Liberex: l’economia funziona anche senza denaro

Nato nel 2014 sul modello di Sardex, Liberex, il circuito di credito commerciale dell’Emilia Romagna, vuole facilitare le relazioni tra soggetti economici operanti sul territorio e fornire loro strumenti di pagamento e di credito paralleli e complementari al denaro. Un nuovo modo di ripensare l’economia locale, interconnessa e collaborativa. Un’economia solida, resiliente e capace di superare le crisi non è frutto solo di un sistema efficiente, ma anche – forse soprattutto – di una cultura innovativa e lungimirante. Per avere successo bisogna essere capaci di uscire dagli schemi e cambiare paradigma. Per esempio, immaginando un modello economico che funzioni anche senza denaro. Come il circuito Liberex.

Siamo con Paolo Piras, sardo di origine e bolognese di adozione, responsabile operativo di Liberex, il circuito di credito commerciale dell’Emilia-Romagna, nato nel 2014 come replica di Sardex, il primo circuito nato in Sardegna nel 2010. «Lo scopo dei circuiti di credito commerciale – spiega Paolo – è quello di fare in modo che tutte le PMI locali, gli artigiani, i liberi professionisti riescano a mettere a reddito quello che definiamo “potenziale inespresso delle imprese”».

Da un lato si crea una rete di imprese locali che condividono valori e obiettivi, dall’altro lato si fa in modo che esse riescano a finanziarsi reciprocamente a tasso zero. Come avviene questo? «Attraverso l’utilizzo di una piattaforma digitale che permette a tutti i partecipanti al circuito di scambiarsi dei servizi e utilizzare come metodo di pagamento non l’euro ma un’unità di conto interna al circuito che nel nostro caso definiamo Liberex».21314414_1032407693561171_4786932866602455479_n

PAPÀ SARDEX

Il progetto di Sardex nasce nel 2010 dall’idea di cinque ragazzi che tornati dagli studi universitari si sono trovati nel periodo in cui stava esplodendo la crisi economica la necessità da un lato di trovarsi un lavoro e dall’altro di provare a dare una risposta a quello che la crisi del credito stava generando nella loro terra. Quello che mancava era la liquidità, il mezzo di pagamento che consentiva gli scambi fra gli operatori economici.

«Sardex nasce per questo», spiega Paolo. «Permettere a chi opera nel territorio di scambiarsi beni e servizi senza utilizzare la moneta a corso legale, ma utilizzando un’altra unità di conto che viene riconosciuta e accettata da tutti i partecipanti al circuito». Dal 2010 al 214 Sardex cresce e si diffonde in Sardegna fino a coinvolgere più di 4000 imprese. Una volta validato il modello, decide di esportalo. Nascono così una serie di repliche territoriali a dimensione regionale, fra cui il Liberex. Nel 2014 Sardex decide di esportare il proprio modello fuori dall’isola e comincia a replicarlo in altre regioni. Comincia così a svilupparsi la rete dei circuiti di credito commerciale che attualmente ne conta 12 e coinvolge più di 9000 imprese, che hanno già transato più di 250 milioni di crediti, cioè sono riuscite movimentare più di 250 milioni di euro che senza l’utilizzo di questo strumento non si sarebbe riusciti a movimentare.13769612_784749744993635_4388507689756534371_n

Paolo Piras, responsabile operativo di Liberex

IN SVIZZERA ESISTE DA 80 ANNI!

Nel mondo esistono centinaia di esperienze simili a quella di Liberex, fondamentali per garantire un po’ di resilienza e resistenza al sistema economico. «Molti pensano che un circuito come il nostro sia un modello alternativo che deve abbattere il sistema, ma in realtà è complementare e sostiene il sistema nei momenti di crisi».

Proprio come successe in Svizzera nel 1934, quando un gruppo di imprenditori creò il VIR per fronteggiare un periodo di difficoltà. Come spiega Paolo, «questa realtà è attiva ancora oggi e con i numeri che fa l’economia svizzera continua a coinvolgere più di 50.000 imprese che, attraverso il VIR, transano qualcosa come lo 0,5% del PIL svizzero. Questo dimostra che, a prescindere dalla stagione economica o dalla crisi del credito, uno strumento come questo è utile e può essere utilizzato sempre e comunque perché fa bene all’impresa e fa bene all’economia».

CHI SONO GLI UTENTI?

«La composizione degli iscritti è molto varia», spiega Paolo. «I settori merceologici coinvolti sono decine, si va dal piccolo artigiano al libero professionista che si occupa di servizi per aziende, dal ristoratore all’azienda che produce film estensibili in plastica, dallo scatolificio all’albergo. Un’ampia gamma di servizi che garantiscono da un lato la possibilità di vendere e incontrare nuovi fornitori e nuovi clienti, dall’altro la spendibilità nel circuito degli iscritti. Per noi infatti è fondamentale che tutti possano utilizzare i loro crediti e far girare l’economia».

I feedback sono molto positivi. Ci vuole un po’ di gradualità all’inizio, bisogna prendere confidenza e fare un piccolo salto culturale. Però una volta presa confidenza e conosciuti gli altri iscritti, magari dopo aver partecipato a un meeting, si incominciano a sviluppare le attività, si comincia a transare e a lavorare bene insieme. Ci sono diversi casi di sinergie nate all’interno di Liberex. «Una che cito spesso è quella di due imprese e una libera professionista che si occupa di bandi europei, una tipografia e un’agenzia di comunicazione tecnica. Si sono conosciuti in Libere, hanno creato una loro piccola rete, hanno partecipato insieme a un bando per una appalto europeo e lo hanno vinto. Questo è uno dei tanti casi positivi che incontriamo ogni giorno».21314840_1033635723438368_2481771804166397113_n

UN PO’ DI NUMERI

A livello nazionale, la rete dei circuiti di credito commerciale conta 12 reti regionali e coinvolge più di 9000 imprese, che hanno già transato più di 250 milioni di crediti. Questo vuol dire che sono riuscite movimentare più di 250 milioni di euro che senza l’utilizzo di uno strumento come Liberex – o Sardex o Piemex o altri – non si sarebbe riusciti a movimentare.

Liberex oggi coinvolge più di 300 imprese in tutta la regione. Il grosso si trova nelle province di Bologna, Modena, Ferrara e Forlì-Cesena. «In questo momento prossimità – racconta Paolo – gli iscritti hanno già transato più di 3,5 milioni di crediti, equivalenti a più di 3,5 milioni di euro movimentati sul territorio, e questa cifra sta crescendo in maniera esponenziale. Infatti, 1,5 milioni sono stati generati solo nel 2017 e nel solo mese di ottobre il transato ha superato i 200.000 crediti».

COLLABORARE PER FAR CRESCERE IL CIRCUITO

Da inizio anno è attiva una partnership con Banca Etica. «Sulla scia di un accordo quadro nazionale, anche qui in Emilia-Romagna stiamo sviluppando sinergie e collaborazioni e – al di là di una condivisione valoriale e di un approccio diverso che hanno i correntisti di Banca Etica e gli iscritti al circuito Liberex – ci rendiamo conto di come l’utilizzo concreto dello strumento cominci a entrare nella quotidianità di chi ha una determinata visione dell’economia».

