Morto Fabian Tomasi, simbolo della lotta contro Monsanto e i pesticidi

È morto ieri in Argentina Fabian Tomasi, divenuto un simbolo della lotta contro il glifosato, pesticida con cui l’uomo, deceduto per una polineuropatia, era entrato a contatto durante il suo lavoro nell’agrochimica. Ammalatosi dieci anni fa, Fabian ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla lotta contro i pesticidi. Padre di una figlia, quest’uomo ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a mettere in guardia sul pericolo correlato all’uso di erbicidi e ha accettato di farsi fotografare, mostrando il suo corpo malato e scheletrico, ferita di guerra di questa battaglia. Fabian Tomasi, che lavorò per anni al rifornimento di erbicidi per gli aerei utilizzati per lo spargimento e poi si trasformò in un simbolo della lotta ai pesticidi in Argentina, è morto all’età di 53 anni per una polineuropatia. Tomasi era un grande oppositore della Monsanto, colosso della produzione di prodotti chimici per l’agricoltura.58b2faf016ea0

Foto tratta da 03442.com.ar

“Venerdì l’assassinio si è compiuto. Fabian si è ammalato 10 anni fa. Ha resistito tanto prima di morire per poter denunciare la politica agricola criminale che lo ha devastato”, ha dichiarato sabato all’AFP Medardo Avila, membro della Rete dei Medici delle Città Intossicate, che affiancò Fabian nella sua lotta.

“Siamo addolorati e indignati per la sua morte. Abbiamo un sistema produttivo che sta contaminando mezzo paese, ha sottolineato il medico-attivista. Nelle sue testimonianze, Tomasi aveva dichiarato di non aver mai usato protezioni durante il suo lavoro perché nessuno lo aveva avvertito di quanto fosse pericoloso maneggiare il glifosato, un erbicida che secondo l’OMS è “probabilmente cancerogeno” e che viene utilizzato sulle colture nate da semi OGM. Mesi prima di morire, in una intervista rilanciata alla AFP, Tomasi aveva dichiarato che il glifosato è qualcosa di “tremendamente ingannevole, una trappola che ha piazzato gente molto pericolosa. Adesso non ci rimane nulla. Tutta la terra che possediamo non è sufficiente per accogliere tutta questa morte”, ha detto in quel momento, quando a causa della malattia non poteva neanche più ingerire alimenti solidi, aveva perso massa muscolare e soffriva di dolori articolari che limitavano i suoi movimenti.agriculture-1359862_960_720

Tomasi aveva cominciato a lavorare nell’agrochimica nel 2005 per un’azienda che spruzzava pesticidi nella provincia di Entre Rios, nella città dove poi è morto. “I prodotti chimici hanno compromesso la sua salute, fino a ucciderlo. Se ne va un simbolo della lotta ai pesticidi, una persona che ha svolto un ruolo decisivo nel far capire che questo modello uccide”, ha scritto su Twitter Patricio Eleisegui, pubblicista e autore di “Avvelenati”, un libro che racconta la vita di Tomasi.  In Argentina la semina di soia OGM, che richiede l’utilizzo di milioni di litri di glifosato, ha cominciato a diffondersi alla fine degli anni ’90. Principale prodotto dell’export di questo paese, la soia ha gradualmente rimpiazzato l’allevamento e la coltivazione di alti prodotti meno remunerativi.

 

Fonte: AFP

Cocktail chimici ogni giorno: ecco come ci fanno ammalare

Oltre 80 differenti sostanze chimiche cui siamo esposti ogni giorno possono avere effetti sinergici e agire favorendo lo sviluppo del cancro: lo conferma uno studio condotto da una rete di 174 scienziati in 28 paesi del mondo.chimica_tossica

