Dal TTIP al CETA: come uscire dalla “Gabbia dei trattati”?

Dal TTIP al TTP, al CETA. In via di approvazione in varie aree del mondo, i trattati globali costituiscono una delle principali minacce per il nostro futuro. Per cercare di fare luce sui loro aspetti più oscuri e meno noti, abbiamo intervistato Matteo Bortolon, autore del libro appena uscito per Dissensi “La gabbia dei trattati”.

Hanno nomi inoffensivi, semplici sigle, ma rappresentano una delle principali minacce per il nostro futuro, la nostra salute, il cibo che mangiamo e l’acqua che beviamo, la nostra sovranità. Sono i trattati globali, dal TTIP al TTP, al CETA, che in varie aree del mondo sono in via di approvazione spinti dalle multinazionali con l’aiuto delle loro istituzioni, il Fmi e la Banca mondiale. Riguardano quasi ogni aspetto della nostra vita, eppure non se ne parla molto. Abbiamo intervistato Matteo Bortolon, autore del libro appena uscito per Dissensi “La gabbia dei trattati”, per cercare di fare luce sui loro aspetti più oscuri e meno noti.

Matteo, da cosa nasce l’idea di scrivere un libro su un argomento che potrebbe apparire “tecnico” come una serie di trattati commerciali?

Dalla militanza e dalla necessità. Dalla militanza perché sono impegnato assieme ad altri amici e compagni in un’opera di divulgazione per far conoscere il più possibile il contenuto di questi trattati; la necessità è di divulgare cose che vengono decise sopra la testa dei cittadini e poi incidono nella loro vita! Il potere conserva la sua forza quando è nell’ombra, quando il processo decisionale è nell’opacità. Il TTIP come dice giustamente John Pilger, è la cosa più importante che stia succedendo in Europa attualmente, i tg dovrebbero aprire con le notizie che lo riguardano, invece se ne parla pochissimo…

Il tuo libro si chiama La gabbia dei trattati. In che senso questi nuovi trattati internazionali contribuiscono a metterci in gabbia?

Nel senso che orientano la politica degli Stati senza il consenso dei cittadini. Gli Stati hanno già numerosi obblighi di vario genere a cui dovrebbero sottostare: il rispetto dei diritti umani, protezione dell’infanzia e della maternità, ambiente ecc. Entro tali limiti gli Stati hanno la sovranità, cioè la possibilità di determinare le politiche nazionali con metodi democratici. Vuoi privatizzare l’acqua? Vuoi usare una forma di energia molto inquinante? Lo scrivi nel programma e vediamo se prendi la maggioranza! I trattati di libero commercio vincolano invece gli Stati nella direzione di portare acqua al mulino degli interessi costituiti, che ho chiamato il “blocco egemonico”: i super-ricchi, le multinazionali e i loro apparati. Così che se al potere andasse qualcuno con un programma a favore del bene comune, dei cittadini, dei poveri, scopre di poter fare ben poco perché è vincolato, è legato. Se non si mettono a fuoco questi meccanismi diventa futile votare, siamo in gabbia.

Parliamo del TTIP, quali sono i settori più a rischio? Quali le possibili conseguenze per l’Europa e l’Italia?
Il Trattato comprende un po’ tutti i settori della vita pubblica: servizi pubblici, ambiente, lavoro, finanza… tutto, tutto può rientrare. Sono esclusi in maniera definitiva solo i poteri governativi (esercito, polizia, magistratura, governo vero e proprio) e il settore degli audiovisivi per via dei francesi che su questo settore hanno una sensibilità specifica. Ogni paese ha molto da perdere: per l’Italia, ad esempio, l’alimentare è uno dei settori chiave e non mi sembra che ci siano rimasti molti settori economici particolarmente floridi! In questo campo peggiorerebbe sia la qualità dei cibi a cui le persone hanno accesso sia la forza economica delle aziende; quelle medie e piccole probabilmente verrebbero spianate senza scampo. Un altro settore importante è quello sanitario. Ci sarebbe una spinta forte ad una accelerazione della privatizzazione del sistema sanitario nazionale. Gli esempi precedenti di trattati simili mostrano conseguenze molto pesanti in tal senso.ttip_china_usa_transatlantische_beziehungen_freihandelsabkommen

Alcuni spunti e possibili scenari li possiamo forse prendere dal TTP, il gemello del TTIP ma relativo all’area del Pacifico. Che tipo di accordo è stato raggiunto?

