La colpa è del Bajon. L’insostenibilità del turismo di massa

Una volta si chiamavano “vacanze”. Parola che aveva il significato di tempo vuoto, cioè vuoto dagli impegni assillanti del lavoro o dello studio. Oggi, che tutti vivono in città, o comunque vivono come quelli di città, in ambienti malsani e con ritmi innaturali, le vacanze non ci sono più. Ci sono i viaggi e il turismo di massa.

“La colpa non è mia è colpa del bajon, mi piace immensamente il ritmo del bajon. Se faccio una pazzia è  senza l’intenzion, in fondo è tutta colpa del  bajon”

Una volta si chiamavano “vacanze”. Parola che aveva il significato di tempo vuoto, cioè vuoto dagli impegni assillanti del lavoro o dello studio. Tempo da riempire col riposo, lo svago, la lettura, il conversare e, sopratutto, con il ritorno alla natura e il suo godimento salutare per il corpo e lo spirito. Le vacanze, infatti, riguardavano la gente di città, che viveva in un ambiente malsano e con ritmi innaturali, e che aveva bisogno di ritemprarsi, rigenerarsi e disintossicarsi fisicamente e moralmente tra campi e boschi, rive di mare o di laghi. Oggi, che tutti vivono in città, o comunque vivono come quelli di città, in ambienti malsani e con ritmi innaturali, le vacanze non ci sono più. Ci sono i viaggi e il turismo di massa.

Massa: “Quantità di materia unita in modo da formare un tutto compatto di forma indefinita”.

Cultura di massa: “Quella diffusa nei vari strati sociali grazie alla stampa, alla pubblicità, ai mezzi audiovisivi”.

Spinti alla competizione e all’ostentazione anche nei viaggi e nelle vacanze dai “mezzi di comunicazione di massa”, gli esseri umani diventano “strati” e “materia compatta di forma indefinita”, priva dunque di discernimento, responsabilità, capacità di deduzione e intuizione: priva di coscienza. Solo questo può spiegare perché, avendo otto anni di tempo per mantenere il riscaldamento globale entro un grado e mezzo, e limitare così distruzioni immani e catastrofi anche umane, o undici anni per restare entro i due gradi e scongiurare forse l’estinzione futura pressoché totale della vita sul pianeta, la massa umana, il 24 luglio del 2019 anno di disgrazia, abbia fatto in modo di superare il record di tutti i tempi di voli aerei: 225.000 in un solo giorno. E la massa mediatica l’abbia annunciato con giubilo, invece che col grido di orrore che sarebbe stato opportuno.

Gli aerei sono responsabili del 5% dei gas serra che vomitiamo in atmosfera ogni anno, anzi lo erano perché il calcolo è vecchio di qualche anno e le emissioni aviatorie continuano ad aumentare. Calcolo di organizzazioni scientifiche non dipendenti dall’industria aereonautica, naturalmente, che invece minimizza. Ma i carburanti che gli aerei bruciano non producono solo gas serra, inquinano in molti altri modi e, se tenete conto anche del fatto che una piccola percentuale degli umani, solo il 5%, viaggia in aereo e riesce a produrre già soltanto con questa sua abitudine il 5% del riscaldamento globale, la faccenda diventa ancora più inquietante. Soprattutto se il viaggio aereo è fatto per “svago” o per risparmiare qualche ora di tempo. Nel 1998 uno studio attuato per conto della Commissione Europea rilevava che le emissioni degli aerei “potrebbero avere un notevole effetto sulla chimica dell’atmosfera e sullo strato di ozono”.

Sono passati molti anni e le emissioni continuano ad aumentare e la massa mediatica non vi racconta che una parte di tali emissioni, quando l’aereo vola in alto in alto, un puntino luccicante nel blu dipinto di blu, vanno direttamente nella stratosfera e non tornano più giù. Più! Nessuna pianta, nessun vegetale può assorbirle, lassù. Ma nel delirio consumistico-competitivo il viaggio è diventato un consumo, una competizione, un vanto, una corsa. Sempre di più e sempre più lontano, sempre più costoso e/o sempre più strano e improbabile. O almeno così crede il massaturista, che crede tra l’altro di scegliere mentre invece è spinto dalla pubblicità e dall’imitazione verso quelle mete sulle quali il mercato turistico globale ha deciso di puntare. Nella demenza finale anche i luoghi che si prevede il riscaldamento globale farà sparire, contribuendo così a farli sparire sicuramente e rapidamente. Come ogni altro aspetto della vita del ricco Occidente e dei suoi collaterali, il viaggio è diventato conquista sociale, ostentazione, collezione, mania. Così, mentre sono in coda come alla cassa del supermercato, i ricchi turisti che arrancano uno dietro l’altro verso la cima dell’Everest, e ogni tanto ci lasciano le penne e sempre ci lasciano i loro rifiuti, credono di aver conquistato una superiorità rispetto al resto del genere umano. Semplicemente, ancora una volta, la superiorità del denaro e della sua ostentazione. La guerra dei cosiddetti “viaggi”, sempre più frenetica, sta contribuendo grandemente a deturpare e distruggere ogni angolo del pianeta. Isole, spiagge, savane vengono cementificate per gli alberghi dei turisti; le baie diventano porti per i panfili o le navi da crociera; i rifiuti e i liquami di migliaia di persone che non badano a risparmiare riciclare riusare ma solo a consumare (è per quello che si viaggia, no? E poi, come si fa a riciclare, in luoghi dove non c’è la raccolta differenziata!) finiscono molto spesso in mare, di notte e al largo, dove le correnti se ne incaricheranno. Duecento milioni di persone al mondo lavorano in tutti quei villaggi turistici, alberghi, resort del sud del mondo, con paghe da fame, senza orari e contando solo sulle mance per sopravvivere. Per questo sono così gentili e servizievoli, non l’avevate capito? E per questo le vacanze di lusso negli alberghi di lusso non sono più un lusso, se si scelgono come meta i paesi poveri. E non dite che non l’avevate capito.

