Una Fattoria dei sogni nel terreno confiscato alla mafia

A Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, in un terreno confiscato alla mafia ha sede una realtà che offre un’occasione di riscatto e inserimento lavorativo a persone in condizione di forte svantaggio sociale. Barbara, in viaggio da qualche settimana, è andata a trovarli e ha intervistato il presidente della cooperativa Al di Là dei Sogni che ha dato vita alla fattoria agricola-sociale denominata Fattoria dei sogni. Si dice che si gira e si rigira per ritrovarsi sempre nel giusto posto. In maniera inconsapevole, la mia strada per la cooperativa sociale Al di Là dei Sogni è cominciata quattro anni fa quando, dopo l’esperienza con un progetto di sartoria sociale della ong Amani a Nairobi ero entrata in contatto con Made in Castelvolturno, un’altra realtà in cui il cucito diventa strumento di emancipazione femminile. Quest’inverno, una delle attiviste mi scrisse invitandomi ad andarle a visitare e io, che avevo nel frattempo organizzato il mio viaggio, la chiamai. Da quella telefonata partì un passaparola che mi portò a Simmaco Perillo, presidente di Al di Là dei Sogni, il quale mi accolse come una amica cui si vuole bene. La prima sera ho assistito alla sua presentazione del progetto ad un gruppo di giovani scout. E ho compreso subito quanto il lungo percorso per arrivare qui mi abbia portata, ancora una volta, nel posto giusto al momento giusto.

Com’è nata e di cosa si occupa Al di là dei sogni?

Al di là dei Sogni nasce nel 2004 come cooperativa A e B, cioè sia di servizi alla persona sia di servizi finalizzati all’inserimento lavorativo di uomini e donne in condizione di forte svantaggio sociale, individui che provengono dal mondo delle dipendenze, della salute mentale, degli OPG (ospedale psichiatrico giudiziario) e dell’area riabilitazione. Il progetto, dal 2008, ha sede e gestisce il terreno confiscato alla mafia “Alberto Varone” nel comune di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Al di là dei sogni é una quotidiana forma di scommessa e resistenza finalizzata al riscatto personale di soggetti “fragili” e ad una società libera dalla criminalità organizzata e dalla violenza. 

Perché un terreno confiscato?

All’inizio eravamo un gruppo di operatori consapevoli di voler avviare un progetto che rendesse le persone coinvolte il più possibile autonome e libere da forme di assistenzialismo; ci eravamo resi conto che alcuni tipi di interventi educativi avevano dei limiti strutturali ed avevamo deciso di ritornare alla terra per coltivare il sogno di percorsi di integrazione produttivi e realmente individualizzati. Questa terra è stata confiscata nel 1994 e ci è stata affidata nel 2005. Non è stato semplice per l’assemblea dei soci decidere di parteciparvi. Come mai? Per la paura. La paura di ritorsioni, per le prevedibili difficoltà ed i rischi. Paura del tutto fondata visto che dopo l’assegnazione del terreno, la vincita di un bando europeo e con esso la costruzione dell’edificio principale e la riqualifica di 17 ettari abbandonati da un decennio, tutto il bene, in una notte, è stato vandalizzato. Inoltre le difficoltà burocratiche dovute ad infiltrazioni mafiose nelle istituzioni locali hanno rallentato molto e messo in difficoltà la realizzazione del nostro progetto di vita, di lavoro e soprattutto quello dei ragazzi coinvolti. Sono serviti anni per arrivare ad essere in possesso dello spazio e delle necessarie autorizzazioni per poter svolgere semplicemente il nostro mestiere. 

Ora sono otto anni che la Fattoria dei Sogni, giorno dopo giorno, vive e cresce.

Viste le difficoltà, cosa ti ha spinto a restare e non lasciar perdere tutto?

La felicità. Penso che alla base vi sia una scelta “egoistica”: tutto questo mi rende felice, d’altro canto, per cos’altro si vive? Negli anni ’90 io avevo svolto il mio servizio civile presso una struttura per tossicodipendenti a Marradi, al confine tra Toscana ed Emilia Romagna e alla fine dell’esperienza mi avevano proposto di restare, ma io sapevo in che condizioni verteva la mia terra natia e ho sentito, forte e chiaro, il richiamo e la volontà di rientrarci per mettere a servizio le competenze acquisite. 

Qual è lo scopo del vostro lavoro?

ùIl benessere psicofisico delle persone, la loro realizzazione, il raggiungimento massimo della loro autonomia sulla base delle potenzialità e difficoltà personali. La nostra metodologia educativa e gli accordi con i servizi invianti prevedono sei anni per realizzare con la persona un progetto di vita sostenibile e renderla il più possibile autonoma. Uomini e donne che hanno alle spalle talvolta decenni di OPG, portatori di disagio psichico e mentale che, attraverso la cura, il lavoro, la presenza educativa diventano lavoratori e soci della cooperativa. 

