«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

L’appello delle deputate del Gruppo Misto in Parlamento Sara Cunial e Silvia Benedetti: «Basta demandare all’Unione Europea, la competenza è nazionale. Dunque, si prendano misure drastiche».

«Abbiamo portato all’attenzione del ministro Centinaio l’annosa questione della moria di api che sta avvenendo in diverse parti d’Italia in seguito a un uso massiccio e scriteriato di pesticidi estremamente dannosi al loro habitat e alla loro vita, come per esempio il caso del Mesurol in Friuli per cui è stata aperta un’indagine o ancora i neonicotinoidi già banditi in diversi stati membri ma purtroppo ancora utilizzati in Italia». Ad affermarlo sono le deputate del gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti, che tornano sulla questione di cui, dopo un grande allarme qualche tempo fa, ora si tende a parlare sempre meno.

«Sebbene vi sia consapevolezza della strategicità del settore e dei gravi danni causati da alcune molecole agli ecosistemi e agli insetti impollinatori, ancora una volta si demanda a importanti decisioni all’Unione Europea, quando la competenza su queste disposizione è nazionale, come indicato nella normativa comunitaria e come altre nazioni, più lungimiranti e attente alla vita e alla salute ci insegnano».

«È bene ricordare che nelle campagne italiane ci sono milioni di alveari curati da oltre 45.000 apicoltori – continuano le deputate – miliardi di euro derivano dalla sola attività di impollinazione alle coltivazioni a cui si aggiunge il profitto di 22.000 tonnellate annue di produzione di miele. Un trend in continua crescita che dà lavoro a sempre più persone, soprattutto giovani e soprattutto al sud, e che fa dell’Italia un’avanguardia delle pratiche e tecnologie in questo frangente nonché uno dei principali produttori di miele d’eccellenza. Ma soprattutto è bene sottolineare che senza api perderemmo gran parte della nostra biodiversità, l’accesso a ingenti tipologie di cibo, la vita stessa è a rischio senza il loro lavoro – proseguono – Avremmo bisogno di azioni concrete e urgenti per favorire politiche agricole sostenibili e idonee a proteggere questo cruciale settore, purtroppo troppo spesso messo in crisi da pratiche scriteriate e anacronistiche – spiegano le deputate –  Ci chiediamo dove siano i paladini dell’occupazione, dell’innovazione, del Made in Italy e dei nostri prodotti di qualità. Ma soprattutto ci chiediamo dove siano tutti coloro che dovrebbero mettere la tutela delle persone e dell’ambiente al primo posto e fare del principio di precauzione il faro della loro azione politica. Confidiamo che in Italia quanto in Europa si mantenga ciò che è stato promesso e di ciò che moltissimi apicoltori, agricoltori e cittadini chiedono».

Fonte: ilcambiamento.it

I servizi ecosistemici delle foreste UE

Le foreste coprono il 40% del territorio europeo e forniscono una moltitudine di servizi ecosistemici: contribuiscono sia alla salute dell’ambiente sia al benessere umano.

L’UE contiene circa il 5% delle foreste mondiali, il 60% delle quali è di proprietà privata. Negli ultimi 60 anni le foreste europee si sono espanse continuamente e ora occupano circa 160 milioni di ettari.

Fonte: classeuractiv.it

I pesticidi e l’agrochimica uccidono la biodiversità in Europa

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. L’unico modo per preservare la biodiversità è dire basta all’utilizzo di chimica tossica.

In Europa si consumano 400.000 tonnellate di pesticidi all’anno e l’Italia è al terzo posto tra gli Stati della UE per consumo di sostanze chimiche in agricoltura. I residui di queste sostanze si concentrano nell’ambiente e nei nostri piatti: il 67% delle acque superficiali, il 33% delle acque sotterranee, il 66% della frutta e il 40% degli ortaggi che mangiamo risultano contaminati!