Ad Angkor Wat enormi complessi alberghieri hanno svuotato la falda acquifera e dopo quasi mille anni di esistenza l’enorme e magnifico tempio rischia di crollare  perché il suolo sta cedendo: in pochi decenni i turisti armati di macchina fotografica e poi smartphone sono riusciti a fare quello che nemmeno la giungla aveva fatto in dieci secoli.

A Pompei spariscono i mosaici pezzo per pezzo.

Nel più grande sito archeologico precolombiano del Messico, Teotihuacan, le piramidi si stanno sbriciolando per il calpestio di milioni di persone.

Nel parco Masai Mara, dove il massaturista va per vedere gli animali africani, a furia di disboscare per costruire alberghi e bungalow, gli animali stanno scomparendo.

Le navi da crociera stanno distruggendo le barriere coralline nei Caraibi.

I Masai vengono cacciati dalle loro terre per fare posto ai resort.

Negli alberghi di Zanzibar si consumano 1500 litri di acqua a persona al giorno, una famiglia di abitanti di Zanzibar ne consuma 93 al giorno; nei resort di Goa il turista consuma  1754 litri di acqua al giorno, l’abitante di Goa ne consuma 14; spesso gli abitanti di Goa si sono ritrovati senza acqua, i turisti no.

Dunque il massaturista potrebbe dire come Attila (che non lo disse) “dove passo io non cresce più un filo d’erba” o potrebbe paragonarsi ai Romani quando dissero “Cartago delenda est” e sparsero pure il sale sulle rovine per assicurarsi che nulla potesse più crescere in quei luoghi. Una differenza sta nel fatto che sia Attila che i Romani sapevano di compiere un’azione distruttiva e malvagia.

Il viaggio sarebbe un’altra cosa. Richiede tempo, lentezza. La lentezza che occorre, se non per affondare radici, almeno per tastare il terreno e nutrirsene. Nel viaggio vero non c’è nulla da ostentare, se non cultura, conoscenza, capacità di adattamento, spirito di osservazione, vivacità di sensi e di sentimenti, capacità di comunicare, empatia. Tutte doti spirituali che nel trionfo del mercato non hanno più valore. Per chi tali doti possiede, qualsiasi luogo sconosciuto, fosse anche a trenta chilometri da quello dove vive, può regalare l’esperienza del viaggio; può arricchire la mente, può imprimersi nel ricordo, permettere di conscere persone e ambienti inaspettati.

I 225.000 voli aerei in un giorno, invece, contribuiscono a distruggere luoghi vicini e lontani, contribuiscono alle tempeste che sradicano milioni di alberi sulle Alpi e gli Appennini, ai 38 gradi delle zone artiche con relativi incendi, ai tre mesi di siccità amazzonica che fomentano la sua riduzione in cenere, ai 50 gradi dell’India e alla sua siccità con un’infinità di morti umani e animali e piante.

Ma, naturalmente, non è colpa nostra. Aspettiamo che siano i governi a dichiarare l’emergenza climatica, e se poi agiscono in netto contrasto con quello che dicono, possiamo sempre criticarli. Certo, più grande è il potere di una persona, più grande è la sua responsabilità. Ma come potrà un qualsiasi politico contrastare il potere di quei 225.000 voli aerei in un giorno? Di milioni di persone che in questo come in ogni altro campo ogni giorno versano i propri soldi nelle tasche di chi inquina, distrugge, sfrutta, corrompe; di milioni di persone che ogni giorno, attraverso i propri consumi, manifestano una volontà precisa, anche se inconsapevole? La volontà di consumare tanto e possibilmente pagare poco, senza tenere conto di nessuna conseguenza. “La colpa è del bajon”

L’aumento dell’effetto serra siamo tutti noi: con responsabilità piccole o grandi siamo tutti colpevoli. I soldi che versiamo tutti i giorni nelle tasche delle multinazionali e delle lobbies affaristiche globali, comprese quelle del turismo, nelle tasche degli schiavisti sfruttatori, dei petrolieri, della grande distribuzione, aumentano ogni giorno il loro potere. Perdipiù, le scelte che facciamo indicano ai politici dove tira il vento, che cosa è gradito alla massa, che cosa è “popolare”.

