Nuove trivellazioni di petrolio: a rischio tutta l’Italia

Il rischio di nuove trivellazioni di petrolio è nazionale: non solo il Mar Ionio, ma anche l’Adriatico centro meridionale ed il canale di Sicilia sono sotto attacco dalle compagnie petrolifere. È quanto denuncia Legambiente in merito al dibattito di questi giorni sulle autorizzazioni alle prospezioni petrolifere nel mar Ionio da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. “Questa strada è sbagliata: il Governo abbandoni le fonti fossili”.

“Il rischio di nuove trivellazioni di petrolio è nazionale: non è solo il Mar Ionio ad essere sotto attacco delle compagnie petrolifere, anche l’Adriatico centro meridionale e il canale di Sicilia sono oggetto di richieste di prospezione e ricerca di petrolio nei fondali marini. Dal Governo di M5S e Lega che insieme a noi hanno sostenuto il Sì alla campagna referendaria del 17 aprile 2016 contro le trivellazioni di petrolio ci aspettiamo 5 atti concreti: lo stop immediato a nuove trivellazioni in mare e a terra a partire dalle 96 richieste di prospezione, ricerca e coltivazione in attesa di via libera; il taglio dei 16 miliardi di euro di sussidi annuali alle fonti fossili; la legge che vieta l’uso dell’airgun per le prospezioni, per cui il M5S si era tanto battuto durante la discussione parlamentare dell’allora disegno di legge sugli ecoreati; un piano energetico nazionale per il clima e l’energia che definisca un percorso concreto per la decarbonizzazione dell’economia; la riconversione delle attività di Eni, società a prevalente capitale pubblico, dalle fonti fossili all’efficienza energetica e alle rinnovabili”. È questo il commento di Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente sulle polemiche di questi giorni sulle autorizzazioni alle prospezioni petrolifere nel mar Ionio da parte del Ministero dello Sviluppo Economico.
L’Italia, infatti, continua la sua insensata corsa all’oro nero. A confermarlo gli ultimi dati aggiornati da Legambiente che fotografano la situazione attuale: ad oggi su 16.821 kmq sono ben 197 le concessioni di coltivazione, tra mare (67) e terra (130), alle quali si potrebbero aggiungere ben 12 istanze di concessione di coltivazione (7 in mare e 5 a terra).  E poi su un totale di 30.569 kmq sono attivi 80 permessi di ricerca, ai quali si potrebbero aggiungere 79 istanze di permessi di ricerca su un totale di 26.674 kmq, e 5 istanze di prospezione a mare su un totale di 68.335 kmq.

L’associazione ambientalista da questo Governo si aspetta più coerenza e fatti concreti sulla lotta ai cambiamenti climatici e contro le trivellazioni di petrolio, sui quali soprattutto il Movimento 5 Stelle si è tanto speso in campagna elettorale e anche nella scorsa legislatura quando era all’opposizione. Per arrestare i cambiamenti climatici, ma anche per ridurre e combattere l’inquinamento atmosferico e migliorare la qualità di vita dei cittadini è di fondamentale importanza uscire dalla dittatura delle fonti fossili, ancora oggi al centro del sistema energetico del nostro Paese. Per questo l’Esecutivo deve avere il coraggio di imprimere una svolta alla politica energetica nazionale, perché quello che serve all’Italia è un efficace e ambizioso Piano per il clima e l’energia che punti alla decarbonizzazione dell’economia per un futuro più rinnovabile e libero dalle fonti fossili che vengono sussidiate dallo Stato (16 miliardi di euro all’anno per le fossili). (In media tra il 2017 e i primi mesi del 2018 il 30% del gas estratto in Italia e il 10% del petrolio è stato esentasse  Elaborazione Legambiente su dati Mise).  

“Dovremo ridurre sensibilmente – aggiunge Ciafani – i consumi di gas nel settore elettrico e civile, attraverso una generazione sempre più distribuita e rinnovabile. Così come dovremo ridurre quelli di petrolio nei trasporti. Una prospettiva che si scontra anche con le attività del più grande gruppo industriale italiano, ENI, che continua a fare scelte e investimenti nella direzione opposta e rischia di diventare uno dei campioni delle fonti fossili e tra i nemici numero uno della lotta ai cambiamenti climatici. Stiamo parlando di un’azienda energetica, di proprietà anche dello Stato, che dovrebbe a pieno titolo entrare nell’agenda di governo dopo Ilva.

Nel 2018, dopo che il mondo ha deciso di prendere la strada della decarbonizzazione dell’economia, ENI continua a trivellare per estrarre petrolio e gas, in Italia e nel resto del mondo. Da noi lo fa in Val d’Agri, in Basilicata, nel più grande giacimento petrolifero a terra di tutta Europa, con non pochi problemi ambientali. Lo fa nei mari che circondano il Belpaese, da sola o in partnership con altre aziende, come nel caso della piattaforma Vega con Edison nel canale di Sicilia, di cui è stato presentato il progetto di raddoppio, bocciato dalla Commissione Via del Ministero dell’ambiente, ma mai ufficialmente ritirato. Lo fa in paesi in tutto il mondo, dal Portogallo all’Egitto, dalla Nigeria all’Artico. Noi pensiamo – conclude Ciafani – che questa strada sia sbagliata e chiediamo al governo italiano di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale, indirizzando l’attività futura di Eni verso le tecnologie pulite che non hanno nulla a che fare con gas e petrolio”.

