Banche e fondi pensione esposti per 1400 miliardi di dollari con le aziende del fossile

Banche e fondi pensione presenti a Davos con i propri amministratori delegati per il meeting annuale del World Economic Forum sono esposti finanziariamente con le aziende di combustibili fossili, principali colpevoli della crisi climatica, per un valore di 1.400 miliardi di dollari. È questa la denuncia del nuovo rapporto di Greenpeace.

Banche e fondi pensione esposti per 1400 miliardi di dollari con le aziende del fossile

Banche e fondi pensione presenti a Davos con i propri amministratori delegati per il meeting annuale del World Economic Forum sono esposti finanziariamente con le aziende di combustibili fossili, principali colpevoli della crisi climatica, per un valore di 1.400 miliardi di dollari. È questa la denuncia del nuovo rapporto di Greenpeace International “It’s the finance sector, stupid” che dimostra anche come a Davos siano presenti le cinque compagnie assicurative con i maggiori investimenti a copertura di impianti e infrastrutture legate al carbone, il peggior combustibile fossile.

Il rapporto denuncia come banche, fondi pensione e assicurazioni che prendono parte al Forum di Davos ne tradiscano di fatto, sia da un punto di vista ambientale che economico, l’obiettivo di “migliorare lo stato del mondo”. Il rapporto e la pagina web dedicata mostrano anche come lobbisti e imprese di pubbliche relazioni stiano lavorando per conto di questi attori della finanza globale e dell’industria fossile contro gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

«Le banche, i fondi pensione e le assicurazioni riuniti a Davos sono colpevoli per l’emergenza climatica. Nonostante i numerosi avvertimenti sia dal punto di vista ambientale che economico, questi colossi stanno alimentando un’altra crisi finanziaria globale continuando a sostenere l’industria dei combustibili fossili», afferma Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Sono semplicemente degli ipocriti: dicono di voler salvare il Pianeta ma lo stanno uccidendo per fare profitti».

Prendendo come riferimento il periodo che va dalla firma dell’accordo di Parigi al 2018, emerge che le 24 banche presenti a Davos hanno finanziato l’industria dei combustibili fossili per un valore di circa 1.400 miliardi di dollari, che equivale al patrimonio complessivo dei 3,8 miliardi di persone più povere del Pianeta nel 2018.

Se un settore non è assicurabile, non è neppure finanziabile. È per questo che a Davos erano presenti lo scorso anno, e probabilmente ci saranno anche in questi giorni, le compagnie assicurative più esposte nel garantire le attività legate al carbone. AIG, ad esempio, è considerata la peggiore compagnia nel settore assicurativo, dato il suo supporto a un nuovo progetto condotto in Australia dal gigante del carbone Adani, nel cui finanziamento è in parte coinvolta anche la banca italiana Intesa Sanpaolo.

«Non abbiamo più tempo da perdere con chiacchiere e falsi annunci. I decisori politici e i le autorità che regolano il settore devono mettersi all’opera prima che sia troppo tardi», continua Morgan. «Gli attori della finanza mondiale devono cambiare atteggiamento e smettere di comportarsi come se tutto andasse bene, perché non è così. Siamo in emergenza climatica e non ci sarà economia su un Pianeta morto».

Fonte: ilcambiamento.it

Warming Stripes: l’emergenza climatica spiegata in un’immagine

La scienza diventa arte per raccontare a tutti il cambiamento climatico. Dopo aver raccolto i dati sulle temperature negli ultimi 100 anni, il climatologo inglese Ed Hawkins ha deciso di tradurre la gravità dell’emergenza in un’immagine universalmente comprensibile. Le sue Warming Stripes dimostrano in modo immediato l’entità del riscaldamento globale.

Ed Hawkins, climatologo del National Centre for Atmospheric Science (NCAS) dell’Università di Reading in Gran Bretagna, ha avuto un’idea geniale: raccontare in modo immediato, bello e colorato il cambiamento climatico. Le sue Warming Stripes parlano a tutti, grandi e piccoli, in tutte le lingue, dicono che il cambiamento climatico è realtà. E invitano tutti a condividerle.