Dichiariamo la nostra personale emergenza climatica e teniamo fede alla dichiarazione, solo così avranno un senso e acquisteranno forza le lotte per l’ambiente, le manifestazioni, le iniziative per informare, i comitati per opporsi agli scempi ambientali. E, se proprio vi piace la competizione, che sia quella a chi consuma meno e meglio. Alla faccia del PIL e della criminale e micidiale crescita economica.

Fonte: ilcambiamento.it

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Effetto serra e cambiamenti climatici: la politica dorme, la natura no

Disastri ovunque, allagamenti, venti fortissimi, morti. La natura presenta il conto dell’effetto serra provocato dalla stupidità e avidità umana; e la politica cosa fa? Nulla. Guarda… il telegiornale.9947-10739

Venti  fortissimi, di una violenza inaudita, mai vista, che nemmeno gli anziani ricordano; piogge che in pochi minuti fanno arrivare al suolo l’acqua di una intera stagione; straripamenti di fiumi;  persone portate via dalla forza delle acque o investite da alberi che cadono; allagamenti; crolli di case e ponti; pali di cavi elettrici che vengono spazzati via; mareggiate che distruggono la costa, danni ingentissimi. La natura presenta il conto dell’effetto serra provocato dalla stupidità e avidità umana; e la politica cosa fa? Zero, nulla, niente. Ci si accapiglia per ridicoli punti di spread, si rassicurano mercati e banche, si parla di cose assurde, inutili, superflue tranne che di quello che è veramente importante, prioritario e che determina la nostra esistenza. E la cosa più incredibile è che l’unico argomento che regna sovrano sono i soldi, ma stranamente tutti i soldi che si pagano e si pagheranno per i danni da effetto serra, e che sono ben più alti di miseri punti di crescita del maledetto PIL, sembra come se non esistano, come se li pagassero i marziani e non noi cittadini. Sembra che niente riesca a scalfire l’ignavia, l’indifferenza, il menefreghismo di fronte alla nostra sopravvivenza e salvaguardia.  Cosa deve accadere ancora per mettere al primo posto l’ambiente e la difesa delle persone che non è certo quella di potere andare in giro armati? Perché un tornado non lo fermi se gli spari, le onde alte dieci metri non le blocchi inviando i blindati dei carabinieri e la pioggia torrenziale non la metti in galera perché si è comportata male. Ma chi urla “padroni a casa nostra” o simili banalità forse non si è accorto, o poverino non sa, che l’unico vero padrone che decide tutto è la forza della natura, che dei microscopici e arroganti uomini fa quello che vuole, quando e come vuole.  Ma si sa, il potere dà quasi sempre alla testa e con un qualsiasi titolo o medaglietta appuntata al petto della carriera, ci si sente onnipotenti anche se si conta meno di zero. In fondo, come fa gente ipocrita, incompetente, impreparata, ignorante, senza idee, senza soluzioni, senza lungimiranza ma soprattutto al soldo di potentati economici, a poter veramente fare qualcosa di serio per frenare l’effetto serra? In fondo il politico nella stragrande maggioranza dei casi si preoccupa solo di cosa paga a livello elettorale e mediatico. Al momento  la distruzione dell’ambiente e la nostra estinzione non regalano ancora percentuali di voti, quindi è come se non esistessero.

I media poi preferiscono dare spazio al grande fratello VIP, alla ultime uscite autunno inverno di moda a ad ogni possibile stupidaggine ma delle notizie vere e importanti se ne parla chissà forse da qualche parte in un trafiletto, due righe nella pagina web dei quotidiani. Non si vuole guardare in faccia alla realtà, non si vuole cambiare, molto probabilmente anche perché non si saprebbe nemmeno come a giudicare dalle menti eccelse che abbiamo in questo paese. Ma forse semplicemente anche di fronte alla catastrofe climatica che ormai hanno presente pure i bambini, non si vuole fare nulla pensando che si possa perdere qualche spicciolo, qualche privilegio, qualche poltrona, qualche yacht, qualche Ferrari.

Politici, media, banchieri, industriali senza scrupoli ci stanno portando sull’orlo del baratro e forse stanno aspettando che tornado come quelli che si abbattono sulla Florida radano al suolo il parlamento e chissà se allora si inizierà a pensare che la questione è seria. Ma probabilmente neanche a quel punto si agirà, si dirà che è colpa degli immigrati, dei musulmani, degli alieni cattivi e si continuerà ad andare avanti come se nulla fosse. Fino a quel momento mi raccomando dormite tranquilli, non fate nulla, ci penserà la natura a darci la sveglia e non penso che guarderà in faccia a nessuno e anche chi crede ora di avere il didietro al caldo capirà chi è il vero padrone di tutto e di tutti. Solo la natura è padrona a casa sua e a casa sua ci abitiamo noi.

