Effetto Palla: quando i social cambiano la vita degli animali

Abbiamo intervistato Monica Pais, veterinaria della clinica veterinaria Due Mari di Oristano e animatrice, insieme ad un eroe a quattro zampe, di Effetto Palla, una Onlus in grado di cambiare la vita a migliaia di animali e a molti umani. Il lavoro decennale ha avuto un’improvvisa impennata con la pubblicazione di una foto su Facebook…

“Io sono una veterinaria e lavoro in una clinica ad Oristano. Nella nostra clinica vengono seguiti e curati anche animali randagi, recuperati in stato di grande difficoltà. Tra questi il cane che chiamammo Palla: per promuovere le adozioni di questi animali dopo averli curati, abbiamo creato una pagina Facebook. Il giorno in cui scoprimmo l’effetto Palla… andammo a dormire con 26 mila like alla pagina e ci siamo svegliammo con 186 mila!”.  

A parlare è Monica Pais, animatrice del progetto Effetto Palla e della Clinica Veterinaria Duemari. Dopo averne sentito tanto parlare, la intervistiamo lo scorso dicembre a Cagliari, durante la fiera Scirarindi. Monica è una donna decisa, entusiasta, che ci racconta con un pizzico di incredulità la sua straordinaria vicenda.

Effetto Palla è una Onlus nata a marzo 2016 con l’obiettivo di soccorrere e dare nuova vita agli “animali di nessuno”. Nasce grazie a una meticcia di pitbull, Palla ovviamente, che ha disegnato il primo pezzo dell’opera.  Ma torniamo al gennaio 2016, quando viene ritrovata la cagnolina nelle campagne di Oristano, in Sardegna. Il giovane animale viene recuperato in condizioni disperate: ha la testa deformata a causa di un laccio di nylon di 15 cm di circonferenza stretto intorno al collo, che la fa soffrire da mesi, chissà quanti. Un supplizio che, giorno dopo giorno, per un cane nei primi mesi di vita, può portare addirittura alla decapitazione. Fortunatamente, nella stessa città sarda, c’è la Clinica Veterinaria Duemari, che cura, oltre agli animali di proprietà, i randagi feriti e trova loro una casa. La clinica, così, nella figura della dottoressa Monica Pais, si adopera per salvare la cagnolina con un’operazione delicata. E ci riesce. Guarisce e viene chiamata dai suoi salvatori Palla, come a rimarcare, ora con un sorriso, la sua deformazione. “I nomi che diamo agli animali che curiamo – racconta Monica – sono onomatopeici e legati al tipo di trauma che hanno riportato. Non so perché questa storia abbia bucato più delle altre, noi non ce lo aspettavamo minimamente. Quando Palla è arrivata sembrava un cartone animato riuscito male. Era tenerissima, era brutta ma si poteva guardare, era una Cenerentola diventata principessa.” 

Nella clinica di Monica lavorano dieci veterinari. La nostra struttura, nata dieci anni fa, ha sempre curato anche animali randagi, siano feriti o in gravi condizioni. “Sono randagi certificati da una qualunque autorità – spiega Monica –, abbiamo una piccola convenzione che dovrebbe pagare il primo soccorso. Noi poi, a titolo volontaristico, portiamo avanti tutto l’iter successivo dell’adozione”.

Ecco perché la pagina Facebook della clinica “riveste un ruolo fondamentale: permette ai nostri ‘pazienti’ di essere conosciuti nei social, aumentando così la possibilità di essere adottati. Attualmente, il nostro portale online è una sorta di rivista che racconta tutte le (dis)avventure dei nostri animali e, dopo Palla, anche altri sono diventati famosi su internet e negli altri media. Le pubblicazioni sul web sono quindi decisive per le loro prospettive: noi li curiamo ed evitiamo che vadano in canile, ma il loro futuro, per essere roseo, dipende dai nuovi padroni”.  La clinica, in quanto centro di recupero di fauna selvatica, non cura solo cani e gatti, ma un ampio target di animali, dalle tartarughe marine alle rondini. Ora, per fortuna, accanto alla Clinica troviamo la Onlus. “Ci pesa avere la clinica piena di animali – ci ricorda Monica – vogliamo quindi portare il progetto fuori dalla nostra struttura”.  Per questo la Onlus finanzia iniziative per la comunità e gli animali. Il requisito fondamentale è che questi devono avere benefici diretti agli animali stessi, ma spesso riguardano anche noi umani. Ad esempio, in Brasile stanno aiutando le persone che vivono in alcune favelas a diventare assistenti veterinari. In questo modo, il risultato è doppiamente virtuoso: alcuni umani sono strappati alla miseria e, una volta formati, diventano portatori di cure per gli animali delle stesse favelas.  Il successo della Onlus, dopo la pubblicazione della storia di Palla è stato davvero dirompente. Effetto Palla, infatti, è diventata una delle Onlus più grandi di Italia, tra le prime 160 su 45 mila. Ciò ha permesso a Monica e al suo team di gestire cifre importanti, raccolte con il 5 per mille e dirottate su randagi e progetti vari.