I rischi per l’ambiente e la biodiversità sono molteplici e ancora non del tutto conosciuti, mentre molti studi hanno ormai accertato conseguenze per la salute umana dall’esposizione “cronica” ai pesticidi, ovvero l’esposizione a dosi piccole e prolungate nel tempo, spesso con interazione di diversi principi attivi, rilevando un aumento dell’incidenza di vari tipi di tumori (cerebrali, alla mammella, al pancreas, ai testicoli, al polmone, sarcomi, leucemie, linfomi non Hodgkin e mielosi) e di malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer. L’inquinamento da pesticidi degli alimenti è un problema sempre più concreto, che – oltre ai lavoratori direttamente esposti e a chi vive accanto ai campi trattati – colpisce soprattutto i più piccoli. Alcune sostanze possono infatti arrivare al feto attraversando la placenta mentre i lattanti assorbono fitofarmaci attraverso il latte materno.

I pesticidi e l’agrochimica sono la più importante causa di perdita di biodiversità in Europa, producono inquinamento, perdità di produttività agricola sul lungo periodo e mettono in crisi gli ecosistemi producendo squilibri e fragilità. La moria delle api e di tutti gli insetti impollinatori, da cui dipendiamo per mantenere la produzione agricola, sono la dimostrazione evidente di un sistema fallito che è necessario cambiare. 

Per questo motivo il WWF ha organizzato in tutta Italia una mobilitazione STOP PESTICIDI che ha avuto una risposta importante in Italia e in particolar modo in Toscana, dove si è organizzata una marcia nei territori del Chianti, storicamente agricoli e come tali soggetti ai problemi dell’agrochimica.

La marcia, che ha visto tra i promotori anche ISDE, CAI Siena, Legambiente Siena, Biodistretto di San Gimignano e Biodistretto del Chianti, ha avuto un successo oltre le aspettative con decine di associazioni aderenti e centinaia di partecipanti che hanno sfidato temporali e pioggia battente per portare il loro messaggio di cambiamento.

Molti i giovani ed anche i bambini che hanno partecipato affiancando i più anziani in un percorso di oltre 9 chilometri che ha toccato i paesi di Radda e Gaiole, comuni patrocinanti. Tra i partecipanti molti attivisti e dirigenti del WWF locale, tra cui Valeria Rugi cui abbiamo chiesto perchè si sia scelto proprio il Chianti e questa data per la mobilitazione. La vicepresidentessa del WWF Siena risponde così: «La mobilitazione è rivolta ai ministri delle politiche agricole, dell’ambiente e della salute che dovranno a breve approvare il PAN (Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei fitofarmaci) e alle regioni che dovranno attuarlo nei loro territori e che poco hanno fatto fino ad ora. Il Chianti rappresenta al contempo un esempio del problema, con i vigneti diserbati e l’utilizzo massiccio di prodotti chimici, ed una soluzione dato che ci sono molte aziende che si sono dedicate con passione e convinzione al biologico; circa il 30 % del territorio è ormai bio». 

Alla marcia ha partecipato anche Mariarita Signorini presidentessa di  Italia Nostra nazionale che ha dichiarato: «La transizione al biologico è già iniziata: la superficie a biologico in Toscana supera il 18% del totale regionale. Purtroppo la crescita dal 2015 si è però arrestata, a differenza che in altre regioni dove il bio continua a crescere. Colpa della politica regionale che favorisce l’agricoltura integrata, che usa pesticidi chimici. Basta dire che autorizza l’uso di pesticidi perfino nelle aree di salvaguardia dei pozzi ad uso idropotabile!».

Gli obiettivi che la marcia ha rivendicato per il nuovo PAN sono:

– Raggiungere almeno il 40% della superficie agricola nazionale a biologico entro il 2030 utilizzando meglio i finanziamenti europei per l’agricoltura.

– Ridurre i rischi per i residenti nelle aree rurali e gli agricoltori fissando distanze minime di sicurezza dalle abitazioni e dalle coltivazioni biologiche per difenderle dal rischio di una possibile contaminazione accidentale.