Al momento in cui parliamo il TTP deve essere ancora approvato, è stato raggiunto un accordo su di un testo condiviso e adesso i singoli paesi devono ratificarlo. Nel libro riporto in merito le preoccupazioni di ambito medico e sanitario, Medici senza frontiere dice che su questo piano sarà il trattato più dannoso di sempre, perché rafforzando i diritti di proprietà intellettuale blinda il diritto delle case farmaceutiche di ottenere profitti. In generale il TPP è considerato, credo a ragione, funzionale a circondare la Cina, costruendo una rete di paesi amici. E’ anche uno dei trattati più ambiziosi e bizzarri, mette assieme 12 paesi di tre continenti differenti, con livelli di struttura produttiva, economia molto diversi. Trattati del genere si dicono “regionali” perché normalmente riguardavano paesi vicini o la stessa area geografica. L’area del Pacifico è una cosa che sfida la stessa nozione di “regione geografica” se pensiamo che ci mettono dentro USA, Vietnam, Cile…

E invece di cosa tratta il meno noto CETA?

Non ho studiato approfonditamente il CETA, nel libro ho dovuto fare una scelta; ma è noto che si tratta di un antecedente del TTIP: un accordo dell’UE con il Canada. In esso vediamo un pezzetto di futuro: in merito, per esempio alle denominazioni di indicazione geografica per i prodotti: prosciutto di Parma, Grana Padano per esempio. Dovremmo poter evitare che uno faccia del formaggio in California e poi ci metta l’etichetta con scritto “Grana padano”, no? In un’intervista il Commissario UE all’agricoltura ha garantito che ci saranno tutele, e chiama in causa proprio il CETA. Ma se guardiamo agli allegati tecnici vedendo realmente quanti prodotti italiani vengono tutelati, la lista è assai corta. Noi abbiamo in Italia svariate centinaia di prodotti del genere, di cui circa 270 con indicazione geografica protetta; nel CETA sono elencati circa 350 prodotti ma di tutta Europa! Quelli italiani sono solo 41 (li ho contati uno ad uno). Quindi beh non sembra un modello molto buono.

In generale qual è il disegno (ammesso che ce ne sia uno) dietro alla carica di questi nuovi trattati?
In parte il disegno è lo stesso: istituire un livello decisionale in cui contano solo le grandi aziende e le lobby, sovraordinato rispetto alle leggi per i comuni mortali! Anche a livello giuridico il progetto è quello di istituire una giurisdizione differenziata per le grandi imprese. Ma il contesto è molto diverso.Import_Export

Cosa li distingue dai vecchi trattati degli anni Novanta come il WTO e il NAFTA?

Ai tempi degli anni Novanta il lustro del libero mercato era di carattere espansivo: si fondava sulla egemonia USA con la Russia ridotta nell’angolo, la Cina isolata, e l’India e l’Europa in fasi di transizione. I vecchi trattati erano la trascrizione della vittoria del capitalismo USA sulla guerra fredda, che prometteva benefici a tutti; un’atmosfera di ottimismo incarnata dal democratico Clinton. Adesso siamo nella crisi economica mondiale e i trattati vengono negoziati alla chetichella segretando tutto. Inoltre sono sul terreno le potenze emergenti, e ognuno cerca di costruirsi un suo spazio di potere in aree geopolitiche in competizione. I nuovi trattati anziché espandere il dominio USA cercando di frenarne il declino, assorbendo l’UE e costruendo un network di paesi “amici”. Ed i rivali fanno lo stesso. Tecnicamente l’enfasi è un po’ di meno sulla apertura di nuovi mercati e più sulla uniformazione regolatoria, in modo che nella stessa area si costruiscano mercati omogenei.

Quali prospettive vedi per il futuro? Che azioni individuali e collettive possiamo intraprendere per uscire dalla “Gabbia dei trattati”?

Nello specifico, mentre il TPP sembra essere sulla via di entrare in vigore con molta probabilità, il TTIP ha molte più difficoltà. Una delle maggiori siamo noi: senza il consenso è tutto molto più difficile, pensa al successo della manifestazione di Berlino di ottobre scorso! Ma ci sono altre difficoltà più oggettive: le classi dirigenti sono divise, l’assetto dell’UE è abbastanza in crisi… e gli USA sono solitamente molto rigidi, non mollano su nulla. Quindi le controparti europee sono in imbarazzo! Sono tutti d’accordo nello schiacciare i cittadini sotto i dettami del mercato ma se non c’è un minimo di equilibrio sembrerebbe una capitolazione per gli stessi settori egemonici europei. Penso che abbiamo buone speranze che il TTIP venga abortito, perché fra qualche mese inizia la campagna elettorale per le presidenziali negli USA e lì si blocca tutto… Ma a prescindere da tali difficoltà dei nostri avversari sono solo azioni di difesa se non si rimette sul tavolo la costruzione di una sovranità pienamente democratica, cioè la ricollocazione delle decisioni in ambiti conoscibili e influenzabili dai cittadini, altrimenti possiamo solo bloccare a valle tali tentativi di dominio, ma alla fine qualcosa passa! Personalmente trovo illusorie le prospettive di democratizzazione dell’UE.

