La Scuola nel Bosco nata dal sogno di due mamme

Contatto con la natura, gioco libero e sperimentazione. Dal sogno condiviso di due mamme è nata a Pianoro, sulle colline bolognesi, una Scuola nel Bosco per bambini da 3 ai 6 anni: un’altra esperienza che testimonia l’interesse crescente verso modelli educativi alternativi alla scuola tradizionale.  “Ogni volta che i nostri piccoli esploratori camminano nel bosco aprono una strada che altri in futuro potranno tornare a percorrere seguendo le loro orme: i loro passi sono piccoli semi di un mondo autentico, fatto prima di tutto di sperimentazione”. Abbiamo intervistato Maddalena Scalabrin e Erica Vignolo, fondatrici della Scuola nel Bosco di Pianoro, progetto della Cooperativa Sociale Canale Scuola, agenzia di formazione accreditata MIUR, che ha creato una rete di scuole nel bosco per promuovere attività continuative per bambini nella natura.pianoro

Puoi raccontarci brevemente come, quando e per iniziativa di chi è nata la Scuola nel Bosco di Pianoro?
Tutto è nato da un sogno condiviso da due mamme, in cerca di un modello di insegnamento che permettesse ai bambini di stare all’aria aperta a contatto con la natura, in una dimensione che rispettasse i loro tempi. Vivendo circondate da meravigliosi posti naturali sulle prime colline bolognesi abbiamo provato, ormai più di un anno fa, a capire come poter aprire una realtà che avevamo visto funzionare molto bene all’estero, cioè la Scuola nel bosco. L’impegno, la costanza e la determinazione per vederlo concretizzarsi sono stati enormi, ma la soddisfazione, adesso che siamo finalmente attivi, è indescrivibile.

Vi rifate ai principi della outdoor education?

Certo, anche. Le scuole nel bosco condividono il fondamento che il contatto con la natura sia necessario per una crescita sana e equilibrata, che il bosco sia semplicemente l’habitat naturale dei nostri bambini, il luogo dove da millenni imparano a relazionarsi con il mondo, con la vita, con gli altri. Non si tratta quindi solo di educazione all’aperto, ma di stare sempre fuori, ogni mattina, tutto l’anno. La pioggia, la nebbia, il buio, il sole, modificano e arricchiscono la nostra esperienza del mondo, le nostre percezioni, il nostro sentire. Come si modificano i colori, i materiali, i suoni nelle stagioni e con diversi tempi atmosferici? Uscire solo con il sole è come rinunciare a conoscere il nostro mondo nella sua varietà e ricchezza, è vedere solo un lato delle cose e rimanere ciechi a tutto il resto.pianoro-3

Quali sono le motivazioni che spingono i genitori a mandare i propri figli da voi?

Diverse, le più varie. Il bisogno di uscire dai rigidi schemi della scuola tradizionale, l’interesse di crescerli a contatto con la natura in modo che imparino ad amarla e quindi ad averne rispetto da subito, la volontà di lasciarli esprimere liberamente, con i propri tempi. Un principio che tutti i genitori apprezzano della scuola nel bosco è la sua schiettezza: quest’esperienza è reale al 100%, non guardiamo albi illustrati con gli alberi spogli che ci raccontano cos’è l’autunno; noi annusiamo le foglie bagnate dalla brina la mattina e ci chiediamo cosa succedere loro quando diventano tutt’uno con la terra; noi cadiamo, imparando a rialzarci, esattamente come poi succede nella vita; noi sperimentiamo il rischio e ci carichiamo di autostima ogni giorno. Molti non conoscevano questo modello finché non si sono imbattuti in noi ed ora sono dei sostenitori importanti dell’educazione in natura, con qualsiasi tempo atmosferico, perché vivendolo in prima linea ne hanno subito colto il valore.

Sfatiamo il classico luogo comune: quando arriva freddo i bambini vanno tenuti al chiuso per prevenire malattie e malanni stagionali?

Volentieri!! La realtà, ormai assolutamente condivisa da ogni medico e pediatra, è esattamente il contrario. Al freddo i germi non prolificano, fuori i bambini non si trasmettono virus quindi e il sistema immunitario si fortifica, perché perennemente stimolato (anche dai cambiamenti di clima). Le statistiche dicono che i bambini che frequentano le scuole nel bosco si ammalano una sola volta l’anno, e probabilmente si tratta solo un accumulo di stanchezza, perché spesso si risolve in una febbre di una notte.pianoro-2

Puoi raccontarci un episodio capitato durante le “lezioni” che secondo te rappresenta bene la filosofia dell’educazione a contatto con la natura?

Pioveva tanto. I bambini erano perfettamente vestiti da pioggia con tutine impermeabile tecniche che permettevano loro di correre, scivolare e godere della pioggia che arrivava dal cielo e dell’acqua delle pozzanghere. L., 3 anni e mezzo, in totale autonomia, inventa un gioco particolare: si mette a “lottare”, “tirare pugni” a un rigolo di acqua che scendeva da un lato del telone impermeabile. L’acqua gli arrivava dappertutto e lui urlava: “fatti sotto maestro pioggia”, “non vincerai tu!”, “come fai a sapere dove sono?”, ”ahi” e fingeva di subire colpi dalle gocce. Oltre al divertimento che gli dava questo gioco, all’esercizio fisico che faceva saltellando qua e là, e al grande stimolo di fantasia che da questo nasceva, l’attività ha dato uno spunto a L. e ai bambini che si sono uniti a lui: hanno inventato un modo per deviare l’acqua accumulata verso un unico punto, per raccoglierla. E da lì l’idea di usarla quando non pioveva più per lavarsi le mani o bagnare le piante… un insieme di considerazioni e attività che in un’aula non sarebbero mai potute essere così complete, spontanee e ricche di spunti. Tantissimi poi sono gli episodi in cui i bambini meno abituati a scalare e arrampicarsi, piano piano hanno accumulato esperienza e con una carica di autostima difficilmente replicabile in altri modi, hanno trovato dei modi incredibili per raggiungere le vette. Sono dei bambini felici, liberi, che, in solo 3 mesi si può dire si siano trasformati in un piccolo branco: unito, collaborativo e consapevole di quello che succede attorno a loro. Nel bosco forse non possono imparare tutto, ma imparano le cose fondamentali: a muoversi, ad ascoltare (e a vedere, a toccare, a sentire), ad affrontare gli imprevisti, ad aiutarsi. Imparano la complessità delle relazioni che legano tutti gli esseri viventi sul pianeta, imparano la dimensione del passare e ritornare del tempo, e del cambiamento che condiziona tutta la nostra pianoro-5

Avete qualche iniziativa in progetto per il prossimo futuro?

Molti! Vorremmo aprire la possibilità ai bambini che frequentano materne tradizionali di unirsi a noi il pomeriggio (ad iniziare da primavera 2018), faremo presto dei sabati nel bosco con le famiglie ma soprattutto adesso stiamo portando avanti con urgenza una raccolta fondi. Infatti, la nostra tenda è stata distrutta dall’ultima improvvisa e abbondante nevicata e vorremmo, insieme all’aiuto di tutti, fornirci di un TIPì, la tipica tenda indiana, nella quale potremmo scaldarci, conservare al meglio i materiali (soprattutto i nostri preziosi libri e cambi di vestiario), condividere parole e fantastiche esperienze. Chiediamo un contributo, anche minimo perché importante, a chiunque creda che sia un diritto di ogni bambino godere della natura e delle possibilità che, quotidianamente, possono trovare in essa.
Grazie, dai bimbi e le dade del bosco! “Mitakuye Oyasin”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/scuola-nel-bosco-sogno-di-due-mamme/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La campagna educazione è stata un successo!

La campagna “La scuola cambia, cambia la tua scuola” è appena terminata con risultati davvero incoraggianti. Centinaia di persone in tutta Italia si sono attivate per cambiare la propria scuola e formarsi sull’educazione all’aria aperta. In questo articolo presentiamo i risultati della campagna e vi diamo un indizio sulla prossima. Curiosi?

Sì è appena conclusa la nostra campagna La scuola cambia, cambia la tua scuola con risultati davvero incoraggianti.

 

162 persone iscritte ai corsi per avviare una SCUOLA ALL’APERTO nel proprio territorio
46 città coinvolte
6 corsi pronti a partire
10 corsi in attivazionemappa1

La campagna era incentrata sui modelli educativi alternativi: per due mesi (da metà marzo a metà maggio) abbiamo chiesto alle persone di informarsi leggendo i nostri articoli ed attivarsi per cambiare la scuola.