Contro i sussidi alle fonti fossili e le trivellazioni in mare, Legambiente invita a firmare la petizione
#NoOil – Stop alle trivellazioni in mare: fermiamo il business del petrolio!”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/nuove-trivellazioni-di-petrolio-a-rischio-tutta-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Gli oli dell’Eni a Viggiano: aumenta il rischio di mortalità

La denuncia arriva da Isde – Medici per l’Ambiente: «Divulgati i risultati della Valutazione di Impatto Sanitario sul centro oli della Val d’Agri dell’ENI a Viggiano (Potenza). Peggioramento della qualità di vita, aumentato rischio sanitario, aumentato rischio di mortalità e sfiducia nelle Istituzioni».9664-10439

«Dopo un iter di anni e difficoltà non sempre inevitabili e grazie all’incrollabile tenacia di Giambattista Mele, attuale presidente ISDE Basilicata, sono stati presentati e pubblicati i risultati della Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) sul Centro Oli della Val d’Agri (COVA) dell’ENI a Viggiano, in provincia di Potenza, nella terra delle trivelle, la Basilicata»: lo annuncia l’associazione Isde – Medici per l’Ambiente.

«Lo studio dimostra un peggioramento della qualità di vita quotidiana dei residenti a causa di molestie olfattive, di malesseri e della preoccupazione legata a un’elevata percezione soggettiva del rischio sanitario imputabili all’attività del COVA ma, soprattutto, dimostra un’importante compromissione dello stato di salute della popolazione di Viggiano e Grumento Nova (i due Comuni che hanno commissionato lo studio), con un aumento dei ricoveri per malattie respiratorie e cardiovascolari e con un aumento del rischio di morte. La VIS, coordinata dal dottor Fabrizio Bianchi del CNR, ha visto importanti contributi tecnico-scientifici multidisciplinari da parte di Enti e Istituzioni, tra cui quello del gruppo dell’Università di Bari, guidato dal prof. Gianluigi de Gennaro».

«Lo studio dimostra che i disagi e i danni alla salute della popolazione dipendono dalle emissioni del COVA, che interessano un’area molto più vasta di quella dei due comuni esaminati. Informazione non secondaria, inoltre, è la scarsa fiducia dei residenti verso i media e le autorità, evidentemente perché c’è la consapevolezza che la discriminazione ambientale e sanitaria certificate dalla VIS sono rimaste inesplorate o, peggio, nel silenzio, per anni, con conseguente ingiustificato protrarsi del rischio e del danno sanitario. C’è anche da sottolineare la inadeguatezza dei limiti di legge esistenti riguardanti i livelli di emissione delle sostanze nocive, che non sono riusciti a tutelare la gente, a riconoscere e ad evitare un’evidente situazione di pericolo e che, in alcuni casi, sono completamente “ciechi” per alcuni pericolosi inquinanti ancora non normati (per esempio alcuni composti organici volatili)».

«Non è poi forse inutile ribadire – prosegue Isde – come la VIS sia non soltanto uno strumento di analisi sanitaria dello stato di salute delle popolazioni, ma anche un potente strumento di programmazione per il decisore politico. Pertanto, prima ancora di mettere in cantiere ulteriori approfondimenti ambientali e sanitari in altre comunità della val d’Agri, comunque indispensabili per avere finalmente piena consapevolezza del danno subito ed un minimo livello accettabile di trasparenza, bisognerebbe pensare con urgenza a come uscire da un’evidente e intollerabile situazione di rischio che dura da troppo tempo per un Paese civile, restituendo a quelle comunità salute, equità e fiducia nella istituzioni».

Fonte: ilcambiamento.it

 

Torino, accordo con Eni per sperimentazione Diesel+ sui mezzi pubblici

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Il nuovo carburante che contiene il 15% di componente rinnovabile e permette di ridurre in modo sensibile le emissioni inquinanti fino al 40%. Inoltre verrà incoraggiata la raccolta degli oli esausti domestici da trasformare in biocarburante

Eni e La Città di Torino insieme a GTT – Gruppo Torinese Trasporti e Amiat, società del Gruppo Iren, hanno firmato oggi un accordo per avviare un progetto di sperimentazione su larga scala basato sull’utilizzo da parte degli autobus torinesi di Eni Diesel+, il nuovo carburante che contiene il 15% di componente rinnovabile (chiamata Green Diesel, ndr) e che, grazie all’intesa siglata, verrà fornito all’azienda torinese di trasporto pubblico allo stesso costo del gasolio finora utilizzato dai mezzi in servizio sulla rete urbana. Eni si è infatti aggiudicata la gara per la fornitura dei combustibili agli autobus di Torino.

