Codacons: «In tre anni da dieci case farmaceutiche 163 milioni a 32mila medici»

«Tra il 2015 e il 2017 le principali 10 case farmaceutiche operanti in Italia hanno versato nelle tasche dei medici italiani la bellezza di oltre 163 milioni di euro attraverso finanziamenti e sussidi di vario tipo»: lo denuncia il Codacons, che ha realizzato un apposito report sulla base dei dati ufficiali.

Tra il 2015 e il 2017 le principali 10 case farmaceutiche operanti in Italia hanno versato nelle tasche dei medici italiani la bellezza di oltre 163 milioni di euro attraverso finanziamenti e sussidi di vario tipo. Lo denuncia il Codacons, che ha realizzato un apposito report sulla base dei dati ufficiali. I numeri che emergono dallo studio dell’associazione sono impressionanti: 32.623 tra medici, fondazioni e ospedali, hanno complessivamente percepito in Italia 163.664.432,70 euro nel periodo compreso tra il 2015 e il 2017. Soldi versati dalle aziende Abbvie, Almirall, Merck, Msd, Hospira, Pfizer, Pfizer Italia, Pierre Fabre Pharma, Pierre Fabre Italia, GlaxoSmithKline a titolo di accordi di sponsorizzazione, donazioni, viaggi, quote di iscrizione, corrispettivi e consulenze, ecc.

«Finanziamenti che ora finiscono all’attenzione dell’Autorità Anticorruzione, attraverso un esposto – fa sapere l’associazione dei consumatori – in cui si chiede di aprire una istruttoria sul caso e verificare la piena correttezza delle sovvenzioni, alla luce della possibile violazione dell’articolo 30 del Codice di Deontologia medica che impone al professionista di “evitare ogni condizione nella quale il giudizio professionale riguardante l’interesse primario, qual è la salute dei cittadini, possa essere indebitamente influenzato da un interesse secondario” nonché di “dichiarare in maniera esplicita il tipo di rapporto che potrebbe influenzare le sue scelte consentendo al destinatario di queste una valutazione critica consapevole.” Il medesimo articolo impone l’assoluto divieto per il medico di “Subordinare il proprio comportamento prescrittivo ad accordi economici o di altra natura, per trarne indebito profitto per sé e per altri”».

«A supportare le nostre tesi – prosegue il Codacons in una nota – nell’esposto viene citato un recentissimo studio pubblicato l’8 febbraio 2019 sulla rivista americana “The Oncologist” che ha analizzato la relazione tra le somme ricevute dai medici da parte delle case farmaceutiche per consulti, viaggi o ad altro titolo, e le prescrizioni degli stessi medici relative ai farmaci prodotti dalle case farmaceutiche che avevano erogato tali somme. I risultati della ricerca hanno evidenziato l’aumento delle prescrizioni in favore di farmaci prodotti dalle aziende farmaceutiche che avevano erogato i finanziamenti in questione. In particolare – secondo la rivista “The Oncologist” – si è assistito a un incremento di prescrizioni per il trattamento di quattro diverse tipologie di cancro (carcinoma prostatico, carcinoma renale, carcinoma polmonare e leucemia mieloide cronica)». 

L’associazione ha pubblicato «l’elenco integrale suddiviso per Comune dei 32.623 medici, fondazioni e ospedali che nel triennio hanno percepito soldi dall’industria del farmaco, affinché ogni cittadino possa verificare in modo autonomo i rapporti tra il proprio medico e le aziende farmaceutiche».

Il Codacons «rinnova la richiesta agli Ordini dei medici provinciali di imporre a tutti i camici bianchi l’obbligo di indicare all’interno degli studi medici i rapporti intercorrenti con le aziende produttrici di farmaci, al fine di garantire massima trasparenza ai propri pazienti, e chiede alle Asl e alla Guardia di Finanza di verificare tutte le prescrizioni erogate dai medici inseriti nel report, accertando eventuali squilibri a favore delle aziende finanziatrici».

Fonte: ilcambiamento.it

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Chi sono i ricercatori finanziati dalla Coca Cola?

La Coca Cola ha pubblicato una lista, definita “trasparente” dalla stessa multinazionale, dei ricercatori scientifici che finanzia. Ma la rivista Public Health Nutrition ne ha verificato correttezza e completezza e ha scoperto che…Immagine

Un articolo pubblicato su Public Health Nutrition ha cercato di valutare quanto fosse completa la lista, dichiarata come “trasparente” dalla CocaCola, dei 218 ricercatori finanziati dalla stessa. Per far ciò, gli autori dell’articolo hanno considerato tutte le ricerche scientifiche i cui autori avevano dichiarato di aver ricevuto dei finanziamenti dalla CocaCola, pubblicate tra il 2008 e il 2016. Hanno così identificato 389 articoli pubblicati in 169 diverse riviste da 907 autori. Su 331 articoli in cui apparivano finanziamenti da parte della CocaCola, 128 (39%) non avevano tra gli autori uno dei 218 ricercatori della lista “trasparente”, mentre 38 (17%) di questi 218 ricercatori avevano omesso di dichiarare i finanziamenti ricevuti. La lista “trasparente” della CocaCola è quindi alquanto incompleta. Infine, la maggior parte delle ricerche finanziate dalla ditta riguardavano l’attività fisica; la CocaCola si guarda bene dall’analizzare l’associazione tra dieta ed obesità, e soprattutto tra consumo di bevande zuccherate e obesità. Nonostante affermi, dopo i recenti scandali (leggere gli articoli nella lettere 36 di gennaio 2016 e 47 di aprile 2017), di voler essere trasparente, la CocaCola deve fare ancora molta strada per raggiungere questo obiettivo. Un aspetto importante e originale dell’articolo, sottolineato dall’editoriale che lo accompagna, scritto dalla redazione della rivista al completo, è che gli autori pubblicano nomi e cognomi dei 15 ricercatori maggiormente implicati nelle ricerche finanziate da CocaCola in termini di fondi ricevuti e numero di studi realizzati e pubblicati. Tutti e 15 questi ricercatori avevano dichiarato i finanziamenti e facevano parte della lista “trasparente” della ditta. Si tratta quasi sicuramente di un segnale che la Nutrition Society, la società scientifica che pubblica Public Health Nutrition, vuole dare. Non è più sufficiente dichiarare finanziamenti e conflitti d’interesse; bisogna anche smetterla di lavorare per l’industria, soprattutto se si tratta di un’industria invischiata in danni alla salute. Fare i nomi significa additare alla comunità scientifica quei ricercatori che, pur di fare carriera accademica, con i relativi benefici economici, non esitano a collaborare con il diavolo. Se questa strategia, fare i nomi, dovesse diventare comune, forse qualche ricercatore ci penserebbe due volte, prima di imbarcarsi in relazioni pericolose.

Si ringrazia l’associazione No Grazie Pago Io

Fonte: ilcambiamento.it

Limiti di età nei bandi agricoli: è giusto metterli?