L’azione principale proposta è stata quella di formarsi per creare una scuola all’aria aperta. Abbiamo proposto anche un corso specifico, organizzato dai nostri amici dell’Associazione Manes (Asilo del Mare, Scuola nel bosco) con una formula particolare: si chiedeva alle persone interessate di compilare un form in cui si indicava la città in cui si voleva frequentare il corso dopodiché il corso partiva laddove si raggiungeva la soglia minima di 10 iscritti.

Qua puoi consultare la mappa con la geolocalizzazione di tutti i partecipanti.

Adesso la campagna è conclusa, ma rimane la possibilità di iscriversi ai corsi organizzati dall’associazione Manes attraverso la nostra pagina dedicata.

Si tratta di un buon risultato, in linea con quello che ci aspettavamo, che probabilmente porterà all’apertura di nuove scuole all’aperto in tutta Italia.

Se questa campagna ti è piaciuta resta in ascolto, fra pochissimo uscirà la prossima. Ti diamo un indizio: si tratta di un’attività estremamente piacevole. Sei curioso? Allora continua a seguirci…

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/campagna-educazione-successo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La via del perdono

Il perdono è da sempre oggetto di studio, discussione e approfondimento per religiosi, mistici o maestri spirituali. Siamo abituati a considerarlo quasi esclusivamente in questo ambito, per educazione, cultura o abitudine. C’è chi però lo considera uno strumento potentissimo a disposizione di ognuno di noi in un’ottica assolutamente laica.daniel lumiera

Perdonare, inoltre, come un atto di forza interiore e non di debolezza come siamo, talvolta, portati a credere. Tuttavia, da una parte confondiamo il perdono con la giustificazione di qualunque male ci venga fatto o con uno sforzo teso a dimenticare ciò che crediamo essere all’origine del nostro dolore più profondo e, dall’altra, siamo convinti che si nasca naturalmente portati al processo di perdono o, al contrario, non abbastanza “grandi” per riuscire a realizzarlo. In realtà, si può imparare a perdonare attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza centrato su ciò che profondamente sentiamo. Le ripercussioni positive sembrano ricadere non soltanto sul nostro benessere psicologico ma anche sulla nostra salute fisica, sulla nostra capacità di sviluppare rapporti migliori e meno conflittuali, di riuscire a cambiare prospettiva e a trasformare i nostri problemi in risorse. Chi perdona, in sostanza, riesce ad entrare più profondamente in relazione con se stesso, con gli altri e con il pianeta, facendosi portatore e garante di un nuovo modello basato su una cultura di pace, di risoluzione non violenta dei conflitti e di equilibrio tra uomo e natura.

Ne parliamo con Daniel Lumera, fondatore e presidente della International School of Forgiveness, progetto nato nel 2013 dalla Fondazione My Life Design.

Quando sentiamo parlare di perdono, colleghiamo questa parola alla religione. Lei che cosa intende?

Quando ho iniziato a divulgare questo tema sapevo che sarei andato incontro a pregiudizi e ad un uso del termine che lo lega alla religione. Prima di spiegare cos’è, è meglio chiarire cosa non è. La maggior parte delle persone considera il perdono come un atto di debolezza. Non significa affatto, invece, giustificare l’altro permettendogli di continuare a farci del male. Perdonare significa agire liberi dall’odio e dal risentimento, dalla frustrazione e dalla rabbia. Una volta che ci si è liberati da tutte queste cose attraverso un percorso di consapevolezza interiore, l’azione non sarà frutto di impulsi inconsapevoli e pesanti ma, al contrario, frutto di chiarezza, centratura,  intento formativo e non distruttivo. Siamo abituati a vedere il perdono sotto la lente della religione cattolica e a considerarlo ciò che non è.

Perdonare significa non reagire se ci fanno del male?

Assolutamente no. Non è essere “buoni”. Amare non è qualcosa che è legato a una sorta di buonismo. Amare è qualcosa di sostanziale e rivoluzionario.

Perdonare significa fare un percorso di empatia nei confronti di chi ci ha ferito? Capire il suo punto di vista?

No, non si deve partire da lì. La maggior parte delle persone ha difficoltà a capire di che si tratta. Si deve partire da ciò che si sente profondamente.

Perdonare significa dimenticare o condonare?

No, anzi. Significa aver risolto, integrato, risolto il passato liberandolo dai contenuti di sofferenza e poi vuol dire tenerlo a mente come insegnamento e bussola per orientarsi nel presente. Perdonare, a parte l’etimologia che significa donare per eccellenza, significa avere la capacità di trasformare tutto in un dono: dal dolore più grande all’amore più grande. Quando noi ci attacchiamo a un dolore soffriamo. Soffriamo anche per amore, però. Il perdono, al di là di ciò che succede nella nostra vita, ci permette di liberarci della sofferenza e di trasformare ciò che è avvenuto, in un dono.

Lei dice che perdonare “conviene”. Quali sono i vantaggi?

Ci sono moltissimi vantaggi nel perdonare. Anche sulla propria salute fisica. Noi consideriamo il perdono come un’abilità di vita necessaria perché la scienza ha dimostrato ampiamente che chi sviluppa questa abilità è un individuo che vive più a lungo, si ammala di meno, è una persona selettivamente più adatta alla continuazione della specie, ha rapporti meno conflittuali e riesce a gestire i conflitti in modo più efficace. Chi perdona ha una qualità di vita migliore e relazioni più consapevoli e felici.  Il perdono, inoltre, sviluppa importanti abilità sociali come l’empatia, la capacità di cambiare prospettiva e di trasformare i problemi in risorse. Noi lo applichiamo nelle scuole, nelle carceri, nei conflitti tra etnie e religioni.

Non si rischia con questo processo di reprimere la rabbia o il risentimento con conseguenze negative per la nostra salute e il nostro equilibrio?

E’ molto importante capire cosa abbiamo dentro. E’ necessario esserne consapevoli ed esprimere la rabbia che sentiamo per comprenderla. Ci sono quattro fasi importanti che si percorrono in questo processo. La prima è proprio l’accusa dell’altro. E’ necessario tirare fuori tutta la rabbia che sentiamo per poi poterla comprendere. La rabbia è, in realtà, una richiesta d’amore e fa molto male. A perdonare si arriva dopo che c’è stata una rivoluzione dentro di noi. Ammettere e saper accogliere la propria rabbia è fondamentale e, se questa viene trattenuta e repressa, può essere la peggiore nemica della nostra salute. Ci si può arrabbiare nella maniera corretta e questo può diventare un modo per guarire. Ci sono persone che scelgono nella loro vita di non odiare. Abbiamo esempi come Nelson Mandela o Gandhi che hanno fatto questa scelta, per esempio.

Perché è così difficile perdonare?

Non siamo mai stati educati a farlo. Siamo abituati a guardarlo sotto la lente della religione cattolica, almeno in Italia. Dobbiamo, invece, partire da ciò che sentiamo e non è così difficile come sembra. Non succede proprio perché le persone credono che sia una cosa difficile. Siamo legati a moltissimi pregiudizi sull’amore, sul perdono e sul dolore che abbiamo difficoltà anche a sentirci. Il dolore è amore trattenuto. Immagina di sentire amore per una persona ma tu non lo manifesti. Oppure verso una persona che ti ha fatto del male, lo interrompi ma c’è. Quel movimento che non avviene e che ristagna crea sofferenza. Non comprendiamo un atto semplice ma dobbiamo lavorare su un’educazione al contrario: prima dobbiamo guardare al nostro interno e a ciò che sentiamo. Noi proiettiamo la nostra vita all’esterno e la facciamo dipendere da fattori esterni a noi. Sto parlando di un processo contrario: prima lavoro su ciò che sento dentro di me.

Lei dice che è necessario prima liberarsi dall’odio, dal dolore, dal risentimento. Come si riesce davvero a liberarsi da certi dolori che ci sembrano profondissimi e senza fine?

Partiamo da un presupposto che sembra anche provocatorio, e forse brutale detto così, di una persona che non si libera dal dolore di una relazione. Spesso si rimane attaccati a quel dolore perché non vogliamo staccarci da quel lutto. Nel momento, però, in cui lo accogliamo smettiamo di attaccarci. Il dolore è presente nella nostra vita perché ci rimaniamo attaccati. E’ un po’ come meditare. Quando le persone meditano e cercano di scacciare i pensieri, non ci riescono e i pensieri diventano ancora più affollati e attaccati. Nel momento in cui li si accoglie, invece, li si lascia andare molto più facilmente. Parlo di un’esperienza ultradecennale in cui mi sono occupato di questi temi anche nell’accompagnamento al morente e non soltanto nelle relazioni di coppia. Ho visto gente morente che si è liberata dalla sofferenza e posso affermare che se il dolore continua ad essere presente nella nostra vita è perché noi lo stiamo rifiutando. Rifiutarlo e non accoglierlo, non elaborarlo e integrarlo, conferisce ad esso potere e permette alla sofferenza di continuare a stare con noi.