In base ai dati forniti dalla stessa Eni, “nell’ambito dei test su vetture Euro 4, Euro 5 ed Euro 6 condotti presso il Centro Ricerca Eni di San Donato Milanese e validati dall’Istituto Motori CNR di Napoli è stata rilevata una significativa riduzione delle emissioni gassose inquinanti (monossido di carbonio CO e di idrocarburi incombusti HC) fino al 40% grazie alla presenza della componente rinnovabile Green Diesel. Inoltre grazie ad un ciclo produttivo più sostenibile, Eni Diesel + presenta un valore di “Carbon Intensity” inferiore rispetto ad un gasolio commerciale e contribuisce a ridurre le emissioni di CO in media del 5%.

A partire oggi e fino al 31 ottobre gli autobus della flotta cittadina di GTT, complessivamente 650 mezzi riforniti attualmente con gasolio tradizionale, utilizzeranno il nuovo combustibile che, sulla base delle ricerche effettuate, permette di ridurre in modo sensibile le emissioni inquinanti – in particolare idrocarburi incombusti, ossido di carbonio e particolato -, di mantenere pulito il motore e di consentire una efficienza di combustione sempre ottimale, determinando, di conseguenza, una riduzione degli interventi di manutenzione dei motori, nonché di ottenere una riduzione dei consumi fino al 4%, in conseguenza dell’elevato potere calorifico. GTT testerà sul campo il nuovo carburante segnalando a Eni ogni eventuale variazione di funzionamento o comportamento che dovesse riscontrare sui propri mezzi nel corso del periodo di sperimentazione. Un autobus della sua flotta sarà poi impiegato nei laboratori Eni a San Donato Milanese per svolgere, in collaborazione e con la supervisione dell’Istituto Motori del CNR di Napoli, altri test sperimentali, finalizzati a validare l’impatto positivo dell’utilizzo di Eni Diesel+ in termini di riduzione di emissioni inquinanti e di efficienza di combustioni. La Città di Torino – che lo scorso marzo ha aderito alla Dichiarazione di Siviglia, documento con il quale oltre 60 amministrazioni locali europee si sono impegnate a incoraggiare politiche di “economia circolare” all’interno delle città – promuoverà infine la raccolta degli oli spenti di frittura delle utenze domestiche. Amiat contribuirà, in accordo con la Città di Torino, alla promozione fra i cittadini della raccolta degli oli vegetali usati, anche attraverso il posizionamento di eventuali nuovi punti di raccolta sul territorio. Dopo un trattamento di purificazione da effettuare presso aziende specializzate l’olio esausto recuperato potrà essere trasformato in biocarburante presso la Raffineria Eni di Venezia e quindi utilizzato per alimentare i mezzi pubblici del territorio del Comune e contribuire così alla riduzione delle emissioni inquinanti, consentendo altresì di mettere in atto un esempio concreto di valorizzazione di scarti di consumi.

Fonte: ecodallecitta.it

Expo? No grazie!

Mc Donald’s, Enel, Eni, Coca Cola: sono alcuni tra i partner dell’Esposizione Universale sull’alimentazione e la nutrizione che si apre oggi a Milano, nonchè multinazionali che gestiscono il nostro cibo pensando solo al proprio profitto. Intervista a Luca Trada del comitato No Expo e presentazione di cinque infografiche che ricostruiscono il viaggio del cibo dalla chimica al piatto.noexpo

