Torino: “La ristorazione scolastica ecologica? Una follia ma funziona”. Parola di chi l’ha messa in atto

Abbiamo incontrato Claudio Marsili, direttore della sezione Piemonte e Liguria di Camst, l’azienda che ha in appalto la ristorazione delle scuole torinesi. “Eroghiamo 27 mila coperti con spreco zero, stoviglie lavabili, prodotti di filiera corta. Non mi rendo neppure conto di cosa abbiamo creato”4

Da circa tre anni la città di Torino ha riorganizzato il proprio servizio di ristorazione scolastica cercando di renderlo maggiormente ecosostenibile. Il capitolato d’appalto approvato dall’assessorato alle Politiche Educative, considerato uno dei più avanzati d’Italia, prevede tra le altre cose la filiera corta per i prodotti alimentari e l’abolizione delle stoviglie di plastica a favore di quelle lavabili e quindi riutilizzabili. Come ha documentato il Politecnico di Torino, i risultati sono stati di grande rilievo: la scelta dell’uso di stoviglie lavabili, l’uso di acqua di rete e i prodotti a filiera corta hanno determinato una riduzione di CO2 prodotta complessivamente dal servizio di ristorazione di 587,76 tCO2 eq/anno (pari a 1/3 del totale), corrispondente alle emissioni di 6274 viaggi Torino-Roma in utilitaria. Sempre su questo fronte, lo sforzo di razionalizzare i percorsi per la distribuzione in città dei pasti ha portato a una riduzione del 12% delle distanze percorse (392 km/giorno in meno, corrispondenti a più di 80.500 chilometri risparmiati in un anno scolastico) e un minor impatto sul traffico delle ore mattutine. La sostituzione del parco autoveicoli da mezzi a gasolio a quelli a metano ha comportato inoltre una contrazione nell’emissione di polveri sottili. Per andare oltre i risultati e capire come è avvenuto il cambiamento dalla prospettiva di chi l’ha messo in atto, Eco dalla Città ha incontrato Claudio Marsili, direttore della sezione Piemonte e Liguria di Camst, l’azienda che ha in appalto il servizio di ristorazione.

Cosa avete pensato quando avete letto la gara indetta dalla Città?

“Torino ha organizzato un capitolato d’appalto che per uno che fa il mio mestiere era una follia: spreco zero, tutto riutilizzabile, prodotti alimentari da filiera corta. Per un anno abbiamo fatto molti tentativi, ma le soddisfazioni vere sono arrivate solo dal secondo. Oggi, al terzo, non mi rendo neppure conto del mostro che abbiamo creato. Eroghiamo 27 mila coperti giorno di piatti in melammina, bicchieri in bicarbonato e posate in acciaio. Siamo arrivati a questa scelta lavorando con il comune per capire quale fosse il materiale più adatto per fornire un servizio di stoviglie lavabili di questa portata, che sviluppa una grossa mole e che implica grossi pesi da movimentare per gli operatori. Bisognava inoltre garantire il fatto che le stoviglie durassero nel tempo e soprattutto che non fossero pericolose per i bambini e fossero quindi lavabili moltissime volte. La nostra attività inizia alle 5 del mattino. Non ho niente di pronto. Cuciniamo tutto entro le 10. Trasportiamo tutto tra le 10 e le 12. Il consumo avviene dalle 12 alle 13. Dalle 13 alle 20 rilaviamo, risistemiamo e sterilizziamo tutto. Se lei immagina tutto questo immagina pure che non si può sbagliare mai: non si può tardare mai, non posso avere inceppi né alcun tipo di anomalia. Se si rompe la lavastoviglie la devo riparare mentre sto lavorando perché non posso averne quattro di scorta. È chiaro che un progetto di questo tipo va pensato prima della gara d’appalto. Servono investimenti importanti soprattutto alla luce del fatto che non esisteva niente del genere, sia in termini di mezzi, che in termini di oggetti, che di impianti di lavaggio. Dopo di che bisogna metterlo in pratica: tra pensare un cosa ed efficientarla c’è un mondo”.

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Come vi siete organizzati dunque per rispondere alla richiesta?