Ed Hawkins, come molti scienziati, si scontra spesso con i “si dice” o, peggio, con le voci che negano l’esistenza della questione ambientale. Sa anche molto bene che non è semplice districarsi in un materia è tecnica: la scienza non sempre parla il linguaggio di tutti i giorni. Ha voluto così, scrive sul sito showyourstripes.info, creare qualcosa che non richieda una preparazione scientifica per essere inteso e che sia il più semplice possibile, “cristallino”. Ha reso visibile il cambiamento climatico: è un problema di tutti, tutti devono vederlo ma devono anche aver voglia di guardare. Con le Warming stripes la bellezza della scienza diventa quasi manifestazione artistica.
Sul sito showyourstripes.info ciascuno può liberamente scaricare ed utilizzare i grafici, scegliendo il Paese.

http://www.italiachecambia.org/wp-content/uploads/2019/11/WARMING-STRIPES.jpg

Le strisce vanno dal blu al rosso a seconda che la temperatura sia minore o maggiore della media e rappresentano i cambiamenti nelle temperature degli ultimi 100 anni. Ogni riga verticale è un anno, dal 1901 al 2018 (per UK, USA, Germania e Svizzera si inizia da fine ‘800).

Per la maggior parte dei Paesi, i dati vengono da Berkeley earth, un gruppo indipendente di scienziati che opera su un data base molto ampio di dati relativi alle temperature terrestri. Ed Hawkins per costruire i grafici ha raccolto i dati sulle temperature per ogni Paese, fra il 1901 e il 2018, li ha comparati alla media dei valori fra il 1971 e 2000, e poi ha attribuito un colore a seconda della diminuzione o aumento rispetto alla media.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/warming-stripes-emergenza-climatica-spiegata-immagine/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Boschi al macello: è saccheggio totale

Il mondo vegetale sta vivendo una fase di saccheggio totale, in Italia, in Europa e nel mondo. E chi sa che solo in Italia il 45% delle erosioni è dovuto proprio al taglio dei boschi? Eppure non solo non si fanno nulla per arginare il fenomeno, ma si permette alle cose di peggiorare.

Mentre il pianeta collassa per i cambiamenti climatici e una parte dell’umanità si mobilità per cercare di fermare, o se non altro rallentare, questo fenomeno umano, appare al contrario come lo sfruttamento economico sulle risorse naturali non conosca freni nè frontiere. A farne le spese sono proprio i nostri salvatori, gli organismi che per eccellenza offrono una delle soluzioni più rapide ed indolori ai cambiamenti climatici: gli alberi.

Il mondo vegetale sta vivendo una fase di saccheggio totale, le foreste sono bruciate dall’America Latina all’Africa per creare coltivazioni intensive di proprietà delle multinazionali, i cui prodotti sono poi consumati senza alcun ritegno o rimorso proprio da noi consumatori. In Russia e Canada grandi distese di foreste sono trasformate in carta e legna da ardere, le miniere radono al suolo colline e pianure. Lo sviluppo urbanistico sostituisce alle foreste dell’Asia palazzi, strade, parcheggi e centri commerciali ma anche in Europa si aprono sempre più vasti fronti di disboscamento, dalla Polonia ai Balcani dalla Germania alla Francia migliaia di tronchi crollano sotto i colpi mortali di motoseghe ed escavatori. Le foreste sono tra i principali serbatoi di carbonio del pianeta. Esse immagazzinano circa 289 gigatonnellate (Gt) di carbonio negli alberi e nella vegetazione. Il carbonio immagazzinato nella biomassa forestale, nel legno secco, nello strame messi insieme è maggiore di tutto il carbonio nell’atmosfera.  A livello globale, lo stock di carbonio nella biomassa forestale si stima che tra il 2000 ed il 2010 sia diminuito di circa 0.5 GT all’anno, principalmente a causa della riduzione del totale della superficie forestale (fonte FAO). In Italia viene sbandierato l’aumento della superficie boscata, con dichiarazioni di politici e amministratori che si dicono pronti a voler recuperare la superficie un tempo coltivata strizzando l’occhio alle agroindustrie e agli speculatore del legname, mentre dispensano sorrisi forzati e abbracci falsi per i movimenti ambientalisti che ora iniziano a far sentire la loro voce. Il fatto è che in gran parte del nostro territorio nazionale i boschi e le foreste sono visti e utilizzati quasi esclusivamente come risorsa economica. Se è vero che la superficie boscata è aumentata nel corso degli anni, è altrettanto vero che la qualità di tali ambienti lascia a desiderare. Ovunque, su Prealpi ed Appennini si praticano tagli cedui utilizzando macchinari enormi. Proprio recentemente è apparsa la reclame di una di queste mostruosità distruggi-vita che non lasciano in piedi un arbusto, alterano il suolo in modo devastante (occorrono parecchi decenni per rigenerare un solo compromesso dal passaggio di alcuni di questi mega trattori) riempiono l’aria di gas serra e procedono con velocità sempre maggiori nello sterminio della vegetazione. Il taglio ceduo poi lascia dietro di sé pochi e stenti alberi, leggi permissive e scarso controllo contribuiscono a produrre il resto del danno.