Abbiamo chiesto a quattro esperti di progetti agricoli virtuosi cosa pensano della tendenza a privilegiare i giovani nella concessione di terreni, immobili o finanziamenti utili per avviare nuovi progetti rurali. Ne è sortito un interessante dibattito con diverse posizioni. Negli ultimi tempi si sono presentate diverse opportunità per avviare attività agricole o rurali, con agevolazioni, concessioni gratuite di terreni e fabbricati, proposte di incubazione di progetti virtuosi. Dal bando Ismea all’iniziativa del Demanio relativa a masserie e antichi caseggiati da recuperare, fino alla Banca della Terra, ormai diffusa in molte regioni. Il minimo comune denominatore di molte di queste proposte è però l’età: quasi tutte infatti sono rivolte ai soli under 40 o addirittura 35. Ma è giusto porre limiti di età nei bandi agricoli? I giovani devono essere privilegiati rispetto ai meno giovani? Lo abbiamo chiesto a tre “addetti ai lavori”.terre4

La prima a parlare è Lia Taddei, promotrice di un’iniziativa che ha avuto un grandissimo successo, unica nel suo genere in Italia, chiamata Antiche terre giovani progetti, attraverso la quale ha deciso di concedere gratuitamente i terreni di cui è proprietaria a giovani che volevano avviare attività agricole innovative, virtuose e sostenibili.

«A mio avviso bisogna decidere chi si vuol privilegiare: i giovani oggi sono la categoria maggiormente penalizzata, sono senza futuro, senza prospettive; per questo noi ci siamo rivolti essenzialmente a loro, per offrire una piccola opportunità. Detto questo, tutti hanno gli stessi diritti, ma se per un anziano l’attività agricola può essere un hobby, per un giovane si tratta di prospettiva di vita. Penso che senza lavoro per i giovani una società non possa andare lontano. Ci sono anche i cinquantenni che hanno perso il lavoro e cercano nella terra un’opportunità, ma fra le 650 candidature che mi sono arrivate, questi erano una piccola minoranza rispetto all’enorme quantità di giovani laureati disoccupati».

Emanuele Carissimi è uno dei rappresentanti più attivi del GAT Scansano, un progetto agricolo partito grazie alla sottoscrizione di decine di persone. «La domanda è interessante – ci dice Emanuele – e la risposta è molto complessa. Dal punto di vista dell’esperienza, direi che sarebbe meglio aumentare il limite di età, mettendo comunque dei limiti, perché mi pare che siano molti gli over 40 che si mettono in gioco in agricoltura e che devono fare tutto da soli. Allo stesso tempo tuttavia, vedo poche speranze di riabilitare il sistema agricolo se aiutiamo i sessantenni. Ovviamente la legge parte dal presupposto che i giovani non abbiano capacità finanziarie e che un quarantenne invece abbia alle spalle una vita lavorativa che possa coprire questa mancanza. Ormai però, in molti casi questo non è più vero e quindi sarebbe meglio estendere gli aiuti».autosufficienza1

Altro presupposto di legge è quello di tentare un rinnovo generazionale: «Dal mio punto di vista – continua Emanuele – questo aspetto è legato a una variazione di mentalità piuttosto che alla possibilità economica. Troppe iniziative di giovani in campagna si perdono facilmente nella burocrazia e nel mancato ritorno economico di un’attività che ormai è soltanto l’attrattiva personale di un finto ritorno alla natura. Non dimentichiamoci poi che siamo in Italia, dove tutti cercano di avere dei vantaggi dallo Stato. La maggior parte dei contributi vanno ai rinnovi generazionali, dove il figlio subentrando al genitore riceve un aiuto economico togliendolo di fatto a chi vorrebbe iniziare da zero e che di quell’aiuto avrebbe maggiormente bisogno».

In parole povere, secondo Emanuele bisogna aiutare coloro che vogliono tornare alla campagna, ma alle giuste condizioni e con le giuste tutele, cambiando i limiti di età, ma anche tutte le leggi accessorie che di fatto limitano ogni tipo di lavoro. «Sarebbe molto meglio – conclude – eliminare i contributi e garantire un reddito dignitoso, anziché dare contributi a pioggia che alleviano solo temporaneamente un problema radicato e che limita notevolmente le speranze future».

Francesco Rosso è un giovane imprenditore agricolo che, forte di un’esperienza pluriennale nel campo editoriale trascorsa a occuparsi di temi legati all’ecologia, ha acquistato un vecchio terreno dismesso sulle colline romagnole e ha fondato la Fattoria dell’Autosufficienza, progetto fondato sulla permacultura, sull’autoproduzione e sulla scoperta responsabile del territorio.

«Per come funzionano i bandi oggi – ci dice – penso che la cosa migliore sarebbe se non ci fossero proprio. Io ho acquistato 70 ettari di terra a 24 anni, un progetto ecologico, sociale, biologico, sperimentale e ad oggi (dopo 8 anni) non sono riuscito a prendere un finanziamento (neanche il primo insediamento) o perché le mie richieste sono state respinte o perché i bandi non erano interessanti e/o troppo vincolanti. Detto ciò quando si esclude qualcuno immagino che sia sempre difficile. Personalmente, piuttosto che fare selezione sull’età, la farei sull’impatto ambientale del progetto. Sei un azienda che inquina e che peggiora lo stato ambientale, sociale e dei beni comuni? Allora paghi tante tasse per compensare i tuoi danni! Se invece sei un’azienda che migliora l’ambiente, tratta bene i propri dipendenti, si impegna in azioni sociali, migliora la vita degli stakeholder, allora ti premio con un finanziamento, perché non puoi competere con chi distrugge.azienda_agricola_calì

Sempre sulle colline si è insediato Gianni Fagnoli: laureato e precario da una vita, ha deciso di trasferirsi in campagna e avviare un’attività agricola biologica con l’obiettivo di creare filiere locali e sostenibili di varietà autoctone di frutta. Secondo lui, «la questione dei “requisiti anagrafici” andrebbe inclusa in una critica più ampia al senso attuale dei bandi agricoli e in generale all’accesso all’agricoltura. Parlo in particolare del Primo Insediamento, ma anche degli stessi requisiti pretesi per potersi iscrivere alla coltivazione diretta. Sembra quasi che per certi aspetti si riproponga la solita auto-alimentazione corporativa, cercando di privilegiare gli ingressi per avvantaggiare una riproduzione parentale della categoria. Ciò che viene preteso come “standard” di partenza discriminante, assieme alle modalità di svolgimento successive, spesso sembra fatto apposta per chi ha già in famiglia un’azienda agricola avviata, produttiva e meccanizzata, riducendo ad esempio un “primo insediamento” a un mero cambio di intestazione, eseguito allo scopo di incrementare redditi o investimenti di realtà già esistenti e attive».