Mi racconti una storia? Un nome, un volto spesso rende tutto più semplice da capire

E allora ti parlo di A. che è arrivato qui nel 2009 dopo decenni in strutture riabilitative. Nasce in una famiglia contadina e come tutti i figli fragili nati in un contesto amorevole, viene protetto dai suoi genitori che lo tengono vicino a insegnandogli l’arte della produzione casearia. Tutto procede in questo modo semplice ma sicuro per il ragazzo fintanto che non mancano i genitori anziani e lui si ritrova istituzionalizzato. Un letto. Un numero. A. non parla. É il numero 13 e niente di più di due pasti al giorno e l’isolamento totale dagli affetti e dal resto della società. Le condizioni peggiorano quando viene definito ‘socialmente pericoloso’ a causa di atti di autolesionismo: ha sempre più spesso delle crisi durante le quali l’uomo si morde le braccia fino a strapparsi la pelle. É l’unico modo che ha per farsi notare ed essere visto come Essere umano, anche se solo per pochi minuti, anche se, le conseguenze erano di nuovo forti sedativi e cinghie che lo legavano al letto. Per mesi, anni, decenni. Le prime sere che A. ha trascorso in cooperativa, dopo cena, si allontanava e andava, da solo, nei campi. Perché? “Perché un uomo di campagna, prima di dormire, verifica che tutto vada bene”. Come lo abbiamo capito? Guardandolo. Pur non avendo mai appreso il linguaggio dei gesti, lui tuttora si esprime e si fa capire, da chi lo vede. (Con me ha fatto lo stesso, appena arrivata, ero in cucina e guardandomi mi ha chiesto “Tu chi sei?”, nda)

Che servizi offrite alla cittadinanza?

Abbiamo un’azienda agricola biologica ed un laboratorio di trasformazione, una fattoria didattica, un servizio di giardinaggio e uno di pulizie ed un catering. Abbiamo poi un servizio di animazione e organizziamo eventi nel bellissimo spazio che gestiamo, dove ospitiamo soggiorni, gite scolastiche e corsi sul tema della legalità. 

Come ha reagito e come reagisce la comunità locale al vostro lavoro?

Non tutti ci amano. Oltre alla criminalità organizzata, che resta presente seppur molto indebolita negli ultimi dieci/quindici anni, c’è una parte della società che fatica a schierarsi esplicitamente dalla parte della legalità, per via di piccoli e grandi legami e dunque vantaggi economici dovuti alla presenza della camorra. D’altra parte, invece, abbiamo un altissimo numero di volontari che riempiono i nostri campi e le nostre estati, molti attivisti, scuole e realtà locali ed italiane coinvolte che supportano il nostro progetto. 

E se qualcuno volesse venirvi a conoscere di persona?

Come con te, Barbara, noi siamo molto disponibili ed ospitali. Spesso transitano viaggiatori, sostenitori e persone di passaggio che quando vengono qui si innamorano e poi ritornano. Vi sono poi i campi di lavoro organizzati in estate da Libera e la possibilità di fare turismo sostenibile: stiamo costruendo infatti l’ostello che affiancherà l’area campeggio già avviata. Al di là dei sogni prosegue il suo cammino ed io, pur lasciando qui un pezzetto di cuore, domani mi rimetto in viaggio verso altri progetti del consorzio NCO.  Metto nel mio zaino la sensazione che ciò che realmente differenzia una realtà del genere é la forza di volontà dei suoi membri e riparto con una domanda: alla luce di ciò che ho ascoltato e visto, cosa è realmente possibile nella mia e nella nostra vita? La sensazione è che, oggi, la risposta sia ben più ampia di qualche giorno fa.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/fattoria-dei-sogni-terreno-confiscato-mafia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La lezione di Pepe Mujica: il tempo è il bene più prezioso

Una panoramica sulla vita e sulle idee di un personaggio politico decisamente fuori dal coro: l’ex presidente e attuale senatore uruguaiano José Mujica. Rinunciando a buona parte del suo stipendio, vivendo in una fattoria e sostenendo i concetti di sobrietà e semplicità, è stato uno dei capi di Stato più vicini al pensiero della decrescita. Josè Mujica è stato Presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015 e attualmente è senatore sotto la presidenza di Tabaré Vazquez. Per chi crede in un mondo più equo, più sostenibile e più etico è una figura fondamentale, non tanto per i risultati politici ottenuti, quanto per l’esempio che egli stesso fornisce, improntato su uno stile di vita sobrio, sincero e a contatto con la Natura.

Vive tutt’ora – e ci viveva anche da Presidente, avendo rifiutato la residenza a lui riservata – nella sua fattoria di Rincon del Cerro, dove si stabilì con la moglie Lucia negli ottanta, appena uscito dal carcere. Quando venne liberato, quel posto era abbandonato e in rovina. Con la moglie e qualche amico lo rimise a posto e proprio lì – in una modesta casa di campagna con una sala, la cucina, un bagno e la camera da letto – accolse capi di stato, ministri e alti rappresentanti politici.

«Non sono povero – ha sempre detto – sono austero perché voglio la mia libertà e voglio avere tempo di godermela. Non mi piace la povertà, mi piace la sobrietà e mi piace avere un bagaglio leggero». Ai giornalisti che venivano a trovarlo per parlare di politica, raccontava invece come faceva la conserva: «Ci metto pomodori tagliati e schiacciati, poi ci aggiungo un paio di foglie di alloro, un cucchiaio di sale e li copro. Quando la cottura è finita, li metto in un contenitore di acqua, li faccio bollire e poi li lascio mezz’ora a raffreddare».

Da uomo di campagna, ha un rapporto privilegiato con il mondo naturale. Mentre era in viaggio per questioni istituzionali, chiamava sempre a casa per salutare Manuela, la sua cagnetta con tre zampe, e il primo impegno della sua giornata presidenziale – che iniziava con la sveglia di Claudio, uno dei galli del suo pollaio – era una passeggiata con la sua piccola amica. Dalle sue visite istituzionali all’estero, più che regali di rappresentanza, amava portare a casa semi da piantare in giardino.mujica1

Parlando della sua morte, una volta disse: «Non scambierei la mia fattoria per niente al mondo, me ne andrò da qui con le gambe in avanti! Ma se dovessi andarmene, il posto ideale sarebbe la campagna, nel mezzo dell’Uruguay. Sceglierei uno di quei posti in cui guardando in lontananza ti viene da dire “sembra che laggiù ci sia qualcuno”. Adoro la solitudine del campo».