– Nei siti Natura 2000 e nelle altre aree naturali protette deve essere vietato l’utilizzo di pesticidi pericolosi per gli habitat e le specie selvatiche, con misure di conservazione della biodiversità regolamentari vincolanti.

– Adottare tecniche biologiche per la manutenzione delle aree non agricole (rete viaria, ferroviaria) con particolare attenzione al verde pubblico e agli spazi utilizzati dalla popolazione residente nelle città.

– Prevedere il divieto totale del glifosato in Italia entro il 2022, escludendo qualsiasi ipotesi di rinnovo dell’autorizzazione concessa per cinque anni dall’Unione Europea il 27 novembre 2017.

– Definire criteri più rigorosi per la concessione delle deroghe per l’utilizzo di pesticidi di norma vietati a causa della loro pericolosità per la salute umana e per gli ecosistemi.

«La manifestazione si è conclusa trasmettendo grande energia e una sfida – hanno detto gli organizzatori – non è che l’inizio; la lotta andrà avanti fino a quando non saranno ottenuti i risultati sperati».

Fonte: ilcambiamento.it

The Messenger, un documentario alla scoperta degli uccelli canori

Nel sufismo islamico si credeva che gli uccelli canori portassero messaggi dall’aldilà e che il loro canto avesse dunque il potere di mettere in contatto il mondo dei vivi e quello dei morti. Con The Messenger, la regista Su Rynard esplora approfonditamente i problemi a cui questi “messaggeri” devono far fronte in un mondo sempre più antropizzato che ne mette a rischio la sopravvivenza. Dalla Foresta Boreale dell’estremo Nord America alle pendici del Monte Ararat, dai boschi della Pennsylvania alle campagne francesi, da Ground Zero al Costa Rica, gli uccelli canori sono in pericolo.

Oltre alla caccia, Rynard evidenzia i pericoli meno noti al grande pubblico, per esempio come l’utilizzo dei neonicotinoidi in agricoltura vada a decimare gli insetti che ne sono il sostentamento e a inquinare le acque e gli ecosistemi in cui gli uccelli si muovono. Un altro grave problema è l’inquinamento luminoso che ne disturba i flussi migratori, alterando l’orientamento basato sul campo magnetico e sul volo nelle ore notturne. Fra i momenti più incredibili di questo documentario vi sono sicuramente quelli in cui i ricercatori ritrovano uccelli che hanno compiuto un percorso di andata e ritorno dal Nord al Sud America per tornare nello stesso luogo dal quale erano partiti mesi prima.

Fra i pericoli per gli uccelli vi sono anche le collisioni in quota e quelle contro i grattacieli e, naturalmente, tutti quei “progressi” tecnologici che comportano la distruzione degli habitat degli uccelli migratori. La scomparsa degli uccelli non va sottovalutata e la storia dimostra quanto siano importante per gli equilibri ecosistemici. Come si racconta nel documentario, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta Mao Tse Tung diede vita alla campagna contro i quattro flagelli. Uno di questi era, secondo il leader cinese, la presenza dei passeri “rei” di mangiare i chicchi di grano.

I contadini furono dunque incaricati di ucciderli o farli morire per sfinimento spaventandoli con forti rumori. I nidi e le uova vennero distrutti, i pulcini uccisi e si stima che furono abbattuti circa otto milioni di passeri e altri uccelli. Nell’aprile 1960 i dirigenti di Pechino si accorsero che in assenza dei passeri, suoi predatori naturali, le cavallette avevano la possibilità di aggredire indisturbate le coltivazioni. La povertà dei raccolti successivi alla scomparsa degli uccelli fu la principale causa di una carestia che costò la vita a circa 30 milioni di persone. Come accade con la scomparsa delle api, anche quella degli uccelli canori e migratori è un segnale molto importante dello stato di salute del Pianeta e della gravità dei disequilibri provocati negli ecosistemi dall’attività umana.

Foto | Cinemambiente

Fonte: ecoblog.it

Chi uccide i fiumi toscani?