In questo modo però si ottiene però l’effetto contrario. «Esattamente – osserva Gianni –, poiché si va a penalizzare chi si insedia fattivamente per la prima volta, privo dei mezzi di un’azienda già consolidata alle spalle, dedicandosi come agricoltore ad esempio al recupero di angoli dell’Appennino abbandonati da decenni di malora e incuria, riportandoli alla loro vocazione storica. Parlo delle migliaia di ex siti colonici abbandonati al degrado e all’oblio con l’esodo verso le città. Chiaramente sarebbe molto difficile per chi si dedicasse a un’opera pur meritoria (e a parole da tutti riconosciuta come tale) come questa, presentare “redditi presunti” o piani colturali di partenza in grado di fare accedere alla coltivazione diretta, oltre a non avere alcun aiuto (per forza di burocrazia nemmeno nell’acquisto della terra) che possa sostenere il reddito del contadino “pioniere” che va a ripopolare e lavorare l’Appennino per il tempo e le opere necessarie a rendere il sito nuovamente accessibile, riassettato nell’aspetto idraulico-forestale, bonificato da eventuali scempi e infine reso coltivabile».

«Nella mia esperienza personale – conclude Gianni – questo primo mancato riconoscimento di fatto (poi chiaramente le cose cambiano, e anche di molto, tra le varie regioni d’Italia) ha costituito un grande ostacolo che ho dovuto superare con le mie sole forze fisiche, economiche e morali, “elargitemi” a piene mani solo dalla passione per la mia Terra. Io credo che occorra in primo luogo mettere al centro il contenuto dei bandi nel valore che essi intendono riconoscere: non c’è età che tenga di fronte al merito di un progetto. Per un pretestuoso cambio di intestazione non darei un euro neanche ai diciottenni, per un progetto serio di recupero rurale che strappi alla malora un pezzo di appennino ne darei anche agli over 80».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/06/limiti-di-eta-nei-bandi-agricoli/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Coca Cola finanzia enti di ricerca, istituzioni e medici

La Coca Cola ha finanziato enti di ricerca, istituzioni e medici perché affermassero che le bevande gassate e zuccherate non sono causa di obesità. Lo rivela un’inchiesta del New York Times. E in Italia? Semplicemente non c’è il New York Times!coca_cola_obesita

Già il British Medical Journal aveva denunciato i legami tra Big Sugar e istituzioni accademiche inglesi, con i relativi conflitti d’interesse tra ricercatori e industria. Tra quei Big Sugar c’era anche la Coca Cola, che evidentemente ha agito in maniera analoga anche in Usa. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che la ditta ha investito oltre 120 milioni di dollari negli ultimi 5 anni «per finanziare centri di ricerca, singoli ricercatori e medici e anche una fondazione per il National Institute of Health, perché con le loro ricerche e pubblicazioni spostassero le accuse verso le cause dell’obesità, dalle bevande zuccherate alla mancanza di attività fisica(1)» scrive il dottor Adriano Cattaneo nell’ultima comunicazione dell’associazione No Grazie Pago Io, gruppo di operatori che ha scelto di rifiutare tutto ciò che proviene dalle industrie farmaceutiche. «Il messaggio per il pubblico doveva essere: se volete mantenere il peso forma, fate molta attività fisica e non preoccupatevi molto di ciò che bevete. Allo scopo, la ditta ha finanziato anche la creazione di un’associazione no profit, chiamata Global Energy Balance Network. Questo tentativo di deviare l’attenzione dall’assunzione di bevande zuccherate aveva anche due secondi fini: a) sgonfiare le proposte, negli USA e in molti altri paesi, di una sovrattassa per diminuirne il consumo, e b) tentare di far risalire le vendite, diminuite del 25% negli ultimi anni negli USA. Barry Popkin, professore di nutrizione globale presso l’Università del North Carolina a Chapel Hill, ha commentato l’inchiesta del New York Times dicendo che il sostegno di Coca-Cola a importanti ricercatori gli ricordava le tattiche usate dall’industria del tabacco, che arruolava esperti perché diventassero “mercanti di dubbio” per i rischi del fumo per la salute. Marion Nestle, autrice del libro “Le politiche delle bevande gassate” e professore di nutrizione, studi alimentari e salute pubblica alla New York University, è stata particolarmente brusca: “Il Global Energy Balance Network non è altro che un gruppo di facciata per la Coca-Cola, il cui programma è molto chiaro: fare in modo che questi ricercatori confondano la scienza e distolgano l’attenzione dall’alimentazione”. Kelly Brownell, decano della facoltà di Public Policy presso la Duke University, ha detto che Coca-Cola “come suo business, si focalizzata sul premere perché entrino un sacco di calorie, ma come filantropo si focalizza sulle calorie che escono fuori con l’esercizio”. L’inchiesta era molto ben documentata, le prove inoppugnabili. Tant’è vero che il CEO della ditta, Muhtar Kent, non ha potuto far altro che ammettere che era vero e promettere trasparenza. Pochi giorni dopo Coca Cola ha pubblicato la lista di tutte le persone e istituzioni che avevano ricevuto soldi per partecipare al programma di “ricerca”: si tratta di centinaia di piccoli e grandi finanziamenti. L’American Academy of Pediatrics, per esempio, aveva ricevuto 3 milioni di dollari. Alcuni dei beneficiari hanno semplicemente ammesso (che altro potevano fare?); altri hanno tentato di giustificarsi; pochi hanno deciso di restituire i soldi (l’Università del Colorado ha restituito un milione, per esempio). Il capo del dipartimento di ricerca della Coca Cola, che aveva orchestrato il programma, si è dimesso, o è stato costretto a dimettersi. Il Global Energy Balance Network è stato smantellato. Tutto è bene quello che finisce bene? In parte sì. Ma quanti danni sono stati fatti in quei 5 anni e quanto tempo (e denaro) ci vorrà per rimediarvi? E siamo sicuri che gli strateghi delle pubbliche relazioni della Coca Cola non se ne inventino di nuove, e magari di più sofisticate, per raggiungere gli stessi obiettivi? E, la butto lì, cosa succede negli altri paesi, l’Italia per esempio, dove non c’è un New York Times?». 1.O’Connor A. Coca-Cola Funds Scientists Who Shift Blame for Obesity Away From Bad Diets. New York Times, 9 August 2015

Si ringraziano il dottor Adriano Cattaneo e i No Grazie Pago Io

Fonte: ilcambiamento.it

Robin Tax per finanziare la lotta ai cambiamenti climatici in Francia e Germania, fuori la Gran Bretagna

Francia e Germania vogliono introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie (FTT) entro maggio, che potrebbe portare miliardi di euro da destinare alla lotta ai cambiamenti climatici e per sostegno allo sviluppo

La Robin Tax potrebbe sbarcare da maggio in Francia e Germania e la necessità come detto dal presidente francese François Hollande risiede nella possibilità di ridistribuire le sostanze verso chi ne avrà più bisogno:

Vogliamo concludere un accordo sulla tassa sulle transazioni finanziarie che ci ha uniti fin dall’inizio prima delle elezioni europee.Immagine

