Smarketing, la comunicazione a servizio dell’economia responsabile

Invertire la funzione del comunicatore, facilitare l’incontro tra produttori e consumatori, disertare il marketing “classico” per aiutare un’idea diversa di economia basata su minori consumi e maggiore qualità e fruibilità dell’oggetto. Questo (e altro) è Smarketing, una rete di professionisti della comunicazione che aiuta i propri clienti a comunicare in modo diretto, trasparente e autonomo. Per poi farlo da soli in futuro. Una rete di professionisti della comunicazione che lavora solo con realtà economiche rispettose dell’uomo e dell’ambiente. Che si pone l’obiettivo di aiutare queste “piccole realtà che hanno grandi cose da dire” a trovare il modo di raccontarsi, per farsi comprendere e per diventare poi autonome nella propria comunicazione. Questo è l’obiettivo primario di Smarketing, una rete di professionisti nata nel 2010 allo scopo di facilitare la comunicazioni di enti, aziende o persone che perseguono valori ambientali, etici, sociali, culturali e conviviali e per aiutare queste realtà a raggiungere una sostenibilità economica; in questo senso, la comunicazione gioca un ruolo che spesso viene sottovalutato ma che è importante.

“Nella pratica Smarketing incontra i clienti, che in genere sono associazioni, oppure artigiani, installatori del fotovoltaico, contadini biologici, comunque in genere piccole realtà che lavorano in un’ottica non speculativa nei confronti dell’essere umano e dell’ambiente” ci racconta Chiara Birattari, grafica, attivista creativa e co-fondatrice di Smarketing “Noi lavoriamo solamente con questa tipologia di clienti. Li incontriamo una prima volta e cerchiamo di capire di che cosa hanno bisogno, di capire in che cosa esattamente possiamo essergli utili. E abbiamo una parte di lavoro che è formativo, sempre in collaborazione con i clienti cerchiamo di far emergere la loro identità. C’è una parte del nostro lavoro che è in comune con chi fa marketing vero e proprio: suggeriamo ai nostri clienti loghi, nomi delle realtà, sito web. Ma il processo è radicalmente diverso: partiamo subito lavorando insieme con i clienti attraverso dei laboratori, una volta create le basi passiamo alla seconda fase dove cerchiamo di creare dei modelli cartacei che i nostri clienti possano utilizzare in autonomia. Cerchiamo di formarli affinché possano essere autonomi nella comunicazione in futuro, abbattendo il costo dell’intermediazione pubblicitaria a loro carico, che spesso per queste piccole realtà rappresenta un costo insostenibile nel tempo, nonostante questa attività sia fondamentale”.

Perché Smarketing?

La parte fondamentale per capire l’esperienza di Smarketing e il suo valore è concentrarci su uno dei problemi più rilevanti che riguarda gli attori della cosiddetta “economia alternativa”: “Nel nostro lavoro incontriamo un sacco di gente che fa cose bellissime, che ha un sacco di cose da dire, che realizza cose importanti e quando si tratta di raccontarle hanno già troppe cose da fare” ci racconta Marco Geronimi Stoll, che si presenta come “pubblicitario disertore” e che è anche lui co-fondatore di Smarketing.

“Incontriamo gente che realizza delle cose stupende ma poi il sito spesso è una tristezza, il cartaceo è confusionario. Purtroppo bisogna tenere a mente che se tu fai un volantino sciatto, sei tu che sei sciatto; se un sito è disordinato, sei tu che sei inaffidabile. È uno dei principi della comunicazione, chi ci lavora lo sa. Il successo e il sostentamento economico di un contadino biologico, piuttosto che di un installatore di pannelli solari, piuttosto che di un artigiano del riciclo è un successo della società intera perché l’Italia andrà meglio o peggio se questa gente ce la fa o no.IMG_20170311_124947

L’anello della comunicazione è un anello debolissimo di queste realtà virtuose, se tu comunichi male il tuo vicino di casa continuerà ad andare al supermarket a comprare le mele chimiche. Il nostro lavoro mira a risolvere la situazione, anche perché queste realtà non hanno bisogni di fare pubblicità, ma semplicemente di comunicare, avendo degli argomenti bellissimi da diffondere. Al contrario della pubblicità tradizionale, che deve lavorare per convincerti che qualcosa sia utile quando in realtà non lo è.

Perché trasmettere l’autonomia nella comunicazione?

Oltre a Marco e Chiara, nel nostro incontro parliamo anche con Guido Bertola, che in Smarketing si occupa di comunicazione visiva e che è co-fondatore della realtà: “Di fatto noi siamo dei facilitatori, il nostro obiettivo è fornire strumenti e formare le piccole realtà nostre clienti allo scopo di realizzare da sole la loro comunicazione, in quanto proprio le piccole dimensioni delle realtà impediscono a queste di potersi mantenere un professionista che si occupi costantemente della comunicazione. Abbiamo lavorato con tantissime realtà, considerando anche delle semplici conferenze che abbiamo realizzato superiamo le centinaia di collaborazioni. Un rapporto di continuo lavoro con queste non è invece di gran numero, perché come dicevo è lo scopo del nostro lavoro: rendere il più possibile autonome le persone con cui lavoriamo nell’ambito della comunicazione. Dunque su questo possiamo ritenerci pienamente soddisfatti, perché ora camminano da sole. Non funziona con tutti ma siamo soddisfatti in proporzione”.24029_399735870863_396623_n

“Smarketing è un processo di liberazione del comunicatore” aggiunge Marco geronimi Stoll “ed è un modo di comunicare che è il contrario del marketing. Il marketing vuole persuaderti a consumare qualcosa, lo smarketing facilita la comunicazione tra chi produce qualcosa e chi lo acquista in maniera di abbattere l’intermediazione. La pubblicità fa parte dell’intermediazione e noi vogliamo ridurla al minimo. E questo fa parte di un’idea dell’economia in cui si consuma di meno, si spreca di meno e si amano più le cose per il loro valore reale: per il piacere che ci danno, per il senso che hanno, per come ci migliorano la vita, che è una cosa radicalmente opposta e alternativa al consumismo.”

La logica sottrattiva, ovvero: come lavora Smarketing

Uno dei problemi delle realtà dell’economia alternativa è che, spesso, più che semplificare i processi di comunicazione si tende a complicarli. “È un retaggio del marketing classico, quello che deve cercare di convincere più che di spiegare” ci spiega Guido Bertola, “tipicamente il nostro approccio è quasi più sottrattivo dal punto di vista grafico. Spesso e volentieri molte realtà puntano all’orpello quando invece noi vogliamo arrivare alla sintesi. Tutti i nostri clienti hanno cose bellissime da raccontare e a volte nella comunicazione si perdono in dettagli che non esaltano la loro identità, l’aspetto principale spesso su cui investire. Per decine di anni queste realtà sono state abituate a un tipo di comunicazione visiva che punta solo ai fronzoli e non all’essenza, il nostro primo approccio è riportare le realtà verso una comunicazione che rispetta al meglio il loro modo di lavorare.

