Insegnanti che cambiano #2 – La scuola può educare alla felicità

Donna, moglie, madre e insegnante di lettere prima e di sostegno ora, Lucia Suriano è convinta che la scuola possa e debba allenare gli studenti ad essere felici. Così dopo aver conosciuto lo yoga della risata ha deciso di portarlo nelle sue classi proponendolo ad alunni e docenti. Oggi, il suo “Educare alla felicità” è divenuto un progetto molto più ampio.

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La copertina di “Educare alla felicità”

Lucia Suriano è un’insegnante, teacher di Yoga della Risata, appassionata di genitorialità consapevole e moltissimo altro. Il suo lavoro come formatrice si concentra sul mondo della scuola e sulla realizzazione di modelli educativi che mettano al centro la felicità. Non ho mai avuto l’occasione di conoscerla di persona ma ho sentito spesso parlare di lei per il suo libro “Educare alla Felicità” e visto che come lei credo fortemente in una scuola che metta al centro le emozioni e la felicità, ho deciso di intervistarla per Italia che Cambia.

Lucia, raccontaci chi sei e cosa fai nella vita.

Sono una donna, madre, moglie, insegnante e formatrice. Sono laureata in lettere, ho insegnato per una decina di anni italiano, storia e geografia nella scuola secondaria di primo grado poi, come spesso accade, ho maturato il ruolo nel sostegno e da quattro anni sono felice di essere un’insegnante di sostegno, consapevole della enorme esperienza che sto vivendo. Mi occupo principalmente di minori che hanno gravi problematiche socio-affettive e che sono a rischio devianza.

Quando e perché nasce il desiderio di scrivere “Educare alla Felicità?”

Educare alla Felicità nasce da un sogno presuntuoso maturato negli anni di esperienza come alunna prima e insegnante e madre dopo: realizzare e imparare ad allenare la felicità a scuola!  Circa dieci anni fa ho incontrato lo yoga della risata e incuriosita dall’inconfutabile benessere che questa tecnica genera nella vita di chi la pratica con consapevole maturità, ho iniziato ad approfondire studi di neuroscienze e di psicologia positiva che andavano ad arricchire e ad ampliare il valore e l’importanza della risata in ambito educativo. Con un briciolo di sana incoscienza ho iniziato a praticare la risata incondizionata nelle classi nelle quali insegnavo e ben presto in molte delle classi della scuola nella quale lavoravo allora come docente di lettere. Così ho iniziato a strutturare e sperimentare i primi percorsi di yoga della risata a scuola per alunni e insegnanti, della cui esperienza racconto proprio nel libro edito da Edizioni La Meridiana. Oggi Educare alla Felicità è un progetto molto più ampio che si propone di diventare un generatore di processo legato al BenEssere in ambito educativo, tematica ancora troppo poco sviluppata e soprattutto troppo poco agita concretamente.

Come vedi la scuola oggi in Italia?

Ma che bella domanda! La scuola del nostro Paese la vedo come un enorme campo di possibilità, non ho mai scelto la via della critica dura e spietata, del resto ne faccio parte a pieno titolo e sono fiera di essere un’insegnante italiana. Ho piuttosto fatto mio l’impegno per cercare di essere e di portare il cambiamento che voglio vedere avvenire, sulla scia della celebre citazione di Gandhi. Ci sono secondo me tanti insegnanti che contribuiscono in modo strepitoso alla realizzazione di una scuola che abbia valori forti e che sappia essere al passo con i tempi preparando gli studenti di oggi al futuro che li vedrà adulti, ce ne sono tanti altri che hanno perso lo stupore e la meraviglia, condizioni necessarie per poter insegnare. Ritengo che sia il tempo di rimettere realmente al centro l’essere umano, reinventando il modo di guardare e di concepire lo stesso principio di educare. Lasciarsi ribaltare è un tema a me molto caro e sebbene questa non sia proprio l’intervista dedicata a questo tema, ho l’urgenza di precisare che se avremo il coraggio di lasciarci ribaltare e di rimetterci in gioco come educatori saremmo in grado di “uscire a riveder le stelle” come Dante e Virgilio nell’ultimo canto dell’inferno.lucia-suriano

Lucia Suriano

Quanto lo Yoga della Risata è stato importante in questo processo? 

In realtà la risata incondizionata è stata la scintilla che ha dato il via ad un processo di rivoluzione interiore e professionale molto complesso che era già pronto a prendere vita. Quando ho iniziato a praticare questa disciplina a livello personale sentivo la necessità di essere e rimanere congruente anche in classe, evitando frasi come: “non capisco cosa abbiate da ridere! Non c’è niente da ridere! Smettila di ridere come… o peggio ancora Risus abundat… Poi ho iniziato ad osservare quando i momenti di ilarità aumentavano e perché, ma soprattutto ho avuto l’intuizione di far sì che la risata divenisse una mia alleata strategica e funzionale alla buona riuscita della mia didattica.

Quali sono i consigli che vorresti dare agli insegnanti che fanno fatica a capire che ridere a scuola è un valore aggiunto?
Ridere a scuola è un valore aggiunto solo se ridere è un valore aggiunto nella tua vita personale. Ho già detto in un’intervista ad Orizzonte scuola che un insegnante che non ride ha perso la sua umanità e allora non sta facendo bene il suo lavoro, non sta rispondendo al contratto che ha firmato con lo stato italiano. “Smettiamola di non realizzare cose belle per paura di essere definiti sognatori”, questa è una mia forte convinzione ed è il consiglio che mi sento di offrire con umiltà ai miei colleghi, ricordando a me e a tutti coloro che vorranno lasciarsi provocare che “Ridere è una cosa seria” al pari dell’atto di apprendere. Non si fa fatica a capire che la risata è un valore aggiunto se si è un insegnante che si forma continuamente e sa quanto oggi la scienza ci dice sul processo di apprendimento e sul suo funzionamento.happy-286152_960_720

Che insegnante sei oggi?

Un’insegnante che si allena alla felicità senza trascurare tutte le sfumature emozionali che la vita a scuola mi impone di vivere, da quelle più “facili” a quelle “meno facili”. Sono un’insegnante ribaltata, non dò mai nulla per scontato, non passa giorno che non mi dia il tempo per studiare, ricercare, sperimentare le modalità e le strategie che mi permettano di vedere realizzato il sogno di educare alla felicità nella scuola del mio Paese, anche nei momenti e nelle situazioni più difficili.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/insegnanti-che-cambiano-2-scuola-puo-educare-felicita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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2bhappy: la felicità è una competenza che va allenata

2bhappy è definito dalle sue fondatrici, Daniela di Ciaccio e Veruscka Gennari, come un “acceleratore di felicità”. Cercano di insegnare, dopo aver cambiato vita per capirla, ciò che hanno appreso sulla “scienza della felicità” e su come questa vada allenata e appresa come una vera e propria competenza, da sperimentare e allenare. Per la nostra rubrica Meme!, ci inoltriamo oggi nel mondo della felicità e scopriamo come il regno della soggettività e dell’emozione incontri oggi quello oggettivo e analitico della scienza.

“Abbiamo bisogno di allenare competenze positive, il messaggio è che la felicità è una competenza che possiamo imparare e si può costruire. Bastano alcune informazioni e tanto allenamento, e noi cerchiamo di mettere a conoscenza le persone di questa possibilità”.

2bhappy è una società fondata da Daniela di Ciaccio e Veruscka Gennari, due professioniste che per anni hanno lavorato come consulenti per le aziende sul tema dello sviluppo personale ed organizzativo. Dopo una lunga ed appagante esperienza personale, Daniela e Veruscka hanno deciso di voler seguire le proprie tendenze naturali: lavorare sulla felicità.

Sembra il sogno di tutti, anche un po’ puerile? No, perché ci sono arrivate dopo aver lasciato il proprio lavoro, fondato la società e scoperto dopo lunghi e approfonditi studi che la felicità non è solo genetica, fortuna o fatalismo: è una competenza vera e propria, va allenata e stimolata, dobbiamo reinterpretare il nostro cervello come un muscolo da programmare giorno dopo giorno alla felicità. Solo cosi potremmo, se vogliamo, affrontare al meglio l’infelicità e il dolore e creare le condizioni per stare bene e lavorare e vivere meglio. 2bhappy oggi ha quasi tre anni, è in crescita e si propone come acceleratore di un cambiamento culturale che riporti al centro delle organizzazioni (dalle imprese alle scuole, dagli ospedali ai governi) le persone e la cultura della positività, del benessere, della cooperazione, affinché la felicità diventi il principio fondante delle nostre società, il nostro modo naturale di pensare e non la fonte di tutti gli scetticismi. 2bhappy oggi organizza workshop di cultural change per ispirare e aumentare la consapevolezza su questi temi; per le organizzazioni che vogliono percorrere la strada della trasformazione, interviene attraverso un network di professionisti appositamente selezionati e formati allo scopo della realizzazione del principio della felicità prima di tutto per tutti.34765028256_4ed61a3ae5_k

Daniela di Ciaccio

La scienza della felicità: l’allenamento alla felicità

Ci spiega Daniela di Ciaccio che “la felicità paga: soprattutto nel senso di efficacia e creatività, risoluzione dei problemi e apprendimento. La scienza ha dimostrato che il cervello in uno stato positivo, produce quelle sostanze come la dopamina o l’endorfine (le stesse prodotte durante l’attività fisica) che attivano tutti i centri dell’apprendimento, ed altre come la serotonina o l’ossitocina che regolano il nostro umore e ci connettono agli altri. Questo significa che in uno stato positivo io ricordo di più, registro meglio le informazioni, imparo più velocemente, ho la possibilità di vedere con maggiore facilità le alternative e tendenzialmente sono più predisposto verso gli altri, a collaborare. Questa è una condizione fisiologica: la felicità intesa come stato emotivo e mentale di benessere produce benessere e migliora la nostra vita. Come società se noi poniamo la felicità solamente legata al raggiungimento di un obiettivo, la stiamo trasportando sempre oltre alle nostre umane possibilità: se leghiamo la felicità a qualcosa che deve accadere dopo, finiremo per frustrarci continuamente e non viverla mai; questa è la condizione classica nella quale viviamo noi oggi, frutto del “no pain, no gain” anglosassone e alla sua particolare interpretazione nel creare frustrazione continua. Essere nel presente invece ci darebbe l’opportunità di fare meglio le cose, di farle in maniera più intelligente e ciò non significa privarsi di obiettivi, anzi: significa unire lo sforzo del traguardo al goderne di questo, proprio per creare nuovi obiettivi non dettati dal malessere e dall’insoddisfazione”.

Daniela ci spiega inoltre che “l’’altra grande scoperta della scienza è che i geni non sono il nostro destino: le persone ci obiettano spesso che felici si nasce, oppure che la felicità è solamente legata ad avvenimenti esterni. In realtà le cose non stanno propriamente così: analizzando i fattori che determinano la felicità, il dieci per cento è oggettivamente composto dalle circostanze esterne, cosi come un buon cinquanta per cento è composto dalle predisposizioni genetiche di ognuno di noi. È sicuramente tanto, ma c’è un vasto settore inesplorato rimanente e che è quantificabile in un quaranta per cento che dipende dai nostri comportamenti intenzionali. A livello neurobiologico, se io ogni giorno ripetessi un comportamento orientato all’allenamento del benessere o di certi stati d’animo, grazie al principio della neuroplasticità e della neurogenesi questo mi consente quasi di riscrivere il cablaggio del mio cervello. Anche se io sono nato con una predisposizione geneticamente sfavorevole, in realtà i miei comportamenti contano perché ogni mia esperienza concreta si lega nel mio cervello. Se io faccio continuamente esperienze di un certo tipo, quelle creano una traccia che diventa uno schema di comportamento. Se volessi allenare il benessere, la positività e la felicità devo fare intenzionalmente e ripetutamente esperienze che vanno in quella direzione, plasmando il mio cervello verso una forma orientata a fiorire piuttosto che a deprimersi”.34764970046_8c90dfcccf_k

Come si impara la felicità?

Ok, ma praticamente come funziona insegnare la felicità? “Noi quando incontriamo le persone puntiamo principalmente sulla trasmissione delle informazioni” ci spiega Veruscka Gennari, co-fondatrice di 2bhappy. “La consapevolezza è il primo gradino da superare per avvicinarsi a questi temi, in termini di sapersi osservare e imparare a capire di noi cosa ci piace e cosa meno, in maniera tale da poter investire energie nel cambiarle quando ne abbiamo voglia o ne sentiamo necessità. Informazione e allenamento in 2bhappy sono continuamente miscelate, facciamo degli interventi nei quali forniamo alle persone degli strumenti da mettere in pratica tutti i giorni e, se ce ne fosse la necessità, torniamo ad incontrarle per aggiungere dei tasselli al percorso della felicità, che va disegnato e costruito rompendo gli schemi limitanti precedenti. La didattica che utilizziamo è sempre coinvolgente e divertente, è soprattutto attiva. Per avere una misura pratica del nostro operato e di quello che vogliamo fare, pensate a quanto cambierebbe l’esperienza del paziente in una struttura ospedaliera se potesse incontrare tutti gli operatori di quel settore (l’infermiere, il medico ecc.) formati all’educazione alla felicità? Come cambierebbe l’esperienza di un bambino in una scuola? Sia chiaro che l’educazione alla felicità non ha niente a che fare con lo scimmiottamento del saluto e del sorriso, ma a che fare con una pratica seria che permette davvero di trasformare l’ambiente, in modo tale da diffondere e generare benessere. Va da sé che il nostro più grande lavoro, lo sforzo principale riguarda proprio lo sconfiggere le barriere mentali che ci sono rispetto al tema della felicità, e spesso sono davvero granitiche!”.34764997106_88070adc78_k

Veruscka Gennari

Il ruolo ereditario della negatività: il Pregiudizio Innato

Quando abbiamo fondato Italia che Cambia, uno dei temi sui quali abbiamo tanto riflettuto era il ruolo della negatività nelle nostre vite: è una caratteristica che sembra essere linfa vitale dei media di oggi. Il tema è molto vasto e le ragioni molteplici, ma parlando con Daniela anche su questo tema emerge un aspetto interessante, che ci fa vedere il tutto da una prospettiva sicuramente più ampia, meno legata all’emotività e più connessa con un aspetto della conformazione del cervello umano che ci portiamo dietro quasi come “fattore ereditario”: il cosiddetto Pregiudizio Innato.