Attualmente la tassa è in discussione in 11 Stati membri dell’UE(Germania, Francia, Italia, Spagna, Austria, Portogallo, Belgio, Estonia, Grecia, Slovacchia e Slovenia) e ognuno decide autonomamente come reinvestire i soldi. Restano fuori 15 stati membri tra cui il governo britannico che ha rifiutato di prenderne parte. In effetti un finanziamento è necessario considerato che i Paesi sviluppati hanno promesso di consegnare 100 miliardi di dollari di aiuti per contrastare i cambiamenti climatici entro il 2020. E in molti sperano che la FTT possa sostenere il raggiungimento di un tale obiettivo. In Italia la Robin Tax fu introdotta da Tremonticon il Governo Berlusconi come addizionale IRES e applicata alle imprese energetiche. Ma il sospetto sollevato dall’Authority è che poi queste tasse si sono riversate sulle bollette dei consumatori e non hanno toccato i profitti delle aziende. Il principio della Robin Tax invece vuole intervenire direttamente sui grandi profitti finanziari e dunque principalmente sulle banche, rimettendo in circolo verso le aree più bisognose quei soldi che diversamente resterebbero nelle mani di pochi. In Gran Bretagna hanno calcolato che se la Robin Tax fosse applicata genererebbe ogni anno 20 miliardi di sterline che potrebbero essere investiti sia per contrastare le sacche di povertà interne al paese sia per intervenire nella lotta ai cambiamenti climatici. In Francia Hollande ha detto che si accontenterebbe del 15% del gettito per sostenere lo sviluppo internazionale e finanziare il contrasto ai cambiamenti climatici. Il successo in Europa non è assicurato e le discussioni si snoderanno fino alle elezioni europee maggio. Nonostante il forte sostegno da parte del governo tedesco sarà difficile che si possano includere nella tassazione derivati, azioni e obbligazioni, poiché il settore finanziario sta combattendo una battaglia di retroguardia nel tentare di annacquare le proposte.

Fonte: Rtcc, The Guardian

Aziende green: 31,5 milioni di euro di finanziamenti da Bruxelles. Il bando è aperto

La Commissione europea vara un invito a presentare proposte per i migliori 45 progetti di ecoinnovazione con una dotazione di 31,5 milioni di euro. Cinque le categorie per il bando: riciclaggio di materiali, acqua, prodotti sostenibili per l’edilizia, imprese verdi e alimentari. Il bando scade il 5 settembre 2013375047

La Commissione europea vara un invito a presentare proposte per i migliori 45 progetti di ecoinnovazione con una dotazione di 31,5 milioni di EUR. Le imprese europee hanno tempo fino al 5 settembre 2013 per presentare proposte per la commercializzazione di soluzioni ambientali innovative in questi cinque settori:

1.riciclaggio di materiali
2.acqua
3.prodotti sostenibili per l’edilizia
4.imprese verdi
5.settore alimentare e delle bevande

Il commissario europeo responsabile per l’ambiente Janez Potocnik ha dichiarato: “L’ecoinnovazione non è soltanto una nicchia di mercato per le imprese verdi. La competitività dell’Europa nei prossimi decenni dipenderà dalla sua capacità di superare la scarsa disponibilità di risorse. Le imprese verdi sono i motori della trasformazione di tutta l’economia. In particolare, invito le piccole e medie imprese a presentare una domanda di finanziamento, contribuendo così al primato dell’Europa in settori come la gestione dell’acqua e dei rifiuti”.
45 progetti da finanziare
L’invito è rivolto in primo luogo alle imprese private, soprattutto alle PMI che hanno sviluppato un prodotto, un processo o un servizio ecologico innovativo, ma che hanno difficoltà a collocarlo sul mercato. L’invito a presentare proposte offre un cofinanziamento fino al 50% del costo del progetto e quest’anno sosterrà circa 45 nuovi progetti.
185 progetti attualmente in corso
Sono pronti al varo circa 50 progetti scaturiti dall’invito a presentare proposte dell’anno scorso, mentre ne sono già stati avviati oltre 185. Tra gli esempi di progetti in corso si annoverano una tecnologia per ottimizzare il riutilizzo di vecchi mattoni nell’edilizia, la produzione di calzature in pelle prive di sostanze chimiche nocive, l’impiego dell’anidride carbonica per sfruttare una fonte naturale di omega-3 e una nuova tecnica di fabbricazione di tappeti e moquette.
Scadenze
Il termine ultimo per la presentazione delle proposte scade il 5 settembre 2013. Il 27 maggio, a Bruxelles (Belgio), nell’edificio Charlemagne, si terrà una giornata informativa sull’ecoinnovazione europea durante la quale saranno fornite informazioni dettagliate sulle priorità e suggerimenti sulle modalità di presentazione delle domande di finanziamento.

Maggiori informazioni a questo link

Fonte. Eco dalle città

Le banche continuano a finanziare il carbone in Slovenia e Serbia ma cresce la protesta

Alcune importanti banche europee stanno finanziando nuove centrali a lignite in Slovenia e Serbia, invece di puntare sulle energie rinnovabili che hanno potenzialità e costi paragonabili, ma non generano gas serraCarbone-inquinamento-586x389

Due grandi banche europee, la European Investment Bank e la European Bank for Construction and Development stanno finanziando al 50% con 650 milioni di € la costruzione di una centrale a lignite da 600 MW a Sostanj in Slovenia. Progetti simili sono in corso anche in Serbia. Gli investitori sostengono che la nuova centrale avrà un maggiore rendimento rispetto alle vecchie unità esistenti. La lignite è però una forma di carbone di minore qualità e quindi particolarmente inquinante: contribuisce all’effetto serra con 990 g CO2per ogni kWh prodotto, rispetto ai 400 del metano. La centrale consumerà da solo l’intero budget di carbonio sloveno per l’anno 2050. Perchè non investire invece nelle rinnovabili? Secondo uno studio dell’università di Maribor, la Slovenia ha un buon potenziale per nuove installazioni idroelettriche e sarebbe possibile produrre una quantità di energia equivalente a quella della centrale in progetto a Sostanj con costi paragonabili  (1), senza però tenere conto del futuro costo delle emissioni di CO2 che penalizzeranno sempre di più il carbone. Anche l’energia eolica potrebbe garantire la stessa produzione a costi paragonabili (2). Non sono le banche a dover scegliere tra il carbone o le rinnovabili, ma la società nel suo complesso. Le banche vogliono restare avvinghiate al mondo fossile? Non con i nostri soldi. Su questo tema il bankwatch network sta svolgendo un ottimo lavoro, poichè “fa le pulci” ai grandi progetti finanziari per portare la finanza a lavorare per le popolazioni e per l’ambiente e non contro di loro. (1) Ipotizzando un capacity factor del 42% per il carbone, la produzione annua di Sostanj sarebbe di 2,2 TWh all’anno, perfettamente realizzabili con nuovo idroelettrico che in Slovenia ha un potenziale di 8 TWh/anno. Supponendo per l’acqua un capacity factor del 36%, per produrre 2,2 TWh occorrerebbe una potenza di 716 MW. Secondo lo studio citato, la forbice dei costi sarebbe di 1,5-2,6 €/W, con un costo totale compreso tra 1 e 1,8 miliardi. (2) 2,2 TWh di produzione sarebbero fattibili visto il potenziale eolico di 3 TWh. Con un capacity factor del 27%, occorrerebbero 925 MW, con un costo complessivo di 1,1 miliardi (1,2 €/W).

