Air Ink, la start-up che vuole trasformare l’inquinamento in inchiostro

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La startup Air Ink ha ideato un modo per trasformare l’inquinamento in inchiostro.

L’idea è nata da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che hanno creato un macchinario capace di catturare l’inquinamento, condensando le emissioni e creando così un inchiostro d’altissima qualità per applicazioni serigrafiche e artistiche: ne hanno parlato anche i nostri colleghi di Blogo Motori, sottolineando anche come questa soluzione possa rappresentare una svolta nel riutilizzo dei gas di scarico delle automobili e, in generale, di tutte le strutture che emettono inquinanti nell’atmosfera. Nato nel 2013 al MIT il gruppo ha lanciato, nel febbraio di quest’anno, un crowdfunding su Kickstarter per finanziare l’evoluzione della start-up, che ha sede a Singapore: si possono acquistare diversi pacchetti di pennarelli neri con diversi tipi di punte. Con il dispositivo brevettato ideato da Air Ink, che si chiama Kaalink, 45 minuti di immissioni inquinanti in atmosfera si possono trasformare in 30ml di inchiostro “di alta qualità” (un pennarello). In generale gli inchiostri neri già presenti in commercio vengono realizzati con il carbonio prodotto da combustioni deliberate proprio a quello scopo mentre Kaalink punta a riutilizzare quello emesso dai tubi di scarico delle automobili. Il procedimento avviene in tre fasi: una prima fase di cattura delle emissioni, una seconda di rimozione dei metalli pesanti e delle sostanze cancerogene, che porta a ottenere pigmenti di carbone “purificati”, e una terza fase di produzione dell’inchiostro con tali pigmenti. Air Ink, di fatto, è il nome del prodotto finale: pennarelli con punte da 2mm, 15mm, 30mm e 50mm e un set di inchiostri serigrafici da 150ml ogni confezione.

Foto | Air Ink su Kikstarter

Fonte: ecoblog.it

76 associazione scrivono al ministro: «Vogliamo aria pulita»

Sono 76 le associazioni europee che hanno scritto una lettera aperta al ministro Gian Luca Galletti a proposito dell’apertura dei negoziati sulla Direttiva Europea in materia di limiti nazionali alle emissioni di determinati inquinanti atmosferici.

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«La cosiddetta direttiva NEC è l’unica opportunità di impostare una politica comune europea per l’aria pulita e salvare, letteralmente, migliaia di vite ogni anno di cittadini europei» si legge nella lettera firmata da Giulietta Pagliaccio, presidente FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta, a nome delle 76 associazioni europee che si occupano di sanità, ambiente, società civile, coltivazioni biologiche e benessere degli animali.  «Nei Paesi UE l’aria inquinata è tuttora un “killer invisibile” che ha causato 403.000 morti premature nel solo 2012 – prosegue la lettera – La scarsa qualità dell’aria contribuisce anche all’incremento di malattie croniche degli apparati cardiocircolatorio e respiratorio, quali asma, allergie, broncopneumopatia cronica ostruttiva (COPD, nella sigla inglese), cancro al polmone, ritardi nella crescita dei neonati e dei bambini. Incide molto su altre malattie croniche come diabete, malattie del fegato, obesità e leucemia infantile e sul benessere psicofisico. La spesa per la sanità pubblica direttamente connessa all’inquinamento dell’aria è stimata fra i 330 e i 940 miliardi di Euro annualmente, equivalenti al 3-9% del PIL dei paesi EU. La qualità dell’aria impatta anche sull’ambiente in generale, sulla biodiversità, le coltivazioni e la vegetazione in genere. La perdita di raccolto dovuta all’inquinamento è stata stimata in 3 miliardi di Euro l’anno (anno 2010). La Commissione Europea ha avanzato proposte che potrebbero aiutare a contrastare la gravità e la pervasività dell’inquinamento dell’aria, considerata un’emergenza di salute pubblica. Accogliamo con favore la proposta migliorativa proveniente dal Parlamento Europeo, in particolare il richiamo ad agire in fretta. Siamo seriamente preoccupati che il Consiglio Europeo voglia indebolire l’impianto della direttiva, causando 16.000 morti premature in più l’anno. Siamo altresì allarmati dal gran numero di deroghe e dalla flessibilità introdotta dal Consiglio Europeo, che rischia di rendere inefficace l’intera Direttiva, minandone l’intento di ridurre l’inquinamento dell’aria e di prevenire le morti premature. Noi Le chiediamo di appoggiare le seguenti 5 priorità durante i negoziati:

