Torino, accordo con Eni per sperimentazione Diesel+ sui mezzi pubblici

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Il nuovo carburante che contiene il 15% di componente rinnovabile e permette di ridurre in modo sensibile le emissioni inquinanti fino al 40%. Inoltre verrà incoraggiata la raccolta degli oli esausti domestici da trasformare in biocarburante

Eni e La Città di Torino insieme a GTT – Gruppo Torinese Trasporti e Amiat, società del Gruppo Iren, hanno firmato oggi un accordo per avviare un progetto di sperimentazione su larga scala basato sull’utilizzo da parte degli autobus torinesi di Eni Diesel+, il nuovo carburante che contiene il 15% di componente rinnovabile (chiamata Green Diesel, ndr) e che, grazie all’intesa siglata, verrà fornito all’azienda torinese di trasporto pubblico allo stesso costo del gasolio finora utilizzato dai mezzi in servizio sulla rete urbana. Eni si è infatti aggiudicata la gara per la fornitura dei combustibili agli autobus di Torino.

In base ai dati forniti dalla stessa Eni, “nell’ambito dei test su vetture Euro 4, Euro 5 ed Euro 6 condotti presso il Centro Ricerca Eni di San Donato Milanese e validati dall’Istituto Motori CNR di Napoli è stata rilevata una significativa riduzione delle emissioni gassose inquinanti (monossido di carbonio CO e di idrocarburi incombusti HC) fino al 40% grazie alla presenza della componente rinnovabile Green Diesel. Inoltre grazie ad un ciclo produttivo più sostenibile, Eni Diesel + presenta un valore di “Carbon Intensity” inferiore rispetto ad un gasolio commerciale e contribuisce a ridurre le emissioni di CO in media del 5%.

A partire oggi e fino al 31 ottobre gli autobus della flotta cittadina di GTT, complessivamente 650 mezzi riforniti attualmente con gasolio tradizionale, utilizzeranno il nuovo combustibile che, sulla base delle ricerche effettuate, permette di ridurre in modo sensibile le emissioni inquinanti – in particolare idrocarburi incombusti, ossido di carbonio e particolato -, di mantenere pulito il motore e di consentire una efficienza di combustione sempre ottimale, determinando, di conseguenza, una riduzione degli interventi di manutenzione dei motori, nonché di ottenere una riduzione dei consumi fino al 4%, in conseguenza dell’elevato potere calorifico. GTT testerà sul campo il nuovo carburante segnalando a Eni ogni eventuale variazione di funzionamento o comportamento che dovesse riscontrare sui propri mezzi nel corso del periodo di sperimentazione. Un autobus della sua flotta sarà poi impiegato nei laboratori Eni a San Donato Milanese per svolgere, in collaborazione e con la supervisione dell’Istituto Motori del CNR di Napoli, altri test sperimentali, finalizzati a validare l’impatto positivo dell’utilizzo di Eni Diesel+ in termini di riduzione di emissioni inquinanti e di efficienza di combustioni. La Città di Torino – che lo scorso marzo ha aderito alla Dichiarazione di Siviglia, documento con il quale oltre 60 amministrazioni locali europee si sono impegnate a incoraggiare politiche di “economia circolare” all’interno delle città – promuoverà infine la raccolta degli oli spenti di frittura delle utenze domestiche. Amiat contribuirà, in accordo con la Città di Torino, alla promozione fra i cittadini della raccolta degli oli vegetali usati, anche attraverso il posizionamento di eventuali nuovi punti di raccolta sul territorio. Dopo un trattamento di purificazione da effettuare presso aziende specializzate l’olio esausto recuperato potrà essere trasformato in biocarburante presso la Raffineria Eni di Venezia e quindi utilizzato per alimentare i mezzi pubblici del territorio del Comune e contribuire così alla riduzione delle emissioni inquinanti, consentendo altresì di mettere in atto un esempio concreto di valorizzazione di scarti di consumi.

Fonte: ecodallecitta.it

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Ilva, PeaceLink: “Terribile indifferenza di chi poteva fermare quelle morti”

“I dati presentati alla presenza del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano confermano l’azione della magistratura, che mantiene sotto sequestro gli impianti dell’area a caldo dell’ILVA, e danno torto a chi sostiene che la situazione sia accettabile e priva di pericoli per la salute”386298_1

Dopo la presentazione dei dati sull’altissima incidenza di patologie gravi tra i bambini che abitano a Taranto, PeaceLink punta il dito contro le amministrazioni nazionali e locali, responsabili di aver nascosto una situazione inaccettabile. Ecco il comunicato dell’associazione:

“In queste ore il sindaco di Taranto Ippazio Stefano, pediatra per professione, sarebbe dovuto esplodere di rabbia per i nuovi dati epidemiologici, quelli terribili presentati a Bari, che evidenziano uno stato di sofferenza sanitaria scaricata dalle emissioni inquinanti sui più deboli e sui più esposti. Parliamo dell’eccesso di ricoveri per di bambini fra 0 e 14 anni: +24% nel quartiere Tamburi, +26% nel quartiere Paolo VI.