Perciò credo si debba procedere su due binari paralleli: da una parte bloccare il TTIP e le altre minacce simili, dall’altra discutere fra noi su come agire per riportare le decisioni nel perimetro di istituzioni veramente democratiche. E’ difficile attivare questo tipo di dibattito ma non c’è scelta, se non giocare eternamente in difesa! In questo si gioca il nostro futuro!

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/ttip-ceta-gabbia-trattati/

Kerry: “Migrazioni una sfida per l’Europa? Peggio quando mancheranno acqua e cibo”

Il segretario di stato traccia un quadro a tinte fosche sul futuro del Pianetagettyimages-486229136

Gli echi dell’emergenza profughi che percorre l’Europa arrivano anche Oltreoceano e il Dipartimento di Stato degli Usa sta valutando quali passi intraprendere per aiutare l’Unione Europea a far fronte all’arrivo di migliaia di rifugiati politici. Proprio ieri, però, il segretario di Stato americano, John Kerry, ha tenuto a sottolineare che gli attuali flussi migratori non sono che l’inizio di un esodo di massa dovuto ai cambiamenti climatici:

“Pensate che le migrazioni oggi siano una sfida per l’Europa, ma aspettate di vedere cosa accadrà quando mancheranno acqua e cibo”

ha detto Kerry. Già nel 2013 il report The Arab Springs and Climate Change del Center for Climate Change and Security aveva posto l’accento sulla rapporto di causalità fra i cambiamenti climatici e la Primavera Araba e la guerra civile siriana. Ci sono voluti due anni e mezzo perché questo rapporto di casualità passasse dai report scientifici alla conferenza stampa del capo del Dipartimento di Stato Usa. La mancanza di risorse idriche è e sarà sempre di più uno dei principali problemi con cui dovrà fare i conti il Medio Oriente. Nel solco di quanto affermato dal report del 2013 il segretario di Stato Usa ha motivato la guerra civile siriana con cause climatiche:

“La Siria è stata destabilizzata da un milione e mezzo di persone che sono scappate dalle zone rurali a causa di una siccità durata tre anni, resa ancora più intensa dal cambiamento climatico a opera dell’uomo, una condizione che sta rendendo l’intero Medio Oriente e le regioni mediterranee ancora più aridi”

ha aggiunto Kerry. La popolazione mondiale continua a crescere e le risorse idriche continuano a diminuire. Oltre al Medio Oriente, una delle principali emergenze idriche da affrontare sarà quella del Corno d’Africa. Gli anni che ci attendono saranno quelli dell’idrodiplomazia come qualcuno chiama le negoziazioni tese a garantire che le risorse idriche non vengano accaparrate solamente da chi sta a monte dei grandi corsi d’acqua.

Fonte: ecoblog.it

Stop TTIP Italia: fermiamo il trattato transatlantico di partenariato Usa-Ue

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Cos’è il TTIP

Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico con l’intento dichiarato di abbattere dazi e barriere non tariffarie tra Europa e Stati Uniti per la gran parte dei settori economici, rendendo il commercio più fluido tra le due sponde dell’oceano. Un trattato molto delicato, negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA fino alla fine del 2014 quando la società civile ha richiesto sempre più trasparenza, che vuole costruire un mercato unico tra Europa e Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità attualmente determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, verranno fortemente condizionate da organismi tecnici sovranazionali a partire dalle esigenze dei grandi gruppi transnazionali. Il Trattato infatti prevede l’introduzione di organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti: Investor-State Dispute Settlement (in sigla: ISDS; traducibile in italiano come Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato) consentirebbe alle imprese europee o USA di chiedere compensazioni economiche agli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri. Un meccanismo rischioso che, se accompagnato da una definizione degli standard meno stringente, potrebbe mettere in discussione diritti acquisiti nonostante le rassicurazioni delle istituzioni europee, secondo le quali gli stessi non verranno abbassati. Un esempio riguarda gli standard agroalimentari, considerato che nei testi negoziali europei viene ribadito il ruolo centrale del Codex Alimentarius, l’organismo che fissa gli standard di qualità alimentare, dai residui di pesticida nei piatti all’uso di Ogm. Spesso i criteri usati dal Codex per la qualità degli alimenti sono più permissivi di quelli europei, e ogni variazione più restrittiva potrebbe essere considerata “distorsiva del mercato” e per questo sanzionata. La mancanza poi nei documenti ufficiali di ogni riferimento esplicito al “Principio di precauzione” è un ulteriore elemento di preoccupazione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di regolamentazione nazionale, federale o comunitaria. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che andrebbe bloccata il prima possibile.banner-ttip11-1024x324

Fermiamo il TTIP
Il TTIP è ad un passo dalla sua approvazione finale. Solo una forte pressione dal basso potrà far capire ai nostri governanti ed europarlamentari che le persone non lo vogliono. Ottobre sarà un mese cruciale. Cosa può fare ognuno di noi per fermare la stipula di questo trattato?

