Il Tribunale della UE: l’Efsa renda pubblici gli studi sul glifosato

Il Tribunale dell’Unione Europea ha annullato le decisioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che negavano l’accesso agli studi di tossicità e cancerogenicità del glifosato. Ora quegli studi devono essere resi pubblici.

Il glifosato è uno degli erbicidi più utilizzati a livello mondiale per il controllo delle erbe infestanti in agricoltura, orticultura, silvicultura e manutenzione del verde urbano. Nel marzo del 2015 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) lo ha catalogato come “probabile cancerogeno per gli umani”. Ad aprile 2015 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) è stata incaricata dalla Commissione Europea di prendere in considerazione le conclusioni dello Iarc ed effettuare una revisione nell’ambito del processo legale di rinnovo dell’autorizzazione dell’uso del glifosate in Europa. Contrariamente al rapporto Iarc, le ricerche di Efsa sono arrivate alla conclusione che è “improbabile che il glifosato possa costituire un pericolo cancerogeno per gli esseri umani”. I risultati opposti delle due valutazioni hanno generato, nei mesi seguenti, un duro dibattito tra esponenti delle due Agenzie circa la metodologia applicata nella determinazione della possibile cancerogenicità dell’erbicida. Sebbene le conclusioni dell’Efsa avrebbero permesso il rinnovo quindicennale della licenza per il glifosate da parte della Commissione Europea, a marzo 2016 il Comitato permanente su piante, animali, cibi e mangimi (Paff) non ha proceduto a tale rinnovo a causa dell’opposizione di alcuni paesi, tra cui l’Italia. Nell’aprile 2016 il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione non vincolante che esortava, tra l’altro, la Commissione a rinnovare l’autorizzazione al commercio del glifosato per sette anni invece di quindici e limitatamente all’uso professionale. In ambito UE è stato quindi varato il Regolamento 1313/2016 che prevede misure di limitazione nell’uso di formulati a base di glifosato, ripreso in Italia dal Decreto 9 agosto 2016 che proibisce l’utilizzo dell’erbicida in luoghi di interesse pubblico (parchi, giardini, ecc) e ne vieta totalmente l’impiego per fini non agronomici. Nel frattempo l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) nel marzo 2017 ha confermato la classificazione del glifosato come sostanza che può causare seri danni agli occhi, tossica per l’ambiente acquatico con effetti a lungo termine. In questo quadro di valutazioni anche contrastanti, un cittadino ed alcuni eurodeputati, appellandosi alle disposizioni della Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni in materia ambientale, hanno fatto richiesta di accesso all’Efsa relativamente agli studi sulla tossicità e cancerogenicità del glifosate alla base delle sue valutazioni; tali studi, mai pubblicati, sono ritenuti infatti fondamentali per determinare la dose giornaliera ammissibile di glifosate, oltre a contenere risultati e analisi sulla cancerogenicità della sostanza attiva.

L’Efsa ha però negato l’accesso a tali studi perché, ha spiegato:

. la divulgazione di tali informazioni avrebbe danneggiato gli interessi commerciali e finanziari delle imprese autrici degli studi stessi,

. non esisterebbe, secondo Efsa, alcun interesse pubblico prevalente alla divulgazione di questo genere di informazioni
. gli studi non avrebbero fornito informazioni relative alle emissioni nell’ambiente, ai sensi della Convenzione di Aarhus

. l’accesso a tali studi non sarebbe servito per una valutazione scientifica dei rischi relativi al glifosate.
I ricorrenti si sono dunque rivolti al Tribunale dell’Unione europea per chiedere l’annullamento del rigetto. E il Tribunale ha dato torto all’Efsa, annullando la sua decisione di negare l’accesso agli studi effettuati.

Ha dunque stabilito che l’Efsa debba rendere pubblici tali studi in quanto “l’interesse del pubblico ad accedere alle informazioni sulle emissioni nell’ambiente è non solo quello di sapere che cosa è, o prevedibilmente sarà, rilasciato nell’ambiente, ma anche di comprendere il modo in cui l’ambiente rischia di essere danneggiato dalle emissioni in questione”. Per i giudici europei, infatti, il pubblico è tenuto ad essere informato sui rischi ambientali legati alla diffusione del glifosate. Gli studi di cui è stato chiesto l’accesso, per il Tribunale UE conterrebbero a tutti gli effetti informazioni “[riguardanti] emissioni nell’ambiente” ai sensi della Convenzione di Aarhus e l’Efsa non avrebbe quindi dovuto negarne la divulgazione.