Abbiamo fatto delle ipotesi contabili per capire cosa fosse meglio e siamo giunti ad un conclusione che oggi funziona: 54 mezzi che girano per Torino con cui vengono effettuate consegne e ritiri, tutti a metano di nuova generazione, tutti equipaggiati con sponda idraulica che permette di sollevare pesi molto grandi altrimenti incompatibili con la manualità. I mezzi li abbiamo comprati apposta per questo appalto e richiesti con determinate caratteristiche perché così come ci servivano, cioè con cassone termico e sponda idraulica, non erano presenti sul mercato. Sono costati 36 mila euro l’uno. Inoltre sono stati adattati alla città di Torino. Un solo esempio: il serbatoio del metano è allocato nella parte bassa, di fianco a quello del gasolio, così in basso che nei dossi toccava. Al terzo serbatoio distrutto abbiamo dovuto far rialzare tutti gli ammortizzatori dei mezzi.

In secondo luogo abbiamo ragionato sul lavaggio: il piatto nuovo doveva essere identico a quello di plastica usa e getta e questo ha creato dei problemi, perché il piatto della città di Torino è rettangolare, con lo scomparto per i secondi. La curvatura necessaria alla divisione di questi due spazi nei sistemi moderni è un’angoscia. Ad oggi però siamo riusciti ad organizzare tutto in un unico sistema di lavaggio, con un’unica squadra che si alterna a multipli di 4 ore, perché l’attività è talmente ripetitiva che alla quinta i lavoratori alzerebbero la mano giustamente. Vengono lavati 27 mila coperti al giorno, confezionati in scatole asetticamente sterilizzate quotidianamente in multipli da 20 (400 coperti), con all’interno 20 piatti scodella per i primi, 20 piatti a bis per i secondi, 20 bicchieri incastellati e il set per 20 persone di posate in acciaio. Tutto questo viene messo su pedane e incellofanato per evitare qualsiasi contaminazione e spedito coi mezzi. Dalla forchetta alla cappa della cucina, tutto viene sanitizzato ogni singolo giorno. Quando qualche tempo fa è nata una discussione sull’asetticità di piatti e posate, abbiamo instaurato un sistema di analisi che ci permette di fare il tampone all’arrivo a scuola. I risultati hanno detto che sono più asettici della plastica.

Per quanto riguarda il trasporto? 

C’è un’organizzazione folle, calcolata al minuto e al metro: al mattino l’autista carica i piatti, le derrate crude delle materne, il pane e la frutta di elementari e medie e inizia in una zona x, calcolando il percorso in base alle consegne. Finite queste torna al centro di cottura per caricare i pasti i caldi e inizia un altro giro analogo. Il tutto seguendo un percorso lineare, senza avanti e indietro, sennò altro che risparmio di Co2. È un lavoro estremamente complicato. Si può dire che è stato creato un mondo quindi. In questo momento è un sistema funziona e secondo noi è pienamente efficiente.

Meglio adesso o meglio prima?

Per noi era cento volte meglio prima. La plastica permetteva una manualità che con i materiali attuali è impensabile. Per la collettività invece è molto meglio adesso, ma visto che della collettività facciamo parte anche noi… col sistema attuale io nel rifiuto organico butto tutto quello che non è stato consumato, senza perdere nulla e posso riutilizzare le stoviglie all’infinito.

Prospettive per il futuro?

Un impianto del genere sta in piedi se ha i numeri. Se avessi sette centri di lavaggio invece che uno solo, sarebbe insostenibile sia in termini di efficienza che in termini economici. Se mai la città di Torino dovesse organizzare appalti in maniera diversa, spezzettando tra tanti partner, bisogna tenere conto che un servizio del genere diventerebbe assolutamente antieconomico, perché le persone bisogna pagarle, le lavastoviglie bisogna comprarle, l’impianto deve funzionare ed è energivoro.

Fonte: ecodallecitta.it

L’Alveare che dice sì, un social network per i gruppi d’acquisto

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È stato presentato nell’ambito della fiera Fa la cosa giusta il social network dei gruppi d’acquisto L’Alveare che dice Sì!un social network che consente di vendere e comprare prodotti freschi e di qualità grazie a Internet e alla sharing economy e che favorisce la filiera corta e i gruppi d’acquisto. Questa nuova piattaforma online rende più efficiente la distribuzione dei prodotti locali:

“L’innovazione di L’Alveare che dice Sì! non è reinventare la filiera corta ma spingerla a prenderla e dare i mezzi alla filiera corta di diventare virale ed arrivare in ogni quartiere della città. Quali sono i pilastri? La parte tecnologica con internet. La seconda innovazione è la sharing economy applicata alla filiera corta”, spiega Eugenio Sapora, ceo della start up. In Francia questo modello di distribuzione a km zero conta già 650 alveari, mentre in Italia sono 30, distribuiti su tutto il territorio. La produzione locale si riunisce in alveari che raggruppano le imprese agricole in un raggio di 250 km; i consumatori si registrano e acquistano tramite la piattaforma ciò che desiderano e lo vanno a ritirare dalle mani dei produttori.