Fianchi interi di colline nel Chianti e nel Mugello, dalle Langhe alla Liguria sono compromessi, nessun castagno, quercia, carpino è al sicuro. Mentre la Regione Toscana dichiara l’emergenza climatica, fiumi rigogliosi di vegetazione riparia sono trasformati in deserti, leccete secolari e perfino territori demaniali protetti sono trasformati in biomasse che alimentano le tanto sdoganate centrali, che per funzionare divorano migliaia di metri cubi di legna in tutta la regione. in Italia i boschi che vengono sottoposti a tagli cedui sono il 43% del totale ma se guardiamo esclusivamente ai boschi di latifoglie, ovvero tutti i boschi tranne quelli di conifere il taglio ceduo è operato sul 70% della superficie. Si tratta di un dato apocalittico e basta pensare che dagli studi emerge come il 45% delle erosioni nel nostro paese è dovuto al taglio del bosco. Tutto ciò si traduce in due semplici parole: dissesto idrogeologico. Ovvero la possibilità concreta di alluvioni, smottamenti e frane. È curioso constatare che gli stessi tecnici e politici che spingono verso un maggiore sfruttamento boschivo, sono gli stessi che chiedono più soldi per opere di contrasto al dissesto idrogeologico e che spingono alla cementificazione e all’artificializzazione dei corsi d’acqua e dei versanti. Gli alberi che comunicano tra loro usando i funghi come ponte, gli alberi che sorreggono il suolo del nostre montagne e le sponde dei nostri fiumi, gli alberi che abbassano anche di 6°C la temperatura delle città durante l’estate, gli alberi che danno rifugio a centinaia di specie diverse, dagli insetti agli uccelli passando per rettili e mammiferi, gli alberi antichi che hanno vissuto dal tempo dei dei crociati potrebbero non sopravvivere ai crociati moderni, i predoni delle agromafie, delle multinazionali (che poi sono la stessa cosa). Le foreste potrebbero sparire a causa di scaltri o incompetenti politici per finire in qualche centrale elettrica a biomasse, nel pellet e nella legna delle pizzerie, nei camini. Per formare tutto questo ognuno di noi ha voce in capitolo, piantare nuovi alberi è un azione straordinaria di amore verso la natura e di rispetto per le generazioni future ma non basta. Infatti è necessario prima di tutto ed immediatamente fermare il disboscamento e la deforestazione. Se non se non agiremo in tal senso sarà come curare un raffreddore camminando in costume da bagno nella neve, ma convinti che una tisana calda sistemerà il malanno. Gli alberi sono vittime nel nostro presente, gli alberi e le foreste dovranno essere i protagonisti del nostro futuro.

Fonte: ilcambiamento.it

Incendi: a rischio in Africa la seconda foresta pluviale del pianeta

Da settimane le fiamme stanno devastando diversi Paesi africani mettendo a rischio la foresta pluviale del Congo che ospita milioni di indigeni, custodisce migliaia di specie animali e vegetali e immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2. Dopo gli incendi in Siberia e Amazzonia, Greenpeace rilancia l’allarme: “Se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando”.

Dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016. In meno di una settimana – dal 21 agosto – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.

Incendio in una foresta (immagine generica tratta da Pixabay)

«Facciamo presto. In Siberia e Amazzonia sono mancati interventi tempestivi e gli incendi hanno assunto proporzioni drammatiche. Chiediamo ai governi dei Paesi del bacino del Congo di adottare misure adeguate per impedire che le fiamme dalla savana si diffondano nella foresta», dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta. La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali.