Per il Tribunale l’interesse pubblico è dunque superiore a quello delle aziende (e meno male…), trattandosi di una sostanza che, nel suo utilizzo normale, è destinata ad essere rilasciata nell’ambiente, i suoi impatti prevedibili non sono solamente teorici, visto che i residui sono presenti nel cibo, nelle piante e nelle acque, ma reali; il pubblico deve accedere non solo alle informazioni sulle dispersioni ma anche a quelle sulle conseguenze a medio e lungo termine sull’ambiente, per esempio sugli organismi che non sono target primari della sostanza.

Fonte: ilcambiamento.it

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Le acque italiane contaminate da 259 pesticidi

Il rapporto Ispra Ambiente fotografa la realtà delle acque italiane: oltre 35mila i campioni analizzati, 259 i pesticidi individuati, 400 quelli cercati. Il glifosato è l’erbicida che presenta il maggior numero di superamenti.42676245 - small stream with cristal water between the fields

Nelle acque superficiali, il glifosato, insieme al suo metabolita AMPA, è l’erbicida che presenta il maggior numero di superamenti. Purtroppo solo in 5 regioni si cercano glifosato e AMPA nei campioni di acque prelevati (nel biennio precedente erano monitorati solo in Lombardia). Eppure nel 2016 entrambe le sostanze risultano oltre le soglie rispettivamente nel 24,5% e nel 47,8% dei siti monitorati per le acque superficiali. Non mancano anche altri erbicidi, come il metolaclor, che supera i limiti nel 7,7% dei punti di monitoraggio e del suo metabolita metolaclor-esa, che tuttavia è ricercato solo in Friuli Venezia Giulia e che supera i limiti nel 16% dei siti, nonché del quinclorac, superiore ai limiti nel 10,2% dei casi. È chiaro che occorre estendere e uniformare le analisi. Nel complesso, salgono a quasi 400 le sostanze ricercate in Italia. La situazione è differente tra regione e regione. In generale, sono stati 35.353 i campioni di acque superficiali e sotterranee analizzate in Italia nel biennio 2015-2016, per un totale di quasi 2 milioni di misure analitiche e 259 sostanze rilevate (erano 224 nel 2014). Nel 2016, in particolare, sono stati trovati pesticidi nel 67% dei 1.554 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 33,5% dei 3.129 punti delle acque sotterranee, con  valori superiori agli SQA nel 23,9% delle acque superficiali e nel 8,3% delle acque sotterranee. Gli erbicidi, in particolare, rimangono le sostanze riscontrate con maggiore frequenza principalmente per le modalità ed il periodo di utilizzo che ne facilita la migrazione nei corpi idrici, ma aumenta significativamente anche la presenza di fungicidi e insetticidi. Tutti quest dati sono contenuti nell’ultimo Rapporto Ispra  “Pesticidi nelle Acque”, che in questa edizione presenta i risultati relativi al biennio 2015-2016  sulla base dei dati provenienti dalle Regioni e dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Nelle acque sotterranee, 260 punti (l’8,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti. Anche in questo caso le sostanze che maggiormente hanno superato il limite sono gli erbicidi atrazina desetil desisopropil, glifosato e AMPA, bentazone e 2,6-diclorobenzammide, l’insetticida imidacloprid, i fungicidi triadimenol, oxadixil e metalaxil. La maggior presenza di pesticidi si riscontra nella pianura padano-veneta, dove le indagini sono generalmente più approfondite (in termini di numerosità dei campioni e di sostanze ricercate); nelle regioni del nord, infatti, si concentra più del 50% dei punti di monitoraggio della rete nazionale. Nel resto del paese la situazione resta ancora abbastanza disomogenea: non sono pervenute, infatti, informazioni dalla Calabria e in altre Regioni la copertura territoriale è limitata, così come resta limitato, nonostante l’aumento, il numero delle sostanze ricercate. Sempre a livello regionale, la presenza dei pesticidi interessa oltre il 90% dei punti delle acque superficiali in Friuli Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Piemonte e Veneto, e più dell’80% dei punti in Emilia Romagna e Toscana. Supera il 70% in Lombardia e provincia di Trento. Nelle acque sotterrane è particolarmente elevata in Friuli 81%, in Piemonte 66% e in Sicilia 60%. Si precisa che dove il dato è superiore alla media, c’è stata un’ottimizzazione del monitoraggio in termini di punti di prelievo, che si concentrano in modo particolare nelle aree dove vi è più presenza di pesticidi, nonché in termini di numero di sostanze analizzate oltre che di miglioramento delle prestazioni analitiche. Si segnala, dopo oltre dieci anni di diminuzione, un’inversione di tendenza nelle vendite di prodotti fitosanitari, che nel 2015 sono state pari a 136.055 tonnellate, anche se inferiori alle 150.000 del 2002 (anno in cui si è avuto il massimo). La media nazionale delle vendite riferite alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU) è pari a 4,6 kg/ha. Si collocano al di sopra: Veneto con oltre 10 kg/ha, Provincia di Trento, Campania ed Emilia Romagna che superano gli 8 kg/ha e Friuli-Venezia Giulia 7,6 kg/ha. Nel periodo 2003-2016, oltre al numero delle sostanza trovate, sono aumentati anche i punti interessati dalla presenza di pesticidi che sono cresciuti di circa il 20% nelle acque superficiali e del 10%  in quelle sotterranee. La ragione va cercata nel’aumento dello sforzo di monitoraggio e della sua efficacia, ma anche nella persistenza delle sostanze e nella risposta complessivamente molto lenta dell’ambiente, in particolare nelle acque sotterranee. Infine, i piani di monitoraggio vengono redatti sulla base dell’analisi delle pressioni: di conseguenza, i fitosanitari vengono ricercati e molto spesso trovati prevalentemente in corpi idrici a rischio per le diffuse pressioni agricole.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Diserbante glifosato, vittoria degli attivisti: anche la Lorenzin dice no

