Pericolo elettrosmog: ecco i primi 120 Comuni dove si sperimenta il 5G

Sono elencati in una delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni i 120 Comuni italiani che saranno i primi a sperimentare il 5G, la tecnologia di nuova generazione intorno alla quale stanno sorgendo innumerevoli preoccupazioni riguardanti l’esposizione della popolazione all’elettrosmog.

La delibera numero 231/18/CONS dell’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni ha da tempo reso noti i 120 Comuni d’Italia che per primi dovranno sperimentare a breve l’esposizione della popolazione alle tre bande del 5G.

Da pag 144 a pagina 147 della delibera che potete TROVARE QUI si può leggere l’elenco completo, al quale potrebbero aggiungersene altri. Le regioni coinvolte sono Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Trentino Alto Adige, Sardegna, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare, entro il 2022, a fare in modo che fin dentro le case di almeno l’80% della popolazione nazionale (salirà al 99,4% entro giugno 2023) ci sia la copertura per il 5G. Preoccupa, dunque, come spiega il giornalista Maurizio Martucci autore del libro “Manuale di autodifesa per elettrosensibili” (Terra Nuova Edizioni), l’esposizione massiccia della popolazione a livelli di elettrosmog destinati ad aumentare a dismisura, con mini-antenne collocate ovunque, persino sui lampioni della luce.

«Leggendo la delibera del garante, la domanda viene spontanea: ma allora chi si salverà? si domanda Martucci che da tempo si occupa della questione – Chi potrà sottrarsi al 5G, evitando di essere irradiato? Ciò sarà possibile solo nei Comuni sotto i 5.000 abitanti che, inseriti in una cosiddetta ‘lista libera’, potrebbero nelle more svincolarsi rimanendo “eventualmente scoperti”. Ma sembrerebbe non per molto tempo, perché saranno comunque gli aggiudicatari dell’asta bandita dal Governo a  disporre gli aggiornamenti territoriali (cioè a decidere in quale Comune italiano scoperto piazzare di punto in bianco il 5G e in quale no)».

La portata del problema è comprensibile solo se si conosce fino in fondo la diffusione e la capillarità che avrà il 5G, cioè l’internet delle cose, non solo dei cellulari. A Torino si sperimentano i droni che volano sulle teste dei cittadini, i sensori nei cassonetti dell’immondizia per dire ai camion quando svuotarli; ci sono porti dove i sensori sono in ogni container; poi ci sono l’ambulanza smart a Milano, i robot nelle industrie telecomandati col wifi, invece dei cavi, i sensori nei palazzi all’Aquila che al minimo tremolio chiudono i rubinetti del gas e lanciano l’allarme. Ce lo ha spiegato anche Maria Maggiore dalle pagine de Il Fatto Quotidiano e arriveranno le auto senza conducente, i frigoriferi che dicono quando un alimento è scaduto, gli elettrodomestici che si azioneranno a distanza e i campi di grano che diranno al contadino quando devono essere annaffiati.

Tutto l’ambiente sarà costantemente connesso…

Il 5G ha quasi l’unanimità dei consensi: politica, istituzioni europee, industria e università applaudono alla trasformazione digitale che, si stima, porterà 900 miliardi di crescita in Europa e 1,5 milioni di nuovi posti di lavoro. Ma a che prezzo?

«Il 5G viaggia su frequenze altissime, mai usate finora, fino a 27,5 GHz mentre con il 4G si arriva al massimo a 2,6 GHz, quindi un’energia 11 volte superiore, ma che ha una “durata” di viaggio limitata – ha spiegato Maria Maggiore – Quindi, per poter connettere tra loro fino a un milione di oggetti per chilometro quadrato, bisognerà installare migliaia di piccole antenne, ogni cento metri, che rilanceranno il segnale proveniente da un’antenna base più grande».

Il mondo accademico è diviso sulla pericolosità delle onde elettromagnetiche sull’uomo, spiega sempre Maggiore. Da una parte ingegneri e fisici riconoscono un effetto termico pericoloso, se per esempio teniamo il cellulare all’orecchio per troppo tempo; dall’altra biologi, oncologi e epidemiologi si battono perché vengano riconosciuti anche gli effetti non-termici, quelli sulle nostre cellule.

«Un campo elettromagnetico interferisce con il nostro sistema elettrico interno, alterando il funzionamento delle cellule – dice Francesca Orlando dell’Associazione per le Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale – ma purtroppo ingegneri e fisici sono quelli più ascoltati oggi dai politici e dall’industria». Un’equipe di ricercatori australiani – come riporta la prestigiosa rivista scientifica Lancet in un articolo di dicembre – ha però analizzato 2.266 studi, arrivando alla conclusione che «nel 68% dei casi sono stati dimostrati effetti biologici e sulla salute umana per l’esposizione ai campi elettromagnetici».

