«Pulisci gli argini dei fiumi e ti tieni la legna»: ed è stato il taglio selvaggio. Esposto in Procura

A denunciarlo è la Lipu nel dossier “Fiumi in fumo”: in Emilia Romagna gli enti locali hanno chiesto a ditte private di “ripulire” gli argini dei fiumi permettendo loro di tenersi la legna ricavata. Il risultato? Secondo la denuncia dell’associazione: distruzione di habitat ed ecosistemi fluviali e taglio selvaggio.9752-10530

Hanno tagliato oltre 417 ettari di vegetazione su una lunghezza totale di quasi 200 chilometri di aree demaniali. Senza rispettare le prescrizioni e distruggendo habitat ed ecosistemi fluviali di elevato valore conservazionistico. E, infine, ricavando oltre 76mila metri cubi di biomassa, da cui sono derivati profitti privati ai danni della collettività. La Lipu-BirdLife Italia denuncia nel nuovo dossier Fiumi in fumo quanto successo dalla fine del 2012 al mese di marzo 2016 in cinque ambiti fluviali dell’Emilia-Romagna, dal torrente Parma al Savena, dal Sillaro al Rio Acqua Chiara ai corsi d’acqua minori nel modenese (cui si aggiungono i dati raccolti in altri fiumi tra parmense e modenese) dove «ditte private hanno effettuato tagli lungo i fiumi, entrando in possesso del legname ricavato a compensazione delle spese sostenute spesso senza pagare alcun canone per l’utilizzo di area demaniale. Le aziende hanno realizzato interventi che vanno ben oltre le prescrizioni fornite degli enti preposti effettuando, a causa della disattenzione generale e di controlli insufficienti, tagli indiscriminati per massimizzare i guadagni».

Il dossier Fiumi in fumo – che la Lipu ha realizzato col l’aiuto dei propri volontari e di quelli di altre associazioni ambientaliste, comitati e singoli cittadini – offre una dettagliata analisi dei cinque casi oggetto di studio, dalla descrizione dei danni ambientali alle norme violate fino alle interferenze con rete Natura 2000, completata da una vasta documentazione cartografica e fotografica che testimonia gli scempi effettuati.

«Si tratta di un fenomeno preoccupante e in costante aumento non solo in Emilia-Romagna, ma su tutto il territorio nazionale e al quale contribuiscono – oltre all’insufficienza dei controlli – politiche europee che incentivano la produzione di energia da biomasse legnose (le bioenergie rappresentano il 65% al mix di energie rinnovabili della Ue) e, inoltre, la spesso anacronistica politica di gestione dei nostri fiumi» spiegano dalla Lipu. Nel dossier – per il quale la Lipu ha consegnato, limitatamente al caso di Parma, un esposto alla Procura della Repubblica della città emiliana – si denunciano le gravissime conseguenze di questi interventi in termini di perdita di biodiversità, distruzione di habitat ripariali (protetti dalla Direttiva comunitaria “Habitat”), compromissione della funzione dei fiumi come corridoi ecologici, perdita di fondamentali servizi ecosistemici come la limitazione dell’erosione, il rallentamento della corrente, la mitigazione delle piene, la ricarica delle falde acquifere sotterranee.

“E’ preoccupante – afferma Claudio Celada, direttore Conservazione natura della Lipu – vedere come norme, linee guida, studi e ricerche vengano disattesi senza nemmeno fornire adeguate spiegazioni, in nome di una presunta sicurezza idraulica e della necessità di agire d’urgenza, bypassando la buona pratica della programmazione e pianificazione. Abbiamo inoltre spesso riscontrato la mancanza di una Valutazione d’incidenza, obbligatoria anche quando gli interventi sono stati eseguiti al di fuori (di pochi chilometri) dai siti Natura 2000, in quanto gli effetti negativi dei tagli ricadono sulle specie e sugli habitat protetti.

“Con questo dossier – prosegue Celada – vogliamo sensibilizzare ai temi della biodiversità e della tutela delle specie e degli habitat ripariali tutti i soggetti coinvolti nella gestione idraulica dei fiumi. Ma anche favorire l’avvio di un processo di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua che in tutta Europa, tranne che nel nostro Paese, sta portando incoraggianti risultati, sia in termini di protezione della natura sia di aumento della sicurezza idraulica”.

FIUMI IN FUMO: I NUMERI DEI 5 CASI ANALIZZATI

Corso d’acqua /Tratti interessati dai tagli /Area disboscata/Biomasse tagliate
Rii Acqua Chiara e Lavezza/2,6 Km / 6,7 ha / 1.200 mc
Corsi d’acqua minori nel modenese/ 61,9 Km / 131,5 ha / 24.306 mc
Torrente Parma / 7 km / 55,6 ha / 7.000 mcTorrente Savena / 12 km / 25 ha / 2.850 mc
Torrente Sillaro / 7,1 km / 36,5 ha / 7.100 mc

IL DISBOSCAMENTO DEI CORSI D’ACQUA EMILIANO-ROMAGNOLI

Tratti interessati al taglio : 197,2 chilometri
Area disboscata : 417,3 ettari
Biomassa estratta: 76.259 metri cubi

Fonte: ilcambiamento.it

 

2bhappy: la felicità è una competenza che va allenata

2bhappy è definito dalle sue fondatrici, Daniela di Ciaccio e Veruscka Gennari, come un “acceleratore di felicità”. Cercano di insegnare, dopo aver cambiato vita per capirla, ciò che hanno appreso sulla “scienza della felicità” e su come questa vada allenata e appresa come una vera e propria competenza, da sperimentare e allenare. Per la nostra rubrica Meme!, ci inoltriamo oggi nel mondo della felicità e scopriamo come il regno della soggettività e dell’emozione incontri oggi quello oggettivo e analitico della scienza.

“Abbiamo bisogno di allenare competenze positive, il messaggio è che la felicità è una competenza che possiamo imparare e si può costruire. Bastano alcune informazioni e tanto allenamento, e noi cerchiamo di mettere a conoscenza le persone di questa possibilità”.

2bhappy è una società fondata da Daniela di Ciaccio e Veruscka Gennari, due professioniste che per anni hanno lavorato come consulenti per le aziende sul tema dello sviluppo personale ed organizzativo. Dopo una lunga ed appagante esperienza personale, Daniela e Veruscka hanno deciso di voler seguire le proprie tendenze naturali: lavorare sulla felicità.