  1. Introdurre l’impegno a ridurre le emissioni fino al 52% degli impatti sulla salute rispetto al 2005 come proposto dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo – in particolare nessun indebolimento degli impegni di riduzione delle emissioni di ammoniaca e PM2.5
  2. Introdurre obiettivi vincolati per il 2025 come richiesto dal Parlamento Europeo. Un’azione rapida per contrastare l’inquinamento dell’aria deve essere una priorità; attendere il 2030 prolungherà il periodo in cui si muore prematuramente.
  3. Rigettare la flessibilità non necessaria come gli adattamenti degli inventari delle emissioni, dei fattori di emissione e le medie calcolate su tre anni, che non sono giustificati e diluirebbero il livello di ambizione della Direttiva.
  4. Mantenere l’obbligo di riduzione delle emissioni da gas metano nella direttiva come modo di abbattere il livello dell’ozono al suolo. Noi invitiamo altresì la Commissione ad affrontare le emissioni nocive di mercurio in sede di revisione della Direttiva.
  5. Sostenere le disposizioni che consentano l’accesso pubblico alle informazioni, al fine di consentire la partecipazione dei cittadini alla formulazione dei programmi nazionali di contrasto all’inquinamento e consentire loro di agire in giudizio qualora il Governo non rispettasse la Direttiva.

Respirare aria pulita è uno dei bisogni umani fondamentali. Ogni cittadino europeo ha il diritto di crescere, vivere e lavorare in un ambiente che promuove la sua salute, anzichè attentarvi. Avere una buona qualità dell’aria richiede un’azione forte e impegni a livello di UE. E’ questo il tempo dell’azione. Ogni ritardo comporterà ancora inutili morti precoci, aumenterà l’impatto sulla salute pubblica e continuerà ad incidere sui costi sostenuti per la sanità pubblica».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Oslo, auto bandite dal centro a partire dal 2019

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Stop alle auto private nel centro di Oslo entro quattro anni. Il nuovo governo di sinistra della capitale norvegese ha deciso di mettere al bando le auto private dal centro cittadino per contribuire alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Il partito laburista e i suoi alleati socialisti e Verdi, dopo la vittoria nelle comunali dello scorso 14 settembre hanno presentato un progetto a medio termine focalizzata sull’ambiente e sulla lotta ai cambiamenti climatici. Nel programma è previsto un divieto di accesso ai veicoli privati nel centro della città dove abitano appena 1000 persone, a fronte di 90.000 lavoratori. La proposta del nuovo governo di sinistra ha suscitato i timori degli imprenditori locali visto che ben 11 dei 57 centri commerciali della città sono situati nel centro cittadino. Il divieto alle automobili fa parte di un ambizioso piano con il quale si vogliono dimezzare, entro il 2020, le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. All’interno di questa strategia sono previste anche sovvenzioni per l’acquisto di biciclette elettriche, implementazioni della rete delle piste ciclabili e la riduzione del traffico automobilistico nella città nel suo complesso con due step: un – 20% entro il 2019 e un – 30% entro il 2030. Ed entro quella data tutte le vetture circolanti dovranno essere a emissioni zero.