«I cambiamenti climatici e le attività industriali che si svolgono nella foresta la rendono più vulnerabile agli incendi. È necessario porre fine a tutte le attività industriali che minacciano questa preziosa foresta: se non proteggiamo le foreste, non saremo in grado di affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando», afferma Borghị. 

«Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste, i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali». Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/incendi-rischio-africa-seconda-foresta-pluviale-pianeta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

l clima ci condanna ma ci ostiniamo a far finta di nulla

Il meteorologo, divulgatore scientifico e climatologo Luca Mercalli ha recentemente affermato che parlare di emergenza climatica non ha ormai alcuna presa sull’opinione pubblica, genera indifferenza, proprio mentre intorno a noi il pianeta ci manda chiari segnali di disastro. L’unica possibilità che abbiamo è scrollarci di dosso l’intorpidimento che ci porta dritti verso l’abisso.9610-10378

I rapporti sui mutamenti climatici in atto parlano – nel caso più favorevole – dell’aumento di un grado di temperatura su scala globale al 2100. Sembra una piccola variazione.

Può spiegarci che cosa significa in termini di ripercussioni sull’ambiente e, di conseguenza, sulla nostra vita, l’aumento anche di un solo grado?

Facciamo un esempio: la temperatura di un corpo umano in salute è di 37 gradi. A 38 gradi ci sentiamo male e con due gradi in più siamo già a letto con l’aspirina. Con tre gradi in più possiamo ritrovarci in ospedale e con 5 gradi in più rischiamo di morire. Piccole variazioni in sistemi delicati che coinvolgono il nostro pianeta e la nostra vita, possono avere conseguenze importantissime. Inoltre, aggiungiamo che quando parliamo di cambiamento climatico, il dato è sempre riferito alla media di un intero pianeta. Poi ci sono le variazioni locali. Dire che c’è un grado in più sulla Terra significa che alcune zone e alcune stagioni possono anche registrarne 4 o 5 in più. Anche in Italia, in questi giorni, quando abbiamo avuto l’ondata di caldo di fine giugno, i gradi in più erano 7 o 8 che spalmati come media annuale possono rappresentare l’aumento di un grado ma teniamo presente che stiamo parlando di fenomeni generalizzati su una grande superficie e su tempi lunghi. E’ una buona abitudine considerare questo indicatore esattamente come si fa con la febbre per il corpo umano. Ci si accorge, così, di quale fragilità abbia il sistema.

Quali sono le cause del riscaldamento globale e quando è iniziato?

Possiamo dire che è iniziato, come cause vere e proprie, con la rivoluzione industriale e cioè con la combustione del carbone e poi del petrolio. I combustibili fossili, infatti, aggiungono CO2 all’atmosfera.

In che modo la CO2 causa l’aumento della temperatura?

L’anidride carbonica è un gas a effetto serra e cioè trattiene una parte del calore del sole che, altrimenti, dovrebbe andare disperso. In sostanza questo gas lascia raffreddare meno la terra. Una certa quantità di CO2 è necessaria, altrimenti la Terra sarebbe un pianeta gelato. Questa quantità di CO2 fluttuava in passato, diciamo così, per ragioni assolutamente naturali ma a partire dalla combustione del carbone e del petrolio abbiamo cominciato ad aggiungerne una certa quantità. Più ne immettiamo in atmosfera, più fa caldo. Sostanzialmente, questo è il legame.

Qual è al momento e come è aumentata nel tempo la quantità di CO2 nell’aria?

Vi sono misure precise: dal 1958 la quantità di CO2 nell’atmosfera viene misurata ogni giorno e sappiamo che sta aumentando.  Siamo in grado di sapere quanta ce n’era addirittura un milione di anni fa grazie ai carotaggi dei ghiacci del Polo Sud. Dentro il ghiaccio, infatti, rimane imprigionata un po’ d’aria che, sottoposta ad analisi, rivela la presenza di CO2. Si è visto che negli ultimi due secoli c’è stata un’impennata e oggi siamo a 410 parti per milione mentre il valore massimo naturale  in una storia di un milione di anni, è di 300 parti per milione. Da meno di 300, quindi, siamo passati a 410 per effetto della combustione del carbone e del petrolio.