E’ un vero e proprio allarme fiumi e in questo momento la situazione in Toscana è drammatica. Interventi disastrosi distruggono ecosistemi e mettono a rischio la sicurezza idraulica del territorio. E purtroppo la Toscana non è l’unica Regione dove tali scempi si stanno moltiplicando…fiumitoscana

E’ un vero e proprio allarme fiumi e in questo momento la situazione in Toscana è drammatica. Interventi disastrosi distruggono ecosistemi e mettono a rischio la sicurezza idraulica del territorio. E purtroppo la Toscana non è l’unica Regiove dove tali scempi si stanno moltiplicando… Stiamo provocando con le nostre mani uno dei più gravi danni al sistema idraulico naturale. Il reticolo di torrenti, ruscelli, fiumi che si snodano a meandri nella piatta pianura padana, o che precipitano in forre e gole delle montagne e colline del centro Italia sono oggetto, da oltre cinquant’anni di un attacco feroce fatto di canalizzazioni, briglie, dighe, cementificazioni e addirittura, in molti casi, di interramenti, che significa che il fiume viene fatto passare in canali sotterranei artificiali. All’attacco umano, che si prefigge insensatamente di tenere sotto controllo una delle forze più potenti della natura, ovvero l’acqua, cercando di costringerla in spazi forzati e di impedirne il naturale andamento, si è contrapposta la realtà delle cose. Da quando l’opera di distruzione dei fiumi è cominciata, si sono moltiplicati gli eventi catastrofici, che hanno colpito la popolazione e l’economia di intere zone. E tuttavia si continua ad ignorare questa realtà, a non conoscere e non capire che cosa sono e come funzionano i corsi d’acqua. Si vedono i fiumi come semplici elementi del paesaggio da tenere sotto controllo, e non come ecosistemi dalla struttura complessa, in continuo mutamento e sorretti da un equilibrio dinamico molto fragile. Ma l’ignoranza in tema fluviale è sempre stata funzionale al lucro di persone senza scrupoli, pronte ad arricchirsi a scapito della sicurezza dei territori. Dopo la grande cementificazione d’Italia, che ha portato ai tragici eventi che si ripetono ogni anno con interi paesi costruiti in aree alluvionali, oggi i fiumi subiscono l’enorme pressione del nuovo sistema delle imprese coinvolte nel mercato dell’energia da biomasse. Avete capito bene. Infatti, tra le energie alternative risultano esserci le centrali termoelettriche a biomasse, che a seconda della dimensione hanno bisogno di grandi quantità di materia vegetale per poter funzionare (ed essere economicamente remunerative). Come al solito in Italia, grazie ad amministratori compiacenti e poco lungimiranti, c’è chi riesce a trasformare una opportunità di contrasto al drammatico problema dei cambiamenti climatici in una speculazione inaccettabile: è lecito alimentare una centrale termoelettrica a biomassa, a bilancio CO2 teoricamente neutro, al costo della distruzione diretta di un ecosistema? La cosiddetta “ripulitura” dei corsi d’acqua sta comportando in più parti la distruzione completa di tutta la vegetazione riparia, anche secolare, che le rive dei fiumi, gli argini e le naturali casse di espansione ospitano. Oggi si taglia quella vegetazione che l’evidenza, l’esperienza, le indicazioni in normativa e, se non bastasse, numerosi studi scientifici dimostrano necessaria per la funzionalità ecologica del fiume, oltre ad essere utilissima nello smorzare la furia delle piene, nel depurare le acque dagli inquinanti, nel proteggere le sponde dall’erosione. Macchine potentissime radono al suolo tutto, dai pioppi e dagli ontani di trenta metri di altezza fino ai cespugli, riducendoli poi in trucioli e schegge; smuovono la terra che poi le piogge porteranno via producendo frane e smottamenti. Tutto questo è cronaca di questi giorni anche in provincia di Siena, come ha denunciato il WWF, per una serie di interventi autorizzati dalla Provincia e dal nuovo Consorzio di Bonifica Toscana Sud, che negli ultimi tre anni hanno abbattuto la vegetazione su oltre 50 km di fiumi e torrenti. “Siamo molto preoccupati” – dichiara Tommaso Addabbo, presidente del WWF Siena. “Da un lato c’è lo Stato, che legifera e recepisce direttive comunitarie che imporrebbero il raggiungimento di un “buono stato ecologico” degli ecosistemi d’acqua dolce entro il 2015, come previsto dalla Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE. Dall’altro non solo non si procede in modo deciso a sanare i danni del passato, ma in molti casi si persevera nella distruzione della naturalità, in un quadro amministrativo sconcertante”. “Per la sicurezza del territorio sono necessari interventi pianificati e selettivi, mirati esclusivamente a garantire la stabilità idraulica del sistema, preservando l’integrità delle sponde e la funzionalità ecologica del fiume, come chiesto dalla normativa. Alcuni enti l’hanno finalmente recepito, e stanno modificando, seppur lentamente, i loro progetti in tal senso. Altri enti, come recentemente fatto sul fiume Arbia dal Consorzio di Bonifica Toscana Sud, mettono ancora in atto la distruzione totale”. “Ma il problema non è da addebitarsi ai soli Consorzi di Bonifica. Anche le Province hanno le loro responsabilità con concessioni di taglio rilasciate a privati, praticamente senza alcuna prescrizione, con risultati disastrosi”.