  1. Informarsi: le informazioni non mancano di certo in rete, sui giornali e sulle riviste. Non fermiamoci alla prima opinione, cerchiamo di capire con più letture cosa sta succedendo.
    2. Firmare la petizione. Potete farlo comodamente online su https://stop-ttip.org/it/firma/ma sullo stesso sito potete scaricare il modello cartaceo di raccolta firme da stampare. Se non siete pratici con il computer fatevi aiutare, non fermatevi alla prima difficoltà!
    3. Partecipare alla mobilitazione internazionale di ottobre 2015. Dal 10 al 16 ottobre in tutta Europa e negli Stati Uniti è stata indetta una settimana di mobilitazione, resta informato sulle manifestazioni che saranno annunciate a breve nella tua città.
    4. Discutere e diffondere con amici e conoscenti la tematica del TTIP.

Per approfondire
Ecco alcuni siti web dove approfondire la tematica:
http://stop-ttip-italia.net/
https://stop-ttip.org/it

Stop TTIP Italia

Fonte : italiachecambia.org

Romania: il centro di cura per gli orsi bruni più grande d’Europa

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In Romania vive la metà degli orsi bruni d’Europa: la zona dei Carpazi romeni in particolare ospita circa 6000 esemplari di orso bruno. Per questo, proprio nei Carpazi, a Zarnesti, è nato il rifugio per orsi più grande d’Europa, un centro di cura per i plantigradi che hanno subito violenze umane di ogni tipo. Molti esemplari infatti sono stati tenuti a lungo in cattività ed esposti ai turisti, tra gli anni ’90 e i 2000, come fenomeni da baraccone, una vera e propria crudeltà espositiva dell’uomo a danno dell’orso bruno. I plantigradi non hanno dovuto subire solo le angherie e le sevizie dei carcerieri, che spesso li tenevano in gabbie più piccole del dovuto e in condizioni di sofferenza e degrado, ma anche da parte degli stessi turisti, spesso divertiti dagli orsi in cattività al punto da gettare loro bottiglie in vetro piene di birra perchè ritenuto “divertente”. Grazie all’impegno di alcuni volontari oggi questi animali possono vivere un’esistenza più dignitosa, protetti e in condizioni di tutela e libertà.

Fonte: ecoblog.it

In Europa la metà dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030

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Secondo The Guardian, il prossimo 15 luglio la Commissione Europea pubblicherà un documento con il quale, per i Paesi dell’Unione, viene fissato l’obiettivo di avere entro il 2030 almeno la metà dell’energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Questo significa che dovranno essere accelerati i piani relativi alle reti elettriche e in particolare dovranno essere velocizzati i processi di decarbonizzazione. L’obiettivo dell’UE è di tagliare le emissioni del 40% entro il 2030 rispetto al livelli del 1990. Attualmente circa un quarto dell’elettricità europea proviene da fonti rinnovabili e questa quota deve dunque essere raddoppiata entro i prossimi quindici anni. L’obiettivo principale cui aspira l’UE è una quota del 27% di energie rinnovabili nell’intero mix energetico di tutta l’Europa, che include i settori dei trasporti, dell’agricoltura e dell’edilizia che non necessariamente fanno affidamento sull’elettricità. Quest’ultimo proposito è stato particolarmente apprezzato da Joy Oliver, il portavoce della European Wind Energy Association, il quale però ha fatto notare che alcune nazioni come Paesi Bassi, Regno Unito e Francia stanno rischiando di non raggiungere l’obiettivo fissato per il 2020 ossia di avere almeno un quinto dell’energia proveniente da fonti rinnovabili e dunque serve un sistema di monitoraggio più attento per impedire agli “Stati scansafatiche” di nascondersi dietro quelli più virtuosi.