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Più di un milione di firme raccolte e la pressione delle associazioni ambientaliste hanno compiuto il ‘miracolo’. A pochi giorni dal voto europeo sul rinnovo dell’autorizzazione al diserbante glifosato, arriva finalmente il secco no del governo italiano. Messa alle strette da Greenpeace, il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha dovuto confermare il diniego già espresso da qualche tempo dal suo collega di governo, Maurizio Martina, con delega alle Politiche Agricole.

Diserbante glifosato: il pressing di Greenpeace sulla Lorenzin

L’associazione Greenpeace, tra i più autorevoli membri della Coalizione #StopGlifosato, è impegnata da tempo in un forte pressing nei confronti dei membri del governo Gentiloni che decideranno la posizione italiana in sede europea sulla questione glifosato. Il ministro Martina si dice da sempre contrario al rinnovo dell’autorizzazione. Una posizione ribadita a inizio mese, con un tweet:

“No al rinnovo dell’autorizzazione europea per il Glifosate. Italia leader agricoltura sostenibile #StopGlifosato”.

Restavano però dei dubbi. Perché, sul tema, la posizione ufficiale del governo italiano doveva essere ribadita anche dai ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, e dell’ambiente, Gian Luca Galletti.

Già a luglio, Greenpeace chiedevaal Governo italiano di respingere al mittente” la proposta “inaccettabile” di un rinnovo dell’autorizzazione all’uso in Europa del diserbante glifosato.

«Al di là dei dubbi sugli impatti sanitari per l’uomo, che comunque permangono, gli effetti avversi del glifosato sull’ambiente sono ormai chiaramente documentati», spiegava Federica Ferrario responsabile per la campagna Agricoltura Sostenibile della ong. Dopo una protesta insolita davanti alla sede del dicastero della Salute (gli attivisti hanno proposto alla Lorenzin un simbolico “aperitivo al glifosato”) il ministro ha confermato la posizione di Martina:

«Non è un mistero, l’Italia vota no: noi abbiamo già votato due volte no, perché dovremmo votare sì questa volta? – ha ribadito la Lorenzin – Noi abbiamo risposto ufficialmente a tutti i canali, informatevi. Non dovete venire qui, dovete andare in Unione Europea: andate dai tedeschi, dai finlandesi, dagli svedesi, dagli spagnoli, dai greci, dai portoghesi – ha aggiunto – perché il no è sempre stata la nostra posizione».

Parole a cui ha risposto la stessa Ferrario:

«Finalmente la posizione del Governo italiano è chiara e inequivocabile: siamo molto soddisfatti».