Un’altra collaborazione siglata da poco è quella con Confcooperative Emilia Romagna: «Abbiamo stretto una convenzione nel mese di novembre», ricorda Paolo. Nella terra della cooperazione è molto importante poter dialogare con questo comparto: «Per noi è di stimolo ma soprattutto è interessante come vede come un settore storico come questo possa accogliere al suo interno uno strumento innovativo, anche dirompente, ma che comunque ha una base comune in termini valoriali». Vedere come lo strumento Liberex verrà utilizzata all’interno del sistema di Confcooperative sarà senza dubbio molto interessante. La terza linea di collaborazione è quella che fa seguito a una manifestazione d’interesse promossa da Ervet, ente della regione Emilia-Romagna, che vuole sperimentare come lo strumento di una moneta complementare possa essere un acceleratore per favorire politiche di green economy da parte delle PMI locali. «Dopo che abbiamo risposto a questa chiamata stiamo sviluppando insieme a loro una sperimentazione che andrà a coinvolgere due aree principali del territorio, il comune di Valsamoggia e il comune di Forlì. Qui cercheremo di coinvolgere il maggior numero di imprese all’interno del circuito, ma anche di promuovere un diverso approccio culturale all’utilizzo di questo strumento, cercando di favorire la diffusione di buone pratiche e gli investimenti nella green economy utilizzando Liberex e il suo circuito come acceleratore».

 

Intervista: Francesco Bevilacqua
Riprese: Cristiano Bottone
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/12/io-faccio-cosi-193-liberex-economia-funziona-anche-senza-denaro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

In Islanda la rivoluzione è tornata!

Migliaia di persone in piazza nella più grande manifestazione della storia dell’isola, il premier “rottamatore” Sigmundur Gunnlaugsson costretto a dimettersi travolto dallo scandalo dei Panama Papers, già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. La rivoluzione è tornata! Cosa sta succedendo ora in ‎Islanda?

Oltre diecimila persone che manifestano in piazza, quasi 30mila che firmano una petizione online. È una mobilitazione popolare impressionante, la più grande della storia d’Islanda. Persino maggiore delle rivolte del 2008-2009, quando a cadere fu il governo di Geir Haarde, colpevole della crisi; oggi si dimette il premier Sigmundur Gunnlaugsson, coinvolto in un intreccio di società offshore e conflitti d’interessi fatto emergere dai Panama Papers. Se ne va senza lasciare dichiarazioni, lasciando ad un suo ministro il compito di annunciare la decisione. Esce dal palazzi di governo con la testa china e lo sguardo spento; a fianco a lui una folla diecimila persone rumoreggia per la fine di un’era mai veramente iniziata: quella del “rottamatore” d’Islanda, il premier salito al potere promettendo una netta rottura col passato, che si è presto dimostrato parte integrante del sistema finanziario speculativo che quel passato l’ha costruito.

islanda-rivoluzione1

Cosa è accaduto?

Sigmundur Gunnlaugsson, premier islandese di centro-destra, è stato il primo leader mondiale a cadere sotto i colpi dei Panama papers, i quasi 12 milioni di documenti segreti trapelati dal Mossak Fonseca, studio legale panamense specializzato nella creazione di società offshore in paradisi fiscali. Fra gli oltre 12mila clienti dello studio (con quasi 150mila aziende create) spiccano i nomi di molti politici, capi di stato e banche di tutto il mondo. La stampa internazionale l’ha già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. Ed effettivamente lo è, almeno per la mole di dati. Dai documenti risulta chiaramente il premier islandese utilizzava una società offshore mai dichiarata pubblicamente, la Wintris Inc. fondata nel 2007 insieme alla moglie per nascondere le proprie ricchezze milionarie, e che si trovava in posizione di conflitto d’interessi negli scandali bancari del 2008. La società di Gunnlaugsson aveva infatti contratto un grosso credito (4,2 milioni di dollari) nei confronti delle tre principali banche islandesi che con l’arrivo della kreppa, la crisi, e la successiva nazionalizzazione delle banche il credito era rimasto insoluto. Dai documenti emerge che il premier aveva venduto la sua metà di società alla moglie per 1 dollaro l’ultimo giorno del 2009, appena un giorno prima che entrasse in vigore la nuova legge sul conflitto d’interesse. Dal 2013 come primo ministro aveva poi lavorato agli accordi legati al debito delle banche, trovandosi a legiferare su un debito che lo riguardava in prima persona. Non è ancora chiaro se il premier abbia tratto vantaggio o meno dalla sua posizione. L’11 marzo, quando sono iniziati a trapelare i primi rumors sulle sue aziende, Gunnlaugsson è stato intervistato dalla stampa svedese. Alla domanda esplicita del giornalista che gli chiede se avesse mai posseduto una società off shore, Gunnlaugsson risponde: “io di persona? No. Beh, alcune società islandesi con cui ho lavorato avevano legami con società off shore […] ma ho sempre dichiarato al fisco gli asset miei e della mia famiglia. E quindi non c’è mai stato nessun asset nascosto, in nessun luogo […]. Posso confermare di non aver mai nascosto nessun asset”. Quando il giornalista insiste, il premier si alza e se ne va. Dopo che le voci erano diventate prove evidenti, Gunnlaugsson, in un’intervista televisiva diffusa lunedì, aveva comunque affermato che non intendeva dimettersi. Ma la pressione mediatica e una massiccia mobilitazione di persone (10.000 in piazza e 28.000 che hanno firmato la petizione online chiedendo le dimissioni) hanno avuto infine la meglio.