Sembra il sogno di tutti, anche un po’ puerile? No, perché ci sono arrivate dopo aver lasciato il proprio lavoro, fondato la società e scoperto dopo lunghi e approfonditi studi che la felicità non è solo genetica, fortuna o fatalismo: è una competenza vera e propria, va allenata e stimolata, dobbiamo reinterpretare il nostro cervello come un muscolo da programmare giorno dopo giorno alla felicità. Solo cosi potremmo, se vogliamo, affrontare al meglio l’infelicità e il dolore e creare le condizioni per stare bene e lavorare e vivere meglio. 2bhappy oggi ha quasi tre anni, è in crescita e si propone come acceleratore di un cambiamento culturale che riporti al centro delle organizzazioni (dalle imprese alle scuole, dagli ospedali ai governi) le persone e la cultura della positività, del benessere, della cooperazione, affinché la felicità diventi il principio fondante delle nostre società, il nostro modo naturale di pensare e non la fonte di tutti gli scetticismi. 2bhappy oggi organizza workshop di cultural change per ispirare e aumentare la consapevolezza su questi temi; per le organizzazioni che vogliono percorrere la strada della trasformazione, interviene attraverso un network di professionisti appositamente selezionati e formati allo scopo della realizzazione del principio della felicità prima di tutto per tutti.34765028256_4ed61a3ae5_k

Daniela di Ciaccio

La scienza della felicità: l’allenamento alla felicità

Ci spiega Daniela di Ciaccio che “la felicità paga: soprattutto nel senso di efficacia e creatività, risoluzione dei problemi e apprendimento. La scienza ha dimostrato che il cervello in uno stato positivo, produce quelle sostanze come la dopamina o l’endorfine (le stesse prodotte durante l’attività fisica) che attivano tutti i centri dell’apprendimento, ed altre come la serotonina o l’ossitocina che regolano il nostro umore e ci connettono agli altri. Questo significa che in uno stato positivo io ricordo di più, registro meglio le informazioni, imparo più velocemente, ho la possibilità di vedere con maggiore facilità le alternative e tendenzialmente sono più predisposto verso gli altri, a collaborare. Questa è una condizione fisiologica: la felicità intesa come stato emotivo e mentale di benessere produce benessere e migliora la nostra vita. Come società se noi poniamo la felicità solamente legata al raggiungimento di un obiettivo, la stiamo trasportando sempre oltre alle nostre umane possibilità: se leghiamo la felicità a qualcosa che deve accadere dopo, finiremo per frustrarci continuamente e non viverla mai; questa è la condizione classica nella quale viviamo noi oggi, frutto del “no pain, no gain” anglosassone e alla sua particolare interpretazione nel creare frustrazione continua. Essere nel presente invece ci darebbe l’opportunità di fare meglio le cose, di farle in maniera più intelligente e ciò non significa privarsi di obiettivi, anzi: significa unire lo sforzo del traguardo al goderne di questo, proprio per creare nuovi obiettivi non dettati dal malessere e dall’insoddisfazione”.

Daniela ci spiega inoltre che “l’’altra grande scoperta della scienza è che i geni non sono il nostro destino: le persone ci obiettano spesso che felici si nasce, oppure che la felicità è solamente legata ad avvenimenti esterni. In realtà le cose non stanno propriamente così: analizzando i fattori che determinano la felicità, il dieci per cento è oggettivamente composto dalle circostanze esterne, cosi come un buon cinquanta per cento è composto dalle predisposizioni genetiche di ognuno di noi. È sicuramente tanto, ma c’è un vasto settore inesplorato rimanente e che è quantificabile in un quaranta per cento che dipende dai nostri comportamenti intenzionali. A livello neurobiologico, se io ogni giorno ripetessi un comportamento orientato all’allenamento del benessere o di certi stati d’animo, grazie al principio della neuroplasticità e della neurogenesi questo mi consente quasi di riscrivere il cablaggio del mio cervello. Anche se io sono nato con una predisposizione geneticamente sfavorevole, in realtà i miei comportamenti contano perché ogni mia esperienza concreta si lega nel mio cervello. Se io faccio continuamente esperienze di un certo tipo, quelle creano una traccia che diventa uno schema di comportamento. Se volessi allenare il benessere, la positività e la felicità devo fare intenzionalmente e ripetutamente esperienze che vanno in quella direzione, plasmando il mio cervello verso una forma orientata a fiorire piuttosto che a deprimersi”.34764970046_8c90dfcccf_k

Come si impara la felicità?

Ok, ma praticamente come funziona insegnare la felicità? “Noi quando incontriamo le persone puntiamo principalmente sulla trasmissione delle informazioni” ci spiega Veruscka Gennari, co-fondatrice di 2bhappy. “La consapevolezza è il primo gradino da superare per avvicinarsi a questi temi, in termini di sapersi osservare e imparare a capire di noi cosa ci piace e cosa meno, in maniera tale da poter investire energie nel cambiarle quando ne abbiamo voglia o ne sentiamo necessità. Informazione e allenamento in 2bhappy sono continuamente miscelate, facciamo degli interventi nei quali forniamo alle persone degli strumenti da mettere in pratica tutti i giorni e, se ce ne fosse la necessità, torniamo ad incontrarle per aggiungere dei tasselli al percorso della felicità, che va disegnato e costruito rompendo gli schemi limitanti precedenti. La didattica che utilizziamo è sempre coinvolgente e divertente, è soprattutto attiva. Per avere una misura pratica del nostro operato e di quello che vogliamo fare, pensate a quanto cambierebbe l’esperienza del paziente in una struttura ospedaliera se potesse incontrare tutti gli operatori di quel settore (l’infermiere, il medico ecc.) formati all’educazione alla felicità? Come cambierebbe l’esperienza di un bambino in una scuola? Sia chiaro che l’educazione alla felicità non ha niente a che fare con lo scimmiottamento del saluto e del sorriso, ma a che fare con una pratica seria che permette davvero di trasformare l’ambiente, in modo tale da diffondere e generare benessere. Va da sé che il nostro più grande lavoro, lo sforzo principale riguarda proprio lo sconfiggere le barriere mentali che ci sono rispetto al tema della felicità, e spesso sono davvero granitiche!”.34764997106_88070adc78_k

Veruscka Gennari

Il ruolo ereditario della negatività: il Pregiudizio Innato

Quando abbiamo fondato Italia che Cambia, uno dei temi sui quali abbiamo tanto riflettuto era il ruolo della negatività nelle nostre vite: è una caratteristica che sembra essere linfa vitale dei media di oggi. Il tema è molto vasto e le ragioni molteplici, ma parlando con Daniela anche su questo tema emerge un aspetto interessante, che ci fa vedere il tutto da una prospettiva sicuramente più ampia, meno legata all’emotività e più connessa con un aspetto della conformazione del cervello umano che ci portiamo dietro quasi come “fattore ereditario”: il cosiddetto Pregiudizio Innato.

“Sulla negatività abbiamo da scontare un aspetto storico che possiamo chiamare Pregiudizio Innato.” ci spiega Daniela di Ciaccio” È una caratteristica che fa parte dell’Evoluzione umana: per seicento milioni di anni siamo stati abituati a lottare contro un ambiente esterno ostile, pieno di insidie davvero letali per la nostra sopravvivenza. Siamo stati costretti per lungo tempo a selezionare dall’ambiente pericoli e minacce, per cercare di sopravvivere, mettendo in campo delle risposte cognitive e fisiche di tipo aggressivo o reattivo, di attacco o di fuga. è solo da duecentomila anni, con la comparsa dell’Homo Sapiens Sapiens, che il nostro cervello ha cominciato a sviluppare delle funzioni diverse: oltre a lottare e a combattere, ha messo in campo le abilità che ci contraddistinguono come esseri umani che sono quelle logico-razionali alte: il decision making, il calcolo dei costi-benefici e delle alternative, ma soprattutto l’empatia e la compassione che sono funzioni del cervello superiore. Quindi se prima era la tigre che ci aspettava fuori dalla caverna, oggi magari questa figura è stata sostituita ad esempio da quella dell’extra-comunitario che ci “ruba” il lavoro, oppure dalla crisi economica che minaccia la nostra sopravvivenza. Oggi si sta facendo leva, attraverso il sensazionalismo delle notizie e la cronaca nera, sul meccanismo di paura: questo stimola continuamente il nostro allarme genetico della minaccia e ci propende verso l’infelicità. Questo non aiuta, dunque la felicità a maggior ragione oggi è una competenza che deve essere allenata, perché la negatività biologica e culturale è fortissima.