Viene quasi da pensare che a molti di noi soffrire, in fondo, piaccia. E’ possibile considerare la sofferenza come rassicurante? E’ possibile pensare che rimanere in una condizione di dolore abbia dei vantaggi?

Diciamo che non abbiamo capito come funziona il meccanismo. Ad alcune persone piace sicuramente essere vittime, soffrire, restare in una condizione in cui possano lamentarsi, in cui possano giustificare il senso di fallimento che hanno. Queste dinamiche, tuttavia, sono spesso inconsapevoli. Molte persone si attaccano alla sofferenza per senso di colpa o perché si sentono inadeguate. Non soffrono tanto perché si attaccano a ciò che succede. Noi non soffriamo per l’altro ma per ciò che l’altro rappresenta. Se l’altro rappresenta la nostra inadeguatezza, soffriamo perché ci sentiamo inadeguati e dipendenti. Perché sentiamo un vuoto che non sappiamo come gestire. Invece di crescere rimaniamo attaccati all’idea che abbiamo bisogno degli altri per stare bene. Gli altri diventano una medicina del nostro male di vivere piuttosto che un’espressione libera e felice di consapevolezza. Il perdono porta alla creazione di relazioni consapevoli, felici e soprattutto non dipendenti.

Prima ci si libera dal dolore, quindi, e poi si intraprende la via del perdono o è il contrario, e proprio attraverso il perdono possiamo liberarci della sofferenza?

Il perdono per come lo concepiamo alla International School of Forgiveness, è il percorso stesso, fatto di tappe, che ti permette di liberarti della sofferenza e di riacquisire la libertà e il potere sulla tua vita.

Sembra facile a dirsi.  Perché è difficile acquistare la libertà dalla sofferenza? Perché ci si innervosisce quando ci si sente dire che se soffriamo dipende da noi?

Perché le persone spesso non vogliono essere responsabili della propria vita e preferiscono pensare che sia un’altra persona a rovinargliela. Si tratta di assumersi una responsabilità, quella di poter essere noi a cambiare la nostra vita. Il perdono è un percorso di responsabilità. Non è un approccio mentale. Non porto le persone a ragionare. Ci sono dei protocolli studiati e testati in oltre 11 anni di esperienza, che hanno efficacia e che forniscono delle chiavi fisiche, mentali ed emozionali, spirituali. Molte persone non vogliono essere responsabili e si arrabbiano di fronte a questa verità.

Come opera esattamente?

Accompagniamo la persona con tecniche molto efficaci che fanno toccare con mano il fatto che l’origine della condizione in cui ci troviamo è dentro noi stessi. Questa è una cosa scomoda perché se stai male non puoi più dare la colpa a qualcuno esterno a te. Sull’altro piatto della bilancia c’è la vita, la consapevolezza e la libertà. Esistono test psicometrici che mostrano cosa avviene dentro le persone quando ci si libera dalla sofferenza.

E’ una cosa così assurda  pensare che si possa essere felici  solo con una persona o solo vivendo in una determinata situazione? Avendola persa pensiamo di non recuperare più il  benessere e la serenità. Non potrebbe essere così effettivamente in alcuni casi?

Secondo la mia esperienza noi siamo spaventati dalla nostra indipendenza e dalla nostra libertà. E’ vero che con certe persone possiamo sentirci molto bene ma come esseri umani possiamo capire che le relazioni non sono necessarie per il nostro completamento ma espressione della nostra completezza. Questo è molto più soddisfacente ma non abbiamo mai ricevuto un’educazione in tal senso e siamo abituati a pensare di dover cercare un completamento in un’altra persona. Ho conosciuto molta gente unita al punto che in alcune coppie quando muore uno dei due, muore anche l’altro a poca distanza di tempo. Questa è una scelta però. Quella della dipendenza.

La letteratura, la musica, la nostra cultura in generale ci hanno sempre proposto e ci propongono questi modelli. Come fare allora ad affrancarsene?

Si pensa che l’amore sia legato necessariamente al dolore, allo struggimento, alla mancanza, alla sofferenza. Quello non è amore ma innamoramento che è uno stato di alterazione della nostra coscienza. Proietto su un’altra persona le mie necessità e i miei desideri. Poi, passato l’innamoramento, magari ci arrabbiamo con il partner perché ha deluso le nostre aspettative. Quello è un surrogato dell’amore. Molto bello ma molto lontano dal modello che proponiamo noi. Non significa non innamorarsi ma farlo consapevolmente.

Che cos’è l’economia del perdono e qual è il suo obiettivo?

E’ necessario pensare a nuovi paradigmi di benessere e di sviluppo, fondati su una diversa concezione della scienza e della vita nella sua globalità, che si sviluppi su un nuovo senso di identità e consapevolezza di chi siamo e del nostro ruolo sul pianeta trasformandoci da sfruttatori a garanti della salvaguardia di ogni forma di vita. L’economia del perdono lavora per la manifestazione di un essere umano cosciente, capace di creare la propria realtà in maniera armonica ed allineata con le reali esigenze profonde di sopravvivenza e di felicità, di offrire il proprio agli altri e alla società, coscientemente interconnesso con le altre forme di vita, cosciente di essere uno con la vita stessa, capace di comprendere l’importanza del benessere collettivo come il proprio, garante dell’equilibrio del mondo naturale e delle risorse del pianeta. Un essere umano, insomma, consapevole che per cambiare il mondo deve iniziare da se stesso.

Lei ha fondato la International School of Forgiveness, un progetto formativo durante il quale si impara il perdono. Può spiegarci come funziona esattamente?

Il corpo dei docenti è formato da medici, psicologi clinici, sociologi e persone che hanno grande esperienza in materia. E’ formata da percorsi di presa di coscienza di cosa il perdono sia in senso laico. Al percorso formativo partecipano casalinghe così come religiosi, medici, o persone che fanno altre professioni. Partecipano tutte le persone che sentono questa necessità. Ci sono persone che poi decidono di prendere un master e cioè professionalizzarsi. C’è un corso base in cui si presenta il metodo e lo si fa sperimentare agli allievi.

Quanto dura il corso base?

Può durare 4 o 6 ore. Durante il corso base ci si fa un’idea e se può piacerci o no. In quel caso c’è un corso di approfondimento di quattro fine settimana con corsi di specializzazione che toccano quattro argomenti: il perdono nelle relazioni, il perdono nei processi di malattia e guarigione su vari livelli e non solo fisico, un incontro dedicato all’albero genealogico e, infine, uno relativo alla nascita e alla morte, imparare a perdonare i vissuti carichi di sofferenza. Chi se la sente può frequentare il master che dura un anno durante il quale impara il metodo e ad applicarlo. Vi sono tutor che aiutano ad individuare il proprio percorso.

Avete portato questo progetto formativo anche all’esterno. Dove e a chi?

Portiamo avanti progetti molto interessanti, alcuni sono patrocinati dal governo italiano. Negli ultimi mesi i dialoghi del perdono sono stati portati con corsi di formazione annuali all’interno delle carceri e delle scuole in modo completamente gratuito. Ci sono progetti che finanziamo direttamente.

Tutto si può perdonare?

Secondo me tutto si può perdonare. Me ne sono reso conto soprattutto nelle carceri. Una volta, in un carcere, una ragazza che aveva subito abusi da bambina si è trovata davanti a persone detenute proprio per pedofilia. Lei è riuscita a perdonare.

C’è qualcuno che non la perdona per quello che sta facendo?

Le persone che più mi hanno attaccato e insultato sono alcuni cattolici integralisti. Le rigidità esistono anche nella cultura cristiana. L’esaltazione è comunque una costante dovuta alla rigidità e non alla religione in sé.

Nel nostro processo di perdono, che ruolo ha, se ce l’ha, la persona che viene perdonata? E’ coinvolta in qualche modo o il nostro percorso è del tutto indipendente?