Fonte: The Guardian

Ospedali “green”, con un bosco urbano compensano emissioni della carta asciugamani

Gli ospedali italiani guardano agli acquisti verdi e scelgono prodotti a minor impatto ambientale e che compensano le proprie emissioni di CO2: è l’esempio di due ospedali in Emilia Romagna che con Paredes Italia e Rete Clima neutralizzeranno le emissioni della carta asciugamani che utilizzano, grazie alla realizzazione di un carbon sink (bosco urbano) a Cantù (CO). Il progetto sarà presentato l’1 e il 2 ottobre 2015 a Roma nel corso della IX edizione di CompraVerde-BuyGreen, il Forum Internazionale degli Acquisti Verdi. Gli ospedali italiani sono sempre più green e attenti all’ambiente. In Italia infatti circa il 30-40% degli ospedali e delle Asl ha avviato progetti sull’efficientamento energetico utilizzando fondi Ue, progetti regionali o risorse proveniente dal ministero della Salute grazie all’ex articolo 20, secondo quando riportato dalla Società italiana dell’architettura e dell’ingegneria per la sanità (Siais). Ma grande attenzione è rivolta anche alla scelta dei beni e dei servizi tenendo conto del loro impatto ambientale e sociale nel corso dell’intero ciclo di vita: gli acquisti sostenibili si inseriscono infatti nella strategia di lungo termine dell’Unione europea che attraverso il documento “Strategia Europa 2020” ha individuato specifiche azioni a supporto di una “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”. Una scelta che compiono centinaia di ospedali italiani preferendo ad esempio prodotti monouso certificati Ecolabel, che garantiscono un minor impatto ambientale, dimostrando in questo modo un primo impegno nei confronti delle problematiche ambientali. 3

Neutralizzare le emissioni con un bosco urbano in Italia

Ma ci sono alcuni ospedali emiliani che fanno da apripista ad una nuova pratica che punta alla sostenibilità e all’impegno ambientale scegliendo prodotti ad emissioni zero: il progetto, realizzato con Paredes Italia e la onlus Rete Clima, prevede infatti la compensazione delle emissioni di CO2 della carta asciugamani usata negli ospedali italiani attraverso la forestazione urbana nazionale. La carta asciugamani prodotta da Paredes Italia, scelta da due ospedali dell’Emilia Romagna, oltre ad essere certificata Ecolabel neutralizzerà infatti le proprie emissioni grazie alla collaborazione con Rete Clima, ente no-profit lombardo che propone azioni concrete in campo ambientale per la promozione della sostenibilità ed il contrasto al cambiamento climatico. Partendo dalla valutazione di LCA (Life Cycle Assessment) finalizzata anche a determinare l’impronta di carbonio dei propri prodotti, Paredes ha avviato recentemente l’azzeramento delle emissioni di gas serra generate lungo il ciclo di vita di un primo lotto di 4.000 scatole di carta asciugamani, dalla loro produzione fino al loro smaltimento a fine vita, mediante il sostegno alla nuova forestazione di un bosco urbano in Italia. Il carbon sink (bosco urbano) si trova a Cantù (CO) ed è realizzato da Rete Clima nell’ambito del proprio percorso “emissioni CO2 zero®” per la compensazione forestale delle emissioni di CO2eq di prodotti, processi ed Organizzazioni. I gas serra generati dalla produzione della carta asciugamani distribuita negli ospedali vengono così assorbiti nell’arco del ciclo vitale di questo bosco,  gestito  e  mantenuto  da  Rete  Clima  (per  tramite  di  una  Cooperativa  Sociale  di  tipo  B, nell’ambito di un preciso accordo scritto con l’Ente Pubblico locale) fino a maturità, realizzando così sul territorio locale un progetto di sostenibilità attento agli aspetti ambientali e sociali. Per quanto riguarda l’assorbimento di carbonio operato dagli alberi piantati a Cantù, questo viene quantificato mediante metodologie scientifiche dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) collegate all’attuazione del Protocollo di Kyoto.2

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I progetti di Paredes a CompraVerde-BuyGreen

Il progetto di compensazione sarà presentato da Paredes Italia e Rete Clima l’1 e il 2 ottobre 2015 a Roma in occasione della IX edizione di CompraVerde-BuyGreen, il Forum Internazionale degli Acquisti Verdi presso l’Acquario Romano – Casa dell’Architettura. Nel corso della due giorni, Paredes Italia sarà anche tra i partecipanti di GreenContact, la grande Borsa B2B degli acquisti verdi in cui le eccellenze dei vari settori economici e produttivi nazionali e internazionali che hanno scelto modalità sostenibili di produzione e commercializzazione possono incontrarsi e entrare in contatto con acquirenti pubblici e privati, fornitori e altri enti istituzionali per presentarsi, dare vita a partnership e nuove alleanze.