Uno degli aspetti su cui ha sempre insistito di più è quello della qualità del tempo che trascorriamo, che si rivela il bene più prezioso e che spesso è dilapidato in attività inutili e dannose: «Stiamo perdendo la battaglia contro il consumo inutile e la banalizzazione della vita», ha affermato. «Se potessi scegliere qualcosa da lasciare alle nuove generazioni sarebbe questo: la capacità di destinare più tempo alla vita vera».

Quando ha espresso queste considerazioni a Rio si è quasi meravigliato del successo clamoroso che ha avuto il suo discorso, poiché credeva di aver detto delle cose brutte, di aver dipinto un quadro negativo. Evidentemente, aveva colto nel segno. «Si può vivere con sobrietà lasciando che ce ne sia per tutti», dice sfoderando il suo tipico ottimismo utopistico. «Questo non vuol dire tornare all’età delle caverne, ma solo guadagnare in maniera razionale».

Mujica ce l’ha anche con le “teste pensanti” che, a suo modo di vedere, non sono capaci di dare risposte a questo tipo di problemi. Per questo ha sempre cercato, a volte anche combinando dei pasticci politici, di fare dell’Uruguay un “paese esempio”. Fra le riforme più rivoluzionarie possiamo ricordare la depenalizzazione dell’aborto, la legalizzazione del matrimonio fra omosessuali e la regolarizzazione della vendita di marijuana attraverso lo Stato. Nel commentarle, Mujica le definisce “riforme liberali”, ispirate però al liberalismo del suo predecessore di inizio secolo Battle, che introdusse il voto femminile, autorizzò il divorzio e regolamentò la produzione di alcool. La sua crociata contro l’opulenza rimane uno degli insegnamenti più grandiosi. Rinunciò allo stipendio presidenziale destinandolo quasi tutto ad associazioni e organizzazioni benefiche e lottò per anni contro i privilegi, soprattutto economici, della “casta”. «L’organo più sensibile che esiste è il portafogli», diceva parlando dei suoi colleghi senatori, criticando in particolar modo la “sua” sinistra, troppo capitalista per i suoi gusti.mujica2

Refrattario alle cerimonie, non si curava più di tanto neanche della sua sicurezza, che veniva in secondo piano rispetto alla tranquillità domestica. Una sera, mentre leggeva vicino al camino della sua casa, un uomo si introdusse in casa sua e gli mostrò un video in cui comparivano dei paramilitari con atteggiamento minaccioso e poi se ne andò senza dire nulla. Mujica, pur preoccupato, non rese pubblico questo episodio, sia per non creare troppo clamore, sia perché temeva che la sua scorta sarebbe diventata più massiccia e invadente, turbando la quiete rurale della fattoria.

Ma Pepe, anche da Presidente, non ha mai nascosto la sua vera natura e il suo carattere schivo e poco espansivo. Questo lo ha portato molte volte a contravvenire all’etichetta ufficiale, ma ha anche dato risalto ai momenti in cui il suo animo emergeva, come quando si commosse scoprendo che un giardiniere dell’ambasciata uruguaiana in Spagna aveva salvato sul suo cellulare il famoso discorso al vertice di Rio de Janeiro e che lo riascoltava ogni volta che voleva motivarsi e tirarsi su di morale. Al centro del suo mondo non ci sono la lotta politica o gli impegni istituzionali, ma sua moglie Lucia e la sua fattoria di Rincon del Cerro. In questo rifugio, i due vivono come una normalissima coppia di anziani coniugi, passando del tempo sul divano a leggere e a conversare, svolgendo le faccende domestiche, tagliando la legna e andando a trovare i vicini. Era così anche quando era Presidente.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/lezione-pepe-mujica-tempo-bene-prezioso/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Benvenuti a H-Farm, la Silicon valley italiana

Da oltre 12 anni H-Farm supporta progetti innovativi, forma le nuove generazioni e guida la trasformazione digitale delle aziende. Abbiamo incontrato il fondatore, Riccardo Donadon, che ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione della fattoria dove si coltiva il futuro, tra tecnologia e natura. Arriviamo presso la sede di H-Farm in tarda mattinata. Dobbiamo intervistare il fondatore, Riccardo Donadon. Non so bene cosa aspettarmi. Nei film americani ho spesso visto “cittadelle” abitate da centinaia di giovani innovatori impegnati in progetti digitali o in discussioni creative in grado di generare i vari google e facebook, ma sono convinto che in Italia non esista niente del genere. E – come spesso accade – mi sbaglio. Dopo una breve attesa, infatti, Donadon ci raggiunge alla “reception” e inizia subito a condurci nei meandri di quella che a me appare come una “Silicon Valley” italiana. Prati verdi, edifici bassi, musica diffusa, macchinette elettriche ma soprattutto centinaia di giovani provenienti da tutto il mondo che scrivono, progettano, dibattono. Intorno a noi un parco – 1800 ettari – e la laguna di Venezia. Entriamo e usciamo da diverse strutture e osserviamo attoniti una sala multimediale che ricostruisce storia e attività di H-Farm. La sua storia è semplice.

Nasce nel 2005 come “incubatore” di innovazioni con l’obiettivo di aiutare i giovani ad avviare nuove imprese. Oggi è diventata una piattaforma che associa all’avvio di nuove imprese e start-up progetti di formazione e consulenza che servono a gestire il cambiamento che è in atto.