Le sostanze chimiche cui siamo esposti ogni giorno nella nostra quotidianità sono spesso approvate dagli enti governativi che hanno stabilito soglie minime e massime affinché non risultino pericolose. E per anni ci è stato ripetuto che “è la dose che fa il veleno”.  Può anche essere stato vero in determinate condizioni e per determinate sostanze, ma oggi siamo esposti a talmente tante sostanze chimiche insieme che è ormai chiaro come non sia più possibile calcolarne la tossicità singolarmente. Pensate a un semplice picnic in un parco cittadino. L’aria che respirate è piena di particolato inquinante proveniente dalla combustione delle auto, i terreni sono trattati con erbicidi o fertilizzanti chimici la plastica dentro cui è confezionato il vostro cibo può contenere BPA o ftalati, le bibite possono contenere conservanti, gli spray detergenti che usate dopo mangiato possono contenere triclosan e i filtri solari che vi spalmate sulla pelle probabilmente contengono nanoparticelle. Ora moltiplicate tutto questo per ogni giorno della vostra vita. Il settore agricolo ci permette di comprendere, a livelli estremi, come questo meccanismo di intossicazione può avvenire. In un’azienda agricola si è esposti ad azoto, fosforo, potassio sotto forma di fertilizzanti chimici, erbicidi, insetticidi e fungicidi. Si tratta di sostanze per le quali esistono soglie limite e quantità massime cui essere esposti in un determinato periodo di tempo, ma non si considera che un agricoltore vi è esposto tutto l’anno e tutti gli anni, utilizzando peraltro mix di queste sostanze che hanno azioni sinergiche per buona parte sconosciute. Ora arriva uno studio condotto da 174 scienziati su 28 paesi che indaga quali sono i livelli minimi di esposizione per 85 sostanze chimiche quali sono gli impatti delle combinazioni di sostanze sullo sviluppo del cancro. Tutte le sostanze sono state selezionate perché sono dappertutto nell’ambiente e non sono classificate come cancerogene per l’uomo prese singolarmente. Ognuna di esse agisce attraverso diversi canali e modalità e gli autori dello studio sospettano che le interazioni possano aumentare il rischio di cancro. Il team ha attestato che 50 di queste 85 sostanze possono avere un ruolo nella genesi del cancro anche alle basse dosi con cui sono presenti nell’ambiente ed è stata avanzata la richiesta di regolamentarle. Purtroppo invece si continua ostinatamente ad andare nella direzione esattamente opposta. Ogni sostanza viene considerata a sé e mai nella sua azione combinata con tutte le altre cui siamo esposti. Basti pensare, per esempio, agli inceneritori; vengono misure le emissioni degli impianti sostanza per sostanze per verificare se ognuna di esse resta sotto i limiti di legge ma non si considera mai che la popolazione è esposta alla miscela di queste sostanze che escono dai camini sotto forma di fumi.

Fonte: ilcambiamento.it

“Eden” tossico per le api: pesticidi nelle piante ornamentali

Il 79 per cento delle piante ornamentali analizzate sono risultate contaminate da pesticidi killer delle api. Alcuni campioni addirittura da sostanze illegali in Europa. Questi i risultati di un nuovo rapporto di Greenpeace International “Eden tossico: i loro veleni nel tuo giardino”, che evidenzia l’ampio uso di pesticidi dannosi per le api nel settore della florovivaistica. Le piante analizzate sono state acquistate in negozi di giardinaggio, supermercati e centri del fai da te in dieci Paesi europei per un totale di oltre 35 varietà di piante molto diffuse come viola, campanula e lavanda, note per attirare le api.eden_tossico