La popolazione su scala mondiale è in continuo aumento. Che relazione c’è tra riscaldamento globale e crescita demografica?

La relazione c’è perché il carbone e il gas vengono consumati dagli uomini per produrre energia. Più gente c’è, più si consuma. Tuttavia, va considerato che ci sono pochi paesi molto industrializzati e relativamente poco abitati che consumano molto e ce ne sono altri molto abitati che consumano meno. Per fare un esempio, gli Stati Uniti sono un paese relativamente poco abitato con 320 milioni di persone ma sono anche i maggiori consumatori di energia pro capite. Si sente spesso dire che il paese che inquina di più è la Cina e questo è senz’altro vero considerato che ha un miliardo e 300 milioni di abitanti ma non si mette in evidenza, troppo spesso, l’inquinamento per persona. Se consideriamo quest’ultimo parametro, i paesi che inquinano di più sono gli americani e gli australiani. I cinesi inquinano molto meno: circa un terzo per persona. In sostanza, ci vogliono tre cinesi per fare l’inquinamento di un solo americano. Poi ci sono paesi in cui questo dato è quasi pari a zero. Si tratta di paesi poveri in cui la gente non possiede nulla come alcuni paesi africani in cui le persone vivono come si viveva mille anni fa. E’ chiaro che se non si possiede la macchina, non si ha corrente e acqua in casa, si vive coltivandosi pochi ortaggi, quando è possibile, non si producono emissioni fossili perché non si usa nulla della moderna civiltà basata sul petrolio.

Che relazione c’è tra alimentazione e mutamenti climatici?

La nostra agricoltura è industrializzata ed è basata, anch’essa, sul petrolio. Circa il 25 per cento delle emissioni globali derivano dalla filiera agroalimentare e anche in questo caso possiamo dire che un’agricoltura che usa molti mezzi meccanici e pesticidi, una volta raccolto il cibo, lo fa girare per il mondo. Il cibo viaggia continuamente alla ricerca dei mercati più vantaggiosi. Quello che arriva sulla nostra tavola ha un contenuto occulto di emissioni.  L’allevamento degli animali per la produzione di carne è legato all’emissione di metano che è un altro gas a effetto serra  più potente della Co2. A tutto il petrolio che viene usato nel processo aggiungiamo, quindi, il metano prodotto direttamente dagli animali. Possiamo, perciò, dire che la produzione di cibo rappresenta circa un quarto delle emissioni globali.

La crisi economica può, in realtà, rappresentare una grande opportunità per l’uomo. Possiamo dire la stessa cosa dei mutamenti climatici? Possono essere un’occasione di cambiamento?

Al punto in cui siamo ormai arrivati, no. Ci siamo spinti troppo avanti. Non dimentichiamo, poi, che il riscaldamento globale è solo uno dei problemi ambientali gravi che andranno a peggiorare la nostra qualità di vita. E’ molto difficile, quindi, pensare in termini di opportunità. L’unica cosa che possiamo fare adesso è limitare i danni.

Quali sono gli indicatori di cui tenere conto oltre i mutamenti climatici?

C’è l’inquinamento chimico di aria, acqua e suoli, che è molto dannoso per la nostra salute, l’uso eccessivo dell’acqua, la perdita di biodiversità, la cementificazione e la deforestazione, e l’acidificazione degli oceani sempre dovuta all’eccesso di CO2.

Secondo lei per quale ragione l’uomo si percepisce separato dall’ambiente?

E’ un problema filosofico, culturale e antropologico. Personalmente lo concepisco come un grosso limite alla consapevolezza. Molto spesso noi, come civiltà, ci percepiamo solo come utilizzatori e sfruttatori della natura senza capire che, invece, vi siamo immersi e, se la natura non funziona, questo si ripercuote su di noi. Questa cosa è stata capita già molto tempo fa ma sempre ignorata dalle masse. Il Cantico delle Creature  di San Francesco è basato proprio sulla connessione tra uomo e natura. Questo concetto è stato ripreso da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Sii. Si tratta di problemi strorici, solo che una volta avevamo meno possibilità di nuocere alla natura e, con una tecnologia molto limitata, potevamo al massimo abbattere alberi e distruggere boschi. Oggi, invece, 7 miliardi e mezzo di abitanti e i mezzi tecnologici a disposizione stanno massacrando totalmente i sistemi naturali. Papa Francesco dice esattamente questo e cioè che noi facciamo parte della natura, che essa è la nostra casa comune. E’ assurdo, quindi, chiamarci fuori e avere un atteggiamento dominatorio e di sfruttamento. Se l’ha detto anche il papa e nessuno sostanzialmente l’ha ascoltato, questo è emblematico di quanto radicata sia questa resistenza a percepirci come un pezzo di natura da rispettare.