Fonte: ecoblog.it

Carta riciclata: Italia è leader nel Europa ma 7 italiani su 10 lo ignorano

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L’Italia si colloca ai primi posti in Europa nel riciclo di carta e cartone e ciò costituisce un vanto per i suoi cittadini che dimostrano di essere attenti all’ambiente. Tuttavia 7 italiani su 10 non sono al corrente di questo dato così importante, come emerge da un sondaggio condotto su campioni di popolazione nelle province di Rovigo, Vicenza, Verona , Salerno, Frosinone e Lucca. Lo scopo dello studio era quello di saggiare la percezione degli italiani sull’industria del riciclo e la posizione dell’Italia a livello europeo; il sondaggio a cui ci riferiamo è stato condotto da Ipsos per conto della Comieco; dai dati raccolti risulta palese che la maggior parte non ha contezza della posizione privilegiata dell’Italia nella classifica europea, addirittura nutre la convinzione che si trovi agli ultimi posti! Inoltre è emerso che soltanto per il 4% della popolazione l’Italia si colloca al primo posto in Europa, mentre per il 25% la nostra nazione è fra i primi posti. In ogni caso si evidenziano informazioni quasi vaghe ed un’insufficiente conoscenza dell’argomento. È quanto conferma, in sintesi, anche il noto sondaggista Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos, osservando inoltre che il maggiore livello di informazione in questo campo si registra a Lucca e provincia; tuttavia è emerso anche che tra gli intervistati manca una conoscenza approfondita delle attività che si svolgono nelle industrie cartarie per il riciclaggio. Questa assenza di consapevolezza fra gli italiani si spiega perché probabilmente, a livello comunicativo, risultano più sensazionali, e quindi veicolano con maggiore diffusione, le notizie che fanno scandalo, come ad esempio il problema dello smaltimento dei rifiuti in alcune grandi città, anziché quelle positive. Dai sondaggi condotti da Ipsos per conto di Comieco si evince che per la maggior parte degli intervistati, soprattutto fra Salerno e Frosinone, il consumo di carta in futuro è destinato a diminuire, ma, nel complesso, circa il 30% ritiene che possa aumentare. Ciò rappresenterebbe una vera minaccia per le foreste amazzoniche se si perseverasse nell’uso di carta vergine (ottenuta dalla cellulosa), quindi è importante sensibilizzare al consumo di quella riciclata con una forte campagna d’informazione sia da parte dei media che delle aziende interessateunnamed

. Molte aziende i cui prodotti sono costituiti principalmente da carta e cartone, sono già orientate verso l’utilizzo del prodotto ecologico; infatti sono tantissimi i libri i quaderni, i manuali, realizzati in carta riciclata anziché in carta vergine. Inoltre, le proposte delle aziende che offrono servizi di stampa online, come ad esempio questa, di prediligere la carta riciclata diventa un valido strumento di sensibilizzazione sul tema del riciclo della carta e sul mondo dell’industria che lo sostiene. In tal modo, non solo i rischi connessi alla deforestazione si riducono sensibilmente, ma si contribuisce a rendere i cittadini italiani consapevoli del loro status nella classifica del riciclo a livello europeo; a formare una coscienza ecologica che spinga alla raccolta differenziata e ad un nuovo e più corretto stile di vita. I primi costruttori di carta furono i Cinesi nel lontano 105 d. C. che la ottennero utilizzando materiale povero come stracci, corteccia e reti.  Da allora, attraverso lunghi secoli e splendide civiltà, la carta si è rivelata un materiale prezioso e ha trovato sempre maggiore impiego .Oggi, noi protagonisti del nostro tempo, continuiamo a usarla in modo responsabile.

L.P.

#Allarmenatura: le associazioni in Europa si mobilitano per difendere la biodiversità

Si è aperta la consultazione online cui possono partecipare tutti i cittadini europei: la natura sta morendo sotto i nostri occhi e così il pianeta, occorrono misure per fermare il disastro.naturadaproteggere

È stata attivata (e lo rimarrà fino al 24 luglio) sui siti di Lipu, Legambiente e Wwf la consultazione online aperta a tutti i cittadini europei. L’appello che viene lanciato alla Commissione europea è quello di «migliorare l’applicazione delle direttive e rinforzare la difesa di specie e habitat». In tutta Europa sono 100 le associazioni ambientaliste che si sono mobilitate. «Si tratta – dicono i promotori – di una grande campagna sul web per salvare la natura europea dai propositi di deregulation del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker». Protagonisti dell’iniziativa sono BirdLife Europa (Lipu in Italia), Wwf, EEB (European Environmental Bureau, di cui fanno parte Legambiente, Fai, Pronatura e Mamme antismog) e Friends of the earth Europa che in 28 Paesi offrono l’opportunità a centinaia di milioni di cittadini europei, in modo semplice e chiaro, di pronunciarsi contro le minacce che vengono portate alla protezione della natura e per ottenere dalla Commissione europea una migliore implementazione e rafforzamento delle leggi europee sulla biodiversità. Le firme di soci, sostenitori e semplici cittadini vengono raccolte in Italia grazie all’impegno di Lipu, Wwf e Legambiente che, con una campagna sui media, in particolare i social network, convoglieranno i consensi sulle pagine www.lipu.it/allarmenatura,http://www.wwf.it/keepnaturealive e  www.legambiente.eu. «La campagna fornisce le risposte ai quesiti posti dalla Commissione europea riguardo le direttive “Habitat” e “Uccelli” nel contesto della cosiddetta “Fitness Check” – aggiungono le associazioni coinvolte – il processo cioè tramite il quale la Commissione europea sta effettuando un’approfondita valutazione delle due direttive sulla natura per verificare se esse sono coerenti ed efficaci rispetto agli obiettivi di conservazione della biodiversità europea. Un processo che si tiene in un clima ostile alla conservazione della natura». Le direttive “Habitat” e “Uccelli” sono riconosciute come tra le più forti leggi al mondo per la difesa di animali selvatici, piante e habitat dall’estinzione. Grazie a queste normative, l’Europa ha il più grande network al mondo di aree protette, la rete Natura 2000, che copre circa il20% del territorio europeo e il 4% dei suoi siti marini. La campagna su Internet permette ai cittadini di prendere parte alla consultazione ed è l’unica opportunità per il pubblico di esprimere il proprio punto di vista durante questa fase di valutazione tecnica. «Abbiamo una grande mole di evidenze scientifiche che mostrano come queste direttive, quando implementate, funzionano – dichiara Angelo Caserta, direttore di BirdLife Europa – E anche numerosi esempi che dimostrano come queste normative non ostacolano lo sviluppo dell’economia». «Il Wwf sta combattendo da 30 anni affinché l’Europa avesse leggi per la protezione della natura che fungessero da modello per il mondo intero – afferma Tony Long, direttore dell’ufficio Policy del Wwf Europa – Nessuno può avere interesse a riportare le lancette dell’orologio, non la natura stessa e nemmeno noi umani che dipendiamo da essa per la nostra sopravvivenza». Per Jeremy Wates, segretario generale EEB (European Environmental Bureau), «invece di disfare le leggi europee, la Commissione europea e gli stati membri dovrebbero mettere più impegno nella loro implementazione, e assicurarsi che portino gli enormi benefici che possono portare alla natura così come a noi e alla nostra economia». Fino al 24 luglio Facebook e Twitter si arricchiranno di decine di contenuti che lanceranno l’ #allarmenatura e racconteranno le tante storie di successo sul salvataggio, grazie alle normative europee, di specie rare e di siti preziosi per la biodiversità; inoltre tante testimonianze di Vip e gente comune sulla natura da amare e salvare, veicolati sui social tramite l’hashtag #lamianatura.

