Biodiversità e filiera agroalimentare, le nuove strategie dell’Unione Europea

Sono state ufficialmente lanciate la “Farm to Fork” e la “Strategia Europea per la Biodiversità al 2030”, che rappresentano un potenziale fattore di cambiamento per le politiche dell’Unione Europea in materia di natura e cibo e nella filiera agroalimentare. Un obiettivo da raggiungere attraverso una serie di azioni concrete come la riduzione dei prodotti chimici nell’agricoltura, la salvaguardia del 30% del territorio e dei mari, una sensibilizzazione sociale sulle criticità della produzione e del consumo eccessivo di carne (soprattutto in caso di allevamenti intensivi) e latticini. La pandemia ha portato con sé una scia di drammaticità che tuttora imperversa sul mondo intero. Ma il passato e l’attuale periodo di emergenza sanitaria, a molti, ha fatto comprendere ancora di più quanto sia stretto il rapporto fra uomo e natura. Anche in quest’ottica, la Commissione Europea si è adoperata per attuare delle politiche volte alla salvaguardia dell’ambiente: la prima mossa è stata la pubblicazione di una specifica tabella di marcia che impronterà l’azione politica dell’UE nei prossimi 10 anni in materia di biodiversità e di filiera agro-alimentare nell’ambito dell’European Green Deal. Come riportato in una nota del WWF, infatti, sono state lanciate il 20 maggio scorso la Strategia europea Farm to Fork (sulla filiera agroalimentare) e la Strategia Europea per la Biodiversità al 2030. Entrambe rappresentano un potenziale fattore di cambiamento per le politiche dell’Unione Europea in materia di natura e cibo e si articolano attraverso una serie di obiettivi e interventi virtuosi, come la riduzione dei prodotti chimici nell’agricoltura.

Gli obiettivi e le tempistiche

Uno dei primi passi che la Commissione Europea farà sarà quello di presentare il prossimo anno gli obiettivi vincolanti per il ripristino della natura dell’UE e di mirare alla salvaguardia del 30% del territorio e dei mari. Le operazioni in questione – che dovrebbero ultimarsi simbolicamente entro il 2030, come l’Agenda delle Nazioni Unite – sono sono alcune di quelle della Strategia per la biodiversità: «Il ripristino degli ecosistemi naturali – specifica il WWF – non solo contribuirà a risolvere la perdita di biodiversità, ma anche ad affrontare la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici e permetterà di creare società ed economie resilienti». Per mettere in pratica una progettualità di interventi che rispetti le tempistiche è naturalmente fondamentale un investimento: «I 20 miliardi di euro all’anno da spendere per la natura menzionati nella strategia – specifica la più grande organizzazione mondiale dedicata alla conservazione della natura – devono essere destinati ad azioni finalmente concrete».

Le strategie

La strategia Biodiversità 2030 e la Strategia europea Farm to Fork (sulla filiera agroalimentare) dovranno viaggiare sullo stesso binario e quindi dovranno essere portate avanti insieme. Per quale ragione? Perché l’agricoltura è la principale causa di perdita di biodiversità in Europa. «I nuovi obiettivi, concreti e misurabili, per le filiere agricolo-alimentari – precisa il WWF – dovranno essere recepiti dagli stati membri all’interno dei propri piani nazionali per la PAC post 2020». L’organizzazione mondiale dedicata alla conservazione della natura evidenzia anche una criticità, ovvero come la Farm to Fork non affronti opportunamente le criticità della produzione e del consumo eccessivo di carne e di latticini. In pratica, così non si cambia davvero il comportamento dei consumatori e la transizione dall’allevamento intensivo di animali, nonostante il WWF, insieme ad altre ONG e a molti eurodeputati, avesse posto sotto i riflettori questa problematica che riguarda la salute dell’uomo e gli animali. Nessuna apparente falla, invece, sull’annuncio di una normativa comunitaria – da definirsi nel 2021 – nella quale si vieta che prodotti associati alla deforestazione globale vengano immessi nei mercati dell’UE.