Il 79 per cento delle piante ornamentali analizzate sono risultate contaminate da pesticidi killer delle api. Alcuni campioni addirittura da sostanze illegali in Europa. Questi i risultati di un nuovo rapporto di Greenpeace International “Eden tossico: i loro veleni nel tuo giardino”, che evidenzia l’ampio uso di pesticidi dannosi per le api nel settore della florovivaistica. Le piante analizzate sono state acquistate in negozi di giardinaggio, supermercati e centri del fai da te in dieci Paesi europei per un totale di oltre 35 varietà di piante molto diffuse come viola, campanula e lavanda, note per attirare le api. Il 98 per cento dei campioni conteneva residui di insetticidi, erbicidi o fungicidi. Molti campioni erano contaminati da un “cocktail” di pesticidi diversi. Insetticidi ritenuti pericolosi per le api sono stati trovati in 68 piante (il 79 per cento dei campioni). In quasi la metà dei campioni sono stati rilevati residui di almeno uno dei tre insetticidi neonicotinoidi – il cui uso è stato limitato nell’Unione europea per evitare gli impatti sulle api – in alcuni casi ad alte concentrazioni: il 43 per cento conteneva imidacloprid, l’8 per cento il thiamethoxam, mentre il clothianidin è stato trovato nel 7 per cento del totale. «I fiori sui nostri balconi o nei nostri giardini possono contenere pesticidi tossici, che mettono a rischio api e altri impollinatori. Finché si continueranno a utilizzare pesticidi killer delle api per la coltivazione di piante e fiori, tutti noi possiamo essere complici inconsapevoli di una contaminazione ambientale che mette a rischio le api» dichiara Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. Tra le sostanze rilevate dallo studio, in 12 delle 86 piante ornamentali analizzate (il 14 per cento del campione) sono stati rilevati pesticidi non autorizzati nell’UE, tra cui due tossici per le api. Non è chiaro se si tratti di applicazioni illecite effettuate in Europa o di importazioni da Paesi dove gli standard sono inferiori a quelli dell’UE. Anche se da questo studio non è possibile trarre conclusioni definitive sull’impatto di queste sostanze tossiche sulle api, è plausibile che api e altri impollinatori possano essere esposti a concentrazioni rischiose quando visitano queste piante. «Il bando parziale in vigore su alcuni neonicotinoidi non basta a proteggere le api e gli altri impollinatori. È necessario subito un divieto assoluto dei pesticidi dannosi per le api, che sia il primo segnale di un cambio radicale dell’attuale modello agricolo industriale basato sulla chimica di sintesi» conclude Ferrario. La presenza di residui di antiparassitari non autorizzati in piante ornamentali vendute in Europa evidenzia la necessità di un maggior rigore dei sistemi di monitoraggio e gestione delle filiere nel settore florovivaistico. Questa però è solo la cima dell’iceberg. Quello che serve è lo sviluppo e la promozione di pratiche agricole ecologiche, che garantiscano ambienti salubri e sicuri all’interno di aziende agricole e giardini, dove insetti e biodiversità possano prosperare.

Leggi qui la sintesi del rapporto in italiano.

Fonte: il cambiamento.it

In Brasile la magistratura vuole mettere al bando il glifosato e altri pesticidi

La procura federale ha chiesto la sospensione dell’uso per rivalutarne la tossicità sull’uomo e l’ambiente, dopo che nel decennio passato la quantità di pesticidi impiegata è triplicata. In Brasile, il Procuratore federale ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di sospendere l’uso del glifosato, l’erbicida più usato nel paese sudamericano. La messa al bando riguarda anche altri pesticidi (2,4-D, metil paratione, lactofem, phorate, carbofuran, abamectina, tiram e paraquat) Le azioni giudiziarie sono due: La prima intende obbligare l’agenzia nazionale di sorveglianza per la salute (ANVISA) a rivalutare la tossicità di otto principi attivi di pesticidi sospettati di causare danni alla salute e all’ambiente; la seconda mette in discussione la registrazione del 2,4-D usato sugli infestanti a foglia larga. Il ministero dell’Agricoltura sospenderà la registrazione dei prodotti fino al termine dell’indagine. La grande diffusione della soia OGM resistente al glifosato è la principale responsabile dell’abnorme consumo di erbicidi in Brasile: tra il 2003 e il 2008 l’area di coltivazione della soia geneticamente modificata è passata da 7 a 14 milioni di ettari e nello stesso periodo il consumo di erbicidi usati sulla soia è triplicato. La soia OGM tollera l’erbicida glifosato e questo avrebbe dovuto darle un vantaggio competitivo su altre erbe infestanti, ma tramite la selezione naturale, ora si sono diffuse numerose specie resistenti al glifosato. Questo ha portato gli agricoltori a consumare più erbicida e a usarne varietà più tossiche. La risposta del biotech è stata analoga, visto che sono allo studio varietà di soia resistenti a più erbicidi. In questa folle corsa agli armamenti, i perdenti sono la salute umana e l’ambiente, per cui bene ha fatto la magistratura ad imporre una battuta d’arresto. Questo intervento segue di poche settimane il bando al glifosato imposto dal governo dello Sri Lanka a causa delle gravi patologie renali causate ai contadini.brasile