Dal nostro punto di vista è del tutto indipendente. Alla fine c’è una scelta che è quella di completare la riparazione di ciò che è successo anche all’esterno. Si fa, però, da una condizione completamente differente e, cioè, liberi da dolore, colpa e sofferenza. La riconciliazione, prima di tutto, deve avvenire dentro. Se avviene fuori deve essere una libera scelta. Non può essere che un atto esterno condizioni l’andamento della nostra vita. Così si dà un potere enorme all’altro. Per qualcuno, però, quella condizione, cioè la richiesta di essere perdonati da parte di chi ci ha fatto del male, diventa essenziale per attivare il processo di perdono. Può essere senz’altro importante ma liberarsi dall’esigenza che qualcuno faccia qualcosa per farci stare bene può essere una meccanica che non ci permette di liberarci.

Che cos’è la dieta del perdono?

Si tratta di una pratica che serve per farci capire, toccare con mano e sperimentare che noi abbiamo una dieta emozionale e mentale costituita da una gamma di alimenti emozionali che influenzano la salute del nostro corpo. Le emozioni sono alimenti e dobbiamo scegliere tra alimenti nutritivi e riequilibranti e alimenti malsani. La dieta del perdono ci sposta da una dieta emozionale basata su alimenti come rancore, paura, impotenza, rabbia, desiderio di vendetta, odio a una dieta basata su alimenti come gratitudine, consapevolezza, simpatia, gioia, liberazione, amore, leggerezza. Ogni giorno dovremmo chiederci quante di queste emozioni proviamo quotidianamente. Il perdono è una sorta di integratore che ci porta pian piano a nutrirci di esperienze costruttive e rigenerative.

Qual è al momento il feedback delle persone che intraprendono il processo di perdono secondo le sue indicazioni?

Al momento ho feedback positivi ma questo non significa che in poche ore si possa giungere a perdonare. Si inizia però ad applicare il principio secondo il quale siamo responsabili della nostra vita. Tutte le persone che frequentano i nostri corsi riescono, comunque, a entrare nel processo.

Ogni giorno leggiamo articoli o vediamo coach, guru e maestri che ci propongono la ricetta per la felicità. Lei dice che il perdono è una delle strade per arrivarci. Non è una parola troppo abusata? Che cosa significa, secondo lei, essere felici?

Siamo abituati a considerare la felicità come dipendente da quello che abbiamo o che non abbiamo. Oppure da ciò che possiamo o non possiamo fare. Noi parliamo di una felicità che dipenda dalla consapevolezza di esistere. Se davvero siamo consapevoli di esistere pienamente, questo crea in noi una dimensione naturale di felicità. Non siamo affatto educati alla felicità, siamo educati al fatto che qualcuno possa vendercela dall’esterno. Esistono veri e propri corsi che la vendono, che ci insegnano come fare denaro, per esempio. L’obiettivo è essere felici. C’è un altissimo livello di manipolazione intorno a noi che ci insegna come avere o fare per poter essere felici ma si tratta di una felicità condizionata, effimera e transitoria e non è quello che vorrei trasmettere. Quello che trasmetto è che l’esperienza della felicità autentica si manifesta quando noi diventiamo svegli e consapevoli dell’esistere e presenti nella vita. Non possiamo, da quella consapevolezza, che essere felici perché siamo immersi nel miracolo della vita che diamo per scontato. Non siamo preparati a questo tipo di messaggio.

Qual è la reazione dei detenuti quando proponete la Via del Perdono?

A volte i detenuti ci insultano, a volte sono arrabbiati perché sentono che la loro vita è finita. Si vive in condizioni di estrema sofferenza ma spesso c’è anche accoglienza e fame di esperienza in questo senso. Qualcuno entra in un percorso interno e trasforma la sua cella in un luogo di scoperta di se stessi e meditazione. Questa può essere una strada

Il perdono e i bambini. Come reagiscono quando lei li incontra nelle scuole?

Con i bambini è più semplice. Capiscono subito tutto ed entrano immediatamente in una connessione di perdono. Sono empatici, capiscono la compassione.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Una famiglia alla ricerca di una scuola diversa

È possibile vivere e imparare al di fuori dei consueti stili di vita e schemi scolastici tradizionali? È quanto hanno deciso di indagare Lucio Basadonne e Anna Pollio, genitori di Gaia e registi dei documentari Unlearning e Figli della Libertà. Ecco la storia di una famiglia che ha deciso di cambiare le proprie abitudini e la propria vita per documentare la trasformazione e la ricchezza di vedute nel mondo dell’istruzione.  “La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno ne raccoglie un frammento e sostiene che lì è racchiusa tutta la verità”. Teniamo a mente questa frase, nella storia di oggi ci tornerà utile per capire cosa stiamo leggendo.

Lucio Basadonne e Anna Pollio sono una coppia, nella vita e nel lavoro (entrambi si occupano di documentaristica). Hanno una figlia che si chiama Gaia e che con loro condivide un’attitudine importante: non smettere mai di interrogarsi e continuare a farsi delle domande. Nei bambini sembra normale, negli adulti un po’ meno, ma è con questo spirito che questa famiglia da tempo si interroga su alcuni aspetti importanti del vivere: quella che ci circonda è davvero l’unica realtà possibile? Esistono altri stili di vita, altri metodi di apprendimento che potremmo almeno tentare di conoscere per non delegare sempre tutto a qualcun altro?

Qualche anno fa Gaia disegnò un pollo che aveva quattro zampe. Questo disegno è stata la scintilla per Lucio e Anna per partire insieme a Gaia per (passateci il gioco di parole) “imparare a disimparare”: un viaggio di sei mesi alla scoperta di tutte quelle famiglie che hanno deciso di cambiare le proprie abitudini e il proprio stile di vita attraverso ecovillaggi, comunità e famiglie itineranti.Tutto questo è raccontato in “Unlearning”, il primo documentario del trio.

Il tema a stretto contatto su come impostare la propria vita all’interno del proprio nucleo familiare è anche quello dell’educazione. Poteva una famiglia nata con l’intento di curiosare, domandare, scoprire e uscire dalla “zona di comfort” non approfondire questo tipo di argomento?

“Figli della Libertà” è il secondo lavoro di Lucio, Anna e Gaia e affronta il (delicato) tema dell’istruzione, sempre da un punto di vista di una famiglia che, tra molti dubbi, ha la sola certezza di dover esplorare il più possibile per scoprire una strada che volutamente non sarà mai del tutto definitiva: “Uno immagina la scuola con la maestra, la lavagna, i banchi, il quaderno, i compiti. Noi ci siamo trovati a vivere un’idea di scuola completamente diversa e abbiamo deciso di raccontarla” ci racconta Lucio Basadonne “ed ovviamente una scuola diversa ti mette molti dubbi, perché quando sei fuori da quella che è una strada ordinaria i dubbi aumentano.  Ecco perché è anche un racconto fatto di domande”.13423772_1146096155450958_3395146445794716498_n

Il film, nello specifico, è la storia di una bambina (Gaia) che chiede di non andare più a scuola e il viaggio dei genitori nel cercare di esaudire questo desiderio cercando la migliore strada educativa e istruttiva possibile per la propria figlia, in base all’articolo 30 della Costituzione italiana che chiarisce come sia l’istruzione ad essere obbligatoria e non la scuola. La scelta della famiglia si chiama “Officina del Crescere”, una scuola familiare e una comunità educante con sede a Genova e che Gaia frequenta. Da questo punto di partenza, sempre all’insegna della curiosità nei confronti di modelli educativi alternativi alla classica scuola, il viaggio dei tre si dipana tra la scoperta di esperienze di homeschooling e quella di realtà scolastiche particolari come l’inglese Summerhill (uno dei più significativi esperimenti di pedagogia libertaria), così come nell’incontro con persone che hanno sia intrapreso un percorso educativo differente che con personalità come Silvano Agosti, Daniele Novara e Paolo Mottana per citarne alcuni,impegnati da anni in importanti riflessioni sul mondo del lavoro e della scuola in particolare.12301563_1025618744165367_2950275522330764565_n

Immagine tratta dal documentario “Unlearning”

“L’esperienza più grande che ci è arrivata dal nostro percorso di vita, di scoperta e di lavoro è scoprire verità diverse dalla tua” ci spiega Lucio “entrare come essere umano e come documentarista in sintonia con queste storie e capire le motivazioni di chi ne è protagonista o attore. Io non ero affatto a conoscenza dell’homeschooling, a dir la verità pensavo a quanto fosse lontana questa esperienza dal mio immaginario, mentre invece dopo due anni lo sto sperimentando personalmente”.