“Lo stesso discorso vale per la scrittura, aspetto della quale si occupa più specificatamente Marco Geronimi Stoll (che su questo argomento ci ha scritto un libro che consigliamo a tutti): “Purtroppo queste realtà, che non possono permettersi un writer come una grande azienda per gestire la comunicazione, scrivono molte pagine e faticano a isolare i singoli argomenti. Uno dei lavori che facciamo spesso insieme a queste realtà è imparare a scrivere insieme, disimparando ciò che si è appreso a scuola. Scriviamo poco, semplice, chiaro, con poche parole, frasi semplici, che anche un’analfabeta funzionale riesca a comprendere. Ciò non è facile come atteggiamento mentale, non tanto come capacità di scrittura. Tutto questo fa si che la pagina che esce sul social, sul volantino, su facebook o sito è una pagina che chi la vede ha voglia di leggerla. Questo è il passaggio importante: se non ispiri voglia di leggere puoi scrivere cose molto interessanti, ma non avranno nessun vero impatto sociale”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-164-smarketing-comunicazione-servizio-economia-responsabile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Moda donna: è trendy, cheap e etica la collezione donna Auteurs du Monde

Altromercato ha presentato Auteurs du Monde la collezione autunno inverno 2014-2015 disegnata da Marina Spadafora. La collezione dei bijoux ecologici è stata disegnata invece da Valentina Follo.

Auteurs du Monde è innanzitutto una bella collezione moda donna appena presentata da Altromercato per l’autunno inverno 2014-2015. La collezione si compone di capi di abbigliamento, accessori persona e bigiotteria confezionati dalle abili mani di artigiani di Asia, America Latina, India e Africa.dsc-0951-pscs6

Auteurs du Monde è una collezione di moda etica, vuol dire cioè che è prodotta con materiali naturali nel pieno rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori e senza alcun tipo di sfruttamento. Sono riconosciuti agli artigiani i costi reali della lavorazione e viene dunque garantita una retribuzione adeguata. I lavoratori sono pagati in anticipo per il 50% del valore dell’ordine e saldati alla consegna della merce. Sono seguiti inoltre sia nella formazione, sia nello sviluppo delle loro piccole imprese.auteurs-du-monde-ai14-2

Ma veniamo agli stupendi capi disegnati da Marina Spadafora che si ispira proprio nei colori e nei disegni alle nuances dei materiali di origine provenienti da India, Africa e America Latina. Troviamo dunque le tonalità dello zaffiro, polvere e grigio nuvola ma anche i caldi toni della senape e del prugna. Dicevamo che le materie prime sono tutte di origine naturale, come cotone biologico, seta cruda, lana e alpaca. Molto bella la linea abiti peraltro a prezzi molto accessibili e nella media (dai 48 euro ai 65 euro a abito) in morbido jersey di cotone e realizzata in Etiopia. E’ originale grazie alle stampe che riportano immagini, simboli e scritture tipiche dell’Etiopia.auteurs-du-monde-ai14-3

Dagli artigiani indiani di Bodhi arrivano le elegantissime camicie in seta e garza di cotone mentre è color zaffiro l’abito ricamato a mano dagli artigiani di Mumbai. Elegantissima la linea maglie in alpaca mista a lana, maglioni e cardigan in 100% lana realizzati manualmente dagli artigiani di Kts in Nepal. La collezione peraltro la si può sfogliare e acquistare online anche sul sito di Altromercato.auteurs-du-monde-ai14-4

Oltre ai capi di abbigliamento che includono vestiti, gonne, capi spalla ci sono gli accessori persona e bigiotteria sempre realizzati con materiali naturali come cotone, la seta e l’alpaca. Stupende le sciarpine e stole in seta, cotone, lana e cachemire; molto trendy le borse che sono sia stampate sia ricamate.ctm-21220

Spiega Paolo Palomba, Direttore Generale di Altromercato:

I produttori artigiani, Autori del Mondo, sono il riferimento di un impegno per la moda etica e sostenibile con stile, glamour e qualità eccellenti, realizzata mediante le pratiche del fair trade, della sostenibilità ambientale, del riciclo. Nel ricordo del fashionrevolutionday celebrato lo scorso 24 aprile, che ha richiamato tutta la grande moda internazionale ad una filiera equa corretta e trasparente, ancora una volta Auteurs du Monde offe a tutti la possibilità di agire, affermando con trasparenza chi e come sono stati fatti i vestiti che indossate.

Infine una menzione a parte la meritano i bijoux realizzati sempre tenendo conto della necessità di usate materie prime ecologiche e disegnati da Valentina Follo che riusa tessuto recuperato da scarti di produzione, pasta di vetro riciclato o corno recuperato.ctm-00000821

Auteurs du Monde, la moda etica dalla collezione autunno inverno 2014 2015

Fonte: ecoblog.it

Passamano, il negozio dell’usato gratuito che diventa cultura della condivisione

Passamano compie due anni. E’ un negozio, si trova a Bolzano e costituisce un’esperienza come poche in Italia. E’ un negozio dove si trova l’usato, ma gratuito, ed è anche un luogo dove si promuove la cultura della condivisione, del riciclo, del riutilizzo e della solidarietà. La filosofia ce la spiega Alessandro Borzaga, anima dell’iniziativa.passamano

Passamano è il negozio “del dono e del riciclo”, è a Bolzano in via Rovigo 22/c ed è un’esperienza destinata a fare scuola in un’epoca come quella attuale dove la salvezza sempre più spesso si trova nella solidarietà e nella condivisione. Passamano è finito due volte sui tg nazionali, è stato insignito del “Premio all’ambiente” da Euregio, organismo che comprende il Trentino Alto Adige e il Tirolo del Nord, e ha fatto talmente scuola che nel novembre 2013 a Caserta è stato inaugurato un negozio gemello.

«Per quanto riguarda le spese, sono coperte dalle generose offerte dei visitatori – spiega Alessandro Borzaga, anima dell’iniziativa – Con queste donazioni vengono pagate le spese condominiali, le bollette della corrente e dei rifiuti, l’assicurazione del locale e l’assicurazione dell’auto mentre l’affitto non si paga perché i proprietari del locale lo mettono a disposizione senza canone. In due anni abbiamo accumulato anche un discreto fondo cassa che ci permetterà in futuro di ingrandirci cercando un locale più visibile e di maggiori dimensioni».