La misera fine del “rottamatore” d’Islanda

La parte più tristemente ironica dell’intera vicenda è che Gunnlaugsson era salito al potere grazie ad una campagna elettorale incentrata sulla rottura col passato. Era il “nuovo che avanza”, il leader giovane che non aveva niente a che fare con gli scandali che in passato avevano coinvolto la classe dirigente islandese. Quando nel 2008 le banche erano fallite infatti, un’enorme sollevazione popolare aveva portato alla caduta del governo e aveva fatto emergere le collusioni fra finanza speculativa e classe politica corrotta. Il sogno del turbocapitalismo islandese, che aveva in pochi anni trasformato il Paese in un centro finanziario internazionale, stravolto l’economia dell’isola e la vita dei suoi abitanti, era crollato fragorosamente nel giro di pochi giorni. Il brusco risveglio aveva portato con sé un attivazione della popolazione senza precedenti, che scossasi dal torpore non si era accontentata della caduta del governo, ma aveva continuato ad attivarsi ottenendo nel giro di pochi mesi risultati incredibili come il rifiuto di socializzare il debito enorme delle banche e la riscrittura di una costituzione partecipata. Sfruttando la voglia di rinnovamento che attraversava l’isola Gunnlaugsson si era proposto nelle vesti dell’innovatore ed il suo partito – il Partito Progressista, lo stesso che pochi anni prima sotto la guida di David Oddson aveva condotto il Paese sull’orlo del fallimento – aveva vinto le elezioni del maggio 2013 , caratterizzate dall’astensione e la frammentazione dei voti (in pratica una sconfitta della politica tradizionale). Da premier Gunnlaugsson aveva più volte criticato gli speculatori finanziari che si sono arricchiti con la crisi in Islanda. E va ammesso che, forse sulla spinta di una popolazione decisamente ostile all’economia finanziarizzata, il suo governo aveva approvato provvedimenti importanti, come il taglio sugli interessi dei fondi speculativi  o una iniziativa parlamentare per togliere alle banche private la capacità di creare denaro dal nulla. Ma che il governo di Gunnlaugsson non rispecchiasse le reali esigenze di cambiamento degli islandesi in molti lo sapevano già. Pochi giorni dopo l’elezione Birgitta Jonsdottir, attivista islandese e attuale leader del Partito Pirata che è primo nei sondaggi elettorali, mi scrisse un’e-mail in cui mi diceva: “Sfortunatamente i nostri compagni islandesi non hanno capito che quella finestra di cambiamento successiva ad una crisi è sempre molto breve. Non siamo riusciti a spingerci dentro tutti i cambiamenti necessari sufficientemente in fretta, ma penso che il nuovo governo sia talmente terribile che ci saranno agitazioni sociali il prossimo anno e vedremo se riusciremo a costruire sulla consapevolezza appresa durante la scorsa crisi”.
Di anni ne sono passati tre, ma adesso il tempo sembra maturo perché si apra una nuova “finestra di cambiamento”.

Il ritorno delle rivolte in Islanda!

10mila persone, in un’isola che ne conta appena 300mila, sono tante. Eppure questo è il numero di manifestanti che a partire dal pomeriggio del 4 aprile si è raccolto davanti all’Althingi, il parlamento islandese.

E 28mila persone, il 10 per cento dell’intera popolazione, ha firmato una petizione chiedendo le dimissioni del premier. Inoltre già prima dello scandalo i sondaggi davano al 70 percento l’insoddisfazione verso la coalizione di governo.

Non è una novità che gli islandesi siano reattivi agli stimoli sociali. Anzi si può dire che gli isolani negli ultimi anni hanno dimostrato una maturità e un’apertura mentale invidiabili: un esempio su tutti l’iniziativa che alla fine di agosto 2015 ha coinvolto dodicimila islandesi nell’offrire accoglienza nelle proprie case ai rifugiati siriani. Un segno piuttosto lampante che l’attivazione sociale iniziata con le rivolte del 2008 è sedimentata in una nuova mentalità, lontana anni luce dall’individualismo e lo spirito di competizione ostentati durante gli anni della crescita sfrenata.

Cosa accadrà adesso?

Nelle ore confuse che seguono alle dimissioni del premier, le redini “ad interim” del Paese sono passate a Sigurður Ingi Jóhannsson. Ma c’è già chi si augura un nuovo governo. Ad esempio Birgitta Jonsdottir che ha affermato al Telegraph: “Le persone in Islanda sono sconvolte, sono arrabbiate e vogliono le dimissioni del governo”.
“Come nazione abbiamo bisogno di rafforzare le fondamenta su cui poggia la nostra società” continua Birgitta. “La buona notizia è che l’Islanda ha già pronta una nuova costituzione che è stato sottoposta a referendum nazionale nel 2012 e in seguito ignorata dal parlamento, invece di essere ratificata. Questa nuova costituzione ci aiuterà a rafforzarci attraverso una riforma democratica tanto necessaria che gli islandesi hanno chiesto e voluto sviluppare a seguito della crisi economica nel 2008, e che avrebbe evitato situazioni come quella attuale”. Secondo i sondaggi precedenti allo scandalo il Partito Pirata Islandese guidato da Birgitta Jonsdottir è il primo partito con circa il 40% delle preferenze. Le sue quotazioni adesso più che mai sono in forte crescita. Se si andasse al voto, le probabilità di vedere un governo che sia diretta emanazione dello spirito delle rivolte contro il governo e le banche del 2009 sarebbero molto alte. Risuonano le parole dello storico Islandese Arni Daniel, che incontrai a Reykjavik nel 2012: “I cambiamenti epocali hanno bisogno di tempo. Con le nostre proteste abbiamo introdotto una rottura forte nel sistema, che ha dato inizio ad un nuovo ciclo. Il sistema attualmente al potere ha ricucito questa rottura a livello istituzionale, riportando la situazione ad un punto vicino al precedente, ma non può fermare il processo cui abbiamo dato inizio”.

 

Tratto da Islanda chiama Italia

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/04/islanda-rivoluzione-e-tornata/

 

Giocare, scommettere, vincere. Ma si vince veramente?

Avete visto il film “La grande scommessa” di Adam McKey? La crisi economica, sembra sostanzialmente dire il film, era stata pensata, voluta e sapientemente gestita per l’enorme arricchimento di pochi a scapito di moltissimi. Una sorpresa?finanza_economia