E i parlamentari tarantini che hanno votato le leggi salva-Ilva avrebbero dovuto inginocchiarsi e chiedere scusa ai cittadini. Ma ai dati terribili corrisponde la terribile e silenziosa indifferenza dei responsabili di tanti anni di governo. I dati presentati oggi (martedì 4 ottobre,ndr) a Bari dal dottor Francesco Forastiere dimostrano scientificamente per la seconda volta che all’aumentare dei valori di PM10 industriale (polveri sottili) tende a seguire un aumento della mortalità nei quartieri vicini all’ILVA (Tamburi, Paolo VI, città Vecchia, Borgo). La prima volta che venne dimostrata scientificamente tale correlazione fu nel 2012 e la magistratura sequestrò gli impianti dell’area a caldo dell’ILVA, senza facoltà d’uso. Il fatto che alla minore produzione dell’ILVA corrispondano oggi minori impatti sulla salute non significa che essi siano accettabili, in quanto sono comunque abbondantemente sopra il livello di normalità. Taranto infatti si qualifica come area critica dove ci si ammala di più e dove si muore di più, facendo i confronti con il resto della Puglia. Lo confermano i dati recentemente presentati da PeaceLink sugli anni di vita persi ogni anno dai tarantini (1340 in media rispetto alla media pugliese). I dati presentati stamattina alla presenza del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano confermano e rafforzano l’azione della magistratura, che mantiene sotto sequestro gli impianti dell’area a caldo dell’ILVA, e danno torto marcio a chi sostiene che attualmente la situazione sia accettabile e priva di pericoli significativi per la salute. Il pericolo invece c’è e i danni pure. Quanti altri studi dovremo attendere?

Lo “Studio Forastiere 2” conferma e aggiorna quanto già evidenziato nella perizia presentata al Tribunale di Taranto nel 2012 dallo stesso dottor Forastiere. Vi è un equivoco di fondo di cui si nutre oggi la malapolitica e la cattiva coscienza di chi l’ha servita a capo chino. “Si muore per colpa del passato”, sentiamo ripetere. Non è vero: si muore anche per colpa del presente. Chi muore di infarto in presenza di concentrazioni dannose del PM10 industriale muore per il PM10 di oggi e non di trenta anni fa. Su questo lo “Studio Forastiere” è chiaro. Le esposizioni sia recenti sia passate sarebbero associate non solo ad effetti a lungo termine ma anche ad effetti mortali a breve termine, ossia ictus e infarti attribuibili ai livelli di concentrazione del PM10 industriale. Lo studio conferma ancora una volta il nesso fra mortalità nelle aree contigue all’ILVA e valori di particolato inalabile, caratterizzato a Taranto da una miscela tossica che differenzia in peggio le polveri di Taranto da quelle di altre città. Sono tutte cose su cui il Papa non può fare nulla, ma il sindaco sì. Eppure abbiamo un sindaco che va dal Papa invece di andare da chi ha il potere di fermare la strage”.
Alessandro Marescotti

Presidente di PeaceLink

www.peacelink.it

Ilva, la Corte di Strasburgo rigetta il ricorso di Giuseppina Smaltini

Rigettato il ricorso dei familiari di Giuseppina Smaltini, morta nel 2012, perchè “manifestatamente infondato”.  La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha rigettato il ricorso presentato dai legali della famiglia Giuseppina Smaltini, morta nel 2012 a causa di una meningite incurabile a causa dell’immunodeficienza causata dalla leucemia: secondo i giudici europei i legali non hanno saputo dimostrare il nesso causale fra le emissioni inquinanti degli stabilimenti Ilva e la leucemia che è stata diagnosticata alla donna nel 2006. Dopo la sua morte, il marito e i figli avevano ottenuto dalla Corte di Strasburgo la possibilità di poter continuare l’azione contro l’Italia. Nel ricorso si sosteneva che le autorità avevano violato il diritto alla vita di Giuseppina Smaltini, perché esisterebbe, secondo i denuncianti, un nesso provato di causa ed effetto tra le emissioni dell’Ilva e la leucemia contratta ma la richiesta dei legali è stata respinta perchè “manifestatamente infondata”. Giuseppina Smaltini aveva denunciato un dirigente dell’acciaieria, sostenendo l’esistenza di un nesso fra la sua malattia e le emissioni inquinanti dell’Ilva, nel 2009 ma una perizia aveva escluso l’esistenza di legami causali fra le emissioni e la malattia e il caso era stato archiviato dalla magistratura tarantina. La donna ha presentato ricorso contro l’archiviazione in sede europea ma questo stato respinto all’unanimità dai giudici della Corte di Strasburgo: la ricorrente non avrebbe dimostrato che, alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili al momento dei fatti, la magistratura italiana abbia ignorato l’obbligo di proteggere il suo diritto alla vita.ITALY-INDUSTRY-POLLUTION-ENVIRONMENT

Fonte: ecoblog.it

«Le nanoparticelle ci fanno ammalare»