«Il nostro tesoro è costituito dai volontari e da un anno a questa parte il personale è multietnico Ci sono persone provenienti dalla Romania, dalla Moldavia, dal Senegal, dal Marocco e dalla Tunisia.E’ nata anche la collaborazione con il Comune di Bolzano, con cui si organizza la festa mensile dei rifiuti ingombranti, durante la quale i cittadini, un sabato al mese, portano in piazza tutto ciò che non utilizzano più ed altri cittadini possono prendere ciò di cui hanno bisogno. Lo scorso anno abbiamo messo in piedi una piccola sartoria che nell’ultimo mese ha trasferito le proprie risorse umane e materiali presso la Cooperativa sociale Akrat contribuendo all’istituzione di una sartoria più grande dove si fanno riparazioni e nuove creazioni da stoffe riciclate. E’ partita anche la collaborazione con la formazione professionale con tirocinanti. Per sei mesi, nel 2013, abbiamo ospitato un giovane rifugiato politico del Gambia il quale ha dato una mano a mettere in piedi il laboratorio di riparazione biciclette ed elettronica. Ogni tanto mandiamo medicinali ed altri oggetti utili nel Burkina Faso e ad un orfanatrofio in Sicilia tramite delle organizzazioni umanitarie. Lo scorso maggio si è data l’ opportunità ad una cooperativa sociale di occupare una studentessa stagista per  ordinare e sistematizzare i  libri. L’automobile furgonata di una nostra volontaria, ferma da un po’ di tempo, è stata rimessa in strada per organizzare i trasporti, gli sgomberi e portare materiale in discarica. Inoltre essa può essere utilizzata per manifestazioni, mercati e fiere.

Com’è nata l’idea di aprire un cosiddetto free-shop?

«E’ nata dagli incontri tra il movimento transition-town e il movimento Decrescita Felice di Bolzano, svolti a cavallo tra il 2011 e il 2012. Ci si è divisi in gruppi di lavoro e abbiamo realizzato il progetto grazie al fatto che è stato messo a disposizione gratuitamente un negozio sfitto e invenduto da due anni. Da febbraio 2012 si sono tenuti diversi animati incontri in cui una ventina di persone giovani e adulte hanno progettato e realizzato l’apertura del non-negozio con il metodo dragon-dreaming cioè sognare, progettare, costruire e celebrare assieme. Poi con il metodo del consenso e dopo accese discussioni si è scelto il nome Passamano. Grazie anche ad un serrato tam tam mediatico il 14 aprile 2012 c’è stata l’apertura col botto. All’inaugurazione si sono presentate, nell’arco di un sabato pomeriggio, almeno 500 persone entusiaste che hanno occupato il cortile fino a tarda serata. Nella fase iniziale l’apertura quotidiana al pubblico è stata solo dalle 17 alle 19 dal lunedìal venerdì. La cittadinanza ha comunque risposto alla grande portando enormi quantità di libri, vestiti, giochi, suppellettili, casalinghi ed elettronica . Da subito molti visitatori si sono dimostrati generosi. Essendo gli oggetti concessi gratuitamente, all’inizio ci sono stati vari tentativi di accaparramento e accumulo pertanto, sull’esempio di altri free-shop in Europa, è stata istituita la regola di poter prendere 5 pezzi alla volta. Durante l’estate si è avuto la possibilità di rinnovare completamente l’arredo del negozio, dato che una farmacia in fase di ristrutturazione ha donato tutto il proprio mobilio. Dopo la chiusura di agosto si è verificato un forte fermento autunnale. L’orario è passato da 2 a 5 ore di apertura quotidiana (10-12 e 16-19 dal lunedì al venerdì). Il numero di volontari è passato da 5-6 ad oltre 20 di cui 15 donne. Di conseguenza sono aumentati il numero dei visitatori, la quantità di merci raccolte e l’entità di offerte in denaro. Il Passamano in seguito ha aderito a due progetti solidali di respiro nazionale. Ogni venerdì è presente al pomeriggio un promotore della cosiddetta moneta complementare di arcipelago scec. Successivamente si è adottato il progetto di informatici senza frontiere cioè il riciclo dei computer per l’Africa. Mentre i pc portatili vengono revisionati e spediti in paesi del sud del mondo, i computer fissi vengono dati ai clienti del Passamano e con le offerte si sostiene il progetto ISF. Poi con un gruppo animalista si sono raccolte le coperte ed altri oggetti per dare conforto alle colonie feline sparse nella città. Inoltre con un gruppo spontaneo abbiamo raccolto indumenti da mandare alla popolazione siriana per affrontare l’inverno».

Quindi la gratuità è il migliore degli investimenti?

«All’inizio Passamano è nato per principi ecologici e solidali. Poi si è scoperto che la gratuità è il più grande tesoro e il più grande investimento che si possa fare in tempi moderni, dopo secoli di scambi monetari e relative sovrastrutture. La gratuità è una pianta che produce rapidamente semi che germogliano in fretta e fanno crescere alberi di ulteriore gratuità. Sono arrivate offerte in denaro sempre superiori alle spese correnti e soprattutto ci si è arricchiti di nuove sane relazioni basate sull’aiuto e il rispetto reciproco. Tutto questo gratis, senza banche, senza contributi pubblici, senza notai, commercialisti, bilanci, partita Iva, Camera di Commercio, tribunali, libri contabili, Inps, stipendi. Guardandolo da un punto di vista puramente imprenditoriale, è certamente un grande successo. La società attuale stipendia milioni di impiegati e burocrati inutili, solo perché non siamo solidali e non ci fidiamo gli uni degli altri. Non si potrebbe tornare ad un economia primordiale basata sullo scambio di doni? Oggi tutti siamo più ricchi di un anno fa. Si è solamente costituita un’associazione, la si è registrata e si è fatta un’assicurazione di responsabilità civile. Questa è tutta la burocrazia del Passamano. Sicuramente di questi tempi un grandissimo risparmio di risorse umane e materiali e un atteggiamento dirompente nei confronti di un sistema che ci strangola».

Ma la gratuità funziona se è governata dall’etica.