Fonte: ilcambiamento.it

Cosa succede se scompaiono gli insetti impollinatori

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È ormai noto da anni che nelle nostre campagne è in corso una lenta e progressiva scomparsa degli insetti impollinatori come le api. I fattori sono molteplici, spesso legati ai cambiamenti climatici, ad agenti patogeni, alla crescente urbanizzazione e alla distruzione di habitat naturali. Oggi però le conseguenze di questo declino sono state finalmente quantificate da un importante studio pubblicato sul giornale open access BioRisk. I ricercatori del progetto del Settimo Programma Quadro Status and Trends of European Pollinators (STEP), arrivato al termine dopo ben 5 anni di lavoro, hanno infatti dato vita al dossier “Climatic Risk and Distribution Atlas of European Bumblebees”. Il documento mostra come questo calo numerico delle specie responsabili dell’impollinazione metterà seriamente in crisi la produzione agricola europea e non solo. L’impollinazione è un servizio essenziale dell’ecosistema, fondamentale per il mantenimento sia delle specie vegetali selvatiche che di quelle coltivate. Il 78% dei fiori beneficia di questo processo naturale, come l’84% delle coltivazioni europee; ciò implica che circa il 10% del valore economico totale della produzione agricola, ovvero oltre 14 miliardi di euro, dipende dall’impollinazione. Di fronte a questi dati, le conseguenze economiche relative a una progressiva scomparsa degli insetti impollinatori risultano quindi evidenti. Tuttavia fino ad ora non era chiaro il quadro completo relativo a questa estinzione di massa. Il progetto STEP, frutto di una collaborazione che ha coinvolto più di 20 centri di ricerca, ha fatto luce al riguardo, dando molte importanti risposte. Come scritto sul sito web dedicato, l’obiettivo generale di STEP è stato quello di “valutare lo stato e le tendenze attuali in Europa degli impollinatori, di quantificare l’importanza relativa delle varie cause e dell’impatto del cambiamento, di individuare strategie rilevanti di mitigazione e strumenti politici e diffondere la conoscenza acquisita a una vasta gamma di soggetti interessati”. Basandosi su dati raccolti in tutta Europa, gli autori del progetto hanno analizzato gli andamenti per 56 specie diverse di insetti, in base a tre scenari di cambiamenti climatici previsti tra il 2050 e il 2100. Gli esperti hanno così stimano che, se in relazione a cambiamenti climatici moderati solo per due specie si prevede l’estinzione da qui alla fine del secolo, in uno scenario di grandi stravolgimenti climatici ben 25 di esse risulterebbero seriamente in pericolo. Per ciascuno dei casi, occorre quindi individuare strategie di mitigazione più o meno forti per preservare questo importante gruppo di animali. Queste politiche dovranno differire da regione a regione; lo studio mostra infatti che la perdita di specie attesa diminuisce al crescere della latitudine. Ciò implica che le regioni del sud dell’Europa saranno le più colpite.