Fonte: ilcambiamento.it

Oslo, auto bandite dal centro a partire dal 2019

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Stop alle auto private nel centro di Oslo entro quattro anni. Il nuovo governo di sinistra della capitale norvegese ha deciso di mettere al bando le auto private dal centro cittadino per contribuire alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Il partito laburista e i suoi alleati socialisti e Verdi, dopo la vittoria nelle comunali dello scorso 14 settembre hanno presentato un progetto a medio termine focalizzata sull’ambiente e sulla lotta ai cambiamenti climatici. Nel programma è previsto un divieto di accesso ai veicoli privati nel centro della città dove abitano appena 1000 persone, a fronte di 90.000 lavoratori. La proposta del nuovo governo di sinistra ha suscitato i timori degli imprenditori locali visto che ben 11 dei 57 centri commerciali della città sono situati nel centro cittadino. Il divieto alle automobili fa parte di un ambizioso piano con il quale si vogliono dimezzare, entro il 2020, le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. All’interno di questa strategia sono previste anche sovvenzioni per l’acquisto di biciclette elettriche, implementazioni della rete delle piste ciclabili e la riduzione del traffico automobilistico nella città nel suo complesso con due step: un – 20% entro il 2019 e un – 30% entro il 2030. Ed entro quella data tutte le vetture circolanti dovranno essere a emissioni zero.

Fonte: The Guardian

La decisione del G7 contro l’effetto serra: “Il riscaldamento terrestre non supererà i due gradi”

Ridurre le emissioni di gas serra del 70% entro il 2050, ma secondo gli scienziati non è sufficiente.476268610_master

Già è difficile credere che gli impegni presi per combattere il surriscaldamento terrestre al G7 in Germania verranno rispettati, se poi gli scienziati già iniziano a contestare che le misure promesse siano sufficienti allora vuol davvero dire che, una volta di più, la strada è in salita. Prima di tutto, però, vediamo quali sono queste misure. L’obiettivo è impedire che la crescita della temperatura globale superi i due gradi, mentre oggi, se le cose non cambieranno drasticamente, è previsto che entro il 2050 la temperature della Terra cresca di altri 4 gradi centigradi, il che ci porterebbe oltre la soglia prevista dagli scienziati come catastrofica. Ma come si fa per far sì che il surriscaldamento sia limitato ai due gradi centigradi? La risposta è ridurre le emissioni di circa il 70% entro il 2050. Per farlo serve un impegno enorme da parte di tutti i paesi industrializzati, a cominciare dai due che più di tutti sono considerati i “grandi frenatori” del cambiamento: Usa e Cina. Un impegno che passi soprattutto dalla volontà di rinunciare gradualmente (ma non troppo) e sempre più all’impiego delle energie fossili. Facile a dirsi, ma come si fa quando Big Oil tiene in pancia riserve per un valore di 28mila miliardi di dollari? È chiaro che il crollo economico di queste megacompagnie avrebbe ripercussioni devastanti sull’economia (che sono comunque meglio delle ripercussioni devastanti sul pianeta). Eppure, secondo quanto scritto da Nature e riportato oggi da Repubblica, se si vuole centrare l’obiettivo l’80% delle riserve di carbone, metà delle riserva di gas e un terzo delle riserve di petrolio deve restare sotto terra e non essere mai impiegato. Questo per centrare l’obiettivo che si sono dati i grandi della terra. Obiettivi che trovano d’accordo gli scienziati, che sono invece scettici – e parecchio – sulla possibilità che le decisioni prese siano sufficienti a raggiungerli. Anzi, secondo un esperto come Nicholas Stern, con le misure prese in considerazione ieri si arriverà a un surriscaldamento di tre gradi entro il 2100. E la sua valutazione è una delle più ottimistiche di quelle che si trovano in giro.

Fonte: ecoblog.it

La strage degli alberi di Vallombrosa

Il clima è ingovernabile, anzi: ci governa. Così le tragedie dei giorni scorsi in Toscana: stragi di alberi, boschi e foreste. Venti e piogge impensate che si abbattono con una furia che dimentichiamo troppo presto. E così se ne è andata anche parte della foresta di Vallombrosa.alberi_vallombrosa