Diserbante glifosato: dopo il rinvio, voto atteso per il 25 ottobre

La risposta del governo italiano arriva a pochi giorni dal voto in sede europea. Il Paff, il comitato Ue per i fitofarmaci, avrebbe dovuto decidere sulla questione durante le riunioni convocate per il 5 e il 6 ottobre. Ma il voto non è stato nemmeno inserito nell’ordine del giorno. Ora la decisione definitiva è attesa per il 25 ottobre. Periodo in cui le associazioni ambientaliste proseguiranno il proprio pressing. Sono state 1,3 milioni le firme raccolte in Europa dalla Coalizione #StopGlifosato per ostacolare il rinnovo dell’autorizzazione al diserbante nell’Ue. Un’autorizzazione che scadrà alla fine di questo 2017 e che rischia di essere rinnovata per ulteriori 10 anni se gli Stati membri non opporranno il proprio no. Francia e Italia hanno ribadito il parere contrario in più occasioni, ma un voto pesante a favore del diserbante potrebbe arrivare dalla Germania. Greenpeace ci tiene a ribadire che “nessuno può affermare che il glifosato sia sicuro”. L’ong ha anche chiesto di istituire una commissione d’inchiesta per verificare se Monsanto – produttrice del RoundUp che contiene nella formulazione il diserbante glifosato – o altri produttori abbiano influenzato in qualche modo le valutazioni sulla sicurezza dell’erbicida.

Insomma, la battaglia non è ancora finita.

Fonte: ambientebio.it

Ogm, meno insetticidi più diserbanti

Un nuovo report mostra che l’uso dei diserbanti nelle coltivazioni dei prodotti geneticamente modificati è aumentato, con ripercussioni negative sull’ambiente. I risultati su Science Advancesgm

Sebbene da una parte l’adozione ormai diffusa di coltivazioni di prodotti geneticamente modificati (Ogm) abbia diminuito l’utilizzo degli insetticidi, dall’altra ha provocato l’aumento di quello dei diserbanti, perché le piante infestanti sono diventate sempre più resistenti. A rivelarlo, su Science Advances, è il più grande studio sulla relazione tra colture geneticamente modificate e uso di pesticidi, condotto da un team di esperti della University of Virginia, che ha analizzato i dati annuali di più di 5mila agricoltori di soia e 5mila di mais negli Stati Uniti dal 1998 al 2011. “Il fatto che abbiamo a nostra disposizione 14 anni di dati rende questo studio molto speciale”, ha spiegato Federico Ciliberto, della University of Virginia. “Abbiamo osservato costantemente gli stessi agricoltori e visto quando hanno adottato semi geneticamente modificati e come hanno cambiato l’uso di sostanze chimiche”.

Dal 2008, le coltivazioni di prodotti geneticamente modificati di mais e soia hanno rappresentato più dell’80% del totale Usa: il mais è stato modificato con due geni, uno che uccide gli insetti che mangiano i semi e l’altro che permette al seme di tollerare il glifosato, l’erbicida comunemente usato nei diserbanti come il Roundup, per combattere le infestanti. I germogli di soia, invece, sono stati modificati con un solo gene resistente al glifosato. Non sorprende, quindi, il fatto che inizialmente i coltivatori di mais che piantavano i semi geneticamente modificati usavano così meno insetticidi – circa il 11,2% in meno – e meno erbicidi – l’1,3% in meno – degli agricoltori che non piantavano semi di mais geneticamente modificati. Le coltivazioni di soia, invece, hanno registrato nel tempo un significativo aumento dell’uso di erbicidi (28% in più) rispetto ai coltivatori biologici. Ciliberto attribuisce questo aumento alla proliferazione di erbe infestanti resistenti al glifosato. “In principio”, spiega l’esperto, “c’è stata una riduzione dell’uso di erbicidi, ma nel tempo l’uso di altri prodotti chimici è aumentato in quanto gli agricoltori sono stati costretti a dover aggiungere nuove sostanze chimiche quando le piante infestanti hanno sviluppato una resistenza al glifosato”.