L’intenzionalità e lo sforzo che dobbiamo specificatamente mettere in atto è verso un’altra direzione, capisco per queste ragioni appena dette che possa essere avvertito come insormontabile ma noi con 2bhappy abbiamo capito quanto sia importante far passare il messaggio che la felicità è un percorso conscio, non facile ma possibile e che va coltivato con costanza nel tempo. Questo non significa far finta che va tutto bene e non vedere che molte cose non funzionano: significa dotarsi di risorse che ci consentono di affrontare la negatività senza esserne travolti, mettendo in pratica le capacità superiori di valutare le alternative, chiedere supporto agli altri e trovare delle strategie vincenti che ci caratterizzano come specie, ma che stiamo attuando poco”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/2bhappy-felicita-competenza-va-allenata/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ghirolandia, una comunità vegana sull’Appennino parmense

Dopo un radicale cambio vita e una separazione, Fabio si ritrova da solo con il suo grande amore per gli animali e un casale nascosto in un bosco fra i castelli della Val Ceno, in provincia di Parma. Oggi questo posto si appresta ad ospitare una comunità antispecista e decrescente. È nato quasi 3 anni fa sull’Appennino emiliano ma, dopo un inizio pieno di difficoltà, soltanto da qualche mese si prepara al suo lancio definitivo. Stiamo parlando di Ghirolandia Vegan House, un progetto di comunità antispecista basato sul rispetto della natura e degli animali. E già, perché Fabio – un artigiano milanese che si diletta anche nella cucina vegana – mai avrebbe pensato che l’acquisto di quel casale seminascosto in un bosco incantato del comune di Solignano, in provincia di Parma, avrebbe cambiato la sua vita anche nella parte che gli stava più a cuore conservare. Ma partiamo dal principio.Il-casale-immerso-nel-bosco.jpg

Dopo 20 anni di lavoro nella propria ditta artigianale di isolanti termoacustici e altrettanti di attivismo per i diritti degli animali, Fabio e sua moglie, impiegata, decidono che la grigia e inquinata aria della provincia di Milano non è quella che merita di respirare la loro piccola, appena venuta al mondo. E così Fabio accende un mutuo, chiude la ditta e prende in affitto con riscatto un terreno di 17 ettari di bosco e prato nella splendida Val Ceno, con incluso un casale di 420 mq su 3 livelli col tetto abitato da un incredibile numero di piccoli ghiri. L’idea è di sperimentare uno stile di vita decrescente e, in prospettiva, comunitario. La famigliola dovrebbe sistemarsi al piano terra, uno spazio di 130 mq già abitabili, mentre il primo piano e la cantina andranno ristrutturati.Panorama-da-Ghirolandia.jpg

Panorama da Ghirolandia

Tuttavia, la moglie di Fabio capisce presto di non essere pronta per una cesura così netto rispetto alla vita urbana. Questo cambio repentino di vedute porta ben presto alla separazione della coppia e all’affido condiviso della bambina. Non sopportando l’idea di stare troppo lontano da sua figlia, Fabio opta per una doppia vita. Resta a Milano e dedica al casale solo i weekend per lavorare alla sua ristrutturazione e fare rete con gli altri abitanti della Val Ceno nella speranza di mantenere vivo il suo sogno. È proprio durante uno di questi weekend, in una vigna abbandonata, che conosce Matteo. Matteo è un educatore e panificatore della provincia di Como, anch’egli vegano, che 7 anni prima si è trasferito nella Val Ceno, prima facendo WWOOF in un agriturismo e poi arrangiandosi di qua e di là con lavoretti in cambio di vitto e alloggio. Fabio e Matteo lavorano fianco a fianco per rimettere a frutto quella vigna abbandonata e, prima ancora della vendemmia, non soltanto diventano amici, ma si accorgono anche di essere l’uno la soluzione ai problemi dell’altro.Il-tetto-la-dimora-dei-ghiri

Il tetto, dimora dei ghiri

Dopo poche settimane, Matteo si trasferisce nel casale dei ghiri e inizia a lavorare anch’egli alla sua ristrutturazione. La cosa da un lato permette a Fabio di gestire con maggiore tranquillità la sua doppia vita – stretta fra gli impegni familiari a Milano e la necessità di proseguire con i lavori – ma soprattutto, con una persona fissa in loco, di aprire le porte del casale a chi vuole dare una mano o aggregarsi al progetto. Nasce così la pagina Facebook Ecovillaggio Ghirolandia Vegan House, alla quale scriverà Alice. Dall’agosto 2016, difatti, il passaparola ha cominciato a correre e diverse persone hanno trascorso periodi più o meno brevi al casale, senza però decidere di mettersi completamente in gioco. Fabio non ha dubbi in proposito: “Questi progetti attraggono molte persone che vedono in essi un’ancora di salvezza rispetto alle contraddizioni della vita in città, ma altrettante rinunciano; il motivo è che la vita comunitaria rende difficile fuggire dai conflitti personali irrisolti e non tutti sono pronti ad affrontarli.” Invece Alice, una grafica e sarta della provincia di Treviso, è evidentemente pronta, e ora – sebbene non risieda costantemente in loco – è a tutti gli effetti parte di Ghirolandia.Prodotti-dellorto

I primi prodotti dell’orto

Fabio, Matteo e Alice sono ora impegnati a sviluppare Ghirolandia come una comunità basata sulla promozione del pensiero antispecista, inteso come rifiuto di contribuire alla sofferenza e alla morte di individui di altre specie senzienti utilizzando prodotti di origine animale. Per questo il loro progetto è aperto ad altre persone che si riconoscono negli stessi valori e che vogliono unirsi a loro per completare la ristrutturazione del casale e aiutarli a far partire le tante attività possibili attraverso cui finanziare le restanti rate del mutuo: frutticultura e orticultura naturali, eventi, i laboratori di cucito e serigrafia di Alice, quelli di Fabio e Matteo sulla falegnameria e cucina vegana, ecc. Lo spazio c’è, visto che a fine lavori sono previste 8 camere – destinate in parte a residenti e in parte all’ospitalità – e un piccolo rifugio per animali all’esterno. Chi condivide i valori di Ghirolandia Vegan House ma non ha la possibilità trasferirsi in loco, può dare una mano collegandosi alla pagina di crowdfunding  del progetto, tramite la quale chiunque può inviare un contributo in denaro, magari in cambio di conserve autoprodotte, cesti di ortaggi oppure weekend di ospitalità per visitare le bellezze della Val Ceno e i suoi castelli.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/ghirolandia-comunita-vegana-appennino-parmense/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Exe.it: il primo Data Center in Italia a emissioni zero

Lo sapevate che i data center, se prendiamo in considerazione l’Europa, il Nord America e l’Oceania, sono la prima causa delle emissioni di anidride carbonica? Exe.it è una società che opera nel bolognese dal 1988 nel settore dell’informatica, fornendo servizi ad ampio spettro e di specializzazione. Con il suo Green data center è diventata la prima società in Italia a fornirsi di un data center completamente a emissioni zero, strutturato per l’efficienza energetica.