L’aumento dell’effetto-serra è ormai evidente e distruttivo, anche se gran parte della gente sembra non accorgersene. I segni inequivocabili dello squilibrio naturale e delle sue conseguenze ci circondano, ma continuiamo ad ignorarli come se niente fosse. Eppure negli ultimi tempi inizia a serpeggiare in una parte della popolazione una certa inquietudine. Un’inquietudine che è più evidente e marcata in chi vive a contatto della natura, tra i contadini, nei piccoli paesi, nelle montagne, dove le conseguenze del cataclisma sono più evidenti e tangibili. Serpeggia inquietudine nei pochi abitanti di Vallombrosa, una località sull’Appennino toscano a due passi da Firenze, luogo storico di villeggiatura e di pellegrinaggio (vi si trova una delle più belle abbazie del centro Italia), nonché sede di uno dei più antichi e maestosi arboreti (orti botanici e vivai) del nostro paese. Intorno all’abbazia di Vallombrosa e al piccolo centro abitato di Saltino si estende per migliaia di ettari una foresta secolare, che nel corso dell’ultimo millennio è stata piantata e usata (oltre che ampliata) dagli stessi monaci e dagli abitanti del posto prima, per diventare poi patrimonio del demanio e riserva naturale protetta. Nella foresta si trovano, o meglio si trovavano, abeti bianchi di oltre duecento anni di età, alti più di trenta metri, faggi dai tronchi imponenti ricoperti di muschio, aceri montani, tigli, frassini, castagni, oltre a conifere piantate circa sessanta anni fa per produrre legname di pregio. Questo polmone verde è importante anche per molte specie animali, tra cui il picchio nero, l’astore, il falco pecchiaiolo, il lupo e l’istrice. Ma questa foresta non sarà più come prima, e come lei molte altre foreste del Casentino, compresa quella famosissima del santuario de La Verna, luogo di culto di San Francesco. Infatti, ad inizio marzo, una perturbazione proveniente dal nord Europa ha investito tutta l’Italia e in particolare l’Italia centrale: le temperature si sono abbassate di dieci-dodici gradi in una giornata e tempeste di vento hanno spazzato, con raffiche fino a centocinquanta chilometri all’ora, le vallate e i pendii delle montagne. La foresta non ha retto. Nella sola riserva naturale di Vallombrosa si stima che siano andati distrutti tra i quindicimila e i ventimila alberi, molti dei quali secolari. La fauna e la flora ne sono state stravolte. Tutto ciò potrebbe anche essere considerato normale. Gli eventi catastrofici di portata eccezionale, come questo, si sono sempre verificati sul nostro pianeta; il problema è che ormai tali eventi si ripetono con una frequenza e una diffusione incredibili. La foresta di Vallombrosa aveva infatti subito la violenza di una tempesta “eccezionale” anche nel novembre del 2013, con ampi danni alle piante. Ora il paesaggio è in alcuni luoghi apocalittico: al posto degli alberi ci sono spianate di ettari di legno sfasciato, contorto e martoriato, senza più traccia di vita alcuna. Ovunque nel mondo questi fenomeni si centuplicano e, dalla foresta slovena (vedi articolo sul gelicidio http://www.ilcambiamento.it/clima/gelicidioslovenia.html ) alle praterie e ai fiumi del centro Europa, ai boschi italiani e spagnoli, nessuno è al riparo. Ogni mese si viene a sapere di eventi apocalittici come grandinate spaventose, venti da uragano, alluvioni, siccità devastanti, nevicate e gelate improvvise che si spingono fino a zone tropicali sterminando interamente la vegetazione e la fauna, non adattati a tali temperature. Questi danni rendono fragili gli ecosistemi; le piante, indebolite dagli stress climatici e dall’inquinamento, contraggono malattie che si espandono a macchia d’olio, i parassiti si moltiplicano e la catena alimentare si altera. Tutto questo avviene a causa nostra, non è un campanello d’allarme ma un campanone da cattedrale che rimbomba, ma noi ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti dicendo “qualcuno dovrebbe fare qualche cosa”, ma quel qualcuno siamo noi. Siamo noi la causa, con i nostri viaggi aerei (http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/aereo_disastro.html), con il nostro modo di mangiare, di spostarci, di riscaldarci, di divertirci, con le scelte più elementari e quotidiane che comportano “effetti collaterali” degni di una guerra USA.

Quante foreste dovremo veder distrutte prima di aprire gli occhi e rimboccarci le maniche?

Il destino dell’uomo altrimenti è segnato perché, se oggi sono le foreste a cadere, domani sarà la produzione agricola e, quando la produzione di cereali subirà i colpi del cambiamento climatico, le conseguenze colpiranno tutti noi con la violenza di un cazzotto.

Possiamo e dobbiamo inceppare il meccanismo; le soluzioni sono alla portata di tutti, basta che ce ne sia la volontà. Lo dobbiamo a noi stessi e agli alberi di Vallombrosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Nuovi pericoli per l’ozono