Per approfondire il progetto Rete Clima, clicca qui

Chi è Paredes Italia

Paredes Italia S.p.A. azienda del Groupe Paredes certificata ISO 9001 e ISO 14001 produce e commercializza da oltre 27 anni sistemi e prodotti Ecolabel per garantire e migliorare l’igiene professionale degli operatori e degli ambienti di lavoro nel campo sanitario, alimentare e delle collettività.  Da sempre, efficienza e attenzione all’ambiente sono state le linee guida della strategia di crescita dell’azienda. Come produttori, Paredes ha scelto di migliorare il rendimento privilegiando le soluzioni tecnologiche più efficienti. Come fornitori, l’azienda propone ai clienti offerte capaci di integrare le esigenze di igiene con strumenti per evitare gli sprechi, con il doppio vantaggio di ridurre le spese e salvaguardare l’ambiente.

Chi è Rete Clima

Rete Clima è un Ente no-profit orientato alla promozione della sostenibilità delle Organizzazioni ed al contrasto al cambiamento climatico: nata in contesto accademico, la Rete oggi propone una filiera green di valutazione, riduzione e compensazione forestale nazionale delle emissioni di CO2 eq collegate all’esercizio aziendale, ai prodotti, ai servizi, alla mobilità, agli eventi. Originalità ed innovatività dei progetti, partecipazione, concretezza e tracciabilità delle eco-azioni, approccio scientifico e solidità tecnica, attenzione per gli aspetti sociali ed ambientali sono le peculiarità della proposta di sostenibilità di Rete Clima, verso una crescita dell’eco-efficienza delle Organizzazioni e della naturalità del territorio locale in Italia.

Fonte: agenziapressplay.it

Caso Volkswagen, Genitori Antismog: “I test attuali sono farlocchi, troppa differenza tra il laboratorio e la strada”

Marco Ferrari dell’associazione che si batte contro l’inquinamento atmosferico: “9 auto diesel su 10 di ultima generazione su strada non rispettano i limiti di legge per le emissioni di ossidi di azoto, eppure tutte hanno passato i test”vigile

“Chiediamo che cada l’ipocrisia denunciata da anni sulla discrepanza tra i cicli di test e la strada. La Commissione europea e i singoli Governi nazionali attuino al più presto la revisione delle prove e perseguano le industrie automobilistiche che adottano pratiche elusive, se non fraudolente, così come fatto dalle autorità statunitensi”. Marco Ferrari di Genitori Antismog non ha dubbi: lo scandalo sulle emissioni delle auto diesel Volkswagen vendute negli USA è solo la punta dell’iceberg di una truffa “di sistema” che riguarda tutta l’Europa e probabilmente il mercato automobilistico nel suo complesso.

“In Europa – denuncia l’associazione attiva da oltre 10 anni nella difesa della qualità dell’aria – ben 9 auto diesel su 10 di ultima generazione provate su strada non rispettano i limiti di legge riguardo le emissioni di Nox, ossidi di azoto, eppure tutte hanno passato i test. Secondo l’organizzazione europea Transport & Environment i consumi reali sono fino al 40% più alti di quelli dichiarati e le emissioni di NOx arrivano ad essere superiori di 20 volte rispetto ai limiti di legge”.