“Sulla negatività abbiamo da scontare un aspetto storico che possiamo chiamare Pregiudizio Innato.” ci spiega Daniela di Ciaccio” È una caratteristica che fa parte dell’Evoluzione umana: per seicento milioni di anni siamo stati abituati a lottare contro un ambiente esterno ostile, pieno di insidie davvero letali per la nostra sopravvivenza. Siamo stati costretti per lungo tempo a selezionare dall’ambiente pericoli e minacce, per cercare di sopravvivere, mettendo in campo delle risposte cognitive e fisiche di tipo aggressivo o reattivo, di attacco o di fuga. è solo da duecentomila anni, con la comparsa dell’Homo Sapiens Sapiens, che il nostro cervello ha cominciato a sviluppare delle funzioni diverse: oltre a lottare e a combattere, ha messo in campo le abilità che ci contraddistinguono come esseri umani che sono quelle logico-razionali alte: il decision making, il calcolo dei costi-benefici e delle alternative, ma soprattutto l’empatia e la compassione che sono funzioni del cervello superiore. Quindi se prima era la tigre che ci aspettava fuori dalla caverna, oggi magari questa figura è stata sostituita ad esempio da quella dell’extra-comunitario che ci “ruba” il lavoro, oppure dalla crisi economica che minaccia la nostra sopravvivenza. Oggi si sta facendo leva, attraverso il sensazionalismo delle notizie e la cronaca nera, sul meccanismo di paura: questo stimola continuamente il nostro allarme genetico della minaccia e ci propende verso l’infelicità. Questo non aiuta, dunque la felicità a maggior ragione oggi è una competenza che deve essere allenata, perché la negatività biologica e culturale è fortissima.

L’intenzionalità e lo sforzo che dobbiamo specificatamente mettere in atto è verso un’altra direzione, capisco per queste ragioni appena dette che possa essere avvertito come insormontabile ma noi con 2bhappy abbiamo capito quanto sia importante far passare il messaggio che la felicità è un percorso conscio, non facile ma possibile e che va coltivato con costanza nel tempo. Questo non significa far finta che va tutto bene e non vedere che molte cose non funzionano: significa dotarsi di risorse che ci consentono di affrontare la negatività senza esserne travolti, mettendo in pratica le capacità superiori di valutare le alternative, chiedere supporto agli altri e trovare delle strategie vincenti che ci caratterizzano come specie, ma che stiamo attuando poco”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/2bhappy-felicita-competenza-va-allenata/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Il Filo d’Oro di Daniel Lumera: la vera rivoluzione parte da noi stessi

La felicità non dipende da ciò che possediamo o facciamo, ma dalla consapevolezza di ciò che siamo. Che cosa ci ha spinti a dimenticare la nostra natura più intima e autentica, quella che ci dà l’impulso a vivere consapevolmente, felici e senza limiti? Se appena riusciamo a percepire il nostro vivere come su una sorta di rotta incomprensibile e segnata sulla quale non abbiamo che uno sguardo disincantato, distratto o rassegnato, forse… forse ci siamo persi.9591-10357

Viviamo spesso da malati di infelicità, seguendo obiettivi che non sono i nostri, sognando perfino i sogni degli altri, in uno stato permanente e progressivo di separazione dalla Natura, dal nostro pianeta, dagli altri, da noi stessi. Eppure quell’impulso all’unità e alla felicità può ancora trasformarsi in quel senso di necessità profonda e urgente che ci mette su una strada nuova e antica al tempo stesso, quella della piena realizzazione della propria natura coscienziale. E quella in cui siamo noi stessi il percorso e la meta. Il Filo d’Oro è la metafora della vita. E’ il filo invisibile, leggero e prezioso che ci collega col nostro Essere e con tutto ciò che ci circonda.

Ne parliamo con Daniel Lumera, docente, formatore, presidente della Fondazione MyLifeDesign e della International School of Forgiveness (I.S.F.).

Come e quando è nato il Filo d’Oro?

Ho iniziato a 19 anni attraverso una scelta di vita molto intensa: ho praticato per 11 anni il monachesimo laico con una pratica intensissima e disciplina meditativa con tutte le restrizioni che venivano anticamente normalmente associate a questo tipo di conoscenza: sull’alimentazione, le relazioni, le ore quotidiane in meditazione. Quella scelta di vita mi ha portato a sottopormi a una ricerca esperienziale intensa che mi ha cambiato vita, abitudini, modo di relazionarmi, di lavorare e pormi al mondo. Questo mio percorso mi ha portato tra il 2005 e il 2006 ad iniziare a trasmettere, dopo tanti anni di silenzio e pratica, e a strutturare le mie conoscenze per renderlo approcciabile alla mentalità occidentale oltre che fruibile in modo tale che potesse sollevare la qualità della vita quotidiana. Quando ho iniziato l’esperienza del Filo d’Oro sapevo che si trattava di una rivoluzione della coscienza.

Che cosa significa “rivoluzione della coscienza”?

Se guardiamo a cosa è avvenuto nella storia e a quante rivoluzioni ci sono state, vediamo che c’è stata la Rivoluzione Francese in nome della libertà, dell’uguaglianza e della libertà. Poi il comunismo, la Rivoluzione Cubana, sono state rivoluzioni fatte in nome di grandi ideali che abbiamo pagato con fiumi di sangue. Sono stati perseguiti ideali rivoluzionari che, secondo me, sono esterni a noi stessi. L’unica rivoluzione possibile è quella delle coscienze. Una rivoluzione che parta dalla coscienza dell’individuo, una rivoluzione interiore che parta dalle nostre identità, dal senso più profondo di ciò che siamo e di ciò che siamo su questo pianeta. Il problema è che non abbiamo un senso di identità e ci sentiamo totalmente separati dagli altri e dalla natura, come isole. Basta un’ora e mezza in natura per capire che siamo profondamente ammalati e viviamo alienati. Ci vuole un elemento rivoluzionario e il Filo d’Oro vuole essere quell’elemento. Finché continueremo a cambiare governi e leggi, cercare rivoluzioni esterne che partono da un livello di consapevolezza bassissimo. Il cambiamento ci sarà quando partirà da dentro in ciascuno di noi e lo faremo perché saremo felici di esistere e non arrabbiati e indignati. Un cambiamento che dipende dalla consapevolezza dell’essere e non dal fare o dall’avere. Questo è il punto cardine da cui parte l’esperienza del Filo d’Oro. Non si tratta di cambiare il mondo ma di trasformare la radice di chi sentiamo di essere.

Perché si chiama Il filo d’Oro?

E’ una metafora che ho utilizzato come immagine perché noi cerchiamo noi stessi attraverso la nostra esperienza: la famiglia, i figli, il lavoro, il successo, le relazioni, l’amore, la natura. Tuttavia, c’è una parte di noi che attraversa tutte queste cose e sopravvive a questo passaggio: è il Filo d’Oro che abbiamo perduto e che stiamo cercando ma in realtà noi siamo quel Filo d’Oro che collega tutte quelle cose. Arriviamo quindi alla piena consapevolezza che noi siamo il percorso e la meta. Il Filo d’Oro è una metafora della vita.

Quali sono state le persone che ha incontrato in questo percorso e che l’hanno segnata?

Ho incontrato molte persone e la figura che più mi ha segnato è stata quella di Padre Anthony Elenjimittam, uno degli ultimi discepoli diretti di Gandhi. Aveva la sua missione ad Assisi e con lui ho avuto la possibilità di approfondire i testi indovedici e il parallelismo tra quei testi e quelli cristiani e della filosofia e sociologia occidentale.

Il suo è un approccio religioso?

No. E’ un approccio assolutamente laico alla spiritualità, di tipo interreligioso, basato sulla pratica diretta.

A proposito di meditazione. Se ne parla molto e sembrano essercene molte interpretazioni. La meditazione è un modo per stare meglio?

Mi dispiace molto vederla mercificata innanzitutto perché appartiene all’essere e non al fare. Poi viene venduta la felicità, la pratica meditativa come se si meditasse per ottenere un beneficio psico-fisico. La pratica meditativa non è cercare di ricevere qualcosa. Significa darsi. Personalmente l’ho conosciuta nel suo contesto originale attraverso valori elevati e trascendentali.

La meditazione è un percorso di riunificazione con ciò da cui ci siamo separati?

C’è una grande confusione su cosa sia la meditazione. Ci sono moltissimi corsi e seminari in proposito. Meditare non è visualizzare. Non è chiudere gli occhi e vedere luci o parlare con gli angeli. Non è neppure restare in uno stato di  presenza. E neppure avere consapevolezza di sé.  E’ sentire gioia e sentire unione. E’ uno stato di coscienza che inizia quando tutti questi fenomeni svaniscono e l’unica cosa che rimane chiara e radiante è la pura coscienza di essere, un oceano infinito di consapevolezza, senza  forma, senza limiti, senza definizioni. Quello è lo stato meditativo. Uno stato dal quale dovremmo compiere tutte le nostre scelte e le nostre decisioni.

Normalmente, però, in base a cosa decidiamo?

Noi decidiamo e scegliamo di solito perché ci manca qualcosa. Cerchiamo la felicità, la completezza, l’integrità. Dovrebbe invece essere il contrario e il Filo d’Oro educa al principio che le nostre scelte e le nostre decisioni dovrebbero partire da una condizione di felicità e pienezza perché in questo modo non sono espressione di una mancanza o di un vuoto. Scegliamo spesso di andare in palestra solo perché abbiamo paura di non piacere o decidiamo di stare in coppia solo perché abbiamo paura di stare da soli. Quante persone possono dire di scegliere liberamente?

Meditare significa fare spazio, liberarsi ed eliminare il superfluo?

La meditazione non è un processo di analisi ma un processo di sintesi, di ascolto profondo di ciò che esiste. Esistono poi delle tecniche superiori di meditazione molto potenti e il Filo d’Oro le trasmette. Queste tecniche erano prima una conoscenza riservata solo a pochi, a chi faceva scelte di vita molto profonde e integrali: rinuncianti o monaci. Ho fatto una scelta: quella di condividerle con le persone che hanno un’attitudine sincera, corretta e di rispetto riguardo a questi valori. Non si tratta solo di fare spazio, fare silenzio, fare vuoto o ascoltare il respiro ma si tratta di movimenti interni, apparenti azioni interne in cui viene utilizzata in modo specifico e corretto l’attenzione.

Quali sono gli effetti di questo percorso sulla nostra vita?

Tutto questo produce effetti molto potenti a livello di stati di coscienza. Si entra in uno stato di coscienza superiore. Si percepisce una straordinaria chiarezza di noi stessi, una capacità intuitiva fuoridal comune e si bucano aree di esperienza molto raffinate. Rivoluzionando il nostro modo di sentire cambiamo il nostro approccio col mondo e sentiamo negli altri e nella natura un aspetto della vita. Si tratta di espandere la percezione di se stessi e di inglobare tutte le forme di vita. Di percepire l’essenza comune a tutte le cose, anche quelle brutte come il dolore o la morte, come parte dell’essere. Spontaneamente ci si sente uniti a ogni cosa. Si inizia a riconoscere essenzialmente ogni cosa.

In che modo il percorso influisce sulle emozioni?

In modo straordinario. La persona diventa perfettamente consapevole di ciò che vive. Non sei più tu che hai paura ma tu che scegli di avere paura. Le emozioni diventano una manifestazione proattiva e non più reattiva. Inoltre non si giudicano più le emozioni come giuste o sbagliate. Le emozioni sono degli indicatori. La rabbia, ad esempio, indica che devi esprimere la tua determinazione e che ti senti impotente. In realtà la rabbia è un indicatore e può essere anche terapeutica mentre siamo abituati a considerarla solo come negativa e sbagliata. Ci indica un aspetto di noi su cui dobbiamo lavorare. La meditazione profonda pulisce il campo emotivo. Ci libera dalle emozioni inconsapevoli e che creano sofferenza e ci dà pieno potere di viverle con gioia. Anche il dolore. Si tratta di un processo che ci porta verso aree emozionali più elevate. Le emozioni sono un nutrimento importante per la nostra salute. Ogni giorno dovremmo occuparci di provare emozioni profonde: una gioia profonda, una gratitudine profonda, una fiducia o una simpatia profonda. Tutta questa gamma dialimenti, tuttavia, manca ed è come se noi togliessimo la frutta dalla nostra alimentazione. Il percorso del Filo d’Oro ti fa entrare in contatto con emozioni superiori, con superalimenti emozionali.