Nel 2018 sono stati pubblicati due studi importanti, durati dieci anni e finanziati con soldi pubblici. Il Dipartimento per la Sanità americano ha finanziato con 25 milioni di dollari il National toxological program (Ntp) dove 7mila topi da laboratorio sono stati sottoposti per tutta la vita a radiazioni corrispondenti all’intensità solo del 2G e 3G. Nello stesso tempo, l’Istituto Ramazzini di Bologna ha portato avanti la stessa ricerca, finanziata con contributi di privati cittadini, ma usando frequenze più basse, corrispondenti a 50 Volt/metro (il picco a cui si può arrivare in Italia per rispettare la media giornaliera di 6volt/metro). Entrambi gli studi sono arrivati alle stesse conclusioni. «Come negli Usa, abbiamo constatato un aumento ‘statisticamente rilevante’ del numero dei tumori, rarissimi schwannomi, al cervello e al cuore», spiega Fiorella Belpoggi, direttrice della ricerca all’istituto Ramazzini. «Bisogna agire in fretta, fermare l’avanzata del 5G e informare adeguatamente la popolazione sui rischi», dice l’epidemiologa italiana che ha già lavorato sulle plastiche, sul glifosato e da 40 anni studia i legami tra tumori e ambiente. Belpoggi spera che alla luce di questi due nuovi studi, l’agenzia dell’Oms sui tumori, la Iarc, riveda le sue priorità e metta le onde elettromagnetiche un gradino più su nella pericolosità: da “possibili cancerogene”, come dichiarato nel 2011, a “probabili cancerogene”. Ma la percentuale di topi ammalati è bassa, intorno al 2,4%: quindi c’è chi si domanda perché preoccuparsi? «Se invece di tremila topi ci fossero tre miliardi di persone, quante avrebbero sviluppato un tumore? Abbiamo provato scientificamente il nesso tra radiofrequenze e cancro. In materia di salute umana i numeri non devono avere la meglio. Dovrebbe prevalere il principio di precauzione».

Intanto i giudici del Tar del Lazio hanno condannato i Ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Istruzione a promuovere entro i prossimi sei mesi una campagna d’informazione per denunciare i rischi dell’uso di telefoni cellulari. Inoltre, il Tribunale di Firenze ha disposto l’immediato spegnimento del WiFi in una scuola per proteggere la salute di un minore. Si è trattato di una decisione prudenziale, “inaudita altera parte” come si dice in gergo giuridico. Come ha spiegato l’avvocato Agata Tandoi, difensore della famiglia in questione, si è trattato di un atto preliminare il cui obiettivo è evitare di esporre a immediati pericoli il bambino. In marzo si terrà l’udienza per discutere se lo spegnimento del Wi-Fi sarà temporaneo o definitivo. In Italia, intanto, la preoccupazione tra i cittadini sta crescendo e l’Alleanza nazionale STOP 5G (di cui fanno parte Terra Nuova, Oasi Sana, il giornalista Maurizio Martucci, l’ Associazione italiana elettrosensibili, la dottoressa Fiorella Belpoggi dell’ Istituto Ramazzini, l’ Associazione elettrosmog Volturino, l’Associazione obiettivo sensibile, i comitati Oltre la MCS e No Wi-Fi Days e l’equipe che ha realizzato il docu-film Sensibile) ha organizzato per il 2 marzo a Vicovaro (Roma) il primo meeting nazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema e chiedere con forza una moratoria.

QUI per saperne di più sull’evento

Fonte: ilcambiamento.it

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Inquinamento: quanto incide sulla salute e come disintossicarsi? Incontro con gli esperti il 13 dicembre a Bologna

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Quanto può incidere l’inquinamento sulla salute umana? E su quella del feto?