Tuttavia, lo studio ha trovato prove sostanziali del fatto che entrambi i coltivatori (di mais e soia) hanno aumentato l’uso di erbicidi nel corso degli ultimi cinque anni dello studio, evidenziando quindi che la resistenza delle piante infestanti è un problema crescente. Dal 2006 al 2011, la percentuale di ettari spruzzati con solo il glifosato si è ridotta da oltre il 70% al 41% per quanto riguarda la soia e da più del 40% al 19% perle coltivazioni di mais. Questa diminuzione non è altro che il risultato del ricorrere ad altre sostanze chimiche, che possono danneggiare la biodiversità e aumentare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria. “L’evidenza suggerisce che le piante stanno diventando sempre più resistenti e gli agricoltori sono costretti a usare sempre più prodotti chimici aggiuntivi”, spiega ancora l’esperto.

Il team americano ha misurato l’impatto ambientale globale dei cambiamenti nell’uso dei prodotti chimici che hanno portato all’adozione di colture geneticamente modificate, utilizzando un indice chiamato “quoziente di impatto ambientale” (Eiq), notando come l’uso più ampio di erbicidi sia preoccupante. “Non ci aspettavamo di vedere una prova così forte”, conclude Ciliberto.

Via: Wired.it

 

L’erbicida glifosato è probabilmente cancerogeno

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È guerra tra la multinazionale Monsanto e l’Organizzazione mondiale della sanità, dopo l’annuncio dell’inclusione del glifosato, un diserbante di cui la società possedeva il brevetto fino al 2001, tra le sostanze classificate come probabilmente cancerogene. La decisione è arrivata negli scorsi giorni, con la pubblicazione di uno studio dell’International Agency for Research on Cancer (Iarc) (presente per ora anche su Scribd), un panel di esperti che valuta per conto dell’Oms le conoscenze scientifiche disponibili sui rischi che una determinata sostanza possa provocare l’insorgenza di tumori. Il glifosato è un cosiddetto erbicida totale, ovvero un diserbante non selettivo, sviluppato dalla Monsanto, che ne ha detenuto il brevetto fino al 2001. Oggi è commercializzato da diverse aziende, tra cui proprio la Monsanto, che continua a venderlo sotto il nome commerciale di Roundup. Secondo le stime dello Iarc, sarebbe contenuto in almeno 750 prodotti disponibili nel mondo, e la sua presenza nelle zone agricole è riscontrabile non solo nel suolo, ma anche nell’atmosfera, nell’acqua e nel cibo. Le vendite del glifosato (già estremamente alte) sarebbero inoltre in aumento negli ultimi anni grazie al diffuso utilizzo negli Stati Uniti di colture ogm resistenti a questa sostanza, e oggi rappresenta una buona fetta degli utili annuali della Monsanto. L’analisi dello Iarc ha valutato gli studi esistenti sull’associazione tra esposizione al glifosato e l’insorgenza di tumori nell’uomo, e quelli svolti su animali e cellule per verificarne la sicurezza. Le ricerche svolte sull’uomo non avrebbero prodotto risultati che confermino la presenza di rischi apprezzabili, se non in tre studi che avrebbe evidenziato un piccolo aumento di incidenza di linfomi non Hodgkin tra gli agricoltori statunitensi, canadesi e svedesi. Per questo, nello studio dello Iarc, le prove di carcinogenicità sull’uomo (così come quelle sugli animali) vengono definite limitate. Dati più preoccupanti arriverebbero però dagli studi di laboratorio, da cui emergerebbe che il glifosato induce nelle cellule danni a livello genetico e stress ossidativo, entrambi fattori di rischio importanti per lo sviluppo di tumori. Per questo, lo Iarc ha deciso di inserire il glifosato tra le sostanze classificate come 2A, ovvero probabilmente carcinogene. La risposta della Monsanto ovviamente non si è fatta attendere. In una dichiarazione, la società americana ha replicato assicurando che: “Tutti gli utilizzi indicati del glifosato sono sicuri per l’uomo e certificati dal più ampio database mai compilato per gli effetti di un prodotto agricolo sulla salute umana. In effetti, ogni diserbante contenente glifosato presente sul mercato aderisce i rigorosi standard decisi dalle agenzie regolatori e dalle autorità sanitarie per proteggere al salute umana”. A supporto della sicurezza del glifosatoMonsanto cita diversi studi (il più recente svolto in Germania) che non avrebbero evidenziato un collegamento tra la sostanza e lo sviluppo di patologie tumorali, e ricorda come nessuna agenzia regolatoria abbia stabilito la presenza di rischi per la salute. Entrando nel merito della decisione dello Iarc, l’azienda americana ricorda inoltre che la classificazione nel gruppo 2 non comporti la prova di un legame tra la sostanza e i tumori. Di questo gruppo farebbero infatti parte anche il caffè, le verdure sottaceto, l’aloe vera e i cellulari. In questo caso però va sottolineato che l’affermazione di Monstanto non è del tutto corretta, perché le sostanze citate nella risposta fanno parte della classificazione 2B, ovvero sostanze che “potrebbero” essere carcinogene, mentre il glifosato è stato inserito tra le 2A, cioè sostanza “probabilmente” carcinogene.