Fonte:  Askanews

 

L’Alveare che dice Sì! La spesa a km 0 social e innovativa

Una rete di vendita di prodotti locali per promuovere la filiera corta, permettendo ai cittadini di produrre, distribuire e consumare in modo sano e sostenibile. Il tutto con il supporto di internet e dei social network. Nato nel 2014 a Torino, il progetto “L’Alveare che dice Sì” si sta espandendo in tutta Italia contribuendo alla transizione verso un nuovo modello di produzione e distribuzione più umano, ecologico e giusto.

La filiera corta si evolve e la spesa a km 0 diventa sempre più social con “L’Alveare che dice Sì!” , un progetto nato a Torino e ideato da Eugenio Sapora. L’idea che ne sta alla base è semplice: creare, attraverso internet e social network, strumenti innovativi per permettere ai cittadini di produrre, distribuire e consumare in un modo più sano e giusto. Con l’obiettivo di produrre senza distruggere l’ambiente, consumare in modo consapevole e realizzare una più ampia transizione sociale ed economica verso un nuovo modello di produzione e di consumo.11224205_1633617243578402_8799665457441323169_n1

Nel settembre 2014 “L’Alveare che dice Sì!” viene incubato dal Politecnico di Torino ed è qui che a novembre dello stesso anno nasce il primo Alveare d’Italia, detto “Alveare Madre”. Il 4 dicembre 2015, grazie ai risultati positivi ottenuti dell’Alveare Madre, l’idea di Eugenio si trasforma in una start-up vera e propria e gli Alveari cominciano a moltiplicarsi in tutta Italia. Il loro funzionamento è semplice: chiunque – privato cittadino, produttore locale o associazione – può mettersi in contatto con l’Alveare Madre per diventare Gestore di un Alveare locale. Il Gestore, attraverso una piattaforma online intuitiva e facile da utilizzare, promuove presso i propri concittadini i prodotti di qualità che si trovano “sotto casa” e dei quali spesso non si conosce l’esistenza. Dell’Alveare fanno parte i produttori che si riconoscono nei principi della Carta Etica della rete e che credono nella transizione ecologica: contadini che hanno scelto un’agricoltura sana, non intensiva e non estensiva, e artigiani che hanno puntato su qualità e salvaguardia ambientale. Fare una reale spesa a km 0 richiede maggiore impegno di una spesa al supermercato e non tutti (o non sempre) abbiamo tempo, voglia o fondi a disposizione per farlo in prima persona. I residenti in una certa zona, detti “Membri” dell’Alveare, possono accedere alla piattaforma online dedicata e ordinare comodamente da casa prodotti locali come frutta, verdura, pane, vino, birra, carne, ecc. La spesa si ritira una volta alla settimana e la consegna avviene presso l’Alveare – che può essere una libreria, un bar, un ristorante o gli spazi di un’associazione – sempre nello stesso giorno e alla stessa ora, in modo che i Membri possano organizzarsi al meglio.Alveare3