Da oltre 15 anni sono impegnati, insieme, nella ricerca sulle nanopatologie; da oltre 40 operano nel campo della ricerca biomedica. Sono stati dapprima ignorati, poi osteggiati, boicottati, criminalizzati. «Sosteniamo una tesi assai scomoda – spiegano Stefano Montanari e Antonietta Gatti – e cioè che molte patologie sono causate proprio dal nanoparticolato in cui siamo immersi, frutto di emissioni inquinanti ma anche dell’utilizzo di armi micidiali; queste nanoparticelle penetrano nel nostro organismo e si incistano nei nostri organi e tessuti. Ma troppi interessi ci sono in gioco…».microscopio_ricerca

Lui, laureato in farmacia con una tesi in microchimica e da anni studioso di nanoparticelle, e lei, fisico e bioingegnere, per anni docente universitaria e oggi consulente di importanti enti internazionali di ricerca. Stefano Montanari e Antonietta Gatti sono una coppia (nella vita e nel lavoro) discussa della ricerca italiana (almeno di quel poco che ne rimane), sicuramente scomoda, che va a cercare cose che qualcuno preferirebbe non venissero cercate, che parla di cose che scompaginano il copione ben confezionato del business ad ogni costo e ad ogni prezzo. Oggi sono anche una coppia che è stata messa alla prova da uno di quegli eventi che ti segnano; Stefano Montanari, qualche settimana fa, è stato colpito da un’emorragia cerebrale dalla quale sta uscendo con un recupero che ha del miracoloso e con il sostegno della moglie.

Li abbiamo incontrati e abbiamo chiesto loro di fare il punto sul lavoro che stanno continuando a portare avanti.

«Da oltre quarant’anni portiamo avanti questo tipo di studi e questo sia nell’ambito della ricerca applicata sia in quello della ricerca pura. Ed è proprio sulla ricerca pura che lavoriamo insieme da oltre 15 anni. La nostra scoperta riguarda la capacità delle polveri sottili ed ultrasottili, la cui esistenza era già ben conosciuta, di entrare nell’organismo per non uscirne più; qualcosa che, forse stranamente, non era mai stato osservato o, forse meglio, che probabilmente era passato sotto gli occhi di chissà quanti ricercatori senza che questi ne capissero l’importanza. E l’importanza sta nel fatto che queste polveri piccolissime, una volta insinuatesi nei tessuti biologici, innescano reazioni infiammatorie che possono provocare una lunga serie di malattie, dal cancro alle patologie vascolari come ictus, infarto e tromboembolia polmonare. Ma possono essere origine anche di malattie forse poco sospettabili, come una forma di diabete, stanchezza cronica, insonnia e perdita di memoria a breve termine. Ancora allo stato di sospetto ci sono, almeno come concausa, il morbo di Parkinson, l’ Alzheimer e forse l’autismo. La certezza, invece, è la capacità delle particelle di dimensione intorno al micron o sotto quella misura di entrare nel nucleo delle cellule interferendo con il DNA e di passare da madre a feto provocando aborti, malformazioni o forme tumorali nel bambino già nel grembo materno».

Da dove provengono le nanoparticelle?

«La natura è una produttrice di particelle, principalmente con le eruzioni vulcaniche, l’erosione delle rocce e gli incendi boschivi ma, salvo rare eccezioni, quelle polveri sono relativamente grossolane e per questo molto meno aggressive di quanto non siano quelle antropiche, cioè quelle che vengono prodotte da attività umane. Qualunque combustione, non importano né la dimensione del fenomeno né ciò che si brucia, comporta la formazione di polveri e queste sono tanto più fini, e quindi tanto più penetranti, quanto più alta è la temperatura di formazione. Motori a scoppio, inceneritori di rifiuti, cementifici, fonderie, riscaldamento domestico sono i produttori principali e, stante la loro diffusione, sono le fonti d’esposizione più abituali. Le particelle sono leggerissime, a volte milioni di volte più leggere dei pollini, e il loro comportamento assomiglia molto a quello dei gas. Così, come i gas, s’insinuano nell’albero respiratorio fino agli alveoli polmonari da dove, nel giro di poche decine di secondi, arrivano al sangue. In poche decine di minuti, poi, dal sangue raggiungono qualunque organo, cervello compreso, dove vengono catturate senza che esistano meccanismi biologici d’eliminazione. Fenomeno analogo accade quando le polveri vengono ingerite insieme con gli alimenti, frutta, verdura e cereali, su cui ricadono. Dall’apparato digerente le polveri passano al sangue condividendo la sorte con quelle respirate».

Esiste una distanza di sicurezza tra la fonte delle particelle e l’individuo che possa evitare il danno?

«No, non esiste, vista la mobilità estrema delle polveri e la loro capacità di percorrere trasportate in atmosfera anche migliaia di chilometri. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alle fotografie da satellite delle polveri sahariane, milioni di volte più pesanti delle nostre particelle, che dall’Africa arrivano senza difficoltà in Europa e in America. Se dovessimo indicare qualche luogo “sicuro”, ci troveremmo davvero in imbarazzo».

A quando risalgono le vostre prime osservazioni?