Dopo aver incontrato Gianni Capra, amministratore della società Exe.it Srl Sb, mi capita spesso di domandare a persone molto informate sul tema dei cambiamenti climatici se conoscono una delle cause di questo problema. In molti mi rispondono: “gli allevamenti intensivi, la produzione e il consumo di carne in generale”. A quel punto rispondo: “ma sai che un quarto d’ora di video su You Tube consuma in termini di emissioni quanto tre giorni di un frigorifero casalingo?” e vedo gli occhi dei miei interlocutori sgranarsi, come a pensare che io sia un tantino pazzo. Non hanno tutti i torti, lo devo ammettere, ma in tanti non sappiamo una cosa davvero importante: esistono documenti ufficiali che certificano come prendendo in considerazione l’Europa, il Nord America e l’Oceania, i data center costituiscono i massimi emettitori di CO2. Se si considera il mondo nel suo complesso sono gli allevamenti intensivi ad essere i maggiori emettitori. Conosciamo tutto di Steve Jobs ma poco di personaggi come Gianni Capra, uno di coloro che hanno trovato una soluzione al problema senza farci sudare freddo mentre guardiamo il video della band che amiamo.

Scopriamo la storia di Exe.it e del suo Green data center.

Che cos’è Exe.it?

Exe.it Srl Sb (vi spieghiamo dopo cosa significa quella sigla finale) nasce nel 1988 come azienda di informatica dedicata ai servizi.  La vera svolta avviene però con la nascita di internet: dopo questo evento, Exe.it si è immediatamente proposta come hosting, realizzando siti internet e offrendo servizi di providing. Qualche anno dopo si è spostata verso i servizi informatici a più ampio raggio rivolti alle aziende, partendo dai lunghi noleggi di hardware. Da azienda commerciale è diventata così un’azienda specializzata nei servizi, cambiando completamente la mentalità aziendale.

Già in questa prima fase di internet, Exe.it si appoggiava ad un data center nella sua vecchia sede di Bologna: si tratta di una sala macchine che ospita server, storage, gruppi di continuità e tutte le apparecchiature che consentono di governare i processi, le comunicazioni così come i servizi che supportano qualsiasi attività aziendale. Se tutti noi abbiamo un blog personale, è all’interno di un data center che questo gira, è grazie a questo assemblamento di macchine (e non solo) che possiamo vederlo. Dopo venticinque anni di attività. la Exe.it ha deciso di costruirsi un proprio data center, oggi attivo a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna. Perché, e cosa ha di particolare?20139671_1476862075694062_4788166544982053265_n-1

Il Primo Green data center in Italia

“Da una piccola ricerca che abbiamo effettuato, abbiamo scoperto che la preoccupazione numero uno in termini di emissioni di CO2 da parte della Comunità Europea, del Parlamento Australiano e Canadese e del Congresso Statunitense sono i data center: una notizia che non sa quasi nessuno” ci spiega allora Gianni Capra, Amministratore di Exe.it Srl Sb.  “Se si considera il mondo nel suo complesso sono gli allevamenti intensivi ad essere i maggiori emettitori. Eppure, ad esempio, nella nostra regione, l’Emilia Romagna, il più grande emettitore di Co2 è un data center molto importante”. Perché questo? Perché anche solo soffermandosi sul territorio italiano, i data center sono migliaia e ognuno consuma delle quantità spropositate di energia elettrica. La causa della loro massiccia presenza è che la totalità delle comunicazioni oggi passa attraverso un data center: cinema, televisione, musica, radio, ovviamente internet e quant’altro. L’esplosione degli smartphone non ha fatto altro che incrementare questa tendenza.

“Avendo preso atto di questo, la nostra idea era quella di provare a costruire, progettare e realizzare il primo data center in Europa ad emissioni zero. Non ci siamo riusciti perché siamo stati preceduti da altri nove data center che sono in Nord Europa (tre in Islanda, due in Norvegia, due in Finlandia e due in Svezia) mentre realizzavamo il nostro. Dunque il nostro Green data center è l’unico data center ad emissioni zero nell’area compresa tra Amburgo, Lisbona ed Atene.6883_1009784319068509_6582728425691563248_n

La struttura

Per raggiungere questo obiettivo, Exe.it ha progettato una struttura che ospita il data center a zero emissioni di anidride carbonica: “Una componente fondamentale di questa struttura è il legno: tutto il data center è costruito con questo materiale, che permette un livello di efficienza termica non comparabile con qualsiasi altra tipologia costruttiva. Le pareti in legno hanno una caratteristica fortemente isolante e conferiscono allo stabile un’altissima efficienza energetica. Noi non abbiamo nemmeno l’aria condizionata negli uffici e non ne sentiamo minimamente l’esigenza. Si aggiunga a questo il tetto completamente ricoperto di pannelli fotovoltaici, in sovrapproduzione di energia da anni ormai. Inoltre i nostri armadi Rack, le strutture dove si installano i server fisici, sono a bassissima densità: noi ne mettiamo al massimo ventuno su quarantadue posti disponibili, permettendo un minore surriscaldamento. Un altro aspetto è l’alta temperatura di funzionamento dei data center: di solito in questo ambiente si lavora a diciotto-venti gradi massimo, e per far questo bisogna raffreddare l’ambiente con i condizionatori. Noi lavoriamo a ventisei-ventotto gradi e tutto è studiato in funzione di questo. Altro aspetto importantissimo è la rinuncia totale ai dischi rigidi: nel nostri data center ci sono solo memorie allo stato solido, come quelle dei nostri telefonini o delle nostre macchine fotografiche. Il combinato disposto di tutte queste scelte permette di condizionare soltanto il ventuno per cento del tempo annuo, contro il cento per cento di un data center tradizionale, che tra l’altro consuma il cinquantacinque per cento del totale proprio per condizionare. Questa è la dimostrazione che un data center ad emissioni zero è sostenibile anche economicamente, persino a queste latitudini”.20604263_1491017070945229_4216119595084781855_n