«Sì, la gratuità non è per nulla scontata. Presuppone una sorta di codice etico cioè necessita di due elementi fondamentali: LO SPIRITO DELL’OFFERTA E IL SENSO DI GRATITUDINE. Se mancano questi due elementi, o anche uno solo dei due, il circolo virtuoso si interrompe. È fondamentale la generosità, il donare senza tornaconto personale, il dare senza aspettarsi nulla in cambio. Di conseguenza, anche se non contemporaneamente, come avviene negli scambi mediati dal denaro, si riceve moltissimo cioè la generosità ritorna indietro arricchita di interessi altissimi dei cittadini e delle cittadine riconoscenti.Non si può negare che nel nostro percorso ci siano stati conflitti di vedute e finalità. Nei primi mesi una parte del gruppo fondatore voleva un Passamano fatto di sola gratuità senza peraltro accettare le offerte. Pertanto molti se ne sono andati. Negli ultimi mesi dell’anno è accaduto il contrario: una parte del gruppo non voleva più la gratuità e pretendeva in cambio l’offerta obbligatoria. Nel primo caso come avrebbe fatto il Passamano a mantenersi vivo? E nel secondo caso come avrebbe fatto  a rimanere il negozio del dono? Purtroppo per fermare queste distorsioni si è litigato parecchio e a volte si è dovuto usare il pugno di ferro per ristabilire i valori fondamentali sanciti dallo statuto. Nel 2013 Passamano è ripartito con nuove energie e nuovi progetti».

Trovate Passamano sulla sua pagina Facebook

Fonte: il cambiamento.it

Un Manifesto sull’etica del lavoro

In un periodo dove sul lavoro le idee sono assai poche e quelle poche sono senza grandi prospettive, noi proponiamo un autentico Manifesto sull’etica del lavoro. Se i sindacati, il governo, gli industriali continuano a pensare che basti lavorare, guadagnare e consumare fino a consumare l’intero mondo in maniera irreversibile come sta tragicamente accadendo, noi riteniamo invece che ci sia bisogno non solo di un’ottica del lavoro completamente diversa ma soprattutto di una nuova etica del lavoro, aspetto pressoché sconosciuto ai tre soggetti di cui sopra.etica_del_lavoro

Abbiamo scelto le parole di Simone Perotti (scrittore ma anche skipper e istruttore di vela) perché secondo noi incarnano in maniera puntuale ed efficace questa nuova etica e la sua è una riflessione che ogni persona che lavora o che cerca lavoro dovrebbe fare.

Tratto dal blog di Simone Perotti

Su LinkedIn ho trovato per caso un articolo che ha questo titolo: “How to Get a Job – No Matter What!” (Trad. Come trovare un lavoro – non importa quale). Ho subito pensato che avrei scritto l’opposto: non cercate qualunque lavoro. Soprattutto, non fatelo. Molti lavori non sono adatti a voi. In altri lavori invece soffrireste, fareste le cose mal volentieri, con pessimi risultati. Dunque non vi conviene. Ma c’è di più: molti lavori sono nocivi alla società, e tantissimi sono inutili, dunque sprecano la vostra prestazione, le vostre fatiche non costruiscono nulla. Noi siamo mal messi anche e soprattutto per questo. Quando dico che potremmo vivere già oggi, domattina, in un mondo più simile all’idea che ne abbiamo, intendo dire proprio questo: fare un lavoro rispetto a un altro non è la stessa cosa, cambia tanto, e non solo per voi, anche per il mondo. Non lavorate nell’industria bellica o collegata ad essa, siete corresponsabili della morte delle persone su cui quelle armi verranno usate. Non credete alle balle sulle deterrenze, pensate a cosa dice Gino Strada: “cominciamo a non fare questa guerra…”. Non lavorate nelle banche dove si strozzano i clienti, dove si propongono derivati alle amministrazioni comunali o dove si vendono fondi speculativi alle vecchie signore. Non lavorate in Novartis e Roche se i vari gradi di giudizio diranno che è vero che hanno fatto cartello e pressioni per diffondere un farmaco da 900 euro invece che uno, identico, da 80. Non lavorate nell’energia che inquina, nella produzione o vendita di prodotti inutili e nocivi per l’ambiente, non lavorate nelle aziende che imbottigliano e commercializzano acque minerali, non lavorate in finanza. Non lavorate nelle aziende che calpestano i diritti, che trattano male i dipendenti, che spingono gli impiegati a mettere il lavoro prima della vita. Non lavorate dove si mettono sul mercato cazzate, dove gli spot impongono mode inutili, dove escono milioni di prodotti che non servono, che ci rendono schiavi dei mutui, dei debiti, del lavoro. Non lo fate. Silvano Agosti dice che “siete opere d’arte” (chi più chi meno…)”.Non so se sia così, ma se lo siete davvero, dimostratelo. Non sprecate i talenti che avete stando male, facendovi del male, contribuendo al degrado, alla decadenza di questa civiltà, solo per avere un impiego, per denaro, per noia, o solo perché diventare sobri, gente che vive con poco, vi sembra misero, vi spaventa, non ne avete la forza. Non siate gente comune, che si sente niente se non ha, perché non siete comuni, siete solo persone qualunque, dunque identiche a tutte le altre, e potete fare le stesse cose che fa ognuno che abbia detto “no”, chiunque sia cambiato, abbia accostato la sua rotta per l’isola dove ha davvero senso atterrare. Non rinunciate all’idea di seguire quello che siete, e dunque di inventarvelo un lavoro che serve, che è utile, che ha senso per voi come esseri umani e per il mondo in cui vivete. Prima di dire che non si può, dovete aver tentato ed essere falliti almeno cento volte, altrimenti è solo un alibi. Non gettate via il vostro tempo, l’unica risorsa totalmente non rinnovabile della vita, la più preziosa che avete. La via per la salute, interiore soprattutto, matrice di tutti i possibili stati di benessere della vostra vita, quando la cominciate? I compromessi ci sono, nessuno sostiene il contrario. Ma che siano temporanei, se proprio dovete accettarli, e non, mai! sulle questioni di fondo. Io ho dovuto fare due o tre cose, nei quasi vent’anni che ho lavorato, di cui mi pento. Mi salva solo il pensiero che ne ero consapevole, che già allora avrei voluto fare diverso, e soprattutto che poi l’ho fatto.

Fonte: il cambiamento.it

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Io Faccio così #16: Piero Manzotti e i detersivi a chilometro zero di Tea Natura

Le persone mangiano, dormono, escono, viaggiano e…lavano! Forse non ci siamo mai resi abbastanza conto di quanto spesso usiamo detersivi per pulire. Piero Manzotti, fondatore dell’azienda marchigiana Tea Natura, parte proprio da questo semplicissimo concetto per applicare il proprio cambiamento cercando di ridurre l’impatto ambientale di una delle nostre azioni quotidiane.