Fonte: ecoblog.it

Mais, soia e cotone OGM negli USA: le rese non crescono, ma gli erbicidi sì

Negli ultimi 10 anni il mais, la soia e il cotone OGM hanno monopolizzato oltre il 90% della produzione negli USA. Le rese di fatto non sono aumentate, mentre è molto cresciuto l’uso dell’ erbicida glifosato, che fa più danni di quanto si pensasse finora

Il video qui sopra mostra perchè Monsanto è stata votata dai lettori di Natural News come l’azienda più malvagia del 2011. L’argomento OGM in Italia suscita delle vere e proprie guerre di religione tra i (molti) contrari e i (pochi) a favore. E’ opportuno provare a lasciare da parte le passioni e vedere quali sono i dati relativi agli ultimi due anni. Come si può vedere dalla curva rossa nel grafico qui sotto, tra il 2000 e il 2012, gli OGM hanno progressivamente conquistato il mercato del mais, passando dal 20 al 90% della superficie coltivata. Crescita analoghe sono riscontrabili anche nella soia e nel cotone, anche se nel 2000 la loro quota OGM era già più alta(1).Mais-OGM-USA

Occorre notare però che le rese non sono di fatto cresciute secondo le aspettative: con una superficie OGM doppia nel periodo 2007-2012, le rese sono cresciute solo del 4% rispetto al periodo 2000-2006 (2). Si tratta tuttavia di un aumento che non è statisticamente significativo.(3)

Inoltre negli ultimi anni, il mais OGM non si è mostrato particolarmente resistente alla siccità estiva. La situazione è analoga per la soia, mentre per il cotone il trend è leggermente migliore, ma pur sempre basso (6% di aumento tra i due periodi). E’ invece cresciuto in modo significativo, intorno al 30%, l’uso degli erbicidi, su tutte e tre le colture. Come abbiamo scritto alcuni giorni fa, l’erbicida glifosato è responsabile di una grave patologia renale in alcuni paesi poveri come lo Sri Lanka, El Salvador e il Nicaragua, ed è molto più persistente nell’ambiente di quanto si pensasse.

Una recente ricerca francese mostra inoltre che i più comuni pesticidi sono più tossici per le cellule umane dei soli principi attivi dichiarati; anche gli ingredienti inerti contribuiscono ad aumentarne la pericolosità.Uso-erbicidi-OGM

(1) Roughly speaking, esistono due principali categorie di OGM, quelli tolleranti agli erbicidi (HT) che sopravvivono quando i campi sono irrorati di glifosato roundup e quelli naturalmente resistenti agli insetti grazie all’inserimento di un bacillo nel genoma(BT); esistono varietà HT e BT di mais e cotone e solo HT per la soia.

(2) I dati sulle rese  provengono dalla FAO, i dati sulla percentuale di OGM e sui pesticidi dall’USDA. L’USDA tace sul tema delle rese globali riportando solo i risultati di studi parziali che sono tendenzialmente favorevoli agli OGM. Tali studi non riflettono però la totalità della produzione, secondo i numeri che invece riporta FAO.

(3) A voler essere pignoli, il trend temporale della resa è pari a 0,04 t/ha anno con un errore di +/- 0,05 t/ha anno, quindi il coefficiente positivo non è assolutamente significativo; R²=0,04, cioè non c’è correlazione e c’è più o meno il 50% di probabilità che l’aumento sia del tutto casuale.

Fonte: ecoblog

Il progresso dei veleni. Diserbanti anche lungo le strade.

La pratica di diserbare i bordi della strade si sta diffondendo in molte zone d’Italia nonostante l’effettiva illegalità della stessa. Ma qualcosa possiamo fare per impedirlo. Ecco una testimonianza di azione collettiva in tal senso conclusasi con successostrade_diserbanti2

Poiché quest’anno in Italia centrale fino alla fine di gennaio l’inverno non c’è stato, la guerra chimica alla natura dell’agricoltore convenzionale, che di solito inizia in primavera, è cominciata già all’inizio dell’anno.
L’agricoltore convenzionale è quello che segue le regole e convenzioni a lui raccomandate, insegnate, propagandate dall’industria petrolchimica.