H-Farm, quindi, si è sviluppata in tre aree fondamentali:

  1. Investimenti, attraverso i quali si finanziano le iniziative migliori sui grandi “cluster” di innovazioni in Italia, fashion, food, manufatturiera, ecc. con l’obiettivo di selezionare per le aziende le idee e i progetti migliori proposti dai giovani competenti.
  2. Supporto alle imprese, attraverso duecento persone che lavorano per inserire il digitale all’interno delle aziende più importanti, facilitando loro le attività e i processi.
  3. Education. Da diversi anni vengono proposti percorsi post diploma. Ci sono inoltre tre scuole internazionali, dove viene sperimentato un modulo formativo che si aggiunge a un percorso tradizionale internazionale, aumentato al digitale. Ora l’obiettivo è estendere questo approccio anche all’università e in parallelo alle scuole primarie.18198723_10155496211454573_7622583018071844994_n

“Ho iniziato nel 1995, sviluppando progetti che sono andati bene – ci spiega Donandon – nel 2005, quindi, ho cercato di restituire ciò che avevo ricevuto. Ed ecco che creiamo H-Farm. H sta per Human, l’uomo è ciò per cui lavoriamo ma anche colui che lavora su queste iniziative. Farm – fattoria – vuole mantenere e sottolineare il legame tra il nostro lavoro e il luogo che ci ospita. Qui, infatti, c’era una vecchia fattoria. Volevamo e vogliamo sottolineare una scelta di vita che ci porta a lavorare nel digitale, che è frenetico e bello, in armonia e bilanciamento con la natura e con ritmi naturali”.

E in effetti natura e tecnologia sembrano fondersi in questo angolo di futuro in cui tutti si danno del tu e le persone sembrano serenamente impegnate in attività che – ai nostri occhi inesperti – possono apparire misteriose.

“Vogliamo davvero promuovere un essere umano che si ponga al centro di una creazione tecnologica e al servizio di nuove iniziative. Ci sentiamo un po’ coltivatori anche noi. Seminiamo ed aiutiamo le persone a seminare idee che devono poi germinare. Aver messo la tecnologia in mezzo alla natura crea un ambiente distensivo e ha quindi dei riflessi positivi nel prodotto, perché crea la consapevolezza che l’interlocutore è connesso con il ritmo naturale delle cose”.15977840_10154942186364573_3598494292825862356_n

H-Farm, oltre che in Veneto, ha sedi a Milano, Roma e Catania. Oltre 500 ragazzi si muovono tra di esse.
“Intorno a noi – comunque – sorgono altri progetti sviluppati da talenti che abbiamo finanziato con le nostre startup. Ci sono inoltre gli studenti. Insomma, le persone che vivono questi luoghi sono davvero tante”.

In generale, Donadon ha una visione positiva sulle potenzialità dei giovani: “Credo che questa generazione sia molto fortunata: la tecnologia è sempre più sviluppata, ci sono piattaforme di apprendimento alla portata di tutti e il crowdfunding permette di sviluppare i propri progetti anche da soli. Io sono partito da zero con l’intento di creare le condizioni. Sono nato e cresciuto facendo una starup, e sono riuscito a farla bene. Noi siamo qui per questo, per aiutare chi ha belle idee a far nascere imprese, investendo soldi per farne di più”.

In attesa che si sviluppino appieno le nuove scuole per l’infanzia e la fondazione – H for Human – lasciamo dopo oltre quattro ore Donadon al suo lavoro. Ripartiamo – dopo un breve giro su una “Tesla” (una macchina elettrica all’avanguardia) – con negli occhi e nelle orecchie questo angolo di futuro immerso nel verde tra Venezia e Treviso convinti che questo sia stato solo un primo incontro. Abbiamo gettato i primi semi. Lasciamoli germogliare.

 

Intervista e Riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/io-faccio-cosi-182-benvenuti-alla-h-farm-silicon-valley-italiana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La fattoria di Vaira (20^ Tappa, da San Vito Chietino a Petacciato)

Le colline Molisane si colorano con le tinte calde del tramonto, mentre saliamo la dolce collina che ci porterà alla nostra prossima tappa. Il percorso fin qui è stato particolarmente piacevole: tra bagni fugaci, percorsi di trekking ciclistico a ridosso del mare e piste ciclabili sul lungomare percorse con il vento a favore ci siamo davvero goduti la giornata. Siamo diretti alla Fattoria di Vaira, realtà biodinamica con una storia del tutto particolare.2014-08-17-SanVito-Petacciato-079

In bici sulla spiaggia

Ci accoglie Emanuela, che fin dal nostro primo contatto via mail si è dimostrata molto entusiasta all’idea di accoglierci. Esce dalla cucina con un grande sorriso e la stessa energia, dandoci il benvenuto e mostrandoci un ampio spazio verde dove piantare le nostre tende. Fugge subito in cucina: a cena ci saranno quaranta persone, e le cose da fare sono tante.2014-08-18-Petacciato-TorreMileto-002-Copia