Dopo anni di attività imprenditoriale nel mondo dell’alimentare, nel 2003 Piero Manzotti decide di cambiare strada e dedicarsi alla produzione di saponi e cosmetici ecologici completamente biodegradabili. “Se vogliamo perseguire il sogno di un’altra economia” – spiega – dobbiamo ripensare il tradizionale sistema imprenditoriale e, per questo, la crisi economica deve diventare un’opportunità per riconsiderare le proprie prospettive”.Teanatura1

Per arrivare dov’è oggi, è stato fondamentale per Piero l’incontro con i GAS (Gruppi di acquisto solidale) e con la REES Marche (Rete di Economia Etica e Solidale), realtà con cui si è formato, confrontato e ibridato. Oggi la sua azienda rifornisce circuiti alternativi come empori e botteghe, ma sempre a livello regionale. Tea Natura non aspira ad espansioni territoriali di portata nazionale, non per mancanza di ambizione ma perché vuole rimanere fedele ai propri ideali di “Chilometro zero”. Manzotti vuole un rapporto diretto con i suoi clienti e preferisce non appesantire la merce di tutto ciò che è dietro al mercato tradizionale: l’imballaggio, i depliant, i rappresentanti commerciali. “La grande distribuzione è un sistema non spirituale – riflette – e nonostante io non punti ad un’espansione economica esagerata, le vendite aumentano annualmente”.Tea-natura2

Quando ha approcciato alla nuova attività, Piero Manzotti voleva raggiungere le persone a cui l’ecologia interessava meno. Per far utilizzare un prodotto ecologico ad una persona distante da questi mondi, la prima necessità era quella di realizzare una merce efficace e soddisfacente. Per questo ha ridotto la quantità di acqua nella composizione e ha reso i suoi detersivi più efficienti di molti altri. Anche nella realizzazione dei detergenti, l’ibridazione e il confronto sono stati fondamentali. Piero racconta di come ha passato giornate al fianco dei chimici per trovare le componenti adatte ai suoi saponi, di come grazie ad una reciproca contaminazione sono venute fuori soluzioni nuove e originali. Una delle sue ultime “eco-idee” è stata quelle del Ridetersivo, un detergente ricavato da prodotti di scarto come gli oli esausti. “Per questa trovata ringrazierò sempre una signora incontrata alle riunioni con i GAS”, racconta, “dove chiedeva consigli su come utilizzare i suoi scarti di olio cucinato”. Da lei ha preso ispirazione e ha creato un prodotto nuovo su cui ha ricevuto riscontri molto positivi. Un altro valore fondamentale per l’imprenditore marchigiano è quello di voler raggiungere tutte le fasce di popolazione con prezzi competitivi. “Mi è successo che alcuni mi rinfacciassero che i miei prodotti costano più di altri”, continua Manzotti, “ma bisogna sempre considerare che con i miei detersivi bastano dosi molto minori rispetto ad altri e il flacone dura di più.”8528824889_7b7e58f751_b

Anche sulle prospettive future dell’azienda, Piero ha progetti non convenzionali. Vorrebbe liberarsi delle proprietà e fare di Tea Natura una realtà condivisa tra quanti perseguono gli stessi ideali, come ad esempio la REES Marche. Allo stesso modo, critica i tradizionali concetti di successione ereditaria perché l’azienda, secondo Piero, dovrebbe passare a chi la merita e a chi crede davvero nelle sue qualità. Piero Manzotti ci insegna che non c’è un solo modo di fare politica ma tante strade da cercare e percorrere per mettere in pratica i sogni. Lui ha cominciato a realizzarne uno, creando un’attività economica alternativa, etica e solidale.

Elena Risi

Fonte:  Tea Natura

Per H&M la moda può essere economica e etica

H&M, il secondo più grande retailer di moda del mondo ritiene che non vi sia alcun conflitto tra il vendere vestiti e migliorare ambiente e condizioni di lavoro dei suoi fornitori

Lo abbiamo sostenuto più volte su Ecoblog: la moda a basso prezzo non può essere democratica, poiché pagare 5 euro un vestito o un pantalone vuol dire alimentare la catena dello sfruttamento umano e dell’inquinamento ambientale in paesi asiatici come Cina, Cambogia e Bangladesh. Helena Helmersson direttore della sostenibilità per H&M ha dichiarato a Reuters:

Vogliamo rendere la moda più sostenibile e democratica poiché non crediamo che la sostenibilità debba essere un lusso.

L’azienda svedese è uno dei più grandi acquirenti di capi di abbigliamento dal Bangladesh, dove il crollo della fabbrica Rana Plaza nell’aprile 2013 ha ucciso più di 1.100 persone, attirando l’attenzione globale sulle pessime condizioni di lavoro in Asia.H&M And Lady Gaga Open Epic H&M Store In Times Square

Ma H&M si dichiara orgogliosa di avere fornitori in Bangladesh e l’80% della produzione arriva proprio dall’Asia. Spiega Helena Helmersson che le fabbriche del Rana Plaza non erano fornitori di H&M:

Non è una coincidenza che non fosse tra i nostri fornitori. Siamo orgogliosi del nostro ‘Made in Bangladesh’ e la nostra presenza ha un impatto positivo.

Ma l’impegno di H&M non è stato promosso da un sondaggio tedesco condotto da Serviceplan per il mercato della Germania, il più grande per H&M: i consumatori più giovani si sono dimostrati particolarmente critici in merito all’uso della manodopera a basso costo portando il colosso svedese a scendere i basso nella classifica delle aziende sostenibili. Ora l’espansione di H&M si avrà nei paesi dell’Africa Sub-Sahariana tra Etiopia e Kenya. Il sondaggio tedesco, che è una classifica soggettiva da parte dei clienti è alle spalle e Interbrand ha promosso la società dal 46esimo al 42esimo posto tra i primi 50 marchi globali “verdi” nel 2013 e nei prossimi mesi H&M lancerà una collezione in denim realizzata con tessuto riciclato e la nuova Conscious per la P/E 2014 in bambù, poliestere riciclato e cotone biologico. Infatti H&M si è impegnata a utilizzare solo cotone da fonti sostenibili entro il 2020 e di eliminare gradualmente l’uso di sostanze chimiche tossiche per non inquinare le fonti di acqua.

Fonte: ecoblog

Perché vestirsi di canapa?

L’abbigliamento in canapa è confortevole, resistente,  etico ed ecologicocanapa

La Redazione tessuti ottenuti dalla fibra di canapa sono molto morbidi e piacevoli al tatto. Per la sua stessa struttura la fibra di canapa ripara efficacemente dal freddo e dall’eccesso di calore: vestirsi di canapa significa stare caldi d’inverno e freschi d’estate. Morbida, traspirante e confortevole, la fibra di canapa è ottima per la regolazione termica e per l’assorbimento del sudore. Vestire capi d’abbigliamento in canapa biologica comporta molteplici vantaggi, da più punti di vista, sia etici, sia estetici. Il mercato del tessile è totalmente globalizzato: nel 99% dei casi è impossibile sapere di cosa vestiamo, come e dove vengono prodotte le fibre, come e dove vengono confezionati i capi. Se consideriamo le ragioni della natura e della mente, possiamo dire che la canapa è una fibra naturale al 100% riciclabile, viene coltivata senza l’uso di pesticidi e con una quantità moderata di acqua, estremamente inferiore ad esempio a quella utilizzata nelle colture di cotone. Inoltre, rispetto al cotone è cinque volte più resistente: una felpa di canapa dura più a lungo di una felpa di cotone, non teme i lavaggi e non sgualcisce facilmente. Le colorazioni usate per la tintura sono ecologiche e non vengono utilizzati fissanti chimici. Oltre ai fondamentali vantaggi per l’ecologia e per una corretta gestione del territorio (la canapa era tradizionalmente utilizzata nella rotazione delle colture poiché ripuliva e remineralizzava i terreni) – è una coltura molto resistente che si adatta a quasi tutti i microclimi.