Le certificazioni

Un altro aspetto che conferma la veridicità e la non autoreferenzialità di quanto affermato da Capra sono le certificazioni ufficiali, obiettivo centrale che Exe.it ha perseguito come dimostrazione del proprio lavoro: “Siamo convinti che la divulgazione sia importante, ma allo stesso tempo crediamo che la certificazione che attesti la veridicità di quanto dichiarato lo sia altrettanto. Ecco perché ci siamo sforzati di ottenerla, sottolineo la parola vera perché ce ne sono molte di certificazioni false! Quelle vere vengono rilasciate da enti accreditati, che fanno capo ad un unico organismo nazionale che risponde al Ministero dello Sviluppo Economico e che si chiama Accredia. Il 27 gennaio 2016 noi abbiamo avuto la nostra certificazione di essere un data center ad emissioni zero da parte di un ente accreditato, con un traguardo in più, molto difficile da ottenere: il diritto legale di emettere delle sub-certificazioni a costo zero da rilasciare a tutti coloro che trasferiscono tutti o in parte i propri dati informatici qui da noi. Oggi tutti i nostri clienti ricevono dunque una certificazione vera, con un numero identificativo univoco che rimanda ad un database che è dell’Ente no-profit che ha stabilito le normative: il massimo dell’oggettività possibile.13007143_1058858434161097_2085150427746808041_n

Gianni Capra, amministratore della società Exe.it

La Società Benefit

Exe.it è anche una SB, una società Benefit, società Profit che però formalizzano e rispettano una particolare attenzione all’ambiente, al sociale o ad entrambe le cose. La Società Benefit è ora riconosciuta ufficialmente dallo Stato Italiano, primo paese in Europa e secondo solo agli Stati Uniti nel Mondo a riconoscere giuridicamente questa formula societaria, con la legge numero 208 del 29/12/15. “Anche questo aspetto della Società Benefit è una certificazione, abbiamo pensato subito che facesse al caso nostro. Lo dimostra anche il nostro stabilimento, dove ci sono tante aree dedicate unicamente al benessere delle persone che lavorano qua. Abbiamo costruito una sala musica, una taverna, una palestra, ci sono gli orti dove poter raccogliere delle verdure: tutto è a disposizione di tutti i dipendenti e questo rende più gradevole il vivere in un posto, quello di lavoro, che porta via tanto tempo della nostra esistenza. Essendo una Benefit Corporation abbiamo tante altre cose formalizzate e inserite nello Statuto, quali per esempio il recupero totale delle acque piovane e una rigorosa raccolta differenziata”.

Arrivato il momento dei saluti, Gianni mi esprime un desiderio: “Noi siamo fieri di questa primogenitura in Italia per quanto riguarda il data center, ma non deve rimanere un unicità: vorremmo che la dimostrazione che un data center, l’oggetto più inquinante al mondo, può essere sostenibile al cento per cento ed emettere assolutamente zero anidride carbonica, fosse divulgato e diffuso.”

Nel nostro piccolo ci abbiamo provato, speriamo di essere seguiti sempre di più anche noi.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/io-faccio-cosi-194-exe-it-primo-data-center-italia-impatto-zero/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Prepair, il progetto internazionale di lotta allo smog nel Bacino Padano. Capofila l’Emilia Romagna

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Il progetto europeo Prepair (Po Regions engaged to policies of air), coinvolge 18 partner nazionali e internazionali tra cui tutte le Regioni del Bacino padano. Obiettivo realizzare strategie e azioni concrete per educare, informare e formare la popolazione alla lotta allo smog. Mettere in campo strategie e azioni concrete per educare, informare e formare la popolazione alla lotta allo smog; e soprattutto farlo insieme, perché solo insieme si può raggiungere l’obiettivo. A questo punta il progetto europeo Prepair (Po Regions engaged to policies of air), che coinvolge 18 partner nazionali e internazionali tra cui tutte le Regioni del Bacino padano. E sarà proprio l’Emilia-Romagna a coordinare il programma, che può contare su 17 milioni di euro, 10 dei quali messi a disposizione dall’Europa. A dare l’annuncio dell’attribuzione delle risorse da parte di Bruxelles è stata oggi l’assessore regionale alle Politiche ambientali, Paola Gazzolo, durante il convegno “Bologna città resiliente” promosso dal Comune.

Trasporto di merci e passeggeriefficienza energeticacombustione di biomasse per uso domestico e agricoltura: sono i campi di intervento individuati per sperimentare azioni di miglioramento della qualità dell’aria, a partire dal Bacino padano, e sostenere il percorso che dovrà portare al pieno rispetto degli standard comunitari in tema di concentrazione di inquinanti. La finalità del progetto, che avrà durata settennale e si concluderà quindi nel 2024, è quella di promuovere stili di vita, di produzione e di consumo più sostenibili, cioè capaci di incidere sulla riduzione delle emissioni; per farlo, il piano individua specifiche azioni di sensibilizzazione e divulgazione rivolte ad operatori pubblici, privati e alle comunità locali.

“L’approvazione del progetto da parte della Commissione europea è un importante risultato di area vasta – ha affermato l’assessore Gazzolo-. Significativa è la presenza al nostro fianco di Piemonte, Lombardia e Veneto, con cui stiamo già lavorando per le azioni di contrasto all’inquinamento nella Pianura padana, e dei tre principali Comuni di quest’area: Milano, Torino e Bologna. Abbiamo a disposizione sette anni di lavoro per far crescere la consapevolezza delle nostre comunità: il problema dell’inquinamento va affrontato insieme, con un approccio integrato capace di andare oltre i confini amministrativi”.
Le Agenzie ambientali delle Regioni coinvolte monitoreranno costantemente e valuteranno l’efficacia delle misure realizzate, con uno scambio continuo di dati e informazioni sullo stato della qualità dell’aria. Un’analisi specifica riguarderà il trasporto transfrontaliero di inquinati tra l’Italia e la Slovenia. L’elaborazione di un apposito modello integrato di valutazione costi-benefici fornirà informazioni utili nell’orientare e aggiornare le politiche attuate.

“Abbattere le emissioni è un obiettivo condiviso e l’Unione europea, finanziando Prepair, riconosce il carattere innovativo della progettualità e dell’impegno messo in campo – ha sottolineato Gazzolo -. La dimensione culturale è fondamentale per vincere la lotta allo smog: ciascuno è chiamato a fornire il proprio contributo, a partire dai comportamenti quotidiani”.

Le azioni previste 

Tra le azioni concrete previste dal progetto Prepair, c’è la realizzazione di una piattaforma permanente per la condivisione dei dati, il monitoraggio e la valutazione della qualità dell’aria nel Bacino padano, comprensiva anche degli effetti dell’inquinamento transfrontaliero Italia-Slovenia. Nel settore agricoltura, il programma individua lo sviluppo di uno strumento comune di valutazione delle misure per ridurre le emissioni degli allevamenti; è prevista, inoltre, la diffusione delle buone pratiche per l’utilizzo dei fertilizzanti, anche attraverso l’elaborazione di un sistema di assistenza agli agricoltori per limitare lo spandimento nei periodi a maggior rischio di accumulo di inquinanti in atmosfera.
Ancora, specifiche azioni di formazione sono indirizzate ai professionisti del settore per la progettazione, la manutenzione e il controllo degli impianti di produzione di energia a biomassa; altre riguardano il risparmio energetico e sono destinate a enti locali, operatori economici e cittadini. Nel campo dei trasporti, si mira ad elaborare strumenti comuni per supportare la mobilità pubblica, elettrica e ciclabile, oltre alla gestione razionale delle merci, anche attraverso l’adozione di azioni pilota e dimostrative.