Fonte: ecoblog

 

IL FRIGORIFERO E IL CONGELATORE

Frigorifero e congelatore possono funzionare meglio:

non c’è bisogno di fare sacrifici o rinunce, basta adottare qualche piccolo accorgimento, in modo da consumare meno energia, risparmiando denaro.

  • • L’acquisto
  • • l’installazione
  • • l’utilizzo
  • • la manutenzione

frigo

del frigorifero e del congelatore vengono trattati con l’intento di evidenziare quello che bisogna

sapere nella vita di tutti i giorni, a contatto diretto con questa “macchina della casa”. Pensare al futuro significa anche ridurre i consumi irrazionali sin da oggi. Possiamo farlo in molti modi, ogni giorno, con un pizzico di intelligenza. I diversi argomenti sono trattati anche attraverso tabelle che danno la possibilità di valutare consumi e costi di esercizio del frigorifero e del congelatore. Completano l’opuscolo alcune informazioni sui marchi che assicurano la sicurezza, l’efficienza energetica e il rispetto per l’ambiente.

L’ACQUISTO

Acquistare un frigorifero può rivelarsi più difficile del previsto per la vasta gamma di soluzioni sia funzionali che estetiche presenti oggi sul mercato. Facciamo un pò di chiarezza su alcune delle caratteristiche da considerare al momento di scegliere.

I frigoriferi monoporta

(più precisamente frigoriferi con o senza scomparti per le basse temperature) sono adatti soprattutto a chi preferisce acquistare giorno per giorno gli alimenti freschi ed hanno generalmente ‐ ma non sempre ‐ dimensioni ridotte; spesso hanno una piccola cella, o un vano separato (anche a quattro stelle) per conservare alimenti surgelati.

I frigocongelatori a due porte

sono dotati di un vano frigorifero e di un vano congelatore (generalmente a quattro stelle) entrambi di discrete dimensioni. Sono molto pratici in quanto consentono anche di congelare cibi freschi. Alcuni modelli hanno motori separati e quindi la possibilità di utilizzare solo una parte del frigorifero,con un buon risparmio di energia. I frigocongelatori con più di due porte danno la possibilità di scegliere tra diversi climi quello più adatto ai cibi che si intendono conservare. Gli scomparti a temperature diverse e differenziati livelli di umidità consentono, infatti, di ritardare notevolmente la degradazione degli alimenti freschi:

  • • il vano frigorifero mantiene un costante grado di umidità ed è destinato a cibi di rapido consumo e bottiglie;
  • • il congelatore a quattro stelle, permette di congelare alimenti freschi e di conservare quelli surgelati;
  • • il “chiller”, costituisce l’ambiente ideale per conservare pesce e carne. In questo caso, infatti, gli alimenti non congelano ma il processo di deperimento viene notevolmente rallentato così che carne e pesce si mantengono freschi fino a 10 giorni.
  • • a questi scomparti se ne aggiunge un quarto, generalmente a raffreddamento indiretto in cui il cibo è conservato a temperatura “cantina” per proteggere con la giusta umidità frutta e verdura dalla disidratazione, mantenendo così inalterati freschezza e contenuto vitaminico. Nonostante la loro complessità, questi modelli permettono di risparmiare energia in quanto, con l’apertura delle singole porte, la perdita di freddo è ridotta al minimo. Inoltre, il clima all’interno dei singoli scomparti è controllato elettronicamente in modo che la temperatura rimane costante, indipendentemente da quella esterna. Esistono anche apparecchi a sbrinamento automatico, che eliminano la brina dalle pareti fredde senza necessità di intervento.

4 scomparti 4 clim

Oltre a questi esistono i cosiddetti frigocongelatori no‐frost” (senza brina), i quali sono dotati di

un sistema che integra il normale raffreddamento statico, in cui l’aria fredda scende lentamente verso il basso dal generatore del freddo, con una speciale ventilazione forzata: le circolazione uniforme di aria fredda all’interno del vano evita la formazione della brina o umidità sulla superficie degli alimenti, integrando lo sbrinamento automatico. I cibi si mantengono “freschi” più a lungo rispetto ai frigoriferi tradizionali. Nei vani congelatori “no‐frost” la surgelazione è molto più rapida rispetto al congelatore tradizionale e poiché i cristalli che si formano nella struttura degli alimenti sono più piccoli, la consistenza, gli odori ed i sapori degli alimenti si mantengono inalterati. Il consumo degli apparecchi no-frost è generalmente più elevato rispetto a quello dei frigoriferi a freddo statico, ma si tratta comunque di apparecchi con prestazioni diverse, per quanto riguarda il modo di conservare gli alimenti. Inoltre lo strato di ghiaccio che spesso ricopre le pareti nei frigoriferi a freddo statico

sistemka no frost

ne aumenta,di fatto, i consumi. Per questo, il maggior consumo dei no‐frost, dovuto all’azione della ventola,è compensato dal fatto che non formandosi ghiaccio sulle pareti le prestazioni dell’apparecchio rimangono costanti. I frigoriferi “ecologici” che cominciano ad essere presenti sul mercato, sono, nelle intenzioni dei costruttori, apparecchi costruiti in modo da risparmiare energia e con materiali e tecnologie che rispettano l’ambiente. Alcuni modelli sono forniti, sulle pareti, di un doppio isolamento; in questo modo disperdono meno il freddo. Spie luminose, segnalazioni acustiche in caso di mancanza di corrente, sistemi elettronici che indicano la non corretta chiusura di una porta ed altri accorgimenti per un razionale e completo sfruttamento dello spazio, sono utili optionals per un elettrodomestico che, però, va scelto valutando correttamente le proprie esigenze e cercando, soprattutto, di evitare inutili sprechi di energia. Un elemento fondamentale per questa scelta è la “capacità” del frigorifero, cioè lo spazio interno effettivamente utilizzabile. A questo proposito può essere utile la seguente tabella che, in linea di massima, stabilisce un rapporto tra il numero delle persone e la capacità dell’apparecchio.