Fonte : Wired.it

Credits immagine: Chafer Machinery/Flickr CC

Il “regime” Monsanto: la multinazionale che si permette di dichiarare guerra a Iarc e Oms

Lo Iarc attesta che il glifosato è un probabile cancerogeno e la Monsanto, che il glifosato lo utilizza per produrre l’erbicida RoundUp, dichiara guerra a Iarc e Oms mettendo in dubbio il rapporto pubblicato dell’Agenzia per la ricerca sul cancro e lanciando un messaggio che suona minaccioso: «L’Oms ha qualcosa da spiegare».monsanto_glifosato_iarc

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, lo Iarc (agenzia dell’Oms), pubblica da anni periodicamente monografie con le revisioni e gli aggiornamenti sulle sostanze ritenute sicuramente cancerogene e probabilmente cancerogene per l’uomo. Tali monografie rappresentano l’analisi compiuta dell’evidenza scientifica esistente e sono redatte da quella che viene ritenuta una delle fonti più autorevoli al mondo. Nel rapporto reso pubblico lo scorso 20 marzo lo Iarc ha commesso il “reato di lesa maestà”, secondo la potentissima multinazionale Monsanto. Ha cioè inserito il glifosato tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo e sicuramente cancerogene per gli animali (leggi qui il comunicato stampa diffuso dallo Iarc).  Il glifosato è il principio attivo dell’erbicida RoundUp (venduto in 180 paesi) prodotto dalla Monsanto e di centinaia di altri prodotti per l’agricoltura in commercio. Allora Monsanto ha dichiarato guerra attaccando lo Iarc mettendo in discussione la sua autorevolezza. L’azienda statunitense, ha dichiarato il vicepresidente Philip Miller, chiederà all’Oms di far sedere propri esperti ad un tavolo con gli uomini e i consulenti della multinazionale e le agenzie regolatorie per rimettere tutto in discussione. Emerge chiaramente l’obiettivo: pretendere di affermare ed esigere che venga riconosciuto il fatto che consulenti pagati dalle aziende o esperti di parte siedano allo stesso tavolo con scienziati dello Iarc e dell’Oms, con pari autorevolezza e pari voce in capitolo. «Mettiamo in dubbio la qualità di questa classificazione – ha affermato Miller durante una conferenza stampa – l’Oms ha qualcosa da spiegare».  Secondo l’azienda, lo Iarc nella sua analisi ha ignorato gli studi che dimostravano la sicurezza del glifosato, concentrandosi su quelli che la mettevano in dubbio. Ora noi chiediamo: chi ha finanziato gli studi che ne attestano la sicurezza e chi ha finanziato gli studi che ne attestano la pericolosità? Ci sono conflitti di interesse in chi ha fatto parte di gruppi di studio o commissioni piuttosto che di altre? Sapere questo è importantissimo ai fini di un sano esercizio di senso critico.

Tra i primi a chiedere interventi c’è Aiab, Associazione italiana per l’agricoltura biologica.

«L’Italia e l’Unione Europea considerino immediatamente le misure necessarie per proteggere agricoltori e consumatori dal glifosato», ha chiesto Aiab. «Che il glifosato faccia male alla salute dell’uomo e dell’ambiente, che si accumuli nei cibi e nell’acqua, lo sappiamo da anni e da anni combattiamo contro questo e gli altri pesticidi, spacciati per innocui», dichiara il presidente di Aiab Vincenzo Vizioli. «Ora – aggiunge – anche le agenzie dell’Oms indicano vari principi attivi come potenzialmente lesivi della salute in forma grave. Lo studio dello Iarc non solo riporta la probabile cancerogenicità del glifosato, ma rileva la correlazione fortissima con danni riscontrabili sul Dna umano: molti lavoratori esposti hanno sviluppato una alta vulnerabilità al linfoma non Hodgkin».