Fonte: ilcambiamento.it

Parcheggi custoditi o automatizzati per biciclette, alcuni esempi in Europa

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Nell’ambito del progetto Giovani&SenzaMotori è emerso il tema della custodia delle bici parcheggiate. L’architetto Matteo Dondè ci illustra alcuni parcheggi custoditi in Europa, ottimo incentivo per la diffusione della mobilità ciclabile

di Matteo Dondè

La paura del furto è in qualsiasi città del mondo uno dei fattori di maggior disincentivo all’uso della bicicletta in ambito urbano. Quante volte vi è stata rubata la bicicletta? Quante volte avete rinunciato ad utilizzarla se nel luogo da raggiungere non c’era un parcheggio sicuro? Il tema è tanto importante che diverse città nel mondo si sono attrezzate con parcheggi per biciclette custoditi o automatizzati. In qualsiasi area in cui è presente, attesa o auspicata una concentrazione di biciclette parcheggiate, dovrebbe esserci la possibilità di parcheggiare in spazi pubblici dedicati, ben organizzati, comodi e sicuri. Questa soluzione di per sé incoraggerà la mobilità ciclistica. Come riportato dall’interessante scheda tecnica realizzata da Presto, esistono piccoli parcheggi distribuiti in modo capillare che consentono ai ciclisti di parcheggiare le bici per brevi periodi in prossimità della loro destinazione, per esempio quelli costituiti da supporti a U rovesciata, in modo da poter legare sia telaio che ruota; esistono poi depositi più grandi, complessi e sicuri che permettono ai ciclisti di lasciare le biciclette per periodi più lunghi, un’intera giornata, tutta la notte o perfino diversi giorni. La prima volta che vidi un parcheggio automatizzato fu a Berna nel 2004. In un viaggio studio organizzato dalla Fiab, l’ing. Balsiger dell’Ufficio Strade Cantonale di Berna ci mostrò un piccolo edificio di cemento, posizionato vicino ad una delle piazze centrali della città, dove era possibile parcheggiare molte biciclette con un sistema automatizzato a due livelli: l’accesso era possibile unicamente con una tessera personale il cui utilizzo consentiva di liberare unicamente la propria bicicletta. Il sistema risultava pratico, comodo e sicuro, utilizzabile da tutti gli utenti con facilità.bici2

Tale struttura consente un buona capacità di parcheggio e ottimizzazione degli spazi, ma l’offerta da allora si è molto sviluppata, consentendo interventi anche più “leggeri” ed economici, e con dimensioni adeguate a seconda delle necessità. La gestione e la sorveglianza degli accessi possono essere di competenza di personale apposito, oppure parzialmente o totalmente automatizzate. Una recente novità ha visto la comparsa di depositi per biciclette totalmente automatizzati posizionati lungo le strade. Come riporta la scheda tecnica sopracitata, il principio di base è che le biciclette vengono consegnate a un sistema che le parcheggia automaticamente in un deposito sotterraneo. Il vantaggio è che il sistema funziona 24 ore su 24 e garantisce la massima sicurezza sia alla bicicletta che al ciclista. Spesso c’è anche lo spazio sufficiente per depositare casco e giacca. Inoltre questi sistemi sono accessibili allo stesso livello della strada e possono essere posizionati in luoghi visibili e ben illuminati di notte. bici3