Si inizia così nella pellicola di McKey. Un gruppo di addetti ai lavori (personaggi piuttosto eterogenei) ha una grande intuizione. Siamo ancora negli anni precedenti la grande crisi del 2008 e quindi nessuno immaginerebbe mai che cosa sta per succedere. L’intuizione consiste sostanzialmente nell’osservare con molta attenzione il mercato immobiliare che nonostante sembri solidissimo, presenta, in realtà già i semi del disastro che di lì a poco tempo esploderà. Gli effetti, come sappiamo bene, saranno devastanti su larghissima scala, causando crisi e vere e proprie tragedie in milioni di famiglie. Il mercato immobiliare, infatti, è la colonna portante dell’economia americana. Michael Burry, personaggio piuttosto particolare, eccentrico, con un profilo psicologico che senz’altro prende lo spettatore, è intelligente e visionario. Capisce che quello stesso sistema si regge sul nulla ed è invece che solidissimo e promettente, estremamente instabile. E’ il primo a capire e, da speculatore, fa una scommessa con il sistema stesso (le grandi banche) sul crollo del mercato immobiliare di lì a pochi anni intuendo che da quel disastro non previsto ci saranno da guadagnare milioni di dollari. I protagonisti, tra investitori e gestori di fondi, invece di fare in modo da mettere all’erta da un’eventualità del genere che avrebbe mandato sul lastrico la gente e che avrebbe fatto perdere casa e lavoro a milioni di persone, ne approfittano cinicamente. Alla fine l’unico minimamente e umanamente coinvolto risulta essere il personaggio interpretato da Brad Pitt al quale il regista fa dire: “Ci stiamo arricchendo alle spalle di milioni di persone che perderanno tutto”. E’ lo stesso e l’unico che lucidamente, nel film, dice con estrema chiarezza: “Fatevi un orto, sono i semi e non i soldi la vostra reale ricchezza”. Al sistema del mercato immobiliare si aggiunge quello basato sulla vendita di azioni e titoli praticamente inesistenti, presentati e venduti a ogni livello con leggerezza a dir poco fraudolenta. Non è un film alla portata di tutti. È difficile da seguire nonostante la buona volontà del regista che avrebbe potuto, con uno sforzo in più, integrare i chiarimenti disseminati qua e là nel film e presentati in modo magistrale dal punto di vista della trovata cinematografica. Ad esempio Selena Gomez nelle vesti di se stessa che spiega, al tavolo da gioco con un esempio chiarissimo, il funzionamento del sistema direttamente allo spettatore. Trovata eccellente ma incompleta come a sopravvalutare le conoscenze e la consapevolezza degli spettatori in sala. Anche di quelli che vanno regolarmente in banca ad investire i loro risparmi sicuri di averci capito qualcosa. Così durante la visione si rischia spesso di perdersi tra sigle e numeri, percentuali, tassi, numeri, dati e indici vari. Ma una cosa risulta chiara. La crisi economica, sembra sostanzialmente dire il film, era stata pensata, voluta e sapientemente gestita per l’enorme arricchimento di pochi a scapito di moltissimi. Si è trattato, in una parola, di una gigantesca truffa, una sorta di grande stangata, ai danni delle persone, complice l’avidità di ciascun essere umano ad ogni livello: dal grande banchiere privo di scrupoli al piccolo investitore dei risparmi di una vita di lavoro. Nessuno escluso. La grande scommessa è un film su un sistema capitalistico senza senso, perverso e pericoloso, ormai fuori perfino dalla nostra capacità anche solo di riuscire a capirlo. Molto ammirevole da parte degli sceneggiatori aver cercato di alleggerire il film e renderlo meno ostico con battute anche divertenti, con un’ironia sottile e che fa pensare ma purtroppo lo sforzo è insufficiente. Quello che resta davvero è una forte sensazione e una parola che risuona appena terminata la pellicola: gioco. Sembra tutto un grande gioco. Il sistema stesso è un immenso, gigantesco gioco. Dove si perde e dove si vince. Dove c’è bisogno della complicità di tutti, grandi e piccoli, consapevoli ed ignari e della nostra immensa ed insaziabile avidità di esseri umani. Un complicato e pericolosissimo gioco che si chiama finanza, le regole del quale non prevedono concetti come realtà, concretezza di ciò che davvero significa economia, benessere da condividere, felicità cui anelare, beni da mettere da parte e da usare con rispetto, responsabilità. Al contrario i concetti alla base sono il guadagno senza scrupoli, il desiderio di possedere giocattoli di lusso ed ostentarli, il potere ad ogni costo schiacciando, se necessario, vite umane e ambiente. E’ un film da vedere senz’altro, sapendo che richiede una certa predisposizione e concentrazione.

 

Fonte: ilcambiamento.it

Enric Duran, il “Robin Hood delle banche”, ha un piano per sconfiggere il capitalismo globale

Soprannominato il Robin Hood delle banche, l’attivista catalano Enric Duran ha preso nei confronti delle banche utilizzata per finanziare il movimento anticapitalista – operazione che gli è valsa il soprannome di “Robin Hood delle banche”. Ora si trova, forse, in Francia.

 

mezzo milione di euro in prestiti bancari mai ripagati per finanziare il movimento anticapitalista. Adesso il tentativo è quello di far crescere Faircoop, una rete mondiale basata sui principi di solidarietà e cooperazione.

“Vogliamo creare una società postcapitalista in tutto il pianeta”. Enric Duran lo dice con la tranquillità di chi ti sta raccontando i programmi per la domenica pomeriggio. La sua voce su Skype arriva leggermente distorta dalla connessione e non riesco a fare a meno di immaginarlo in una stanza semibuia piena di cavi, processori, schede e circuiti, col viso illuminato a metà dallo schermo del computer. Enric è ricercato in Spagna dove rischia una pena fino ad 8 anni di reclusione per una truffaEnricDuranGuapo

Spagnolo – o meglio, catalano – classe 1976, Enric iniziò ad avvicinarsi al mondo dell’anticapitalismo organizzato sul finire degli anni Novanta. Allora era un esperto di reti e contribuì ad organizzare le manifestazioni di protesta al meeting della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale a Praga, nel 2000. In seguito studiò a lungo i meccanismi della finanza globale, il debito, la natura stessa dei soldi, avvicinandosi alle idee della decrescita e della transizione. Infine l’idea: chiedere prestiti alle banche (in un periodo di credito facile) senza la minima intenzione di restituirli per finanziare un costruire una società alternativa” scriverà sul suo blog. Con parte dei soldi avuti dalle banche Duran pubblicò Crisis, un giornale in catalano stampato e distribuito gratuitamente in 200mila copie, in cui spiegava i meccanismi di ricatto e sopraffazione messi in atto dalla finanza capitalista globale. Crisis uscì il 17 settembre 2008, appena 3 giorni dopo che Lehman Brothers iniziò la procedura di bancarotta, sistema alternativo. Mungere il capitalismo per nutrire i suoi anticorpi. Fra il 2006 e il 2008 Duran chiese ed ottenne 68 prestiti da 39 banche differenti per un totale di quasi mezzo milione di euro. “Ho rubato 492.000 euro a coloro che più di tutti ci derubano, per denunciarli e il che aumentò a dismisura la risonanza dell’iniziativa. Nell’anno successivo fece uscire un nuovo giornale, Podem (possiamo), che venne distribuito il 17 marzo 2009 in 350.000 copie e che alla denuncia di Crisis faceva seguire una serie di proposte di alternative percorribili; il sottotitolo era: “Possiamo vivere senza capitalismo. Possiamo essere il cambiamento che vogliamo!”. In quell’occasione Enric si presentò fisicamente al campus della UB, la Università di Barcellona e fu immediatamente arrestato, restando in detenzione cautelare. Fu rilasciato dopo due mesi in seguito al pagamento della cauzione da parte di un donatore anonimo. Dal febbraio 2013 è latitante per non essersi presentato all’udienza del processo in cui il fisco e le banche chiedevano una condanna a 8 anni di carcere.

43e371138314386666743c19edf77638

Nel frattempo Enric non ha certo perso la voglia di cambiare il mondo, né il suo tipico spirito di iniziativa. Dal 2008 è attiva la Cooperativa Integrale Catalana (CIC), una progetto a cui ha dedicato attenzioni crescenti e che negli anni ha messo in relazione molti soggetti dell’altermondialismo e del successivo movimento degli Indignados – 15M. Alla CIC lavorano circa un’ottantina di persone, che aiutano e sostengono i circa 700 progetti produttivi associati e le migliaia di membri. Adesso il tentativo è quello di compiere il passaggio successivo, il più importante e ambizioso: creare una rete mondiale, al cui interno far confluire la CIC, basata su principi di solidarietà e cooperazione. La rete mondiale ha un nome, Faircoop , ha la forma di una cooperativa ed esiste a partire dall’ottobre 2014. Ne fanno parte già circa 80 realtà che si scambiano beni e servizi attraverso una moneta elettronica chiamata faircoin.
Alberto Gallo, esperto di monete sociali, volontario attivista in Arcipelago SCEC  e facilitatore degli scambi territoriali per Piemex, ci ha messo in contatto con Enric perché potessimo capire meglio come funziona questo sistema complesso. Ed ecco che torniamo alla chiamata Skype, alla voce di Enric che esce lievemente distorta dai microfoni del pc e alla sua sicurezza nel professare i propri intenti.

