Direttiva Ue sulla plastica monouso: “Ora gli stati membri vadano oltre al plastic free” – Parte 2

La direttiva approvata dal Parlamento europeo sulla plastica monouso getta le basi per grossi cambiamenti nella progettazione, imballaggio e utilizzo dei beni di consumo, introducendo divieti su molti oggetti di plastica usa e getta e concetti come la responsabilità estesa del produttore su molti altri. Riusciranno gli stati membri a recepire correttamente la direttiva e anzi a cogliere l’occasione per andare oltre il plastic free e introdurre misure per il riuso, la riduzione a monte dei rifiuti, il superamento dell’usa e getta? Ne abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi. Qualche settimana fa abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi, dello stato dell’arte nella gestione degli imballaggi in plastica. L’abbiamo ricontattata per entrare più nel dettaglio della direttiva sulle plastiche monouso o Single Use Plastics (SUP) recentemente approvata dal Parlamento europeo. In particolare ci interessa avere un suo parere su quali sono le luci e le ombre del provvedimento europeo e su cosa si potrebbe fare da subito per preparare il terreno per il miglior recepimento possibile. Il tema degli imballaggi e dell’usa e getta in genere è infatti uno dei cavalli di battaglia dell’ACV, oltre che che oggetto di proposte a decisori politici e aziendali, a partire dal lancio della campagna Porta la Sporta che ha informato sul marine litter collegandolo agli  attuali stili di vita già dieci anni fa.

Parliamo della direttiva SUP: qual è la tua valutazione complessiva?  

L’Europa con questa direttiva ha fornito una prima risposta importante che mancava per affrontare un’emergenza mondiale come l’inquinamento da plastica che, soprattutto negli ambienti marini e acquatici in genere ha assunto dimensioni allarmanti. Nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL (Center for International Environmental Law), l’atteggiamento negazionista adottato in primis dall’industria della chimica e plastica ha avuto la meglio. Pertanto, decadi dopo, il problema si è ripresentato, amplificato dal boom di produzione plastica che è passato dai dei 35 milioni di tonnellate del 1970 ai 348 milioni di tonnellate del 2017 e ci è stato “servito sul piatto” , nel senso letterale del termine.  

Tuttavia alcune misure presentate nella prima versione del testo sono state edulcorate nell’ultima stesura e cercherò di spiegare perché,  complessivamente, non le ritengo commisurate alla reale gravità del fenomeno. Non dimentichiamoci che l’impatto della plastica sull’ambiente  è destinato ad aumentare visto che anche la produzione plastica aumenta, trainata dall’aumento della popolazione mondiale e da un maggiore benessere nei paesi in via di sviluppo. Molto dipenderà pertanto dal recepimento che i paesi membri dovranno formalizzare all’interno dei propri quadri legislativi. Questa direttiva potrebbe diventare un’importante opportunità per ripensare il modello lineare che caratterizza la gestione degli imballaggi – non solo in plastica – introducendo azioni di prevenzione e riuso che sono indispensabili per alleggerire il carico che i prodotti usa e getta hanno sull’ambiente, riducendo al contempo le emissioni climalteranti che sono associate a tutti i processi produttivi, a prescindere dai materiali.   

Quali sono i punti di forza di questa direttiva ? 

Ritengo sicuramente positivo il divieto di vendita  sul mercato comunitario (ai sensi dell’articolo 5 a partire dal 2021) di quegli articoli usa e getta che sono diventati rifiuti pervasivi sia in contesti urbani che in natura rappresentando circa la metà di tutti i rifiuti marini trovati sulle spiagge europee (per numero). Si tratta di: cotton fioc, posate (coltelli, cucchiai, forchette, bacchette e agitatori), piatti, cannucce, aste per palloncini, contenitori in plastiche oxo-degradabili e in polistirene espanso (EPS) per alimenti e bevande (e relativi coperchi) sia per consumo in loco che da asporto. Inoltre l’istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR, ai sensi dell’articolo 8) per alcuni di questi prodotti non ancora coperti da tali schemi è a mio avviso la misura determinante per favorire la prevenzione, l’eco design e la riduzione di prodotti superflui, di cui una parte può essere sostituita con opzioni riutilizzabili. Principalmente perché questi regimi prevedono che siano i produttori a sostenere i costi di raccolta e avvio a riciclo di tali prodotti a fine vita nonché delle attività di pulizia ambientale e di sensibilizzazione verso i cittadini. Parliamo di articoli come, ad esempio, involucri di snack dolci e salati, salviette umidificate, assorbenti e prodotti a base di  tabacco contenenti plastica (entro il gennaio 2023 per la maggior parte degli articoli). Inoltre ritengo importante che la presenza di materie plastiche venga notificata sull’etichetta del prodotto insieme all’informazione sugli impatti ambientali e alle opzioni appropriate di smaltimento.

Infine sono favorevole alla misura che riguarda i criteri di progettazione degli articoli SUP che, all’articolo 6, stabilisce che coperchi e contenitori debbano essere fissati al contenitore in modo da non venire dispersi nell’ambiente. Ma anche finire nello scarto degli impianti di selezione a causa delle ridotte dimensioni aggiungerei. Peccato che l’entrata in vigore sia stata posticipata dal 2021 al 2024. Va detto che i paesi che hanno in vigore il deposito su cauzione offrono già una soluzione alla dispersione dei tappi con tassi di intercettazione di bottiglie (e tappi) che possono andare oltre al 90% dell’immesso. Per quanto riguarda invece prodotti contenenti plastica come i mozziconi di sigaretta e gli attrezzi da pesca l’obbligatorietà di adesione ad un un regime di responsabilità estesa con monitoraggio e raggiungimento di obiettivi nazionali di raccolta avrebbe dovuto arrivare già molto, molto tempo fa. Ma meglio tardi che mai…. 

Quali sono invece le ombre della direttiva? Quali misure avresti voluto vedere incluse sin dalla prima stesura? 

In prima battuta non avere fissare in sede europea delle obiettivi obbligatori di riduzione per contenitori per alimenti e bevande. Avere previsto la possibilità per i paesi dell’UE di adottare restrizioni di mercato per questi manufatti, senza proporre obiettivi, rischia di non stimolare i governi centrali e locali a prendere misure legislative in merito. Ma soprattutto di non incentivare le aziende che utilizzano questi contenitori a dismetterli a favore di alternative più sostenibili già collaudate. Basta guardare impegni annunciati dalle grandi catene del fast food per diminuire l’impatto dei propri contenitori per notare che generalmente si limitano all’eliminazione delle cannucce. Oppure a sostituire la plastica con altri materiali usa e getta che, seppur riciclabili o compostabili, vengono poi gestiti con l’indifferenziato. Solamente la catena di caffetterie inglese Boston Tea Party  ha, coraggiosamente, eliminato lo scorso anno tutti i contenitori monouso e introdotto tazze da asporto riutilizzabili. Il proprietario della catena ha raccontato di essersi chiesto cosa poteva fare per non lasciare alle future generazioni un pianeta di spazzatura e di avere fatto la scelta maggiormente responsabile, nella totale consapevolezza di incorrere in un’importante riduzione del fatturato (che si è poi verificata). Abbiamo fatto un appello a Starbucks in collaborazione con Zero Waste Europe, Greenpeace e WWF Italia  prima che aprisse il primo locale a Milano, coinvolgendo anche la Giunta di Milano che ha dimostrato di apprezzare il gesto, senza che l’appello venisse colto nella sostanza.