«Le nostre primissime osservazioni, di fatto senza averci capito granché, risalgono ai primi Anni Novanta. Poi, a cavallo tra il 1997 e il 1998, c’imbattemmo assolutamente per caso nel nostro primo caso clinico: un soggetto che in nove anni si era mangiato parte di una protesi dentaria malfatta che gli si consumava in bocca e i cui piccolissimi frammenti erano finiti nel suo fegato e nei suoi reni provocandogli una serie di pesanti problemi di salute. Dopo esserci resi conto del problema, bastò sostituirgli la protesi con una fatta come si doveva e trattare le forme infiammatorie da corpo estraneo che le particelle avevano provocato nel fegato e nei reni per evitare al soggetto il ricorso all’emodialisi. Di fatto un successo clinico, visto che quella persona vagava da ospedale a ospedale da oltre otto anni senza ottenere il minimo beneficio dalle cure che gli venivano praticate senza che la causa dei problemi fosse compresa. Da allora abbiamo studiato quasi 2.000 casi».

Avete sperimentato la resistenza e l’ostilità del mondo accademico italiano. E a livello internazionale?

«Per chi non fosse conscio dei retroscena, spiegare l’ostilità del mondo accademico italiano che si scatenò nei nostri confronti all’inizio sarebbe difficile. Si arrivò addirittura a prese di posizione grottesche: le particelle che avete fotografato al microscopio elettronico nei tessuti del paziente non esistono perché la letteratura medica non fa menzione del fenomeno. A nulla valse ribattere l’ovvietà: se si tratta di una scoperta, non se ne può trovare menzione in documenti precedenti. Né valse mostrare il vistoso miglioramento del nostro paziente. Ma a livello internazionale le cose andarono diversamente».

Nel 2002 la Commissione Europea mise Antonietta Gatti a capo di un progetto di ricerca europeo (Nanopathology) e dopo qualche anno di un secondo progetto (DIPNA, 2005), ambedue con risultati di enorme interesse. Un terzo progetto di nanoecotossicologia fu invece finanziato nel 2009 dall’Istituto Italiano di Tecnologia.

«Per non parlare dei due inviti alla Camera dei Lords a Londra(2005 e 2007) per un’audizione sulle evidenze scientifiche sui militari andati in missione di guerra e ammalatisi dopo il loro rientro. Il motivo delle contestazioni quasi tutte di origine italiana non fanno molto onore alla nostra accademia e non ne parliamo volentieri. Basti accennare agli enormi interessi di denaro che stanno alle spalle dell’incenerimento dei rifiuti, una pratica priva di qualunque supporto scientifico ma quanto mai redditizia. In sostanza, come di regola accade, è molto meglio tenere il pubblico nell’ignoranza e continuare a farsi gli affari propri, come se chi si fa gli affari propri non vivesse su questo pianeta e il denaro fosse una specie di armatura che protegge dai guai di salute. Comunque, è inevitabile: i fatti si possono tenere nascosti per un po’, poi balzano fuori. Può in un certo modo essere divertente osservare come già nel 2007 L’Ente Europeo per l’Ambiente (EEA) abbia scritto che non esistono concentrazioni di polveri che l’organismo possa tollerare e questo a dispetto del valore di 40 microgrammi di PM10, un valore a dir poco arbitrario che le leggi europee consentono di toccare. Ma un risultato importante è stato ottenuto nell’ottobre 2013 quando lo IARC, l’istituto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa di tumori, ha inserito le polveri di dimensione pari o inferiore ai 2,5 micron nell’elenco dei cancerogeni certi. Questo anche se si continua a far finta di niente e ad affiancare fonti di polveri ad altre fonti di polveri. Così come si finge d’ignorare che moltissimi alimenti sono inquinati e pure i farmaci sono tutt’altro che esenti dal problema. Spesso ci viene chiesto come si rimedi a questo stato di cose. Purtroppo il rimedio non c’è se il grande pubblico continua a restare nella mancata consapevolezza di quanto ci circonda e la corruzione può continuare imperterrita a permettere che si allestiscano impianti che inquinano e che si mettano sul mercato prodotti velenosi. Insomma, è solo l’informazione corretta che può metterci una pezza».

La più grande soddisfazione?

«La soddisfazione più grande rimane comunque quella di avere aiutato e continuare ad aiutare chi si è ammalato a causa delle polveri e vuole capire. In alcuni casi la semplice eliminazione dell’esposizione migliora la sintomatologia. Per i nostri soldati abbiamo dato una mano a dimostrare che la patologia era in correlazione con l’esposizione lavorativa. Questo è valso loro in molti casi una pensione che li aiuta a sopravvivere pur essendo ammalati.

CHI SONO

Stefano Montanari

Bolognese di nascita (1949), modenese di adozione, laureato in Farmacia nel 1972 con una tesi in Microchimica, ha cominciato fin dai tempi dell’università ad occuparsi di ricerca applicata al campo della medicina. Autore di diversi brevetti nel campo della cardiochirurgia, della chirurgia vascolare, della pneumologia e progettista di sistemi ed apparecchiature per l’elettrofisiologia, ha eseguito consulenze scientifiche per varie aziende, dirigendo, tra l’altro, un progetto per la realizzazione di una valvola cardiaca biologica. Dal 1979 collabora con la moglie Antonietta Gatti in numerose ricerche sui biomateriali. Dal 2004 ha la direzione scientifica del laboratorio Nanodiagnostics di Modena in cui si svolgono ricerche e si offrono consulenze di altissimo livello sulle nanopatologie. Docente in diversi master nazionali ed internazionali, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Da anni svolge un’intensa opera di divulgazione scientifica nel campo delle nanopatologie, soprattutto per quanto riguarda le fonti inquinanti da polveri ultrafini.