Corso per diventare assistenti veterinari (Brasile)

Come tutti quelli che hanno a che fare con animali in difficoltà, il rapporto con il dolore diventa quotidiano: “Per noi è una sfida – confida Monica – ci sono persone che non riescono a liberarsi del dolore, che assorbono le situazioni pesanti che hanno nelle vicinanze. Per noi è una metafora: hai una vita che ti permette di stare così a contatto con la morte che alla fine questa non ti fa più paura”. 

Mentre Monica ci parla osservo dietro di lei i calendari che hanno realizzato. In copertina si vede Palla che salta nel cerchio centrale del segno-simbolo del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Sempre in copertina, non per caso, è anche riportata una citazione dall’ultimo libro dell’artista biellese: “Per progredire nella formazione di una società evoluta – questa la frase tratta da ‘Ominiteismo e demopraxia’ – è innanzitutto indispensabile stabilire un rapporto di pieno rispetto tra noi e gli animali”. Le chiedo quindi cosa ci faccia Palla dentro il simbolo del Terzo Paradiso. “Palla sta dentro il suo personale Terzo Paradiso. Da un lato c’è la natura, la vicinanza con tutti gli esseri viventi; dall’altra parte, il paradiso di Facebook, della tecnologia, degli arrivi su Marte; in mezzo lei, che coglie tutto quello che riesce a mettere insieme”.

Concludiamo il nostro incontro chiedendoci come mai la storia di Palla abbia avuto così successo nell’immaginario delle persone. “Non lo so, ce lo chiediamo anche noi” afferma Monica. “Forse, il motivo è da ricercare nel fatto che la gente ha bisogno di modelli. A me il coraggio nasce dall’incoscienza. Quando mi fanno i complimenti non capisco il perché. Ma quando mi chiedono cosa vedano gli altri in Effetto Palla, mi dico che forse riconoscono ciò che loro per primi vorrebbero fare. Si rendono conto che possono fare qualcosa anche loro, entrare nell’Effetto Palla”.

 Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/effetto-palla-social-cambiano-la-vita-animali-io-faccio-cosi-243/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Invece, si può!

Basta con i professionisti del catastrofismo! A furia di dire che tutto va sempre peggio, finiremo ai giardinetti davanti all’Inps brandendo un bastone verso il cielo e brontolando che una volta qui era tutta campagna. Che messaggio diamo ai giovani? E a noi stessi? Non è vero che va tutto storto, ci sono un mucchio di buone notizie in giro. Però, siccome l’essere umano ha una innata tendenza a lamentarsi, le buone notizie si vedono di meno. Anche voi siete col fegato a pezzi di fronte alle migliaia di sciagure che infestano il pianeta? Questa rubrica fa per voi! Piuttosto che prendere un gastroprotettore ogni volta che leggete un giornale, una dose di “Invece, si può!” fa lo stesso benefico effetto e in più non pesate sul Sistema sanitario nazionale. Ehi, anche questa è una buona notizia!

Il mio nome è Corvino, Mais Corvino. E torno dal passato.