Può fare un esempio di emozioni superiori?

Per esempio la beatitudine, la gioia pura per il semplice fatto di esistere. Dovrebbero essere alla base del nostro essere umani e il Filo d’Oro porta un’educazione a questa consapevolezza.

Non è un’illusione quella di voler controllare il dolore? La forza di alcune emozioni non è proprio la loro energia distruttiva? Non è forse proprio quell’energia che ci avvia verso una trasformazione e una profonda riorganizzazione di noi stessi?

Controllare significa allinearsi con la nostra natura più profonda e la nostra è una natura gioiosa. Facciamo un esempio: se tu in questo momento aprissi tutti i tuoi canali e fossi capace di sentire tutto il dolore del mondo, moriresti perché non saresti capace di sostenerlo. Non si devono reprimere certe emozioni ma, al contrario, discernere qual è il modo corretto di viverle. Non si tratta di rinnegare certe emozioni ma di discernere, appunto. Si tratta di fare delle nostre emozioni qualcosa che possiamo trasformare e di cui prenderci la responsabilità.

Quando sento un dolore lancinante… che cos’è che sto provando davvero? E’ la mia natura che mi fa “sentire” in quel modo?

Quello è amore trattenuto che non riconosci. L’amore fa male perché potente e profondo. E’ indefinibile, infinito e illimitato. Ci proietta oltre noi stessi e ci fa diventare così altruisti da annullarci. Abbiamo paura. Il dolore non esiste ma è amore trattenuto, per me.

Non riesco bene a inquadrare qual è, nel suo discorso, il ruolo della cultura nelle nostre emozioni. E’ come se in questo processo lei non considerasse questo aspetto. Non potrebbe essere, invece, determinante capire gli aspetti sociali che le determinano, e poi agire per cambiarli?

Sono contrario a questo approccio. Se pensiamo che sia una causa esterna a tirarci via la rabbia, non ci assumeremo mai la piena responsabilità della nostra esistenza e sarà sempre un fattore esterno che guiderà la nostra vita. Posso vivere in una condizione di felicità indipendentemente da ciò che succede all’esterno: un grande amore, una grande delusione, un grande dolore. Mi sono occupato di accompagnamento al morente per molti anni. Si può scegliere di morire pieni di rabbia o pieni di amore e gratitudine. La nostra felicità e la nostra consapevolezza non dipende da fattori esterni. Non  esiste un’educazione basata sulla consapevolezza. Questo è il punto focale. Finché ci sarà una società e una cultura che educa alla deresponsabilizzazione, non si va da nessuna parte. Bisogna cambiare il paradigma percettivo, cognitivo e identitario. Se avviene questo, le cose cambiano. Il fatto che il mondo cambi è un effetto del nostro cambiamento.

In che modo il percorso influisce sull’ambiente in cui viviamo?

Se percepiamo l’essenza comune a tutte le cose non abbiamo sicuramente voglia di distruggere il pianeta perché non hai voglia di distruggere te stesso. Le malattie del secolo sono la depressione e il cancro e riflettono la follia, il nostro modo di vivere in questo pianeta.

Che ruolo ha il silenzio nella pratica meditativa?

Attraverso il silenzio mentale si arriva a quello stato di cui parlavo. Attraverso il silenzio mentale possiamo ascoltare noi stessi. E’ una sorta di digiuno che è necessario per assimilare le informazioni. Si crea, nel processo meditativo, quel silenzio interiore necessario affinché la mente possa ristrutturarsi, rivitalizzarsi e funzionare con più chiarezza.

Tutti possono intraprendere il percorso del Filo d’Oro? Immaginiamo una persona avvolta nello smog e nel caos di una grande città, in corsa tra lavoro e impegni, famiglia e problemi da risolvere.

Il Filo d’Oro esiste proprio per ricontestualizzare tutti gli strumenti di cui parlavo, all’inerno dello stile di vita occidentale che è frenetico, ansiogeno e stressato. Sono convinto che chi vive con quello stile di vita possa vivere una piena condizione meditativa. Proprio in questo momento storico e in quel contesto sociale è importante esprimere un nuovo concetto di rivoluzione: la rivoluzione interiore e un nuovo modo di fare scienza, politica ed economia. La religione è sempre stata separata dalla scienza, la materia dalla spiritualità. Il filo d’Oro non prevede questa dualità e, al contrario, dice che il corpo è spirito, che la materia è coscienza e di fatto cambia il paradigma. Ho dimostrato che è possibile praticamente inserire un tipo di conoscenze e di esperienze di questo tipo all’interno di tutti i livelli del tessuto sociale: carceri e scuole, per esempio. Noi siamo condannati alla felicità, il problema è che resistiamo.

La nostra essenza è felice, positiva e buona, dunque. E’ sempre così? Per tutti?

Parlare come si fosse separati dalla nostra essenza è già una distorsione percettiva ed è la più grande malattia dell’essere umano. Se parliamo di quali siano le caratteristiche intrinseche dell’esistere, io credo che l’universo sia buono e che la nostra natura essenziale sia pura gioia. Abbiamo perso la fede nella vita e la fiducia nella vita perché non ritorniamo in noi quotidianamente. C’è una tribù africana che, quando uno dei suoi membri commette un crimine, lo catturano e lo legano al centro della tribù e per tre giorni senza sosta gli altri membri gli raccontano ciò che lui ha fatto di buono dal momento della sua nascita in poi. Pensano che l’essere umano sia buono e lo riportano su quella strada di amore. Che cos’è buono e che cos’è cattivo? Una crisi profonda nel bel mezzo della tua vita è buona o cattiva? Magari è proprio quello che ti serviva per imparare qualcosa di essenziale per la tua vita. La maggior parte delle persone crede che sia giusto ciò che fa stare bene e sbagliato ciò che fa stare male. Poi, però, ci rendiamo conto che a volte fare la cosa giusta ci crea dolore. Poi, a un altro livello ci rendiamo conto che è giusto essere consapevoli e sbagliato non esserlo. Ci sono molti livelli di comprensione e le persone vanno accompagnate.

Quali regole bisogna seguire lungo il percorso del Filo d’Oro?

Ci sono pochissime regole. La prima è quella di non prendersi troppo sul serio e la seconda è parlare dei propri compagni di percorso solo se sono presenti. Sono regole semplici che cambiano la vita. Non c’è una pratica imposta ma consigliata. Le persone devono autodisciplinarsi. La parola “disciplina” è bellissima ed ha la stessa radice di “discepolo” e di “discernere”. Assumersi la responsabilità è alla base del percorso del Filo d’Oro.

Fino a che profondità si può arrivare in questo percorso di conoscenza della propria essenza?

Tutti possono “essere” più che “arrivare”. E non c’è un limite. Conta solo la propria disponibilità all’infinito. Smettere di avere paura e controllo. Molte persone hanno paura di fare un’esperienza profonda e hanno difficoltà a sentire chi sono. Se glielo domando mi rispondono con cosa fanno, si definiscono attraverso il proprio lavoro. Noi non siamo quello, però. Il percorso del Filo d’Oro arriva fin dove noi stessi permettiamo. Ciascuno di noi può arrivare alla piena realizzazione di se stesso e può smettere di avere paura e di sentire la necessità di definirsi e di definire gli altri. Vivere liberi significa smettere di incasellarci.

La nostra vera essenza è statica o in movimento?

Se parliamo della nostra identità egoica, separata e del suo personaggio, cambia o rimane uguale. Dipende. Alcune persone hanno paura di cambiare e resistono al cambiamento cristallizzandosi pur vivendo in una realtà che per sua natura è impermanente e transitoria. Noi sentiamo dolore perché ci aggrappiamo a qualcosa che di fatto trova il suo equilibrio nella transitorietà. Se invece non parliamo del nostro ego storico ma andiamo in profondità, allora la mia risposta è la seguente: noi cambiamo costantemente ma siamo immutabili come essenza. Una volta mi hai fatto una domanda sul perdono: “Qual è il contrario di perdono”?

Sì, ma non mi ha risposto. Mi ha detto che il contrario di perdono è… perdono. Non lo capisco. Che significa?

Esattamente quello che ho detto. Avresti dovuto chiederti quale parte di me ti stava rispondendo. Perché non era importante la risposta ma l’identità di chi ti risponde. Tu stavi cercando quella e non una risposta. In quale modo stai cercando di capire? Come mente? Quale parte di te sta cercando di capire quella risposta? Se cerchi di capire attraverso la mente, non sempre si può capire.

Cosa c’è di male nella mente? Perché se ne parla sempre come se fosse uno strumento di cui non fidarsi troppo o un limite alla nostra conoscenza?

Non c’è niente di male. E’ uno strumento straordinario di conoscenza. Il problema è come la usiamo. E’ uno strumento così come il corpo o le emozioni ma se tu cerchi di capire qualcosa del corpo attraverso qualcosa che non appartiene al corpo, non riuscirai a capirla. Approcciare i temi che riguardano la consapevolezza attraverso la mente può andare bene fino a un certo punto come strumento di indagine. Inoltre, il problema è identificarsi con la propria mente. La nostra società ci porta ad identificarci con gli strumenti.

Che cosa sono i 4 Talenti?

C’è il talento meditativo, quello devozionale, trascendentale e gnostico. Queste grandi strade presenti parzialmente in tutte le tradizioni vengono per la prima volta riunite in un’esperienza sapienziale unica  che è moderna perché viviamo nell’era dell’interconnessione. Prima, queste strade venivano proposte singolarmente a chi decideva di fare un percorso simile. Col Filo d’Oro invece tutti e 4 i talenti sono insieme.

Sono sequenziali o contemporanei?

Sono insieme econtemporaneamente in tutto il percorso anche se sono quattro chiavi. Il Filo d’Oro comprende un ciclo di nove mesi focalizzato nel Talento meditativo. Il secondo ciclo nel talento trascendentale, il terzo nel talento devozionale e il quarto nel talento gnostico. Tuttavia non sono sequenziali, ogni anno si fa esperienza di tutti i talenti insieme ma se ne comprende meglio uno in particolare. I talenti si compenetrano uno nell’altro.

Ci fa un esempio?

Sì. Prendiamo il talento devozionale. E’ portato all’estremo quando c’è un flusso profondo di amore tra amato e amante si trascende e non c’è più l’amato né l’amante ma solo amore. Le due entità sono fuse e, in quel momento non si può più parlare di devozione ma di trascendenza. La devozione, cioè viene trascesa per lasciare posto solo all’amore. Così, allo stesso modo il processo meditativo diventa trascendentale perché si va oltre.

Tutti hanno i 4 talenti?

Sì. Nasciamo con questi 4 sigilli. Il talento è un’inclinazione dell’anima. Nella parabola dei talenti ci viene insegnanto che tutti li abbiamo e che li abbiamo per svilupparli. Tuttavia, possiamo avere attitudini diverse nei confronti dell’uno o dell’altro. Ciascuno di noi può avere uno o più talenti più sviluppati rispetto agli altri. Si tratta di svilupparli tutti.

Quali sono le rinunce da fare per chi si avvia su questo percorso del Filo d’Oro? E ci possono essere rischi?

L’unica rinuncia è alla propria sofferenza e alla propria ignoranza. No, non ci sono rischi. Di sicuro sono allergico agli esaltati e le forme di esaltazione in tutte le loro forme mi preoccupano. Tendo, quindi, a selezionare le persone che lavorano con me. Devono avere i piedi per terra.

Quando ci si spinge molto in profondità si può venire a contatto con il dolore e con aree di noi stessi che non conoscevamo o che ci provocano disagio. Una volta toccati così a fondo, poi, non sempre sappiamo quali saranno le nostre risposte o reazioni. Come riesce ad accoglierle o gestirle in questi casi?

Quando si sceglie l’amore, sai che ti rivoluzionerà la vita. A un certo punto dovrai scegliere se di te stesso amare tutto e darti quell’amore incondizionato che cerchi negli altri. Quando ci si guarda dentro, c’è tutto: l’oscurità, le paure, l’odio più intenso, la disperazione. Solo quando ci si riconcilia e si accettano anche quelle parte di noi si comprende il valore dell’amore. Si tratta di compiere un atto di coraggio e di amore, di fare le valigie e mettersi in viaggio dentro se stessi. Ciò che ci attende non è solo oscurità ma anche amore, luce, pace e beatitudine. E’ importante una guida equilibrata in un contesto sano e che rispetti i propri ritmi e tempi. I valori del Filo d’Oro sono: umiltà, perseveranza, costanza, pazienza. Quando questi valori vengono applicati e sedimentati creano il contesto adatto per potersi spingere in profondità. Ho un rispetto totale per ciascuno e ciascuno deve trovare la sua dimensione e il suo tempo secondo le proprie esigenze. Quando si matura la vera necessità di conoscersi, tutte le paure scompaiono e si ha la certezza che non ci si può fare del male. L’indicatore che si sta lavorando bene è che si migliora come persona relazionale e come individuo sociale. Si è più felici e più centrati.Ci possono essere, sicuramente, momenti di crisi perché ci si denuda di fronte all’infinito.