Per limitare questo declino, si potrebbe quindi cercare da un lato di agevolare le migrazioni delle specie tenendo traccia dei loro spostamenti, dall’altro attuare una gestione studiata del paesaggio. L’aumento della qualità degli habitat per gli impollinatori potrebbe infatti aiutare queste specie nella colonizzazione di nuove aree. Gli autori dello studio suggeriscono anche l’idea della migrazione assistita, per evitare il problema di barriere naturali o di origine antropica. “Tuttavia, la fattibilità di questa strategia è ancora discutibile”, dichiarano i ricercatori dello STEP. “Gli impollinatori europei devono affrontare molte sfide se vogliono continuare a sostenere la produzione alimentare e mantenere la diversità di fiori nei nostri paesaggi”, commenta Simon Potts, coordinatore di STEP. Come ricordano gli stessi ricercatori, infatti, la perdita di biodiversità ha impatto sia su scala locale che su scala globale e dovrebbe quindi essere una priorità assoluta per le politiche nazionali e internazionali.

BioRisk 10: 1-236. DOI: 10.3897/biorisk.10.4749

Credits immagine: Bob Peterson/Flickr CC

Fonte: galileonet.it

Sei mosse per ridurre il consumo di acqua

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Avete mai pensato a quanta acqua si risparmierebbe chiudendo il rubinetto ogni volta che ci si lavano i denti? Se non lo avete mai fatto questo è il momento giusto. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Geoscience, un utilizzo più parsimonioso nel consumo domestico di acqua, unitamente ad altre “piccole” accortezze, permetterebbe di soddisfare il bisogno idrico globale entro il 2050. Sì, ma come?

La scarsità d’acqua non è un problema che riguarda solo i Paesi in via di sviluppo. In California, per esempio, si sta proponendo un piano di emergenza per il rifornimento idrico di ben 7,5 miliardi di dollari e negli Stati Uniti lo scorso anno i funzionari federali hanno avvertito la popolazione dell’Arizona e del Nevada che entro il 2016 sarà necessario affrontare dei tagli nel rifornimento idrico proveniente dal fiume Colorado. Alla radice del problema, apparentemente insormontabile, non ci sono solo le abitudini domestiche, ma anche le moderne tecniche di irrigazione, l’utilizzo di risorse idriche da parte degli impianti industriali nonché i cambiamenti climatici del pianeta. Lo stress idrico a cui sono sottoposte molte aree è dovuto allo sfruttamento dell’acqua dei fiumi, soprattutto in zone in cui oltre il 40% di tale acqua è già utilizzato; una situazione questa che riguarda circa un terzo della popolazione mondiale e che entro la fine del secolo potrebbe colpirne più della metà, se lo sfruttamento di risorse idriche continuerà a questo ritmo. Per ridurre lo stress idrico, gli autori dello studio hanno quindi individuato sei strategie. Fra le misure “soft” l’introduzione di nuove tecniche di coltura, unitamente ad una maggiore efficienza dei nutrienti agricoli; il miglioramento delle infrastrutture idriche, tramite il passaggio a sistemi di irrigazione a interruttore; l’utilizzo più parsimonioso del consumo di acqua domestica e industriale e, persino, una limitazione nel tasso di crescita della popolazione (da mantenere entro il 2050 al disotto degli 8,5 miliardi), potrebbero diminuire considerevolmente l’utilizzo d’acqua a livello mondiale. Ma i ricercatori hanno individuato anche delle soluzioni “hard” fra cui la possibilità di aumentare lo stoccaggio di acqua nei serbatoi e la desalinizzazione dell’acqua di mare. “Non esiste un unico metodo per affrontare il problema in tutto il mondo”, sostiene Tom Gleeson del Dipartimento di Ingegneria Civile del McGill e fra gli autori dello studio. “Ma, guardando il problema su scala globale, abbiamo calcolato che se quattro di queste strategie sono applicate allo stesso tempo è effettivamente possibile stabilizzare il numero di persone che nel mondo hanno problemi di stress idrico, piuttosto che continuare a consentire a questo numero di crescere, che è ciò che accadrà se continuiamo con il modello di business attuale”. “Riduzioni significative di stress idrico sono possibili entro il 2050”, aggiunge il co-autoreYoshihide Wada del Dipartimento di Geografia fisica dell’Università di Utrecht “ma un forte impegno e sforzi strategici sono necessari perché ciò accada.”