Pertanto in assenza di provvedimenti, che per ora stanno prendendo alcune città come Berkeley, Amsterdam e Tubinga, che spiegherò a seguire, questo flusso di rifiuti, insieme ai rifiuti derivati dal commercio online, continuerà a crescere così come i costi ambientali ed economici collegati a carico delle comunità. In seconda battuta penso sia stato un errore madornale ritardare di 4 anni il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta separata del 90% per le bottiglie di bevande (articolo 9) che, dal 2025 slitta al 2029, anche se è stato fissato un obiettivo intermedio del 77% di intercettazione entro il 2025. Una scadenza più vicina avrebbe spinto i paesi EU ad attivarsi per introdurre al più presto un sistema di deposito per tutti i contenitori di bevande,  seguendo gli esempi di successo dei 10 paesi europei dove il sistema è già rodato e nei quali nessuno vorrebbe più tornare indietro. Come ho raccontato recentemente la Lituania che ha implementato un sistema di deposito in tempi da record, ha raggiunto in meno di un anno oltre il 70% di intercettazione (obiettivo intermedio del 2025), per attestarsi al 92% in due anni, testimonia come la volontà politica possa risolvere dei problemi convertendoli in opportunità economiche. Infine considero  l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato per le bottiglie entro il 2025, per passare al 30% al 2030, alquanto modesto, considerato che gli impegni annunciati da alcune multinazionali dell’acqua in bottiglia, ma anche di prodotti per la detergenza, sono molto più ambiziosi.  Lo scorso anno Bar le Duc (United Soft Drinks) è stata la prima marca di acqua minerale ad optare in Olanda per bottiglie realizzate con il 100% di plastica da riciclo. Evian di Danone ha annunciato  che raggiungerà lo stesso obiettivo entro il 2025 e Coca-Cola porterà al 50% la percentuale di contenuto riciclato nelle sue bottiglie al 2030.

Gli Stati membri hanno due anni per recepire la direttiva nella propria legislazione nazionale che cosa temi e ti auguri rispetto a questa fase?  

Come ho anticipato mi auguro che i paesi membri recepiscano questa direttiva in modo ambizioso con misure che si inseriscano come tasselli in un contesto più ampio che è quello della prevenzione dei rifiuti e del consumo di risorse. Perché è qui che si gioca la vera partita,  ogni rifiuto da smaltire è una sconfitta, anche rispetto alla lotta al cambiamento climatico. A maggior ragione se teniamo presente che le previsioni della Banca Mondiale (nel rapporto What a Waste 2.0) stimano al 2050 un aumento del 70% nella produzione dei rifiuti, di cui  quelli da usa e getta ne costituiscono una parte importante. Anche le stime dell’Unep che indicano che avremo bisogno del 40% in più di risorse come energia, acqua, legno e fibre varie andrebbero tenute in mente quando si legifera. Tornando al clima lo Special report 15 (Sr15) dell’IPCC recentemente presentato alle Nazioni Unite avverte che entro i prossimi dodici anni vanno messe in campo misure che abbattano a tempo di record le emissioni di gas ad effetto serra per mantenere il riscaldamento della Terra entro i 1,5 gradi centigradi.   Assodato che per avere qualche chance di centrare questo obiettivo vanno intrapresi urgentemente drastici cambiamenti negli stili di vita, cosa c’è di più scontato che partire con una revisione dei modelli di consumo usa e getta  che, in cambio di comodità fugaci garantiscono una distruzione perenne degli habitat naturali? In linea peraltro con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile nr.12: Consumo e Produzione Responsabili delle Nazioni Unite. I ritmi massicci di prelievo di risorse operato da oltre 7 miliardi di “cavallette” non rispettano da almeno mezzo secolo quelli che sono i tempi naturali di rigenerazione degli ecosistemi. E anche in Italia non scherziamo, visto che  l’Overshoot day, il giorno dell’anno in cui abbiamo già consumato tutto il nostro budget annuale di risorse naturali cade, secondo il Global Footprint Network, il 24 maggio, con quasi tre mesi di anticipo rispetto alla media globale ( il 1 agosto nel 2018) . Pertanto un recepimento della direttiva SUP non dovrebbe solamente seguire la Gerarchia EU di gestione dei rifiuti nell’individuazione delle azioni prioritarie da convertire in legge, ma anche  tenere conto, per ogni articolo che si voglia bandire, ridurre o sostituire, verso quali alternative si sposterà il consumo. Una volta individuate le possibili opzioni di ripiego ne andrebbero valutati gli impatti (da enti terzi) e andrebbero previste eventuali misure a supporto delle opzioni più sostenibili. Anche per evitare di lasciare questa partita in mano al mercato, che ha interessi che non coincidono sicuramente con la prevenzione del rifiuto. A meno che non si obblighi il produttore/utilizzatore a dovere recuperare a fine vita i propri prodotti assumendosene i costi totali.  Queste valutazioni , che sarebbero da fare con la collaborazione di tutti i portatori di interesse di uno specifico provvedimento, sono necessarie per identificare possibili effetti collaterali o conseguenze non volute che possono annullare i benefici ambientali previsti. La direttiva sui biocarburanti ne è l’esempio più eclatante: è stata introdotta per i presunti effetti positivi sul clima, ma ha avuto effetti disastrosi sulla biodiversità, sulla deforestazione e sul fenomeno conosciuto come cambiamento indiretto di destinazione d’uso del suolo ILUC (indirect land use change).

L’Italia come si sta muovendo? 

Venendo all’Italia non sono ancora arrivati “segnali incoraggianti” rispetto all’approccio che ho delineato. Non ho letto nelle dichiarazioni del Ministro Costa riportate dai media, alcun accenno alla prevenzione di questi rifiuti. Ad esempio per quanto riguarda le stoviglie usa e getta in plastica , anche se pochi media ne hanno fatto accenno, va detto che le misure della direttiva SUP si applicano a tutte le materie plastiche monouso elencate negli allegati, comprese le plastiche biodegradabili e compostabili. In un’intervista concessa recentemente al Corriere il Ministro Costa afferma che stiamo chiedendo una deroga in Europa per le stoviglie in bioplastica compostabile visto che l’Italia è un produttore leader a livello europeo di questo settore. Questa linea si riflette nella misura del credito d’imposta del 36% previsto nella Legge di Bilancio 2019 che viene concesso alle imprese che acquistano “prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica, ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili secondo la normativa UNI EN 13432:2002, o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio”. Questa è una misura di cui tra l’altro , non riesco a cogliere l’utilità, se non per la plastica. Ma anche in questo caso, se si vuole  creare un mercato di sbocco per le plastiche da riciclo servirebbe molto di più di quanto previsto da questa misura. Serve un quadro legislativo di promozione di  modelli di economia circolare che consideri tutti i flussi di rifiuti che potrebbero essere evitati creando occupazione verde. Ritengo di basilare importanza porre il tema delle materie prime seconde per cui va sicuramente creato un mercato, ma se non facciamo prima un ragionamento su quali sono i “prodotti indispensabili” e se ci devono essere eccezioni (e perché),  si rischia di proporre gli stessi volumi (insostenibili) di usa e getta in altri materiali, che sono solamente diversamente impattanti. Mi riferisco ovviamente anche ai prodotti a base di cellulosa. In questo ultimo anno il marketing delle aziende, approfittando del sentiment anti-plastica,  si è speso nella promozione dei propri prodotti con claim che sono al limite del greenwashing. Aggettivi come bio-based, compostabile, biodegradabile, plastic-free (che è invece necessario quando evidenzia la presenza, insospettabile, di microplastiche nei prodotti), vengono utilizzati per vendere inducendo il consumatore a pensare che basti optare per questi prodotti per fare “bene all’ambiente” quando invece, molto spesso, si tratta di alternative  che risultano “meno dannose” o “diversamente impattanti”.  