Una differenza con le altre filiere corte sta nel fatto che l’Alveare chiede ai produttori di essere presenti alla distribuzione degli ordini in prima persona, insieme al Gestore, affinché i cittadini possano fare domande sui prodotti e sulla lavorazione e i fornitori, a loro volta, possono conoscere le opinioni e le aspettative dei consumatori. Un’altra importante differenza è che, in tutta la rete, ogni produttore è pienamente libero di fissare i prezzi di vendita e la quantità minima ordinabile, perché è solo lui a possedere tutti gli elementi per valutare qual è la giusta remunerazione del suo lavoro, cioè quella che gli permette di lavorare dignitosamente e coprire tempi e costi. Solo quando la somma dei singoli ordini raggiunge la quantità richiesta dal produttore, l’ordine viene confermato e l’Alveare… dice sì! A questo punto il Gestore organizza la logistica e la distribuzione degli ordini presso l’Alveare, ma non è un intermediario. Il produttore vende ai Membri dell’Alveare, incassa direttamente da loro e ogni vendita è seguita da un servizio di fatturazione automatico messo a diposizione dall’Alveare Madre. Oltre alla piattaforma internet e ad un servizio di social dedicati, infatti, l’Alveare Madre fornisce a tutta la rete supporto tecnico e commerciale 7 giorni su 7, l’emissione automatica di fatture, buoni d’ordine, buoni di consegna e qualsiasi documento contabile e la loro archiviazione a tempo indeterminato e, soprattutto, la certezza e rapidità nei pagamenti: 15 giorni tra la distribuzione della merce presso i locali dell’Alveare e l’arrivo dei soldi sul conto corrente del fornitore. Per tutti questi servizi, i fornitori pagano una spesa fissa e contenuta: una percentuale del 16.7% sul fatturato esentasse realizzato con l’Alveare locale. Una metà di queste spese (cioè l’8,35%) va al Gestore dell’Alveare, che ha il dovere di garantire i locali, la logistica e la distribuzione delle consegne, coordinare gli ordini, organizzare incontri di (info)formazione e visite alle aziende per far conoscere ai cittadini le realtà produttive locali e le loro problematiche. L’altra metà va all’Alveare Madre di Torino, dove un team di 5 persone (compreso Eugenio Sapora) si occupa della gestione della piattaforma e di tutti i servizi online, del supporto tecnico e commerciale e del corretto sviluppo della rete degli Alveari nel rispetto della Carta Etica.12316400_1655609074712552_7582079981506147641_n

Oggi “L’Alveare che dice sì!” conta una trentina di Alveari sparsi in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, più di 2500 membri iscritti e oltre 200 produttori locali. Inoltre, fa parte del movimento europeo “The Food Assembly” – nato in Francia tra il 2010 e il 2011 col nome di “La Ruche qui dit Oui!” – e presente anche in Germania, Spagna, Belgio e Regno Unito con circa 900 Alveari. Abbiamo raggiunto Eugenio Sapora e gli abbiamo chiesto di parlarci della sua esperienza con gli Alveari italiani: “Il progetto”, ci spiega, “è semplice e sostenibile dal punto di vista economico e sociale: si tratta di rimettere al centro i produttori e i consumatori e reinventare il nostro approccio con il cibo e la sua produzione. Oggi il modello agro-industriale dominante ha dimostrato i suoi limiti, i suoi rischi e la sua ingiustizia nei confronti di produttori e consumatori. I problemi e i temi legati all’alimentazione e alla produzione di cibo sono complessi e di fondamentale importanza: la salute, l’ambiente, il territorio, il lavoro, i legami sociali… “L’Alveare che dice Sì!” persegue il duplice obiettivo di produrre senza distruggere l’ambiente e consumare consapevolmente. Sostiene l’agricoltura sana, non intensiva e non estensiva e l’economia locale che rispetta l’ambiente”. “Ogni giorno”, continua, “le comunità degli Alveari agiscono concretamente a livello locale per affrancarsi dall’agricoltura intensiva, dall’industria alimentare e dall’economia globale. Fare la spesa a km 0 e in modo consapevole sostenendo i piccoli produttori locali e virtuosi, permette loro di farsi conoscere, vivere dignitosamente e tenere aperta l’attività. L’Alveare che dice Sì! ricolloca il produttore nel cuore della relazione commerciale e, al tempo stesso, permette ai consumatori di riappropriarsi della propria alimentazione accettando i cicli e i tempi della natura, di capire le realtà e le difficoltà del mondo rurale e artigiano e di apprendere mille cose utili sulla catena di produzione che prima ignorava. Se ognuno di noi mangia meglio e mangia giusto, tutta la comunità ne trae beneficio: le aziende agricole restano ‘umane’, l’allevamento persegue il rispetto degli animali e le pratiche agricole proteggono i suoli, i paesaggi e la biodiversità.

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“Credo fermamente nell’impresa sociale e che l’imprenditorialità possa essere messa al servizio della collettività. Credo che lo spirito imprenditoriale debba avere come obiettivo l’interesse generale e che debba mettere il successo sociale e ambientale alla pari di quello economico. Ma anche la creatività oggi è importante e l’innovazione è una leva fondamentale per il successo della spesa a km 0 e della filiera corta in generale. Vorrei dire a tutti i lettori di ItaliaCheCambia”, conclude Eugenio, “che oggi non è più possibile restare indifferenti, ma è necessario che ognuno di noi faccia la sua parte, che faccia un gesto concreto, anche piccolo, per migliorare le cose. Personalmente sono ottimista: credo che, anche attraverso la rete degli Alveari, i cittadini, gli agricoltori e gli artigiani italiani daranno il loro contributo a creare un nuovo modello economico di produzione e distribuzione più umana, più ecologica e più giusta”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/alveare-che-dice-si-spesa-a-km-0-social-innovativa/