Abbiamo parlato diverse volte su quanto la continua esposizione ad agenti inquinanti possa incidere pesantemente sulla salute delle persone, ma anche su quella delle donne in gravidanza e dei bambini. Abbiamo parlato, ad esempio, delle correlazioni che possono nascere tra inquinamento e rischio autismo e su come le città italiane non siano esenti da rischi, anche gravi. Ora, una recente ricerca mostra come un’esposizione costante ad alti livelli di inquinamento atmosferico possa contribuire a danneggiare i polmoni del feto, durante il secondo trimestre di gravidanza. La ricerca è stata condotta da ricercatori spagnoli, guidati dalla dottoressa Eva Morales, del Centro di Epidemiologia Ambientale di Barcellona. I risultati sono stati pubblicati sulla rivistaThorax. Durante lo studio, i ricercatori si sono soffermati sulla possibile associazione tra l’esposizioneall’inquinamento atmosferico, durante momenti specifici della gravidanza, e la funzione polmonare dalla vita postnatale all’età prescolare. Lo studio è durato dieci anni. In particolare, tra il 2004 e il 2008, i ricercatori hanno tenuto sotto osservazione 1295 donne in gravidanza in due specifiche aree geografiche della Spagna. In seguito, hanno effettuato la stima dei livelli di esposizione delle donne ad agenti atmosferici inquinanti (benzene e NO2) seguendo poi i bambini dalla nascita, fino ai quattro anni di età. In ultimo, i ricercatori hanno analizzato il rapporto tra i livelli di inquinamento a cui erano state esposte le partecipanti allo studio, con la funzione polmonare dei bambini a quattro anni e mezzo, misurata attraverso il classico esame spirometrico. Secondo i risultati della ricerca, una maggiore esposizione ad alti livelli di  benzene e NO2 durante la gravidanza può compromettere la funzione polmonare dei bambini. Madri che vivevano in zone particolarmente trafficate, aumentavano fino al 22% il rischio che i loro figli presentassero polmoni dalle funzioni compromesse. Addirittura, la percentuale saliva del 30% per l’esposizione al biossido d’azoto. Il biossido di azoto (NO2) è un inquinante atmosferico rilasciato dai gas di scarico delle automobili; il benzene riflette il livello di inquinamento provocato dalle attività industriali. Questa ricerca offre uno spunto in più al dibattito che mette al centro il rischio che vivere in zone inquinate può avere sulla salute delle persone, ma anche dei bambini. La migliore soluzione sarebbe vivere in spazi verdi e avere a disposizione una dieta sana, che aiuti a mitigare gli effetti dell’inquinamento. Di questi e di tanti altri argomenti, si parlerà il 13 dicembre a Bologna, durante il congresso organizzato dall’A.i.Nu.C. (Accademia Internazionale di Nutrizione Clinica): “L’UOMO E LA VITA MODERNA. L’inquinamento ambientale e i suoi effetti sul benessere della persona”. Il corso tratterà alcuni effetti avversi sulla nostra salute provocati dall’ambiente e dall’alimentazione e alcuni metodi per disintossicare il nostro organismo. A certi livelli di esposizione, come abbiamo visto, i contaminanti presenti nell’aria, ma anche nel cibo e non solo, possono causare effetti avversi sulla salute, come malattie respiratorie, intolleranze alimentari, cancro, malformazioni congenite.

Per scaricare il programma, iscriversi e ottenere altre informazioni, potete visitare il sito:http://www.ainuc.it/sezione-5-sottosezione-209.htm

(Foto: lupusuva1phototherapy.com)

Fonte: ambientebio.it

Smog: l’esposizione prolungata aumenta il rischio di autismo

Un nuovo studio dell’Università di Pittsburgh indaga l’incidenza dell’inquinamento atmosferico nell’insorgenza della sindrome autistica: Stirene, cromo, cloruro, metilene, metanolo, cianuro e arsenico, elementi contenuti in larga misura nei gas di scarico prodotti dalle automobili, aumentano il rischio di contrarre la sindrome in bambini sani380765

Una delle ragioni dell’incremento dei casi di autismo sarebbe lo smog: la scoperta, portata a termine dalla Pitt Public Health (University of Pittsburgh) e presentata dall’American Association for Aerosol Research ad Orlando, rappresenta un nuovo punto di arrivo nella ricerca contro questa sindrome di cui si sa ancora molto poco e che riguarda disturbi neuro-psichiatrici che portano ad una diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione. L’autismo sarebbe dovuto a fattori neurologici e psicoambientali, ma la strada da fare per capirne con esattezza le origini è ancora molto lunga. La ricerca sull’incidenza dell’inquinamento atmosferico nell’insorgenza di questa sindrome è stata condotta analizzando per un periodo di tempo due gruppi di famiglie con bambini sani, nati tra il 2005 e il 2009 nelle contee di Allegheny, Armstrong, Beaver, Butler, Washington e Westmoreland, in Pennsylvania. I bambini erano all’inizio tutti sani, ma nei primi due anni di vita sono stati esposti, in base a dove vivevano, a diversi livelli di stirene (idrocarburo aromatico, tossico e infiammabile) e cromo (metallo pesante tossico): coloro che erano stati più a contatto con questi elementi presentavano un rischio 1,4 volte maggiore di essere affetti da autismo, rispetto ai bambini che li avevano respirati di meno.
Oltre a stirene e cromo, altre sostanze responsabili di alterazioni del sistema endocrino, e che quindi possono mettere a rischio di autismo, sono il cloruro di metilene, il metanolo, il cianuro, e l’arsenico: elementi contenuti in larga misura nei gas di scarico prodotti dalle automobili, e quindi nello smog.
La dottoressa Evelyn Talbott della Pitt Public Health ha dichiarato a proposito dello studio: “Il prossimo passo sarà la conferma ai nostri risultati con gli studi che misurano la specifica esposizione agli inquinanti atmosferici a livello individuale, per verificare queste stime effettuate con modelli dell’Environmental Protection Agency”.