Per meglio chiarire cosa intendo mantengo l’esempio già citato delle stoviglie monouso: indifferentemente dal materiale in cui siano realizzate, che sia carta o bioplastica,  andrebbe stabilito che un loro uso debba diventare di natura “emergenziale” e cioè in quelle situazioni in cui non possono davvero essere usate alternative riutilizzabili. Questi manufatti dovrebbero essere comunque aggravati da una tassa ambientale, sull’esempio di Tubinga, il cui sindaco spiega che la tassa che verrà introdotta in città (per tutti i tipi di contenitori monouso e in qualunque materiale) è essenziale per rendere meno oneroso l’adesione a sistemi riutilizzabili. Ecco perché credo che i governi centrali in fase di recepimento della direttiva debbano guardare agli esempi di ordinanze come quelle adottate da Berkely, Amsterdam e Tubinga che offrono spunti concreti da adattare alle caratteristiche dei diversi contesti. 

In cosa consistono queste tre esperienze? 

L’ordinanza di Berkeley che è quella “più strutturata”, ha il merito di avere creato un percorso a tappe di creazione del sistema che renderà possibile e agevole, in due anni circa, avere in città cibo e bevande consumate (in loco o da asporto) prevalentemente in contenitori riutilizzabili. Parallelamente al divieto per i contenitori di plastica viene infatti permesso l’utilizzo di contenitori compostabili ma con un sovrapprezzo obbligatorio. Tutto il percorso è stato avviato dalla municipalità con il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder tra i quali gli esercizi commerciali e i loro rappresentanti e le Ong. L’ordinanza di Tubinga, precedentemente accennata, ha sempre il merito di promuovere il riuso anche se con una modalità “meno laboriosa” e magari più veloce. Tassando tutti i contenitori monouso di qualsiasi materiale l’amministrazione cittadina vuole evitare che l’esternalizzazione dei costi sulle comunità e contribuenti, che favorisce economicamente gli utilizzatori di contenitori monouso, penalizzi la nascita e la diffusione di sistemi di riuso basati sul concetto del “prodotto come servizio”.

E infine l’ordinanza di Amsterdam,  che è altrettanto efficace “da subito” per uno specifico flusso di usa e getta, e pertanto “geniale”. Tutti gli organizzatori di eventi che chiedono da questo mese un permesso di occupazione di suolo pubblico alla città per eventi e manifestazioni varie, sono obbligati a servirsi solamente di bicchieri riutilizzabili. I sistemi che gestiscono contenitori riutilizzabili e funzionano con l’applicazione di una cauzione ( che garantisce la restituzione dei contenitori per la sanificazione e successivi utilizzi), sono già attivi in Olanda da oltre 10 anni fa e ci sono diverse aziende che forniscono questo servizio chiavi in mano. 

Leggi la prima parte dell’intervista

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/direttiva-ue-plastica-monouso-stati-vadano-oltre-plastic-free/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ogni anno in Europa si sprecano 88 milioni di tonnellate di cibo

In Europa sprechiamo 88 milioni di tonnellate di cibo ogni anno in media e la parte del leone la fanno frutta e verdura. La maggior parte di questi sprechi sarebbe evitabile se solo maturassero nei cittadini coscienza civica e buone pratiche.9927-10716

Secondo le stime della FAO, un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano va sprecato, nella sola Europa ogni anno se ne sprecano circa 88 milioni di tonnellate, per un costo stimato in circa 143 miliardi di euro l’anno. E a fare il punto, nello specifico, sullo spreco di frutta e verdura è uno studio curato dal Joint Research Centre della Commissione Europea (JRC), che fa il punto sul settore frutta e verdura che contribuisce a quasi il 50% degli sprechi alimentari generati dalle famiglie della UE a 28 Stati; si stima che ogni persona riduca in rifiuto 35,3 kg di frutta e verdura all’anno, 14,2 kg dei quali sarebbero evitabili. La prima differenziazione che fa lo studio è tra il non commestibile, o rifiuto inevitabile, e il commestibile, che diventa rifiuto a causa di comportamenti di acquisto e consumo sbagliati. Sono stati presi in esame 51 tipi di frutta e verdura acquistati, consumati e sprecati nel Regno Unito, Germania e Danimarca nel 2010, arrivando alla conclusione che 21,1 kg di rifiuti pro capite sarebbero inevitabili e 14,2 kg evitabili. In media, il 29% (35,3 kg per persona) di frutta e verdura fresca acquistata dalle famiglie è sprecato, e di questo il 12% (14,2 kg) potrebbe non venire gettato. Gli autori rilevano differenze a causa dei diversi livelli di comportamenti nei consumi, legati essenzialmente a fattori culturali ed economici, che influenzano direttamente la quantità di rifiuti generati. Per esempio, i dati mostrano che sebbene gli acquisti di verdure fresche siano più bassi nel Regno Unito rispetto alla Germania, la quantità di rifiuti inevitabili generati pro-capite è quasi la stessa, mentre la quantità di rifiuti evitabili è più alta nel Regno Unito.

Il problema, dunque, non è di poco conto. In proposito, la Commissione Europea sta predisponendo la seguente serie di azioni:

– elaborazione, entro marzo 2019, di una metodologia comune europea per misurare coerentemente i rifiuti alimentari, in cooperazione con gli Stati membri e le parti interessate;

– utilizzo di una piattaforma sulle perdite e gli sprechi alimentari che riunisce organizzazioni internazionali, organi dell’UE, Stati membri, attori nella catena alimentare, per contribuire a definire le misure necessarie, facilitare e sviluppare la cooperazione, analizzare l’efficacia delle iniziative di prevenzione degli sprechi alimentari, condividere le migliori pratiche e i risultati raggiunti;

– adozione di linee guida per facilitare la donazione di cibo e la valorizzazione di alimenti non più destinati al consumo umano come alimenti per animali, senza compromettere la sicurezza di alimenti e mangimi;

– esaminare i modi per migliorare l’uso della marcatura delle date di scadenza e la loro comprensione da parte dei consumatori.

Non è detto che tali misure siano destinate a funzionare, anche perché gli interventi “dall’alto” non sempre sono veloci ed efficaci e non sempre sortiscono effetti significativi. La cosa più importante sarebbe che ogni persona, ogni cittadini maturasse la consapevolezza che non è più momento per potersi permettere di sprecare nulla.

Fonte: ilcambiamento.it

L’Europa guida la transizione verso i trasporti puliti

Il pacchetto mobilità pulita è l’ultima di una serie di proposte politiche mirate a rafforzare la leadership globale dell’Unione europea (UE) in materia di trasporti sostenibili. Per il commissario Miguel Arias Cañete, «la gara mondiale per lo sviluppo di auto pulite è stata avviata».

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Con l’entrata in vigore dell’accordo di Parigi, stiamo assistendo a una rinnovata volontà di procedere verso economie a ridotto tenore di carbonio a livello internazionale. Circa un quinto delle emissioni di gas a effetto serra prodotte nel vecchio continente deriva dai trasporti su strada: per questo, la mobilità pulita è una priorità per i legislatori dell’UE. La Commissione europea ha dunque avanzato una serie di proposte politiche per rendere più verdi i trasporti in Europa: l’ultima in ordine di tempo è quella relativa al pacchetto mobilità pulita.

“La gara mondiale per lo sviluppo di auto pulite è stata avviata. L’Europa deve però mettersi al passo se vuole condurre e guidare questo cambiamento globale.”