Un esempio molto interessante è quello realizzato dalla Biceberg: un sistema totalmente automatizzato per il parcheggio sotterraneo delle biciclette (moduli da 23, 46, 69 o 92 biciclette). In Spagna sono già operativi diversi tipi di Biceberg nelle città di Zaragoza, Victoria, Huesca e Girona. Come detto in precedenza, esistono tuttavia anche soluzioni a basso costo, come ad esempio la custodia delle biciclette affidata ad associazioni in occasione di eventi particolari, oppure l’uso di strutture trasportabili come la Container Shelter Box di Milano che propone, anche in affitto, strutture metalliche economiche, sicure, movimentabili facilmente presso i principali punti chiave di qualsiasi città.
Anche in Italia sono state realizzate e sono in corso di realizzazione diverse bicistazioni, più custodite che automatizzate, ma prevalentemente ubicate nei pressi delle stazioni ferroviarie. Come insegnano le migliori esperienze, è però necessario iniziare a realizzarle anche nelle zone più centrali delle città o comunque nei pressi dei principali attrattori di traffico. E per rendere comprensibile a tutti di cosa si tratta, forse è meglio utilizzare l’italiano per evitare che la domanda che mi è stata recentemente posta da un anziano si moltiplichi senza controllo: “Ma cos’è sta VELOstazione?”

fonte:  ecodallecitta.it

Bloccato un documento che vieta 31 pesticidi in Europa, lo denuncia The Guardian

Il giornale The Guardian annuncia di aver visionato un documento in possesso della Commissione europea in cui 31 pesticidi potrebbero essere vietati a causa dei potenziali rischi per la salute. Ma il documento sembra sia stato bloccato. Ci sono 31 pesticidi per un valore di mercato di miliardi di euro che potrebbero essere vietati poiché rappresentano dei potenziali rischi per la salute. Ma secondo The Guardian il documento è stato bloccato da alti funzionari dell’Unione europea sotto la pressione delle grandi aziende chimiche che li utilizzano nei saponi, cosmetici e plastiche, scrive The Guardian;

quali Bayer e BASF, che ne hanno bloccato i criteri e al loro posto sono apparse opzioni meno rigorose assieme a un piano per la valutazione di impatto che si finalizzerà nel 2016.

Il documento visto da The Guardian raccomanda inoltre, di identificare e categorizzare le sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino (EDC) che secondo gli scienziati causano un’aumento di anomalie fetali, mutazioni genitali, sterilità ma anche cancro e perdita del QI. Il documento inedito afferma inoltre che i rischi associati all’esposizione a interferenti endocrini si verificano anche a basse dosi e che dunque è necessario per queste sostanze chimiche che ne sia approvato l’uso. I criteri proposti per la categorizzazione degli interferenti endocrini, assieme alla strategia per la loro attuazione, si sarebbe dovuta mettere in atto lo scorso anno.pesticidi-620x350

Una fonte della Commissione ha detto a The Guardian:

Eravamo pronti presentare i criteri e una proposta di strategia ma dall’Ufficio del segretario generale ci hanno detto di non pensarci più. Effettivamente i criteri sono stati soppressi e biocidi e pesticidi hanno proseguito per la loro strada.

Il mese scorso 11 deputati hanno scritto una lettera al Commissario per la salute e la sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitisin lamentandosi del fallimento dell’Unione europea nell’ onorare il suo mandato a adottare i criteri sugli interferenti endocrini. Al posto della identificazione proposta di composti simili agli ormoni, l’attuale tabella di marcia dell’UE favorisce opzioni per basse quantità di interferenti endocrini e iò perché l’esposizione a soglie basse sarebbe considerata sicura. L’industria e le lobby agricole favoriscono questo approccio, sostenuto dal Regno Unito e da alcuni ministeri tedeschi. Sostengono che gli effetti socio-economici del divieto di pesticidi e biocidi potrebbe essere rovinoso per le comunità agricole. Infatti, uno studio del National Farmers ‘Union lo scorso anno ha stimato che il ritiro dei prodotti per la protezione delle colture potrebbe costare al settore agricolo del Regno Unito fino a 40.000 posti di lavoro e a 1.73 miliardi di sterline di perdite nei profitti, pari al 36 per cento dei livelli attuali.