Emanuela

La incontriamo a cena, poche ore dopo. Il buffet di cui ci serviamo è completamente vegetariano, ed è composto da piatti creativi come polpette di cereali e patate speziate al forno. Al nostro tavolo si siede anche Fabio, presidente del gruppo Ecor Naturasì. La storia della fattoria in cui ci troviamo è infatti strettamente legata a quella di questa azienda, la cui origine risale al 1952, quando la vedova del precedente proprietario, il Cavalier Francesco di Vaira, decise di cedere la fattoria al Vescovo di Termoli-Larino, affinché perseguisse la missione di educare i giovani all’attività agricola. L’azienda subì però un progressivo declino, fino a quando nel 2006 si decise di affidarla ad un ente esterno, che ne rispettasse statuto e finalità originarie. Fu a questo punto che nella gestione subentrò l’Opera società agricola biodinamica Di Vaira, società all’interno della quale la fondazione Ecor Naturasì costituisce il maggior investitore. La Fattoria di Vaira è legata a Naturasì tramite un sistema di filiera corta sui generis: ciò che viene prodotto qui è distribuito direttamente ai 125 punti vendita del marchio. L’azienda è costituita da 500 ettari di terreni coltivati: 5 ettari sono occupati dall’oliveto con annesso frantoio, 50 dalla vigna, 200 dalla coltivazione di cereali (farro, grano, legumi, ceci), e 100 da fieno e foraggi, destinati alle 250 vacche della fattoria, e 50 ettari sono dedicati all’orto.2014-08-18-Petacciato-TorreMileto-009

2014-08-18-Petacciato-TorreMileto-005

2014-08-18-Petacciato-TorreMileto

2014-08-17-SanVito-Petacciato-134

2014-08-17-SanVito-Petacciato-133

Qui si producono meloni, pomodori, angurie e peperoni. In inverno si coltivano finocchi, cavolfiori e broccoli. La Fattoria fornisce inoltre semi bio per basilico, carote e cipolle ad un’azienda svizzera. La coltivazione segue i principi della biodinamica, tramite l’utilizzo di tecniche quali la rotazione delle colture e la somministrazione di preparati naturali in dosi omeopatiche, che nutrono il terreno e ne mantengono la fertilità. L’accoglienza turistica è stata fin da subito uno degli scopi principali dell’azienda “il nostro obbiettivo non è fare turismo, ma far percepire la realtà della vita in campagna. Non a caso i nostri ospiti sono spesso negozianti o consumatori di biologico che vogliono conoscere i meccanismi di produzione. Li portiamo a vedere la stalla, ad assistere a semine e raccolti, in modo che capiscano cosa significa gestire un’azienda agricola secondo i principi della biodinamica. Il nostro scopo è produrre cose buone, ma soprattutto di educare e diffondere la cultura del biologico.” Tra le attività della fattoria sono comprese gite didattiche per scolaresche, che in virtù dell’estensione dell’azienda possono conoscere in un’unica visita le dinamiche di produzione di vino, olio, latte e ortaggi. Sono inoltre organizzati eventi e giornate tematiche come “Seminiamo il Futuro”, in cui si riscopre il gesto antico della semina a mano, corsi su permacultura e biodinamicità, conferenze e passeggiate collettive. Emanuela ci raggiunge alla fine della cena. Ha l’aria un pò stanca, ma non smette di sorridere. “Qui c’è sempre moltissimo da fare” ci conferma “ma mi sono innamorata di questo posto, e faccio tutto con piacere. Prima avevo solo un piccolo negozio di prodotti biologici, ora lavoro in un’azienda che li produce per più di cento punti vendita.” La fattoria di Vaira è un turbine di attività, ma Fabio ed Emanuela girano tra i tavoli, parlano con ogni ospite, si assicurano che tutti siano soddisfatti.

Anche la mattina dopo Emanuela si siede un pò con noi, salutandoci con calore dopo la colazione. Lasciamo la fattoria con la soddisfazione di aver visitato una realtà biodinamica che, come recita il sito dell’azienda “è un vero e proprio organismo vivente a ciclo chiuso, inserito nel più grande organismo vivente cosmico, le cui influenze sono favorite da metodi pratici applicati con passione e coscienza”.

Ottavia Mapelli

Visita il sito della Fattoria di Vaira

Fonte: movimentolento.info

 

Riconvertire un’azienda agricola? Si può. Ecco che nasce la fattoria sostenibile

Coltivazioni biologiche, spaccio interno, ortaggi tipici, progetti sociali e autocostruzione in paglia: un’intera fattoria sostenibile per la tutela della biodiversità e il rispetto dell’ambiente nelle campagne vicentine. È il progetto di Paolo Marostegan che ha riconvertito la storica azienda del padre con un’ottica ecologista di salvaguardia della Terra. Eccovi l’esperienza direttamente dalla voce del protagonista.alconfin1