Miguel Arias Cañete, commissario europeo per l’Azione per il clima e l’energia

Si tratta del secondo pacchetto sulla mobilità presentato nel 2017: il primo, L’Europa in movimento, comprende una rosa di proposte in materia di sicurezza stradale, sistemi di pedaggio intelligenti, traffico, inquinamento atmosferico, emissioni di CO2 e condizioni di lavoro. I pacchetti sono stati elaborati sulla scia della strategia europea per una mobilità a basse emissioni, adottata nel giugno del 2016, che stabilisce una serie di azioni mirate ad aiutare l’Europa a rimanere competitiva nel settore e a rispondere alle crescenti esigenze di mobilità di persone e merci. In diverse regioni del mondo sono già in via di realizzazione investimenti e innovazioni nel campo della sostenibilità dei trasporti su strada, in particolare per quanto concerne i veicoli a basse o a zero emissioni: la Cina, ad esempio, ha introdotto quote di vendita obbligatorie a partire dal 2019, mentre la California e altri nove Stati americani hanno reso più rigorosi gli standard esistenti. L’UE rischia pertanto di perdere terreno in questa gara mondiale e non può permettersi di vestire i panni dell’inseguitrice.mobility-graph

Il pacchetto mobilità pulita comprende nuove norme in materia di emissioni di CO2 per auto e furgoni: rispetto ai livelli del 2021, nell’UE le emissioni medie dei nuovi veicoli rientranti in queste categorie dovranno essere tagliate del 15 % entro il 2025 e del 30 % entro il 2030. Al fine di stimolare i produttori a innovare, è inoltre previsto un meccanismo di incentivi flessibile e indipendente dalle tecnologie, che interesserà i veicoli a basse o zero emissioni.

Nel pacchetto sono poi inclusi una direttiva sui veicoli puliti, la revisione della direttiva sui trasporti combinati, una direttiva sui servizi di trasporto passeggeri effettuati con autobus e un piano d’azione, abbinato a soluzioni in materia di investimenti, per un’infrastruttura per i combustibili alternativi. Inoltre, una nuova iniziativa unionale intende sostenere la produzione di batterie in Europa, che riveste un’importanza strategica.

Le proposte mirano ad aiutare l’UE a centrare i suoi obiettivi in materia di clima ed energia, grazie a un’ingente riduzione delle spese sostenute per i combustibili e a un aumento significativo di competitività e occupazione. Tra i considerevoli benefici derivanti dalla loro applicazione sono da menzionare la riduzione di 170 milioni di tonnellate di CO2 (equivalenti al totale annuale di emissioni in Austria e Grecia) tra il 2020 e il 2030, il miglioramento della qualità dell’aria, il risparmio per i consumatori di circa 18 miliardi di euro l’anno sull’acquisto di combustibili, la possibile creazione di 70 000 posti di lavoro e la riduzione della spesa petrolifera annuale europea di circa 6 miliardi di euro.

In merito al pacchetto mobilità pulita, il commissario per l’Azione per il clima e l’energia, Miguel Arias Cañete, ha affermato: «La gara mondiale per lo sviluppo di auto pulite è stata avviata. L’Europa deve però mettersi al passo se vuole condurre e guidare questo cambiamento globale. Oggi investiamo nell’Europa e tagliamo l’inquinamento per rispettare l’impegno preso con l’accordo di Parigi di ridurre le emissioni di almeno il 40 % entro il 2030».

Fonte: ec.europa.eu/environment

Bike Sharing, GoBee.bike chiude il servizio in tutta Europa: ‘Sistematici atti di vandalismo’

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Dal 15 febbraio il servizio free floating di bici condivise chiude i battenti: “il 60% della nostra flotta europea ha subito danneggiamenti, vandalismi o è stato oggetto di fenomeni di privatizzazione”

L’avventura in Italia e in Europa di Gobee.bike si conclude nel peggiori dei modi, infatti da domani mercoledì 15 febbraio il servizio sarà chiuso. Ad annunciare la fine del servizio di bike sharing free floating che ha rivoluzionato la mobilità nel vecchio continente è la stessa azienda con una lettera inviata a tutti gli utenti.

A decretarne la fine, secondo l’azienda, è stata la “sistematica” serie di atti vandalici che hanno colpito le sue bici da dicembre dello scorso hanno. Sempre secondo Gobee.bike “il 60% della nostra flotta europea ha subito danneggiamenti, vandalismi o è stato oggetto di fenomeni di privatizzazione”.

Ecco la lettera inviata ai 45 mila utenti italiani:

Lo scorso autunno Gobee.bike ha iniziato la sua avventura in diverse città europee. Durante questo periodo le nostre bici hanno fornito un prezioso servizio a numerosi cittadini, rendendoci orgogliosi di un’attività che la nostra comunità di utenti ci ha incoraggiato a migliorare di giorno in giorno.

Il successo che questo servizio ha avuto non ha fatto altro che confermare la nostra visione di mobilità sostenibile e innovazione.

Dopo un caloroso benvenuto, abbiamo da subito compreso che la nostra passione era condivisa dalla maggior parte di voi.

Abbiamo dovuto affrontare una serie di ostacoli, imparando dai nostri errori, dando ascolto ai vostri consigli e investendo il massimo per provare che il bike sharing è una soluzione di mobilità ecologica e sostenibile per le città.

Purtroppo, tra tutte queste sfide, una in particolare ha rappresentato un problema che non potevamo superare: nelle ultime settimane i danni alla nostra flotta hanno raggiunto limiti che non possiamo più contenere con le nostre forze e con le nostre risorse.

Con tristezza annunciamo ufficialmente alla nostra comunità di utenti la fine del servizio di Gobee.bike in Italia, oggi (domani, ndr) 15 febbraio 2018.

È stata una decisione molto difficile, deludente e frustrante per tutto lo staff di Gobee.bike, che ha lavorato sin dall’inizio con passione per far sì che questo progetto fosse realizzabile.

Durante i mesi di dicembre e gennaio, le nostre biciclette sono diventate il bersaglio di sistematici atti di vandalismo, trasformandosi così in oggetti da distruggere per puro divertimento.

Mediamente, il 60% della nostra flotta europea ha subito danneggiamenti, vandalismi o è stato oggetto di fenomeni di privatizzazione.

Per questi motivi non c’è stata nessun’altra opzione se non procedere al termine del servizio a livello nazionale e continentale. Una decisione sofferta dal punto di vista morale, umano e finanziario.

Vogliamo ringraziarti un’ultima volta per tutte le tue pedalate sulle nostre bici verdi; per il tuo supporto, la tua pazienza e per averci stimolato a migliorare. Grazie a ognuno di voi abbiamo raggiunto più di 45.000 utenti in Italia.

Ringraziamo i nostri partner per aver visto in questo progetto l’opportunità di aumentare la consapevolezza su questo nuovo servizio di mobilità sostenibile, diffondendo i nostri valori.

Ringraziamo inoltre i vari Comuni che hanno riposto in noi fiducia aiutandoci in questo meraviglioso progetto e aprendo le porte delle loro città al nostro servizio.

E il più grande ringraziamento va al team Gobee.bike presente in ogni città. Senza alcun dubbio, sono stati la cosa migliore che abbiamo avuto da quando abbiamo iniziato questa avventura.

Gobee.bike è nata dalla nostra passione per la mobilità. Abbiamo fondato Gobee.bike dalla convinzione che avrebbe fatto riscoprire un nuovo tipo di libertà.

Abbiamo fatto una pedalata fantastica. Ti incoraggiamo a promuovere i valori inerenti al bike-sharing e alla stessa Gobee.bike: libertà, condivisione e innovazione. I valori che c’hanno portato fin qui e che hanno dato vita, anche se per poco, a questo fantastico progetto.

Gobee.bike non è solo trasporto e innovazione: è una comunità che hai contribuito a creare e che durerà per sempre.