Una fibra che fa bene al corpo

Se invece parliamo delle ragioni del corpo, bisogna dire che i capi di canapa sono molto traspiranti: freschi d’estate e caldi d’inverno (come dicevano i nostri nonni che la canapa la conoscevano bene!), assorbono il sudore e si adattano bene agli sbalzi climatici… la sensazione che da sulla pelle è di un morbido e sano piacere. La canapa è inattaccabile da  acari, muffe, funghi e tarme; è anallergica e inoltre non conduce energia elettrica per cui non si carica di elettricità statica. La non tossicità dei tessuti fa sì che gli indumenti in canapa biologica siano altamente tollerati anche da chi ha problemi dermatologici di allergie o ipersensibilità ai trattamenti chimici cui sono sottoposti i tessuti “convenzionali” che normalmente utilizziamo, o più semplicemente persone che risentono della scarsa traspirazione della pelle vestita di fibre sintetiche (problema spesso sentito, ad esempio, dalle taglie forti). Inoltre i capi d’abbigliamento in canapa si lavano in lavatrice, generalmente non occorre stirarli e durano una vita (o quasi)!

Gli indumenti in canapa biologica sono altamente tollerati anche da chi ha problemi dermatologici di allergie o ipersensibilità ai trattamenti chimici cui sono sottoposti i tessuti “convenzionali”canapa2

LA COLTIVAZIONE DELLA CANAPA IN ITALIA

La fibra della canapa è ottenuta dalle piante di Cannabis sativa. Prima dell’avvento del proibizionismo della cannabis  essa era diffusa nel mondo come materia prima per la produzione di carta, essendo una delle piante più produttive in massa vegetale di tutta la zona temperata. Le sue fibre inoltre hanno costituito per migliaia  di anni importanti grezzi per la produzione di tessili e corde. Oggigiorno sono coltivabili legalmente per usi tessili, varietà selezionate di cannabis libere da princìpi psicoattivi. La coltivazione della canapa in Italia vanta una lunga e storica tradizione soprattutto in alcune regioni quali l’Emilia Romagna e il Piemonte. Si calcola che nella sola Emilia-Romagna, nel 1910 vi erano 45.000 ettari di terreno coltivati a canapa, soprattutto nel ferrarese, mentre il dato complessivo di tutta Italia portava la superficie a 80.000 ettari. La coltivazione è andata progressivamente in crisi per la concorrenza, negli usi meno nobili soprattutto produzione di sacchi, della juta e successivamente del cotone e delle fibre sintetiche. Dal 1975, quando è stato inasprito il divieto della coltivazione della canapa  indiana Cannabis indica e nello stesso tempo sono state messe in atto severe normative per la canapa tessile, il settore è stato progressivamente abbandonato. Una difficoltà obiettiva, con il  restringimento della normativa contro gli stupefacenti, è data dalla somiglianza morfologica delle due specie di cannabis, nonostante la profonda diversità di contenuto di THC (tetraidrocannabinolo) il principio con effetti stupefacenti. Per le difficoltà legislative e per la mancanza di volontà politica, la reintroduzione della coltivazione della Cannabis sativa stenta a decollare: nel 2004 si registravano solo  1000 ettari di coltivazione tra Emilia Romagna, Piemonte e Toscana

Fonte:viviconsapevole

L’ alta moda sostenibile, biologica e etica di Cangiari primavera estate 2014

Cangiari presenta la collezione primavera estate 2014. I tessuti sono biologici e lavorati da tessitrici calabresi perché la moda diventa così veicolo di riscatto e rispetto per l’ambiente8

I tessuti sono il vero patrimonio di Cangiari, marchio dell’alta moda sostenibile e prestigioso del made in Italy. Sono lavorati ai telai calabresi da mani sapienti e riprendono le antiche lavorazioni bizantine e grecaniche e ciò li rende davvero preziosi, perciò Cangiari è un marchio alto, haute couture della moda italiana. I capi sono lavorati a mano con attenzione sartoriale e il direttore creativo è Paulo Melim Andersson che arriva da Martin Margiela e Marni. Tutte le collezioni sono certificate da ICEA Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale secondo lo standard Global Organic Textile Standard (GOTS). La bellezza dei tessuti della collezione Cangiari PE 2014 è appena visibile dalle foto, ma i giacchini e le gonne, i gilet e alcuni dettagli sono davvero preziosi e unici e capaci di catturare l’attenzione seppur semplici e puliti. Insomma siamo migliaia di anni luce lontani da quella moda insanguinata a basso prezzo che nasconde dietro stragi e sangue come lo scorso aprile a Dacca nel Bangladesh e per cui ancora ci sono proteste zittite nella violenza. Cangiari di proprietà del Gruppo Cooperativo GOEL che segue l’intera filiera produttiva fatta di cooperative che inserite nel territorio in cui abitano, ossia la Calabria. Lavorano per Cangiari che in calabrese e siciliano vuol dire cambiare, persone che lottano contro le mafie ma che possono essere svantaggiate, migranti o in difficoltà.