Tutto il percorso legato al cambiamento di Lucio, Anna e gaia ci riporta così all’inizio del nostro pezzo: “L’aspetto principale del nostro percorso è assimilabile ad uno specchio caduto: ogni frammento è parte della verità, in questo momento crediamo che abbandonare le proprie certezze sia fondamentale.” Per cambiare vita e scoprire una nuova scuola, Lucio, Anna e Gaia hanno fatto così.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/05/io-faccio-cosi-166-famiglia-ricerca-scuola-diversa/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Montessori in pratica: una scuola basata sulla libertà di scelta

L’Associazione Montessori in Pratica è un gruppo di insegnanti, educatrici, psicologhe e genitori legate dal metodo Montessori e dall’interesse per l’infanzia. L’Associazione ha fondato e gestisce la scuola primaria montessoriana e parentale di Almese dove abbiamo incontrato Francesca D’Achille, maestra e responsabile della scuola, che ci ha raccontato il significato di questa esperienza di scuola sia montessoriana che parentale. Ad Almese, in Val di Susa, si gode di una vista mozzafiato. Incontro Francesca in una delle sedi di MontessorinPratica, un’associazione nata 7 anni fa. Nel mentre i genitori vengono a recuperare i propri figli, anche se mi sorprende vedere tanti bambini che, nonostante siano le cinque del pomeriggio e fossero lì dalla prima mattina, sembra proprio non vogliano uscire dalla stanza.

Francesca, dopo averci accolto, ci racconta la sua esperienza. “Ero rientrata dall’estero da poco, avevo fatto partire una scuola Montessori ad Assisi. Siccome ero l’unica maestra montessori in tutta la scuola, mi era capitato di aver bisogno di aiuto”. I bambini erano tanti e i materiali montessori vengono per lo più preparati manualmente dalla maestra. E non parliamo di fotocopie: c’è da tagliare, incollare, colorare, costruire. Così iniziò a pensare ad una collaborazione con altre maestre di un’altra scuola Montessori d’Italia, in modo da realizzare uno scambio di materiali ma anche di informazioni ed esperienze. “E loro mi dissero che assolutamente non era possibile, dicendomi che i materiali sono di chi li fa”. Trovò un muro difronte a sé.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

Casualmente conobbe altre colleghe, tra le quali la presidente dell’associazione “MontessorinPratica Prisca Melucco”. Cercò così di creare un dialogo tra le diverse scuole Montessori in Italia. Inoltre precisa che “stiamo parlando di sette anni fa, non c’erano ancora le tante scuole familiari che ci sono adesso”. Questa fu l’idea iniziale che portò alla creazione dell’associazione “Montessori in pratica”, che si occupa anche di dare assistenza tecnica alle nuove scuole che vogliono partire e di formare nuovi insegnanti, “inoltre gestiamo uno spazio come questo (quello di Almese, ndr) anche a Roma”.IMG_0906-Custom

Il progetto educativo di Almese iniziò cinque anni fa, “abbastanza per caso”, ammette Francesca. Da un annuncio su subito.it siamo giunti ora a 45 bambini gestiti e formati dalla scuola. “Per i primi anni ho fatto sempre tutto io, adesso siamo in sei/sette insegnanti, la scuola sta diventando grande”. Fin da subito si è adottato il metodo Montessori, scegliendo il trilinguismo, impostando le materie classiche con l’italiano. Facciamo però un passo indietro. Che cos’è il metodo Montessori?

Il metodo Montessori

“Si basa principalmente sulla libertà di scelta”. La libertà di scelta non vuol dire che i bambini fanno quello che vogliono, ma vuol dire che l’ambiente è preparato e strutturato in modo che loro possano, all’interno di una serie di regole, scegliere cosa fare. “Se io ho venti bambini, avrò un bambino che fa geografia, due che fanno storia e tre che fanno matematica contemporaneamente”. Per fare questo è necessario avere un ambiente preparato e strutturato, in modo che si riesca a convivere con questa realtà. “E’ una realtà non sempre semplice da gestire, – continua così Francesca – ci sono tante regole e tanti stimoli; la maestra deve conoscere bene i suoi bambini”. Un’altra caratteristica del metodo Montessori è l’osservazione. All’inizio dell’anno gli insegnanti occupano tanto tempo, giocando, al cercare di conoscere i bambini al meglio, in modo da accompagnarli nel loro percorso di crescita. “Hai bisogno della libertà, – aggiunge Francesca – e quindi hai la fiducia”. Così si riesce a creare un ambiente sereno, dove ci sono tante regole ma non c’è la maestra che urla. “Ogni bambino ha un percorso individuale e io parlo direttamente a lui”.IMG_0944-Custom

Tutto ciò che è concetto astratto, che è del mondo della scuola, viene trasportato nel mondo concreto. “I nostri materiali sono tutti materiali manipolativi, attraverso i quali si spiega un concetto”. L’imparare a memoria viene successivamente, solo dopo averlo appreso anche manualmente. Infatti i materiali montessori sono prima di tutto esplorativi, in modo che il bambino abbia delle esperienze. Il metodo Montessori è stato creato da Maria Montessori, verso la fine dell’Ottocento. Aveva iniziato a lavorare con bambini che erano tenuti in una sorta di manicomio. “A volte i bambini orfani venivano tenuti lì se non si sapeva dove metterli”. Lei iniziò semplicemente ad osservarli, ed osservandoli iniziò a vedere il loro interesse per oggetti della vita quotidiana, “come poteva essere un cucchiaio, una forchetta, una ciotola, una brocca”.

“LA SCUOLA CAMBIA, CAMBIA LA TUA SCUOLA!”: PARTECIPA ALLA CAMPAGNA

E a partire da quelle osservazioni iniziò a lavorare molto individualmente con questi bambini e con questi oggetti, scoprendone la loro capacità creativa. Da lì iniziò a creare dei materiali sempre più elaborati, “fino a quando portò questi bambini ad un esame di Stato – da quello che si capisce nella storia – e loro lo superarono. Fu una cosa incredibile. Questi bambini considerati matti, avevano superato l’esame”. La riflessione che fece fu: ma se con questi bambini siamo riusciti a fare tutto questo, immaginiamo con i bambini normodotati? E così iniziarono ad aprire delle Case dei bambini – equivalenti alla scuola dell’infanzia – nel quartiere San Lorenzo di Roma, che era un quartiere molto povero. Iniziarono a vedere dei risultati grandiosi: “i bambini iniziavano a scrivere solamente mossi dal loro interesse, proprio perché non c’era l’obbligo”. Ci sono ancora alcune scuole storiche fondate negli anni venti e trenta in Italia. Il metodo è conosciuto in Italia, ma anche e soprattutto all’estero. Aveva viaggiato negli Stati Uniti, in India e in Olanda. “Sono paesi dove ci sono tante montessori”. Fu richiamata da Mussolini per organizzare dei corsi per i maestri. “Poi venne mandata via dall’Italia, e non si capisce bene il perché. Immagino che una scuola in cui viene data la libertà di pensiero forse non andasse così d’accordo con una dittatura”. Si è poi ritirata in Olanda, dove più o meno la metà delle scuole pubbliche sono con il metodo Montessori.IMG_0914-Custom

Le scuole genitoriali

Tornando all’esperienza di Francesca, le chiediamo di affrontare il tema delle scuola genitoriali. “E’ solo nove anni che sono rientrata in Italia, ed è da sette anni che seguo le scuole genitoriali. Ne sono nate tante. Stanno anche ritornando sezioni nella scuola pubblica a metodo Montessori, che erano quasi del tutto scomparse”. A livello legale, “un articolo della Costituzione italiana dice che tutti i genitori hanno l’obbligo di fornire l’istruzione ai propri bambini, ma non c’è l’obbligo di frequenza scolastica”. Questo vuol dire che chiunque, in Italia, come genitore “potrebbe decidere di tenere a casa il proprio bimbo e di fare lui personalmente lezione o di cercare un tutor.” C’è questa possibilità. Alla fine lo Stato Italiano ti dice che alla fine dell’anno “dovresti fare un esame. Dico dovresti perché questi decreti non sono chiarissimi. Noi, come scuola, abbiamo deciso di fare l’esame tutti gli anni. E lo facciamo presso la scuola di Viù”, con la quale si è instaurato un’ottima relazione. Le insegnanti si confrontano quotidianamente, c’è uno scambio costante di informazioni e materiali. È una scelta libera del genitore, non vengono chieste motivazioni da parte dello Stato. “Partendo da questa idea hanno iniziato a nascere le scuole genitoriali: un gruppo di genitori gestisce le lezioni, a casa, in gruppetti o con altri insegnanti”.IMG_0947-Custom

Francesca ci dice la sua impressione, e cioè che “in queste scuole c’è molta più libertà”. Se si vuole organizzare una passeggiata, “non ho necessità di chiamare i genitori, non ho bisogno di chiedere il permesso”. E non è detto che una scuola parentale debba per forza utilizzare il metodo Montessori, steineriano, liberitario o altro, potrebbe anche utilizzare il metodo tradizionale.