Anche se non è facile, questo non è un addio, ma un arrivederci.

A presto!

The Gobee.bike Team

Fonte: ecodallecitta.it

 

Raee, in Europa cresce la raccolta ma anche la produzione. L’ultimo rapporto Erp

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Dalla sua fondazione nel 2002, la piattaforma europea di riciclaggio (ERP) ha raccolto e riciclato oltre tre milioni di tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche in tutta Europa. Questo è equivalente alla quantità di RAEE generati in tutta l’Unione europea entro un anno. ERP, la piattaforma europea di riciclaggio ha pubblicato il rapporto sui Raee europei. Dalla sua fondazione nel 2002 ERP ha raccolto e riciclato oltre tre milioni di tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche in tutta Europa. Questo è equivalente alla quantità di RAEE generati in tutta l’Unione europea in un anno. Il riciclaggio di 3 milioni di tonnellate di rifiuti elettrici può far risparmiare fino a 32 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, oltre a salvare risorse preziose e proteggere l’ambiente e la salute collettiva. In Italia nel 2015 sono state raccolte e trattate da Erp oltre 26mila tonnellate di apparecchiature elettriche ed elettroniche a fine vita (+7% rispetto al 2014).  La quantità di RAEE è in costante aumento, non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Entro il 2021, secondo il Global E-Waste Monitor rilasciato di recente, saranno circa 52 milioni di tonnellate all’anno. Le sostanze pericolose emesse durante la discarica possono contaminare il suolo e le falde acquifere e causare danni enormi all’ambiente e all’uomo. Al fine di ridurre il danno ambientale causato dai RAEE e conservare le risorse naturali, è essenziale aumentare il tasso di riciclaggio di questi dispositivi e promuovere la trasformazione in un’economia veramente circolare. In questo contesto, ERP accoglie con favore l’accordo recentemente concluso, tra il Consiglio dell’Unione europea, il Parlamento europeo e la Commissione europea sull’economia circolare. La strategia sulla plastica, che è stata pubblicata dalla Commissione europea il 16 gennaio 2018, è un altro passo importante, secondo ERP. Entrambe le iniziative comprendono misure necessarie per rafforzare l’economia circolare e per aumentare ulteriormente la raccolta e il riciclaggio dei principali flussi di rifiuti come i RAEE, i rifiuti di imballaggio e le batterie usate.

“La piattaforma europea per il riciclaggio accoglie con favore l’intenzione dell’Unione europea di rafforzare il principio della responsabilità estesa del produttore e di stimolare la concorrenza nel mercato dei rifiuti”, afferma Sabine Balaz, Managing Director di ERP Austria. “Con il riciclaggio di tre milioni di tonnellate di RAEE, ERP dimostra che la responsabilità estesa del produttore in un ambiente competitivo porta grandi benefici all’ambiente, mantenendo al tempo stesso un costo ragionevole per i produttori. Promuove anche l’innovazione, che a sua volta porta a una migliore qualità, riciclaggio dei rifiuti non pericolosi e risorse di economia circolare di migliore qualità “.

Per quanto riguarda il pacchetto sull’economia circolare, l’ERP raccomanda in particolare una chiara definizione dei ruoli e delle responsabilità di tutti gli attori coinvolti. Piacevole è anche l’estensione della responsabilità estesa del produttore alle società di vendita per corrispondenza che vendono le loro merci da uno stato membro all’altro. Questa misura aiuta a contrastare il problema dei free riders e crea condizioni di parità tra i produttori. Tuttavia, ERP lamenta che il compromesso manca di una chiara definizione delle responsabilità organizzative dei produttori. Ciò potrebbe ostacolare la concorrenza, poiché i produttori di alcuni Stati membri potrebbero essere potenzialmente legati a una specifica organizzazione di responsabilità del produttore invece di essere liberi di scegliere tra diversi sistemi concorrenti. Per quanto riguarda la strategia sulle materie plastiche, ERP accoglie con favore la proposta di revisione della direttiva sui rifiuti di imballaggio e di imballaggio, che mira a un’ulteriore armonizzazione dei requisiti. Ciò al fine di garantire che tutti gli imballaggi in plastica possano essere riciclati a costi contenuti e che venga rafforzato il principio della responsabilità estesa del produttore.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Smog, emergenza cronica in tutto il nord: Torino è la città più inquinata d’Europa

Spetta a Torino il triste primato di città più inquinata d’Italia e d’Europa, al terzo posto Alessandria. La situazione è critica per ben sei capoluoghi piemontesi su otto. Sono questi alcuni dei preoccupanti dati emersi da “Mal’Aria 2018”, il rapporto di Legambiente sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane. “Non servono misure sporadiche, occorre ripartire da un diverso modo di pianificare gli interventi nelle aree urbane”.

In Italia l’emergenza smog è sempre più cronica e a guidare la classifica nazionale è Torino, con il record negativo di 112 giorni di livelli di inquinamento atmosferico illegali. Nel 2017 in ben 6 capoluoghi piemontesi su 8 è stato superato, almeno in una stazione ufficiale di monitoraggio di tipo urbano, il limite annuale di 35 giorni per le polveri sottili con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi/metro cubo. Sono questi alcuni dati emersi da Mal’Aria 2018 – “L’Europa chiama, l’Italia risponde?”, il rapporto sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane di Legambiente. Dal report emerge che nel 2017 in ben 39 capoluoghi di provincia italiani è stato superato il limite. Le prime posizioni della classifica sono tutte appannaggio delle città del nord (Frosinone è la prima del Centro/Sud, al nono posto), a causa delle condizioni climatiche che hanno riacutizzato l’emergenza nelle città dell’area del bacino padano.emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa-1517339711

Ben cinque su 39 capoluoghi hanno oltrepassato addirittura la soglia di 100 giorni di smog oltre i limiti: Torino (stazione Grassi) guida la classifica con il record negativo di 112 giorni di livelli di inquinamento atmosferico illegali; Cremona (Fatebenefratelli) con 105; Alessandria (D’Annunzio) con 103; Padova (Mandria) con 102 e Pavia (Minerva) con 101 giorni. Ci sono andate molto vicine anche Asti (Baussano) con 98 giorni e Milano (Senato) con le sue 97 giornate oltre il limite. Seguono Venezia (Tagliamento) 94; Frosinone (Scalo) 93; Lodi (Vignati) e Vicenza (Italia) con 90.

Il dossier Mal’Aria 2018 contiene anche il focus “Che aria tira in città: il confronto con i dati europei” dal quale emerge che le principali città italiane sono tra le più critiche a livello europeo per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico, secondo i dati elaborati da Legambiente a partire dall’ultimo report del 2016 dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Legambiente ha confrontato le medie annuali di PM10 di 20 grandi città di Italia, Spagna, Germania, Francia, e Regno Unito (dati 2013). I valori peggiori si registrano proprio a Torino e negli anni successivi al 2013 la situazione delle città italiane non è migliorata.