Il primo atto di guerra chimica dell’agricoltore convenzionale consiste nello spargere erbicidi, detti anche diserbanti, nei suoi campi. “Erbicida” vuol dire “che uccide l’erba”. Perché l’erba pare essere diventata, per la parte più “progredita” dell’umanità, uno degli acerrimi nemici, da combattere con qualsiasi arma. Ma non illudetevi che si limiti a uccidere solo quella: gli USA utilizzano i diserbanti come arma di guerra dai tempi del Vietnam. Hanno ucciso coi diserbanti migliaia di persone, in modo diretto o indiretto (cancri, leucemie, malformazioni eccetera). Contro l’agricoltore convenzionale possiamo fare poco, se rispetta le norme e le leggi che regolano l’uso dei fitoveleni. Ma qualcosa tuttavia sì: divulgare informazione sui danni da pesticidi, fare nei nostri comuni, se sono agricoli, convegni, conferenze, incontri rivolti ad agricoltori e popolazione. Ci sono ricerche scientifiche indipendenti anche in Italia, che dimostrano la nocività dei pesticidi, e ricercatori disponibili a tali incontri. Per trovarli potete provare a contattare per esempio Medicina Democratica, un’associazione di base per la difesa della salute che vanta vari medici e relatori tra i suoi aderenti (www.medicinademocratica.org). Possiamo poi denunciare quegli agricoltori che non rispettano le norme di uso dei diserbanti e, ultimo ma non meno importante, comperare e mangiare solo cibi biologici. Ma c’è qualcuno che, come apprendiamo dai giornali sempre più spesso, le norme d’uso degli erbicidi le viola senza pensarci, fregandosene allegramente e palesemente di tali norme e della salute dei cittadini e dell’ambiente; le viola alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti: l’ANAS e alcune amministrazioni provinciali. Anche loro fanno la guerra alle erbe sui lati delle strade e, siccome la guerra meccanica richiede più tempo e lavoro (cioè più salari pagati a operai), e siccome vige in Italia il sistema dei subappalti concessi a chi chiede meno soldi (e le ditte che chiedono meno sono quelle che sfruttano di più e lavorano peggio), ecco che la guerra diventa chimica. Di solito iniziano a marzo, ma quest’anno si danno da fare già in gennaio Dove sono le ASL? A controllare le galline ruspanti e i formaggi del pastore.  Le norme per l’uso degli erbicidi prevedono alcune elementari, minime precauzioni, che sono in totale e insanabile contrasto con lo spargerli lungo le pubbliche strade. Allora forse contro questa pratica spandi veleni attuata da ANAS e pubbliche amministrazioni possiamo fare qualcosa di più. Approfittiamo delle leggi in vigore (prima che la grande industria le faccia cambiare a proprio vantaggio come è ormai d’uso) e chiediamo semplicemente che vengano rispettate. Ci vuole un gruppo di persone che tengano all’ambiente e alla propria salute (può bastare un Gruppo di Acquisto Solidale); una lettera fatta magari con l’aiuto di un avvocato amico (uno di quelli che non pensa solo ad accumulare palanche), disposto nel caso a mettere in piedi un esposto o un’azione legale collettiva. Azione che si può condensare in una raccolta di firme in calce alla lettera, che ci permetterà di informare e sensibilizzare parenti, amici, vicini di casa, avventori del bar sotto casa, colleghi di lavoro, compagni di studi. La lettera va inviata alle amministrazioni comunali, provinciali, regionali e, naturalmente, alla sede regionale e nazionale dell’ANAS. Con la lettera far presente che persino le ditte produttrici degli erbicidi raccomandano: “Durante i trattamenti è necessario evitare che anche piccole quantità di prodotto raggiungano corsi d’acqua e fossi per scongiurare gravi contaminazioni e danni all’ambiente acquatico”!
Oppure: “Non trattare nei periodi di fioritura, per non distruggere gli impollinatori”. Affermazioni come queste le fa nientemeno che una nota azienda produttrice di erbicidi come la Syngenta, mica io. Inoltre le stesse ditte, oltre alle ASL ecc., raccomandano e impongono che il tempo di rientro, cioè l’intervallo di tempo che deve trascorrere dalla fine del trattamento al momento in cui si può entrare nel terreno trattato, sia di almeno 48 ore per qualsiasi pesticida. Almeno (!) 