“Per alcuni modelli la differenza è così alta che Transport & Environment sospetta che le auto siano in grado di capire quando si svolge il test utilizzando un dispositivo di manipolazione che abbassa artificialmente le emissioni durante la prova. Per esempio, una Audi A8 diesel su strada produce 21,9 volte più NOx rispetto ai limiti di legge, una BMW X3 diesel 9,9 volte, la Opel Zafira Tourer 9,5 volte, la Citroen C4 Picasso 5,1 volte. Tutte queste auto hanno però superato i test in laboratorio. (Per approfondire clicca qui http://www.transportenvironment.org/publications/vw%E2%80%99s-cheating-just-tip-iceberg).

“Abbiamo sempre sostenuto che le emissioni dei motori diesel, ossidi di azoto e polveri sottili, sono pericolose per la salute. L’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito nel 2012 che i loro fumi sono cancerogeni. È quindi inaccettabile che le cause automobilistiche imbroglino sulle emissioni mettendo a rischio la salute dei cittadini”.

La Commissione Europea ha chiesto già da anni che i diesel fossero sottoposti al Real Driving Emissions (RDE), ovvero il test di emissione in condizioni di guida realistiche e non in laboratorio, ma come ci spiega Ferrari “le cause automobilistiche hanno fatto sì che la decisione venisse rimandata al 2017. Tra le righe hanno detto che se dovessero utilizzare le prove stradali arriverebbero a non vendere più”. In realtà la Commissione Ue, per voce della portavoce dell’esecutivo comunitario al mercato interno Lucia Caudet, ha appena annunciato di aver deciso per i test su strada: la nuova procedura è stata adottata da Bruxelles nel maggio 2015 ed entrerà in vigore nel gennaio 2016. “Tutti gli addetti ai lavori sanno che i test attuali sono una farloccata – sostiene Ferrari – ma adesso lo sta scoprendo anche l’opinione pubblica e si spera che questo faccia cadere il velo di ipocrisia in tutto il vecchio continente. Negli Stati Uniti sono andati più a fondo un po’ per una serie di condizioni contingenti ma anche perché sono più rigorosi e soprattutto perché i diesel per loro non dovrebbero proprio esistere. Rappresentano solo l’1% del loro mercato automobilistico complessivo, mentre in Europa il 55%, una differenza abissale”.

Inoltre c’è un’altra differenza non da poco: “Gli Stati Uniti hanno un’unica autorità di controllo sulle emissioni, mentre l’Europa ne ha 28 diverse”. La proposta di far riferimento ad una sola agenzia, più volte avanzata nel corso degli anni, ha sempre incontrato l’opposizione dei costruttori per potersi muovere più facilmente sui differenti sistemi di verifica dei 28 paesi dell’Unione.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Obama vara il Clean Power Plan: che cos’è e quali obiettivi ha

Barack Obama pronto a varare il provvedimento incentrato sulla riduzione dei gas serra e lo sviluppo delle rinnovabiliObama

Dopo anni di promesse su energie rinnovabili e green economy, il presidente Usa,Barack Obama, sembra finalmente pronto a varare un provvedimento per la riduzione dei gas serra che sarà incentrato sulle centrali a carbone responsabili del 31% delle emissioni nocive degli States, ma anche sul potenziamento delle energie rinnovabili. Agli Stati dell’unione verrà chiesto di ridurre le emissioni degli impianti a carbone. Dicono i quotidiani che sarà “l’azione più significativa che un presidente americano abbia mai preso per limitare i gas nocivi”, ma d’altronde nessuno dei suoi predecessori, né tantomeno il “petroliere” George W. Bush, aveva mai mosso un dito contro l’industria delle energie fossili. Il Clean Power Plan prevede un aumento delle rinnovabili del 28% entro il 2030 (sei punti percentuali in più rispetto al 22%) e una riduzione delle emissioni di gas nocivi. Inoltre l’inquinamento provocato dalle rinnovabili dovrà essere ridotto del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005, con una maggiorazione del 9% rispetto a quanto previsto inizialmente. Gli stati che faranno i migliori progressi in termini di investimenti in energia solare ed eolica verranno premiati con incentivi.