Un’intera fattoria storica basata sulla produzione di latte vaccino con il metodo convenzionale viene riconvertita in azienda agricola biologica nel passaggio di gestione dal padre al figlio. Nel 2008 viene ufficialmente chiusa la ditta paterna dopo essere stata completamente assorbita nei terreni e nelle strutture dalla giovane azienda agricola biologica. A livello di garanzie viene assicurato un biologico al 100% in cui tutti i prodotti sono certificati da un ente riconosciuto dal ministero, sono etichettati e distinti tra la produzione propria e quella acquistata al mercato ortofrutticolo di Padova, dove esiste una cooperativa di agricoltori biologici socia dell’azienda. Oltre alla salvaguardia della salute delle persone data dalla promozione di un’alimentazione naturale, c’è anche un impegno verso la tutela dell’ambiente. Infatti in risposta al cambiamento climatico che è in corso, decisamente visibile nei campi, si stanno adottando dei metodi produttivi meno intensivi e più integrati, attraverso la messa a dimora di numerosi alberi, la policoltura e il poliallevamento. In fattoria è stato necessario aggiornarsi e aggiornare le produzioni per adattarsi al drastico cambio di rotta con cui tutti i contadini avranno a che fare nei prossimi decenni. Per adesso la produzione si basa su 103 varietà stagionali di ortaggi (con ortaggi tipici quali: “broccolo fiolaro” e “radicio da campo”), 7 varietà di cereali e, a livello di frutta, kiwi e fragole. Inoltre vengono allevati polli, capponi, faraone, tacchini, galline ovaiole, maiali e asini tenuti allo stato semibrado. L’azienda confeziona anche prodotti trasformati nel proprio laboratorio, come conserve, verdure pronte, marmellate, crauti, insaccati vari di maiale e macellazione di avicoli, mentre altri vengono trasformati presso terzi, ma con materie prime aziendali, per esempio con farine di frumento di una varietà vecchia e in disuso. «Il 96% del fatturato – inizia Paolo, titolare dell’azienda – deriva dalla vendita diretta al consumatore finale tramite lo spaccio aziendale, aperto nel 2003, (70%) o tramite l’e-commerce con le consegne a domicilio (30%). Poi riforniamo anche qualche piccola mensa scolastica e qualche Gas. La vendita è integrata da prodotti di produttori terzi locali e non, con cui siamo in rete (mele dalla Val di Non, miele locale, succhi di frutta locali, vino locale). Altri prodotti, ad esempio le banane, sono del commercio equo-solidale e comunque bio».  Oggi, però, si pone un problema nuovo: dato che attualmente i grossi produttori/distributori si sono messi a speculare sul biologico, è necessario capire da che cosa è data realmente la qualità del prodotto, ovvero quali sono le caratteristiche che contraddistinguono un vero produttore bio, che permettono all’utente di avere garanzie certe. «Dopo il servizio delle Iene – afferma Paolo – ho notato ancora una volta che c’è una gran confusione su che cos’è il biologico. Io dico sempre come premessa: l’alimento biologico non è un prodotto naturale e incontaminato. La legge europea del biologico definisce un “disciplinare di produzione” in cui sono previste sostanze che si possono usare e sostanze proibite nella coltivazione. Tuttavia il prodotto agricolo è ottenuto nel pianeta Terra con l’aria e l’acqua che normalmente ci sono. Il regolamento non prevede di piantare l’insalata a una distanza minima dalla statale o da un industria. Si danno solamente indicazioni precise su quali interventi e trattamenti sono ammessi o meno su quell’insalata. Pertanto tutto ciò che non avviene per mano diretta dell’agricoltore non è legiferato e, se non si adottano le opportune precauzioni, sono sempre possibili piccole contaminazioni. Ed è proprio a questo punto che entra in gioco l’etica. Il produttore che è arrivato all’agricoltura biologica tramite un percorso interiore ha compiuto delle scelte negli anni che lo proiettano verso un mondo e uno stile di vita molto più ampio. Pertanto, ad esempio, non andrà a piantare gli ortaggi nelle vicinanze di strade trafficate perché in prima persona non lo ritiene coerente. Di solito questi produttori aprono le loro aziende ai consumatori, ed essi possono toccare con mano come avviene la produzione. Nelle grandi imprese, in cui appunto il percorso interiore non è avvenuto, magari si limitano a seguire le indicazioni del disciplinare. Quindi ritengo che a fare la differenza tra un “alto biologico” e un “basso biologico” sia proprio la mente. Si badi bene che a questo punto è proprio il consumatore che sceglie come sia prodotta la sua insalata e che gestisce la sua “insicurezza alimentare”, scegliendo chi la produce. Sono quindi convinto che il consumatore che può guardare direttamente negli occhi il produttore abbia l’arma più forte che ci sia».  Attualmente l’azienda (http://www.alconfin.it/) occupa, oltre a Paolo e i suoi instancabili genitori, altri tre dipendenti a cui si affiancano per diversi mesi all’anno, stagisti e i ragazzi provenienti dai progetti della fattoria sociale. Quelli attualmente in corso sono rivolti ai giovani che nell’ambito agricolo stanno trovando un modo per crescere. Purtroppo sono molto limitati per il fatto che i servizi sociali non hanno più fondi.
«Abbiamo in corso per queste persone un inserimento lavorativo che dura da 6 anni – spiega Paolo – e possiamo proprio dire che l’affiancamento alle attività agricole permette a questi ragazzi di proseguire il loro percorso evolutivo con una certa serenità. Ci interessa anche avvicinare le persone alla terra perché la carenza di questo legame innato e silenziato crea secondo me numerosi problemi. A questo sono rivolti anche i progetti della fattoria didattica, che si intrecciano con l’aspetto sociale. I centri estivi e invernali, i sabati didattici e gli incontri informativi che ospitiamo, vengono incontro ai bisogni delle famiglie e cercano di supplire in parte alle carenze del servizio pubblico».