 

No al cibo nella spazzatura. La campagna di ActionAid parte dalle scuole di Torino

“Io mangio tutto” è il percorso di sensibilizzazione sul diritto al cibo per le scuole primarie che ha come obiettivo affrontare, attraverso il gioco, la tematica della fame nel mondo e dello spreco di cibo. Secondo una ricerca Ipsos il 45% dei piemontesi taglia gli sprechi alimentari, il 51% riduce gli alimenti che finiscono in pattumiera e l’87% predilige la filiera corta380659

Ogni anno in Italia vengono sprecate 20 milioni di tonnellate di cibo. Ma perché permettiamo che il cibo finisca nella spazzatura quando al mondo 870 milioni di persone soffrono la fame? Un cambiamento possibile e fortemente richiesto dai piemontesi, come dimostrano i dati Ipsos per ActionAid, diffusi in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, secondo cui gli abitanti della regione sono sempre più attenti a tavola, con il 45% che taglia gli sprechi alimentari, il 51% che riduce gli alimenti che finiscono in pattumiera e l’ 87% che predilige la filiera corta, facendo quotidianamente la spesa al mercato e cambiando così il paradigma dei consumi. Ed è dai più piccoli che deve partire il vero cambiamento, dalla scuola, per sensibilizzare ed educare correttamente i più piccoli a mangiare tutto e non buttare nulla nella spezzatura. Io mangio tutto. No al cibo nella spazzatura. Questa la campagna di ActionAid, organizzazione internazionale ed indipendente impegnata nella lotta alle cause della povertà e dell’esclusione sociale, sponsorizzata da Nexive, il primo operatore postale privato italiano. “Io mangio tutto” è il percorso di sensibilizzazione sul diritto al cibo per le scuole primarie che ha come obiettivo quello di affrontare, attraverso il gioco e la fantasia, la tematica della fame nel mondo e dello spreco di cibo in Italia, così da sviluppare nei giovani alunni una consapevolezza maggiore sul valore del cibo e le difficoltà che una grossa fetta di umanità riscontra nell’ottenerlo. Il percorso è gratuito e si avvale di un kit didattico cartaceo, un’attività a scuola della durata di circa 2 ore, fruibile direttamente in aula dai docenti, che potranno avvalersi di una guida dettagliata e del supporto a distanza del nostro staff. In tal modo, grazie al sostegno di Nexive, circa 2000 bambini potranno sviluppare conoscenze sulla tematica della fame nel mondo, sulla prevenzione degli sprechi alimentari e sui principi di un’alimentazione giusta e sostenibile, e in 15 scuole, non solo di Torino ma anche di Firenze e Padova, si lavorerà affinché gli alunni acquisiscano maggiore consapevolezza sulle tematiche e gli strumenti necessari per partecipare attivamente alla vita dei propri territori e per promuovere un’economia del cibo locale, giusto. “Essere nati nella parte del mondo ‘più fortunata’ ci impone, da un punto di vista etico, di essere consapevoli di quanto accade nell’altra metà, di praticare e diffondere buone abitudini e sensibilizzare le nuove generazioni sulle tematiche dello spreco e del diritto al cibo –dichiara Roberta Culella, CSR Manager di Nexive- . L’alimentazione è fondamentale nella crescita di ogni bambino; tantissime persone nel mondo soffrono la fame ogni giorno e gettare cibo nella spazzatura rappresenta una sconfitta e una vergogna, per una società che ne ha un accesso privilegiato e illimitato.” “È dai bambini che frequentano le mense che può partire il vero cambiamento. Parliamo di un comparto attorno al quale ruotano 10 milioni di persone, tra addetti ai lavori, insegnanti, docenti, studenti e personale non docente. Un bacino enorme che rappresenta 1/6 della Nazione e che può farsi davvero promotore e partecipe di consumi alimentari sostenibili, attraverso l’adozione di comportamenti individuali e collettivi virtuosi –dichiara Marco De Ponte, Segretario Generale di ActionAid Italia-. Siamo dunque molto contenti che Nexive abbia scelto di essere al nostro fianco attraverso l’iniziativa Io Mangio Giusto, per intervenire fermamente nella realtà scolastica di Torino, promuovendo con forza e a tutti i livelli la lotta agli sprechi, e coinvolgendo alunni, insegnanti e genitori in attività di formazione su stili alimentari rispettosi della propria salute e delle risorse disponibili”.