Questa è la storia di come si può cambiare, più che l’Italia, la propria vita. Carlo Maria Recchia è un ragazzo di 22 anni che otto anni fa fu colpito da una passione: diventare agricoltore e ritrovare antiche qualità di sementi ormai perse. La sua attenzione si pose sul Mais Corvino, una varietà antichissima già conosciuta dai Maya.unnamed

Carlo Maria Recchia

Dove sta la via più fascinosa d’Italia?milan_italy_navigli_neighbourhood_canal_sunset_night_680

Siete degli estimatori della stampa anglosassone? Avete mai pensato “ah, i nostri giornali quanto sono provinciali, mente quelli anglosassoni sì che sanno fare giornalismo!” Guardate la BBC invece della Rai? O la CNN? Bravi. Uno sguardo globale alle cose è sempre interessante. Specie quando arriva un punto di vista inaspettato. Il New York Times, di cui tutto si può pensare tranne che sia superficiale, ha selezionato 12 vie preferite (“favorite streets”) in 12 città europee.  Favorite per chi ci va per turismo, ovviamente, per trovare atmosfera e resettare il contatore esistenziale a zero verso il mondo. Tra questa, una sola è italiana. Dove sarà mai? Si tratterà dell’Erta canina a Firenze? (chi non la conosce, la cerchi e la percorra da piazzale Michelangelo all’Arno) Di una calle veneziana? Di una via Condotti-like a Roma? No. Lo charme e direi anche il recupero del passato annata 2015 è a Milano, e si tratta del Naviglio Grande.

Facebook: vietato promuovere la violenza sugli animali

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Non è vero che va tutto storto!

Il mondo è pieno di buone notizie, ma siccome una buona notizia fa vendere meno di una cattiva notizia, giornali e siti le raccontano di meno. Eppure, in secoli di narrativa tradizionale, dai racconti attorno al fuoco fino a quella tecnologicamente avanzata della televisione e dei social network, da sempre oltre a sciagure, tragedie e drammi, il filone delle storie a lieto fine ha sempre avuto un ruolo narrativo sociale, storico e psicologico. Non ci mettiamo qui a fare la storia dei lieti fini nella letteratura mondiale negli ultimi secoli, anche se sarebbe interessante osservare cosa viene considerato lieto nelle varie epoche e nelle varie culture.

fonte: italiachecambia.org

Parte con un brulé la Social Street di Via Santa Giulia e dintorni

Un incontro per conoscersi e interagire, per provare a individuare interessi comuni, per migliorare la qualità della vita e dell’intero quartiere381813

Sabato 31 gennaio, nei locali della Cooperativa sociale Johar, si è svolto il primo incontro della Social Street di Via Santa Giulia e dintorni. L’incontro lanciato su facebook ha visto coinvolti, attorno ad un brulé, una ventina di abitanti di Vanchiglia che incuriositi dall’iniziativa, si sono confrontati sul tema della Social Street, su cosa è e sulle aspettative che ognuno di loro ha nei confronti della stessa. All’incontro hanno partecipato studenti, lavoratori, alcuni componenti del Comitato di Quartiere Vanchiglia e i redattori di Eco abitanti in Vanchiglia, che hanno raccontato il loro modo di vivere il quartiere, parlando delle problematicità e affrontando i temi della socialità e della vivibilità del quartiere soffermandosi sullo spreco di cibo, sul riuso e le attività per bambini e famiglie. L’obiettivo principale dell’incontro è stato quello di far conoscere e interagire i partecipanti fra loro, per provare a individuare un interesse comune sul quale lavorare e portare avanti progetti di comune utilità per migliorare la qualità della vita e del quartiere. Tra le tante idee e problematiche emerse durante l’incontro, una davvero curiosa è quella, al momento sospesa, intrapresa da alcuni ragazzi sul tema dello speco del cibo, che ponendosi come obiettivo quello di recuperare i cibi che negozianti e ambulanti gettano tra i rifiuti, hanno pensato di recuperarli attraverso il contatto diretto con i commercianti e redistribuirli all’interno dei condomini abitati dagli stessi ragazzi. Una iniziativa che rappresenta appieno i fini della Social Street.

Fonte: ecodallecitta.it

Social Street, quando la socialità a costo zero rinasce da Facebook

In meno di un anno, è decollata dalla piccola strada del centro di Bologna dov’è nata, contagiando tutta l’Italia, poi il Portogallo, il Brasile, la Nuova Zelanda, e coinvolgendo decine di migliaia di persone. Eppure è un’idea spontanea ed economica, con un obiettivo al tempo stesso semplice e rivoluzionario. Il tutto, partendo da uno strumento che molti considerano una trappola che porta all’alienazione sociale: Facebook. Luigi Nardacchione ci parla del fenomeno delle Social Street.