Early exposure to air pollutants linked to autism risk

Fonte: ecodallecitta.it

Amianto all’Ansaldo, schiarita per gli ex operai esposti all’asbesto

Mentre il Ministero del Lavoro ha dato parere positivo per l’accesso alla pensione dei 700 pensionati dell’Ansaldo genovese, la Procura di Genova ha prosciolto 9 operai che erano stati accusati di truffa. amianto

Dopo otto anni sembra che si stia per trovare una soluzione per gli oltre 700 lavoratori dell’Ansaldo di Genova che attendono di andare in pensione, ma la cui posizione nei confronti di Inps e Inail è bloccata a causa di un chiarimento legislativo.

Nino Miceli, capogruppo del Pd in Regione, ha annunciato che il contenzioso iniziato nel 2006 dovrebbe essere risolto a breve:

Il ministero del Lavoro ha dato parere positivo ad un emendamento che dovrebbe consentire l’accesso alla pensione. Stiamo parlando di circa 700 persone. L’emendamento verrà presentato dai parlamentari liguri. Siamo molto soddisfatti perché la vicenda dell’amianto si protraeva da tanto tempo e sembrava quasi senza soluzione. Ma nelle ultime settimane, con l’impegno di tutti, siamo riusciti a trovare una via d’uscita che speriamo possa finalmente dare una risposta positiva e concreta a 700 lavoratori che aspettano da troppo tempo.

Ma c’è un’altra importante notizia che riguarda i lavoratori dell’Ansaldo, quella del proscioglimento dall’accusa di truffa di nove operai che avevano beneficiato di pensioni speciali per l’esposizione all’amianto. Gli ex lavoratori erano indagati dalla Procura di Genova per avere incassato indebitamente e anticipatamente le pensioni senza avere mai corso alcun tipo di rischio durante gli anni di lavoro nell’industria genovese.Era stato lo stesso pm Luca Scorza Azzarà a chiedere al gip Nadia Magrini di prosciogliere gli ex operai visto che il fatto non costituiva reato. L’amianto all’Ansaldo c’era eccome e i lavoratori chiesero di accedere ai benefici della legge speciale per il pensionamento in buona fede e non con l’intento di truffare lo Stato. Se gli ex operai si sono messi finalmente alle spalle questa brutta storia, per Pietro Pastorino, ex dirigente provinciale genovese dell’Inail, Dario Perosin, ex caporeparto Ansaldo, e Angelo Michelini, anch’egli caporeparto, è stato chiesto il rinvio a giudizio.

Fonte:  Agi | Repubblica

© Foto Getty Images

Olivetti, indagini sulle morti da amianto chiuse entro fine anno

Battute conclusive per le indagini. Oltre a essere presente nella fase di produzione, l’amianto era presente anche nei capannoni degli stabilimenti Olivetti84460449-586x389

Stanno volgendo al termine le indagini sulle morti causate dall’esposizione all’amianto nelle sedi della Olivetti di tutta Italia. Entro poche settimane, prima dell’inizio del prossimo anno, le ventiquattro persone indagate per le morti e i casi di mesotelioma alla Olivetti riceveranno l’avviso di conclusione delle indagini. In questi giorni alla Procura di Ivrea sono arrivate le ultime consulenze tecniche richieste dalla magistratura, una sorta di “mappatura” di quella che fu la “catena di comando” alla Olivetti fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta: i consigli degli amministratori, le deleghe dei manager e degli amministratori delegati. Per chiarire quali siano i responsabili bisogna comprendere i confini dei poteri dei singoli dirigenti. In precedente post, Ecoblog aveva chiarito la cronologia della presa di coscienza, da parte dell’azienda eporediese, della dannosità dei materiali impiegati. Il sostituto procuratore Lorenzo Boscagli, titolare dell’inchiesta, e il procuratore aggiunto Gabriella Viglione, distaccato da Torino per seguire l’inchiesta, stanno vagliando un’ingente mole di atti notarili e documenti interni all’azienda che dovranno aiutare la Procura a capire, limitatamente ai 21 casi di mesotelioma pleurico finora accertati, chi sapeva della presenza di amianto, da quanto tempo e chi doveva mettere in atto le dovute precauzioni a tutela dei lavoratori. L’amianto non era presente soltanto in una delle fasi di produzione (la tremolite utilizzata come talco per far scivolare le guaine di plastica) ma anche nei capannoni dell’Olivetti, a San Bernardo e in altre fabbriche italiane. Nessuno dei dirigenti indagati – fra cui vi sono Carlo e Franco De Benedetti e Corrado Passera – ha chiesto di essere sentito dai magistrati ed è probabile che ciò avverrà solamente quando verranno inoltrati gli avvisi di conclusione delle indagini. Da quel momento, il tempo utile per la presentazione delle memorie difensive sarà di venti giorni. Accanto al filone principale, si sta arricchendo un fascicolo bis, nel quale, nelle ultime settimane, sono confluiti altri dieci casi di malattia: cinque persone morte e cinque altre ammalate di mesotelioma. Altre segnalazioni arrivano da Crema dove si utilizzava la tremolite nella fabbricazione delle macchine per scrivere e il caso di un operaio di Caserta ammalatosi dopo aver lavorato nello stabilimento di Marcianise.