Enric, ci spieghi cos’è Faircoop?

E’ una cooperativa aperta mondiale che opera per creare una società postcapitalista in tutto il pianeta di cui attualmente fanno parte fra le settanta e le ottanta realtà.

E invece il faircoin? Come Funziona?

Il faircoin è la moneta utilizzata per gli scambi interni fra le realtà che partecipano alla cooperativa. Si basa sull’algoritmo del bitcoin, ma è stato modificato per cambiarne alcune caratteristiche sostanziali. Mentre il bitcoin ha dei forti elementi competitivi e speculativi, il faircoin si basa sulla cooperazione.download

Il bitcoin ha un alto impatto ambientale per via dell’energia consumata dai computer centrali per crittare i segnali (si calcola che una singola transazione consumi la stessa di energia di un villino familiare americano in un giorno). Quello del faircoin sarà minore?

Sì, il dispendio energetico è decisamente minore. Inoltre stiamo lavorando a un faircoin 2.0 che migliori ancora questo aspetto, assieme a tante altre migliorie nel sistema di emissione e gestione della moneta.

Sappiamo che state pensando di integrare all’interno del sistema faircoin altre valute alternative o complementari, come Arcipelago SCEC. Si tratta di monete con sistemi di emissione e valore molto diversi (ad esempio lo SCEC è emesso a credito e il suo valore è legato all’euro, mentre l’emissione e la valutazione dei faircoin è data da un algoritmo), come pensate di fare?

Faircoin è un sistema nato per connettere realtà anche molto distanti tra loro, e allo stesso tempo per creare una rete di supporto alle realtà che stanno lavorando per un cambiamento del sistema economico, sociale ed ambientale. La funzione delle valute locali rimane molto importante per creare occasioni di incontro e tessere relazioni umane, oltre che a valorizzare le specifiche aree che emergono come cruciali a livello locale. In futuro questo passaggio potrà trovare convergenze che renderanno forse possibile un’integrazione completa, ma per ora stiamo concentrando lo sforzo sulla creazione di un meta-livello culturale e strutturale, capace di dare organicità e maggior capacità di impatto alle singole esperienze locali.

 

Com’è possibile supportare Faircoop ora?

Occorre innanzi tutto conoscere l’iniziativa, e se si ha la disponibilità partecipare ai lavori di costruzione degli strumenti. In secondo luogo ci si può iscrivere alla piattaforma di Faircoop e crearsi un wallet (i.e. portafoglio virtuale) in Faircoin (info in italiano su https://fair.coop/it/, ndr). Per le associazioni e movimenti che aderiranno, c’è un campagna per donare 1000 Faircoin alle prime 100 realtà che si iscrivono: questa è una delle modalità che abbiamo previsto per valorizzare chi saprà farsi promotore di questo cambiamento e già sta contribuendo a creare valore in quest’ottica. Invito chi sia interessato a questa iniziativa a prendere contatti per creare un gruppo di attivisti e includere così anche l’Italia al gruppo di paesi dell’Europa Meridionale che già si sono avvicinati a questo progetto (Spagna, Grecia, Portogallo, Francia).en1

Enric continua a parlare col suo tono calmo e coinvolgente. Dà l’impressione che un cambiamento sia ineluttabile e che tutti ne facciamo parte. Prima di salutarci gli raccontiamo di Italia Che Cambia, riceviamo altri input sugli sviluppi in altri stati europei, sulla scelta di disobbedienza civile, sull’evolversi della situazione europea e non solo. Ci salutiamo con un abbraccio virtuale. In attesa che Enric torni ad essere un uomo libero e non più un fuggitivo (e in tanti stanno lottando per questo), continueremo a seguirlo con interesse. A vederla dall’esterno, la lotta di un uomo contro il sistema capitalista sembra l’ennesima riproposizione dell’epopea di Don Chisciotte, destinato a perdere la propria battaglia contro i mulini a vento. Ma sono tanti gli Eric Duran in Europa, in Italia, nel mondo, e si stanno organizzando con sempre maggiore precisione e strategia. Persino i mulini ormai si accorgono che il vento sta cambiando.

 

 

Fonte : italiachecambia.org

Francesco Gesualdi: dal consumo critico al “lavorare meno, lavorare tutti”

Come mai un mondo così ricco produce tanta povertà? È da questa domanda che ha preso il via l’attività di Francesco Gesualdi e del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, finalizzata ad individuare e indicare le azioni concrete che ognuno di noi può mettere in atto per contrastare i meccanismi che generano ingiustizia e promuovere quindi, partendo dai nostri stili di vita, un cambiamento reale.

Allievo di Don Milani, l’attivista e saggista Francesco Gesualdi ha pubblicato vari libri riguardanti il potere delle multinazionali, la crisi dell’occupazione, il debito del cosiddetto ‘Terzo Mondo’ e l’impoverimento a livello globale, la negazione dei diritti umani e la distruzione dell’ecosistema. Ha anche coordinato numerose campagne di pressione nei confronti del potere politico e di multinazionali. Dopo varie esperienze all’estero e soprattutto in Bangladesh, Francesco Gesualdi si è trasferito a Vecchiano, in provincia di Pisa, dove nel 1985 ha fondato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. La sede del Centro è una casa in cui Francesco Gesualdi e altre tre famiglie conducono un’esperienza di vita semi-comunitaria e offrono solidarietà concreta in situazioni di difficoltà. L’attività del Centro è finalizzata a elaborare e diffondere strategie per una distribuzione più equa della ricchezza, per il consumo critico, la liberazione dall’economica del debito e, più in generale, per il raggiungimento di un modello socio-economico sostenibile.  “Noi – racconta Francesco Gesualdi – volevamo capire soprattutto i meccanismi, per cambiare il modello di società. Ci siamo resi conto che se avessimo lavorato sulle cause dell’impoverimento del sud del mondo avremmo lavorato anche sull’ingiustizia che caratterizza il nostro Paese. Via via che approfondivamo gli studi abbiamo compreso che la povertà era funzionale a questo sistema. Ci siamo quindi chiesti ‘cosa possiamo fare? Come possiamo cambiare le cose?’. Capimmo quindi che la chiave risiedeva proprio nei nostri consumi quotidiani. Le responsabilità delle ingiustizie e dello sfruttamento del sud del mondo, infatti, ricadono in gran parte sulle spalle delle imprese. Nel 1990 pubblicammo quindi il primo testo che affrontava questi temi: Lettera ad un consumatore del nord. Mancava ancora un tassello, però, che sviluppammo negli anni seguenti: quello del consumo critico che ci induceva ad orientarci ed orientare verso la scelta di prodotti equo solidali, pur sapendo che avremmo dovuto confrontarci col boicottaggio delle imprese che non seguivano determinati criteri”.IMG_1095