48 ore. È evidente che irrorando coi diserbanti i bordi delle strade pubbliche, le quali non vengono per questo chiuse per quarantott’ore, si contravviene alla minima elementare precauzione di salvaguardia della salute umana. Lungo le strade pubbliche, statali o provinciali o comunali (perché c’è anche qualche comune italiano che ha avuto la bella idea), i bambini aspettano il pulmino scolastico, ragazzini e adulti il pullman di linea; poi c’è ancora chi lungo le strade ha l’antiquata abitudine di camminare; senza contare quei poveracci (sono milioni) che ci abitano, lungo le strade diserbate, e che uscendo di casa calpestano, assieme ai loro bambini e cani, il diserbante appena irrorato, e poi se lo portano dentro casa per continuare l’opera non più “erbicida”, forse “omicida”? Perché la gente che abita, cammina, aspetta il pullman lungo le strade, a differenza dei lavoratori agricoli che spargono i pesticidi, non ha guanti, tute, scarponi da lavoro da lasciare nella rimessa o da ripulire dopo ogni trattamento, come raccomandano le ASL e persino la Syngenta. Quanto alle leggi sui prodotti “fitosanitari”, termine asettico e menzognero per definire i veleni inquinanti, distruttori di ambiente, di equilibrio ecologico, di salute del suolo e dell’aria e dell’acqua, prodotti dall’industria agrochimica e diffusi sul globo terraqueo a milioni di tonnellate, in genere impongono:
– che il diserbante non venga irrorato a meno di dieci metri da corsi d’acqua e invasi (lungo le strade corrono i fossi di scolo delle acque, ci sono i tombini che convogliano acque di scolo, sotto le strade ci passano i fiumi e i torrenti e i ruscelli);
– che l’area trattata venga delimitata o segnalata con divieto di accesso (le strade statali!?);
– e, dulcis in fundo, che “le aree interessate ai trattamenti non devono trovarsi a meno di 10 metri da strade pubbliche”.
Dunque, diserbare con gli erbicidi i bordi delle strade è, a tutti gli effetti, illegale. Oltre che mentalmente insano, irresponsabile, sconsiderato, ecocida e gli altri epiteti metteteceli voi, perché non si possono scrivere su un giornale. Ne consegue il dovere, per chiunque tenga all’ambiente, di intervenire per far cessare questa pratica
In molti casi si è riusciti a “convincere” facilmente le amministrazioni provinciali, anche inviando la suddetta lettera con le firme ai giornali locali. Siamo costretti anche questa volta a una battaglia “in difesa”.
Quando ero una ragazzina, chi mi insegnò a giocare a scacchi (che sono un gioco di simbolica guerra), mi fece notare che, per vincere, bisogna riuscire a essere all’attacco. In effetti, chi costringe l’avversario in difesa è automaticamente in vantaggio: chi si difende deve pensare e agire per non essere sopraffatto, non ha tempo e modo di pensare e organizzare una strategia. Nella guerra all’ambiente, che vuol dire guerra al pianeta e a tutte le sue creature, portata avanti (in questo caso anche con l’aiuto dell’ANAS) dai matti pericolosi che dominano ormai il mondo, il movimento ambientalista, cioè i savi o pressoché tali, che il mondo e tutte le sue creature vorrebbero salvarli, sono negli ultimi anni quasi sempre in difesa. E cediamo terreno palmo a palmo. Mi viene allora da domandarmi in che modo, per esempio, potremmo “attaccare” i Signori dell’Agrochimica e i loro succubi, e non solo cercare di difenderci scompostamente da essi. E una risposta, certamente parziale, non decisiva, ma del tipo “azione” e non solo “reazione”, e quindi importante, mi sembra di trovarla:comprando e mangiando solo cibi biologici (se proprio non ce la facciamo a consumare tutto tutto bio, almeno tutti i cibi di uso quotidiano). I prodotti di quegli agricoltori che sono ancora contadini, cioè abitanti e lavoratori rispettosi della terra, suoi custodi; combattenti spesso solitari di una battaglia che è per il bene comune, che preserva suolo, acque e tutte le creature che ci vivono; gente che va controcorrente e che fa fatica, ma che è la sola speranza di sopravvivenza dell’agricoltura. E poi, meno importante ma importante, non comprando piante e fiori impestati che arrivano dal Kenia schiavizzato, non spruzzandoci addosso o vaporizzando nelle case prodotti chimico sintetici per ammazzare le zanzare, non mettendo insetticidi negli angoli di casa per far fuori le formiche, non usando il collare antipulci che emana pesticidi sul nostro cane e su nostro figlio che gioca con lui. I prodotti che vendono anche al supermercato come insetticidi sono altrettanto nocivi, hanno gli stessi principi attivi di quelli che gli “agricoltori convenzionali” spargono sui campi con qualche precauzione in più.
E convogliano anch’essi un flusso di denaro, e potere, nelle tasche dei matti pericolosi che dovremmo rendere innocui.