Fonte: La Sentinella del Canavese

Amianto: 115 vittime fra gli ex dipendenti della Sacelit

Il decesso di un ex operaio, dopo quarant’anni di malattia, porta a 115 il numero delle vittime della fabbrica siciliana di San Filippo del Mela: il 52% degli ex dipendenti146635841-586x390

Anche la Sicilia ha la sua “fabbrica della morte”, come l’Eternit di Casale Monferrato. Con la scomparsa di F.D.P., ottantenne, salgono a 115 le vittime dell’amianto tra i dipendenti della società Sacelit. Salvatore Nania, ex dipendente della Sacelit di San Filippo del Mela e presidente del comitato Ex esposti amianto, è il testimone della storia dell’anziano operaio ammalatosi dieci anni fa e deceduto ieri, dopo le sofferenze procurategli dall’asbestosi pleuro-polmonare e dai sempre più frequenti attacchi di insufficienza respiratoria. L’anziano aveva lavorato per oltre 15 anni con mansioni di scarico sacchi di amianto dai carri ferroviari, come addetto alla produzione di tubi Eternit, al rotolamento , pulizia e sbavatura tubi. Già nel 1973, quarant’anni fa, gli era stata riconosciuta dall’Inail di Milazzo la malattia professionale per“asbestosi e discreta insufficienza respiratoria pari al 28 per cento”. Negli ultimi dieci anni di vita F.D.P. era stato costretto a muoversi con le bombole di ossigeno. Con il decesso di ieri la percentuale di morti asbesto-correlate fra gli ex lavoratori della fabbrica di San Filippo del Mela sale al 52,5%, una cifra che non lascia adito a dubbi, sui rapporti di causa-effetto fra esposizione e malattia.

Le fibre killer colpiscono ancora e, non esiste un tempo di latenza, non esiste un tempo di esposizione,

ha concluso laconico Nania. Lo scorso aprile, undici imprenditori erano stati iscritti nel registro degli indagati per avere distribuito, fra il 2007 e il 2009, prodotti contaminati da amianto in tre discariche non idonee allo stoccaggio di rifiuti pericolosi: quelle di Gavignano, Priolo e Lamezia Terme. I rifiuti provenivano proprio dal cantiere dell’ex Sacelit di San Filippo del Mela e l’accusa mossa agli undici indagati è di “reato di traffico illecito di rifiuti pericolosi in concorso”.

Fonte: Live Sicilia

Microonde: 10 motivi per utilizzarlo il meno possibile.

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Il microonde può essere considerato uno strumento sicuro per cucinare o dovrebbe essere evitato per proteggere la nostra salute? Risultano al momento numerosi e differenti i pareri e le teorie in proposito. Da una parte il microonde potrebbe essere considerato uno strumento utile ed innocuo, dall’altra parte esso altererebbe il sapore e le caratteristiche degli alimenti, con possibili danni per la nostra salute. Proviamo dunque ad approfondire l’argomento in dieci punti, tenendo conto di come, rispetto alla progressiva diffusione dell’uso dell’elettrodomestico, gli studi riguardanti i suoi effetti sui cibi sarebbero relativamente poco numerosi.

1) Energia elettromagnetica e molecole

Le microonde vengono definite, secondo quanto riportato da Progetto Caduceo (un sito web dedicato alla ricerca delle cause profonde delle malattie) come una forma di energia elettromagnetica, in grado di cambiare polarità, dal positivo al negativo, per un determinato numero di volte nel corso di ogni ciclo. Le radiazioni emesse dal forno a microonde interagirebbero con le molecole dei cibi, “bombardando” gli alimenti dall’interno verso l’esterno. Ciò sarebbe in grado di deformare e di danneggiare la struttura delle molecole, tanto da portare alcuni ad affermare che il cibo cotto al microonde conservi soltanto il proprio aspetto esterno, ma non potrebbe più essere considerato “cibo” dal punto di vista del proprio contenuto.

2) Sostanze cancerogene

In Russia sono stati condotti studi approfonditi riguardo l’impiego del microonde, che hanno ricevuto la propria pubblicazione ufficiale tra le pagine della rivista Atlantis Raising Educational Center di Portland (Oregon). Da tali studi sarebbe emerso come in numerosi alimenti sia possibile la formazione di sostanze cancerogene a seguito dell’impiego del microonde. Tali alimenti sono costituiti in particolar modo da: carne, latte e cereali, verdure (crude, cotte o surgelate, per cui anche una breve esposizione trasformerebbe i loro alcaloidi in sostanze cancerogene), frutta scongelata al microonde. In barbabietole e rape cotte al microonde si formerebbero radicali liberi cancerogeni. Nel 1976 la Russia mise al bando i forni a microonde, poi riabilitati con la Perestroika.