“Ho sentito in giro molti commenti negativi sul metodo Montessori. Derivano dalla mancanza di conoscenza. Alcune maestre pensano sia un metodo utilizzato per ragazzi con problemi”. E allora non ci resta che invitarvi ad approfondire queste tematiche con Francesca e l’associazione “Montessori in pratica”.

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Maestri di Strada, educazione all’avanguardia al servizio degli ultimi

Educare i ragazzi senza uniformarli, cercando di fare emergere i loro talenti. È questo l’impegno dei Maestri di Strada che da anni operano in una delle zone più problematiche d’Italia, l’Idroscalo del Lido di Ostia, per contrastrare l’abbandono scolastico e offrire alle nuove generazioni l’opportunità di un futuro migliore. Il quartiere dell’Idroscalo del Lido di Ostia è una delle zone più problematiche d’Italia da molti punti di vista. Qui nel 1975 fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Oggi ci vivono numerose famiglie povere e poverissime e i problemi di criminalità minorile, microcriminalità, penetrazione mafiosa pesano sulle teste dei ragazzi come macigni. Ragazzi e ragazze che spesso scelgono di abbandonare la scuola per seguire altre strade (non per nulla Ostia Lido è una delle zone con maggiore tasso di abbandono scolastico d’Italia). Proprio qui però operano i Maestri di strada dell’Associazione Manes  (la stessa delle elementari nel bosco e dell’asilo del mare) che operano assieme alla scuola pubblica Amendola Guttuso. I due maestri Pietro Caddeo e Lorenzo Taroni ogni giorno si occupano di portare a scuola i ragazzi più difficili ed educarli senza uniformarli, provando a far emergere i loro talenti. Le loro lezioni non sono quasi mai “frontali” ma passano dai laboratori di legno, elettronica, arte, dalle uscite per strada; tutto ciò serve a far scoprire ai ragazzi i loro talenti e dà ai maestri la possibilità di entrare in relazione con loro.

“Non possiamo pensare di prendere dei ragazzi cresciuti in un contesto difficile, alcuni con problematiche psicologiche di vario genere, e metterli seduti ad un banco per otto ore al giorno”, ci spiega il maestro Lorenzo. “Perché semplicemente non ci stanno. Sono altri i modi per trasmettere loro le cose: per esempio attraverso l’esperienza diretta, la sperimentazione.” “Ad esempio – aggiunge Pietro – adesso ci vedete seduti sul dipinto del teorema di Pitagora, mentre l’altro giorno abbiamo inventato una canzoncina per i numeri relativi”.

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I maestri utilizzano laboratori e uscite per spiegare le varie materie: con la falegnameria si realizzano forme geometriche, il laboratorio di elettronica è utile per apprendere la fisica e così via. Inoltre utilizzano i principi della pedagogia dei talenti, che mira a far emergere da ciascun individuo i talenti che possiede. “Ad esempio è importante capire – continua Lorenzo – quale intelligenza è più sviluppata nel ragazzo, visiva, musicale, eccetera e utilizzare quella per spiegargli le cose”.10388196_927788770647492_1463605522446222113_n

A volte succede anche che i ragazzi non si presentino a scuola per diversi giorni, ma i maestri di strada non si lasciano scoraggiare. Vanno a casa loro, ci parlano, conoscono le famiglie. E alla fine quasi sempre li convincono a tornare. Inoltre, oltre ad occuparsi dei casi segnalati dalla scuola, dai servizi sociali ed altre istituzioni, vanno nelle vie, nelle piazze, nei punti di aggregazione, per trovare i ragazzi, instaurare un rapporto con loro e cercare di sottrarli alla strada, dove hanno ottime probabilità di finire nei giri della malavita. Infine Maestri di Strada non termina con la fine della scuola. “Maestri di strada non si ferma all’esame da privatisti” ci dice Pietro. “Facciamo una consulenza a tutto campo, li mettiamo in contatto con le istituzioni, alla Asl, ai servizi sociali. Facciamo anche un doposcuola”.91FB9A75D6CF9D30BE502E80A1C9D071

Così facendo contribuiscono giorno dop0 giorno a migliorare il contesto in cui vivono. Come ci disse Danilo Casertano, fondatore dell’associazione Manes, qualche anno fa, “Siamo sempre portati a pensare che un brutto quartiere faccia una cattiva scuola. Ma se fosse vero il contrario? Se fosse una cattiva scuola a fare un brutto quartiere?”.

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È nato il primo Asilo del Mare al mondo ed è a Ostia

Convinti dell’importanza dell’educazione all’aperto e a contatto con la natura, gli ideatori del primo Asilo nel Bosco d’Italia hanno ora deciso di dar vita al primo Asilo del Mare del mondo. Il litorale di Roma sarà la grande aula che accoglierà i bambini che, a partire da gennaio, sperimenteranno per primi il nuovo progetto educativo in partenza ad Ostia. Bambini che corrono in spiaggia, fanno castelli con la sabbia, esplorano canneti e giocano fra i gabbiani. E non lo fanno d’agosto sotto il sole bollente e in mezzo a una folla di turisti accaldati, ma tutti i giorni dell’anno durante le ore di scuola. Riuscite a immaginarlo? Ebbene, fra pochi giorni – a gennaio – sarà realtà, con l’apertura dell’Asilo del Mare di Ostia, un progetto dell’associazione Manes in collaborazione con la Lipu e l’Istituto Comprensivo Amendola Guttuso di Ostia.14993571_544983655697990_8952103900753670497_n

“Mare”, da sempre, è sinonimo di “vacanza”. E “vacanza” è contrario di “scuola”. Dunque ci vuole una buona dose di follia per fondere i due opposti e portare la scuola sul mare. Ma – e questo lo sapevamo già – follia e creatività non mancano a Sabina Bello e Danilo Casertano dell’associazione Manes, ideatori del primo Asilo nel Bosco d’Italia (diventato da quest’anno anche Elementari) che adesso hanno deciso di far partire questa nuova sperimentazione educativa. Abbiamo chiamato Danilo e Sabina per farci raccontare meglio in cosa consiste la loro nuova avventura, a pochi giorni dalla presentazione ufficiale che si terrà il 22 dicembre.

Dal bosco siete arrivati fino al mare, il progetto continua ad evolversi: cosa cambia e cosa resta uguale?

L’approccio pedagogico resta lo stesso, i principi sono sempre quelli dell’outdoor education. Cambia soltanto la cornice, con tutto quello che comporta ovviamente. Ad esempio il rapporto con l’acqua, ancora tutto da esplorare. L’introduzione di questo nuovo elemento ci mette di fronte a nuove sfide educative e limiti da capire e individuare. D’altronde finché non iniziamo non li scopriamo.

Ma quindi siete i primi al mondo?

Dalle ricerche che abbiamo fato sembra proprio di sì! O perlomeno i primi ad averlo inquadrato con questa formula. D’altronde siamo in Italia, la terra del sole e del mare, l’Asilo del Mare non poteva che nascere qui da noi. In Germania, dove l’outdoor education è molto sviluppata, gli asili nel bosco sono tantissimi. Ma l’educazione all’aperto si fa in base al luogo dove ci si trova: qui ad Ostia non vivere il mare era un’assurdità.15242002_555795361283486_143491245793200464_n

È pubblico o privato?

È un asilo pubblico, accessibile a tutti, grazie alla convenzione con l’Istituto Comprensivo Amendola Guttuso di Ostia che ci ha messo a disposizione una classe per le (poche) ore di lezione al chiuso.

E la Lipu (Lega italiana protezione uccelli) cosa c’entra?

C’è un’oasi della Lipu proprio qui vicino, nella zona salmastra vicino al porto, con cui collaboriamo da tempo. Abbiamo stretto una collaborazione per cui i bambini potranno spendere una parte del loro tempo all’interno dell’oasi, esplorarla, partecipare alla liberazione di un animale selvatico curato. Un nuovo piccolo mondo è nato ad Ostia. Un asilo che, è importante ricordarlo, ha sede in una delle zone più problematiche e malfamate d’Italia, nota ai più per l’omicidio di Pasolini e la presenza di una microcriminalità diffusa e permeante. Anche in questo sta la forza dell’iniziativa, che inventa un modello educativo all’avanguardia e lo mette a disposizione di un luogo periferico e marginale, degli ultimi.