Ecco le scuole che a Torino aderiscono all’iniziativa Nexive:

Istituto Comprensivo Abbadia di Stura

Scuola Carlo Casalegno

Istituto Comprensivo C. Dogliotti

Istituto Comprensivo Gabelli

Istituto Comprensivo Sidoli

 

Fonte: ecodallecitta.it

Farmers market o mercati dei contadini, cosa sono?

Farmers market o mercati dei contadini, cosa sono e dove si trovano?

I farmers market, o mercatini dei contadini, sono dei mercati dove i produttori (contadini) sono essi stessi i venditori dei loro prodotti, tipicamente ortofrutticoli. Sono dei mercati dove si realizza dunque la filiera corta, ossia la vendita diretta da produttore a consumatore, il che costituisce la principale differenza rispetto ai mercati rionali, dove i venditori sono intermediari, non produttori della merce. L’altra grossa differenza è che si trovano esclusivamente prodotti locali, dato che per un contadino è pressoché impossibile frequentare mercati lontani dalle proprie terre.
Quindi si tratta di mercati dove si trova il concetto del kilometro zero, oltre alla filiera corta.farmers-market-400x250

Inoltre, ci sono una serie di caratteristiche che contribuiscono a differenziare ulteriormente i farmers market dai mercati tradizionali:

– vengono trattati prodotti prevalemente di origine biologica e trattati con tecniche biologiche di agricoltura
– si trovano spesso anche piccolissimi produttori che non commerciano solitamente i propri prodotti, se non in caso di eccedenze o raccolti particolarmente copiosi (es. gli agriturismi)

– si tratta infine di luoghi di socializzazione e convivialità, sia per chi acquista che per chi vende, tant’è vero che alcuni Comuni incoraggiano i mercati dei contadini, o farmers market, come concreta misura antidegrado nelle periferie cittadine.

I costi sono solitamente minori rispetto a quelli dei negozi e catene di distribuzione, ma dipende sempre concretamente dalla quantità e qualità della produzione disponibile.

Fonte: tuttogreen.it

Nuovo servizio per le mense scolastiche, intervista all’assessore comunale alle Politiche educative Maria Grazia Pellerino

Menù con prodotti a filiera corta, biologici ed equosolidali; riduzione degli imballaggi e dei rifiuti; recupero del cibo e limitazione degli sprechi. Al via il nuovo servizio mensa per le scuole comunali, che ogni giorno serve 50 mila pasti. Maria Grazia Pellerino, assessore comunale alle Politiche educative: “Il discorso è sia ecologico che di giustizia sociale”376359

 

 