I partner del progetto 

Sono 18 i partner che partecipano al progetto Life Prepair: oltre alla Regione Emilia-Romagna, che svolge il ruolo di capofila e l’ha cofinanziato con 800 mila euro, ci sono Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trento, Agenzie ambientali di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Agenzia per l’ambiente della Slovenia; i Comuni di Bologna, Torino e Milano; Ervet e Fondazione Lombardia per l’Ambiente.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Emilia Romagna, nuovo Piano Aria Integrato per dimezzare il Pm10. Dal 2018 stop ai diesel Euro4

La Giunta Bonaccini approva il nuovo Piano Aria Integrato Regionale (Pair) 2020: fra gli obiettivi Pm10 dimezzato, traffico ridotto del 20% in città e raggiungimento di almeno il 20% degli spostamenti in bici. Da ottobre 2018 stop ai diesel Euro4.386841_1

Polveri sottili dimezzate e nelle città meno traffico, più aree verdi, pedonali e spostamenti in bicicletta. Poi trasporto pubblico, con autobus nuovi al posto di mezzi vecchi, e sostenibilità, con ecoincentivi da 2.500 euro per rottamare i veicoli commerciali leggeri più inquinanti, e promozione della mobilità elettrica. Sono questi gli elementi principali del nuovo Piano aria integrato regionale (Pair), sostenuto con circa 300 milioni di euro di investimenti da qui al 2020, per migliorare la qualità dell’aria in Emilia-Romagna. Approvato dalla Giunta Bonaccini, il Piano arriverà in Assemblea Legislativa entro gennaio, per l’avvio dell’iter consiliare finalizzato all’approvazione definitiva. Il testo, nei mesi scorsi, è stato discusso con i Comuni, i territori e le associazioni di categoria, economiche e ambientaliste. L’obiettivo del Piano è far scendere dal 64% all’1% la popolazione esposta a più di 35 superamenti l’anno per il Pm10 e assicurare il rispetto dei valori limite degli inquinanti atmosferici sull’intero territorio emiliano-romagnolo. Si prevede inoltre una riduzione delle emissioni, rispetto al 2010, pari al 47% per le polveri sottili (Pm10), del 36% per gli ossidi di azoto, del 27% per ammoniaca e composti organici volatili, del 7% per l’anidride solforosa. Nei 30 comuni dell’Emilia-Romagna con più di 30.000 abitanti e nell’agglomerato di Bologna si punta alla riduzione del 20% del traffico, all’estensione delle Zone a traffico limitato fino al 100% dei centri storici e delle aree pedonali fino al 20%.

E ancora: al 20% degli spostamenti in bicicletta, con 1,5 chilometri di piste ciclabili per abitante, e ad accrescere, sempre del 20%, le aree verdi, oltre alla piantumazione di un albero per ogni nuovo nato. Entro il 2018, poi, si vuole raggiungere il 50% di “acquisti verdi” di beni e servizi da parte delle Amministrazioni pubbliche del territorio, come previsto dal Piano del Green public procurement.  Le misure: eco-incentivi per la rottamazione dei veicoli commerciali più inquinanti Il Piano interviene in diversi ambiti per contrastare l’inquinamento, attraverso la realizzazione di 90 misure trasversali, fra cui lo stanziamento di 2 milioni di euro di ecoincentivi per la rottamazione, nel 2017, dei veicoli commerciali leggeri più inquinanti, sia diesel che benzina, sostituiti da nuovi mezzi Euro 6, alimentati a Gpl, metano o elettrici e ibridi. Il contributo sarà di 2.500 euro e potranno beneficiarne in via prioritaria imprese, anche artigiane, fino a 50 dipendenti. Sono poi previsti incentivi anche per la diffusione della mobilità elettrica (bici, parcheggi gratuiti, colonnini di ricarica, ecc…) e più stazioni per il rifornimento di mezzi a metano.

Per l’efficienza energetica degli edifici delle attività produttive sono previsti fondi per 67 milioni di euro, 53 milioni per la riduzione delle emissioni in agricoltura e 14 milioni per interventi di mobilità sostenibile. Verranno inoltre sostituiti almeno 600 autobus di categoria inferiore a Euro 3 in ambito urbano, pari al 20% dei mezzi circolanti, per un investimento di 160 milioni. Di questi 80 milioni sono cofinanziati dalle aziende di trasporto pubblico locale. Tra le novità, anche il divieto di utilizzo di camini e stufe a bassa efficienza, alimentati a legna, nelle zone di pianura sotto i 300 metri per le abitazioni dotate di un sistema alternativo di riscaldamento più sostenibile.

Le limitazioni al traffico nei centri abitati dei 30 Comuni con più di 30 mila abitanti e nei Comuni della cintura di Bologna aderenti alle misure del Pair 2020, nel periodo autunno/inverno varranno per i veicoli a benzina fino all’Euro 1, diesel fino all’Euro 3, ciclomotori e motocicli fino all’Euro 0. Dal 1° ottobre 2018 la limitazione sarà estesa a tutti i veicoli diesel Euro 4; dal 1° ottobre 2020 anche ai mezzi a benzina Euro 2 e ai restanti veicoli (benzina, gpl e metano e per le due ruote) fino all’Euro 1 incluso.

Fonte: ecodallecitta.it

Emilia Romagna, energia rinnovabile per 200 enti pubblici

Si è concluso il primo eco-bando regionale realizzato in Italia dall’Emilia Romagna per la fornitura di energia elettrica a circa 200 enti pubblici, che nel 2017 potranno alimentarsi con energia rinnovabile e a prezzi inferiori. Stop al petrolio, la Regione Emilia Romagna preferisce le fonti rinnovabili. Nel 2017 oltre 200 enti pubblici emiliano-romagnoli potranno utilizzare energia elettrica di produzione eolica, solare, idraulica, geotermica e da biomassa. Grazie a un bando della Intercent-ER – centrale di acquisto della Regione Emilia Romagna – gli enti che aderiscono alla Convenzione Quadro da essa stipulata, l’anno prossimo potranno rifornirsi solo ed esclusivamente di energia proveniente da fonti rinnovabili. Si tratterà di scuole, università, comuni, unione di comuni e aziende sanitarie del territorio al 100% green.shutterstock_165069068-752x501

Il bando ha un valore di 32,8 milioni di euro e permetterà agli enti che aderiscono di risparmiare notevolmente rispetto ai costi sostenuti fino ad oggi per una riduzione della spesa pari a circa 6 milioni di euro. Le aziende sanitarie del territorio, tradizionalmente minacciate dalla scure nazionale dei tagli alla spesa, potranno risparmiare ben 3,1 milioni di euro: una cifra importante per un settore chiave come la salute pubblica. Ma quello economico non è l’unico vantaggio, anzi, il beneficio ambientale sarà forse ancora più notevole. È stato infatti calcolato che grazie a questa soluzione, verranno prodotte 284 mila tonnellate di CO2 in meno e il consumo di combustibile verrà diminuito per una quantità pari a 930 mila barili di petrolio. Per tradurlo in numeri più comprensibili alla nostra esperienza quotidiana, sarà come ripulire l’aria da un inquinamento prodotto da 57 mila automobili in dodici mesi. L’iniziativa dell’Emilia Romagna è pioniera a livello nazionale e la Intercent-ER si è aggiudicata una menzione speciale per il miglior bando verde 2016 del Forum Compraverde-Buygreen. La regione è stata quindi la prima in assoluto a promuovere un bando di questo tipo, ma cosa succederebbe se tutte le altre la seguissero a ruota?industires-renewable1