Nucleo familiare:

1 persona ‐> capacità media consigliata 100‐150 litri

24 persone ‐> capacità media consigliata 220‐280 litri

più di 4 persone ‐> capacità media consigliata 300 litri e oltre

Dunque, anche un apparecchio di piccole dimensioni può essere sufficiente, purché lo spazio interno sia versatile, realizzato razionalmente e pratico. In ogni caso, un frigorifero di media capacità (220‐280 litri) dotato di un congelatore da 50 litri, consuma mediamente 450 kWh all’anno sia pieno di alimenti che vuoto, ed i consumi annuali subiscono un aumento di 80‐90 kWh per ogni 100 litri di capacità in più. Inoltre, il frigorifero rimane sempre acceso e, di conseguenza, una piccola differenza di consumo tra un apparecchio ed un altro diventa, in un anno, una discreta somma sulla bolletta elettrica. Al momento di acquistare un frigorifero nuovo, occorre quindi fare molta attenzione e paragonare fra loro le prestazioni dei diversi modelli. La congelazione domestica permette, spesso, di economizzare tempo e denaro. Bisogna però ricordare che è necessario affidarsi ad apparecchi sicuri, in grado di garantire un gelo profondo e costante, indipendentemente dal clima e dalla stagione. Si può scegliere tra congelatori verticali ed orizzontali, in base alle diverse esigenze funzionali e di spazio. L’interno dei congelatori verticali o “ad armadio” è organizzato in pratici cassetti ed i cibi risultano facilmente accessibili, è spesso presente un tasto per il cosiddetto “congelamento rapido”, a temperatura più bassa. Questa funzione da utilizzare quando si introducono nell’apparecchio grandi quantità di alimenti freschi, va disinserita quando il congelamento è completato. I congelatori verticali occupano meno spazio di quelli orizzontali ma generalmente, a parità di volume, hanno un costo superiore. I congelatori orizzontali, o a “pozzo”, si aprono verso l’alto e, generalmente non hanno divisioni interne tranne, in alcuni modelli, un vano per il congelamento rapido. La loro semplicità permette di risparmiare al momento dell’acquisto ma, di contro, la ricerca dei cibi risulta meno agevole. Indipendentemente dal tipo di congelatore, uno dei fattori che incide maggiormente sui consumi è l’isolamento delle pareti. I modelli più recenti sono dotati di un super isolamento  cioè di un forte spessore di poliuretano (9‐10 cm) alle pareti. Anche se questo strato isolante va a diminuire leggermente lo spazio utile interno, è sempre conveniente scegliere un modello più isolato che uno meno isolato. Basterà porre maggiore attenzione al confezionamento e al posizionamento dei pacchetti con gli alimenti. Inoltre, in caso di black‐out della corrente elettrica, gli apparecchi molto isolati hanno una maggiore autonomia di conservazione (fino a 72 ore). Anche le abitudini d’uso incidono molto sui consumi di energia elettrica. Aprire lo sportello di un congelatore significa, nella maggior parte dei casi, far ripartire il compressore dell’apparecchio, e quindi consumare energia. Ovviamente più si tiene aperto lo sportello, più si consuma. Nei congelatori a pozzo ciò avviene meno di frequente che in quelli ad armadio: nei primi, infatti, l’aria calda, che è più leggera di quella fredda si accumula verso l’alto del congelatore formando uno strato protettivo che impedisce al freddo, stratificato in basso, di disperdersi quando si apre lo sportello. Oggi poi abbiamo una possibilità in più di scegliere quei modelli che ci consentono di ridurre i consumi: infatti, da qualche tempo sui frigoriferi, congelatori e frigocongelatori è applicata una etichetta colorata con frecce e altri simboli, l’etichetta energetica, la quale permette di conoscere caratteristiche e consumi dei frigoriferi, valutando fin dal momento dell’acquisto il consumo annuo di ciascun modello.

I CONSUMI

Abbiamo visto come una scelta “fredda” al momento dell’acquisto è il modo migliore per evitare sprechi, ma poi, quando l’apparecchio è già in casa, ogni volta che lo apriamo, è un po’ come aprire il portafoglio. Sembra esagerato, ma è così: gli sprechi nei consumi di energia elettrica derivano in gran parte dalla dispersione degli sportelli aperti.

Bisogna quindi evitare di aprirli troppo spesso e troppo a lungo.

L’UTILIZZO

Alcune piccole attenzioni aiutano ad utilizzare meglio i frigoriferi ed i congelatori. Posizionare gli apparecchi possibilmente nel punto più fresco della cucina, lontano dai fornelli, dal termosifone e dalla finestra. Per il congelatore, una buona collocazione può essere la cantina o il garage. Lasciare uno spazio di almeno 10 cm tra la parete e il retro dell’apparecchio e, se questo è inserito nei mobili della cucina, assicuratevi che vi sia spazio sia sopra che sotto per una buona ventilazione. La regolazione del termostato deve avvenire secondo la temperatura ambiente: dunque varierà secondo le stagioni, seguendo anche le eventuali indicazioni del costruttore, ma evitando di raffreddare troppo (posizioni eccessivamente fredde sono inutili per la conservazione dei cibi, mentre i consumi energetici aumentano del 10/15%). Posizionare gli alimenti secondo le loro esigenze di conservazione ricordando che, generalmente, la zona più fredda del frigorifero è in basso, sopra i cassetti della verdura. Evitare di riempire eccessivamente il frigorifero e, specialmente se non è no‐frost, cercare di lasciare un pò di spazio a ridosso delle pareti interne per favorire la circolazione dell’aria. Non introdurre mai cibi caldi nel frigorifero o nel congelatore perché contribuiscono alla formazione di ghiaccio sulle pareti. Fare attenzione quando si apre il frigorifero, in modo da prelevare o mettere dentro velocemente i cibi: per fare prima, basta prendere l’abitudine di tenerli in ordine, sempre negli stessi scomparti, o in contenitori separati o in sacchetti con etichetta. Riportare la manopola del congelatore in posizione di “conservazione” dopo aver surgelato i cibi alla temperatura più fredda.

LA MANUTENZIONE

Bastano poche attenzioni per allungare la vita dei frigoriferi e dei congelatori, mantenendoli in perfetta forma. Controllare che le guarnizioni di gomma delle porte siano sempre in buono stato; nel caso siano scollate o deteriorate è bene sostituirle. Pulire ogni tanto il condensatore (serpentina) posto sul retro dell’apparecchio, dopo aver staccato l’alimentazione elettrica: lo strato di polvere che si forma fa aumentare i consumi in quanto non permette un buon raffreddamento. Sbrinare l’apparecchio non appena lo strato di ghiaccio supera i 5 mm di spessore. La brina sottrae infatti freddo all’apparecchio in quanto forma uno strato isolante, facendo aumentare i consumi di energia e riducendo, inoltre, lo spazio utilizzabile. Leggere sempre molto attentamente il libretto di istruzioni allegato al nuovo apparecchio, contiene preziosi suggerimenti per un migliore utilizzo.

LA SICUREZZA, IL RISPARMIO, IL RISPETTO DELL’AMBIENTE

Al momento dell’acquisto degli apparecchi domestici è bene assicurarsi che ci sia il marchio di qualità IMQ o un altro marchio riconosciuto a livello europeo. Se c’è significa che 1’apparecchio è prodotto in conformità con le norme di legge in materia di sicurezza. Un altro marchio significativo per il consumatore attento è l’Ecolabel (ecoetichetta): un marchio europeo che indica un prodotto “compatibile con l’ambiente” e quindi, generalmente, anche con un minor consumo di energia. Ha per simbolo la margherita con le stelle come petali e la “E” di Europa al centro.