Prodotti del territorio, riduzione dei rifiuti e degli sprechi. Sono gli ingredienti del nuovo servizio previsto dal Comune per le mense di asili, materne, scuole elementari e medie, che forniscono oltre 50 mila pasti ogni giorno, 8,5 milioni all’anno. Ne parliamo con Maria Grazia Pellerino, assessore comunale alle Politiche educative.
In cosa è cambiato il nuovo servizio mensa?
Il piano, che man mano entrerà a pieno regime, prevede la sostituzione progressiva delle stoviglie di plastica monouso con quelle pluriuso lavabili, con un risparmio di 220 tonnellate di plastica all’anno. E poi prodotti a filiera corta, riduzione degli imballaggi, iniziative anti-spreco e riduzione dell’inquinamento.
In che modo si potrà incidere sull’inquinamento?
Il bando prevedeva che i centri di cottura non distino più di 40 minuti dalle scuole e che i mezzi utilizzati per il trasporto del cibo siano a bassa emissione. Inoltre, nei centri cottura e nelle attività di distribuzione deve essere effettuata la raccolta differenziata e i prodotti di lavaggio da utilizzare devono essere ecocompatibili.
I prodotti per preparare i pasti da dove provengono?
Le indicazioni che abbiamo dato prevedono che i prodotti provengano dalla filiera corta, dalla produzione biologica e integrata e dal commercio equosolidale. Abbiamo fatto un’indagine con i rappresentanti del mondo agricolo locale per verificare se le loro produzioni fossero sufficienti per rifornirci. Certo, per alcuni specifici alimenti non è possibile che siano a km zero, ma abbiamo cercato di favorire i produttori locali, non solo per la frutta e la verdura, ma anche per la carne, il latte, i formaggi. I produttori del territorio spesso con la grande distribuzione non percepiscono un equo compenso, abbiamo fatto quindi un discorso sia ecologico che di giustizia sociale. È importante che sia il pubblico ad avere questo approccio, e la Provincia lo proporrà come esempio anche agli altri Comuni.
E il cibo avanzato che fine fa?
Recuperiamo il pane e la frutta integri in tutte le scuole, da destinare ad alcune associazioni benefiche, e in certe scuole i pasti non consumati avanzati nelle teglie vengono raccolti dal Banco Alimentare per distribuirli negli asili notturni per senzatetto. Già dall’anno corso, inoltre, in alcuni istituti della Circoscrizione 6 il cibo avanzato viene consegnato alle famiglie bisognose; l’intenzione è di allargare il numero di realtà coinvolte. Abbiamo anche cercato di far destinare i resti di cibo al canile, ma ci sono problemi per quanto previsto dalle normative. Ma ciò che più ci interessa è fare un discorso a monte, contro gli sprechi.
Quali iniziative l’amministrazione ha messo in campo per ridurli?
Recuperare il cibo è un’ottima cosa, ma i costi, per rispettare le regole di sicurezza alimentare, arrivano quasi al costo del pasto stesso; per questo ci stiamo impegnando per limitare gli sprechi. Abbiamo aperto un tavolo con nutrizionisti e Asl per verificare le giuste porzionature del pasto, e abbiamo fatto anche corsi di formazione al personale addetto a fare le porzioni. Già due anni fa abbiamo condotto una ricerca sui menù scolastici per vedere cosa veniva avanzato di solito, in modo da non servirlo più. Per quest’anno abbiamo in programma un nuovo progetto: si porteranno i bambini nei mercati, si organizzeranno incontri con nutrizionisti ed esperti del settore per costruire un “menù condiviso” anche con i più piccoli che il prossimo anno verrà adottato nelle mense, in modo da ridurre al minimo gli sprechi.

 

Fonte: ecodallecittà

Il Mercatale di Sovicille, esempio virtuoso di filiera corta

Sovicille, paesino a 10 chilometri da Siena, è tra i pionieri dell’economia sostenibile, del commercio a chilometri zero. Qui, nel 2008, è stato infatti inaugurato il Mercatale, primo mercato di “filiera corta” nella zona di Siena, che ha fatto da apripista ad altri. Un esempio virtuoso tutto italiano.fagioli

Un esempio virtuoso, quello di Sovicille, paesino a 10 chilometri da Siena, tra i pionieri dell’economia sostenibile, del commercio a chilometri zero. Già nel 2008, infatti, nella cittadina è stato inaugurato il Mercatale, primo mercato di “filiera corta” nella zona di Siena, che ha fatto da apripista ad altri (in Val d’Elsa, a Chiusi, a Sinalunga e a Castellina in Chianti). L’intento era quello di portare tra la gente una nuova idea di economia, di consumo, di alimentazione, di agricoltura e di solidarietà. L’organizzazione è in mano allo stesso Comune di Sovicille, all’associazione Produttori della Val di Merse e all’associazione Erbandando. Il mercato ha luogo il primo e il terzo sabato di ogni mese: il 1° sabato, in piazza della Repubblica a San Rocco a Pilli, e il 3° sabato in piazza Marconi (nei mesi estivi si sposta nella frazione di Stigliano). All’interno è presente il banco dell’Associazione Erbandando, dove è possibile ricevere informazioni sul consumo critico e sulle erbe spontanee, ricette di stagione e consigli per un’alimentazione sana. Presenza fissa anche quella delle associazioni del territorio e del Gruppo Acquisto Solidale con lo spazio scambio libri, giochi e vestiario di seconda mano. Tra i prodotti messi in vendita, ci sono: verdure biologiche, latte alla spina,uova di gallina allevate a terra, formaggi, miele, pane e prodotti da forno a lievitazione naturale, olio, vino, salumi e carne fresca di Cinta Senese (suino locale). Tutti i produttori coinvolti nel Mercatale, aderiscono alla Carta dei Valori, vendendo esclusivamente quello che producono e praticando un tipo di agricoltura il più possibile rispettosa dell’ambiente. In ogni banco del Mercatale troverai poi una scheda illustrativa della singola azienda e della sua produzione realizzata con l’assistenza tecnica dello Sportello Biologico della Provincia di Siena. Se capitate in paese nei giorni in cui non c’è il mercato, potete comunque gustare i prodotti locali facendo la spesa alla Bottega di Stigliano, che ha anche un servizio di cucina espressa.