Antonietta Gatti

Fisico e bioingegnere, ha deciso molti anni fa di fare ricerca direttamente dentro la Facoltà di Medicina della sua città (Modena). Ne è poi uscita. Da più di 10 anni si occupo esclusivamente di nanopatologie (acronimo da lei inventato per un progetto europeo “Nanopathology” che diresse dal 2002 al 2005) e di malattie misteriose. Ha sviluppato una nuova tecnica diagnostica con cui verifica se nei campioni biologici patologici ci sono corpi estranei micro e nano dimensionati (polveri esogene) che testimoniano l’ esposizione che il paziente ha avuto. Con questa tecnica analizza anche pazienti con malattie misteriose e soldati al ritorno da missioni di pace.  Sta collaborando col Dipartimento di Stato a Washington, con la Commissione Uranio Impoverito, col Ministero della Difesa per le malattie dei nostri soldati in missioni di

Fonte: ilcambiamento.it

Protocollo di Kyoto: che cos’è

Sono passati diciassette anni dalla firma del protocollo di Kyoto, il principale strumento messo in atto dalle Nazioni Unite per limitare i cambiamenti climatici. Fra pochi giorni saranno trascorsi diciassette anni dall’11 dicembre 1997, il giorno in cui 180 Paesi, in occasione della Conferenza COP3 della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, firmarono il protocollo di Kyoto, il principale trattato internazionale in materia ambientale riguardante i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale. Ci vollero più di sette anni perché, in seguito alla ratifica da parte della Russia, il trattato entrasse in vigore il 16 febbraio 2005. Il trattato – il cui protocollo è stato prolungato sino al 2020, otto anni in più della scadenza fissata al 2012 – prevede l’obbligo di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti quali il biossido di carbonio, il metano, l’ossido di azoto, gli idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo in una misura non inferiore all’8% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 nel periodo 2008-2013. La condizione affinché il trattato potesse entrare in vigore era che le nazioni firmatarie fossero almeno 55 e che contribuissero al 55% delle emissioni inquinanti: come anticipato in precedenza solamente grazie alla firma della Russia nel novembre 2004 si è potuto far entrare in vigore il trattato. A oggi, a diciassette anni dalla stesura e a dieci dall’entrata in vigore sono 191 i Paesi che hanno ratificato il protocollo. Il protocollo prevede meccanismi flessibili con i quali i Paesi aderenti possono acquisire crediti: con il Clean Development Mechanism e il Joint Implementation i Paesi industrializzati possono realizzare progetti, nei Paesi in via di sviluppo o in altri Paesi aderenti, atti a produrre benefici ambientali in termini di riduzione dei gas-serra e a far acquisire crediti spendibili autonomamente o insieme ai Paesi partner. Con l’Emission Trading i Paesi industrializzati e quelli a economia in transizione possono scambiarsi i crediti. I Paesi in via di sviluppo non sono stati invitati a ridurre le loro emissioni. Fra i Paesi che avevano firmato il protocollo nel 1997 una delle ratifiche più tardive è stata quella dell’Australia avvenuta solamente il 2 dicembre 2007. Per quanto riguarda l’Italia, il 16 marzo 2012 il ministro dell’ambiente del Governo Monti,Corrado Clini, ha stanziato un Fondo rotativo per Kyoto da 600 milioni di euro per finanziare, attraverso tassi agevolati di interesse, le energie rinnovabili, gli interventi atti a potenziare l’efficienza energetica e le tecnologie di cogenerazione e trigenerazione. Gli Stati Uniti, responsabili del 36,2% delle emissioni mondiali di biossido di carbonio, non hanno mai firmato il Protocollo di Kyoto.Fracking In California Under Spotlight As Some Local Municipalities Issue Bans

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

L’agricoltura rigenerativa medicina della terra

I combustibili fossili si stanno esaurendo e le emissioni inquinanti condannano uomini e ambiente; impensabile continuare a sostenere l’attuale domanda di energia, qualsiasi riconversione si adotti. Occorre invece approdare a un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane, partendo dal rapporto con la terra. E’ la riflessione di Chris Rhodes, direttore del Fresh-lands Environmental Actions, membro della Royal Society of Chemistry e portavoce del movimento delle Transition Town inglesi.agricoltura_rigenerativa