3) Valore nutritivo degli alimenti

Il valore nutritivo degli alimenti, ancora una volta secondo gli studi russi, subirebbe una drastica diminuzione a causa dell’esposizione alle radiazioni emesse da parte del microonde. Il valore nutritivo di tutti gli alimenti testati verrebbe ridotto dal 60 al 90%. Ad essere interessate sarebbero in particolar modo le vitamina, con riferimento alle vitamine del gruppo B, alla vitamina C ed alla vitamina E. Sarebbero inoltre interessati da un calo del valore nutritivo i minerali essenziali ed i fattori lipotropi (sostanze in grado di modificare il metabolismo dei grassi) presenti negli alimenti).

4) Effetti sul sangue

Dal sito web Disinformazione.it apprendiamo come uno dei maggiori studi riguardanti l’effetto del microonde sul sangue sia da attribuire al professor Bernard Blanc, dell’Università di Losanna, il quale, insieme ad un altro esperto, di nome Hans U. Hertel, propose al Swiss National Fund una ricerca riguardante gli effetti sulla salute umana del cibo cotto con il microonde. La proposta fu rifiutata e la ricerca venne dunque condotta su piccola scala e con fondi privati. Otto volontari furono coinvolti nello studio, senza che fossero a conoscenza dei metodi di cottura del proprio cibo. A parere degli esperti, secondo quanto riportato all’interno dello studio in questione: “I cibi cotti con microonde, paragonati a quelli non irradiati, causano cambiamenti nel sangue delle persone testate, tali da indicare l’inizio di un processo patologico, proprio come nel caso di un iniziale processo canceroso”. Dalle analisi del sangue condotte sui volontari emerse come a seguito di assunzione di cibi cotti al microonde si verificassero una riduzione dell’emoglobina ed un aumento dell’ematocrito, dei leucociti e del colesterolo.

5) Le microonde sono tossiche?

Il sito web Disinformazione.it riporta un’intervista rivolta al dottor Hans U. Hertel, nella quale le microonde vengono definite in contraddizione con la natura e quindi tossiche, principalmente poiché nel caso del microonde ci troviamo di fronte ad un’energia basata sulla corrente alternata, mentre le energie naturali si basano sulla corrente continua, a impulsi. Gli alimenti verrebbero resi tossici proprio dall’azione delle microonde, con effetti a lungo termine pericolosi per la salute dell’uomo, compreso il cancro.

6) Involucri per microonde

Un’ulteriore situazione di dubbio è legata all’impiego di involucri per il confezionamento di alimenti destinati alla cottura in microonde. Nell’anno 2000 la University of California ha posto in luce la migrazione dagli involucri per microonde verso gli alimenti in essi contenuti di una sostanza cancerogena denominata dietilexiladepate, in una quantità compresa tra le 200 e le 500 parti per milione. Tra le sostanze in grado di migrare dagli involucri agli alimenti vennero inoltre individuate gli xenoestrogeni, correlate al tumore al seno ed alla diminuzione degli spermatozoi.

7) Esposizione alle microonde

La nostra esposizione agli effetti della cottura al microonde non avverrebbe unicamente attraverso l’assunzione di cibo preparato utilizzando tali metodi, ma anche a causa di una eccessiva vicinanza all’elettrodomestico durante il suo funzionamento. Sarebbe dunque necessario mantenere una distanza di almeno 90 centimetri dal forno a microonde funzionante per non esporsi agli effetti cumulativi delle sue onde. La parte del corpo a maggior rischio di esposizione alle microonde sarebbe il cristallino degli occhi, in quanto non avrebbe modo di disperdere l’energia termica.

8) Struttura cellulare degli alimenti

L’invenzione del forno a microonde sarebbe avvenuta durante la seconda guerra mondiale, in Germania, al fine di facilitare la preparazione dei cibi all’interno dei sottomarini oppure per facilitare i soldati nel corso delle manovre di invasione dell’Unione Sovietica. La tecnologia venne in seguito esportata negli Stati Uniti ed il primo forno a microonde venne posto in commercio da parte di Rayethon nel 1952. Soltanto negli anni Settanta iniziarono però a comparire i primi studi che apparivano porre in dubbio la sicurezza del microonde. Studi condotti su broccoli e carote cotti al microonde avrebbero evidenziato come la struttura molecolare degli alimenti si deformasse al punto tale da distruggere le pareti cellulari. Nella cottura tradizionale, invece, le strutture cellulari rimarrebbero intatte (Journal of Food Science, 1975).