Riferimenti: Nature Geoscience Doi: 10.1038/ngeo2241

Credits immagine: Ian Sane/Flickr

Fonte: galileonet.it

Pesca, la maggiore pressione sugli ecosistemi è generata dall’Asia Orientale

I tropici contribuiscono ormai al 42% delle catture. Il consumo in Indonesia, Cina, Filippine e Vietnam è cresciuto di 12 milioni di tonnellate. Non è solo il consumo di pesce del ricco occidente a minacciare il futuro delle specie marine; secondo il rapporto State of the Tropicsla pesca nelle zone tropicali è in crescita, mentre nel resto del mondo è in lieve calo dal 1988. Se i tropici pesavano per il 12% negli anni ’50, la loro fetta è oggi arrivata al 42% del totale delle catture (esclusa quindi l’acquacoltura). La crescita maggiore si è riscontrata nell’Asia Sud Orientale: Indonesia, Cina, Filippine e Vietnam hanno aumentato i propri consumi di 12 milioni di tonnellate. La combinazione di crescita demografica e miglioramento del livello di vita ha contribuito ad aumentare la pressione sugli ecosistemi marini. Oggi in questa regione il consumo pro capite di pesce (32 kg/anno) supera del 70% la media planetaria (dati FAO). Il rischio è che un sovrasfruttamento degli stock possa portare al collasso della pesca in questa regione, colpendo soprattutto le comunità più povere che basano la propria sopravvivenza sulla pesca di piccola scala. Questo è già avvenuto in Perù, dove la pesca delle acciughe è cresciuta da 75000 a 12 milioni di tonnellate tra il 1950 e il 1970, per poi crollare brutalmente negli anni ’70 per la distruzione della popolazione. Solo ora gli stock stanno iniziando a riprendersi. Una situazione simile si è verificata con la catastrofe del merluzzo nel nord Atlantico. Si ritiene che il sofrasfruttamento e gli sprechi nel mondo della pesca causino danni per circa 50 miliardi di dollari all’anno.  Una gestione più sostenibile della pesca è quindi vitale di fronte alla duplice minaccia dei cambiamenti climatici e della crescita della popolazione.

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Fonte: ecoblog.it

Biodiversità, grande ricchezza a rischio

La straordinaria ricchezza di vita del nostro pianeta è a rischio per sovrasfruttamento, distruzione degli habitat, specie invasive e estinzioni a catena. Questo dipende anche dai nostri consumi. Mangiare meno carne ed evitare l’olio di palma può essere il nostro contributo per preservarla biodiversità

Oggi è la giornata internazionale della biodiversità; non è una ricorrenza che interessa solo i biologi e gli addetti ai lavori, dal momento che rappresenta la straordinaria ricchezza della vita. Questo pianeta ospita due milioni di specie conosciute di esseri viventi, ma si ritiene che il numero totale, tra la terra e il mare possa raggiungere gli undici milioni.