Intanto ognuno di noi può scegliere di usare soltanto energia pulita. In che modo? Cambiando, in modo veloce e a costo zero, il proprio contratto di fornitura. Con questa semplice azione riduciamo quasi a zero le nostre emissioni derivanti dall’uso dell’energia elettrica in casa o in azienda e contribuiamo a modificare il mercato dell’energia elettrica spostando la produzione verso le tecnologie rinnovabili e a basso impatto ambientale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/emilia-romagna-energia-rinnovabile-200-enti-pubblici/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Coldiretti chiede l’abbattimento delle nutrie

Alle attività delle nutrie vengono attribuiti danni per 4,5 milioni di euron tria

Coldiretti Emilia Romagna chiede che riparta al più presto il piano regionale di abbattimento delle nutrie, questo dopo che la pubblicazione del Collegato ambientale della Legge di stabilità consente di ricorrere ai piani di contenimento delle Regioni con le stesse modalità previste per la fauna selvatica (i cinghiali per esempio). Coldiretti specifica che fra il 2003 e il 2014 le nutrie hanno fatto all’agricoltura danni per 2,5 milioni di euro, ai quali si aggiungono 2 milioni di euro per danni a canali e strutture. Dopo che le nutrie sono state declassificate a specie infestante la lotta a questi animali è passata dal livello regionale a quello comunale, ostacolando i piani di abbattimento.
Le nutrie sono presenti in un’area di un milione di ettari, circa la metà della superficie regionale totale:

“È necessario ripartire con un piano di eradicazione adeguato per liberare fiumi, canali e campagne. Oltre ai danni all’agricoltura, che non vengono più risarciti da quando è stata classificata come specie infestante, la nutria è dannosa anche per la biodiversità perché fa sparire altre specie animali”,

conclude il presidente regionale Mauro Tonello. Intanto l’assessore regionale all’Agricoltura, caccia e pesca, Simona Caselli, fa sapere che si sta lavorando alla“redazione del Piano regionale per il contenimento delle nutrie sul territorio emiliano-romagnolo”, uno strumento con il quale sarà possibile “operare in modo organico e omogeneo, ovviando alle inevitabili difficoltà operative riscontrate specialmente dai piccoli Comuni”.

Le nutrie non sono una specie autoctona ma furono importate all’inizio del Novecento per essere impiegate nella produzione del cosiddetto “castorino”. Una volta passato di moda l’utilizzo di questo tipo di pellicce gli animali sono proliferati nel Nord Italia. Nel novembre 2013 la Provincia di Cremona è arrivata addirittura a offrire munizioni gratuite ai cacciatori pur di limitarne la proliferazione nelle campagne della zona.

Fonte:  Ansa 

Tempo di Vivere, un villaggio ecologico per costruire il futuro

Nel cuore dell’Emilia si trova Tempo di Vivere, una comunità di persone che condividono un obiettivo: costruire un nuovo modello di società che sia sostenibile, resiliente e incentrato sulle relazioni umane. Hanno affittato un terreno con un casale, organizzano corsi e laboratori e stanno creando un tessuto solidale con gli altri attori del territorio.

Un ecovillaggio, un co-living, una comune, un centro di formazione. Tempo di Vivere è tutto ciò, eppure è qualcosa di ancora diverso. È un casale vecchio e incantevole, situato su un promontorio che domina per chilometri la pianura padana. È un luogo di sperimentazione dove vengono messe in pratica nuove idee per un futuro sostenibile. Ma soprattutto, è un gruppo di persone che vuole dimostrare che è possibile vivere e crescere insieme, come individui e come comunità, per costruire un mondo migliore. Siamo andati a trovarli sulle colline modenesi per farci raccontare la loro storia.

Quella che abbiamo trovato a Tempo di Vivere è una rara miscela di spiritualità e pragmatismo. Da un lato, una piccola comunità che mette al centro la persona e le relazioni, le emozioni, le necessità, i dubbi e le speranze di ognuno. Senza giudicare, con semplicità e affetto. Dall’altra, un’iniziativa che vuole fornire strumenti concreti per costruire un nuovo modello, interagendo con il territorio e coinvolgendo i cittadini per generare una massa critica.

Il progetto, a partire dal nome, nasce da un percorso arduo e doloroso del fondatore, Antonio: «Dopo un periodo difficile della mia vita, ho avuto tanto tempo a disposizione per riflettere grazie all’ospitalità di un amico. Stando da lui ho capito il significato dell’accoglienza, del volersi bene, dell’essere accettato e ho deciso di ricreare la stessa esperienza. Il nome deriva dalla sofferenza che ho attraversato e dalla decisione che ho preso: vivere o morire? Io ho scelto di vivere».tempodivivere4-1024x589

Dopo anni di ricerche, il gruppo – che nel frattempo era diventato più folto – ha trovato la sua casa in affitto fra le colline modenesi. «Questo territorio è molto particolare, qui nacquero le prime comuni agricole», ricorda Ermanno, un altro membro di Tempo di Vivere. «C’è curiosità, molti vengono a trovarci per vedere cosa facciamo. Vogliono capire se è possibile vivere in modo sostenibile anche normalmente, senza essere “strani” o isolati, e trovare delle risposte nella propria quotidianità».

Già, perché le attività dell’ecovillaggio sono fortemente proiettate verso l’esterno: «Organizziamo molti corsi e i partecipanti arrivano da tutta Italia. Uno che abbiamo fatto recentemente e che riproporremo anche in futuro è quello per imparare a realizzare una food forest, ovvero un piccolo boschetto o giardino di piante commestibili ed erbe medicinali. Ma le tematiche degli incontri sono le più disparate: permacultura, downshifting, cucina naturale, rimedi naturali, thermocompost, autocostruzione, scollocamento e tanti altri».tempodivivere8

I workshop sono un momento importante, sia dal punto di vista relazionale che da quello pratico. Ciascun partecipante porta le proprie competenze e il proprio punto di vista, arricchendo tutto il gruppo. Inoltre, è un aiuto importante per sperimentare e realizzare opere che senza il contributo degli altri non ci sarebbero, come per esempio il forno in terra cruda o la cupola geodetica, entrambi costruiti durante dei laboratori.