Oggi si apre Expo Milano 2015, l’Esposizione Universale sull’alimentazione e la nutrizione, che si terrà nel capoluogo lombardo fino al 31 ottobre e il cui slogan è “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Ma di così nutriente per il pianeta e di energetico per la vita non c’è proprio nulla. Basta leggere i nomi di alcuni tra gli sponsor: Mc Donald’sEnelCoca Cola,Eni, ovvero multinazionali e società che si sporcano le mani con la devastazione del territorio e con la globalizzazione alimentare, in netto contrasto con lo slogan della kermesse milanese. E poi le inchieste giudiziarie, la cementificazione di aree agricole, lo sperpero di miliardi di euro, i costi che non rientreranno mai. Infine la ciliegina sulla torta: tra i tavoli tematici non ce n’è uno in cui si discuta del biologico, presente invece solo in uno dei padiglioni espositivi, il Parco della Biodiversità. Oggi, in occasione dell’apertura dell’esposizione, presentiamo cinque infografiche, tratte dal rapporto I padroni del nostro cibo a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, per ricostruire il viaggio del nostro cibo dalla chimica al piatto e per conoscere le più grandi multinazionali che lo gestiscono badando solo al profitto. Ovvero, quelle stesse che si presentano all’Expo 2015 come le salvatrici dell’umanità mentre hanno a cuore solo i loro interessi. Una enorme contraddizione, enfatizzata e supportata dal Governo Renzi e da una campagna pubblicitaria spaventosa. «Questa è la grande presa in giro e il grande equivoco – afferma Luca Trada del Comitato No Expo – Nel senso che lo slogan di Expo è l’alibi, è la patina buona ed etica per accattivare un consumatore evoluto ed attento verso quello che acquista e mangia. Ma non è altro che un contenitore che trasforma la sostanza di Expo in una realtà a metà tra una sagra paesana  e una fiera del turismo. Insomma, una kermesse vuota di contenuti ma allo stesso tempo una vetrina per tutti quei soggetti, siano essi enti governativi o multinazionali o aziende, responsabili del mancato e regolare accesso al cibo e all’acqua da parte di miliardi di persone». Dal sito ufficiale si legge che Expo Milano 2015 si confronta con il problema del nutrimento dell’uomo e della Terra e si pone come momento di dialogo tra i protagonisti della comunità internazionale sulle principali sfide dell’umanità. «Dal 2007 noi affermiamo che la fiera non era e non è un’opportunità, perché quello che manca è proprio una critica di fondo rispetto ai problemi reali del pianeta – continua Trada –Mancava una critica a chi imponeva modelli alimentari imposti e politiche territoriali devastanti, e a chi toglieva l’acqua ad interi Paesi; ovvero mancava e manca tuttora una critica a quelle stesse multinazionali, come Mc Donald’s, Dupont, Nestlè, Eni, Enel, che oggi si ritrovano ad essere sponsor di Expo».
E nonostante i tanti dossier pubblicati, come quello di Terra Nuova, la corruzione dilagante accertata dalle inchieste giudiziarie, le cifre negative che parlano chiaro (si stima che neanche un numero di 20 milioni di visitatori riuscirebbe a far rientrare le spese) e la cementificazione di terreni agricoli che lascerà in futuro solo cattedrali nel deserto, l’inaugurazione c’è stata e l’esposizione andrà avanti fino ad ottobre. Com’è possibile tutto questo? «Dobbiamo analizzare il fenomeno a vari livelli – conclude Luca Trada – Al primo c’è la macchina della propaganda, che ha lavorato nel corso degli anni e soprattutto negli ultimi mesi, anche a livello subliminale, come per esempio nelle scuole, e tartassando il consumatore con pesanti campagne pubblicitarie; poi c’è la mancanza di critica di cui parlavo prima, che crea una sfera di retorica impressionante, per cui si parla della bontà del cibo senza invece affrontare i grandi problemi macroeconomici; infine c’è la politica governativa: e qui mi riferisco al Presidente del Consiglio Renzi, che circa una settimana fa ha fatto il suo solito show a Pompei, utilizzando quel luogo archeologico per lanciare l’apertura di Expo, affermando che “l’Italia è più interessante nel futuro che nel passato”, e puntando a vendere 20 milioni di biglietti. Beh, se avessimo investito i 10 miliardi di euro, fin qui spesi per Expo ed inutili per il bene collettivo, per riportare al suo splendore Pompei o altri siti archeologici italiani, quanti milioni di turisti sarebbero arrivati in Italia? E quante migliaia di posti di lavoro avremmo creato? L’Italia non ha bisogno di fiere come Expo, è già un monumento a cielo aperto, basta solo valorizzarla in ogni settore, sia esso culturale o agricolo».

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Fonte: ilcambiamento.it

Oleodotto Civitavecchia-Fiumicino posto sotto sequestro

L’oleodotto resterà sotto sequestro fino a quando non saranno installati adeguati sistemi di controllo per prevenire furti di carburante.

Sabato 3 gennaio 2015 – Il giudice per le indagini preliminari di Civitavecchia, Massimo Marasca, ha oggi ordinato il sequestro dell’oleodotto Civitavecchia-Fiumicino dal quale a novembre era fuoriuscito del cherosene provocando un disastro ambientale nel Maccarese e una moria di animali. Il danno era dovuto ad alcuni furti e ora il gip ne ha disposto il sequestro finché non saranno istallati adeguati sistemi di controllo per impedire che si verifichino altri reati di questo genere.

Maccarese, disastro ecologico: cherosene fuoriesce da oleodotto Eni

Lunedì 10 novembre 2014

Da giorni nella zona nord del comune di Fiumicino, tra Palidoro e Maccarese, si sta verificando una grave emergenza ambientale ed ecologica a causa della fuoriuscita di cherosene da un oleodotto dell’Eni. A provocare la perdita sono stati dei tentativi di furto del carburante per aerei. La rete interna dei canali che irrigano i campi agricoli da Palidoro a Maccarese e che ospitano pesci e uccelli si è riempita di cherosene. Si tratta di canali che confluiscono nell’Arrone.

Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, ha fatto sapere che sarà inviata un’informativa su quello che è successo sia alla Procura sia all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa). Intanto i volontari del WWF e della Lipu hanno perlustrato i canali di Maccarese e soprattutto lungo il canale Tre Cannelle hanno trovato numerosi animali morti, tra cui testuggini, garzate, nutrie, galline d’acqua e germani reali. Come ha comunicato Riccardo Di Giuseppe del WWF, oggi i volontari si sposteranno a monitorare anche l’entroterra e i campi agricoli, perché è probabile che lì vengano ritrovati morti altri uccelli che si sarebbero nutriti con i pesci avvelenati o agonizzanti. Intanto alcune anatre e nutrie sono state soccorse e portate al Centro di recupero di Roma, ma, avvertono ancora i volontari, la catena alimentare di tutti gli animali della zona è stata intaccata a più livelli e anche altri uccelli, volpi, tassi, donnole e faine che vanno a svernare da quelle parti potrebbero essere in pericolo. Degli esemplari sono stati prelevati da un veterinario della Asl per fare degli accertamenti, mentre al Rio Tre Cannelle, dove sono state poste delle barriere oleo assorbenti, è giunta una biologa del comune di Fiumicino.