Ogni specie interagisce con le altre in modi complessi all’interno dell’ecosistema. Nel nostro passato ci sono state estinzioni, ma anche speciazioni, per cui grosso modo possiamo dire che la biodiversità è andata aumentando con il tempo, almeno fino ad ora. La biodiversità è importante per la buona salute della natura. Secondo l’opinione concorde dei ricercatori, la biodiversità aumenta la stabilità degli ecosistemi, mentre la sua perdita riduce l’efficienza con cui la comunità vivente cattura risorse essenziali, produce biomassa e ricicla i nutrienti. In secondo luogo, sono innumerevoli i benefici che la biodiversità apporta ai 7 miliardi di homo sapiens. In forte sintesi possiamo dire che la maggiore ricchezza e diversificazione delle specie migliora i raccolti agricoli, protegge dai parassiti e fornisce maggiore sicurezza alimentare. Non dimentichiamo poi che almeno la metà dei nostri medicinali è tratta da piante, animali o microorganismi. La cura per il cancro o per le malattie degenerative potrebbe trovarsi proprio in una delle tante specie che popolano le foreste pluviali e che ancora non conosciamo. Oggi la biodiversità è in grave rischio. Jared Diamond parla del quartetto malvagio: distruzione degli habitat, sovrasfruttamento delle risorse, introduzione di specie invasive e estinzioni secondarie a catena.  A questo elenco andrebbe aggiunto anche l’ inquinamento genetico prodotto dagli OGM e naturalmente i cambiamenti climatici effetto e causa di tutti gli elementi del quartetto. I danni che possiamo fare sono molteplici, ma è bene ricordarne uno in particolare, un vero crimine contro la natura, cioè il taglio della foresta tropicale, un vero e proprio santuario di biodiversità, per fare posto a nuove monoculture di un’unica specie. Ciò riguarda in particolare due prodotti: l’ olio di palma, in Asia Orientale, e la soia, in America Latina. Forse non ci abbiamo mai pensato, ma il modo in cui mangiamo può avere un grande effetto sulla biodiversità, dato che l’olio di palma si trova in quasi tutti i biscotti, le creme e i prodotti da forno mentre la soia è un componente essenziale nell’allevamento intensivo degli animali. Le scelte dell’industria alimentare e la spinta ad un sempre maggiore consumo di carne in Europa sta portando ad una vera e propria devastazione degli ecosistemi in altre parti del mondo. Mangiare meno carne e leggere bene le etichette per trovare i pochi prodotti senza grasso di palma è un buon modo per iniziare a tutelare la biodiversità.IDB2014-fixed

Fonte: ecoblog.it

Il declino delle api crea problemi per l’impollinazione in agricoltura

Le politiche agricole europee hanno fatto aumentare la superficie di raccolti che dipendono dall’impollinazione degli insetti cinque volte più in fretta dell’aumento delle colonie di api. Questo ha creato gravi deficit soprattutto nei paesi del nord EuropaImpollinazione

Le piccole api rendono un enorme servizio agli ecosistemi, e quindi anche all’agricoltura, provvedendo ogni anno all’impollinazione dei fiori.  Senza di loro, oltre 120 specie vegetali consumate dall’uomo si riprodurrebbero con maggiore difficoltà. Secondo uno studio appena pubblicato su PlosOne, il declino delle api in tutta Europa sta sollevando preoccupazioni  sulla disponibilità di sufficienti servizi di impollinazione all’agricoltura. Nello stesso tempo, le politiche agricole hanno spinto per una maggiore estensione di colture che necessitano di impollinazione, tra cui i biofuel. Tra il 2005 e il 2010, l’estensione di queste colture è cresciuta cinque volte più rapidamente delle colonie di api, che soddisfano meno del 90% della domanda in 22 paesi europei su 41. Se l’Italia ha fortunatamente visto crescere la capacità di impollinazione dal 50 al 75% (vedi la mappa qui sotto), n Gran Bretagna, Finlandia, paesi baltici e Moldavia, essa si situa al di sotto del 25%, iniziando a porre serie preoccupazioni sulla sicurezza alimentare, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, dal momento che un’altra ricerca rileva come i maggiori apporti all’umanità di vitamina A e C, di calcio, fluoro e acido folico provengono proprio dai raccolti impollinati dalle api.Capacità-di-impollinazione

Fonte: ecoblog