Ci saranno molte persone, però, in cerca dell’anestesia…

Sì, la fuga. Tuttavia, questo succede di più nella Scuola del Perdono e nei seminari. Si può iniziare anche per motivazioni egoiche, certo. Cerchiamo noi stessi sapendo che dovremotrascendere noi stessi come ego. Un percorso di questo tipo non si fa per il benessere, non si fa per ricevere ma per donare. Si spiega all’inizio la natura del percorso a chi si avvicina. Se ci si vuole avvicinare o fuggire da se stessi e dalle proprie responsabilità, consiglio sempre di fermarsi per un po’ e riprendere in seguito.

Perché sembra tutto così complicato?

Non preocupparti della meta ma del viaggio e concediti il fatto di non capire e di sbagliare.

Ci spiega la sua collaborazione col Dott. Franco Berrino? Che relazione c’è tra alimentazione e pratica meditativa?

Nella Grande Via ci sono questi due aspetti, quello della meditazione e quello dell’alimentazione. Il Dott. Berrino sposa perfettamente il mio approccio alla meditazione che non è di tipo mercificativo ma, al contrario, basato su valori e attitudini autentiche e reali. Perciò gli effetti collaterali che sono quelli legati al benessere e alla qualità della vita, alla sfera emozionale e relazionale sono stabili e non ci sono estremismi o rigidità e settarismi. Si tratta di un approccio autentico e dal mio punto di vista necessario in questo momento evolutivo, con tutta la sofferenza e la confusione che le persone sentono da ogni punto di vista.

Si può finire per innamorarsi di se stessi invece che imparare ad amare se stessi? Con la conseguenza poi, come in molti innamoramenti, di restare profondamente delusi?

Molte persone credono che il percorso di realizzazione profonda del sé sia un percorso egoistico. Cioè di una persona asociale, che si chiude in se stessa e che si innamora di sé con il rischio, come dici, di rimanere delusa. E’ una delle possibilità, una delle trappole del percorso di consapevolezza ma non appartiene alla ricerca autentica. Non si tratta di innamoramento. L’innamoramento è uno stato alterato di coscienza. Noi ci innamoriamo delle nostre necessità e proiettiamo verso un’altra persona le nostre esigenze e i nostri desideri più occulti e profondi: la necessità di essere accuditi e amati, quella di essere genitori, di avere un rapporto esclusivo o di essere addirittura adorati. O proiettiamo sugli altri le nostre mancanze e le nostre paure. Per quello ci innamoriamo degli altri. Ci innamoriamo delle nostre necessità. Lo stato di innamoramento è illusorio e transitorio ed è uno stato di alterazione destinato a terminare e a riservare delle amarezze. Quando ci rendiamo conto che quella persona non è quella che credevamo che fosse, l’innamoramento passa. Ci rendiamo conto che su quella persona abbiamo proiettato aspettative che rimangono deluse ma quel processo illusorio l’abbiamo creato noi stessi.  Ci arrabbiamo con l’altra persona e non ci assumiamo quella responsabilità scaricando sull’esterno quel potere che invece dovremmo avere noi sulla nostra vita. Nel percorso del Filo d’Oro si parla di amore e non di innamoramento. E’ un percorso graduale che ci insegna a riconoscere quella parte di noi capace di farci tirare fuori il meglio di noi stessi da ogni situazione. Non si tratta di un flirt o di una relazione destinata a finire. La relazione più importante che abbiamo è con noi stessi ed è la relazione che dobbiamo celebrare con più attenzione. Il rischio di rimanere delusi esiste se noi rimaniamo in superficie. Non ho mai conosciuto nessuno che, dopo essere entrato davvero in profondità, che essendo riuscito a rendere quieta la mente e avendo  bucato gli stati ordinari di coscienza per immergersi nella consapevolezza dell’essere, sia mai rimasta deluso dalla sua natura profonda ed essenziale. Le caratteristiche intrinseche di questa natura sono sono state descritte allo stesso modo dai più grandi saggi e da tutte le tradizioni sapienziali: consapevolezza, felicità, gioia esistenziale, beatitudine. Il Filo d’Oro non è un dogma, non è una verità rivelata che bisogna accettare. Il ricercatore viene spinto a cercare su se stessi queste verità. Bisogna trovare il giusto contesto, la giusta indicazione, la giusta guida e la giusta attitudine interiore. Con questi ingredienti trasformiamo una mappa nel territorio stesso.

In che modo il percorso influisce sulla società? Inoltre, se non saremo tutti a intraprendere un percorso come questo, potrà esserci qualcuno, al di fuori, pronto ad utilizzare quella rivoluzione pacifica, silente e interiore a suo vantaggio e per scopi del tutto personali oltre che contrari a quello stesso principio. C’è questo rischio?

L’unico modo di trasformare la società è trasformare noi stessi. Tutti i grandi della Terra hanno detto questo. Gandhi ha detto: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Quando non vediamo amore è perché non stiamo dando amore e siamo confusi quando non apportiamo chiarezza. Dobbiamo partire dal senso di responsabilità individuale e dalla consapevolezza che più trasformiamo il nostro mondo interno, più avvengono cambiamenti  all’esterno perché la qualità delle nostre azioni e del nostro sentire avrà un impatto su di esso. Abbiamo la pretesa di cambiare leggi e governi sperando che le cose cambino. Ma sostanzialmente questo non avviene e sostanzialmente le cose si ripetono secondo schemi ciclici. Le guerre continuano ad esserci, sconvolgendo il pianeta, ad esempio. Il problema è comprendere bene e con chiarezza che prima di cambiare le leggi bisogna cambiare il livello di consapevolezza, di coscienza, di realizzazione di ogni essere umano. In questo modo si avranno leggi che saranno il prodotto di un altro livello di consapevolezza e che incideranno in modo diverso sui problemi che affliggono il pianeta. Deve essere una rivoluzione delle coscienze. Il Filo d’Oro parla di questo.  E’ da lì che deve partire un cambiamento epocale dalla radice del nostro sentire, da ciò che intimamente sentiamo di essere.  E’ lì che bisogna far avvenire il cambiamento e poi manifestarlo all’esterno come un semplice riflesso di una presa di coscienza profonda. Migliorando il livello di coscienza e consapevolezza degli individui, migliora anche la qualità delle loro relazioni e si abbassa il loro livello di conflittualità, aumenta il livello e la capacità di gestire lo stress e il conflitto nonché di creare relazioni felici in modo più incisivo. E la società è fondata proprio sulle relazioni individuali e collettive. E’ su questi tre livelli: relazionale, personale e collettivo che il Filo d’Oro agisce. Attraverso la relazione che abbiamo con noi stessi e con gli altri noi guariamo noi stessi. Tuttavia, questo avviene anche attraverso la relazione con la coscienza collettiva e cioè con la società intesa come prodotto del nostro livello di consapevolezza. Lo stesso discorso si può fare con la Morale e con l’Etica. L’Etica è il livello di coscienza da cui deriva la Morale e per Morale intendo l’insieme di regole prodotte a partire da una certa Etica. L’insieme di regole di una società derivano dal livello di consapevolezza che caratterizza quella stessa società. Il Filo d’Oro vuole rendere armonico il processo di trasformazione sociale e lavora a partire dagli individui che man mano che diventano consapevoli di se stessi passano al secondo livello relazionale. Le relazioni sono intese in modo molto più ampio: con se stessi e con gli altri ma anche con la morte, con la malattia, con la sessualità, con gli animali, con la natura, con l’infinito, con la vacuità e col silenzio. Quello che è importante è la consapevolezza della coscienza che gestisce la relazione. L’individuo consapevole è più portato a creare relazioni prospere, consapevoli e felici. Dopo il livello relazionale si passa a quello collettivo e alle dinamiche della coscienza collettiva, al senso di identità della collettività che viene costruito sull’identità consapevole dell’individuo. Quindi c’è un cambiamento sostanziale e viene fatto un lavoro interno e profondo completamente differente rispetto a quello dell’educazione attuale. Questo cambiamento può dare un nuovo senso all’essere umano. Esiste un livello di responsabilità  molto grande alla radice delle nostre idee perché dalle nostre idee nasce il nostro pensiero e da lì il carattere. Dal nostro carattere viene forgiato il nostro comportamento in base al quale noi creiamo il nostro destino. Siamo autori di ciò che ci succede. E’ più importante come gestiamo ciò che ci succede più che ciò che ci accade. Se il destino parte dalla radice del nostro pensiero e da ciò che crediamo di essere è importante una rivoluzione interiore nel processo di trasformazione sociale. Nelson Mandela e Gandhi hanno cambiato milioni di coscienze attraverso la scelta del perdono, dell’amore, della non violenza, della consapevolezza. Responsabilizzare gli individui significa renderli padroni della qualità del loro sentire, del lor pensare e dei loro processi emozionali. Pensiamo a un organismo fatto di cellule. Che importanza ha la salute di una singola cellula per l’intero organismo? Se fosse una cellula cancerogena che importanza avrebbe se non fosse sanata? Quella cellula potrebbe riprodursi e infettare l’intero organismo portandolo alla morte. E’ proprio come si sta comportando l’essere umano. L’uomo è diventato un tumore perché ha smesso di sentirsi parte della natura. Si sente separato. Ha smesso di dialogare con l’esterno. La cura è la consapevolezza e riprendere il dialogo soprattutto con se stessi. E’ dentro noi stessi che inizia il processo di trasformazione della società. Il Filo d’Oro educa alla consapevolezza, alla responsabilità, alla felicità, ma sono concetti diversi da quelli comunemente intesi perché trovano radici nell’esperienza di se stessi e non da concetti filosofici astratti o principi non applicabili nella vita di tutti i giorni. Il rischio di una strumentalizzazione, tuttavia, c’è. Guarda cosa è successo alla meditazione che è un processo che appartiene all’Essere ed è stato mercificato come qualcosa che appartiene al Fare. Viene utilizzata per ottenere benessere, guarigione, poteri, illuminazione. Non è stata compresa. E’ nella natura dell’essere umano travisare, sbagliare, utilizzare, mercificare. Uno degli aspetti più autentici e potenti del Filo d’Oro è quello di essere molto distante da quei percorsi che vendono la felicità. Oggi vengono vendute le pillole contro il male di vivere. Il Filo d’Oro è un insegnamento autentico e ti dice che evidenzierà tutto ciò che è presente nell’animo umano, dalla paura all’amore. Ciò che fa la differenza è come tu vivi queste cose, se le accetti, se le ami, se le ringrazi, se accogli la vita nella sua totalità. Ciò che fa la differenza è come tu reagisci rispetto a ciò che senti e a ciò che sei. Il filo d’Oro non appartiene alle logiche del Fare, del possedere e dell’ottenere ma a quelle dell’Essere. Le persone vengono spinte a discernere a partire dalla consapevolezza dell’essere e non per ottenere un risultato o conquistare qualcosa. Esse vengono spinte a sapersi dare, a condividere o ringraziare per il fatto di esistere. Per sua natura questo percorso deve la sua preziosità all’esperienza diretta della consapevolezza. Dalla quale arriva il discernimento. Quando la persona sperimenta la gratitudine, l’amore e la condivisione reale, tutto il resto passa in secondo piano. Le logiche egoiche, di convenienza, di arrivismo ci possono essere ma ci sono per essere pulite. E’ così preziosa la natura del nostro essere che di per sé crea pulizia e guarigione da queste dinamiche. Se poi qualcuno all’esterno non fa questa scelta e vuole mercificare questa cosa, è libero di farlo ma questo non toglie la mia responsabilità di celebrare la vita per quello che sento essere la sua autenticità più profonda. Anche le grandi religioni o i messaggi di grandi maestri spirituali sono stati, nella storia, travisati causando fiumi di sangue. Questo ci sospinge ancora più profondamente a celebrare con autenticità questi valori. A ciascuno il suo destino. Ciascuno ha il destino che sceglie e se sceglierà di travisare, lo farà con le conseguenze che questo comporta. Bloccare questo processo non ha senso. E’ come non vivere per paura di morire. Bisogna vivere una vita piena con coraggio, passione, amore, determinazione senza paura del fallimento. Bisogna rischiare, fallire e permettersi di sbagliare perché è attraverso l’errore che impariamo. Bisogna cercare di essere autentici e coerenti con ciò che si sente di essere e se si sbaglia non è un problema. La cosa importante è l’intenzionalità profonda che deve essere pura e pulita.

Per contattare la segreteria de Il Filo d’Oro: segreteriafdo@mylifedesignfoundation.org

Qui il prossimo seminario de Il Filo d’Oro

Qui la presentazione del percorso Il Filo d’Oro

Fonte: ilcambiamento.it/

 

 

 

Economia e Felicità: come votare con il portafoglio!

L’associazione Economia e Felicità è dedita dalla sua nascita alla promozione della cultura del consumo critico. Dopo aver informato le persone sui temi legati all’economia sociale e civile, è passata all’azione pratica con l’organizzazione di Cash Mob, Bank Mob e SlotMob. Dal consumo, al risparmio fino alla lotta all’azzardo, storia di un movimento che cerca di educare a votare con il portafoglio.

“Sora Maria entra in un supermercato prende in mano due succhi d’ananas per i nipotini. Le coltivazioni in Congo da cui provengono sono gestite da una multinazionale della frutta che si è accaparrata la terra dei coltivatori pagandola sottocosto allo stato congolese. I contadini si sono visti costretti a lavorare nelle terre una volta loro con una paga che imbarazzerebbe buona parte dei condomini del palazzo della Sora Maria. La Sora Maria non sa nulla di tutto questo e acquista il succo d’ananas”.