Il sindaco Montino ha spiegato che il disastro con il passare del tempo ha assunto conterni pesanti e ha aggiunto:

“Mi attendevo, nonostante lo sforzo ed il lavoro dei tecnici sul campo, una maggiore reazione da parte dell’Eni, è mancato un piano di sicurezza”

Ovviamente nella zona c’è il divieto assoluto di utilizzo dell’acqua, non si può pescare né chiaramente far abbeverare gli animali al pascolo in tutti i tratti inquinati dalla fuoriuscita.
È ancora in corso l’azione di bonifica e di assorbimento del carburante mediante l’uso di panne galleggianti oleoassorbenti e autobotti che stanno aspirando il cherosene riversatosi nei canali.Schermata-2014-11-10-alle-11.17.50

Foto © Twitter

Fonte: ecoblog.it

Sversamento di cherosene a Maccarese: animali morti e danni ambientali gravissimi

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Un vero e proprio disastro ambientale di cui ancora non si conosce esattamente la portata. È questo ciò che si sta vivendo a Maccarese (Fiumicino) dove da qualche giorno uno sversamento di cherosene sta inquinando irrimediabilmente il Rio Tre Cannelle. E mentre l’ondata di morte si appresta a sfociare nel mare, trascinando con sé le carcasse di quello che è stato il patrimonio faunistico del luogo, i terreni agricoli vengono contaminati. Secondo gli ultimi aggiornamenti, sembra che i volontari del Centro Habitat Mediterraneo Lipu di Ostia e del Wwf abbiano già raccolto 50 carcasse di animali uccisi dallo sversamento di cherosene. Aironi, garzette, cormorani, pesci. Ma si tratta, purtroppo, soltanto dell’inizio. Le volpi mangiano gli uccelli che hanno predato i pesci contaminati. Una vera e propria catena della morte. Sono veramente tanti gli animali trovati senza vita nelle perlustrazioni dei volontari: si parla anche di testuggini, gallinelle d’acqua, germani reali, nutrie. Mentre ancora resta da verificare la contaminazione delle falde acquifere, il sindaco di Fiumicino ha emanato ieri un’ordinanza urgente che prevede il divieto di bere l’acqua o usarla per l’irrigazione. Oltre naturalmente al divieto di pesca e caccia in tutti i corsi d’acqua e torrenti all’interno della Riserva Statale del litorale romano e in tutto il comune di Fiumicino. La catena alimentare è stata intaccata a più livelli e potrebbero essere a rischio anche altri animali che popolano queste aree, zone di svernamento per uccelli, volpi, tassi, donnole e faine, fanno sapere i volontari del Wwf. Lo sversamento del cherosene, così come confermato dall’Eni in una nota, sembra sia stato causato dai tentativi di furto effettuati all’oleodotto Civitavecchia-Pantano, avvenuti tra giovedì e venerdì scorsi. In base a quanto riportato dalle agenzie di stampa, e dichiarato dall’azienda, le aree sarebbero state messe subito in sicurezza, ponendo fine al flusso di carburante poche ore dopo l’effrazione e contenendo le quantità sversate. Eppure, c’è chi appare critico sulla rapidità da parte dell’Eni nelle operazioni di ripristino della situazione. Secondo quanto riportato da Il Corriereinfatti, il sindaco di Fiumicino avrebbe accusato l’assenza di “un piano di sicurezza e di rilevamento ambientale in situazioni di emergenza”. “Servono monitoraggi in tempo reale su queste condotte, in modo da controllare ladri o simili. E mi auguro che tali controlli di sicurezza vengano attivati a breve. Ora sarà l’Eni, insieme all’Arpa, a effettuare il piano di bonifica a lungo termine”, ha continuato Montino. E mentre continua l’azione di bonifica e di riassorbimento del carburante attraverso panne galleggianti oleoassorbenti e autobotti, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha dato disposizione al Nucleo Operativo Ecologico (Noe) dei Carabinieri di procedere ai necessari accertamenti sulle aree colpite, avvalendosi del supporto tecnico dell’Ispra. Dal canto loro, i volontari del Wwf che sono instancabilmente impegnati da giorni a Maccarese, per recuperare gli animali morti e soccorrere quelli ancora in vita, lanciano un appello: “È una corsa contro il tempo qui ci sono solo ragazzi volontari del Wwf e della Lipu, con propri scatoloni e retine, ma sarebbe necessaria una task force di sostegno con personale qualificato e con materiale idoneo, anche per scongiurare rischi per la salute e l’igiene […] bisogna rimuovere al più presto tutte le carcasse, ed è una vera e propria strage, che richiamano al banchetto altri animali e rapaci. Anche oggi abbiamo rimosso tanti animali morti ma da soli non possiamo farcela. È necessario poi individuare le responsabilità di quanto accaduto, i cui effetti e le ricadute nel tempo non sono quantificabili”.

(Foto: Romareport)

Fonte: ambientebio.it

Ancora flaring con fiammata di 30 metri in Val d’Agri, ma non sarebbe #tuttaposto

Ancora un episodio di flaring in Val d’Agri al Centro Olio di Viggiano ma le rassicuranti parole dell’Eni non sortiscono l’effetto desiderato.