Fonte: The Guardian

© Foto Getty Images

Biomasse, l’Italia è il maggiore consumatore europeo di pellets ad uso domestico

Con quasi 10 milioni di impianti di riscaldamento domestici alimentati a biomassa legnosa l’Italia consuma il 40% di tutto il pellets europeo. Il mercato delle biomasse del Belpaese è vivo e vegeto, ecco alcuni dati381788

L’Italia è il primo paese in Europa per consumo di biomasse ad uso domestico, tra legna da ardere e pellets. Ne fa uso più di una famiglia su cinque e negli ultimi anni il loro utilizzo non è calato, anzi stufe e caldaie si rinnovano. Le stime arrivano dal rapporto Istat sui consumi energetici delle famiglie italiane nel 2013 e vengono confermate dall’Aiel, l’Associazione Italiana Energia dal Legno. Il rapporto Istat, in collaborazione con l’Enea e il Ministero dello Sviluppo Economico, stima per la prima volta i consumi energetici per destinazione d’uso e fonte energetica. La fonte principale delle famiglie italiane per il riscaldamento è il metano: il 70,9% lo usa per riscaldare la propria abitazione mentre il 71,9% lo usa per la produzione di acqua calda. La seconda fonte energetica è la biomassa, preferita dal 14,5% delle famiglie per scaldare le proprie case, ma solo dal 2,4% per la produzione di acqua calda. Per l’acqua calda è molto più usata l’ energia elettrica (14,4%). Marginali, o quasi, le altre fonti energetiche utilizzate per riscaldare le abitazioni: GPL 5,8%, gasolio 3,7% e energia elettrica 5,1%; e per scaldare l’acqua: GPL 7,6%, gasolio 2,9% e energia solare 0,7%. La spesa media annuale nel 2013 per ogni famiglia è di 1.635€ e varia dai  2.000€ per una famiglia valdostana ai 1.259€ di una siciliana. Incidono ovviamente le differenze climatiche, ma anche il ricorso a fonti energetiche differenti e la variabilità dei prezzi dei prodotti energetici rispetto al territorio. Il rapporto si sofferma anche sull’analisi dell’impiego delle biomasse, facendo la distinzione tra legna da ardere e pellets. In Italia nel 2013 se ne sono consumati 19 milioni di tonnellate e di questi 1,4 milioni è costituito da pellets. L’Italia avrebbe dunque raggiunto e addirittura superato, considerando le sole utenze domestiche, l’obiettivo fissato per le biomasse dal PAN Piano d’Azione Nazionale per le energie rinnovabili)  per il 2020: 5,254kTOE (dove il TOE rappresenta la quantità di energia rilasciata dalla combustione di una tonnellata di petrolio grezzo). Dunque più di una famiglia italiana su cinque fa uso di legna, mentre il 4,1% utilizza il pellets. Le biomasse in generale sono più utilizzate nei comuni montani (ne fa uso il 40% delle famiglie), nel Nord-Est (25%, soprattutto in Trentino – Alto Adige), al Centro (24,4%, concentrati in Umbria e Abruzzo) e più marginali nel Nord-Ovest (15,2%, con l’eccezione della Val d’Aosta). Il pellets è più diffuso in Sardegna, Umbria, Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige dove più del 10% delle famiglie lo  utilizza per scaldare le abitazioni. Il crescente utilizzo delle
biomasse è sottolineato anche dall’Aiel, l’Associazione Italiana Energia dal Legno, che stando ai suoi dati rivede all’insù le cifre dell’Istat portando a 3,3 milioni le tonnellate di pellets consumato nel 2013. E se paragoniamo il dato con quello del 2011 (sempre Aiel), circa 1,9 milione di  tonnellate consumate, il pellet risulterebbe il protagonista assoluto del mercato. Secondo l’Aiel, ogni anno vengono vendute circa 150.000 nuove stufe e 20.000 caldaie, entrambe alimentate a pellets; trend che non ha risentito della crisi economica grazie alla competitività del prezzo del materiale (iva al 10%) in confronto agli altri combustibili e grazie agli incentivi fiscali sull’acquisto di nuove stufe e caldaie. In totale in Italia sono attivi quasi 10 milioni di impianti di riscaldamento alimentati a biomassa legnosa: 1.630.000 stufe, 200.000 camini e 75.000 cucine alimentati a pellet; 3.465.000 camini aperti, 2.085.000 stufe, 1.720.000 camini chiusi e 675.000 cucine alimentati a legna, inoltre ci sono 596.000 impianti con caldaie alimentate a legna di cui 199.000 sono quelle alimentate a pellet e 1.500 quelle a cippato. Con numeri così importanti l’Italia è il primo consumatore di pellets in Europa e nel mondo: consuma il 40% di tutto il pellets usato nel Vecchio Continente. Un mercato fatto quasi esclusivamente da prodotti importati. Solo il 10% del pellets è di origine italiana, il restante è importato da Austria, Germania, Croazia e Canada. Le aziende italiane producono anche il 70% di tutte le stufe vendute annualmente in Europa, un mercato da 10 milioni di euro con pìù di 19.000 addetti. Dal 1 gennaio 2015 l’imposta sul valore aggiunto del pellets è passata dal 10% al 22% ma le previsioni per il mercato delle biomasse sono più che rosee.

Fonte: ecodallecitta.it