9) Biberon e latte per l’infanzia

L’Università del Minnesota, tramite un annuncio trasmesso via radio, avrebbe indicato come il microonde non sia raccomandato per riscaldare il biberon dei bambini. Il contenitore potrebbe apparire freddo all’esterno, ma il liquido contenuto al suo interno potrebbe risultare bollente e causare ustione. Inoltre il riscaldamento al microonde potrebbe provocare alcuni cambiamenti all’interno del latte stesso con perdita di vitamine nel latte formulato e con la distruzione di alcune proprietà protettive nel caso del latte materno. L’Università consigliava dunque di riscaldare il biberon immergendolo in una ciotola contenente acqua calda in sostituzione del microonde.

10) Obesità

La complessa questione della cottura al microonde è stata infine posta in correlazione con la diffusione di una vera e propria epidemia di obesità nel corso degli ultimi decenni. Il microonde ha contribuito alla diffusione dell’obesità? Secondo un articolo pubblicato nel 2007 da parte di BBC News, dal titolo “Did microwaves ‘spark’ obesity?”, la diffusione del microonde dovrebbe essere valutata tra le possibili cause dell’epidemia dell’obesità. L’inizio dell’epidemia di obesità è stato datato da parte degli esperti tra il 1884 ed il 1987, periodo in cui ebbe inizio un’ampia diffusione dell’impiego del microonde, che avrebbe dunque reso più rapida la preparazione degli alimenti, accompagnato dalla comparsa nei supermercati di cibi pronti da cuocere in poco tempo. Ciò potrebbe aver condotto ad una minore qualità dei cibi introdotti nella propria alimentazione, ad un incremento delle quantità di cibi di scarsa qualità consumati e ad un conseguente aumento incontrollato del peso corporeo.

Marta Albè

Fonte: http://pianetablunews.wordpress.com/

L’inquinamento causa l’aterosclerosi: il rischio di infarto e ictus cresce con l’esposizione ai Pm2,5

Una ricerca condotta su un campione di cinquemila individui conferma la correlazione fra inquinamento atmosferico e problemi all’apparato cardiovascolare161171726-586x390

L’esposizione prolungata alle polveri sottili accelera il processo di ispessimento e indurimento delle arterie, oltre al fumo, all’obesità, al colesterolo e alla pressione, sul banco degli imputati per lo sviluppo dell’aterosclerosi c’è l’inquinamento atmosferico. A confermarlo è uno studio pubblicato di recente su Plos Medicine che ha osservato come l’esposizione alle polveri sottili accentui l’aterosclerosi aumentando i rischi di infarto o ictus. Sara Adar della University of Michigan School of Public Health e Joel Kaufman della University of Washington hanno analizzato l’effetto dell’inquinamento sulla carotide comune utilizzando questa arteria (che trasporta il sangue al collo alla testa e al cervello) come zona di report per valutare la situazione degli altri vasi del corpo. È stato analizzato l’ispessimento della carotide di cinquemila persone di età compresa fra i 45 e gli 84 anni, provenienti da sei diverse aree metropolitane degli Stati Uniti e senza problemi di tipo cardiovascolare. I risultati degli esami agli ultrasuoni effettuati nell’arco di cinque anni sono stati inequivocabili: se in media lo spessore della carotide aumentava di 14 micrometri all’anno nelle persone maggiormente esposte ai Pm2,5 l’ispessimento era maggiore di 5 micrometri. Questi dati, correlati con altri risultati della stessa popolazione, hanno anche evidenziato come coloro che abitano nelle aree più inquinate della città abbiano il 2% di possibilità in più di contrarre un ictus nei confronti di chi risiede nelle zone con meno Pm2,5. Lo studio non è concluso, le analisi condotte in futuro sulla stessa popolazione consentiranno di valutare in maniera più approfondita la correlazione fra un’esposizione a lungo termine ai Pm2,5 e problemi all’apparato cardiovascolare.

Fonte:  Galileo

La percezione del rischio campi elettromagnetici: una problematica ancora attuale

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In ambito di prevenzione e sicurezza, i campi elettromagnetici costituiscono una tipologia di rischio che suscita ancora perplessità nella popolazione, non sono in Italia ed in Europa, ma in tutto il mondo

I risultati delle ricerche portate avanti nel corso degli ultimi 10 anni non hanno fornito purtroppo risposte conclusive ed omogenee per quanto riguarda gli effetti della esposizione ai campi elettromagnetici sulla nostra salute.

E’ pertanto possibile affermare che ci si trova di fronte ad un fenomeno complesso caratterizzato da una rilevante incertezza dal punto di vista scientifico che richiede, oltre ad una continua integrazione delle conoscenze disponibili, anche una accurata e trasparente diffusione delle stesse, allo scopo di permettere una corretta valutazione e gestione del rischio.