Ancora un episodio di flaring in Val D’agri presso il centro Olio di Viggiano, dove si estrae il petrolio della Basilicata, che ha visto una fiammata improvvisa e violenta alla torcia, che ha bruciato per oltre 30 metri l’altro ieri. L’episodio si è verificato alle 12:30 e la causa secondo quanto riferito da ENI sarebbe stata dovuta a:

Una improvvisa mancanza della fornitura Enel causata da condizioni di forte maltempo.

Le fiamme hanno raggiunto circa i 20-30 metri di altezza il che oltre a essere visibile a occhio nudo ha generato preoccupazione tra gli abitanti della zona. Eni ha poi spiegato:

Sono prontamente intervenute le corrette logiche di sicurezza dell’impianto depressurizzando alcune apparecchiature di processo e convogliando una parte del gas in esse contenuto alla fiaccola. I dati disponibili registrati dalle centraline di monitoraggio della qualità dell’aria nella prima ora interessata dall’evento non mostrano criticità. Sono stati attivati tutti i canali di comunicazione previsti dalle procedure» e sono stati quindi informati «tempestivamente tutti gli enti e le autorità interessate, a partire dai sindaci.

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Amedeo Cicala, sindaco di Viggiano ha scritto al premier Renzi e richiamando le recenti affermazioni in merito alla necessità di trivellazioni:

Se è così importante per l’Italia il petrolio lucano è un Suo dovere trovare il tempo da dedicare alla nostra terra. Si assume lei le responsabilità di un percorso deciso ai piani alti guardando ad un semplice puntino su una cartina geografica senza conoscerne i problemi e senza visitarne i luoghi? In conclusione non è una questione come dice Lei di “comitati” e di “comitatini”, qui è in gioco il futuro della gente della Val d’Agri, cittadini italiani al pari degli altri. Nel caso in cui si scelga un percorso non condiviso, non troverà un “comitatino” ma un intero popolo, quello della Val d’Agri con le Sue istituzioni a spendere tutte le energie necessarie per farsi rispettare, per far rispettare un territorio che troppe volte la storia italiana ha relegato ai confini ed ai margini dello sviluppo economico e sociale.

Del medesimo parere Aldo Berlinguer assessore regionale all’Ambiente circa il comunicato dal tono #tuttaposto di Eni che ha ribadito:

Saranno malfunzionamenti temporanei, saranno pure meccanismi di sicurezza ma io a questa sequela di fiammate al Centro Olio di Viggiano non ci sto. Non possiamo rassegnarci a questo andazzo; valuteremo ogni possibile provvedimento. Secondo Eni va tutto bene e ogni volta ci pervengono comunicazioni rassicuranti. Ma il ripetersi di questi malfunzionamenti non fa stare tranquillo nessuno. Non passerà quindi inosservato questo ennesimo episodio, specie dopo la presa di posizione assunta dalla Regione già a inizio anno. Mi recherò di persona al Centro Olio e faremo le opportune verifiche, assieme a tutti gli enti preposti, sull’accaduto. Mi auguro che Eni voglia garantirci una collaborazione non solo formale. E’ arrivata l’ora di mettere un punto al ripetersi di questi eventi.

Fonte:  Il quotidiano webNuova del SudLa Gazzetta del Mezzogiorno, TRmtv
Foto | Glattorraca