I paesi che si incontrano per accordarsi sulle misure da adottare per ridurre le emissioni sembrano non rendersi conto della situazione e i protocolli parlano di tempistiche molto lunghe all’interno delle quali essi si impegnano a fare qualcosa. Quanto tempo abbiamo realisticamente prima che sia troppo tardi anche per contenere i danni?

Il tempo non c’è più. La malattia esiste già. La nostra febbre è già a 38. Possiamo solo fare in fretta per evitare che arrivi a 42 e contenerla a questi valori.  Stiamo spostando semplicemente degli obiettivi di gravità, prima un grado, poi due…  Un recente lavoro uscito su Nature dice che abbiamo tre anni a disposizione affinché la scelta dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento di temperatura a due gradi rispetto al periodo preindustriale, entro il 2100 sia efficace. Tuttavia, questo non significa affatto che abbiamo tre anni per salvare la situazione. Abbiamo tre anni per mantenere le emissioni entro una certa soglia ma vent’anni fa dicevamo la stessa cosa per un grado e non l’abbiamo fatto. Continuiamo a spostare in avanti l’asticella ma prima o poi, se andiamo avanti così, entreremo nel territorio della catastrofe e non ci sarà più niente da fare.

I giovani sembrano poco interessati alle questioni ambientali. Come se lo spiega? E che ruolo hanno, secondo lei, stampa e social?

Vedo i giovani distratti e inermi. Loro sono, in realtà, il principale bersaglio di questa situazione. Sono coloro che subiranno i danni ambientali maggiori per motivi di tempo poiché stiamo gradualmente caricando il sistema di conseguenze future, loro vivendo più nel futuro dovranno affrontare i problemi maggiori. Dovrebbero essere quelli che si informano di più e che lottano di più per difendere il loro avvenire. Al contrario, mi sembrano completamente distratti e disinformati. Non accedono all’informazione e sembrano rifiutarla. Quando riescono a comprenderla, almeno parlo per la mia esperienza di formatore per trent’anni, in genere abbiamo solo reazioni individuali e mai collettive. Vedo ragazzi che magari capiscono e cercano di fare qualcosa ma quasi sempre da soli. Di conseguenza rimangono isolati e frustrati perché da soli non si conclude nulla. I social media permetterebbero rapidissime forme di aggregazione ma non vengono usati in questo senso o per la discussione di temi importanti ma solo per svago e divertimento. I giovani non usano questo mezzo potentissimo di relazione tra loro. Nel 1986 ero un ventenne e discutevo già di questi problemi ma potevo discuterne all’oratorio o a scuola. Non ho mai frequentato l’oratorio né ho mai fatto associazionismo ma mi rendevo conto che in quegli anni le occasioni di aggregazione non erano molte. Se ne poteva parlare col proprio piccolo gruppo di amici o nella sezione del proprio partito ma, se si voleva emergere, era difficilissimo. Oggi se si apre una pagina facebook, nel giro di poche ore si potrebbe creare un gruppo di persone che la pensano allo stesso modo. Eppure c’è una fortissima mancanza di consapevolezza che porti all’azione. I giovani hanno i mezzi ma non li usano. Rimangono, certamente, i casi di persone che si preparano e studiano ma sempre in modo individuale e isolato. Mai che si formi un movimento vero e proprio, un movimento studentesco, per fare un esempio, che dica: “Adesso basta. Adesso ci pensiamo noi. Ci riprendiamo in mano il nostro futuro”.

Spesso chi inizia ad interessarsi alle tematiche ambientali se ne sente anche sopraffatto e teme di non poter incidere direttamente o di non poter essere parte della soluzione. Così, si rischia, però, di trovarci a passare dall’indifferenza al panico, nel giro di pochi anni. Che cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo, nella nostra casa, quotidianamente, per cambiare la situazione?