Fonte: il cambiamento

Soldi in cambio di rifiuti, a Orbassano il centro che unisce riciclo e filiera corta

In un comune dell’hinterland torinese, un centro di riciclaggio accredita denaro da spendere nei negozi locali a chi differenzia i propri rifiutiRealacci-promette-Commissione-dinchiesta-sui-rifiuti-586x330

Da due anni allo Spazio Ecologico di Orbassano, in provincia di Torino si acquistano rifiuti. Proprio così: soldi in cambio di immondizia. Il progetto di moral dissuasion nasce da un’intuizione di Antonio Fischetto, titolare di Ri-Ambientando: incentivare il riciclo e valorizzare gli esercizi commerciali locali. Il pagamento, infatti, è contingentato a una spesa da effettuare nei negozi convenzionati di Orbassano e dintorni. Carta, alluminio, cartone, plastica e ferro non finiscono più nei centri di stoccaggio della zona, ma da problema si trasformano in risorsa. Il guadagno? Una famiglia particolarmente attiva può risparmiare sino a 180-200 euro l’anno. Il Comune di Orbassano ha collaborato fornendo i locali di raccolta carta, mentre nel progetto sono coinvolti alcuni imprenditori e, in misura maggioritaria, il Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi. Il funzionamento della Ecologiccard che consente gli acquisti è semplice: ogni chilogrammo di rifiuti differenziati vale un tot di centesimi: 15 per l’allumini, 11 per la plastica, 3 per il ferro e il cartone, 1 per la carta. Dopo la pesatura il credito viene caricato sulla card che si può utilizzare in 70 negozi di alimentari e abbigliamento di Orbassano. Nel centro ecologico (aperto martedì dalle 12 alle 18, giovedì dalle 9 alle 13 e sabato sempre dalle 9 alle 13) possono recarsi soltanto i residenti di Orbassano. L’ideatore e gestore del centro, Antonio Fischetto, resta disponibile per eventuali proposte di aperture di Spazi Ecologici in franchising. Per avere informazioni è possibile scrivere a info@ri-ambientando.com, consultare il sito Ri-Ambientando oppure contattare il numero verde 800.146629.

Fonte: Ri-Ambientando

 

Pasta made in Italy: come uscire dalla crisi puntando sulle risorse interne

Dal fallimento alla conquista del mercato globale, la storia emblematica del Pastificio Ghigi103415677-586x323

Siamo tornati ai tempi dell’autarchia, anche se adesso la si chiama con nomi più morbidi depurati da suffissi che spesso erano associati a prefissi fastidiosi e antipatici. L’Italia scopre l’agricoltura di prossimità e la filiera corta o forse sarebbe meglio dire “riscopre”. E lo fa per anche per quanto riguarda la pasta, il caposaldo della dieta mediterranea. La pasta fatta al 100% con grano italiano fa registrare livelli record. I consumatori optano per una spesa sostenibile, per prodotti forse più cari ma che danno un contributo all’economia locale. Il caso del Pastificio Ghigi è emblematico: dichiarato fallito nel dicembre 2007, il pastifico romagnolo aveva rischiato di sparire dalle tavole italiane ma è stato rilevato da una cordata di consorzi agrari che hanno deciso di puntare su innovazione, qualità e sulla filiera corta. I dipendenti del pastificio sono raddoppiati, è stato realizzato un nuovo stabilimento di 65mila metri quadri con un investimento di 29 milioni di euro e il Pastificio Ghigi lavora oggi con circa settemila agricoltori. È soprattutto il mercato estero ad aver dato nuovo slancio alla produzione di Ghigi: l’85% della produzione varca i confini nazionali, verso la Francia (45%), la Germania (25%), gli Stati Uniti (15%) e Corea, Etiopia, Spagna, Repubblica Ceca, Libia, Malta e Giappone che si spartiscono il restante 15% dell’export. Il modello di Eataly è virale ed è la chiave per costruire una nuova economia nazionale basata su beni non delocalizzabili che tutto il mondo ci chiede. La politica, ora, faccia la sua parte defiscalizzando chi investe al 100% in Italia.

Fonte: Coldiretti