Trivelle, petrolio e ambiente: le mani che si allungano sulle coste siciliane

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In questi giorni si sta assistendo a un rovente botta e risposta tra associazioni ambientaliste e rappresentanti del governo. In particolare, ci riferiamo alle recenti dichiarazioni rilasciate da Matteo Renzi inerenti lo sfruttamento delle risorse petrolifere del meridione e al contrattacco di Greenpeace. Il presidente del Consiglio, infatti, in un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, ha affermato: “Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”. Parole che hanno acceso gli animi di tutte quelle persone che le trivellazioni, l’estrazione del petrolio e gli interessi delle multinazionali li pagano sulla propria pelle. Nei giorni scorsi, la Rainbow Warrior è approdata al porto di Palermo per manifestare contro una situazione di sfruttamento che favorisce le multinazionali e va avanti da anni. Secondo Greenpeace, sarebbero circa 20 le autorizzazioni in via di concessione da parte del ministero dell’Ambiente per operazioni di ricerca e di estrazione al largo delle coste siciliane. Concessioni che, denuncia Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace, consentono alle piattaforme petrolifere di stazionare anche a poco più di 20 km dalla rive e vicinissimo ad aree protette e riserve naturali. Una corsa al petrolio che, stando a quanto affermato da Greenpeace, lascia il tempo che trova, affossando ancora una volta i buoni propositi di sostenibilità e futuro rinnovabile. Nella risposta fornita dall’organizzazione alle parole del presidente del Consiglio, si legge: “Forse offuscato dalla voglia di fare, Renzi ha dimenticato di analizzare in maniera approfondita i dati, quelli veri. Parla di 40.000 posti di lavoro, prendendo per buoni i dati di Assomineraria (che ha recentemente dichiarato anche che le trivelle in mare fanno bene alla pesca), e dimenticandosi ad esempio di rapporti di Confindustria e sindacati, che evidenziano come il ramo occupazionale legato all’efficienza energetica sia enormemente più ampio e importante. Si potrebbero creare 160 mila posti di lavoro l’anno per dieci anni, senza considerare l’indotto per l’economia e i risparmi per i cittadini”. Una battaglia quella dell’estrazione del petrolio che, secondo Greenpeace, sarebbe inutile visto che “non coprirebbe neppure due mesi di consumi del sistema paese. Senza considerare le royalties, tra le più basse d’Europa”. E che dire di quei tre quattro comitatini che contano centinaia di migliaia di persone che, ogni giorno, in tutta Italia, vivono sulla propria pelle le conseguenze delle fonti fossili? Tralasciando la mancanza di diplomazia e il cattivo gusto con cui un rappresentante politico ha chiamato in causa una buona fetta della popolazione  che lotta per i propri diritti, il rischio è che, come al solito, oneri e onori siano distribuiti in maniera poco equa, con rischi e danni ambientali ai cittadini e guadagni nelle tasche dei soliti noti. Secondo quanto denunciato da Giannì: “Ci sono vergognose omissioni nel decreto ministeriale che ha sancito la compatibilità ambientale delle nuove trivellazioni nel Canale di Sicilia: non sono stati valutati i rischi di incendi sulle piattaforme, di frane del sottosuolo marino, di dispersione di petrolio in mare, si pongono le basi per un disastro ambientale nel Mediterraneo. Abbiamo già avviato la procedura per presentare ricorso al Tar, ma i tempi stringono e abbiamo bisogno dell’aiuto delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria”. In particolare, l’organizzazione fa riferimento al progetto “Offshore Ibleo” dell’Eni, che prevede otto pozzi, gasdotti e una piattaforma in mare a largo della costa tra Gela e Licata. Oltre che infrastrutture di terra proprio dentro l’area protetta di Biviere di Gela. Sono anni che l’Eni allunga le mani sulla Sicilia, alla ricerca di guadagni. Qualche tempo fa, ad esempio, abbiamo parlato del progetto denominato “Vela 1”, un progetto di ricerca di idrocarburi gassosi al largo del comune di Licata (Agrigento) per cui è stato presentato uno Studio di impatto Ambientale (SIA) su cui sono intervenute numerose associazioni. All’epoca, le associazioni denunciavano uno studio di impatto superficiale e fuorviante, senza una reale valutazione dei rischi e istruzioni su come intervenire in caso di disastri (potete approfondire l’argomento a questo link).  È da tempo che i “comitatini” denunciano gli interessi delle multinazionali e i rischi che l’ambiente e i cittadini siciliani corrono in questa lotta a chi trivella più a fondo. È da tempo che le organizzazioni come Greenpeace chiedono un incontro coi politici per risolvere una questione che nessuno sembra voler considerare. Greenpeace, in circa due mesi, ha raccolto con la sua iniziativa oltre 45.000 firme di cittadini che hanno sottoscritto la dichiarazione online di “indipendenza dalle fonti fossili”. Non si può e non si deve ignorare questa voce. Ma, del resto, questo governo “del fare” ci ha già abituati ai regali alle multinazionali che attentano all’ambiente: http://ambientebio.it/mari-e-fiumi-piu-inquinati-grazie-al-nuovo-decreto/

Fonte: ambientebio.it/

ENI rinuncia a trivellare per il petrolio a Carpignano grazie all’opposizione dei cittadini

Un progetto inutile (petrolio per 2 mesi di consumo italiano) e impattante per la presenza di idrogeno solforato, la vicinanza ai centri abitati e il possibile inquinamento della falda: ENI ha dovuto fare retromarcia e se questo succede a Carpignano può avvenire ovunque nel nostro paese.

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E’ una grande vittoria della società civile: ENI ha rinunciato a proseguire nel progetto di prospezione petrolifera a Carpignano Sesia (NO). La compagnia fossile italiana intendeva trivellare alla ricerca di una giacimento che, a essere ottimisti, in tutta la sua vita utile avrebbe fornito complessivamente 11 Mt di greggio, cioè l’equivalente di due mesi di consumi italiani (1). ENI naturalmente non motiva la rinuncia e afferma di voler presentare un nuovo progetto entro un anno. Si tratta in ogni caso di una sonora sconfitta per il colosso petrolifero con i piedi di argilla, che pensava di procedere senza intoppi con la popolazione locale. Invece nel giro di pochi mesi è sorto a Carpignano il Comitato Difesa del Territorio, che ha svolto uno straordinario lavoro di documentazione e sensibilizzazione che ha portato ad un referendum consultivo in cui i NO hanno prevalso con il 93% dei voti. Il greggio piemontese è inoltre di pessima qualità, noto cioè come petrolio “amaro”, contenente il pericolosissimo idrogeno solforato (un tempo noto come acido solfidrico); si sarebbe dovuto costruire un oleodotto di 40 km per raggiungere il centro oli di Trecate nei pressi del Ticino. Il progetto aveva innumerevoli altre criticità (2). Nel giugno del 2012 anche il Consiglio Comunale di Novara ha approvato una mozione (3) che esprimeva contrarietà al progetto ENI, soprattutto per il rischio di contaminazione della falda acquifera usata da oltre centomila persone. Occorre fermare questi progetti insensati in tutta Italia per usare tutte le risorse possibili nelle rinnovabili. L’ipotetica produzione di Carpignano avrebbe infatti rappresentato solo l’1,4% dell’energia prodotta nel 2012 con eolico e FV. Un ulteriore modesta incremento nelle energie pulite, ci metterebbe al riparo da queste sciagurate energie sporche.