Questa volta sarà il mare, anziano maestro, ad insegnare ai bambini (e a genitori ed insegnanti) come navigare tutti assieme, ciascuno seguendo il proprio vento e le correnti, tracciando fra le onde la scia del proprio percorso.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/primo-asilo-del-mare-ostia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Lotta agli sprechi: firmato protocollo tra Confederazione Italiana Agricoltori e Cittadinanzattiva

Tra gli esempi contenuti nel rinnovato protocollo di collaborazione tra Cittadinanzattiva e la Confederazione Italiana Agricoltori-CIA, l’educazione a corretti stili di vita, anche attraverso la cultura e il benessere nelle mense scolastichegrano

Lotta agli sprechi, con la collaborazione sulla campagna di Cittadinanzattiva “SpreK.O.”, con un riferimento ben definito nell’ambito del contrasto al consumo di suolo e al recupero e riuso di beni pubblici abbandonati; l’educazione a corretti stili di vita, anche attraverso la cultura e il benessere nelle mense scolastiche; l’aumento della quantità e della qualità del welfare sociale relativo ai diritti di cittadinanza e le nuove opportunità economiche come l’agricoltura sociale, nuovo strumento di riabilitazione e inclusione. Sono solo alcuni degli esempi contenuti nel rinnovato protocollo di collaborazione tra Cittadinanzattiva e la Confederazione Italiana Agricoltori-CIA. “Un esempio concreto della comune volontà di sviluppare un percorso di sensibilizzazione rivolto a più cittadini possibili su temi importanti, quali la salute”, ha dichiarato Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, “è il patrocino di Anp-CIA alla campagna di informazione sui farmaci equivalenti “Io Equivalgo”nata per informare i cittadini dell’opportunità di risparmio a parità di qualità, efficacia e sicurezza offerta dai farmaci equivalenti (fascia A e C a totale carico del cittadino), garantire il diritto ad informazioni semplici, utili e corrette per scelte oculate, nonché offrire strumenti pratici e consigli utili per essere più proattivi nei confronti del farmacista e del medico”. “Con Cittadinanzattiva condividiamo da sempre importanti valori. In particolare, la riduzione degli sprechi in tutte le sue forme: lo spreco di suolo, lo spreco di beni pubblici, lo spreco di risorse e spreco alimentare. Questioni da cui derivano iniziative e progetti che, il rinnovo per i prossimi due anni del Protocollo di collaborazione, contribuirà a rendere ancora più efficaci nell’ottica di riqualificazione e riequilibrio delle disuguaglianze sociali”  ha dichiarato Dino Scanavino, presidente nazionale della CIA. Per rafforzare la collaborazione, il Segretario Generale di Cittadinanzattiva, Antonio Gaudioso è diventato un invitato permanente al coordinamento della CIA, mentre il Responsabile delle Relazioni Esterne della CIA è diventato membro della Direzione Nazionale di Cittadinanzattiva.

Fonte: ecodallecitta.it

 

L’Asilo nel Bosco: crescere felicemente nella natura

Una scuola all’aperto dove i bambini possano godere della natura, dove apprendere tramite l’esperienza diretta e dove le emozioni non sono meno importanti dei saperi. Avviato due anni fa, il progetto sperimentale dell’Asilo nel Bosco di Ostia Antica sta facendo scuola nel resto d’Italia affermandosi anche nel nostro Paese come un nuovo paradigma educativo di successo.

Su Italia che Cambia vi abbiamo già parlato dell’Asilo nel Bosco, la scuola all’aperto ad Ostia Antica nata da un’idea dell’Associazione Manes e L’Emilio con l’intesa dell’Istituto Comprensivo Amendola Guttuso. La ricchezza dell’esperienza, la sua trasformazione, le numerose novità avvenute nell’arco di breve tempo ci hanno spinto a tornare tra gli alberi, i fiori e i luoghi dove il sogno di un’educazione diversa è divenuto una realtà concreta. La raccontiamo con le parole e le immagini dei protagonisti.

L’Asilo nel Bosco è un progetto che parte nel 2013 all’interno del Parco della Madonnetta, vicino Ostia e nasce dall’incontro di due realtà: l’Emilio, che era una scuola dell’infanzia, e l’Associazione Manes,  un’associazione culturale che si occupa di lotta alla dispersione scolastica e che già lavorava sul territorio di Ostia in campo educativo. Il primo anno con un piccolo gruppo di dieci bambini è iniziata la sperimentazione di come realizzare una scuola all’aperto con bambini in età della scuola materna, ed i risultati sono stati molto soddisfacenti, sia per gli stimoli che ricevevano i bambini da un’educazione non più limitata alle solite quattro mura, ma immersa nella Natura e aperta alle esplorazioni che essa permette. Dopo un primo anno di sperimentazione, il successo dell’iniziativa ha reso necessario uno spazio più ampio. L’Asilo nel Bosco è arrivato oggi in campagna ad Ostia Antica, vicino agli scavi, in un territorio immerso nel verde dove c’è la possibilità di fare ampie passeggiate ed esplorare. “Dopo due anni e mezzo, il gruppo di bambini è aumentato fino ad arrivare a quaranta. Abbiamo raggiunto un buon numero per mantenere quello che è un progetto di qualità”, ci racconta Sabina Bello, Maestra nel bosco dell’Associazione Manes e tra le fondatrici del progetto.13043731_1717728378516278_1754635528414110135_n

“Si è allargato anche il gruppo di persone che lavorano con noi, si può condividere con altri la gioia di educare in maniera differente, non è soltanto un bene per i bambini, è un bene per tutte le persone che ruotano intorno a questo progetto, famiglie e abitanti del luogo inclusi. I bambini si sentono accolti da questa comunità, si sentono liberi di rivolgersi a tutte le figure che incontrano in questo piccolo villaggio. È una cosa rara che i bambini oggi trovino un contesto d’insieme così accogliente”.

Già, ma vi starete chiedendo: come si svolge una giornata tipo all’Asilo nel Bosco? Cosa fanno i bambini? “I bimbi all’asilo quando arrivano la mattina la prima cosa che fanno è lanciare la giacca sulle scale e scappare in giardino – ci racconta la maestra nel bosco Ilaria Castiello – perché non vedono l’ora di arrivare a scuola, che è una delle cose più belle che succedono qua. Di solito una delle cose caratteristiche che facciamo è la passeggiata, che è il momento più creativo e naturale della giornata. Tra le attività favorite c’è l’arrampicata sugli alberi, la parte avventurosa dell’esplorazione, c’è la raccolta dei materiali che poi usiamo per costruire delle cose durante la giornata. La giornata si svolge molto seguendo gli stimoli che ci sono intorno: gli alberi, la natura, i fiori: tutto diventa lezione e ispirazione”.13001312_1711587782463671_981827314268261447_n

Sabina ci spiega che “la caratteristica principale è che passiamo gran parte del tempo all’aria aperta, abbiamo utilizzato pochissimo il nostro rifugio quest’anno (una struttura al chiuso all’interno dell’Asilo, utilizzata in caso di necessità ndr). I bambini arrivano piano piano, in questo periodo ci sono dei bimbi che di loro spontanea volontà mi aiutano a preparare le cose del giorno, quindi riempire la bottiglia d’acqua oppure portare fuori le sedie che serviranno poi per il pranzo. Via via arrivano tutti e ci avviamo per una passeggiata, oppure ci dividiamo in due giardini e a seconda della proposta che il gruppo reputa migliore per la giornata: i bambini potranno scegliere se andare a trovare gli amici animali, oppure se dipingere, lavorare con l’argilla, oppure in questo periodo ci stiamo occupando di attività legate al giardinaggio, data la stagione invitante. La mattina ha molti percorsi possibili, altrimenti si potrebbe andare a fare una passeggiata lungo il fiume Tevere, oppure in questo periodo siamo stati varie volte al borgo di Ostia Antica, dove ai bimbi piace andare al castello: c’è la possibilità di fare esperienze a contatto con la realtà del territorio. Le diverse possibili mattine arrivano al punto d’incontro che è quello del pranzo, che invece ha una modalità abbastanza stabile con cui si svolge. I bimbi aiutano a preparare e ad apparecchiare, il pomeriggio poi alcuni riposano e altri giocano. In questo periodo sono cominciati dei laboratori quindi c’è un laboratorio di teatro, uno di danza, altre proposte nascono nell’attimo”.