RISPARMIO ENERGETICO CON LA LAVATRICE

 

Come si sceglie una lavatrice?

Qual è il modo migliore per utilizzarla?

Quanto consuma?

Di quale manutenzione ha bisogno?

panni stesi

Sono domande semplici, che ci troviamo ad affrontare spesso, sia al momento dell’acquisto di una lavatrice, che nel suo uso quotidiano e, soprattutto, quando dobbiamo pagare qualche riparazione troppo costosa. Le risposte possono essere altrettanto semplici.

LA LAVATRICE:

ISTRUZIONI PER L’USO

La lavatrice può funzionare meglio: non c’è bisogno di fare sacrifici o rinunce, basta adottare qualche piccolo accorgimento, in modo da consumare meno energia, risparmiando denaro e salvaguardando anche l’ambiente.

• L’acquisto

• l’installazione

• l’utilizzo

• la manutenzione

della lavatrice vengono trattati con l’intento di evidenziare quello che bisogna sapere nella vita di tutti i giorni, a contatto diretto con questa “macchina della casa”. Pensare al futuro significa anche ridurre i consumi irrazionali sin da oggi. Possiamo farlo in molti modi, ogni giorno, con un pizzico di intelligenza, senza per questo rinunciare alla qualità della vita.

L’ACQUISTO

La tecnologia si evolve a ritmo sempre più veloce: anni di studio e di lavoro hanno portato alla produzione di lavatrici che, rispetto a quelle vecchie, sono in grado di lavare il bucato utilizzando una minore quantità d’acqua, di detersivo e di energia elettrica.

lavatrice

Infatti, fino a pochi anni fa l’unico tipo di lavaggio era quello dell’“ammollo”, in cui la biancheria veniva immersa in acqua con il detersivo e lavata soltanto con un movimento rotatorio del cestello. Ora nei nuovi modelli è stato introdotto il lavaggio “a pioggia” in cui i capi sono posti ad una duplice azione in quanto, oltre all’ammollo  vengono continuamente spruzzati dall’alto con acqua e detersivo. Alcune macchine prevedono anche il riutilizzo dell’acqua di lavaggio che, attraverso un’apposita conduttura, viene riciclata e immessa nuovamente in vasca, passando attraverso la biancheria ed aumentando così l’eliminazione dello sporco. Diminuendo la quantità d’acqua è necessaria meno energia per portarla alla temperatura prescelta per il lavaggio ed è anche sufficiente una minore quantità di detersivo. Per queste ragioni, al momento dell’acquisto, è sempre meglio preferire modelli di recente produzione, che ormai assicurano un consumo d’acqua e detersivo estremamente contenuti e di cui sono noti sia il consumo di energia che la capacità di lavare.

MENO CONSUMI… UGUALI RISULTATI

Quali sono gli ingredienti per un buon bucato?

Acqua, detersivo e… naturalmente… elettricità.

Vediamo ora come si può risparmiare sugli “ingredienti” senza per questo rinunciare ad un ottimo risultato. Sappiamo già che, acquistando elettrodomestici di nuova concezione, è possibile lavare con una minore quantità d’acqua e di detersivo. A proposito di detersivo: costa di più dell’energia elettrica usata nel ciclo di lavaggio. Infatti,per un bucato a 60°C si usano tra 1,2 e 1,5 kWh di elettricità per scaldare l’acqua e si consumano 120‐150 grammi di detersivo in polvere; questo significa che spendiamo circa 0,26 Euro per l’energia elettrica e circa 0,31 Euro per il detersivo. Riducendo i consumi di detersivo, perché con le nuove lavatrici ne basta una minore quantità, possiamo ottenere un doppio vantaggio:

diminuire le spese e contribuire al rispetto dell’ambiente.

Lo scarico di detersivi nei fiumi e nei mari rappresenta infatti una delle maggiori cause dell’inquinamento delle acque. È importante inoltre sapere che un bucato “perfetto” non dipende tanto dalla quantità di detersivo, quanto dalla “durezza” dell’acqua a cui questo viene miscelato. La presenza di calcio e magnesio nell’acqua utilizzata influenza in maniera determinante i risultati del lavaggio: per diminuire la quantità di calcio e magnesio i detersivi contengono nella loro formulazione particolari ingredienti che sono in grado di bloccare l’azione negativa dei componenti della durezza dell’acqua. Più alta è la durezza dell’acqua maggiore è la quantità di questi ingredienti, e quindi di detersivo, che deve essere dosata per ottenere risultati di lavaggio accettabili dal punto di vista della pulizia e dell’igiene. Quando si usa un’acqua “dolce” (minore di 15 gradi francesi) è sufficiente una dose di detersivo molto inferiore rispetto a quando si usa un’acqua “dura” (maggiore di 25 gradi francesi).

 asciugatrice

 Le istruzioni in etichetta riportate sui contenitori dei detersivi forniscono ai consumatori le dosi corrette da utilizzare anche in funzione della durezza dell’acqua. Per poter seguire tali istruzioni è quindi necessario conoscere il grado di durezza dell’acqua di cui si dispone. La durezza dell’acqua può essere misurata per mezzo di “strisce‐test” (si trovano in vendita nei negozi di ferramenta e in quelli di acquari) che, immerse, permettono una facile lettura. Per correggere un’acqua troppo dura è bene installare, alle tubature di adduzione, un “addolcitore” che trattenga il calcare. In alternativa, buoni risultati si possono ottenere utilizzando, insieme al detersivo, anche un prodotto anticalcare.

L’UTILIZZO

Scegliere correttamente il programma. Il programma a 90°C è ormai raramente necessario perché i detersivi di oggi assicurano un bucato “perfetto” a temperature più basse. Dovrebbe essere utilizzato esclusivamente per un bucato veramente molto sporco e con tessuti resistenti. Oltre al fatto che consuma molta elettricità per scaldare l’acqua e molto detersivo (circa il 20% in più perché, generalmente, questo programma prevede anche una fase di prelavaggio) la temperatura elevata dell’acqua deteriora più rapidamente la biancheria. Preferire i programmi di lavaggio a temperature non elevate (40°‐ 60°C). Come già detto oggi

esistono detersivi molto attivi anche a basse temperature, in grado di garantire ottimi risultati;

inoltre i tessuti durano di più e i colori non sbiadiscono. Utilizzare la lavatrice solo a pieno carico oppure servirsi del tasto “economizzatore o mezzo carico” quando c’è poca biancheria da lavare. In questo caso però bisogna ricordarsi che “mezzo carico” non significa “mezzo consumo”. L’energia e l’acqua consumate per lavare poca biancheria si riducono ma non così tanto come si è portati a credere. Controllare la quantità di detersivo in base alla durezza dell’acqua, senza mai esagerare: ne serve sempre meno di quanto pensiamo; verifichiamolo con la tabella presente sulle confezioni di detersivo e in base allo sporco effettivo della biancheria. Non superare mai le dosi di detersivo consigliate dalle case produttrici, perché il detersivo incide molto sui costi del bucato e concorre all’inquinamento dell’ambiente. Facciamo qualche prova di lavaggio con dosi ridotte: rimarremo soddisfatti e stupiti dei risultati!