L’azione, anche piccola, è un fortissimo antidoto al panico. Il panico arriva quando ci si trova a fronteggiare qualcosa di ingestibile e ci si sente completamente oppressi. I problemi ambientali sono esattamente il contrario. Derivano infatti dalla somma dei miliardi di comportamenti personali e non sono un mostro che arriva da fuori. Siamo noi stessi, il nostro vicino di casa, la nostra famiglia. Quindi, possiamo agire con concretezza ed è un buon modo per far diminuire l’ansia perché il fare allontana quel senso di impotenza. Il panico, però, o dire che il problema è talmente grosso che non serve a niente cominciare a fare qualcosa, può diventare facilmente un alibi. Prendiamo la raccolta e la differenziazione dei rifiuti. E’ una cosa molto semplice. Fare attenzione ai nostri rifiuti e a quelli degli altri  è un gesto piccolissimo e rivoluzionario. Se tutti lo facessimo, la situazione migliorerebbe nel giro di poco tempo. Invece, si pensa che il proprio gesto sia inutile. E’ un problema grave di atteggiamento irresponsabile e infantile. Non voglio affatto dire che si risolva tutto con l’iniziativa del singolo. Abbiamo bisogno della politica e di grandi decisioni ma si comincia così e, soprattutto nei paesi democratici, i leader che vedono i cittadini prendere una determinata direzione, sono portati a seguirli. Fanno esattamente il contrario se nei cittadini prevale, invece, il disinteresse. Come mai i paesi nordici sono più concreti nei confronti dell’ambiente? Proprio perché c’è un atteggiamento individuale più responsabile.

Qual è la più grande sfida che dobbiamo prepararci ad affrontare ora?

Quella di renderci conto che il pianeta ha dei limiti. Se non prenderemo coscienza di questo e continueremo a pensare che tutto è possibile arriveremo semplicemente all’epoca delle conseguenze gravi. Ci siamo già in parte dentro, ma la situazione sarà ancora peggiore se oggi non cambiamo atteggiamento, comportamenti, politica, economia.

Alcuni parlano di fine del mondo se non cambieremo direzione. E’ così?

La fine del mondo non c’è. Evito sempre la retorica del catastrofismo. Il mondo come pianeta finirà tra cinque miliardi di anni quando verrà bruciato con l’espansione del sole. La Terra si governerà tranquillamente da sola anche senza l’uomo. Quello che cerco di far capire è che in gioco c’è l’umanità e non il mondo. E’ la fine del benessere dell’umanità in discussione. Se facciamo troppi errori non avremo più un ambiente vivibile. Sarà la specie umana a subire le conseguenze più gravi. Né apocalisse né fine del mondo. Queste retoriche allontanano dalla presa di coscienza quotidiana del problema. Il problema sei tu. Il problema è quello che hai consumato oggi e il rifiuto che hai prodotto, la benzina che hai bruciato e lo spreco che hai fatto. Ciascuno di noi con i suoi comportamenti è una parte del problema. Il mondo che abbiamo adesso semplicemente si deteriorerà in seguito ai nostri gesti, ma potrebbe invece essere conservato con nuove abitudini più sobrie ed efficienti.

Qualcuno dice che sostanzialmente l’uomo è un animale stupido orientato verso l’autodistruzione. Cosa ne pensa?

Penso esattamente il contrario e credo che ci siano troppi stupidi che hanno il sopravvento sugli intelligenti. L’intelligenza nel mondo c’è e ci ha portato grandissimi vantaggi, se pensiamo alla scienza. Se viene usata male, invece, porta enormi danni. Sarebbe bello usare il sapere prodotto da una certa parte dell’umanità per fecondare anche quell’altra parte che si comporta in modo stupido.

Si sente ottimista o pessimista?

Comincio ad essere pessimista. Non perché non ci siano i mezzi per uscire dal problema ma perché ci ostiniamo a non praticarli. E questa perdita di tempo è cruciale perché se non usiamo bene i prossimi anni subiremo tutti i danni causati dalle nostre azioni. E questo significa sofferenza distribuita per tutti.

Fonte: ilcambiamento.it