Inquinamento: un anno di emissioni di CO2 nel timelapse della Nasa

Il video si riferisce al 2006 ed evidenza il divario abissale fra le emissioni nell’emisfero boreale e quello australe.

Il video in timelapse della Nasa sulle emissioni di CO2 nel mondo sintetizza in 190 secondi la concentrazione di anidride carbonica dal 1° gennaio al 31 dicembre 2006: le turbolenze blu si riferiscono a una bassa concentrazione (- 375ppm), quelle gialle (376-382 ppm) (383-385 ppm) e rosso scuro (più di 395 ppm) a concentrazioni più elevate. Il video rende visibile l’elemento (invisibile e inodore) che è la principale cartina di tornasole dell’inquinamento atmosferico e la principale causa dei cambiamenti climatici. L’elemento più evidente è la differenza abissale fra gli emisferi boreale e australe: i maggiori responsabili delle emissioni del mondo sono Stati Uniti, Europa e Cina, mentre Australia, Nuova Zelanda, Sud America e la parte meridionale del continente africano restano costantemente su tonalità azzurrine. Un ruolo determinante nella riduzione della concentrazione di CO2 viene svolto dalle foreste e dalle aree verdi che nella stagione calda, da maggio a novembre, catturano la CO2 per la fotosintesi. Nel video si nota come siano proprio i mesi invernali e la prima metà della primavera quelli in cui l’emisfero boreale deve far fronte alle maggiori ondate (rappresentate dai turbinii rossi) di emissioni di anidride carbonica. Dal 2006 le emissioni hanno subito un’ulteriore aumento, ma il video della Nasa è un efficace rappresentazione della situazione della nostra atmosfera e di come le emissioni di CO2 siano un indicatore delle storture del progresso.co2-586x439

Fonte:  Nasa

© Foto Getty Images

Buco dell’ozono: 4 nuovi gas nocivi scoperti nell’atmosfera

Tre clorofluorocarburi (Cfc) e un idroclorofluorocarburo (Hcfc) non inclusi nelle restrizioni del protocollo di Montréal sono stati scoperti nell’emisfero boreale e in quello australe

Uno studio internazionale che ha coinvolto ricercatori di Germania, Regno Unito, Francia, Australia, Paesi Bassi e Svizzera ha rilevato nell’atmosfera quattro nuovi gas appartenenti alla famiglia dei clorurati che potrebbero contribuire alla distruzione dello strato di ozono. Si tratta di un’indagine condotta nei due emisferi. I ricercatori hanno analizzato campioni di aria raccolti nell’ambiente a partire dagli anni Settanta, a Cap Grim, a nord-ovest della Tasmania, una regione esente da fonti di inquinamento vicine. Essi hanno compiuto lo stesso tipo di studio con campioni imprigionati nella neve compatta della calotta polare della Groenlandia. Tanto nell’emisfero boreale come in quello australe sono stati scoperti tre clorofluorocarburi (Cfc) e un idroclorofluorocarburo (Hcfc) che non erano mai stati scoperti fino a oggi. Si tratta di prodotti che erano assenti dall’atmosfera prima del 1960. Utilizzati come refrigeranti, come solventi o negli aerosol, questi gas sono stati vietati in ragione del loro effetto nocivo sull’ozono stratosferico che protegge l’atmosfera. Il protocollo di Montréal, entrato in vigore nel 1989 e ratificato in 196 Paesi ha ridotto progressivamente il loro utilizzo, totalmente proscritto a partire dal 2010, a eccezione delle applicazioni di nicchia, specialmente quelle mediche. Scoperti questi nuovi quattro gas, i ricercatori prevedono di proseguire le investigazioni e di riconsiderare la modalità con cui gli industriali dichiarano i gas clorurati, fra cui gli isomeri che sfuggono alle limitazioni di utilizzo del protocollo di Montréal. Johannes Laube e i colleghi del team internazionale che ha curato lo studio calcolano che 74mila tonnellate di questi quattro “nuovi” gas siano state rilasciate negli anni Ottanta. Poco rispetto al milione di tonnellate annue di Cfc emessi su scala globale, ma anche se si stoppasse subito l’emissione di questi quattro gas, essi resterebbero comunque presenti per decenni.880932141-586x389