“Come ribadiamo da anni non servono misure sporadiche, ma è urgente mettere in atto interventi strutturali e azioni ad hoc sia a livello nazionale che locale – ha spiegato Stefano Ciafani, direttore generale Legambiente –. Una sfida che la prossima legislatura deve assolutamente affrontare. Gli innumerevoli protocolli e accordi non devono riguardare solo le regioni padane, ma tutte le regioni e le città coinvolte da questa emergenza. Occorre ripartire da un diverso modo di pianificare gli interventi nelle aree urbane, con investimenti nella mobilità collettiva, partendo da quella per i pendolari, nella riconversione sostenibile dell’autotrazione e dell’industria, nella riqualificazione edilizia, nel riscaldamento coi sistemi innovativi e nel verde urbano”.emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa-1517339695

I dati riferiti da Legambiente confermano i risultati del monitoraggio effettuato da Greenpeace nei pressi di dieci scuole dell’infanzia e primarie di Torino. La situazione riscontrata nelle scuole torinesi, all’orario della prima campana, è stata la peggiore emersa dai monitoraggi fatti dall’associazione ambientalista nelle quattro città italiane maggiormente interessate dalla concentrazione di biossido di azoto. Classificato tra le “sostanze certamente cancerogene”, il biossido di azoto negli ambienti urbani proviene per il 70-80% dal settore dei trasporti, e in massima parte dai diesel. I suoi effetti patogeni sono principalmente a carico delle vie respiratorie, del sistema sanguigno, delle funzioni cardiache. È inoltre particolarmente nocivo sui bambini causando infezioni alle vie respiratorie, asma, polmoniti, ritardo nello sviluppo del sistema nervoso e dei processi cognitivi.

Greenpeace afferma: “C’è un solo modo per abbattere le concentrazioni di biossidi di azoto nelle grandi città: limitare progressivamente la circolazione dei diesel, fino a vietarla nei prossimi anni”.

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/emergenza-cronica-smog-torino-piu-inquinata-europa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Fuso eCanter: via alla produzione in Europa

Fuso eCanter, scatta la produzione in Europa del primo autocarro leggero a trazione elettrica prodotto in serie.http _media.ecoblog.it_5_52f_fuso-ecanter

Il Fuso eCanter avvia la produzione in Europa. Si tratta del primo autocarro leggero a trazione elettrica prodotto in serie e verrà realizzato nello stabilimento portoghese di Tramagal. L’evento in terra lusitana segue quello del 7 luglio, quando è iniziata la produzione nello stabilimento giapponese di Kawasaki. Il veicolo eCanter di Fuso, marchio di Daimler Trucks Asia, nasce sulle linee del Canter tradizionale, ed è equipaggiato con sei batterie agli ioni di litio ad alto voltaggio, 420 V e 13,8 kWh ciascuna. L’autonomia dichiarata è di 100 km di autonomia e il carico utile ammonta fino a tre tonnellate. Il sistema di batterie viene fornito da Accumotive, affiliata al 100% di Daimler, con sede nella città tedesca di Kamenz. Secondo Daimler è possibile risparmiare fino a 1.000 euro per 10.000 km in termini di costi di esercizio oltre alle eventuali agevolazioni dei singoli stati per quanto riguarda bollo e assicurazione. Nello stabilimento di Tramagal saranno realizzati i veicoli elettrici destinati al mercato europeo e americano utilizzando le linee dedicate al Fuso Canter tradizionale: qui oltre 400 collaboratori producono il camion per circa 30 paesi europei, oltre a Israele, Marocco e Turchia. Quasi il 95% dei veicoli prodotti viene quindi esportato. Dal 2012 i dipendenti di Tramagal costruiscono inoltre Fuso Canter Eco Hybrid, versione ibrida del Canter lanciata nel 2006. I Fuso eCanter costruiti in Portogallo verranno consegnati ai clienti di Europa e Stati Uniti nei prossimi mesi.

Fonte: ecoblog.it

 

Centrali nucleari europee: catorci atomici

Scrive Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”: «Le centrali nucleari dell’UE hanno un’età media di 30,6 anni. Praticamente, sono dei catorci atomici che vengono mantenuti accesi alla faccia del buonsenso».9576-10338

Riprendiamo l’intervento di Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”, comparso QUI

Questo dato e quelli seguenti, salvo se diversamente indicato, sono tratti da “The world nuclear industry status report” redatto nel 2015 da esperti indipendenti. Valgono le considerazioni che faceva Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ed ex ricercatore dell’Enea, all’indomani di Fukushima:  più un reattore nucleare è vecchio, più è distante dagli standard di sicurezza attuali. E a proposito di Fukushima: le migliaia e migliaia di crepe nei reattori nucleari del Belgio sono state scoperte durante i controlli effettuati in seguito all’incidente nucleare in Giappone. Eppure quei reattori (insieme ad altri decisamente stagionati) sono stati recentemente riaccesi. E’ proprio il caso di dire che da Fukushima l’UE non ha imparato nulla, per parafrasare il titolo del convegno cui abbiamo partecipato la scorsa settimana a Bruxelles e contemporaneamente riassumere tutti i discorsi. Il grafico qui sotto mostra l’età dei 128 reattori nucleari in funzione nell’UE. Come quelli seguenti, fotografa la situazione al mese di luglio del 2015.

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I 128 reattori accesi nell’UE costituiscono circa un terzo di quelli attivi in tutto il mondo. Ecco la loro distribuzione per classi di etàdt_cattura-2

Il picco del nucleare UE è stato toccato nel 1989, quando erano accesi 177 reattori: circa un quarto in più di quelli attuali.dt_cattura-1

Ci sono state tre “ondate” di costruzione di centrali nucleari: due piccole negli Anni 60 e 70 ed una grande negli Anni 80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati.dt_cattura-3

L’85% dei reattori nucleari europei è concentrato in otto Paesi dell’Europa occidentale; solo 19 reattori sono distribuiti fra gli Stati che facevano parte dei satelliti URSS e che recentemente sono entrati nell’UE. La cartina che mostra la loro distribuzione nello spazio è stata pubblicata dall’European Nuclear Society.dt_cattura-4

Sarebbe saggio spegnere i 128 catorci atomici dell’UE. Ma l’atomo è una maledizione che si proietta sempre nel futuro: secondo un documento di lavoro della Commissione Europea visto dalla prestigiosa agenzia di stampa Reuters all’inizio di febbraio, per smantellare il vetusto parco nucleare e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro. Attualmente, per coprire questi costi, sono disponibili solo 105,1 miliardi di euro. Mancano 118 miliardi. Bisognerà pur trovarli e imparare la lezione: mai spendere un centesimo per il nucleare, che – oltre ad essere pericoloso – inghiotte soldi come una voragine senza fondo. Al momento sembra che l’UE – come non ha imparato da Fukushima – non voglia imparare nemmeno questa lezione e tende a considerare praticabile la costruzione di nuove centrali. Ma è un’altra storia. Cercheremo di raccontarla nel giro di pochi giorni.

Fonte: ilcambiamento.it

Sostenibilità energetica: Copenaghen esempio di eccellenza in Europa e nel mondo

Tra le città europee che stanno facendo scuola nell’attuazione di buone pratiche sui temi della sostenibilità ambientale ed energetica, la capitale danese senz’altro svolge un ruolo di primo piano. Vediamo insieme cosa sta accadendo a Copenaghen.9476-10217

Le sensazioni di coloro che hanno visitato la città trovano riscontro nei fatti: Copenaghen è stata nominata nel 2014 “capitale verde europea”, nel 2015 “migliore città al mondo per i ciclisti”, nel 2016 “migliore città al mondo in cui vivere”. In quest’ultimo riconoscimento, i temi sui quali si valutava la performance delle città concorrenti erano i trasporti, le abitazioni, la sostenibilità e la cultura, proprio quelli che rivestono un ruolo determinante nel Piano Clima che Copenaghen ha adottato alcuni anni fa e che punta a far diventare la capitale danese la prima città al mondo carbon neutral entro il 2025.