Così recita una parte del manifesto dell’associazione di promozione sociale Economia e Felicità, nata nel 2013 dall’iniziativa di un gruppo di amici romani. “Questa associazione è nata quasi per scherzo questa associazione, per fare degli incontri per iniziare a parlare di economia sociale e civile e per diffondere il concetto di votare con il portafoglio” ci spiega Gabriele Mandolesi, co-founder dell’associazione. “Questo tema è piaciuto talmente tanto che, quando organizzavamo questi incontri, ci siamo trovati i teatri pieni. E quindi abbiamo deciso di cominciare a fare anche delle cose pratiche”.

Economia e Felicità ha come punto fondante l’idea che noi, con i nostri consumi, giochiamo un ruolo fondamentale all’interno del mercato e dell’economia, perché ogni volta che compriamo qualcosa stiamo implicitamente legittimando ciò che c’è dietro: se è prodotto in maniera etica e sostenibile, se i lavoratori che partecipano alla filiera produttiva hanno condizioni contrattuali e lavorative rispettose… oppure tutto il contrario di ciò. Dunque il punto di partenza dell’Associazione Economia e Felicità è stata l’educazione ad un consumo critico e consapevole, per cercare da un lato di premiare le aziende più responsabili e dall’altro far assimilare il concetto che migliaia di consumatori insieme, con i loro acquisti, possono influenzare profondamente il sistema economico ed i processi produttivi per cercare di innestare un cambiamento positivo e innescare una concorrenza virtuosa tra le aziende (e non solo) etiche che rispettano certi parametri. Il voto con il portafoglio, appunto.

Il cash mob etico

Ma come si fa a votare con il portafoglio? “La prima attività di cui ci siamo occupati, insieme all’associazione Next, è stata il cash mob etico. La proposta è stata vederci tutti insieme in un supermercato, entrare e comprare i prodotti del commercio equo e solidale. L’idea era quella di cominciare ad abituarci a consumare criticamente, però non da soli – ci spiega Gabriele – sia per mostrare l’impatto di un’azione collettiva che per farlo in maniera divertente tutti insieme, per riconoscersi in una collettività che sta facendo un percorso”. Nel primo Cash mob etico realizzato a Roma nel quartiere Monteverde parteciparono centocinquanta persone, un successo sia numerico che di contenuto perché Economia e Felicità realizzò per l’occasione delle schede prodotti, allo scopo di informare i partecipanti del cash mob etico su quali erano i processi produttivi e contrattuali che l’azienda produttrice della singola merce metteva in pratica: “la maggioranza dei partecipanti aveva studiato quelle schede, anche prima di venire al cash mob, e sceglievano anche in base alla storia del prodotto. E questo è lo scopo primario della nostra realtà”.DSC4270

Il primo cash mob etico è stato realizzato a Roma nel quartiere Monteverde

 

Il Bank Mob

E’ indubbio che come e dove spendiamo i nostri soldi sia uno strumento fondamentale che noi cittadini abbiamo ancora in mano, per premiare o punire determinate condotte. Oltre alla spesa, un altro aspetto centrale della nostra esistenza è il risparmio, dove mettiamo i nostri soldi. Un argomento molto spinoso: “la finanza è ormai pervasiva, è responsabile di molti dei problemi che oggi viviamo e le persone, per quello che abbiamo potuto constatare come Economia e Felicità, sono sempre più scettiche nei confronti delle banche. Ma anche la scelta della banca alla quale affidare i nostri soldi è una scelta che facciamo come consumatori. Anzi, l’impatto di questa scelta sulle nostre vite è enorme, perché le banche usano i nostri soldi per erogare finanziamenti!”.

Molte banche usano questi soldi per finanziare attività come gli armamenti e l’azzardo, dimenticandosi dell’economia locale e reale, spesso investendo anche in operazioni speculative. Tutto ciò, nella maggior parte dei casi, con scarsa trasparenza perché non è semplice scoprire come vengono impiegati e dove vengono investiti i soldi dei correntisti.
A partire da questa riflessione e in linea con la sua filosofia di azione, Economia e felicità organizza anche il Bank Mob: seguendo lo stesso schema, l’associazione ha organizzato prima degli incontri per approfondire il tema, dal quale si è creato un gruppo di persone che insieme un giorno hanno deciso di chiudere il proprio conto, spiegando le ragioni del perché lo facevano, e andandolo ad aprire in una banca che rispetti i principi di prossimità, di supporto alle imprese e aiuto all’economia reale. “L’unica banca che abbiamo trovato e che ha queste caratteristiche in Italia è Banca Etica, perché aderisce ai principi della finanza etica: sul sito della banca possiamo trovare l’elenco di tutti i finanziamenti erogati, cosicché se non si è d’accordo su come vengono utilizzati i tuoi soldi sei libero di andartene. L’idea a lungo termine del Bank Mob è che più siamo a trasferire il nostro conto in un’altra banca più la banca che perde clienti prima o poi dovrà soddisfare le nostre richieste di consumatori responsabili”.

 

Guarda il video del Bank Mob di Banca Etica a Roma 

 

Lo Slot Mob

Non meno importante di tutte queste attività è il lavoro fatto da Economia e Felicità – insieme ad altri movimenti e associazioni – sull’azzardo. L’Italia negli ultimi anni è diventata il più grande mercato dell’azzardo in Europa e uno dei più grandi al mondo, con risvolti drammatici per l’economia e la salute di molte famiglie. “Ci hanno chiamato molte persone che stavano vivendo molto male questo problema, si sentivano impotenti rispetto al degrado generato dall’azzardo: ci hanno chiamato perché volevano fare un’azione pratica per denunciare il problema e cercare una possibile soluzione”. L’idea di Economia e Felicità è stata quindi di fare uno slot mob: “ci sono persone in Italia che hanno un bar o un’ attività e che hanno deciso di non vendere nessuna forma di azzardo. Sono tante, più di quanto immaginiamo, che in periodi di crisi economica hanno deciso di rinunciare ad un guadagno facile pur di non alimentare questo sistema. Perché non premiarli?”.4f648eb2-6413-4c18-8510-3b60395da7b3

Dopo il primo Slot Mob il successo è stato esponenziale

Il riconoscimento pubblico segue quindi lo stesso schema: un gruppo numeroso di persone si ritrovano e, tutte insieme, decidono di fare colazione o un aperitivo nel bar che ha detto no all’azzardo. Il successo è stato esponenziale: “eravamo partiti per fare tre slot mob – ci racconta Gabriele – e siamo finiti, dopo due anni, ad averne fatti centodiciotto. Siamo stati tempestati di telefonate da tutta Italia da persone che volevamo organizzare uno slot mob nelle loro rispettive città, noi abbiamo solo suggerito il format e li abbiamo aiutati nella comunicazione dell’evento, abbiamo insistito affinché ognuno si prendesse la responsabilità nella propria città e li organizzasse con la gente del luogo”.

I risultati di un’azione nata quasi per gioco sono stati importanti: sindaci, assessori regionali fino ad arrivare a politici di livello nazionale hanno chiesto ad Economia e Felicità e ad altri movimenti di dare una mano dal basso, allo scopo di portare avanti delle iniziative legislative per cercare di dilagare la pratica dell’azzardo. Uno degli ultimi risultati ottenuti è un divieto parziale di pubblicità: dalle 7 alle 22 sulle reti generaliste non si fa più pubblicità dell’azzardo, “noi avevamo chiesto il divieto totale, non siamo riusciti ad ottenerlo però è stato bello vedere come numerose manifestazioni locali hanno avuto un’influenza e dei risultati nazionali”.ccdcd51f-08de-4e87-8fc3-523ce6504323

“Una caratteristica dei nostri slot mob è che noi portiamo i giochi, ma quelli veri!”

In questo articolo non abbiamo mai definito l’azzardo come gioco, non per caso ma come scelta consapevole, nata da una riflessione di Gabriele Mandolesi. “Una caratteristica dei nostri slot mob è che noi portiamo i giochi, ma quelli veri! Uno dei grandi inganni dell’azzardo è che loro lo chiamano gioco, l’azzardo. Se io ti dico andiamo ad azzardare c’è un accezione negativa che fa capire la reale pericolosità dell’azione. Il gioco invece richiama a qualcosa di innocuo, positivo e leggero, caratteristiche che sono l’esatto contrario dell’azzardo. Abbiamo detto no a questa operazione di marketing, infatti noi nei nostri slot mob portiamo il biliardino, il ping pong perché il gioco è qualcosa che ti mette in relazione con le altre persone. L’azzardo, invece, ti isola”.

Per il futuro, Economia e Felicità spera di poter organizzare altri bank mob a livello nazionale e di farli diventare virali come la campagna slot mob; sull’azzardo, la speranza è quella di poter ottenere risultati ancora più forti per regolamentare il settore “e per farlo dobbiamo rafforzarci come movimento e far sentire alla politica che c’è un pezzo grosso dell’Italia che lo vuole fortemente.” Sempre, naturalmente, votando con il portafoglio.

 

Il sito dell’associazione Economia e Felicità 

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/03/io-faccio-cosi-112-economia-felicita-votare-con-portafoglio/

E’ peggio temere la morte o fuggire la Vita?

“La Vita è davvero un miracolo eppure noi la passiamo in gran parte inconsapevoli, inseguendo obiettivi fatui, scappando da problemi apparentemente immensi, ma in realtà spesso futili e sognando un Domani Felice. Un domani che non arriva mai, perché non abbiamo mai tempo per costruirlo veramente, per viverlo Adesso”.

Siamo fatti di carne e ossa. Banale no? Eppure chi ci pensa mai veramente? Ieri notte ero a letto, ho fatto un po’ tardi. Mi sono messo sotto le coperte nella mia casa tra i monti. Ero solo, completamente solo. Ho appoggiato la testa al braccio e ho sentito il battito del mio cuore. Avete presente? quel sottofondo che ci accompagna sempre ma non ascoltiamo quasi mai? Batteva e in un attimo di consapevolezza l’ho visualizzato. Un affare rosso, un po’ impressionante, dentro il mio petto. Mi faceva quasi paura…

Un pezzo di carne a cui non penso mai ma che mi tiene in vita e senza il quale io non sarei più. Ed ecco che il senso di tutte le azioni quotidiane svanisce in un istante. Cazzo, un giorno quel coso smetterà di battere! Nella migliore delle ipotesi saro’ molto vecchio, ma smettera’. E chissa’ quali altre diavolerie contiene il mio corpo. Pezzi di carne a cui non penso mai, ma che mi permettono di essere, fare, pensare.3031743-poster-p-1-3031743-the-future-of-work-enough-about-introverts-mastering-the-way-to-work-with-extroverts

Che impressione… Siamo così forti e così fragili… La Vita è davvero un miracolo eppure noi la passiamo in gran parte inconsapevoli, inseguendo obiettivi fatui, scappando da problemi apparentemente immensi, ma in realtà spesso futili e sognando un Domani Felice. Un domani che non arriva mai, perché non abbiamo mai tempo per costruirlo veramente, per viverlo Adesso.

Mi sono addormentato con questi pensieri. Addormentato… Che succede quando dormo? Dove vado? Cosa è reale e cosa sogno? Domande banali vero? Solo che a volte penso che a forza di definire banali alcune verità e retorici alcuni valori abbiamo finito per l’allontanarli dalla nostra vita. La morte e la nascita sono eventi straordinari. Eventi a cui non assistiamo quasi mai.

Avvengono in luoghi impersonali, sterilizzati, bianchi, grigi, verdini. I cadaveri, i nostri noi del futuro, vengono seppelliti in bare super resistenti in cimiteri lontani. Vediamo delle croci, vediamo delle foto, ma non vediamo i nostri organi decomporsi. Le guerre, dove scorre il sangue, sono lontane: “Per carità! Non mostriamo i corpi in tv! I bambini si impressionerebbero!”

Sangue? Morte? Corpi? Eliminati, anestetizzati. Si fa l’amore con una busta di plastica che impedisce il contatto con l’altro, si partorisce con il cesareo, si mangiano animali accuratamente sezionati da altri, senza occhi, senza alcun legame apparente tra cadavere e corpo.

E così l’intera vita è virtualizzata. Possiamo vivere 50 o 100 anni, ma li passiamo senza sapere cosa siamo, come siamo fatti, di cosa ci nutriamo, in che mondo siamo immersi. Poi un giorno un pezzo si rompe ed ecco che inizia il calvario negli ospedali. Ecco che improvvisamente siamo pieni di rimpianti, vorremmo Vivere davvero… ma ora sì, rischia di non esserci più tempo. Cosa aspettiamo veramente? Da cosa fuggiamo nel nostro eterno rinviare la Vita? Cosa ci terrorizza così tanto? E perché? Non lo so. Forse potrei approfondire l’argomento, magari cercare di vivere una Vita Consapevole, ma non ho tempo… Ho troppi impegni. Domani forse.

O almeno, questo è quello che mi sono detto fino ad oggi. Ma ora non più. Ora voglio vivere il mio presente.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/temere-morte-fuggire-vita/

Lavorare meno, riprendersi il tempo: la Vita 2.0 di Gianni Davico

Lavorare meno, riprendersi il tempo libero, avvicinarsi alla felicità. A quarant’anni Gianni Davico ha realizzato il suo sogno più grande: la liberazione del tempo. Lo abbiamo incontrato e ci ha raccontato la sua Vita 2.0.