Fonte:  Le Monde

Cambiamenti climatici: le migrazioni dei pesci causate dal riscaldamento globale

Il team di ricercatori finanziato dal National Center for Ecological Analysis and Synthesis ha scoperto che le migrazioni della fauna ittica avvengono a una velocità media di 72 km a decennio 

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Quali fenomeni migratori avvengono nelle acque di mari e oceani in seguito al riscaldamento globale? Che cosa accade nelle acque che ricoprono il 71% della superficie terrestre? A cercare di fare luce sulla questione è la sintesi pubblicata sul sito della rivista Nature Climate Change che descrive “l’impronta globale dei cambiamenti climatici sulla vita marina”. Da tre anni un’équipe formata da ricercatori statunitensi, canadesi, australiani, britannici, tedeschi, danesi, spagnoli e sudafricani, finanziata dal National Center for Ecological Analysis and Synthesis, ha riunito 208 studi e 1735 monitoraggi di 857 specie marine per valutare la loro distribuzione e demografia e il loro ciclo biologico. Lo studio è stato compiuto su di una media di osservazione di 41 anni e, in certi casi, su ricerche di più di tre secoli. La principale conclusione del lavoro non è stata una sorpresa: a causa dell’aumento delle temperature i pesci stanno migrando verso i poli (a nord nell’emisfero boreale, a sud in quello australe). A sorprendere il team di ricercatori è stata la rapidità con la quale questi fenomeni di delocalizzazione stanno avvenendo: uno spostamento di circa 72 km per decennio. La scoperta è molto interessante e dimostra come il ritmo della fauna ittica sia dodici volte più rapido di quello della fauna terrestre il cui “nomadismo” è di circa 6 km a decennio. Un dato che contrasta con quello dell’innalzamento delle temperature che, sulla superficie terrestre, aumentano al triplo della velocità del riscaldamento delle acque superficiali. Il campione di velocità è il fitoplancton (470 km per decennio), mentre i più lenti sono crostaceimolluschi e alghe che risalgono qualche decina di km per decennio. Una riconfigurazione globale degli ecosistemi marini che inciderà sulle attività umane, a cominciare dalla pesca.

Fonte:  Le Monde

 

Surriscaldamento globale:sei decenni in tredici secondi. Video della Nasa

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Sessantadue anni di surriscaldamento globale in tredici secondi. Ha il dono della sintesi ma non perde certo in efficacia il brevissimo grafico animato di Nasa che descrive, su una mappa della Terra, la variazione di temperatura in gradi celsius dal 1950 al 2012. In questa animazione i rossi e i gialli indicano temperature superiori alla media nel corso del periodo di riferimento 1950-2012, mentre i blu e gli azzurri indicano temperature più basse rispetto alla media di riferimento.
L’evoluzione dei colori fornisce una rappresentazione grafica immediata dei mutamenti climatici: da un mondo a dominante azzurrina, col passare degli anni la gradazione si sposta verso una dominante gialla e, successivamente, arancione e rossa. L’aumento è globale ma esiste una sostanziale differenza fra l’emisfero boreale e quello australe: nel primo l’aumento della temperatura, per quanto riguarda le terre emerse, è totale; nel secondo il surriscaldamento è inferiore poiché inferiori sono la superficie di terre emerse e la densità della popolazione.
Il global warming altro non è che la proiezione dello sviluppo industriale: la crescita delle temperature dopo il 1970 subisce un’accelerazione a partire dagli anni Novanta, fino a quel momento, per esempio, la Cina si mantiene su tonalità azzurre e blu, dunque con temperature inferiori alla media. Poi, l’esplosione: negli Stati Uniti e in Europa.
Nonostante nella comunità scientifica rimangano forti le posizioni negazioniste, il filmato prodotto dalla Nasa ben evidenzia la velocità e la globalità dei fenomeni di surriscaldamento che nel 2013 dovrebbero – secondo le previsioni – concretizzarsi con la temperatura annua media più alta della storia. L’anno è cominciato con temperature record nei deserti australiani e anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel suo discorso di insediamento, ha promesso che la lotta al global warming sarà uno dei punti forti dell’agenda della sua seconda legislatura.
Fonte: ecoblog

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