Il risparmio per le famiglie americane, in termini di bollette dell’energia elettrica è stato quantificato in 85 dollari per famiglia all’anno, dopo il 2030. Nei prossimi mesi Obama dovrà affrontare due importanti appuntamenti: a settembre l’incontro con Papa Francesco che con la sua enciclica Laudato Si’ ha rivolto un appello globale a prendersi cura della Terra, a dicembre il summit sui cambiamenti climatici di Parigi. Nel video diffuso quest’oggi, Obama spiega che

le centrali sono la principale fonte di inquinamento che contribuisce ai cambiamenti climatici. Ma fino a ora, non ci sono stati limiti federali alla quantità di inquinamento che questi impianti possono rilasciare nell’aria. Pensateci.

Un buon punto di partenza, ma perché il Clean Power Plan possa avere chance di raggiungere i propri obiettivi sarebbe meglio che il nuovo presidente non fosse il rampollo di una famiglia di petrolieri o un liberista scatenato. Insomma Jeb Bush eDonald Trump non sono esattamente la migliore scelta se l’America vuole intraprendere un new deal energetico. Il Clean Power Plan, insomma, da una parte è un atto dovuto agli elettori, dall’altra un assist non indifferente per chi uscirà vincitore dalle primarie “dem”.

Fonte:  Daily Mail

India: il paese in via di sviluppo che inquina di più

Le emissioni di anidride carbonica dell’India sono cresciute dell’8,1% nel 2014, facendone il paese in via di sviluppo più inquinante. L’equivalenza è chiara: ciò che per noi oggi significa progresso-sviluppo, per il nostro pianeta significa inquinamento-morte. Eppure la corsa non si ferma; tutti ambiscono a “occidentalizzarsi” negli sprechi, nella “ricchezza” (per pochi) e nell’elevatissimo impatto ambientale.india_inquinamento

Le emissioni di anidride carbonica dell’India sono cresciute dell’8,1% nel 2014, arrivando a costituire una fetta ingente delle emissioni globali; di fatto è il paese in via di sviluppo più inquinante. A dirlo è l’ultima edizione della Statistical Review of World Energy redatta, niente di meno che, dalla British Petroleum.
Le nazioni che nel 2014 hanno visto crescere le loro emissioni di CO2, ne hanno aggiunte 572 milioni tonnellate nell’atmosfera in soli 12 mesi. L’India ne ha aggiunte 157 milioni di tonnellate, la Cina 85, gli Usa 53: i leader dell’inquinamento globale. L’Europa, pur con tutti i suoi limiti, resistenze e interessi, nel 2014 ha tagliato le proprie emissioni (211 milioni di tonnellate) per una quantità maggiore di quella che l’India ha aggiunto (ovviamente partiva da altri livelli). Ciò che emerge da questi numeri deve far riflettere: l’India insegue il progresso, ma insegue questa idea di progresso: consumo di energia, crescita, emissioni inquinanti. L’India ha portato il suo consumo di energia ad un picco  storico e ha aumentato le sue emissione, portandole ad un altro picco storico. Nel resto del mondo la crescita è in stallo, nel 2014 la media globale è sullo 0,9%, il livello più basso dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Ma non potrebbe essere che così. Mentre paesi e continenti tagliano le emissioni e persino la Cina punta sulle rinnovabili (ormai soffocata da carbone e combustibili fossili), l’India invece si affaccia ora a marcia innestata in maniera quanto mai energivora.
Ed è nel consumo di carbone che sta forse la differenza più significativa con il resto del mondo. Mentre la maggior parte degli altri paese sta diminuendo il ricorso al carbone, in India questo indice è cresciuto dell’11% ed è la principale fonte di energia oggi sia in India che in Cina, oltre ad essere la più sporca. E questa resta la realtà malgrado il governo indiano di Modi abbia annunciato di voler realizzare uno dei più ambiziosi progetti al mondo di sfruttamento delle energie rinnovabili. Il carbone oggi resta il cuore della politica energetica indiana, con 455 delle 1199 nuove centrali che sorgeranno nel mondo. Naturalmente, per avere un’idea di ciò che accade in una nazione, occorre valutare più fattori. Se, in termini assoluti e in confronto ad altri paesi occidentali già fortemente industrializzati, il consumo energetico e le emissioni in India appaiono più bassi, è anche vero che questo paese sta aumentando consumi ed emissioni a fortissima velocità e si stima che avrà una crescita tra le più veloci al mondo nei prossimi anni nello stile cinese, cioè fortemente impattante. Negli ultimi cinque anni i dati indicano un rallentamento nella crescita delle emissioni cinesi (dopo un picco nel 2011 a 7,9%) e un’accelerazione nell’aumento per l’India. E l’impatto cumulativo delle ulteriori tonnellate di anidride carbonica porta sempre di più verso un cambiamento climatico irreversibile. E per l’India, con le sue popolose coste, l’agricoltura dipendente dalle piogge e le riserve d’acqua sotto forma di ghiacciai, ciò può rappresentare una tragedia immane. E il resto del mondo, ovviamente, non rimarrà immune.