Il Piano Clima 2025

Il Piano adottato da Copenaghen viene definito “olistico” con obiettivi che vanno ben al di là di quanto richiesto dal Patto dei Sindaci. Una strategia chiara che riguarda il consumo e la produzione di energia sul territorio municipale, la mobilità e le azioni dirette del Comune, con l’obiettivo ultimo di rendere la città di Copenaghen carbon neutral entro il 2025. Le prerogative ci sono: dal 2005 (anno base di riferimento) al 2014 le emissioni climalteranti si sono ridotte del 31% (un miglioramento del 10% rispetto all’anno precedente, 2013) ed in questo senso si è, ancora una volta, dimostrato che il disaccoppiamento tra la “crescita” della città e le emissioni è possibile: la riduzione delle emissioni del 31% è avvenuta in un periodo nel quale la popolazione della città è cresciuta del 15% e la sua economia del 18%. Tale livello di riduzione è stato possibile grazie principalmente all’aumento dell’uso della biomassa (al posto del carbone) nel sistema di teleriscaldamento della città e ad una quota sempre crescente dell’elettricità generata dall’eolico. Per mantenere però l’obiettivo carbon neutral[1] al 2025 mancano all’appello circa 300.000 tonnellate di CO2 che devono essere recuperate in base all’ultimo rapporto di monitoraggio eseguito. Proprio un efficace sistema di monitoraggio permette alla città di seguire costantemente l’andamento dell’attuazione delle azioni previste nel Piano ed adottare le necessarie correzioni. Ad esempio, il miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici esistenti non ha dato finora i risultati desiderati, così come la riduzione delle emissioni nella centrale cogenerativa a biomassa di Amagerværket è risultata più bassa delle aspettative e, infine, l’introduzione della congestion charge intorno a Copenaghen non ha visto la luce a causa del mancato supporto da parte del governo nazionale. Tutte queste difficoltà sono state ben evidenziate (non minimizzate, o peggio ancora nascoste) al fine di agire in maniera organica e mantenere gli impegni assunti con la cittadinanza. L’approccio scelto per il Piano Clima di Copenaghen – che pone la qualità della vita, l’innovazione, la creazione di posti di lavoro e gli investimenti, oltre che una stretta sinergia tra i diversi portatori di interesse, quali elementi portanti per gli obiettivi preposti – fornisce anche delle garanzie per il passo successivo, che è quello di ridurre le emissioni dell’80-90% entro il 2050, al fine di accelerare la transizione verso una società carbon free. In tal modo Copenaghen intende svolgere un ruolo di esempio per tutto il paese, come se l’essere la capitale l’investisse di maggiori responsabilità. Ma forse è proprio così, la politica della capitale, nonché grande città, ovviamente in linea con le ambizioni dello Stato, stimolerà le altre città più piccole a prendere parte nella lotta ai cambiamenti climatici, dimostrando che è possibile combinare lo sviluppo con la riduzione delle emissioni di CO2. E non è un obiettivo di poco conto se si considera che entro il 2025 si attende un aumento della popolazione residente nel Comune di Copenaghen di circa 100.000 unità (+ 20%) con la creazione di oltre 20.000 nuovi posti di lavoro. Nel 2014 è stata registrata un’emissione di 1,6 milioni di tonnellate di CO2 (MtCO2) e l’obiettivo da raggiungere nel 2025 è di 1,2 MtCO2 (si partiva da un livello base pari a poco più di 2,5 MtCO2 nel 2005). Il consumo elettrico è responsabile del 40% delle emissioni, i trasporti su gomma del 30% e il riscaldamento del 23%. Sempre nel 2014, in media, un abitante di Copenaghen emetteva il 40% in meno di CO2 rispetto al 2005, cioè 2,8 tonnellate pro-capite, uno dei livelli più bassi tra le capitali europee. In generale, le emissioni sono calate ma il consumo elettrico è aumentato del 2% tra il 2013 e il 2014. Per quanto riguarda il riscaldamento distrettuale (teleriscaldamento), esso è drasticamente calato di oltre il 20% rispetto al 2010, anche se risulta leggermente in crescita se il dato è armonizzato secondo i gradi-giorno. Infine, le emissioni dal settore dei trasporti risultano aumentate del 2% tra il 2013 e il 2014. Nonostante alcune difficoltà emerse, il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi al 2025 non viene messo in dubbio. L’evidente volontà e capacità politica nel perseguirli è una chiara garanzia. Ad esempio, per migliorare l’efficienza energetica negli edifici esistenti (una delle criticità emerse dall’analisi di monitoraggio), è stato stipulato un accordo con i proprietari di case, le cooperative immobiliari e i grandi manager immobiliari (in totale oltre 40.000 appartamenti, pari a oltre 3 milioni di m2, equivalenti ad oltre l’8% del totale del costruito a Copenaghen) al fine di ottimizzare e, quindi, ridurre il consumo energetico nei rispettivi immobili. L’esperienza mostra come il consumo energetico negli edifici possa essere facilmente ridotto del 5-10% attraverso una migliore regolazione del sistema di riscaldamento e una maggiore consapevolezza sui consumi da parte dell’utente finale. Il fatto che sia il settore privato a mettere in evidenza che un basso consumo energetico e un profilo “green” siano importanti parametri per le proprietà residenziali e commerciali, ovviamente ai fini della vendita, dell’affitto o in generale per un accresciuto valore dell’immobile, risulta emblematico. E’ il mercato che sta dando un valore agli immobili più efficienti dal punto di vista energetico e questo aiuterà ad attrarre altre imprese ed investitori dall’estero. Il risparmio energetico negli edifici premierà quindi sia i proprietari, per l’accresciuto valore dell’immobile, che i gestori, per i più bassi livelli delle bollette energetiche.

Nello specifico, gli obiettivi che si è posta la città di Copenaghen in termini di consumi energetici sono i seguenti:

  •    20 % di riduzione dei consumi termici;
  • 20 % di riduzione dei consumi elettrici nel settore terziario (10% nel settore residenziale e 40% negli edifici comunali);
  • installazione di celle solari pari all’1% del consumo elettrico nel 2025.

Tra le azioni che vedranno la piena attuazione nei prossimi anni, stupirà che nonostante ad oggi oltre il 60% dei cittadini di Copenaghen utilizzi la bicicletta per andare al lavoro, si programmi un ulteriore investimento sulle infrastrutture ciclabili. In alcune strade, le corsie dedicate alle biciclette saranno raddoppiate a scapito delle carreggiate per le auto che saranno diminuite. Inoltre, la maggior parte della flotta comunale è stata già sostituita con veicoli elettrici e a breve i camion che raccolgono i rifiuti saranno alimentati a biogas. L’obiettivo è comunque quello di accelerare la sostituzione dei mezzi funzionanti a fonte fossile con quelli alimentati a idrogeno, biogas o energia elettrica. Per quanto riguarda la produzione di energia rinnovabile, Copenaghen ha pianificato l’installazione di 360 MW di eolico entro il 2025 e l’azienda partecipata del Comune (HOFOR) parteciperà a bandi nazionali per la costruzione di impianti eolici offshore. Interessante la decisione di ridurre la plastica nei rifiuti attraverso una maggiore raccolta differenziata e un più spinto riciclaggio chiamando in causa cittadini ed aziende ad un ruolo attivo. Evidentemente, si è capito che bruciare la plastica negli inceneritori non è conveniente, sotto tutti i punti di vista. In effetti, l’utilizzo degli inceneritori (termovalorizzazione dei rifiuti) è forse l’unico aspetto sul quale chi scrive si permette di stimolare la città di Copenaghen a pensare a soluzioni alternative. L’obiettivo veramente sostenibile che tutte le città dovrebbero porsi è quello di ridurre il più possibile a monte l’uso dei materiali che poi diventeranno rifiuto, così come attuare una politica atta alla gestione dei materiali post-consumo. Diverse città, seppur in verità nessuna grande capitale, si sono poste l’obiettivo “zero rifiuti” da qui al 2020-2030.