Infatti il punto fondamentale, sostiene Paolo, è «coinvolgere il più possibile le persone e le famiglie perché quello che è stato un po’ lasciato andare, a mio parere, è la coscienza alimentare. Oggi le persone mangiano fuori casa per uno o più pasti al giorno e di conseguenza la coscienza alimentare difficilmente può essere coltivata, ma noi ci ricarichiamo con quello che mangiamo e ogni forchettata è intrisa di: salute o malattia, storia e tradizione o multinazionali, reddito o speculazioni, petrolio per la produzione-lavorazione-distribuzione, biodiversità o omologazione, piccoli produttori di aree marginali o aziende agroindustriali, rispetto dell’ambiente o rispetto del bilancio aziendale ecc.».
Pertanto l’azienda organizza due volte all’anno l’iniziativa “Fattoria aperta” in cui le persone fanno una passeggiata guidata tra i campi. Poi si cerca di tenere vivo l’interesse con serate a tema, eventi organizzati in fattoria come il solstizio d’inverno, “brusa la vecia” (evento della tradizione contadina durante la quale diamo fuoco a delle ramaglie) agli inizi dell’anno o lunghe passeggiate invernali a passo d’asino. Sono anche in programma dei corsi per hobbisti su l’orticoltura familiare domestica e l’allevamento familiare domestico tenuti da Paolo. Tuttavia ormai ci siamo allontanati dalla dimensione di vita nella natura, la scelta di un ritorno spaventa ed è un’incognita per le persone cresciute in un ambiente artificiale. Nonostante questo, a livello di reazioni indicative – spiega Paolo – «i bambini sono coloro che meno dimostrano un impatto significativo nel rapportarsi con l’ambiente naturale della fattoria. Per loro è infatti un approccio spontaneo dettato dalla curiosità, dalla voglia e necessità di sperimentare e conoscere ciò che li circonda, nonché dal voler essere protagonisti attivi della loro quotidianità». Infatti gli stimoli educativi e didattici in una struttura quale la fattoria, risultano essere numerosi e dinamici in quanto in costante evoluzione e connessione con tutti i fattori che nella fattoria stessa interagiscono. Questo ha permesso di creare percorsi educativi e di divertimento in costante evoluzione incontrando l’interesse dei bambini e degli adulti. «Attualmente – spiega Paolo – sono in corso i “sabati didattici”: i bimbi che sono a casa da scuola il sabato mattina vengono in fattoria e svolgono i compiti per casa in uno-due ore e poi si divertono in laboratori di falegnameria, panificazione, eco addobbi natalizi ecc. Tali attività sono poi riproposte ai genitori in formato diverso. In programma ora abbiamo una serie di quattro serate in cui ogni serata vengono a parlare esperti di diverse metodologie pedagogiche: la scuola steineriana, la scuola del metodo Reggio Children, la scuola delle abilità umane di Podresca e la scuola Montessoriana. Capita però di parlare del ritorno alla terra e mi spavento molto quando vedo che maestre e insegnanti si preoccupano davanti a questo problema che invece per me è una ghiotta opportunità per riprendere in mano la propria vita, sfuggendo dagli standard e dalle impersonalità. Infatti da studente delle scuole medie e superiori ho sempre avuto un piccolo angolino di terra su cui mi cimentavo con la semina e la coltivazione di varie piante o provavo l’allevamento di qualche animale rurale; ho sempre preferito la campagna alla televisione!».
Inoltre cosa c’è di meglio che costruirsi la casa per prendere in mano la propria vita? Infatti il nuovo obiettivo della fattoria è realizzare una costruzione in paglia, legno, calce e argilla. «La mia esigenza iniziale – afferma Paolo – era che la casa doveva essere una costruzione che viene dalla terra e sulla terra ritorna. Quindi credo che una casa debba essere, se necessario, smontabile e che tutti i materiali debbono poter essere usati per costruirne una nuova o reinseriti nella filiera agricola. Ovviamente questo non è ancora interamente possibile, ad esempio negli impianti, ma possiamo avvicinarci molto. Aumentando l’efficienza dell’involucro si abbassa la quantità d’impianto necessaria».
La scelta della paglia è motivata dal fatto che si abbina facilmente a materiali completamente naturali ed è un sistema costruttivo economico e di rapida esecuzione.  «La struttura portante in legno, il tamponamento in paglia, l’intonaco di calce o terra cruda – spiega Paolo – creano un ambiente sano e piacevole da abitare, senza emissioni dannose per la salute, con una piacevole autoregolazione dell’umidità, una grande inerzia termica che significa bassi consumi energetici e quindi poche spese di gestione. La tecnica costruttiva è semplice, adatta anche all’autocostruzione e quindi l’intera famiglia, anche allargata, può adoperarsi per la costruzione della casa, che può figurativamente rappresentare la vita, la famiglia! Crediamo pure che agli occhi dei nostri figli vedere mamma e papà che si costruiscono la casa sia una radice piantata profondamente nella storia della loro vita, un legame che servirà loro anche quando avranno quarant’anni».
L’edificio in paglia ha elevate prestazione termiche e acustiche, raggiungibili nell’edilizia normale con innumerevoli accorgimenti e strati. Offre pure un comfort abitativo elevato. Rischia pure di essere più economica di una casa convenzionale di pari prestazioni. «Tutto questo – continua – lo abbiamo già visto nella parte completata che è la sala per le attività didattiche e sociali dell’azienda. Siamo molto soddisfatti del risultato, l’edificio risulta in classe A+, la sensazione di benessere che si prova entrando è notevole, gli utenti sono soddisfatti come noi e questo ci dà forza per proseguire. La casa vera e propria verrà costruita a partire da gennaio 2015 e sarà interamente realizzata senza cemento, anche nelle fondazioni. La struttura portante sarà di legno massiccio e quindi senza le colle. I tamponamenti in paglia saranno intonacati a calce e con la terra cruda. I serramenti saranno in legno, ogni materiale è stato scelto con criteri di ecologia e km 0, con un occhio ai costi e alla semplicità di realizzazione. Una vera sfida per noi!».