Anche i bambini sono Maestri:  l’insegnamento per gli adulti

Il primo aspetto che ci ha colpito dell’Asilo Nel Bosco, e quello con cui concludiamo il nostro racconto, è stato l’entusiasmo vivo negli occhi dei Maestri che, quotidianamente, contribuiscono insieme ai bimbi e alle famiglie a rendere viva una realtà che sembrava solo un sogno irrealizzabile. Siamo in tanti a pensare, per pigrizia o per paura, che le circostanze non possano mai cambiare: mentre noi siamo impegnati a pensare, poi arriva chi si mette in gioco e la realtà la arricchisce davvero. E di cosa si sono arricchiti i fondatori e i maestri dell’Asilo nel Bosco, per arricchire tutti noi di questa nuova esperienza?

 

Sabina ha capito che i bambini hanno dei tempi che sono ben diversi da quelli che inizialmente immaginava: “ho imparato che i bambini sono molto più competenti di quanto uno inizialmente si aspetta, che ognuno ha una sua personalità spiccata in grado di capire la situazione che lo circonda, affrontando anche con coraggio situazioni ed emozioni molto difficili. Vi racconto un episodio: un giorno una bambina stava piangendo, avevo capito che non si era fatta male ma che era un pianto di tristezza e mi sono seduta vicino a lei per consolarla. Capivo che la situazione era legata alla separazione dei genitori, e intanto tutto un gruppetto di bambini è arrivato piano piano ad inserirsi nella nostra conversazione con delicatezza. Una bambina ha regalato un fiore alla bimba che piangeva, un altro bimbo ha chiesto il motivo per la sua tristezza, e hanno così iniziato a confrontarsi. E’ arrivato poi un altro bambino con i genitori separati anche lui, insieme ad una bimba che ha detto che il papà non ce l’aveva più perché era morto. Dopo di questo sono passati immediatamente alla reazione: la bambina si è ripresa con un bicchiere d’acqua e si è rasserenata”.10592688_1444846535804465_8309197432492640014_n

Questo dovrebbe trasmetterci secondo Paolo “la gioia di affrontare la quotidianità”. “Penso che sia un messaggio molto importante che noi adulti dovremmo ricevere e che a me ha cambiato la vita, e l’ho imparata dall’esempio dei bambini qui all’asilo nel bosco. La capacità di vivere il presente, di concentrarsi su di esso, perché vivere il presente con gioia e serenità è la garanzia di vivere un futuro sereno e tranquillo, è una delle attitudini che dovremmo imparare e ricordare dal modo di vivere le dinamiche della vita da parte dei bambini”.

Ilaria invece ha imparato a rallentare i ritmi: “Io con questa esperienza in sei mesi sono già cambiata tantissimo. Ho imparato a rallentare i miei ritmi, a togliere: meno parole, più lentezza, a prendere le cose con una morbidezza che il contesto naturale ti suggerisce. La creatività è un altro aspetto fondamentale che ho imparato: sembra che in un giardino non ci sia nulla, ma invece hai tutto quello che ti può servire per ridere, giocare, divertirti e imparare”.

Visualizza la scheda dell’Asilo nel Bosco sulla Mappa dell’Italia che Cambia!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/05/io-faccio-cosi-119-asilo-nel-bosco-crescere-felicemente-natura/

Bimbiveri: crescere un bambino felice secondo natura

I bambini hanno dei principi, così come la natura, che sono validi per tutti loro. Secondo Antonio Panarese e Roberta Cavallo, fondatori di Bimbiveri, basta seguirli per garantire loro una crescita sana e per scoprire che essere genitori è… facile!

“Quando avevo quattordici anni, ho detto ai miei genitori di prepararsi perché dopo quattro anni sarei andato via di casa”. Antonio Panarese viveva allora in provincia di Brindisi ed aveva già le idee chiare: una vita indipendente, con una passione dell’hockey su prato. Si trasferì a Milano con l’intento di realizzare il sogno di diventare scrittore . Roberta Cavallo fin da giovane aveva già una forte propensione per i bambini e sognava di insegnare e scrivere libri.

Le loro vite, e il sogno in comune che ne conseguirà, si incroceranno grazie all’incontro con una persona:Angela Pedicone. “Volevo studiare qualcosa legato alla natura e nel 2006 conobbi Angela nel suo centro a Torino (L’Istituto di Formazione L’Oasi Naturale, ndr)” ci spiega Antonio “e lì scoprii che la mia università era la scuola di Naturopatia”. Stessa sorte per Roberta: “Un giorno una mia amica mi disse: secondo me tu devi fare questa scuola qua. Era la scuola di formazione di Angela”.

E’ da qui che comincia la storia di Antonio Panarese e Roberta Cavallo; un percorso che, con il tempo, li porterà a fondare Bimbiveri, la società di formazione specializzata in corsi per la crescita felice dei bambini secondo Natura. Angela Pedicone è stato il punto di riferimento per l’esperienza professionale di Roberta e Antonio: “Prima di essere naturopata, Angela aveva una capacità di capire nel profondo i bambini e gli adolescenti, era convinta che seguendo i principi della natura si potesse aiutare concretamente sia i bambini nella crescita che i genitori a risolvere le situazioni più difficili”. I tre, insieme, fondarono nel 2008 un centro residenziale per bambini in affido familiare in provincia di Asti, dove l’esperienza di Roberta e Antonio è totalizzante e li aiuta nella formazione di un bagaglio professionale oggi rivelatosi indispensabile.robertaantonio2

Nell’ottobre 2010, a seguito di una grave malattia, Angela muore. Bimbiveri è la naturale prosecuzione dell’esperienza che vi abbiamo finora accennato: “I bambini hanno dei principi, così come la natura” ci spiega Roberta “e noi cerchiamo, tramite corsi e consulenze, di insegnare questi principi alla mamma, che poi nel tempo imparerà a vedere da sola”.

Tramite il Programma formativo completo “Come crescere tuo figlio secondo Natura” e la Mappa per la Crescita Felice, Bimbiveri aiuta gli adulti nella scoperta delle tre fasi fondamentali della crescita del bambino. La prima, quella da zero a sette anni, è quella dove i bambini vivono nella loro fase egocentrica, nella quale è consigliabile non caricare di responsabilità il bimbo: “Noto che è molto difficile per i genitori garantire questa fase egocentrica. Ad esempio nel caso dei bambini che non vogliono dare qualcosa che appartiene loro agli altri, la prima cosa che siamo portati a dire è di lasciare l’oggetto e di non fare l’egoista. Tutti questi input, che per noi sembrano normali, in realtà diminuiscono potentemente l’autostima del bambino” ci spiega Roberta “dunque molte delle nostre soluzioni sfatano molti luoghi comuni… e funzionano!”.genteconvegni

La seconda fase della crescita del bambino va dai sette ai quattordici anni, mentre la terza dai quattordici ai ventuno anni, ognuna con sue proprie caratteristiche che valgono per tutti i bambini e i ragazzi: seguendo determinati accorgimenti, se i genitori riescono a garantire al meglio queste fasi di crescita il ragazzo a ventuno anni sarà maturo per realizzare il proprio progetto di vita “e soprattutto non avrà meccanismi di difesa: non giudicherà, non sarà invidioso, non avrà la sensazione di avere delle carenze, come ad esempio quella di dover trovare per forza un compagno o una compagna e non perché desideri condividere una parte di progetto con una persona”.smettila-di-reprimere

Il successo di Bimbiveri è stato talmente grande che Roberta e Antonio, data la sempre maggiore curiosità e richiesta delle persone, hanno scritto quattro libri ispirati da questa esperienza : “Smettila di reprimere tuo figlio” (diecimila copie vendute in sessanta giorni), “Le sette idiozie sulla crescita dei bambini” e gli ultimi, “Smettila di fare i capricci” e “Smettila di programmare tuo figlio”, dove vengono presentati sotto forma di consigli pratici tutti gli aspetti per poter risolvere i problemi che i genitori hanno, sia con il bambino che con loro stessi.

“Il più grande obiettivo era quello di vivere delle nostre passioni e possiamo dire di averlo raggiunto: è possibile vivere facendo il genitore senza che questo sia vissuto come una difficoltà, bensì con facilità: ci sono migliaia di famiglie che hanno ottenuto dei risultati importanti grazie al nostro lavoro” spiega Antonio “e il prossimo obiettivo è quello di espandere sempre di più il nostro messaggio. Stiamo per ripartire con un nuovo Tour per cercare di abbracciare più famiglie e aiutare più bambini possibile”.

 

Il sito di Bimbiveri

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/01/io-faccio-cosi-104-bimbi-veri-crescere-bambino-felice-natura/