I commenti di Ester Asin e Andreas Baumüller

«La Commissione Europea – ha affermato Ester Asin, Direttore dell’Ufficio Policy del WWF in Europa – ha dimostrato di essere pronta ad imparare dalla crisi sanitaria, proponendo azioni che possono trasformare in un rapporto sano il nostro rapporto malato con la natura. Questo atteggiamento lungimirante deve essere confermato e ulteriormente rafforzato nel Recovery Plan (RP) europeo. Chiediamo che il 50% del RP sia dedicato alla spesa per il clima e l’ambiente al fine di ricostruire economie e società più forti e resilienti». Alle sue parole hanno fatto eco quelle di Andreas Baumüller, responsabile delle risorse naturali per l’Ufficio Policy Europeo del WWF: «La prossima sfida per Ursula Von der Leyen sarà quella di creare in un vero e proprio Green Deal europeo, sostenuto dagli Stati membri e pienamente attuato».

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Russia, dopo gli embarghi boom del made in Italy “taroccato”

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Come ricordato da Vladimir Putin durante la sua visita all’Expo della scorsa settimana, lo stop alle esportazioni verso la Russia si sta rivelando un vero e proprio boomerang per l’Italia, con criticità non indifferenti per tutte quelle aziende che con il partner russo facevano affari. Con lo stop alle importazioni di frutta, verdura, salumi e formaggi dall’Italia, in Russia è letteralmente esploso il made in Italy “taroccato”, con la produzione casearia russa di formaggio che, nei primi quattro mesi del 2015, ha registrato un + 30% che riguarda anche le imitazioni di prodotti come mozzarella, robiola e grana padano. Nei supermercati di Mosca si possono dunque trovare le imitazioni dei cibi italiani, dalla mozzarella Casa Italia all’insalata Buona Italia, dalla mortadella Milano al parmesan, dalla scamorza al mascarpone. Il fenomeno non è soltanto russo: paesi come Svizzera, Beilorussia, Argentina e Brasile, non toccati dalle sanzioni, hanno aumentatole esportazioni di prodotti “taroccati” verso la Russia. E così, sulle tavole dei russi, si mangiano il Parmesan e il Reggianito prodotti in Brasile e Argentina. Il timore della filiera agroalimentare italiana è che, una volta revocate le sanzioni, sia difficile recuperare il posto che ai prodotti italiani spetterebbe di diritto sugli scaffali dei supermercati russi. Nel primo bimestre del 2015 le esportazioni si sono dimezzate, questo dopo che l’embargo iniziato il 6 agosto 2014 aveva già portato a un calo delle spedizioni di circa 100 milioni di euro.

Fonte:  Coldiretti

Energia rinnovabile dal “pastazzo” degli agrumi

Un impianto pilota ha dimostrato come sia possibile trasformare i rifiuti della filiera agroalimentare in una risorsa per le energie pulite. Che gli agrumi rappresentino una delle eccellenze della filiera agroalimentare italiana è risaputo, ma che anche i rifiuti e gli scarti umidi della loro trasformazione possano diventare un “tesoretto” energetico è una novità che negli ultimi giorni ha fatto il giro del web e di molti altri media. Perché i rifiuti della spremitura e della lavorazione degli agrumi costano alla filiera 10 milioni di euro all’anno, più o meno 30 euro a tonnellata. Il progetto “Energia dagli agrumi: un’opportunità per l’intera filiera” promosso dal distretto Agrumi di Sicilia con la collaborazione del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania e della Cooperativa Empedocle, e il finanziamento non condizionato di The Coca-Cola Foundation ha dimostrato come il cosiddetto “pastazzo” possa diventare energia pulita grazie a un impianto capace di sfruttare la digestione anaerobica per la produzione di energia elettrica, biometano, bioprodotti e nutrienti per il terreno. La produzione industriale di succo di agrumi lascia un residuo umido, il “pastazzo”, che rappresenta circa il 60% del quantitativo trattato e che in Italia ammonta a circa 340mila tonnellate all’anno. Fino a oggi veniva utilizzato come ammendante in agricoltura e, in minime quantità come mangime per animali, additivo per alimentazione umana o compost. L’esperimento pilota di Catania ha invece dimostrato come un piccolo impianto sia in grado di valorizzare il pastazzo degli agrumi e altri prodotti delle filiere agroalimentari come sansa, vinacce e pale di fichi d’India. L’obiettivo è di estendere il progetto all’intera Regione Sicilia: sarebbero sufficienti 20 impianti “digestori” per risolvere il problema dei residui agrumicoli dell’intera isola.161734222-586x395

Fonte: AdnKronos

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