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Lo strato di ozono che circonda e protegge la Terra è più a rischio di quanto pensassimo. Stando a uno studio appena pubblicato su Nature Geoscience dai ricercatori della University of Leeds, infatti, diverse sostanze chimiche non incluse nelprotocollo di Montreal, il trattato siglato dalle Nazioni Unite per proteggere l’ozono, le cosiddette “very short-lived substances” (Vsls) stanno pericolosamente aumentando, mettendo a repentaglio la “buona salute” della nostra atmosfera. Ryan Hossaini, uno degli autori dello studio, della School of Earth and Environment di Leeds, racconta infatti che “le Vsls sono di origine sia industriale che naturale. La loro produzione industriale non è regolamentata dal protocollo di Montreal perché, storicamente, queste sostanze non hanno contribuito molto al danneggiamento dell’ozono. Tuttavia, oggi abbiamo osservato che una di esse sta crescendo più della norma. Se il trend dovesse continuare, lo strato di ozono correrebbe nuovamente un grande pericolo”. Nel loro studio, gli scienziati hanno usato un modello computerizzato dell’atmosfera per determinare l’impatto delle Vsls su ozono e clima, analizzando anche le serie storiche su emissioni e presenza delle sostanze sull’atmosfera, fornite dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) statunitense. I risultati hanno evidenziato un improvviso aumento del diclorometano, un Vsls di origine umana emesso in diversi processi industriali. “Dobbiamo continuare a monitorare la presenza atmosferica di questi gas e determinarne la sorgente”, spiega Martyn Chipperfield, un altro autore del lavoro. “Al momento, la ‘ricompattazione’ dello strato di ozono dopo la messa al bando dei Cfc [i famigerati clorofluorocarburi, nda] è ancora in atto, ma la presenza sempre maggiore di diclorometano rende la situazione molto più incerta”. Anche perché il diclorometano, stando all’analisi degli scienziati è almeno quattro volte più pericoloso dei clorofluorocarburi in termini di danneggiamento dello strato di ozono e influenza sul clima. Forse è arrivato il momento di aggiornare gli accordi internazionali.

Riferimenti: Nature Geoscience doi: 10.1038/ngeo2363

Credits immagine: liquidnight via Compfight cc

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Fonte: galileonet.it

Il picco delle trivelle negli USA: inizio della fine per il fracking?

Negli USA le trivelle hanno raggiunto il picco nell’ottobre del 2014 e sono gia’ calate del 18%. E’ l’effetto del basso prezzo del petrolio che sta mettendo fuori mercato il greggio sporco da fracking e le sabbie bituminose. Il prezzo basso del petrolio non rappresenta solo un beneficio per i consumatori, ma sta iniziando a fare scricchiolare l’impero del fracking negli USA, il risultato disastroso che viene paventato nel video qui sopra. Il tight oil non e’ solo dannoso per l’ambiente, ma anche assai piu’ costoso da estrarre: con costi che variano da 46 a 70 dollari al barile per lo shale oil per arrivare fino ai 90 delle tar sands canadesi. Poiche’ il prezzo oscilla attualmente tra i 45 e i 50 dollari, e’ evidente che il fracking sta finendo fuori mercato. I primi segni si vedono gia’ dalla presenza del picco delle trivelle (curva blu grafico in basso): secondo Baker Hughesil loro numero e’ calato quasi del 18%, passando dalle 1600 di ottobre alle 1300 di oggi. Il calo e’ stato ancora piu’ sensibile in North Dakota (-22%) dove e’ collocato il piu’ grande bacino di tight oil del Nordamerica. Per garantire un aumento di produzione del 71% (curva rossa) negli ultimi anni le trivelle attive sono cresciute dell’ 800%. Questo perche’ i pozzi di petrolio e gas non convenzionale si esauriscono molto in fretta per cui bisogna continuare a trivellare per fare crescere la produzione. La bolla del fracking non sarebbe comunque potuta continuare a lungo, ma la decisione dei paesi OPEC di non tagliare la produzione ne ha anticipato la fine. Il prezzo basso del petrolio non sta peraltro danneggiando l’industria delle rinnovabili che continua ad essere in pieno sviluppo. Colpisce invece l’ industria dei combustibili fossili piu’ sporchi, responsabili di danni ambientali ed effetto serra.Picco-trivelle-620x409

Fonte: ecoblog.it

PFTBA il gas serra 7 mila volte più potente della CO2 e prodotto per usi industriali

Un nuovo gas presente in atmosfera è stato appena scoperto: è il PFTBA ovvero perflurotributilamminagas-serra-594x350

Tracce di un gas serra noto come perflurotributilammina che si ritiene abbia un impatto potente sul riscaldamento globale sono state rilevate i atmosfera per la prima volta. I risultati sono stati esposti in uno studio on line dal 27 novembre sulla rivista Geophysical Research Letters redatto dai ricercatori dell’Università di Toronto. Il PFTBA è stato usato nelle apparecchiature elettriche dalla metà del 1900 e a oggi non ci sono politiche in atto per disciplinare l’uso in particolare nel contesto dei cambiamenti climatici. Non si trova in natura e viene prodotto per usi industriali. Gli scienziati hanno scoperto piccole quantità di una sostanza chimica industriale, nota come perflurotributilammina (PFTBA), nell’atmosfera e tracce di PFTBA sono stati valutate capaci di influenzare i cambiamenti climatici più dell’anidride carbonica (CO2), il gas più importante a effetto serra nell’atmosfera. Questa potenza viene misurata con l’efficienza radiativa che descrive come effettivamente una molecola rilasci una radiazione ad onda lunga nello spazio. Maggiore è l’efficienza radiativa, maggiore è l’influenza della molecola sul clima. Questo valore viene poi moltiplicato per la concentrazione atmosferica del gas a effetto serra per determinarne l’impatto sul clima globale. Il PFTBA è risultato avere il più alto potenziale di influenza sul clima più di tutti i prodotti chimici conosciuti fino ad oggi.