(1) Nel 2012 l’Italia ha consumato 64 Mt di petrolio. Nell’ipotesi piuttosto ottimistica che in provincia di Novara ci siano davvero 11 Mt e che si riescano ad estrarre fino all’ultima goccia, queste riserve garantirebbero (11/64)*365 = 62 giorni di consumi. Se consideriamo anche i consumi di gas (62 Mtep) e carbone (16,2 Mtep), il consumo fossile ammonta a 142Mtep, quindi i pozzi di Carpignano avrebbero garantito al massimo 28 giorni di autonomia. In ogni caso la produzione giornaliera era stimata in 0,15 Mtep/anno, pari a 20 ore di consumi italiani!

(2) Tra i principali problemi:

·                                 la trivella sarebbe stata a 500 m dalle prime case di Carpignano e ad una simile distanza dal fiume Sesia;

·                                 la trivellazione avrebbe interferito con la falda acquifera che alimenta la città di Novara e i paesi vicini;

·                                 uso di circa 16000 m³ di terra, 3000 m³ di calcestruzzo, 30 t di strutture metalliche, con consumo di 10000 litri di gasolio al giorno;

·                                 170 viaggi di autocarri, di cui 66 trasporti eccezionali;

·                                 produzione di 2900 m³ di fanghi di perforazione, 600 m³ di detriti intrisi di fango e acque reflue di lavaggio dell’impianto in quantità indeterminata

Tutte queste informazioni sono reperibili alla pagina della Regione Piemonte con gli studi di valutazione di impatto ambientale; occorre cercare la voce “Carpignano”.

(3) Ho fatto la mia parte scrivendo la mozione e convincendo la maggioranza della sua importanza; per ironia della sorte non ho potuto votarla perchè quel giorno ero impegnato in Università.

 

Fonte: ecoblog

ENEL e Eni tra gli sponsor di VeDrò di Enrico Letta e dei suoi ministri

Chi paga VeDrò, si chiede L’Espresso? E a scorrere i nomi degli sponsor del Think net messo in piedi dal premier Enrico Letta si leggono i bei nomi delle multinazionali.badge-280x373

Vi ho parlato dell’associazione trasversale VeDrò fondata nel 2005 da Enrico Letta e che si è rivelata il serbatoio a cui il neo premier ha attinto la maggior parte delle risorse per la formazione del nuovo governo. Per quel che ci interessa abbiamo individuato i pescati tra i vedroidi quali Andrea Orlando del Pd, Nunzia De Girolamo del PdL con Beatrice Lorenzin i tre ministri che per quanto riguarda la tutela ambientale e l’ecologia molto o poco, secondo i punti vista potranno, fare. Ma come entrano Enel, Eni, Autostrade per l’Italia, Gruppo Cremonini, giusto per citarne alcuni sponsor, visibili dal badge fotografato da Il Foglio, che sostengono il Think net messo in piedi da Letta?Luca Sappino de l’Espresso lo ha chiesto a Mattia Diletti, docente e ricercatore di scienza politica all’Università La Sapienza di Roma, di tracciare un profilo di queste sponsorizzazioni fatte, sia ben chiaro, alla luce del sole. Quello che colpisce però del sistema di finanziamento riguarda soprattutto i finanziatori piuttosto che i finanziati. Sono prevalentemente ex monopoli pubblici, che hanno un rapporto ancora stretto con la politica e che finanziano un po’ tutti, con cifre ridotte, a pioggia, sia la destra che la sinistra. Il timore come avanza anche l’Espresso è che questo genere di progetto possa in un certo senso indirizzare le future scelte di governo. D’altronde nel marzo del 2012 assistemmo alla questione V conto energia sollevata dall’ex senatore Pd Francesco Ferrante, poi non ricandidato, che avanzò il sospetto che la bozza che girava in quei giorni fosse proprio stata scritta da ENEL. Veniamo a ENEL sponsor e analizziamo le proposte di VeDrò in merito all’energia, così come riportato in una delle sue brochure che si ispirano ai supereroi della Marvel (anche lei sponsor):

  1. Valorizzare la flessibilità delle nuove centrali a ciclo combinato.
  2. Sostenere le filiere tecnologiche di eccellenza.
  3. Investire sulle riserve domestiche di idrocarburi.
  4. Promuovere un moderno mercato dell’energia europeo
  5. Predisporre un piano di incentivi mirati alla ricerca
  6. Sviluppare consapevolezza tra popolazione e autorità locali
  7. Delineare una strategia per il futuro: banco di prova il 2014

In pratica viene privilegiato il gas rispetto al fotovoltaico, come già Chicco Testa aveva spiegato nell’hangout organizzato dalla Rete dei giornalisti e blogger per l’ambiente. Dunque in piena sintonia con quanto svolto si qui dagli ex ministri Corrado Passera e Corrado Clini.

Fonte.ecoblog