Fonte: ilcambiamento.it

Permacultura, la mia fonte di ispirazione

Intervista a Francesco Rosso, ideatore e amministratore della Fattoria dell’Autosufficienza. Abbiamo incontrato Francesco Rosso ideatore del progetto Fattoria dell’Autosufficienza che ci ha raccontato com’è nata l’idea di questo progetto di ecologia applicata e quali sono state le sue fonti, teoriche e pratiche, di ispirazione. Nel 2009 i terreni della Fattoria erano abbandonati da anni. Oggi coltiviamo grani antichi, abbiamo recintato gran parte dei terreni coltivabili, abbiamo diversi orti (alcuni sinergici) con patate e ortaggi, una serra, un frutteto di piante antiche, un po’ di animali da cortile e in questi giorni stiamo partendo con piante aromatiche e medicinali

Come è nata l’idea della Fattoria dell’Autosufficienza?

Quando acquistai nel 2009 i terreni che sono diventati La Fattoria dell’Autosufficienza non avevo per nulla le idee chiare e soprattutto non sapevo neanche che esistesse qualcosa che potesse esprimere la mia idea di gestione del territorio.

La mia attività principale consisteva, e tutt’ora consiste, nel vendere libri online. Nel mio magazzino ogni giorno passano migliaia di libri e un giorno mi capitò fra le mani Introduzione alla Permacultura di Bill Mollison. Il libro mi sembrava interessante così lo portai a casa e dopo aver letto le prime dieci pagine sapevo già che non avrei potuto fare a meno di terminarlo nel più breve tempo possibile. Nel libro trovai i riferimenti dell’Accademia Italiana di Permacultura e mi iscrissi al primo corso intensivo disponibile che si tenne in Piemonte a Berzano in una comunità.  Ebbi la conferma che la Permacultura, ossia creare insediamenti umani sostenibili nel tempo, sarebbe stato il mio percorso. La formazione dell’Accademia Italiana di Permacultura prevede due anni di apprendistato attivo, la presentazione del progetto all’assemblea e ilpermacultura2

permacultura3

permacultura4

conseguimento del titolo di insegnante di progettazione in permacultura. Ho deciso di non seguire questo percorso perché ritengo che una lunga esperienza pratica sia indispensabile prima di poter insegnare e questi quattro anni ne sono stati la testimonianza: la natura non si lascia ingabbiare così facilmente nelle teorie. In seguito ho fatto diversi corsi e ho letto tanti testi al fine di ampliare le mie conoscenze.

Quali corsi ti senti di consigliare?

I corsi più memorabili sono stati quello fatto con l’Associazione PAEA all’EUZ in Germania (Centro per l’Energia e l’Ambiente di Springe); il Corso di Agricoltura Sinergica fatto con Alessio Mancini; l’Enertour organizzato dalla Provincia di Bolzano; una settimana a realizzare palline d’argilla (metodo Fukuoka) dal Panos Manikis in Grecia. Il più importante è stato un corso che abbiamo organizzato noi stessi come Fattoria dell’Autosufficienza da Sepp Holzer, al Krametherof in Austria, in assoluto il più bell’esempio di Permacultura che abbia mai visto.

Quali libri ti hanno maggiormente ispirato?

A parte Introduzione alla permacultura, che ho già menzionato, e ovviamente il libro di Sepp Holzer Guida pratica alla permacultura, mi sono piaciuti tantissimo anche i libri di Masanobu Fukuoka La rivoluzione del filo di paglia e La rivoluzione di Dio, della Natura e dell’Uomo. Poi ci sono anche bellissimi documentari come Home di Yann Arthus Bertrand e Una Fattoria per il futuro di Rebecca Hosking che inevitabilmente ti lasciano un segno. L’elenco potrebbe continuare e sarebbe molto lungo!

A che punto è il progetto?

Direi che siamo al cinque per cento del progetto. Come dicevo, la natura non si lascia esprimere facilmente nelle teorie e imparare la natura è qualcosa di veramente complesso che richiede tantissimo tempo. In questi anni di “esperienza” ho fatto molti errori e da questi ho imparato tanto: l’apprendimento sul campo, facendo, con le mani non ha eguali ma richiede il rispetto dei propri ritmi suoi. Nel 2009 i terreni della Fattoria erano abbandonati da anni. Oggi coltiviamo grani antichi, abbiamo recintato gran parte dei terreni coltivabili, abbiamo diversi orti (alcuni sinergici) con patate e ortaggi, una serra, un frutteto di piante antiche, un po’ di animali da cortile e in questi giorni stiamo partendo con piante aromatiche e medicinali. Tutto con certificazione biologica. La parte sulla quale procediamo più a rilento è la ristrutturazione dei ruderi che richiede un grosso sforzo economico. Quest’anno abbiamo finalmente iniziato a ristrutturare la casa in sasso che sarà adibita ad Agriturismo Bioecologico.

È possibile partecipare alle attività della Fattoria dell’Autosufficienza?

Per partecipare alle attività della Fattoria ci vuole un po’ di spirito di adattamento, in quanto le strutture a disposizione sono provvisorie. Si vive sempre all’aperto e per questo facciamo attività solo in estate. È possibile partecipare ai nostri corsi. Quest’estate avremo solo tre corsi per via del cantiere in corso. A luglio un corso di Autocostruzione di pannelli fotovoltaici, ad agosto il corso di Progettazione in permacultura e a settembre il corso di Food Forest.  Si può anche partecipare come Wwoofer, una formula di scambio culturale gestita dall’associazione Wwoof Italia in cui, in cambio di vitto e alloggio, si dedica il proprio tempo e il proprio lavoro all’attività agricola imparando quello che si fa in Fattoria.permacultura1

Fonte: viviconsapevole.it