Ha detto la co-ricercatrice Angela Hong del Dipartimento di Chimica dell’Università di Toronto:

Calcolato su un arco di tempo di 100 anni, una singola molecola di PFTBA ha l’impatto climatico equivalente a 7.100 molecole di CO2. E’importante notare che la quantità di PFTBA nell’atmosfera è ancora in concentrazioni globali molto inferiori rispetto all’anidride carbonica.

Ha detto ancora Hong:

Non esistono modi noti per distruggere o rimuovere l’ PFTBA dall’atmosfera e la dura molto a lungo restando nell’atmosfera bassa anche per centinaia di anni.
Tuttavia non si conosce ancora molto sul gas PFTBA e sulle sue concentrazioni in atmosfera nel tempo. Le misurazioni dello studio si riferiscono ai dati raccolti tra il mese di novembre e dicembre 2012. L’invito ora è di proseguire nello studio e nelle misurazioni da parte di altri team di scienziati

Fonte: MNN

L’effetto serra: il fantasma del palcoscenico

Una presenza spesso impalpabile per i media, una quotidiana e catastrofica realtà per gli esseri viventi piccoli e grandi, per la vita intera.termometro_cambiamento_climatico

Pochi giorni fa, il 10 novembre, ho cucinato una padella di zucchine con relativi fiori. Le zucchine a novembre sono fuori stagione, noi non mangiamo verdure fuori stagione, ma quelle zucchine erano del nostro orto. Il nostro orto non è in Sicilia o in Marocco, è a cinquecento metri di altezza nella Toscana centro-settentrionale. Le zucchine alla fine di agosto avevano detto “basta” e cominciato a ingiallire e seccare. Poi, dopo un ottobre intero a venti gradi e oltre, hanno pensato di essersi sbagliate e hanno ricominciato a vegetare e dare frutti e fiori. Intanto, i boschi sono ancora verdi. Di un verde spento che vira al marrone spento. Le rose in giardino stanno fiorendo e così i tagete; in giardino sta anche crescendo una bella pianta di pomodoro, il cui seme sarà stato nel terriccio del composto con cui abbiamo concimato le piante. I cavoli invece sono attaccati inesorabilmente da lumache e chiocciole che, a novembre, non sono in letargo mentre dovrebbero, ma sono vispe e probabilmente si stanno riproducendo fuori stagione. L’altro giorno, mentre raccoglievamo le olive, ci siamo “beccati” una dose abbondante di punture di zanzare. A novembre. Non è un’annata eccezionale, è il normale, tragico andamento dell’effetto serra negli ultimi decenni. Nonostante ci siano “autorevoli” personaggi e famigerati scienziati che continuano a negarlo, con una faccia tosta degna di miglior causa. Lo negano anche di fronte ai risultati di ricerche rigorosissime, accuratissime, approfondite e decennali degli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

“Gli dei accecano coloro che vogliono perdere” (Pindaro).