«Noi non abbiamo più coscienza di dove abitiamo», comincia Luigi descrivendo le riflessioni che stanno alla base del progetto. «Ci sono voluti quarant’anni per essere desocializzati. Io mi ricordo l’era pre-televisione: si stava fuori di casa, si giocava nei cortili, si viveva la strada. Noi vogliamo ricreare questa situazione, ma ci vorrà del tempo perché le persone si fidino di nuovo dei loro vicini». Tutto nasce in realtà in maniera molto spontanea, quasi casuale: a settembre del 2013, Federico Bastiani – fondatore della prima Social Street in via Fondazza, una strada del centro storico di Bologna – ha cominciato a chiedersi come mai, nonostante abitasse lì da tre anni, non conoscesse nessuno. «Federico allora ha creato un gruppo su Facebook – ricorda Luigi – e ha affisso dei volantini sotto i portici della strada invitando la gente a iscriversi. Nel giro di un paio di mesi eravamo già più di duecento e fra questi c’ero anch’io. A novembre, in occasione del suo compleanno, Federico ha pubblicato un post proponendo di festeggiare insieme ed è stata l’occasione per ritrovarci tutti».

 

 

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Quello che è successo è quasi paradossale: uno strumento virtuale, pensato per intrattenere contatti con persone lontane, è servito per far incontrare dal vivo fra di loro vicini di casa. «Il paradigma è stato sovvertito», osserva Luigi. «Questo perché nel mondo virtuale ciascuno di noi abbassa le barriere che erige contro il suo prossimo nel mondo reale. Basta sfruttare questo meccanismo in maniera positiva, generando una catena che ha l’obiettivo di ricreare socialità. Per questo abbiamo coniato lo slogan “dal virtuale al reale al virtuoso”». In questo modo si colma anche il gap generazionale: «Il target primario è quello degli utenti di Facebook, che va mediamente dai 25 ai 40 anni, e ce ne rendiamo conto. Ma il passo successivo avviene con molta naturalezza e si creano occasioni di incontro – il compleanno è stato il primo esempio – in cui coinvolgere anche categorie che non hanno accesso al mondo del web, come gli anziani. I frequentatori hanno un background molto eterogeneo – studenti, pensionati, immigrati, piccole famiglie, pendolari che frequentano la strada ma non ci abitano –, ma Social Street li unisce tutti». Anche i ventenni, che spesso vengono considerati disimpegnati e poco interessati rispetto ad alcuni aspetti della vita di comunità, sono pienamente coinvolti. «Molti sono bolognesi, molti no», fa notare Luigi. «Nella nostra città abitano molte decine di migliaia di studenti fuorisede per i quali è fondamentale trovare un punto di riferimento in una realtà nuova e diversa».10492348_863174940399306_240313795878661502_n

Tutto questo ha l’obiettivo di ricreare una socialità che è stata completamente distrutta: «Quando ci dicono che stiamo facendo tornare le strade a quarant’anni fa, rispondiamo con un’altra domanda: “Cos’è successo in questi quarant’anni?”. È successo che ciò che sta fuori dalla porta di casa ha cominciato a essere visto come qualcosa di negativo. Noi stiamo dimostrando che in realtà è esattamente il contrario: quello che è in casa può essere negativo, perché spesso corrisponde all’uso eccessivo e malsano della televisione e dei social network – quest’ultimo in particolare sta aumentando moltissimo, ma sta diminuendo la comunicazione fra le persone. Noi vogliamo utilizzare in maniera rivoluzionaria un sistema come Facebook, che hanno tutti quanti e che ha un costo pari a zero». Proprio i costi nulli e l’assenza di sovrastrutture sono due aspetti vincenti dell’esperimento delle Social Street. «Non siamo un’associazione, non abbiamo tessere né quote d’iscrizione, non abbiamo uno scopo preciso e definito se non quello di creare socialità. Ognuno fa come vuole, si può entrare nel gruppo senza impegni, non ci sono riunioni né direttivi. Se qualcuno vuole usare il simbolo di Social Street – disegnato da una ragazza del gruppo che fa la grafica – lo può fare, ci deve solo assicurare di seguire i nostri principi. Siamo in tanti e potremmo avere un peso, anche politico. Per questo ci teniamo a ribadire un concetto: siamo totalmente indipendenti, non abbiamo bisogno di spazi né di strutture particolari, non abbiamo bisogno di legarci a nessuno per poter funzionare. Non abbiamo bisogno di soldi».FB_pratello

L’attività organizzativa viene portata avanti in maniera gratuita dai volontari. Luigi, per esempio, è coordinatore della Social Street di via Fondazza e addetto ai rapporti con stampa e istituzioni della rete bolognese. In assenza di strutture gerarchiche, quello che funziona non è l’autoritarismo, ma l’autorevolezza. L’organizzazione nazionale non è verticistica, ma è costituita da tante reti locali – Bologna è la prima nata, ma ce ne sono anche a Roma, Milano, Firenze, Palermo, Ferrara e così via. A chi si iscrive su Facebook viene chiesto dove abita e in genere, dopo un periodo di frequentazione virtuale del gruppo, viene invitato ad aprire una Social Street nella sua strada, nel caso in cui non esista già.