Copenaghen città resiliente

Il Piano Clima di Copenaghen merita attenzione anche perché, ben prima che venisse lanciato il nuovo Patto dei Sindaci per l’Energia e il Clima, la capitale danese ha identificato il tema dell’adattamento quale elemento vitale per la propria sostenibilità futura. Nell’area del territorio comunale, gli impatti previsti dei cambiamenti climatici al 2100 stimano un aumento delle precipitazioni del 30-40% (nello specifico, i meteorologi si aspettano un aumento delle precipitazioni del 25-55% durante l’inverno e una riduzione fino al 40% in estate, con un’intensificazione della potenza dei fenomeni) mentre il livello del mare si alzerà tra 33 e 61 centimetri. I cambiamenti avverranno lentamente ma inesorabilmente, con variazioni più evidenti dopo il 2050. Per questo Copenaghen intende lavorare seriamente sull’adattamento per garantire che la città sia pronta ad affrontare adeguatamente la situazione e non trovarsi impreparata. L’obiettivo fissato è quello di diventare la prima capitale resiliente agli effetti del cambiamento climatico. Per farlo, sono stati identificati più di 300 progetti di adattamento, i cui primi 16 sono partiti nel corso del 2016 al fine di proteggere la città principalmente da nubifragi e inondazioni. Inoltre, la già menzionata azienda partecipata HOFOR ha iniziato a sviluppare l’utilizzo di acqua marina per i sistemi di raffrescamento a servizio delle imprese locali per un valore corrispondente di risparmio energetico pari a 40 MW.

Tra i primi progetti partiti, quelli relativi alla gestione delle acque reflue ed in particolare una serie di azioni prioritarie per lo sviluppo di diverse modalità di deflusso dell’acqua risultante dalle grandi piogge, lo sviluppo di nuove aree verdi, sia micro parchi nella città sia tetti e facciate verdi che possano rallentare il deflusso idrico, riducendo così il rischio di inondazioni (e in estate attenuare gli effetti delle ondate di calore), migliorare la ventilazione, l’isolamento e l’ombreggiamento degli edifici e anche alzare il livello di sicurezza per le alluvioni e l’innalzamento del livello del mare. Da un punto di vista operativo, il Piano di adattamento si basa su tre livelli, sulla base della fattibilità tecnico-economica, con l’obiettivo prioritario di ridurre al minimo i potenziali danni. Il primo livello riguarda la costruzione di dighe e barriere più alte sul livello del mare, l’espansione della capacità della rete fognaria e la gestione locale delle acque meteoriche con la realizzazione di bacini di raccolta sotterranei e stazioni di pompaggio.

Il secondo livello prevede la gestione locale dell’acqua piovana invece che canalizzarla nel sistema fognario della città. Nella nostra società, l’acqua piovana viene considerata come un qualcosa di cui dobbiamo liberarci. L’acqua è però anche una risorsa, di cui non si può fare a meno e valorizzarla può essere utile per rendere la città un posto migliore per vivere. Per esempio, gestendo l’acqua piovana a livello locale (di quartiere) con l’utilizzo di soluzioni tecnologiche e ambientalmente corrette, la si può assorbire e recuperare. Queste soluzioni, denominate “sistemi di drenaggio urbano sostenibile” riescono a ridurre la quantità di acqua piovana apportata nella rete fognaria in modo da gestire con più tempo l’eventuale ingrandimento della stessa rete (livello 1). Associata a questa azione, anche un sistema di allerta piogge che prepari le aree individuate ad accogliere in sicurezza il surplus di acqua e i cittadini per le azioni da attuare nelle proprie abitazioni. Questa azione sarà attuata su tutto il territorio comunale e risulterà fondamentale il ruolo degli abitanti in quanto un cortile o un giardino sul retro della casa con erba e alberi invece che cemento o piastrelle possono, considerati nel loro insieme, contribuire ad aumentare il drenaggio e quindi creare meno problemi allorquando si presenteranno abbondanti precipitazioni in città.

Il terzo livello riguarda quelle azioni che consentano, nel caso non si riuscisse per ragioni tecniche o finanziarie a intervenire come indicato nei livelli 1 e 2, di ridurre al minimo i danni, per esempio facendo in modo che le inondazioni si verifichino solo in determinati luoghi o aree, dirottando l’acqua stessa in quei luoghi, per esempio parcheggi, campi da gioco e parchi, ove i danni potrebbero essere ridotti al minimo. Come anche azioni quali la dotazione di pompe idrovore nei locali a rischio. A seconda delle condizioni locali, una combinazione delle azioni previste nei tre livelli identificati consentirà di gestire in maniera ottimale le future emergenze.

Conclusioni

Sempre di più risulta evidente il ruolo delle città nello sviluppo sostenibile globale. Attualmente, i sistemi urbani a livello mondiale sono responsabili del 70% delle emissioni di gas climalteranti e sarebbe impossibile, oltre che miope, immaginare soluzioni per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico senza il loro pieno coinvolgimento. Al di là delle indicazioni che provengono dall’alto, non ultimo l’obiettivo n. 11 degli Obiettivi sullo Sviluppo Sostenibile (Sustainable cities and communities: make cities inclusive, safe, resilient and sustainable) delle Nazioni Unite, è sempre più utile conoscere cosa alcune città hanno già fatto o intendano fare al fine di replicare, adattare o innovare quanto già è stato sperimentato o pianificato. L’esempio della città di Copenaghen può rappresentare uno stimolo per molti
[1] Una città carbon neutral é una città con un bilancio netto delle emissioni pari a zero. Ciò significa che l’energia che la città utilizzerà proverrà esclusivamente da fonti rinnovabili oppure le emissioni climalteranti derivanti dalla quota parte di energia fossile ancora utilizzata saranno compensate da altre azioni.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Ghostland, il turismo al contrario dei boscimani in Europa

Il bel documentario dell’antropologo Simon Stadler porta un gruppo di boscimani nel cuore dell’Europa.

La vita nel vasto deserto del Kalahari dei boscimani Ju/’Hoansi, uno dei più antichi popoli del Pianeta, è radicalmente cambiata nel 1990, quando il governo della Namibia ha vietato per legge la caccia a scopo alimentare. Ora i boscimani vivono grazie alla raccolta nel bush (da qui bush-man, nome dato dai colonialisti), alle poche sovvenzioni governative e alla scarsa generosità dei turisti più avventurosi. Le terre un tempo libere e sconfinate della savana sono ora divise da recinzioni di filo spinato e il popolo una volta nomade dei Ju/’Hoansi è costretto a sopravvivere in riserve simili a quelle in cui sono stati relegati gli indiani d’America. Dopo avere mostrato il loro mondo, il regista di Ghostland Simon Stadler filma il viaggio che un gruppo di boscimani compie in altre regioni della Namibia e poi quello ancor più incredibile che porta quattro di loro fino in Germania e in Italia. Lo shock culturale dei boscimani immersi nella modernità teutonica (con lo spaesamento di fronte ai grandi fiumi, al verde delle città e delle campagne e ai grandi edifici) agisce su due livelli: da una parte suscita il sorriso, dall’altra stimola la reverse anthropology ricordata nel dibattito post-proiezione da Duccio Canestrini ovvero la capacità di riuscire a percepire se stessi attraverso lo scambio con gli altri. In quest’epoca di muri e di cialtroneria mediatica su “loro” e sugli “altri” un po’ di relativismo culturale – nel solco di una tradizione europea sorta con l’Illuminismo e con libri come Le lettere persiane di Montesquieu – è una buona medicina. E con il sorriso la si manda giù ancor meglio.

Guarda la Galleria “Ghostland”

Fonte: ecoblog.it