Francesco Gesualdi (Foto di Erica Canepa)

 

“Il coinvolgimento di ognuno di noi con la macchina economica mondiale – continua Francesco Gesualdi – passa, innanzitutto, per i nostri consumi quotidiani”. Capire l’importanza strategica del consumo è stata la scintilla che ha acceso tutto il ragionamento attorno agli stili di vita. “Ad un tratto – si legge sul sito del Centro – è apparso chiaro che la politica non si fa solo nella cabina elettorale o nelle manifestazioni di piazza. La politica si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all’edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa. Scegliendo cosa leggere, come, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, rafforziamo un modello economico sostenibile o di saccheggio, sosteniamo imprese responsabili o vampiresche, contribuiamo a costruire la democrazia o a demolirla, sosteniamo un’economia solidale e dei diritti o un’economia animalesca di sopraffazione reciproca.  In effetti la società è il risultato di regole e di comportamenti e se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte ad una massa che pensa e che fa trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere , le piccole avidità del momento”. Proprio per questo l’attività del Centro si concretizza nella stesura di guide per informare i consumatori sul comportamento delle imprese, nell’organizzazione di campagne, in suggerimenti sugli stili di vita. Portando avanti le loro analisi, Gesualdi e gli altri si sono resi conto che per creare un mondo sostenibile vanno presi in considerazione sia i fattori ambientali che quelli della giustizia e dell’equità.

IMG_1089

Il Centro Nuovo Modello di sviluppo (Foto di Erica Canepa)

 

“Oggi – spiega Francesco Gesualdi – si stanno scontrando due poteri: da un lato la finanza, che vuole che la gente non spenda e non si indebiti per arricchire i soliti noti. Dall’altra il vecchio capitalismo che vuole che i consumi aumentino sempre e non si preoccupa delle conseguenze che questi possono avere sul sud del mondo o sul Pianeta. Ecco perché bisogna costruire un Nuovo Modello di Sviluppo (1) che superi queste due logiche perverse. Sta a noi dunque dimostrare che si può creare un sistema sobrio che però garantisca la piena partecipazione lavorativa”. Francesco Gesualdi sostiene infatti che cambiare stili di vita è necessario, ma non sufficiente: bisogna ripensare il concetto di ‘lavoro’. “Due secoli di capitalismo ci hanno convinto che l’unica strada per la sopravvivenza passi per la vendita del proprio tempo. Oggi si identifica il termine lavoro con quello di ‘lavoro salariato’, ma non deve essere necessariamente così. Il fai da te, l’autoproduzione del cibo o del vestiario, il saper fare non sono monetizzabili, ma ci liberano dalla dipendenza dal danaro. Sono attività che richiedono lavoro e soddisfano bisogni primari. Se aumentiamo questo tipo di attività, possiamo ridurre il lavoro salariato. Il famoso ‘lavorare meno lavorare tutti’. In questo momento storico ci sono migliaia di persone disoccupate e migliaia di persone che devono soddisfare i loro bisogni primari. Dobbiamo far incontrare queste due necessità. Invece che chiedere denaro, potremmo chiedere tempo e competenze. Queste sono la vera ricchezza dell’essere umano”. “Cambiare si può – afferma Francesco Gesualdi – e il cambiamento deve essere prima di tutto culturale”.

 

  1. Intervistato da Daniel Tarozzi Francesco Gesualdi ha ammesso che oggi non avrebbe utilizzato il termine “sviluppo” perché questo è fin troppo legato a quello della crescita del Pil assunta come unico indicatore di benessere

 

Il sito del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

 

Fonte: italiachecambia.org

Finanziare la solidarietà e la sostenibilità: Banca Etica compie 15 anni

In quindici anni Banca Etica ha fatto della finanza etica un modello strutturato di intervento a sostegno di una economia responsabile e sostenibile. Il 2014 non è solo il “compleanno” di questa realtà, ma anche un passaggio e un approdo. Perché ora tutti sanno che un’alternativa è possibile, concreta e già comincia a dare frutti.banca_etica_15_anni

Banca Etica, il primo istituto di credito interamente dedito alla finanza etica, festeggia i quindici anni dalla nascita. Un anniversario che suggella il passaggio dalla fase pionieristica della finanza etica al suo consolidamento in un modello ormai strutturato e pronto ad aprirsi a nuovi settori dell’economia responsabile e sostenibile. Banca Etica – nata a Padova su impulso di migliaia di singoli cittadini e di tante organizzazioni del Terzo Settore Italiano – conta oggi 17 filiali e 25 cosiddetti banchieri ambulanti in tutta Italia; ha un capitale sociale di oltre 46 milioni di euro, una raccolta di risparmio pari a  873 milioni di euro e prestiti accordati per oltre 774 milioni a favore di oltre  7.000 imprese sociali. «Ancora oggi siamo gli unici a raccontare con trasparenza online come utilizziamo il denaro dei risparmiatori, pubblicando tutti i finanziamenti erogati» dicono da Banca Etica. «Il concretizzarsi di questa utopia capace di coniugare finanza, valore sociale, risparmio, solidarietà, sobrietà e sostenibilità, riconosciuta come best practice anche a livello internazionale, viene festeggiato con oltre 60 eventi organizzati dai soci di Banca Etica in altrettante città italiane. Un programma ricco e partecipato che spazia tra rappresentazioni teatrali, dibattiti, feste, flash mob, concentrati tra il 5 e il 23 marzo per far conoscere al maggior numero di persone le opportunità offerte dalla finanza etica e dall’uso responsabile del denaro». E’ anche on line il sito web dedicato http://www.bancaetica.it/15anni/ dove è possibile consultare il programma degli eventi; conoscere e interagire con la storia di Banca Etica dalla sua ideazione fino al progetto che la porterà nei prossimi mesi ad aprire sportelli anche in Spagna; conoscere tutti i numeri della Banca anche attraverso infografiche sintetiche e di immediata comprensione. “Dedichiamo il 2014 a questo anniversario perché crediamo importante raccontare una storia collettiva, fatta dell’impegno di migliaia di persone e organizzazioni che hanno saputo costruire una banca unica, farla crescere e diventare una buona pratica tutta italiana, indipendente, trasparente, partecipata – spiega Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica – Le oltre 60 iniziative in programma per festeggiare i nostri 15 anni rappresentano momenti di ascolto, confronto e convivialità dove tutti potranno contribuire ad un dialogo che possa essere il motore per il nostro sviluppo futuro. Uno sviluppo che dal 2014 oltrepasserà le frontiere italiane e ci vedrà protagonisti di un nuovo progetto di Finanza Etica in Spagna”.