«Ciò che conta non è quello che si fa, ma riuscire a trasmettere alle persone la sensazione di stare in un contesto sociale», osserva Luigi. «Il nostro obiettivo è quello di ricreare la comunità e la comunità si basa su tre cose: sui muri, sulle persone e sulle storie. Non a caso, abbiamo inventato “Le storie della grande Fondazza”, dei momenti di aggregazione in cui parlano gli anziani che hanno delle belle storie da raccontare. Così, anche il divario fra generazioni viene meno e sono tanti i giovani che vengono ad ascoltarle. In questo modo si può anche conoscere la storia della propria strada, recuperarne la memoria e comprenderne lo spirito».954853_859772034072930_2498168989124067284_n

Quella avviata dalle Social Street è una piccola grande rivoluzione, il cui successo è dovuto alla semplicità dell’idea. «Il vero cambiamento – conclude Luigi – è uscire da uno schema precostituito che è quello economico. Ci vogliono far credere che tutto ha un prezzo. Io, come singolo individuo, ho due opzioni: lamentarmi oppure chiedermi cosa posso fare. E nel mio piccolo – che poi è un grande, perché se ragioniamo tutti così diventa il piccolo di 60 milioni di persone – so che posso fare tante cose. Perché l’Italia che cambia è la capacità di ognuno di noi di farla cambiare e di guardare in positivo quello che può fare e non in negativo quello che non può fare».

 

Visualizza la Social Street di via Fondazza nella mappa dell’Italia che cambia!

 

Fonte: italiachecambia.org

Specie rare vendute su Internet: un business da 10 miliardi di dollari

Grazie a un linguaggio in codice il commercio illegale prolifica attraverso canali come Facebook, eBay e Google. L’Obs Rue89 hanno recentemente pubblicato un’approfondita inchiesta a firma di Rachel Nuwer sui traffici illegali di specie rare che utilizzano il web come canale di vendita. Un commercio che coinvolge FacebookeBayGoogle shoppingEtsy e Alibaba e che è diventato il quinto mercato di contrabbando al mondo, appena un “gradino” al di sotto del traffico di narcotici. Dalle tartarughe a rischio estinzione alla rarissima lucertola senza orecchie del Borneo, dai pappagalli all’enorme mercato delle corna di rinoceronte, è stato soprattutto il web a far esplodere questo tipo di business che – escludendo la vendita illegale di legname e di pesca – ammonta a circa 10 miliardi di dollari di giro d’affari. Una prova di quanto l’e-commerce illegale incida su questi affari lo si ha proprio dai dati sul commercio dell’avorio (aumentato del 300% dal 1998 al 2011) e dal boom del bracconaggio dei rinoceronti in Africa del Sud: “soltanto” 13 uccisioni nel 2007 e oltre 1000 nel 2011. Poco importa che le terapie per il vigore sessuale a base di corna di rinoceronte abbiano lo stesso effetto dell’ingestione delle nostre unghie o capelli: nel gran bazar del web ci sono creduloni disposti a spendere fino a 66mila euro al kilo per il placebo della potenza sessuale. Di questo passo il rinoceronte sarà una razza estinta entro il 2020. La controffensiva è iniziata: alcuni software permettono di incrociare migliaia di dati (ordini, pubblicità online, indirizzi e-mail, numeri telefonici, placche d’immatricolazione) e di arrivare ai trafficanti, a seconda delle localizzazione delle organizzazioni criminali sono l’americana Fish and Wildlife Service, la britannica National Wildlife Crime Unit e l’Interpol a intervenire. Nel 2012 l’Us Fish and Wildlife Service ha arrestato 150 persone implicate nel traffico di pelli di tigre e uccelli vivi. Ciò che è davvero singolare è come i trafficanti non utilizzino il dark web, ma procedano nella parte emersa della Rete grazie a un linguaggio codificato in cui “osso di bue” significa “avorio d’elefante”, NQJ è acronimo di pappagallo nero a coda gialla e “doppio motore” è boa rosso delle sabbie. Gli enti preposti a smascherare i traffici lavorano di concerto con eBay, Google Shopping, Etsy, ma negli ultimi tempi anche Alibaba, la più grande impresa al mondo di vendite online ha dato il suo apporto per stanare i commerci illegali. “È un po’ il gioco del gatto e del topo – ha dichiarato Wolfgang Weber, direttore della gestione mondiale del regolamento e della politica eBay, aggiungendo che – noi cominciamo a bloccare il termine ‘osso di bue’ e i venditori ne scelgono un altro, come falso avorio”. Arrivare a decrittare il 100% dei commerci illegali presenti in Rete sarà impossibile, ma mettere i bastoni fra le ruote alla criminalità che lucra sulle specie rare non è un’utopia e qualcuno ci sta già riuscendo.elefanti-586x439