“Quello che mi è successo, più o meno quando sono arrivato ai quarant’anni, è che ho visto la fine del mio tempo”. Per raccontare la storia di una persona, spesso una frase aiuta a sintetizzare un universo fatto di scelte, riflessioni e cambiamenti. E queste prime righe ci aiutano al meglio ad introdurre la storia che vogliamo raccontarvi: quella di Gianni Davico

Gianni si definisce così: papà, golfista, imprenditore e blogger. Con una particolare propensione iniziale per l’imprenditoria: “Io ho cominciato a fare il mestiere di traduttore nel 1996. All’inizio avevo un sogno imprenditoriale di creare un’azienda con diverse persone in un ufficio”. E questo sogno Gianni lo stava realizzando: aveva comprato un ufficio a Torino con diverse stanze che ospitavano il lavoro di traduzione di sei persone. Poi sono arrivati i quarant’anni: “lì ho visto la fine del mio tempo. Fino ad allora il tempo mi sembrava infinito, poi mi sono reso conto che non era così”. Complice anche la crisi economica, intorno alla fine del 2007, Gianni Davico ha deciso così di lasciare l’ufficio che aveva a Torino, spostandolo in casa propria, continuando a fare il lavoro che ama: quando riceve un ordine, cerca il traduttore più adatto per quel lavoro, pagandolo. Il rapporto è sempre molto stretto, ma non va al di là del singolo lavoro, e non ci sono ulteriori doveri reciproci da rispettare. Spostando l’ufficio in casa, sono diminuite sia le spese che il fatturato ma, a conti fatti, il guadagno rimanente è simile e permette a Gianni di mantenere la sua famiglia.013-1024x768

In realtà questo cambiamento ha contribuito a realizzare il suo sogno più grande: la liberazione del tempo. “Lavorare di meno mi permette di avere lo stesso tenore di vita, prima ero sempre impegnato, lavoravo di più per avere gli stessi guadagni. C’era qualcosa che non funzionava. Io oggi gestisco il mio tempo di lavoro e il pomeriggio faccio altre cose, ho recuperato il tempo della mia vita. Oggi fare un pranzo con la mia famiglia è diventato normale, prima era un evento. Ho più tempo per le mie figlie, sembrano cose piccole ma per me hanno assunto sempre più un significato profondo”.

Da un punto di vista materiale, la società di Gianni (Tesi e Testi, ndr) continua ad esistere, ma è il suo approccio al lavoro ad essere completamente cambiato: da fattore totalizzante, è diventato un fattore importante insieme alle altre attività che ama fare. Lo scrivere ne è un esempio: da questo suo sentire la fine del tempo, Davico ne ha ricavato un libro, “La Vita 2.0. Progetta il tuo tempo, esprimiti, prospera, lascia il tuo segno nel mondo e sii felice” , un tentativo di mettere su carta la sua esperienza.IMG_0857-1024x768

“Premetto che sono solo delle indicazioni, non hanno la pretesa di essere universali. In questo campo è molto facile essere scambiati per guru e questo non è il mio obiettivo. Però, ogni tanto, incontro qualcuno che lo ha letto, che lo ha apprezzato e che lo ha messo in pratica e questo mi rende appagato, sembra che funzioni”.

Oppure il golf, un hobby che non è solo tale: “Non è mai stata un’attività tanto per farla. Pur divertendomi molto, è stata seria sin dall’inizio. Il golf è per me lo strumento dove unire pratica e disciplina, dove cerco di superare i miei limiti. Anche qui mi sono posto degli obiettivi di crescita che sto cercando di rispettare, non voglio diventare un giocatore professionista nel vero senso del termine ma voglio raggiungere l’obiettivo di giocare come un professionista”.

Così come abbiamo iniziato, concludiamo con una battuta finale che sintetizza bene le scelte di Gianni Davico: “La mia esperienza non è né migliore né peggiore di quella di nessun altro. Questo mestiere della vita non è che lo puoi insegnare a qualcun’altro, siamo tutti degli eterni allievi. Io stesso faccio errori marchiani, ma detto questo mi sembra che certe scelte possano essere utili. Dal lavorare la metà rispetto a prima, guadagnandone in affetti e in altre attività. Sono punti che possono ispirare processi importanti, anche al di là del lavoro”.

 

Visualizza la scheda di Gianni Davico sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

 

Il blog di Gianni Davico

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/01/io-faccio-cosi-103-lavorare-meno-riprendersi-tempo-gianni-davico/

«La chiave della felicità? Riappropriarci del nostro tempo per vivere la nostra famiglia»

Fabio Fiani e sua moglie Maria, vivevano a Genova ed entrambi lavoravano dal 1988 nella loro azienda; dopo alcuni anni dalla nascita dei due figli, hanno deciso di dire basta a città e lavoro e hanno riunito la loro famiglia. Li abbiamo intervistati nella loro casa circondata dal bosco nell’entroterra di Varazze; ci hanno raccontato la loro storia.varazze_casa_felicita

«Decisi a creare una famiglia solida – spiegano Maria e Fabio Fiani – abbiamo fondato poco prima del matrimonio un’azienda nella quale lavorare insieme e condividere successi e difficoltà, certi che questo avrebbe rafforzato l’unione nella vita e nel lavoro». I due lavoravano 6 giorni alla settimana con un orario medio di 12 ore giornaliere, arrivando anche a 16 ore durante eventi e fiere. Grazie al loro impegno e alla loro serietà la ditta procedeva a gonfie vele e il lavoro aumentava esponenzialmente dando loro molte soddisfazioni. «Dieci anni dopo -prosegue Maria- è arrivata la nostra prima figlia a coronamento di un matrimonio felice e sempre più solido. Questo ci ha portato a buttarci a capofitto nel lavoro con l’obiettivo di creare un mondo rosa alla nostra principessa. Ma il lavoro ha trascinato Fabio in un vortice che lo ha allontanato sempre più da noi, i momenti passati insieme erano proprio pochi e spesso condivisi via telefono con l’azienda». Nel 2003 nacque il loro secondogenito e questo fece aumentare il senso di responsabilità in Fabio portandolo a lavorare maggiormente: l’azienda decollò conquistando una grande fetta del mercato genovese.

Ma cosa ne fu della vita familiare?

«Era rimasta laggiù, quasi irraggiungibile -dice Fabio- i momenti nei quali godere del sorriso e del gioco dei miei bimbi erano rarissimi, ma nonostante la gioia, quegli attimi sembravano di troppo perché mi distoglievano dall’azienda». Maria nel frattempo si divideva tra lavoro e figli, allungando le proprie giornate fino alle due di notte e comunicando con suo marito via e-mail, perché non c’era più il tempo di parlare guardandosi negli occhi come facevano una volta. Intanto i figli crescevano e gli amici si allontanavano… Nel 2005 i due vennero per caso a conoscenza della vendita di un rudere nell’entroterra varazzino e a Fabio brillarono subito gli occhi nel vederlo: fu l’occasione per Maria di farsi promettere che, una volta ristrutturato, vi ci sarebbero trasferiti lasciando l’azienda, o almeno, avrebbero drasticamente ridotto il loro impegno al suo interno. Dopo sei mesi quel rudere ingoiato dalla selva divenne il loro. Ci vollero però ancora sei anni prima che fosse abitabile, sei anni di vero incubo per entrambi: Fabio lavorava più di prima, alla ricerca di risorse capaci di garantire stabilità economica alla famiglia anche dopo il trasferimento. Il raggio d’azione si era allargato in Romagna, Toscana e Lazio e lui era spesso in trasferta. Maria racconta: «Gli anni tra il 2006 e il 2011 sono stati i più intensi: al lavoro di base si sono aggiunti i lunghi periodi di assenza di Fabio, la progettazione e i lavori per la costruzione della nuova casa e gli interventi chirurgici di una certa importanza subiti dal nostro piccolo, ben quattro tra il 2007 e il 2011. Io avevo tutto sulle mie spalle, per cui in quel periodo ho trascurato la mia principessa che, fortunatamente, è comunque cresciuta gestendo con successo studio, sport e amici, e molto spesso si è trovata anche a dover badare al fratellino in convalescenza dimostrando molta maturità». Con il progredire dei lavori i bimbi crescono e aggiungono il loro tocco personale al progetto, finché a fine estate 2011 finalmente la ditta viene ceduta e la famiglia al completo si trasferisce nella nuova abitazione. «I primi due anni della nuova vita mi sono occupato sostanzialmente di instaurare un rapporto con i miei figli, cosa non avevo mai potuto, purtroppo, coltivare prima – spiega Fabio –  in particolare ho scoperto che la mia primogenita è in tutto e per tutto simile a me, per cui prendiamo parte ad un sacco di attività insieme e ci divertiamo molto, abbiamo una bellissima sintonia. Ho trovato  un grande piacere nel fare le piccole cose quotidiane con la mia famiglia, accompagnare i bambini a scuola alla mattina, passare di nuovo del tempo insieme a mia moglie, fare lunghe passeggiate alla scoperta del territorio».

Insomma, questa è stata la scelta giusta? Non vi manca niente della vita precedente?

«Abbiamo lasciato tutto alle nostre spalle e abbiamo guardato avanti più forti e uniti che mai: nessun rimpianto, nessun ripensamento, siamo tutti insieme, possiamo condividere le nostre esistenze, le nostre emozioni; abbiamo iniziato a conoscere i nostri figli e loro a conoscere noi, pulsiamo all’unisono, come una famiglia deve fare, come la società impedisce che sia. Nessuno di noi tornerebbe indietro e, onestamente, visto il risultato, siamo felici di aver avuto la forza di superare i momenti duri e frustranti che ci hanno portato qui.  Abbiamo scoperto la gioia di avere amici sinceri, percepiamo di far parte di una collettività senza esserne gli automi, possiamo godere della semplicità delle cose e dei rapporti interpersonali. Ci siamo impossessati della nostra vita, curiamo l’orto, alleviamo animali da cortile, cuciniamo, siamo diventati  membri attivi della nostra città. seguiamo i ragazzi nelle loro attività e conosciamo i loro amici, condividiamo con loro tempo e spazi e ciò è impagabile». Questo è il messaggio che i quattro, insieme, consegnano con la loro testimonianza, e la felicità che si vede stampata sui loro volti ne è la prova tangibile. Ancora una curiosità: progetti per il futuro? E Fabio risponde istantaneamente: «Vivere».

Fonte: ilcambiamento.it

“Non c’è obbligo, solo felicità. E’ la nostra non-scuola”

Tutti siamo abituati a considerare l’obbligo scolastico una cosa da non mettere in discussione. In realtà in Italia l’obbligo di andare a scuola non c’è. Obbligatoria è l’istruzione. Differenza, questa, nient’affatto secondaria, come ci spiega Erika Di Martino che, partendo da lì, ha costruito la sua “home school”, divenendo punto di riferimento in Italia.erikadimartino01

Eppure il fatto che ai bambini non piaccia andare a scuola dovrebbe generare mille interrogativi. Ai genitori, ma anche agli insegnanti e agli educatori. Non sarà che la scuola tradizionale non rispetta i tempi e i modi di apprendimento naturale del bambino? Non sarà che gli ambienti inadatti, gli obblighi dei banchi, degli orari rigidissimi, dell’apprendimento sempre affidato ai libri non risponde alle esigenze dei bambini? Quanti sanno che esistono alternative?

Dell’educazione parentale si sa ancora pochissimo ma in Italia è stata già scelta da almeno mille famiglie che hanno deciso di avvalersi di un modo nuovo di fare scuola. E’ una scelta di libertà e di rispetto dei tempi di apprendimento e dei talenti dei propri figli. I bambini non frequentano la scuola tradizionale. La loro scuola è il mondo che li circonda, la vita stessa, la società in cui vivono. E ogni occasione è buona per imparare. Erika Di Martino, mamma di cinque figli che non sono mai andati a scuola, si occupa di educazione parentale da anni. E’ la fondatrice del network italianowww.educazioneparentale.org e ha scritto il libro Homeschooling. L’educazione parentale in Italia. La famiglia di Erika è un esempio di come il cambiamento nell’educazione sia realizzabile, soddisfacente e porti felicità.

Che cosa si intende per educazione parentale? E di cosa si parla quando più precisamente si parla di homeschooling e di unschooling?

L’educazione parentale è l’istruzione impartita ai figli dai genitori o da altre persone scelte dalla famiglia. Si può coinvolgere nell’educazione chiunque abbia la voglia e la capacità di trasmettere conoscenza e abilità, sfruttando tutte le fonti di conoscenza e competenza che sono disponibili nell’ambiente circostante alla famiglia. Alcune famiglie preferiscono seguire orari giornalieri, utilizzando i testi e programmi scolastici, altre desiderano affidarsi a un apprendimento più naturale e spontaneo dove si assecondano i bisogni, le interesse e capacità dei figli in veste di aiutanti e guide. Homeschooling, educazione parentale, home education, educazione paterna sono tutti sinonimi e definiscono la situazione in cui il genitore si prende la responsabilità di educare i propri figli a casa e informa annualmente il dirigente della propria zona della scelta fatta. Quando parliamo di homeschooling ci riferiamo a quelle famiglie che insegnano utilizzando un curriculum ben preciso. Essi in parte ricreano la scuola in casa proponendo determinati argomenti a seconda delle fasce d’età, utilizzando libri di testo simili a quelli scolastici (ma non è detto!) e dedicando un momento specifico della giornata allo studio. Per essere più esplicativa direi che in questo metodo la nave della conoscenza è pilotata dal genitore (o dal tutor) che indica al bambino la via da seguire. Con Unschooling ci riferiamo a quelle famiglie che lasciano i propri figli liberi di decidere come, dove, quando e soprattutto cosa imparare. In questo caso la nave è pilotata in toto dal bambino, ma egli non è solo: i genitori sono parte attiva di questo apprendimento offrendo fonti di studio e sostenendolo nei suoi percorsi naturali. Le famiglie che fanno unschooling fanno un grosso cambiamento perché devono dimenticare tutto quello che è stato loro insegnato sull’apprendimento e imparare a fidarsi dei propri figlia 360°. I genitori offrono gli strumenti per trovare le informazioni rispettando le scelte e i tempi del bambino. Queste due categorie non sono a tenuta stagna e esistono tanti metodi di fare scuola familiare quante sono le famiglie che lo praticano.erikadimartino02

Perché scegliere l’educazione parentale? Tu, in particolare, come sei arrivata alla decisione di non mandare a scuola i tuoi figli? Avevi sfiducia nel sistema scolastico o hai avuto brutte esperienze in questo senso?