«Il governo non può ignorare l’allarme lanciato dallo Iarc. Ho presentato un’interrogazione urgente al ministro della salute e a quello delle politiche agricole chiedendo che sia immediatamente recepito il parere dello Iarc e che sia avviata subito un’istruttoria per giungere alla sospensione della distribuzione del pesticida che risulta ampiamente utilizzato nella nostra agricoltura nazionale». Lo ha affermato, in una nota, Loredana De Petris, presidente del gruppo misto e capogruppo di Sel a palazzo Madama.«Questa è la conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno – conclude la senatrice – della necessità di non consentire l’utilizzo di sementi ogm nel nostro paese dato che le stesse sono commercializzate insieme al glifosato per l’impiego congiunto in agricoltura».

Intanto anche il rapporto Ispra fa riflettere e dà l’idea di quanto urgente sia intervenire sull’avvelenamento dell’ambiente a causa dei pesticidi. «Sono 175 le sostanze trovate nelle acque superficiali e sotterranee italiane nel 2012 – dice l’ultimo rapporto Ispra – in cima alla lista ci sono gli erbicidi: il loro utilizzo diretto sul suolo, spesso concomitante con le intense precipitazioni meteoriche di inizio primavera, ne facilita la migrazione nei corpi idrici. Rispetto al passato è aumentata significativamente anche la presenza di fungicidi e insetticidi». Nel biennio 2011-2012 sono stati esaminati 27.995 campioni per un totale di 1.208.671 misure analitiche. Le informazioni provengono da 19 regioni e province autonome, con una copertura del territorio nazionale incompleta, soprattutto per quanto riguarda le regioni centro-meridionali e in maniera più accentuata per le acque sotterranee. Sono stati trovati pesticidi nel 56,9% dei 1.355 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31% dei 2.145 punti di quelle sotterranee.

Fonte: ilcambiamento.it

L’erbicida Roundup della Monsanto è responsabile di una grave patologia renale tra gli agricoltori

La grave patologia renale CKDu ha colpito 400000 agricoltori dello Sri Lanka, causando ventimila morti. La malattia insorge con esposizione all’erbicida glifosato (roundup) della Monsanto nelle persone che bevono acqua calcarea e sono esposte a metalli nefrotossici

Secondo uno studio appena pubblicato dell’università dello Sri Lanka, il glifosato, principio attivo dell’ erbicida Roundup della Monsanto è responsabile di una grave patologia renale che sta colpendo gli agricoltori singalesi dell’isola. La malattia, nota come CKDu (Chronic Kidney Disease of Unknown Etiology), ha colpito 400mila contadini, il 15% della popolazione della provincia srilankese del centro nord, causando circa 20 mila morti. La CKDu è una grave nefropatia che colpisce persone che non presentano i tipici fattori di rischio per le malattie, come il diabete mellito o l’ipertensione. Gli studiosi hanno invece trovato una correlazione significativa con tre fattori. Il primo è l’uso del glifosato, venduto da Monsanto con il nome commerciale di Roundup, le cui vendite in Sri Lanka sono cresciute del 150% da 800 a 1800 tonnellate in soli cinque anni dal 2000 al 2005. E’ una quantità enorme, pari a circa 1,6 kg per ogni ettaro di terra arabile, visto che in media in Asia si usa meno di mezzo kg per ettaro di pesticidi di ogni tipo. Nelle Americhe l’uso del Roundup è stato associato alla soia OGM; questo non ha fatto aumentare le rese, mentre ha fatto decollare il consumo di erbicida. Gli altri fattori di rischio sono il consumo di acqua dura, cioè calcarea, con concentrazioni superiori a 400 mg/L e l’esposizione a metalli nefrotossici come il Cadmio e l’Arsenico. La combinazione di questi fattori può sembrare improbabile, ma invece è esattamente ciò che è accaduto ai 400000 agricoltori singalesi e ciò che sta avvenendo in alte parti del mondo, visto che la patologia è la seconda causa di morte tra i maschi adulti in El Salvador e colpisce duramente anche in Nicaragua.BRAZIL-ENVIRONMENT-CERRADO-PANTANAL

Fonte: ecoblog