Un altro degli obiettivi di Tempo di Vivere è raggiungere l’autosufficienza: «Ci autoproduciamo pane, pizza, marmellate, conserve, seitan e tutto ciò che riusciamo a fare da soli», spiega Ermanno. «Abbiamo avviato un orto sinergico, ma vogliamo sperimentare anche altre tecniche di coltivazione. Per quello che non riusciamo ad autoprodurre, abbiamo in programma di fondare un gruppo d’acquisto solidale, poiché la mole di approvvigionamenti che ci serve è ingente e non riusciremmo a entrare in uno già esistente».tempodivivere5-1024x604

L’elemento dell’accoglienza e dell’apertura verso l’esterno è ricorrente. Grazie a open days organizzati con regolarità, le persone possono visitare Tempo di Vivere e capire com’è gestito. Uno dei workshop residenziali proposti – “Vita da ecovillaggio” – consente persino di sperimentare la routine quotidiana per alcuni giorni. Poi, le braccia sono sempre aperte per chi decide di avvicinarsi ulteriormente: «Siamo incentrati sulle dinamiche emotive dell’essere umano», spiega Gabriella, che viene da un percorso professionale di facilitatrice e mediatrice. «Gli ospiti hanno la possibilità di esprimere loro stessi, con autenticità, senza giudizio, in confronto e condivisione».

Anche l’aspetto alimentare si coniuga con quello relazionale: «La gestione della cucina è complessa perché siamo tante anime diverse – vegani, vegetariani, onnivori – e ciascuna deve essere accontentata. Quello del pasto è per noi un momento molto importante: mangiamo tutti insieme per celebrare un rito comunitario, di condivisione. Ciascuno svolge la propria attività separatamente durante il giorno, ma a tavola ci ritroviamo tutti».tempodivivere1-1024x536

Antonio, Ermanno, Katia, Gabriella, Simona, i piccoli Isotta e Pietro. Ciascuno di loro si è impegnato profondamente in questo progetto, si è messo in gioco abbandonando casa e lavoro, lasciandosi alle spalle la propria vita precedente. L’obiettivo è dimostrare che è possibile costruire un nuovo modello di comunità partendo dalle relazioni e dagli affetti, fino ad arrivare all’alimentazione, all’energia, al lavoro, all’educazione e a ogni altro aspetto della vita di una persona. E tutto questo si può fare senza chiudersi in sé stessi, senza rinunciare alla socialità, ma – anzi – facendo leva sulla gioia della condivisione per contaminare positivamente chi ci sta accanto.

 

 

Visita il sito di Tempo di Vivere.

 

Visualizza la scheda di Tempo di Vivere sulla mappa dell’Italia che cambia.

 

Visualizza la Rete Italiana Villaggi Ecologici sulla mappa dell’Italia che cambia.

 

Fonte : italiachecambia.org

Smog, in meno di due mesi sono già svaniti i progressi del 2014?

Non sono passati nemmeno due mesi dalla fine del 2014, salutato come l’anno più pulito del secolo, che già lo smog torna a marcare il territorio nella pianura padana: Torino, Milano,Brescia, Novara, Vercelli, nelle città del Nord il Pm10 si è impennato di nuovo, con medie superiori di un buon terzo rispetto agli stessi giorni dell’anno passato381951

Nel 2014 lo smog nella pianura padana sembrava aver finalmente sventolato una bandiera – se non bianca – molto meno sozza del solito: per quanto i giorni di sforamenti superassero ancora nella maggior parte delle città i 35 attualmente consentiti dall’Unione Europea, le medie annuali del Pm10 avevano segnato un innegabile passo avanti, riuscendo finalmente a rientrare nei 40 mcg/m3previsti dalla legge. (Milano e Torino comprese).
E’ vero, il meteo era stato particolarmente favorevole, e le piogge abbondanti avevano aiutato a spazzare via le concentrazioni, ma confrontando i dati degli ultimi dieci anni il miglioramento appariva evidente, progressivo, e tutto sommato abbastanza costante. Possibile, allora, che siano bastati meno di due mesi per tornare indietro e cancellare il primato? La situazione in questo primo mese e mezzo del 2015 è effettivamente poco promettente: in provincia di Parma il Pm10 ha raggiunto picchi di 115 mcg/m3, e molte centraline hanno segnato i 70-80 mcg, valori purtroppo piuttosto comuni più a nord, ma abbastanza insoliti per i comuni dell’Emilia Romagna. Legambiente – fresca di presentazione del dossier Mal’aria 2015, denuncia giorni neri anche in Piemonte, con un gennaio in cui lo smog “ha sforato un giorno su due”. Vediamo nel dettaglio, dati Arpa alla mano, cos’è successo nelle città più inquinate del Nord nel periodo compreso tra il 1° gennaio e il 14 febbraio 2015. A Milano la media delle concentrazioni del Pm10 in questo primo mese e mezzo dell’anno è aumentata considerevolmente: dai 33 mcg/m3 del 2014 registrati alla centralina Verziere si è passati a 54,4. Ancora più alti a Pascal Città Studi, che è salita da 42,8 a 61 mcg/m3. Il picco più alto, 152 mcg/m3, registrato a febbraio, il mese uniformemente più problematico in questo primo bollettino di inizio 2015. Restiamo in Lombardia e vediamo cos’è successo a Brescia, altra roccaforte dello smog: medie aumentate di oltre un terzo, dai 39 mcg/m3 del 2014 ai 60 del 2014. Valore più alto, 108 mcg, anche questo in febbraio.
Analoga la situazione in Piemonte: a Vercelli la media del periodo 1°gennaio-14 febbraio è passata dai 40,9 mcg/m3 del 2014 ai 52,5 del 2015. Picco, sempre in febbraio, 121 mcg/m3. L’aumento è consistente anche a Novara, dove la media del 2014, 28,12 mcg/m3, è stata sorpassata con 31,9 mcg. (Nessun picco di nota: ci si ferma “solo” a 75 mcg). Veniamo a Torino, il cui dettaglio dei dati rilevati aiuta a chiarire la situazione generale. Se prendiamo in considerazione il solo gennaio, a ben guardare i valori sono assolutamente in linea con l’anno precedente (come avevamo anticipato qua). Anzi: addirittura la media cala un po’, da 56 a 54,6 mcg/m3, facendo la media di tutte le centraline. (La peggiore sempre Grassi, entrambi gli anni). Ma sono proprio i giorni di febbraio a ribaltare il dato, con una media che passa da 34 a 55 mcg/m3. Complessivamente, nel periodo preso in esame – 1°gennaio/14febbraio – la media del Pm10 è cresciuta dai 48,4 mcg/m3 del 2014 ai 54,4 del 2015. (Il valore più alto, 144 mcg/m3).
L’unica città piemontese che sembra invertire la tendenza è Alessandria, che festeggia in questi giorni il suo argento come seconda città più inquinata d’Italia. Qui il Pm10 è sceso – unico caso – ma da valori che erano fra i più alti registrati nella pianura padana: 50 mcg/m3 nel 2014, 48,10 nel 2015. In conclusione, l’allarme lanciato negli ultimi giorni dagli ambientalisti trova riscontro reale nei dati, e aiuta a non dare per scontati i risultati positivi degli ultimi anni. Va ricordato però che lo stesso 2014, l’anno più pulito di sempre, ebbe un inizio – ci scuseranno i lettori – piuttosto diesel. Niente è già scritto, insomma, e i margini sono ampi, sia per migliorare che per peggiorare.

Fonte: ecodallecitta.it