Piena splendeva la luna quando presso l’altare si fermarono:

e le cretesi con armonia sui piedi leggeri cominciarono spensierate a girare attorno all’ara sulla tenera erba appena nata.
(Saffo)

Fonte: il cambiamento

Il Bhutan forse non riuscirà a vietare pesticidi e erbicidi al 100% entro il 2020

Il Regno del Bhutan non sarà un paese senza pesticidi e erbicidi al 100%, promessa pre elettorale rilasciata troppo in fretta171397266-594x350

La promessa di rendere il Bhutan il primo Paese senza pesticidi e erbicidi al 100% fu fatta, forse troppo frettolosamente e in pieno stile pre elettorale (le elezioni ci sono state tra aprile e maggio di quest’anno NdR) lo scorso anno dal primo ministro Jigmi Thinley (rieletto) alla Conference on Sustainable Development di Rio20+ dichiarò che i contadini del piccolo regno himalayano:

lavorando in armonia con la natura, possono contribuire a sostenere il flusso di doni della natura.

Tanto è bastato per scatenare media e blog americani (e con effetto rimbalzo anche tutti gli altri) che ancora oggi riportano quella dichiarazione di un anno fa senza tener conto che in Bhutan ci sono state le elezioni questo luglio e che il piccolo regno himalayano non è lo ShangriLa e che probabilmente non riusciranno molto realisticamente a eliminare del tutto pesticidi e erbicidi se la produzione agricola deve bastare a sfamare 700 mila bhutanesi. Infatti a febbraio di quest’anno Pema Gyamtsho ministro per l’Agricoltura nel question time rispondendo alla domanda del leader dell’opposizione Tshering Tobgay che chiedeva chiarimenti in merito alle notizie diffuse dalla stampa in merito alle dichiarazioni di un’agricoltura in Bhutan biologica al 100% entro il 2020 disse:

Non vi è una dichiarazione ufficiale che vieti i pesticidi chimici e gli erbicidi. Si richiedono molte discussioni con gli agricoltori prima di prendere una tale decisione. Tuttavia l’uso di prodotti chimici è stato ridotto del 70%. Un improvviso divieto di erbicidi e pesticidi porterebbe al blocco delle attività essendone l’agricoltura completamente dipendente. C’erano circa 16 pesticidi a base di potassio, fosforo, azoto, calcio e magnesio usati dagli anni ‘60 per coltivare riso, patate e mais. Ne sono stati eliminati 34 tonnellate con l’aiuto della Svizzera tra il 2005 e il 2006. Oggi usiamo erbicidi in piccole quantità.

Ma dopo le elezioni la squadra di governo è cambiata e primo ministro è Tshering Tobgay mentre ministro per l’agricoltura è stato nominato Lyonpo Yeshi Dorji del partito dell’opposizione People’s Democratic Party (PDP)che ha stravinto al voto. E’ biologo con master all’Università del Missouri.

Fonte: ecoblog