Ecco i settori cui Banca Etica fa credito:
• sistema di welfare: servizi sociosanitari, housing sociale, microcredito assistenziale;
• efficienza Energetica ed Energie Rinnovabili: coibentazione immobili, cogenerazione, solare termico, solare fotovoltaico, eolico, idroelettrico;
• ambiente: gestione dei rifiuti, riciclaggio delle materie prime, produzioni eco-compatibili;
• biologico: produzione e commercializzazione di prodotti biologici;
• cooperazione internazionale: cooperazione allo sviluppo riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri e/o da Istituzioni Sovranazionali, microfinanza, finanza etica e solidale;
• animazione socio-culturale: educazione, cultura, sport per tutti, centri giovanili, ecc.;
• commercio equo e solidale
• realtà economiche con forte connotazione sociale come le organizzazioni che gestiscono beni confiscati alla mafia;
• impresa sociale e responsabile: attività imprenditoriali che, facendo riferimento ai principi dell’ ‘economia civile’, contemplino anche l’inserimento di criteri sociali, solidali e ambientali (c.d. Di Responsabilità Sociale d’Impresa – RSI), superando la dicotomia “profit/non profit” e privilegiando, invece, il concetto di “beneficio sociale per la comunità locale”;
• credito alla persona: fabbisogni finanziari primari (prima casa, mezzi di trasporto, ecc.) dei soci di Banca Etica e dei dipendenti o aderenti alle realtà socie della Banca.
Eventuali dubbi interpretativi in ordine ai settori di impiego devono essere sottoposti dall’Organo Proponente alla valutazione del Comitato Etico.
Attività non finanziabili

Vengono escluse le attività economiche che ostacolano lo sviluppo umano, in particolare:
• produzione e commercializzazione di armi; attività con evidente impatto negativo sull’ambiente; utilizzo e sviluppo di fonti energetiche e di tecnologie rischiose per l’uomo e l’ambiente;
• sfruttamento del lavoro minorile, violazione dei diritti della persona, non rispetto delle garanzie contrattuali;
• allevamenti animali intensivi che non rispettino i criteri previsti dagli standard della certificazione biologica;
• esclusione/emarginazione delle minoranze o di intere categorie della popolazione;
• rapporto diretto con regimi che notoriamente non rispettino i diritti umani e/o che siano gravemente responsabili della distruzione dell’ambiente;
• attività di ricerca in campo scientifico che conducano ad esperimenti su soggetti deboli o non tutelati o su
animali;
• mercificazione del sesso;
• gioco d’azzardo.

Fonte: il cambiamento

Ho Sognato una Banca
€ 15

Le agenzie di rating: il retroscena della finanza

declassamento_agenzie_rating

 

Le agenzie di rating sono quelle società finanziarie private che emettono giudizi sulla credibilità economica e finanziaria di un paese, una banca o un’azienda condizionando scelte finanziarie globali o nazionali che possono avere esiti devastanti per una società. Ma chi le muove? Come funzionano? Ecco una prima analisi di un esperto del settore che ci spiega i meccanismi speculativi di queste eminenze grigie della finanza liberista. Dalla seconda metà dell’Ottocento il processo di accumulazione del capitale ha seguito un avanzamento esponenziale e la stessa produzione che ne sta a fondamento non è riuscita a tenerne il passo. La massa di capitali accumulati non ha tuttavia raggiunto il pieno impiego fino a quando non è subentrata la fase del capitalismo monetario che supera i cicli di produzione e consumo delle merci incentrandosi in un’odierna «società deindustrializzata e post-consumistica ovvero indebitata» per riprendere una frase di Stefano Franchini (nell’introduzione nel libro da lui curato Il capitalismo divino: colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione, edito da Mimesis). Un debito permanente che trascina interi Paesi e singoli consumatori ai quali si affibbia un’etichetta di affidabilità creditizia, meglio nota con il termine “rating”, emessa da agenzie private fondate alla fine dell’Ottocento. Stiamo parlando delle tre sorelle Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch che da qualche anno influiscono sul mercato mondiale imponendosi come demiurghi delle crisi finanziarie. Nel libro Le agenzie di rating (edito dal Mulino) Giovanni Ferri e Punziana Lacitignola ne descrivono l’origine, la struttura, il ruolo e le problematiche legate alla finanza internazionale affermando che «[…] le agenzie forniscono un’opinione su quello che è il merito di credito in un determinato lasso di tempo, e a essa è collegata una specifica probabilità di default». Migliaia di organizzazioni economiche private o pubbliche vengono osservate nella capacità di onorare i debiti rimborsando capitale e interessi con una valutazione basata su una serie di elementi quali probabilità, rischio, incertezza e complessità, a cui si lega un segno alfanumerico che sintetizza varie informazioni quantitative o qualitative e in genere parte da una tripla A per un alto grado di solvibilità fino alla D per l’insolvenza. Praticamente le agenzie di rating interpretano i dati del presente per anticipare gli scenari futuri, ma in realtà dai primi anni Duemila a oggi non hanno previsto la bancarotta di Enron negli Stati Uniti, il default dei bond argentini, i crac Parmalat e Cirio in Italia, il crollo della banca Lehman Brothers, avallando positivamente prodotti finanziari anomali su cui nessuno avrebbe scommesso e milioni di risparmiatori sono stati messi in ginocchio. L’Associazione di consumatori Adusbef di Roma aveva già avvertito il mercato sulle previsioni errate delle tre sorelle del rating e qualche mese fa ha avviato un’azione legale contro una sospetta emissione di un rating sovrano negativo sull’Italia circa un presunto rischio di insolvenza ad adempiere agli impegni del debito pubblico. La procura di Trani ha svolto le indagini concludendo poi l’inchiesta con l’accusa per Standard & Poor’s di «manipolazione di mercato pluriaggravata e continuata che ha provocato una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari»; nel documento di chiusura delle indagini si può leggere che «fornivano intenzionalmente ai mercati finanziari, quindi agli investitori, un’informazione tendenziosa e distorta in merito all’affidabilità creditizia italiana ed alle iniziative di risanamento e rilancio economico adottate dal Governo, per modo di disincentivare l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne il valore». In questi giorni è toccata alla Francia essere declassata dall’agenzia di rating Standard & Poor’s che ne ha bocciato le politiche finanziarie e i ministri economici francesi hanno affermato che i giudizi emessi dall’agenzia sono inesatti. Nel libro I signori del rating (edito da Bollati Boringhieri) Paolo Gila e Mario Miscali spiegano che per conoscere le agenzie di rating «il baricentro dell’attenzione deve essere spostato sugli assetti proprietari, sulla rete di relazione che esiste tra questi “sistemi esperti” che controllano e guidano i mercati, il mondo degli investitori e quello del rating. Che cosa accadrebbe se qualche società o qualche uomo della finanza fosse presente contemporaneamente su tutti questi piani (informazione, controllo, investimento, rating) e potesse accedere alle informazioni mondiali rilevanti alla velocità della luce mentre parallelamente decide le sorti di un Paese attraverso un giudizio di valutazione della capacità di credito dei suoi bond?». Nell’agenzia Moody’s il principale azionista è il magnate Warren Buffet, mentre un azionista di minoranza comune alle tre sorelle è il fondo di private equity BlackRock, ed entrambi hanno puntato sempre su “cavalli vincenti”. Sullo stesso mercato questi big della finanza da un lato giudicano e dall’altro investono, richiamando alla mente il finanziere d’assalto degli anni Ottanta Gekko Gordon del film Wall Street che, munito di informazioni riservate e reperite con l’inganno, speculava cinicamente in Borsa per fare soldi in poche ore anche se provocava fallimenti di aziende e la perdita di posti di lavoro. Il professore Pierangelo Da Crema nel libro La crisi della fiducia (edito da Etas) individua le colpe del rating nel crollo della finanza globale ma avverte che «[…] sbaglierebbe chi volesse riconoscere la radice di quanto è successo solo nell’avidità degli uomini del rating e della finanza. Su uno sfondo brulicante e sconfinato premono i bisogni e i desideri di un’umanità intera, la voglia di tutti di avere di più». Siamo dinanzi a un gioco pericoloso dove a ogni debito corrisponde un credito e al vantaggio di uno lo svantaggio di tanti altri che sono oramai soggiogati da una pesantissima crisi non di penuria di beni ma per mancanza di eccesso, ovvero i beni non mancano e le persone vogliono consumare sempre di più senza mai soddisfarsi ed indebitandosi per mantenere questo stile di vita. Il consumatore rappresenta l’ultimo anello di questo sistema capitalistico di produzione e distribuzione di beni di consumo, sia materiali che immateriali, ma paradossalmente ha il potere di influenzare tutta la filiera economico-finanziaria verso l’alto per avviare un primo cambiamento attraverso l’adozione di comportamenti di sobrietà nei consumi con una conseguente riduzione del debito.