LA MANUTENZIONE

La lavatrice è la regina della casa e, per farla funzionare bene, bisogna trattarla come tale! Pulire frequentemente il filtro: le impurità e il calcare accumulato ostacolano lo scarico dell’acqua. Usare i prodotti decalcificanti insieme al detersivo: evitano la formazione di depositi e facilitano le funzioni del detersivo soprattutto con “acqua dura”: aumenterà il costo del lavaggio ma si ridurranno gli interventi e ‐ i costi ‐ di manutenzione. Staccare i collegamenti elettrici e idraulici se la lavatrice è destinata a rimanere a lungo inattiva e mantenere l’oblò leggermente aperto per evitare la formazione di cattivi odori. Tenere sempre pulito il cassetto del detersivo evitando che si formino incrostazioni. Leggere sempre attentamente e il libretto di istruzioni allegato al nuovo apparecchio: contiene preziosi suggerimenti per un migliore utilizzo dell’elettrodomestico.

L’ASCIUGATURA

Con le nuove tecnologie, ormai, il lavaggio di un bucato in lavatrice è diventato un’operazione estremamente semplice. Ci sono poi alcuni modelli programmati anche per l’asciugatura. Anzi, oggi si tende a sostituire questa operazione con macchine asciugatrici studiate appositamente. Attenzione però: per riscaldare l’aria necessaria all’asciugatura occorre molta energia. Esistono in commercio diversi modelli di asciugatrici per biancheria che adottano, principalmente, due sistemi: quello con scarico d’aria, adatto a locali bene aerati e quello con condensazione del vapore per locali non aerati. Questi sistemi operano in modo analogo, aspirando all’esterno l’aria che viene riscaldata e immessa sulla biancheria, per sottrarre umidità. La differenza nei due tipi sta nel modo di cedere all’ambiente l’umidità sottratta: nel primo caso riversando l’aria umida nel locale e, nel secondo, raccogliendo i vapori in un apposito contenitore da svuotare a fine ciclo, o direttamente in uno scarico.

ATTENZIONE PERÒ: per riscaldare l’aria necessaria all’asciugatura occorre molta energia e anche se con qualche variazione a seconda del sistema usato, il costo di questa operazione rimane elevato. Usiamo il sole appena è possibile, è gratis e non inquina e facciamo funzionare l’asciugatrice o il ciclo di asciugatura della lavatrice solo quando non possiamo fare altrimenti.

LA SICUREZZA, L’EFFICIENZA ENERGETICA E IL RISPETTO DELL’AMBIENTE

Al momento dell’acquisto degli apparecchi domestici è bene assicurarsi che ci sia il marchio di qualità IMQ o un altro marchio riconosciuto a livello europeo. Se c’è significa che l’apparecchio è prodotto in conformità con le norme di legge in materia di sicurezza. Possiamo inoltre anche trovare l’Ecolabel (ecoetichetta): un marchio europeo che indica un prodotto più “compatibile con l’ambiente” e quindi, generalmente, anche con un minor consumo di energia. Ha per simbolo la margherita con le stelle come petali e la “E” di Europa al centro.

Fonte: web

EFFICIENZA ENERGETICA: L’ITALIA RIDUCE I CONSUMI

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L’Italia ha ridotto drasticamente i suoi consumi energetici. Parola dell’Enea, (l’Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) che ieri a Roma, ha presentato il suo ‘Secondo Rapporto sull’Efficienza Energetica’, dove è stato evidenziato un netto calo dei consumi nel nostro Paese a partire dall’anno 2011. Si tratta, in pratica, di un risparmio complessivo di 57.595 giga-watt/ora di energia nel 2011 rispetto al 2010.
L’Italia non solo risparmia di più ma, stando ai dati del Rapporto, è riuscita anche ad ottimizzare la sua produzione energetica: l’Enea ha infatti registrato nel 2010 un miglioramento dell’efficienza energetica di oltre 1 punto percentuale rispetto al 2009. ‘Si tratta – secondo Giovanni Lelli, Commissario dell’Enea – di risultati che hanno una significativa ricaduta per l’economia italiana e che costituiscono dei progressi effettivi in un processo di riconversione orientato alla green economy’.
L’Italia, ha sottolineato l’Agenzia Nazionale, è migliorata energeticamente soprattutto grazie all’adozione di tecnologie più innovative, tra cui: l’utilizzo di impianti ad alta efficienza per il settore residenziale (caldaie a condensazione e solar cooling); l’impiego di tecnologie innovative e materiali ad alte prestazioni per il settore terziario; la diffusione, nel settore industriale, dei motori elettrici e delle apparecchiature di cogenerazione e recupero del calore nei processi di produzione; infine, il progressivo inserimento delle auto ibride nel settore dei trasporti.
L’efficienza e il risparmio energetico in Italia avrebbero tuttavia ancora degli ampi margini di miglioramento per garantire, ad esempio, un rapidissimo ritorno finanziario per lo Stato e notevoli tagli sui costi in bolletta per tutti i cittadini: prima fra tutte, come suggerisce l’Enea, la sostituzione, attraverso un’apposita normativa di incentivazione, di ben un milione di motori elettrici ed inverter installati in tutto il Paese con apparati di ultima generazione. Il risparmio energetico che si avrebbe da questa misura toccherebbe circa 1,4 tera-wattora l’anno e garantirebbe agli utenti finali un taglio complessivo della bolletta elettrica di quasi 180 milioni di euro l’anno. Un’altra strategia da seguire per ‘risparmiare’ sia sulle casse dello Stato che sulle tasche dei cittadini potrebbe riguardare, inoltre, una rimodulazione delle imposte sulle case (Imu e Ici) incorporando sia gli incentivi sulla riqualificazione energetica degli edifici, sia dei ‘premi’ supplementari da assegnare alle ristrutturazioni che attestino la maggior efficienza ottenuta con gli interventi già effettuati. Il vantaggio, per un settore considerato come una delle principali fonti di spreco energetico in Italia, sarebbe inestimabile: da un lato lo Stato risparmierebbe energeticamente, dall’altro, il cittadino vedrebbe ridotte le sue imposte sugli immobili.
Efficienza e risparmio energetico quindi, anche con lo ‘zampino’ della crisi economica, rappresentano un’opportunità per l’Italia da non perdere e il Rapporto illustrato ieri, costituisce quella base di conoscenza indispensabile per raggiungere e superare gli obiettivi europei al 2020, realizzando una nuova filiera industriale di prodotti e servizi connessi all’economia verde, realmente competitiva su un mercato internazionale in via di espansione.
Fonte: ecoseven