Noi lo abbiamo scelto per dare maggiore libertà ai nostri figli, sia fisica che mentale (consideriamo il banco e le 4 mura della classe alquanto restrittive), per offrire loro un percorso di studi personalizzato e per mantenere un unione familiare che con i tempi dettati dalla scuola non avremmo potuto avere. Le motivazioni di questa scelta sono molteplici: possono essere di natura religiosa, linguistica, di salute, oppure semplicemente perché si vuole dare ai propri figli un’educazione personalizzata che soddisfi le necessità, le passioni e i tempi del singolo. Alcune famiglie educano a casa per evitare che i propri figli subiscano il bullismo e l’esposizione al clima oppressivo e competitivo della classe. Altre ancora scelgono l’homeschooling perché non vogliono delegare ad altri il compito fondamentale di educare i propri figli.Le famiglie che scelgono l’Educazione Parentale istruiscono i propri figli con amore e dedizione, il loro lavoro è da considerarsi alla pari con quello svolto dagli insegnanti nelle scuole, e proprio per questo vanno accolte con rispetto e apprezzamento. Sia queste famiglie che le istituzioni stanno lavorando al nobile compito di aiutare le nuove generazioni a ottenere un successo formativo, promuovendo lo sviluppo della personalità nelle sua integralità.

I genitori che vivono già questa esperienza come possono essere preparati a insegnare tutte le materie necessarie in modo adeguato? Ad esempio per la musica o la lingua straniera.

Oggi si pensa che per poter insegnare bisogna passare molti anni della propria vita preparandosi a farlo, passando innumerevoli test che spesso non sono in grado di valutare la reale abilità del candidato a insegnare; questo processo crea “insegnati qualificati” che però troppo spesso non lavorano per vera vocazione. Per trasmettere conoscenza bisogna innanzitutto stabilire un rapporto positivo con la persona alla quale ci si sta relazionando, infatti mostrare come si fa qualche cosa è meglio di raccontarlo e la pratica diretta è ancora più utile. Quanti insegnanti non hanno la possibilità di seguire il ritmo dei propri alunni a causa dei ritmi pressanti del programma e delle valanghe di lavoro aggiuntivo? Insegnando a un bambino che vuole apprendere si deve innanzitutto ascoltare e poi imparare a rispondere alle domande che arrivano direttamente da lui, garantendo un clima di rispetto e calma. Nelle classi invece ci si ritrova ad interagire in un ambiente caotico, rumoroso e stressante dove a essere interrogati senza sosta sono proprio i bambini e non gli adulti, sottoposti poi a un giudizio pressante che ne invalida le capacità cognitive. Questi argomenti purtroppo non vengono trattati nei libri per insegnanti, ma le conseguenze del sistema sono sotto gli occhi di tutti.

Com’è la vostra giornata tipo con cinque bambini di età diversa? Ci puoi fare un esempio?

Io e mio marito non riproduciamo la scuola a casa, non giochiamo a fare gli insegnanti dei nostri figli attorno al tavolo da pranzo. Non imponiamo sveglie e programmi, non decidiamo cosa essi devono studiare e non li obblighiamo a fare i compiti. Noi ci fidiamo di loro, sappiamo che essi sono in grado di imparare ciò che vogliono, come e quando lo desiderano. Con una famiglia che conta 5 bambini (una appena arrivata), il nostro approccio educativo stravolge completamente le linee guida tradizionali, significa fare tabula rasa della propria forma mentale (e quella della maggior parte della gente che ci sta attorno) e provare qualcosa di completamente nuovo. Noi privilegiamo un percorso da autodidatti da subito, quindi non proponiamo loro alcuna nozione preconfezionata e non li sottoponiamo ad alcun tipo di esaminazione. Stiamo imparando accanto ai nostri figli, osservandoli e sostenendoli nelle loro ricerche e scoperte. Il fatto di essere i protagonisti di un cammino la cui direzione è sconosciuta, rende l’avventura ancora più emozionante e imprevedibile.

Ti ispiri a uno stile preciso? Ad esempio quello della scuola steineriana, montessoriana o, invece, il vostro è uno stile del tutto originale?

Abbiamo costruito un percorso assolutamente originale, che non riprende nessuno schema già in uso. Una qualità che riteniamo fondamentale per il cittadino del futuro è di avere una mente inquisitiva e la capacità di imparare in autonomia. Ogni bambino ha un bagaglio di domande infinito e il nostro compito è semplicemente quello di mantenere viva la fiamma della conoscenza. Lo facciamo in molte maniere, per esempio facendoci in primis noi tante domande e poi valutando con loro le possibili risposte. Tutti i bambini hanno questo spirito di ricerca ma, troppo spesso, esso viene soffocato in nome del sistema educativo tradizionale che non incoraggia il pensiero divergente e riempie le teste degli studenti con nozioni già pronte. Le lezioni vengono assimilate temporaneamente per poi essere rigurgitate nel momento del test. Questo tipo di esercitazione sterile uccide il pensiero critico. Questo continuo esercizio, unito a una grande libertà, li porta inevitabilmente a scoprire le proprie passioni. Noi genitori siamo presenti per stimolarli in svariate maniere, senza mai giudicare il loro percorso, anzi offrendo possibilità sempre differenti e interessanti. Trovo che il centro della vita di un individuo dovrebbe essere la passione per il lavoro svolto, non c’è nulla di più triste di un essere umano che non possa perseguire la propria vocazione. Un’altra qualità a cui teniamo molto è l’indipendenza. Diamo loro l’esempio su come fare numerose attività quotidiane: dal preparare un pasto, a pulire il bagno, ad andare a fare una commissione e controllare poi il resto al negozio. All’inizio ci affianchiamo a loro aiutandoli e correggendo gli errori, sicuramente lodandoli per i successi. Li lasciamo sbagliare un numero infinito di volte, ricordandoci che sbagliando s’impara. Infine crediamo nella compassione per il prossimo, nell’empatia e nella felicità reciproca come fonte di benessere. La compassione è anche la chiave a un ambiente lavorativo positivo. Cerchiamo di parlare di compassione, fornendo esempi concreti, ogni giorno. La cosa che più conta in quest’aspetto dell’educazione è l’esempio di noi genitori, infatti ci preoccupiamo di essere sempre compassionevoli verso i nostri figli e il prossimo. Se incontriamo qualcuno che è infelice cerchiamo sempre di aiutarlo, se la persona è lontana allora inviamo degli auguri e dei pensieri felici. Sperimentiamo come il dare felicità, porti sempre benessere a noi e ai nostri cari. Basta veramente poco. La tolleranza va di pari passo con la compassione, e si allena conoscendo persone di diverse etnie, gruppi sociali e stati fisici. Noi cerchiamo di esporre i nostri figli a quante più forme di diversità ci sia possibile. Mostriamo loro quanto ci sia da imparare gli uni dagli altri e che essere diversi è un pregio, come dice il proverbio: “Il mondo è bello perché è vario”.erikadimartino03

Come rispondi a chi dice che i bambini vengono privati di un aspetto importante della loro vita: la socializzazione?

Questa è una domanda frequente. In effetti la socializzazione dei ragazzi che fanno scuola a casa è molto diversa da quella di coloro che passano la maggior parte del loro tempo a scuola o a fare i compiti. Gli homeschoolers passano le loro giornate aiutando in casa, sbrigando commissioni, facendo gite d’istruzione, andando a trovare altri familiari o amici, aiutando le persone del vicinato, facendo volontariato, facendo sport di gruppo, ecc… Mentre i loro compagni scolari socializzano in un ambiente controllato, chiusi in un edificio con altri della loro stessa età, i bambini educati a casa vengono in contatto con la società, con il mondo e interagiscono in prima persona. Un homeschooler interagisce con persone di tutte le età, tipico è vedere bambini di età completamente diverse giocare insieme. Essi sperimentano, coltivando la fiducia e la stima in loro stessi e nelle loro capacità senza essere continuamente valutati ed etichettati. Questo significa che non sapranno inserirsi nella società? Ma come? Essi sono già parte della società, non si stanno preparando per essere inseriti (manco fossero bulloni), essi sono una parte assolutamente attiva della vita della loro comunità. Nella socializzazione scolastica risiedono anche il bullismo, le violenze sessuali, il razzismo, il vandalismo, il teppismo, il sessismo e le cattive abitudini quali fumare e usare un linguaggio volgare. Questi sono anche alcuni dei motivi per i quali non manderei i miei figli a scuola. La pressione psicologica esercitata dalla massa può avere effetti devastanti sia sullo studente che sulla sua famiglia. Chi non ricorda lo sfigato, il ciccione, il secchione, il gruppo di quelli “in” e quelli “out” della classe? Per far parte del gruppo cool più gettonato della scuola quali sono le qualità necessarie? L’educazione? L’intelligenza? Avere sani principi morali? Non mi risulta. E fino a dove si può spingere un giovane per farsi notare dai suoi coetanei? La domanda si risponde da se, sfogliando le pagine di cronaca di un giornale.

Se qualcosa non dovesse funzionare i bambini possono rientrare in un percorso scolastico tradizionale in qualunque momento?

I bambini possono rientrare in un percorso di studi tradizionale a metà anno come uditori e a settembre dopo aver passato un esame di idoneità.

E’ necessario disporre di un ambiente particolare e con attrezzature specifiche o si può realizzare in qualsiasi casa? Come si organizzano praticamente le lezioni?

Ogni famiglia decide come affrontare questo impegno: possono essere famiglie che si organizzano sole o che condividono alcune attività con altri gruppi, possono avvalersi di un tutor e/o creare un curriculum personalizzato, possono seguire il programma ministeriale o meno. La cosa fondamentale è che la famiglia sia al centro dell’educazione: il genitore non delega il compito di educare benché possa avvalersi dell’aiuto di altri genitori o insegnanti privati per alcune materie di studio. Tutto questo avviene tra le mure domestiche o in qualsiasi altro luogo in cui la famiglia decida di essere protagonista attiva dell’apprendimento (musei, parchi, palestre, ma anche il supermercato o la banca…!). Scuola familiare: mi soffermo ancora su questo termine poiché sempre più spesso in Italia lo sento utilizzato per definire una situazione in cui più famiglie ingaggiano un insegnante speciale, magari con una formazione Montessoriana o Steineriana, trovano un locale adatto e iniziano una scuola. Questo può avvenire nel caso in cui si crei un’associazione e/o che si tengano presenti le norme assicurative, ma non solo, che regolano questo tipo di progetto. Personalmente trovo che questa metodologia abbia poco a che fare con l’educazione parentale e che sia semplicemente un altro tipo di scuola: in effetti se ci pensate si crea sempre una routine e il bambino lascia genitori e casa per “essere educato” da un insegnante esterno. Il ruolo del genitore qui rimane marginale.

Ci sono spese aggiuntive che una famiglia deve affrontare quando decide di educare i propri figli a casa?

Economicamente l’HS è una scelta vincente, trovo che si risparmi molto rispetto al mandare un figlio a scuola. Ovviamente con ogni bambino il risparmio cresce, se facessi un lavoro full-time con uno stipendio medio e mandassi i miei 4 figli a scuola non avrei nessun risparmio da mettere da parte e probabilmente dovremmo utilizzare anche parte dello stipendio di mio marito. Quando si è all’inizio del cammino di homeschooling, oppure si sta ponderando l’idea di iniziare, non è consigliabile investire soldi su materiale extra. Educare a casa può essere decisamente più economico che mandare i propri figli a scuola: non avete spese di benzina, non dovete comprare tutto l’occorrente per la scuola (zaini, astucci, un’infinità di libri, ecc), potete evitare le ultime mode del momento e risparmiare in vestiti e gadget. Utilizzate internet e le biblioteche, gli anziani sono meglio dei libri di storia, il supermercato offre diverse varianti di problemi matematici da risolvere, tutte queste sono possibilità di apprendimento a costo zero, ma vedrete che il tempo ve ne suggerirà molte ancora. Invece di acquistare giocattoli per le feste fate ai vostri figli regali intelligenti: un abbonamento a una rivista educativa, ingressi per il teatro o a una mostra particolarmente interessante, libri oppure abbonamenti per programmi didattici online.

Le vostre famiglie e i vostri amici vi hanno sostenuto in questo percorso?