Fonte:  L’Obs – Rue89

© Foto Getty Images

Facebook avrà un data center alimentato con l’eolico

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L’interesse dei giganti dell’ICT verso il mondo delle energie rinnovabili, un pò per motivi d’immagine ma anche per ragioni di business, è sempre più intenso. Nei giorni scorsi Facebook ha annunciato che il suo nuovo data center in costruzione nello Iowa sarà alimentato interamente con energia prodotta dal vento. Progettato per diventare operativo nel 2014, il data center sarà infatti accoppiato a un parco eolico (che entrerà in funzione solo nel 2015) che produrrà energia sufficiente per soddisfare completamente il fabbisogno della struttura. La centrale eolica da 138 MW non apparterrà direttamente a Facebook, ma alla Energy MidAmerican, società locale che si occuperà anche della manutenzione dell’intero impianto. Il nuovo data center – secondo quanto reso noto dal re dei social network – adotterà anche una serie di soluzioni per migliorare l’efficienza energetica e ridurre così al minimo il suo impatto ambientale. L’obiettivo della società è di arrivare a coprire con le fonti pulite il 25% del fabbisogno dei suoi data center entro il 2015.

Fonte: Energia24Club.it

Critical Mass Marmocchi, anche i genitori di Milano scendono in pista

Sembra riscuotere sempre più successo l’iniziativa spontanea di alcuni genitori milanesi che si danno appuntamento via Facebook per accompagnare i bambini a scuola in bici. Circa 500 gli aderenti al gruppo. L’ultimo ritrovo in viale Monza. E con loro anche ciclisti della Critical Mass del giovedì sera

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L’idea è venuta a qualche mamma che si sentiva isolata nella quotidiana difficoltà di volere accompagnare i figli a scuola non più in macchina, ma in bicicletta. Ma come fare nel caotico e pericoloso traffico delle 8 del mattino a Milano? L’unione fa la forza, o meglio fa la massa, la massa critica, prendendo spunto da quella ormai storica delle Critical Mass che a Milano solcano le strade da parecchi anni, con quella dei ciclisti del giovedì sera che si ritrovano in via dei Mercanti. Detto fatto. I genitori irriducibili della mobilità alternativa hanno aperto una pagina facebook e adesso stanno anche studiando un logo. Primo appuntamento in piazza Napoli e destinazione la scuola elementare di via Bergognone, passando per via Solari, dove due anni fa un tram investì il 12enne Giacomo Scalmani, scivolato sulla strada dopo che un automobilista in doppia fila aveva aperto inavvertitamente la portiera.“Una disgrazia significativa di quanto Milano dovrebbe cambiare atteggiamento verso le bici”, ha dichiarato una delle mamme della Critical Mass Marmocchi. Poi l’appuntamento di viale Monza del 31 ottobre, dove bisognava davvero essere in tanti per farsi rispettare dal traffico automobilistico di uno dei viali più pericolosi e motorizzati di Milano. La pagina Facebook si chiama “In bici a scuola”, che ha risposto all’appello lanciato da alcune mamme alle ragazze e ai ragazzi di Critical Mass, per fare da scorta al corteo di genitori e bambini. Così a dar man forte alle scolaresche ciclomunite si sono uniti anche alcuni componenti della biciclettata “critica” del giovedì sera. E con loro la musica di Radiobici.

Fonte: eco dalle città