La soluzione? Probabilmente è un insieme di soluzioni individuali e ciò significa adottare un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane. La domanda più pressante è quella che riguarda la capacità di nutrire la popolazione mondiale e la necessità di risolvere i problemi di città o aree che dipendono completamente dall’esterno per cibo ed elettricità. Allora occorre fare in modo che sussistano sistemi circoscritti all’interno dei quali gli elementi individuali della vita si nutrano a vicenda, in una mutualità che porta beneficio e non danno. E’ questo il pensiero di Chris Rhodes, che arriva dritto all’agricoltura cosiddetta rigenerativa e alla permacultura. “In questi metodi – spiega – la maggior parte dell’energia è prodotta in maniera naturale dalla flora e dalla fauna che vivono su e di quei terreni, poiché l’alimento per il suolo viene fornito dalle piante e, in una meravigliosa simbiosi, i batteri di un suolo che vive forniscono nutrimento alle piante”. Com’è possibile dunque una transizione il più possibile indolore da un’agricoltura industriale a una rigenerativa e agrocoecologica? “Per cominciare – spiega Rhodes – occorre decolonizzare e ristrutturare l’agricoltura industriale di oggi spostandosi verso sistemi alimentari tradizionali e locali e ciò richiede un cambiamento del modo di pensare che ostacola e limita la cooperazione e l’abbondanza”. Occorre andare verso raggruppamenti localizzati di piccole comunità, fattorie locali e infrastrutture ferroviarie che le connettano permettendo i movimenti essenziali di beni e persone. E Rhodes salva la comunicazione elettronica e via internet se serve per connettere le piccole comunità tra loro, le nazioni e i continenti, per scambiare idee e conoscenza. Già gli studi degli anni ’70 mostravano come per produrre 1 caloria di cibo occorressero 10 calorie di energia, prospettiva insostenibile. Ciò che è stato fatto finora ha portato a cambiamenti climatici che sempre più hanno ripercussioni negative sull’agricoltura stessa e la strada, secondo Rhodes, è quella appunto di preservare ed espandere i sistemi produttivi tradizionali di alimenti e fibre, riadattando culture e conoscenze perdute, che l’industrializzazione ha soppiantato. E’ la strada maestra per un futuro sostenibile che consenta la sopravvivenza del genere umano e Rhodes non manca di sottolineare come il termine “villaggio globale” sia infingardo, sottintendendo un “supermarket globale” dove le multinazionali piantano le tende. Rhodes sottolinea poi come i sistemi rigenerativi possano includere anche le città, “la cui progettazione va analizzata in termini di meccanismi naturali” che si stabiliscono tra di esse. “Molti non realizzano quanto urgente sia la necessità di un nuovo sviluppo rurale per l’Occidente industrializzato. Nei princìpi di “economia buddhista” di E.F. Schumacher, descritti nel libro “Small is Beautiful – A Study of Economics as if People mattered”, si sottolinea la necessità di deindustrializzazione, per la quale prendere spunto da società semplici che consumano molto meno di noi”. Quindi anziché un villaggio globale, un globo di villaggi che potrà veramente essere la terra dei nostri figli.

Per saperne di più in Italia (l’elenco non vuole essere esaustivo ma solo esemplificativo):

Terra Organica

Deafal

Ecoabitare

 

Fonte: ilcambiamento.it

Per il settore auto i limiti di Co2 dell’Europa sono perseguibili: lo dice Bosch

La multinazionale tedesca Bosch sostiene di poter essere in grado di produrre, da subito, esclusivamente sistemi automobilistici anti-inquinamento che possano abbattere le emissioni automobilistiche entro gli obiettivi Ue per il 2020.autobosch

Stando alla multinazionale tedesca Bosch è possibile, da subito, sviluppare e produrre tecnologie nel settore automotive che permettano ai veicoli di rispettare i limiti di emissioni di Co2 fissati dall’Ue, per il 2020, a 95 g/km. Bosch, che si garantisce il 50% del fatturato totale proprio dal settore auto, sostiene dunque che l’obiettivo che l’Europa si impone di raggiungere nei prossimi 7 anni, un nobile obiettivo di abbattimento sostanziale delle emissioni di carbonio di atmosfera, è possibile garantirlo da subito, almeno nel settore più remunerativo della grande azienda tedesca. Stiamo sviluppando soluzioni innovative con l’intento di migliorare ancora di più i motori in tutte le classi di veicoli. ]…] Un’ulteriore riduzione dei consumi di carburante è possibile, ma in alcuni casi comporta un aumento considerevole dei costi. Per Bosch, è dunque essenziale che l’ulteriore sviluppo del gruppo motopropulsore sia valutato nell’ottica del rapporto costi-benefici. Ha dichiarato Volkmar Denner, presidente del consiglio di amministrazione della multinazionale tedesca. Già, i costi: “follow the money” diceva un tempo un giornalista, i soldi, la causa di, e la soluzione a, tutti i problemi del mondo. Fino ad oggi “i costi” sono sempre stati centrali nel non-sviluppo di tecnologie anti-inquinamento: complici un aumento della sensibilità diffusa sul problema dell’inquinamento, una pressione mediatica sul tema sempre più insistente, politiche più stringenti e, va sottolineato, la crisi economica, le esigenze di riduzione delle emissioni di Co2 corrispondono al medesimo principio che fino ad oggi ha fatto produrre mostri succhia benzina: the money, i soldi. Già oggi le autovetture compatte con motori di ultima generazione soddisfano i limiti Ue che verranno imposti dal 2020, ma il dibattito tra benzina e diesel è ancora aperto, cosa che inevitabilmente provoca ancora un rallentamento nell’esplosione delle tecnologie alimentate da combustibili non fossili; il problema inoltre si ingigantisce con i cosiddetti veicoli di fascia alta, sui quali un abbattimento delle emissioni deve partire innanzitutto da una considerevole riduzione del peso e della resistenza aerodinamica. Bosch fa sapere di stare sviluppando sistemi ibridi plug-in ad alta efficienza che conferiscono ai veicoli un’autonomia di 60 km con trazione puramente elettrica, dedicati in particolare proprio ai veicoli di fascia alta: Già oggi, gli impianti a metano possono contribuire a ridurre le emissioni di CO2 con un modesto sovrapprezzo. In quest’area, i componenti Bosch possono vantare una netta superiorità tecnica. Tuttavia, per accrescere la penetrazione sul mercato dei veicoli con questo tipo di alimentazione alternativa, è essenziale un’espansione dell’infrastruttura di rifornimento. Ha spiegato Denner. Ci sono molti motivi per cui sviluppare, lavorare e produrre, subito, questo tipo di tecnologie: non ultimo motivi economici, in un mercato in costante flessione verso il basso, nonostante la stessa Bosch per il 2013 preveda una crescita del proprio fatturato compresa fra il 2 e il 4% (nel 2012 il fatturato del Gruppo Bosch era cresciuto dell’1,9% salendo a 52,5 miliardi di euro): I nostri principali obiettivi di sviluppo continuano a essere automobili più sicure e più ecologiche. Sostiene Bernd Bohr, presidente del settore Tecnologia Automotive.