Fonte: il cambiamento

Cambiare la finanza. Banca Etica lancia la campagna “Con i miei soldi”

Banca popolare Etica ha lanciato la nuova campagna di educazione finanziaria “Con i Miei Soldi”. Si tratta di un’iniziativa che si propone di rendere concreti e tangibili i tanti modi in cui i cittadini-risparmiatori possono agire dal basso per contrastare la finanza speculativa, scegliendo prodotti e servizi finanziari ‘etici’.

economia_finanza_etica

Banca popolare Etica lancia in queste ore la nuova campagna di educazione finanziaria “Con i Miei Soldi”: un’iniziativa che si propone di rendere concreti e tangibili i tanti modi in cui i cittadini-risparmiatori possono agire dal basso per contrastare la finanza speculativa che ha distorto l’economia globale negli ultimi decenni, scegliendo invece prodotti e servizi finanziari “etici”: pensati, cioè, in un’ottica di trasparenza, sostenibilità, sostegno all’economia reale e alle imprese che lavorano in settori di interesse collettivo, nel rispetto dell’ambiente e dei diritti umani. Attraverso un sito web dedicato tutte le persone che vorranno raccontare di aver usato Banca Etica potranno inserire la propria azione (essere diventati soci di Banca Etica; aver aperto un conto corrente; aver aumentato il numero di azioni; aver partecipato a un’iniziativa culturale, aver sottoscritto un prodotto per il risparmio dedicato a una specifica iniziativa sociale, ..). I lettori potranno votare la azioni inserite. Ogni settimana all’utente che riceverà il maggiore apprezzamento verrà consegnata una vignetta realizzata da Roberto Grassilli, fondatore di Clarence e vignettista di Cuore. Un riconoscimento simbolico che genererà una galleria di immagini testimonial della finanza etica. Anche su Twitter e Instagram tutti potranno condividere le proprie esperienze di uso responsabile del denaro con l’#conimieisoldi, partecipando a pieno titolo all’iniziativa di testimonianza collettiva. “Banca Etica è nata 14 anni fa ed è cresciuta grazie al passaparola tra cittadini consapevoli che condividevano la loro esperienza di uso responsabile del denaro. Oggi la crisi impone di coinvolgere un numero sempre maggiore di cittadini nell’impresa di cambiare la finanza dal basso, attraverso le scelte quotidiane dei singoli risparmiatori. Grazie alla rete possiamo amplificare il nostro passaparola e offrire l’accesso ai prodotti e ai servizi finanziari di Banca Etica anche in quei territori dove non abbiamo una filiale o un banchiere ambulante”, spiega il presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri.

etica

“In questi anni di crisi Banca Etica è cresciuta a ritmi sostenuti: nel triennio 2010-2012 i prestiti erogati sono aumentati del 95% e la raccolta di risparmio che ci viene affidato del 37%! 2012 ogni euro di risparmio affidato a Banca Etica si è trasformato in un euro di prestiti erogati a favore di imprese sociali! Non avremmo potuto farlo senza lo sforzo popolare e cooperativo per far crescere il nostro capitale (+60% in tre anni) e senza il riconoscimento che otteniamo grazie al nostro modo di interpretare e comunicare la finanza etica. Oggi ci troviamo di fronte ad una nuova sfida: per il 2013 ci siamo dovuti prefiggere tassi di crescita ‘ridotti’ per i prestiti, attorno al 5%. Una scelta inevitabile per la bassa capitalizzazione che abbiamo. Il fatto di continuare a crescere resta un dato positivo rispetto al sistema bancario, ma fermarci al 5% non soddisfa chi vuole dare risposte a quell’economia orientata al bene comune di cui abbiamo un gran bisogno e che ci chiede credito. Ecco allora che la sfida è quella di esplorare il potenziale di partecipazione che la finanza etica racchiude. La finanza è un acceleratore di economia. I risparmi hanno l’eccezionale caratteristica di poter creare economia nuova pur rimanendo di proprietà dei risparmiatori. Come mezzi di produzione che non si usurano. Non esiste la neutralità: se non scegliamo noi, se non chiediamo niente, allora sceglie il mercato secondo la regola della massimizzazione a breve del profitto, non certo della responsabilità sociale e ambientale”, conclude Biggeri. Andrea Baranes, presidente della Fondazione Culturale di Banca Etica aggiunge: “Nel 2011 e nel 2012 abbiamo portato avanti la campagna Non Con I Miei Soldi, che ha contribuito a far crescere la consapevolezza dei risparmiatori circa la non neutralità delle scelte che compiono in campo finanziario, anche nel caso della semplice apertura del conto corrente si può decidere se affidare i propri risparmi a istituti che li utilizzeranno per speculare o finanziare produttori di armi o a intermediari di cui si conosca l’impegno a sostegno di un’economia reale e sostenibile. Con i Miei Soldi si affianca alla campagna degli scorsi anni per produrre una testimonianza viva di come la finanza etica sia più a portata di mano di quello che molti pensano!”.

Fonte : il cambiamento