Fonte. ecoblog

Colloqui di Dobbiaco: etica e bene comune per il futuro dell’imprenditoria

Intraprendere la Grande Trasformazione. Questo il tema centrale dell’edizione 2013 dei Colloqui di Dobbiaco, ideati e organizzati da Hans Glauber al fine di proporre soluzioni concrete alle principali questioni ambientali. Da Paolo Cignini, un resoconto della sua partecipazione ai Colloqui, dove si è discusso in particolare del rapporto tra imprenditoria e bene comune.sostenibilita_ambientale1

Come sarà la società del futuro? Ci sarà sicuramente una società post-fossile, post-crescita, basata su una riscoperta del locale e sulla riduzione dei consumi: ma che caratteristiche avrà? E in questo nuovo contesto, che ruolo avranno gli imprenditori cosiddetti “virtuosi”? Con questi interrogativi, illustrati in apertura dall’ideatore e moderatore Karl-Ludwig Schibel, si è aperta l’edizione 2013 dei Colloqui di Dobbiaco, una serie di convegni e relazioni che cercano di proporre delle soluzioni concrete alle tematiche ambientali di maggior rilievo. Quest’anno il tema dei Colloqui, ideati da Hans Glauber nel 1985, sono stati incentrati sul tema “Intraprendere la grande trasformazione”; le discussioni tra i vari relatori e il pubblico, spesso discordanti e ricche di contenuti, hanno ruotato intorno a come continuare a produrre in maniera ecologicamente e socialmente sostenibile, senza per questo rinunciare ad un giusto profitto dalla propria attività imprenditoriale. Come ricordato dallo stesso Schibel all’apertura dei lavori, la società dei consumi nata alla fine del diciannovesimo secolo avrà una fine ma non è ancora chiaro da quale tipo di nuova civiltà sarà sostituita e quali saranno le nuove linee guida che la caratterizzeranno. Wolfgang Sachs, anche lui tra i curatori della rassegna, è dello stesso avviso. L’aspetto maggiormente interessante dell’edizione 2013 dei Colloqui, per chi come noi ha partecipato per la prima volta, è stata la forte presenza imprenditoriale tra il pubblico partecipante. Alcuni tra i più interessati di questi imprenditori erano di origine brianzola, e come sappiamo nella tabella dei luoghi comuni italiani, la figura dell’imprenditore brianzolo non ha un’ottima fama: testimonianza che la realtà è molto più complessa delle semplificazioni.dobbiaco

Diverse sono state le analisi e le soluzioni proposte, con un punto in comune: per i cambiamenti in corso e a venire servirà la collaborazione di tutti e non una dipendenza totale dai governi e dai poteri alti. In questo contesto, il ruolo degli imprenditori che mettono la sostenibilità ambientale e sociale al centro della loro attività diventa fondamentale per trovare delle soluzioni alle prossime sfide ambientali. Dopo questo principio di base, le questioni intorno alle quali si sono incentrate le maggiori discussioni sono state: come far conciliare le pratiche virtuose imprenditoriali con la sostenibilità economica? E soprattutto, come spingere i prodotti delle imprese “non sostenibili” fuori dal mercato? In questo, il geografo e scienziato della sostenibilità Daniel Dahm è sembrato il più critico: partendo dal fatto che dagli anni Settanta l’overshoot mondiale è stato superato sempre più presto, Dahm ha sostenuto che il drastico calo della produttività biologica del pianeta Terra dipende soprattutto da alcune attività imprenditoriali e da logiche legate al profitto ad ogni costo. Tutto questo si trasforma in un deficit enorme di beni collettivi a disposizione dell’umanità, che però allo stesso tempo si trasforma in un utile sempre più grande per l’impresa sfruttatrice. Dunque le imprese “esternalizzano”, scaricandoli all’esterno, i costi delle loro attività, privandoci di un futuro sereno; ma è proprio esternalizzando che, secondo Dahm, le imprese possono produrre una gran quantità di merci a prezzi più bassi, perché non esiste nessun sistema giuridico o legislativo in grado di far pagare a queste imprese il prezzo delle loro azioni, che paradossalmente diventano le uniche ad essere economicamente convenienti. C’è dunque un forte contrasto alla base tra il capitalismo odierno e il futuro della nostra umanità, che bisogna risolvere cambiando le leggi e le regole che disciplinano le attività imprenditoriali. La relazione di Christian Felber, autore e fondatore del ramo austriaco di ATTAC, è sembrata il naturale proseguimento di quanto detto da Dahm. Felber ha illustrato la sua soluzione ai problemi spiegati da Dahm, che si chiama “economia del bene comune”, un vero e proprio modello di economia alternativo all’economia di mercato capitalista e all’economia pianificata. In questo modello il bene comune non è qualcosa da esternalizzare come scarto indesiderato di un’attività volta solo al profitto economico, ma diventa lo scopo fondamentale di ogni iniziativa imprenditoriale.

Cinque valori di riferimento (dignità umana, solidarietà, equità, sostenibilità e democrazia) diventano le fondamenta del “bilancio del bene comune”, in base al quale ogni azienda può ottenere un punteggio fino a mille: quanto migliore è il suo bilancio del bene comune, tanti maggiori vantaggi potrà avere questa azienda virtuosa in termini di tasse più basse, crediti più agevolati e precedenza negli appalti pubblici. Così, anche da un punto di vista economico, i prodotti etici diventano più convenienti di quelli non etici, la crescita a tutti i costi non sarebbe la strategia principale di un’impresa così come sarebbe la collaborazione, e non la competizione a tutti i costi, a poter migliorare il bilancio comune di ognuna delle aziende.sostenibilita6

Una favola? Non proprio, dato che dal 2009 a oggi questo modello è sostenuto da più di seicento imprese in quindici paesi diversi e nel 2011 sessanta di queste hanno compilato il bilancio del bene comune. Il problema? Lasciare il contesto così com’è oggi, con leggi e costituzioni non applicate, non servirebbe a nulla: secondo Felber alcune Costituzioni degli Stati europei hanno già al proprio interno l’assunto fondamentale, cioè che l’economia dovrebbe avere come obiettivo il bene comune. La stessa Costituzione Italiana citata da Felber recita all’articolo 41 che l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Basterebbe dunque far applicare realmente i dettami costituzionali e non permettere invece l’incostituzionalità del profitto di pochi che danneggia l’utilità sociale. Ma una grande assente è sicuramente la politica, soprattutto quella dei governi: la sensazione dell’inazione legislativa rispetto a queste problemi ha messo tutti d’accordo i partecipanti. Nella brillante e amaramente ironica presentazione dell’imprenditore Gabriele Centazzo, presidente della Valcucine e autore del manifesto “Per un nuovo Rinascimento italiano”:, alcune slide realizzate molti anni fa mostravano caricature dei politici più conosciuti a livello nazionale: gli stessi di oggi, un simbolo di un rinnovamento finora in larga parte mancato. Centazzo ha illustrato la sua ricetta per cercare di dare una rotta a quella che lui ha chiamato “Nave Italia”, che si deve basare sulle due colonne della bellezza e della creatività, delle quali le Piccole e Medie imprese italiane possono farsi costruttrici e motori fondanti. Le due colonne però non potranno mai tenersi in piedi se alla base non esiste l’etica, spesso grande assente di questi anni nella politica, ma soprattutto nell’odierna finanza, che secondo Centazzo è una delle maggiori responsabili del caos odierno avendo perso completamente qualsiasi collegamento con l’industria reale, l’economia, il lavoro. Molto interessanti sono stati anche i continui rimandi di Centazzo alla Decrescita, considerata come una filosofia positiva da prendere comunque in considerazione come reazione forte al modello distruttivo dell’attuale società; una presa di posizione da parte di una figura imprenditoriale non è sempre così scontata. Stefan Schaltegger ha invece approfondito i concetti di sostenibilità ecologica e sociale come parte integrante degli obiettivi d’impresa. Secondo Schaltegger non esiste la sostenibilità totale: qualsiasi azione umana ha delle conseguenze ecologiche negative. Obiettivo futuro dell’imprenditoria e in generale dell’essere umano è cercare, a piccoli passi, di trasformare in meglio la nostra società verso un maggior rispetto dell’ambiente. Schaltegger è convinto però, al contrario di Centazzo, che siano i grandi a dover diventare i motori del nuovo cambiamento: se una grande impresa diventa più sostenibile, avrebbe una maggiore possibilità di incidere e cambiare le sorti del mercato rispetto all’azione del piccolo.bene__comune