Chi vive in campagna non ha bisogno di ricerche scientifiche a meno che non sia stato anche lui accecato, non dagli dèi, ma dal fragore cacofonico dei media ufficiali, impegnati a distogliere l’attenzione da qualsiasi riferimento ai disastri ambientali che vada al di là della macabra superficialità. L’evidenza quotidiana e stagionale glielo dimostra senza possibilità di dubbio. In trent’anni, nella zona del Chianti in cui vivo, sono scomparsi prima i peschi: gelate sempre più tardive, estati sempre più calde; poi gli albicocchi: a loro sono bastate le gelate sempre più tardive; infine i ciliegi: non sopportano calure e siccità estreme. I vecchi ricordano quando da bambini andavano a rubare le ciliegie primaticce in questo o quel podere particolarmente fornito di rigogliosi e generosi ciliegi primaticci. I pomodori degli orti, che un tempo qui da noi maturavano verso la fine di giugno, ora cominciamo a mangiarli in agosto, perché tutte le piantine messe a terra prima di maggio, sono destinate a soffrire e ammalarsi per temperature che, magari estive in marzo, si abbassano improvvisamente intorno ai dieci gradi in aprile, a maggio, e negli ultimi anni persino nella prima metà di giugno. Un clima in convulsioni che stermina gli impollinatori: la primavera scorsa tacevano tutti i loro ronzii, i fiori disertati sfiorivano tristemente senza allegare. Chi coltiva la terra e produce il cibo sa che ogni anno per lui e per le sue creature diventa più difficile. La vita delle piante, la vita degli insetti e degli animali selvatici è sempre più precaria, non della naturale precarietà di tutte le vite, ma della precarietà di una nave nella tempesta. La tempesta è un clima che sta diventando inadatto alla vita come si è sviluppata sul nostro pianeta in centinaia di migliaia di anni. L’11 novembre 2013 un vento di tramontana soffiava con raffiche a ottanta chilometri orari; un vento di tramontana “eccezionale”, dovuto alla “eccezionale” discesa della temperatura di circa dieci gradi in una notte. Squassava i cipressi come se volesse strapparli dalla terra, faceva cadere coppi dal nostro tetto e da quello dei vicini, strappava le foglie ancora verdi degli alberi nel frutteto e nel bosco. La strada che porta a casa nostra è ora coperta di un tappeto di foglie, come dovrebbe essere in autunno, peccato che le foglie (di quercia) siano verdi. Mentre un amico di Alzano Lombardo nello stesso giorno mi diceva al telefono che da loro, quattrocento chilometri più a nord, era una giornata primaverile da camicia e giacchetta. Quando ero bambina in Lombardia a novembre mettevamo il cappotto, dopo il soprabito in ottobre e la giacca sopra il golf in settembre. Eppure mi sembra di sentire come trapani nel cervello le voci dal tono sicuro e arrogante che dicono che questi eventi eccezionali ci sono sempre stati. Ma è vero! Il problema è che non sono più “eccezionali”! Sono ormai quotidiane eccezionali tempeste, eccezionali siccità, piogge eccezionali, freddi eccezionali, caldi eccezionali. Ma una società ormai in preda a un marasma non inferiore a quello climatico tenta ancora di negare l’innegabile. I Padroni del vapore pagano scienziati (una parte infima ormai) e organi di “informazione” (la gran parte ormai) per negare, mettere in dubbio, o semplicemente omettere, nascondere, confondere. Nelle Filippine un tifone apocalittico, come non se ne sono mai verificati prima, uccide decine di migliaia di persone, non si sa quante e probabilmente non lo sapremo mai, ma la notizia nel giro di due giorni viene spazzata sotto il tappeto: bisogna dimenticarla e, soprattutto, evitare di mettere in relazione questo “evento eccezionale” nella sua intensità (ossia ricorrente in quelle zone, ma a un altro livello di impeto però) con l’eccezionale riscaldamento del pianeta. Dobbiamo continuare a produrre, consumare, inquinare, distruggere, distruggerci.

Non dobbiamo allarmarci, riflettere, correre ai ripari: che ne sarebbe dell’economia, del PIL, dei profitti, del dominio?

Ma che ne sarà di loro, dei dominatori, dei loro figli e nipoti? I potenti e i loro servi hanno scoperto la formula magica per l’invulnerabilità e l’immortalità?

O sono semplicemente incapaci di comprendere?

Quelli che venivano chiamati “scemi di guerra”? Il risultato di una società aggressiva, feroce, competitiva, che seleziona ai suoi vertici i più psicologicamente disturbati?

Il guaio è però che al giorno d’oggi noi gente comune, noi che ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli e magari anche per il futuro del pianeta e di tutti i viventi, abbiamo contratto la malattia degli “scordoni”: non abbiamo più memoria, spirito d’osservazione, capacità critica. E questo grazie alla nostra (tossica) dipendenza dagli “organi d’informazione”. Se la televisione ci dice che piove, usciamo con l’ombrello anche se c’è il sole. Se televisione, radio, giornali ci bombardano con le manfrine sul debito pubblico e la necessità di “tagliare” (lo stato sociale, ovviamente, non le grandi opere), noi ci preoccupiamo del debito pubblico. I “media” sono ormai i nostri sacerdoti, la nostra religione, la nostra cultura, la nostra memoria; grazie a loro non siamo più in grado di vedere la vita, la realtà. E così tutti in coro ci dimentichiamo l’effetto serra e le sue devastazioni e, se a novembre a Milano ci sono venti gradi all’ombra, diciamo: “Che bella giornata!”. Mentre dovremmo correre a comprarci il manuale dell’autosufficienza, convincere quattro amici e creare di corsa una comune agricola biologica fondata sulla permacultura, con le pale eoliche per l’energia, e sbrigarci a imparare a tessere la lana e il lino e ad addestrare cavalli e asini per viaggiare e trasportare.

Ma come? Siamo matti? Qui si vuole tornare all’età della pietra? Al neolitico?

Niente paura. Le popolazioni più longeve del pianeta sono popolazioni di agricoltori e piccoli allevatori che vivono in luoghi rimasti fuori dal gran flusso del “Progresso”; che vivono in maniera poco diversa da come vivevano i loro antenati nel neolitico, in genere immuni alle cause legali, agli assassinii, al ridurre i propri simili in schiavitù. Sono popolazioni arretratamente felici.

«Un po’ di pazzia a primavera

è opportuna anche per un re,

ma Dio protegga il folle

che pondera su questo portentoso spettacolo

sull’intero esperimento verde

come se fosse roba sua».

Emily Dickinson

Fonte: il cambiamento