Si ringrazia Sajai Jose di IndiaSpend

Fonte: ilcambiamento.it

In Europa la metà dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030

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Secondo The Guardian, il prossimo 15 luglio la Commissione Europea pubblicherà un documento con il quale, per i Paesi dell’Unione, viene fissato l’obiettivo di avere entro il 2030 almeno la metà dell’energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Questo significa che dovranno essere accelerati i piani relativi alle reti elettriche e in particolare dovranno essere velocizzati i processi di decarbonizzazione. L’obiettivo dell’UE è di tagliare le emissioni del 40% entro il 2030 rispetto al livelli del 1990. Attualmente circa un quarto dell’elettricità europea proviene da fonti rinnovabili e questa quota deve dunque essere raddoppiata entro i prossimi quindici anni. L’obiettivo principale cui aspira l’UE è una quota del 27% di energie rinnovabili nell’intero mix energetico di tutta l’Europa, che include i settori dei trasporti, dell’agricoltura e dell’edilizia che non necessariamente fanno affidamento sull’elettricità. Quest’ultimo proposito è stato particolarmente apprezzato da Joy Oliver, il portavoce della European Wind Energy Association, il quale però ha fatto notare che alcune nazioni come Paesi Bassi, Regno Unito e Francia stanno rischiando di non raggiungere l’obiettivo fissato per il 2020 ossia di avere almeno un quinto dell’energia proveniente da fonti rinnovabili e dunque serve un sistema di monitoraggio più attento per impedire agli “Stati scansafatiche” di nascondersi dietro quelli più virtuosi.

Fonte: ecoblog.it

Nuove fumarole marine ai Campi Flegrei

Scoperte nuove emissioni di gas vulcanici grazie alla mappa del fondale della baia di Pozzuoli.

I ricercatori partenopei hanno scoperto nel territorio marittimo di Pozzuoli, in provincia di Napoli, alcune nuove fumarole marine e studiato in dettaglio resti archeologici sommersi, rinvenuti grazie alla mappa dettagliata del fondale recentemente pubblicata su Journal of Maps.  Il studio, sviluppato dall’Osservatorio vesuviano (Ov) dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), in collaborazione con l’Istituto per l’ambiente marino costiero (Iamc) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Napoli, rientra nel progetto Monica (Monitoraggio innovativo delle coste e dell’ambiente marino). In questo progetto i ricercatori hanno infatti previsto la realizzazione di una mappa batimetrica ad alta risoluzione: stando a quanto riferisce Askanews infatti lo studio High-resolution morpho-bathymetry of Pozzuoli Bay, finanziato dal ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca (Miur), e recentemente pubblicato su Journal of Maps, ha esplorato le strutture portuali, i complessi residenziali e termali di età romana, come il Portus Iulius e la villa dei Pisoni, sommersi dal mare a causa dei movimenti verticali del suolo, all’interno di un contesto ricco di emissioni fumaroliche per la natura vulcanica del territorio. Le nuove emissioni sono state individuate infatti tra muri romani, antichi basolati e altri reperti di duemila anni fa sommersi nella baia di Pozzuoli, a nord di Napoli, che costituisce la parte centrale della caldera dei Campi Flegrei.