Reinhard Pfriem, dopo aver ricordato che gran parte dei processi strutturali e culturali legati al capitalismo (si pensi ad esempio all’individualizzazione o alla commercializzazione) sono stati ai tempi sinonimo di emancipazione dall’oppressione e dallo sfruttamento, ha citato Henry Ford come chiave di questo paradigma. Ford è oggi ricordato come l’ideatore di una svolta anti-ecologica della mobilità collettiva, ma ai suoi tempi fu visto come un innovatore per aver permesso alle masse di poter acquistare un’automobile a prezzo contenuto. Secondo Pfriem oggi è dunque necessario cambiare dall’interno ilsistema di valori delle aziende, anche qui insistendo su modelli più sostenibili che possano farle cambiare in modo radicale ma senza alienarsi dal Mercato. A tal punto, molto interessanti anche i“Fish Bowl” mediati da Eva Lotz: tutto il pubblico partecipante ha potuto interagire e partecipare attivamente a un dibattito con alcuni imprenditrici e imprenditori portati come esempio di equilibrio di successo tra mercato e responsabilità, che hanno potuto illustrare i casi delle loro aziende storiche che operano nel locale (Lukas Meindl dell’omonima azienda calzaturiera di secolare tradizione, o Ander Schanck della catena di negozi biologici lussemburghese NATURATA), nel settore delle energie alternative (Federica Angelantoni di Archimede Solar Energy) o nel biologico (Valentino Mercati di Aboca Spa, leader nel settore agro-farmaceutico, e Alois Lageder responsabile dell’omonima azienda vitivinicola a vocazione biologico-dinamica). In sintesi, non sono emerse soluzioni concrete e valide per tutti dai tre giorni di dibattito: come detto in apertura, nessuno ha in mano soluzioni o ricette precostituite. Ma il beneficio del dubbio ha sicuramente favorito un aperto confronto tra tutti i partecipanti, una maggiore ricchezza d’informazioni alla fine dei lavori e una notizia importante e forse indiscutibile: esistono imprenditori consci del loro impatto e del loro ruolo sulle vite di tutti, che stanno cercando di mettersi in discussione per trovare una soluzione diversa rispetto a un mercato solo orientato al profitto. Ci è sembrata un’ottima notizia.

Fonte: il cambiamento

Scollocamento, un altro modo di fare imprenditoria

Cambiare, rischiare e provare per superare la crisi attuale ed abbandonare dogmi e schemi non più proponibili. L’associazione Paea lancia il progetto di Scollocamento per imprenditori con l’obiettivo di realizzare un altro modo di fare imprenditoria dove etica, ambiente e persona sono al primo posto.

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“Per una nuova imprenditoria ci vogliono coraggio e idee nuove”

Con la crisi economica e la conseguente chiusura di molte imprese si crea una grande opportunità per ripensare completamente un sistema mercato fallimentare che si preoccupa solo di produrre merci in maniera esponenziale a discapito di persone e ambiente. Che siano in crisi gli imprenditori è facilmente concepibile ma cosa hanno fatto molti imprenditori quando c’erano i periodi di vacche grasse? Hanno accumulato, speso in cose folli, buttato soldi a destra e a manca e adesso si lamentano se sono in crisi. E perché non si è agito per tempo? Per quali motivi si dovrebbero salvare le imprese, per far loro produrre cosa? Riflettere su cosa ha senso produrre e per quale mondo è quanto mai indispensabile. Non è una strada semplice ma di sicuro con più prospettive che la vana attesa che tutto si rimetta in moto come prima e si possa produrre, spendere e spandere senza porsi alcuno scrupolo o problema. Per un cambiamento ci si scontra però con una mentalità come quella imprenditoriale che se da una parte è portata ad essere flessibile e innovativa, dall’altra troppo spesso è attaccata a dogmi e sistemi ormai non più proponibili. Prossimamente infatti si dovrà ripensare tutto in funzione della salvaguardia ambientale e servizi reali alla persona in un quadro di radicale riduzione dei consumi/sprechi a parità di comfort. Quindi non ragionare più in termini classici di crescita economica ma di qualità innanzitutto.

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Con la crisi economica e la conseguente chiusura di molte imprese si crea una grande opportunità per ripensare completamente un sistema mercato fallimentare

Gli spazi di intervento sono molto vasti, si pensi anche solo alla riqualificazione energetica degli edifici, alle fonti rinnovabili, all’agricoltura biologica, al turismo di qualità, alla mobilità sempre meno legata alle automobili, alla localizzazione da opporre alla globalizzazione per la quale necessariamente servirà un recupero e rafforzamento dell’artigianato inteso anche come riscoperta dei lavori e capacità manuali con tutti gli utensili che possono essere di supporto per un artigianato moderno che si richiama alla tradizione. Attendere quindi che tutto riprenda come prima o cambiare, rischiare, provare? Tanto che cosa può succedere oltre la crisi attuale, almeno si potrà dire di averci provato. L’atteggiamento però è spesso quello sbagliato, si vogliono garanzie, sicurezze, si vuole rischiare il meno possibile e così ci si spegne lentamente. Per una nuova imprenditoria ci vogliono coraggio e idee nuove dove l’imprenditore ha un ruolo sociale e si pone in maniera positiva nei confronti dell’ambiente e delle persone, accettando anche di non guadagnare cifre stratosferiche ma di dare un senso al suo lavoro e ai suoi prodotti. Ora è il momento di guardare seriamente in faccia la realtà e saper rischiare ed è questo anche il motivo per cui proponiamo al Parco Energia Rinnovabili il primo corso di Ufficio di Scollocamento per Imprenditori dove si possono avere spunti e idee nuove per cominciare o ricominciare con la prospettiva di un imprenditoria sana e cosciente per il mondo che verrà.

Fonte: il cambiamento

Ufficio di Scollocamento - Libro

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