Si, entrambe le nostre famiglie ci hanno sostenuto nel percorso fin dall’inizio. La famiglia di mio marito era più titubante, ma una volta che hanno visto la felicità, curiosità e operosità dei bambini sperimentata al di fuori del sistema scolastico si sono ancora più convinti. La differenza con i loro coetanei scolarizzati in termine di serenità è lampante.

Conosci persone ormai adulte che sono state homeschoolers da bambini? Se sì, la loro esperienza è positiva alla luce poi del loro inserimento nel mondo del lavoro?

Conosco persone famose e di successo che sono cresciute senza scuola e conosco persone comuni che da bambini erano HS, che ora hanno più di 30 anni e magari hanno dei figli homeschoolers di seconda generazione e che sono altamente soddisfatte del proprio percorso. In generale sono adulti con una forte autostima, che hanno preferito creare la propria realtà seguendo i propri sogni e le proprie passioni piuttosto che omologarsi al sistema vigente.

Come rispondi a chi dice che il bambino non ha la possibilità di confrontarsi con un’autorità diversa da quella dei genitori?

I bambini HS non vivono in una relazione esclusiva con i propri genitori, non sono sotto una campana di vetro. A seconda dell’esperienza che stanno vivendo, che sia un’attività sportiva, una gita al museo, un’uscita indipendente con gli amici, il semplice atto di fare la spesa, essi intessono relazioni con altri adulti che innescano uno scambio di ruoli costante.

Cosa ti senti di consigliare a chi si sta avvicinando all’homeschooling o all’unschooling?

La prima cosa che dovete fare è mettervi in contatto con altre famiglie che stanno già educando a casa.

Che cosa serve Erika, secondo te, per essere felici? E c’è una relazione tra unschooling e felicità?

La felicità è il motore dell’esistenza e per vivere bene bisogna saper essere felici indipendentemente da ciò che accade: tra tutte le cose che insegno ai miei figli, questa è di sicuro una di quelle che mi sta più a cuore. Troppi genitori insegnano ai bambini che la felicità è al di fuori di essi e che dipende dagli oggetti o dal denaro che si possiedono, oppure ancora dalle amicizie che si hanno o dai voti che si prendono a scuola. Fin da piccolissimi noi lasciamo ai nostri figli la loro privacy, la libertà di intrattenersi da soli: giocando, leggendo, immaginando, costruendo. L’ozio creativo e solitario è da noi largamente valorizzato con risultati positivi. La felicità si raggiunge da soli. Non ho praticamente mai sentito i miei figli lamentarsi di essere annoiati. Piuttosto che algebra o il nome dei fiumi del centro America, si dovrebbe insegnare a essere felici. Il bambino che non sperimenta questo grado d’indipendenza rischia, una volta adulto, di attaccarsi in maniera morbosa ad un’altra persona, oppure di colmare il vuoto esistenziale con passatempi come i social o lo shopping, oppure peggio ancora, con il cibo.

Il 13 settembre 2015 a Vaiano (Prato) “Tutta un’altra scuola”: si parlerà di homeschooling, ma anche delle tante esperienze che in Italia stanno cambiando il modo di fare educazione

Fonte: ilcambiamento.it

Coca Cola, distributori automatici di felicità?

Ci sono ragioni per credere in un mondo migliore! Ma…secondo voi, dovrebbe essere quello in cui non manca la Coca Cola? “Loro” vorrebbero che fosse così. E noi? Vogliamo permettere che una campagna pubblicitaria ci catturi l’anima e la leghi a un prodotto?coca_cola_hugme

Con il sistema della candid camera (ormai molto noto al consumatore) sono stati realizzati diversi spot della Coca Cola. A dimostrare come la nota bibita sia famosa in tutto il mondo e non conosca ormai confini, gli spot sono girati in Brasile, Turchia, Gran Bretagna, Svezia e altri paesi ancora. Ma vediamo le conseguenze palesi e… quelle più sottili. Un distributore automatico distribuisce felicità. Il titolo del video è proprio “happiness vending machine” e dopo che il consumatore di turno ha inserito la moneta per prendere una lattina, il distributore continua a regalare bottigliette a ripetizione scatenando sempre le stesse reazioni, in ogni paese e in ogni contesto: sorpresa prima, ilarità, divertimento, sorrisi, risate poi. Insomma voglia di condividere quell’esperienza con gli altri che assistono alla scena. La distribuzione non si limita alle bottigliette di Coca Cola ma prevede anche altri oggetti, gadget, peluche, panini e dolci. Ogni volta una sorpresa diversa. Tra i titoli di testa e di coda del video appaiono: “abbiamo voluto condividere un po’ di felicità” o ” dove colpirà ancora la felicità?”. E così, nella stessa serie e con le stesse modalità, abbiamo la macchina distributrice di abbracci, la macchina dell’amicizia, la macchina dell’amore. La gente che passa non sembra tanto stupita, sta al gioco: se la macchina dice “hug me” chi passa non ci pensa due volte ad abbracciarla. E così per la macchina dell’amicizia, che serve per fare gruppo con chi è vicino e farsi nuovi amici, proprio grazie all’opportunità offerta da questa iniziativa. Come si può vedere dai video, sembra un bel gioco, è divertente, ci si guadagna un bel po’ di coca da bere (quei 250 ml di felicità gratis) e non ci si fa caso più di tanto. Ormai siamo abituati a vedere di tutto. E vedere un distributore automatico di abbracci e felicità non ci sconvolge più di tanto. Tutto si può comprare: felicità, abbracci, sorrisi, amicizia, amore. O, meglio, si può comprare quell’illusione o riuscire ad averne un po’ gratis. Si tratta di pubblicità davvero emozionanti, ben fatte, ben sceneggiate, ben ideate e realizzate. Non c’è solo la serie dei distributori automatici di emozioni ma anche le storie sulla famiglia, sul primo bacio, il primo appuntamento, il rapporto con i figli… Ve ne segnalo alcune qui di seguito:

ARGENTINA

IN UNA SCUOLA

IN UN CAMPUS

Eppure, quanto più la pubblicità è bella o “ben fatta”, tanto più è responsabile, per non dire colpevole. Quanto più sa farci emozionare (e ci riesce: alcuni video sono davvero belli e pensato per farci rivivere le emozioni e i sentimenti più profondi e intimi), tanto più è aggressiva e ci inganna. Non dovrebbe essere permesso associare un prodotto commerciale alle nostre emozioni più personali, non dovrebbe essere ammesso superare il limite oltre il quale siamo vulnerabili, inconsapevoli, indifesi, ignari perché la nostra attenzione è totale e la nostra emozione è coinvolgente al punto da non farci rendere conto di cosa sta succedendo. Quanto più una pubblicità è bella tanto meno è innocente. E a maggior ragione se si tratta di prodotti dannosi per la nostra salute e per la salute dell’ambiente. Ma di questo ci dimentichiamo facilmente o sottovalutiamo la cosa. Meglio ancora, spesso non conosciamo affatto cosa ci sia dietro certe aziende e quali siano i numeri e le caratteristiche reali di quei prodotti: quanto costi produrli, cosa contengano, quali devastazioni ci siano dietro di sistemi ambientali e di esseri viventi. Si tratta di una felicità e di un’emozione a buon mercato, facile da trovare, da provare, effimera e superficiale. Ma in un mondo di persone infelici, depresse e insoddisfatte questo linguaggio è pronto per essere ascoltato. In questa pubblicità “la macchina dell’amicizia”, in Brasile, vengono riportate alcune cifre sui risultati prodotti da quell’iniziativa spot. Sono i seguenti:

-7 paesi coinvolti

-800 bottiglie di Coca Cola vendute in 9 ore per distributore

-un incremento del 1075% nella vendita di Coca Cola (rispetto a un normale distributore automatico)

-migliaia di commenti su blog e social network in tutto il mondo

-La notizia rilanciata su migliaia di giornali (con conseguente altra pubblicità)

Ma il risultato più importante, aggiunge lo spot, è che ti sei fatto dei nuovi amici!

Insomma, Coca Cola lo sa che la cosa più importante è che tu ti sia fatto dei nuovi amici. E’ proprio quell’autentica emozione che le interessa. Ci tiene sul serio. Perché è all’emozione genuina che l’azienda potrà associare il suo prodotto. Che sia l’euforia dell’amore, il sorriso e il calore dell’abbraccio, la sensazione di condivisione dell’amicizia, il ricordo del primo bacio, la tenerezza della ninna insieme al nostro bambino appena nato… non importa. Basta che la nostra emozione sia umana, vera, autentica, pulita, profonda. Ed è sufficiente perché la associamo, quella volta e per sempre affezionati, al prodotto da acquistare. Che lo si voglia oppure no, che se ne sia consapevoli oppure no. Hai voglia di far ragionare le emozioni, il cuore, la memoria, le sensazioni. Non c’è verso. Neppure davanti all’evidenza. A una mia conoscente fedele bevitrice di questa bibita e mentre suo figlio ne beveva una lattina, facevo notare gli effetti sui bambini, le sostanze che contiene, la devastazione in alcune zone del pianeta conseguenti alla sua produzione. La sua risposta: ma io la bevo da quando ero bambina e sono qui. E poi – ha aggiunto con un sorriso di felicità a quel ricordo – è talmente buona!

QUI la protesta contro Coca Cola in Colombia

QUI Boycott Coca Cola

Fonte: ilcambiamento.it

Stefania Rossini: «Autoproduzione e decrescita. Il bilancio di questi 4 anni? Ho scelto la felicità»

«Ho scelto la felicità e, dopo 4 anni, posso dire di avere fatto non solo la scelta giusta, ma l’unica possibile per me e la mia vita». Stefania Rossini dal 2010 autoproduce tutto quanto può, risparmia, ricicla, recupera, ha abbattuto drasticamente i costi per la sua numerosa famiglia che, oltre a lei, conta il marito e tre figli di 5, 7 e 12 anni.stefaniarossini

L’avevamo lasciata nel 2012,ai tempi dell’intervista sul suo libro, “Vivere in 5 con 5 euro al giorno”, che suscitò interesse e scalpore e che le procurò anche non poche critiche. La ritroviamo oggi, più positiva che mai, più felice che mai. A riprova che la sua scelta, maturata quattro anni or sono quando ha perso il lavoro e ha dovuto reinventarsi, è stata azzeccata.

«La vita è dura, non posso negarlo, ma questa strada l’ho scelta io e sono felice, una felicità che è stata confermata ogni minuto di questi quattro anni. Era l’unica scelta possibile per me e per la mia vita – dice Stefania – non è facile assumersi tante responsabilità, delle proprie azioni e delle proprie idee. Intorno a noi ormai vediamo burattini che si muovono agli ordini di altri, pecore che seguono un padrone. Io non ho più voluto essere così. Pensavo che la felicità fosse 100, io sono arrivata a 10 milioni e non è ancora finita».

Ma cosa fa Stefania di tanto speciale?

Ha ripensato il suo modo di vivere in virtù del fare piuttosto che del comprare, dell’essere al posto dell’avere e ha recuperato una dimensione che era quella dei nonni. Ha recuperato ricette e antichi saperi per fare in casa tutto quanto possibile: detersivi, creme per viso e corpo, detergenti per la casa e la persona, vestiti, accessori. Sul suo blog fornisce anche innumerevoli indicazioni: natural-mente-stefy.

«Ogni giorno cerco di imparare qualcosa di nuovo e mi disinteresso completamente delle tante cattiverie che ancora parecchia gente mi indirizza, per me quelle persone sono morte dentro. Io voglio allevare i miei figli come adulti consapevoli che non si affidino agli altri per prendere una decisione e per trovare la loro strada. Cerchiamo di insegnare loro ad essere autonomi, a ragionare con la loro testa, a fare esperienze pratiche e a trovare le loro risposte. Aprendo la mente si vedono tante strade e opportunità, anche gli ostacoli si trasformano in opportunità di crescita».

E lancia un appello: «Non cercate risposte altrove o lontano, dovete porre le domande giuste a voi stessi. Ciascuno di noi ha mille potenzialità, dobbiamo smetterla di sottovalutarci».

Il bello di Stefania è che non ha una giornata tipo. «Non ho schemi, mi preparo una lista di cose da fare ogni giorno, mi gestisco in base alle esigenze mie e della mia famiglia. L’unico appuntamento fisso è per portare i bambini a scuola e andare a riprenderli. Non sono riuscita a fare il passo della scuola parentale, anche se mi sarebbe piaciuto perché non condivido l’impostazione della scuola di oggi. Ma è anche vero che l’aspetto della relazione con i coetanei è molto importante».

Stefania si gestisce senza capi e senza ordini, «come anche i bambini» dice. «Voglio assaporare ogni momento di questa vita perché il tempo non torna. Noi siamo uniti, facciamo tutto quanto possiamo in casa e ogni giorno è una sorpresa».

Il marito è invece impegnato dalla mattina alla sera nell’azienda metalmeccanica dove lavora. «Abbiamo ritmi e tipi di vita molto diversi­ – spiega ancora Stefania – c’è disparità fra la mia vita e la sua, lo so, ma la società italiana non ci permette di fare altrimenti purtroppo. In Italia si rischia sempre di essere schiavi del sistema. Accettiamo i compromessi perché a volte non si può fare altro, ma sono comunque contenta dei grandi passi di consapevolezza che abbiamo compiuto».

 

A breve Stefania avvierà anche un bed&breakfast, all’inizio con pochi posti, per farne un’attività sostenibile e compatibile con gli impegni familiari.

Fonte: ilcambiamento.it