Fonte: Corriere della Sera

Le ceneri del carbone di Civitavecchia nel cemento di Bassano Romano

Il cementificio di Bassano Romano accoglierà le ceneri della combustione del carbone provenienti dalla centrale Enel di Civitavecchia. Esse saranno usate al posto della sabbia per creare materiali edili cementizi. Le relazioni tecniche affermano che non ci sono rischi di alcun tipo per la salute e l’ambiente, ma persistono vari dubbi.cemento_tossico

Il cementificio di Bassano Romano potrebbe diventare un ricettacolo di ceneri e rifiuti tossici, provenienti da Roma e provincia.  Ceneri di carbone al posto della sabbia per fare il cemento. Rifiuti dichiarati ufficialmente non pericolosi, ma sui quali sono in molti a nutrire sospetti, che diventeranno materiale edile e finiranno nelle mura di scuole, abitazioni, uffici. Siamo a Bassano Romano, piccolo comune a metà strada fra il lago di Vico e quello di Bracciano. Il cementificio locale, di proprietà della Tuscia Prefabbricati srl, produce da anni materiali edili impastando la sabbia con pasta cementizia, come da buona tradizione. Qualcosa però sta per cambiare. Lo stabilimento ha infatti dato il via ad un progetto che gli consentirà di installare al proprio interno un impianto di recupero rifiuti per la produzione di conglomerati cementizi. Potrà così accogliere 150 tonnellate di ceneri al giorno provenienti dalla centrale Enel di Civitavecchia e di utilizzarle come materiale per la cementificazione. In pratica produrrà blocchi di cemento e mattoni contenenti le ceneri – pesanti e leggere – di combustione del carbone al posto della sabbia comunemente usata. Due problemi risolti in un colpo solo: per il cementificio vengono abbattuti i costi per le materie prime, visto che la sabbia ha un costo mentre le ceneri non lo hanno; per la centrale a carbone dell’Enel di Civitavecchia – già al centro di contestazioni per via delle emissioni inquinanti – si risolve l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti. Ogni giorno, per 250 giorni l’anno, 150 tonnellate di ceneri verranno caricate su almeno cinque camion che da Civitavecchia scenderanno lungo la costa fino a Furbara, per poi far rotta verso l’interno e, passando per Manziana e Oriolo Romano, giungere infine a Bassano. Tutti contenti dunque, al punto che la regione ha dato il proprio benestare senza neppure richiedere la classica valutazione di impatto ambientale (v.i.a.). In una relazione istruttoria ad opera del “Dipartimento Istituzionale e Territorio” pubblicata sul sito della Regione Lazio si accoglie la richiesta “assoggettabilità a v.i.a.” presentata dalla Tuscia Prefabbricati srl, fidandosi di uno studio preliminare ambientale e di una relazione tecnica presentati dalla società, che garantisce che non ci sono rischi per l’ambiente e che i rifiuti trattati sono di tipo “non pericoloso”. Dov’è il problema dunque? Perché angosciarsi? In realtà i problemi sono più d’uno. Partiamo dalle ceneri. In più punti della relazione istruttoria pubblicata dalla regione si assicura che le ceneri el carbone rientrano nella categoria dei rifiuti non pericolosi. Ma sulla questione i pareri tecnici sono perlomeno discordanti. Le ceneri da carbone sono identificate dal codice CER 100102 e classificate come rifiuto speciale non pericoloso in base al Decreto Ronchi che riporta in allegato il Catalogo Europeo dei Rifiuti. Inoltre il Decreto Ministeriale 05/02/98 indica la produzione di calcestruzzi e di manufatti prefabbricati in calcestruzzo fra i settori produttivi di riutilizzo delle ceneri. Alcuni studi però sembrano dimostrare che tali ceneri proprio innocue non siano. Il carbone infatti contiene sostanze molto nocive per l’uomo come l’arsenico, il mercurio, il selenio, e persino elementi radioattivi come l’uranio, il torio e i prodotti del loro decadimento, radio e radon. Secondo uno studio di qualche anno fa pubblicato dalla rivista Scientific American le ceneri rilasciate dalle centrali a carbone sarebbero persino più radioattive di quelle delle centrali nucleari:

“I rifiuti prodotti da impianti di carbone sono in realtà più radioattivi di quelli generati dai loro omologhi nucleari. Infatti le ceneri volatili emesse da una centrale elettrica – come conseguenza della combustione del carbone per produrre l’energia elettrica – generano nell’ambiente circostante radiazioni 100 volte superiori rispetto ad una centrale nucleare che produca la stessa quantità di energia. […] Quando il carbone è bruciato in ceneri volanti, uranio e torio sono concentrati fino a 10 volte i loro livelli originali”. Ma non sono solo le ceneri di carbone a preoccupare i bassanesi. All’interno della tabella in cui vengono riportati i tipi di rifiuti che verranno gestiti dall’impianto ci sono altre voci oltre a quelle relative alle ceneri di carbone pesanti e leggere. Si tratta di materiali dei quali non viene preventivamente indicato un quantitativo giornaliero e che, secondo la nota, verranno “utilizzati in sostituzione o in mix con il codice CER 100101 [le ceneri pesanti ndr] in modo tale da non modificare i quantitativi di rifiuti non pericolosi gestiti (150 t/die)”. Fra questi rifiuti compare anche il codice CER 190111, che sul rapporto – forse per motivi di sintesi – compare con la dicitura “ceneri pesanti e scorie”, ma che secondo la classificazione europea indica “ceneri pesanti e scorie contenenti sostanze pericolose”. Insomma, fra le righe sembra si voglia far intendere che nel cemento, di tanto in tanto, potrebbero finirci anche sostanze ufficialmente nocive. Il cementificio di Bassano Romano potrebbe così diventare un ricettacolo di ceneri e rifiuti tossici, provenienti da Roma e provincia. Che rischiano di contaminare le aree circostanti e inquinare il materiale prodotto, rendendolo potenzialmente nocivo. E il cemento, si sa, non è eterno e tende a degradarsi nell’arco di qualche decennio. Cosa accadrà in seguito alle sostanze utilizzate al suo interno? La storia di Bassano è comune a molti piccoli centri limitrofi alla capitale, che pagano dazio per la vicinanza con un mostro urbano capace di divorare ogni giorno enormi quantità di energia e di produrre quantitativi di rifiuti che non riesce in alcun modo a smaltire. Che dunque succhia energia dalle zone circostanti e vi getta i propri scarti. La sorte di Bassano Romano è la stessa di Cerveteri, dove è in costruzione una centrale a biogas, o di Albano, da tempo in lotta contro la costruzione di un inceneritore. Le amministrazioni locali non hanno generalmente la forza politica per opporsi a tali progetti, spinti dai colossi nazionali dell’energia e dei rifiuti, appoggiati dalla classe politica. Spesso sono costrette a piegare il capo e assistere al progressivo degrado del proprio territorio. Al tempo stesso sono sempre più numerosi i gruppi e comitati di cittadini che si oppongono a questo genere di opere, dai vari comitati “No inceneritori”, alle reti “No Coke”. Tutti in lotta per non vedere il proprio futuro, letteralmente, andare in cenere.

Fonte: il cambiamento

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Aria, l’appello di GenitoriAntiSmog: “Firma la petizione per l’intervento UE contro le infrazioni italiane”

Continua la battaglia di GenitoriAntiSmog (GAS): una petizione per raccogliere le firme affinché la UE avvii una nuova procedura contro l’Italia per le infrazioni della Direttiva Europea 2008/50/CE sulla qualità dell’aria, legate ai limiti di emissioni inquinanti non rispettati ormai da 8 anni e senza sanzioni

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L’Italia continua a violare le norme europee sulla qualità dell’aria a tutela della salute umana e secondo GenitoriAntiSmog la minaccia di sanzioni comunitarie è l’unico strumento che come cittadini gli italiani hanno per risolvere il problema inquinamento atmosferico. “Visto che l’Italia non si dà le regole da sola, facciamocele dare dall’Europa e almeno otteniamo di condurre i nostri politici a fare qualcosa”, sostiene GAS. Se l’Italia e le Regioni rispettassero le norme e i limiti sugli inquinanti dell’aria, continua l’appello di GAS, ogni anno nel nostro paese si risparmierebbero migliaia di morti e decine di migliaia di ricoveri causati dall’esposizione agli inquinanti. Eppure da anni quasi nulla viene fatto per rientrare nei limiti e l’Italia è già stata condannata dalla Corte Europea di Giustizia nel dicembre 2012. L’Italia vìola, costantemente e ormai da 8 anni, le norme della Direttiva Europea sulla qualità dell’aria, senza sanzioni. GenitoriAntiSmog chiede ai cittadini di obbligare l’Italia a rispettare le norme sulla qualità dell’aria, firmando la petizione alla Commissione e Parlamento europei presente sul suo sito.

Fonte: eco dalle città