniziare a cambiare direzione prima che sia troppo tardi.

Fonte: ecoblog