“Sono state scoperte aree finora sconosciute di emissione di gas vulcanici […] ha dato un’immagine senza precedenti del fondale marino della baia di Pozzuoli e rappresenta un contributo alla comprensione dell’evoluzione della caldera dei Campi Flegrei, un’area vulcanica attiva ad alto rischio, abitata da quasi un milione di persone.”

ha rilevato Renato Somma, ricercatore dell’Ov-Ingv.

Foto | Stefano Calirob4ca35b508d939270af65bedfaf91496-587x350

Fonte: ecoblog.it

L’Italia e le emissioni di gas serra: buone notizie per il futuro, anche se l’Italia non ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto

Il mancato raggiungimento degli obiettivi di Kyoto da parte dell’Italia continua ad essere ignorato e sottovalutato. Sebbene formalmente raggiunto l’obiettivo a livello globale, le sue poco lungimiranti aspettative – in attesa di impegni più sostanziosi che si spera di ottenere alla conferenza di Parigi di fine anno – sono sotto gli occhi di tutti: lo dimostra quanto sta accadendo in fatto di sconvolgimenti climatici. E l’Italia, seppur fautrice di un taglio alle emissioni, è ancora lontana dagli obiettivi.kyoto

Come ogni anno, puntualmente come se fosse il 25 dicembre per il Natale o il 15 agosto per il Ferragosto, in occasione della ricorrenza dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto (16 Febbraio), appaiono articoli sulla stampa nazionale che fanno riferimento a questo importante evento. A dire il vero, sono sempre di meno questi articoli, come se l’emergenza climatica non ci riguardasse da vicino e le conseguenze degli impatti del cambiamento climatico fossero lontane dal verificarsi; sappiamo invece che non è così e ogni giorno sperimentiamo sulla nostra pelle tali conseguenze, a volte devastanti in alcune aree del nostro pianeta. Ma tornando alla ricorrenza, si fa riferimento, ancora una volta, ad un articolo pubblicato su Repubblica.it dal titolo “Gas serra, l’Italia li ha tagliati del 20%”. Nell’articolo si riportano i dati relativi alle emissioni nazionali dell’anno 2014 e – correttamente – si rileva come tali emissioni siano notevolmente diminuite rispetto al 1990 (20%), ma anche rispetto all’anno precedente (6-7%). Facendo direttamente riferimento all’accordo di Kyoto che assegnava all’Italia un obiettivo di riduzione delle emissioni del 6,5% entro il 2012, l’articolo ha però dimenticato di ricordare che il nostro Paese al momento non risulta in linea con gli impegni presi. Sulla base delle più recenti valutazioni, il gap che l’Italia deve ancora colmare per raggiungere il proprio obiettivo di Kyoto è di circa 20 MtCO2 equivalente. Quindi, ben vengano le buone notizie sulla riduzione delle emissioni dell’Italia nel periodo post-Kyoto – peraltro utili per l’impegno che il nostro paese ha assunto in sede europea nell’ambito della politica climatico-energetica al 2030 – ma altra cosa è far finta di non sapere o dimenticare la grave inadempienza del nostro Paese nei riguardi del Protocollo di Kyoto. Cogliamo quindi l’occasione per mantenere alta l’attenzione dei lettori de “Il Cambiamento” e anche del governo nazionale affinché possa presto affrontare questo problema ed evitare di incorrere nelle sanzioni previste. In primavera sarà pubblicato un articolo su Nimbus, la rivista scientifica di meteorologia, clima e ghiacciai della Società Meteorologica Italiana (SMI) nel quale saranno presentati nel dettaglio i dati (tratti dalle fonti ufficiali) relativi alle emissioni nazionali di gas serra e la situazione del nostro Paese nei confronti del Protocollo di Kyoto; non mancheremo di informare i lettori de “Il Cambiamento” di questa uscita.

Fonte: ilcambiamento.it