Il problema pertanto non deve essere trattato unicamente da un punto di vista scientifico, soffermandosi esclusivamente sulle potenziali conseguenze sanitarie e biologiche della esposizione, ma anche da un punto di vista sociale, attraverso analisi approfondite che permettano di comprendere gli atteggiamenti e le percezioni delle persone nei confronti di tali effetti.

A tal proposito, nel 2003 l’agenzia australiana ARPANSA (Australian Radiation Protection and Nuclear Safety Agency) ha istituito un Registro in cui vengono riportati vari problemi alla salute lamentati da cittadini australiani e la cui comparsa potrebbe essere messa in relazione all’esposizione a campi elettromagnetici.

In tale Registro vengono considerate le esposizioni a campi con frequenze comprese tra 0 e 300 GHz. I cittadini che ritengono di soffrire o di aver sofferto di patologie correlabili all’esposizione ai campi elettromagnetici possono quindi compilare un questionario standard nel quale hanno la possibilità di descrivere in dettaglio le modalità della loro esposizione, sia residenziale che professionale, e gli eventuali sintomi o patologie da loro ritenuti associabili alla esposizione ai campi elettrici, magnetici o elettromagnetici.

Il Registro ancora non è molto utilizzato dai cittadini, infatti da quando è stato istituito, ha ricevuto in totale 55 report di cui 24 nel periodo Luglio 2003-Giugno 2004, 5 tra Luglio 2004-Giugno 2005, 1 tra Luglio 2005-Giugno 2006, 7 tra Luglio 2006-Giugno 2007, 3 tra Luglio 2007-Giugno 2008, 9 tra Luglio 2008-Giugno 2010 e 6 tra Luglio 2010-Giugno 2012.

Considerando nello specifico le segnalazioni giunte e le fonti di esposizione dichiarate per il periodo 2010-2012, si osserva che i campi elettromagnetici prodotti dai terminali mobili non vengono mai indicati come fonte associabile ad insorgenza di fastidi o patologie, mentre nel periodo 2003-2010 si trovavano al secondo posto.

L’analisi dei dati segnalati dai cittadini hanno permesso di costruire un quadro abbastanza dettagliato dei disturbi percepiti come legati alla esposizione a campi elettromagnetici.

Il quadro emerso varia a seconda degli anni: nel periodo 2010-2012 le patologie maggiormente segnalate consistono in dolori vari al corpo, vertigini, aritmia, insonnia, nausea, sensazione di tintinnio alle orecchie; non sono stati invece riportati emicranie, sensazione di bruciore diffuso, problemi a livello di concentrazione che nei periodi precedenti (2003-2010) avevano avuto un’incidenza elevata.

Si tratta in ogni caso di disturbi di lieve entità che possono essere ricondotti a sindrome idiopatica di ipersensibilità, fenomeno afferente al campo della psichiatria e non della medicina generale, per il quale non ci sono evidenze sperimentali di una possibile associazione tra esposizione ai campi elettromagnetici e sviluppo delle reazioni fisiche lamentate, ma con molta probabilità un effetto di tipo nocebo.

Oltre a queste statistiche, sono stati condotti numerosi altri studi sulla percezione del rischio, non solo in materia di campi elettromagnetici ma anche prendendo in considerazione tutte le tecnologie che fanno uso di radiazioni sia ionizzanti che non. Dall’analisi di tali studi si può affermare che le percezioni e le valutazioni della popolazione sono spesso eterogenee e possono subire influenze esterne ad esempio dai media.

Tra i vari risultati, infatti, è emersa una bassa percezione del rischio associato ai campi emessi dagli elettrodomestici, strumenti di uso comune e considerati innocui e, di contro, un’altissima percezione del rischio associato ai cavi di alta tensione delle linee elettriche; analogamente nel campo delle radiofrequenze, la percezione del danno alla salute derivante dall’utilizzo del terminale mobile è minore rispetto a quella associata alla presenza di stazioni radiobase negli ambienti di vita.

Si può perciò affermare che la percezione del rischio non dipende sempre dal valore reale del rischio stesso ma piuttosto dal modo in cui il pubblico lo percepisce e spesso anche dalla familiarità con una determinata situazione. Nel caso specifico dei campi elettromagnetici, l’impossibilità di percepirli a livello sensitivo e visivo e la mancanza di una risposta scientifica chiara ed esaustiva sui loro potenziali effetti biologici e sanitari, rendono questo agente fisico poco conosciuto e, di conseguenza, maggiormente temuto.

Da questa analisi emerge che la percezione del rischio può portare ad inutili allarmismi e arrivare a bloccare o rallentare il progresso o l’applicazione di determinate tecnologie, va pertanto affrontata in modo chiaro, trasparente e concertato, mettendo sempre in primo piano i risultati di una ricerca scientifica che deve venire aggiornata con continuità e rivolgersi alla popolazione in modo comprensibile e, ove possibile, univoco.

Fonte: Elettra2000