Ecomafie sempre più ricche: “fatturato” a quota 14 miliardi

Non conosce crisi il fatturato delle ecomafie, che sale in un anno del 9,4% oltrepassando quota 14 miliardi. Il 44% dei reati si concentra nelle regioni con presenza mafiosa, Campania in testa, e la percentuale più alta di illeciti si concentra nel settore dei rifiuti.9865-10652

I dati sono contenuti nel nuovo Rapporto Ecomafia di Legambiente che ha fotografato la situazione dell’anno appena trascorso. Nel 2017 c’è stato un aumento degli arresti per i traffici illeciti di rifiuti, ma ciò non basta;  il fatturato dell’ecomafia sale a quota 14,1 miliardi, una crescita del 9,4%, dovuta soprattutto alla lievitazione dei traffici e degli affari nel ciclo dei rifiuti, nelle filiere agroalimentari e nel racket animale.

La corruzione rimane il nemico numero uno dell’ambiente e dei cittadini, che nello sfruttamento illegale delle risorse ambientali riesce a dare il peggio di sé. L’alto valore economico dei progetti in ballo e l’ampio margine di discrezionalità in capo ai singoli amministratori e pubblici funzionari, che dovrebbero in teoria garantire il rispetto delle regole e la supremazia dell’interesse collettivo su quelli privati, crea l’humus ideale per le pratiche corruttive.

“I numeri di questa nuova edizione del rapporto Ecomafia – dichiara il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – dimostrano i passi avanti fatti grazie alla nuova normativa che ha introdotto gli ecoreati nel Codice penale, ma servono anche altri interventi, urgenti, per dare risposte concrete ai problemi del paese. La lotta agli eco criminali deve essere una delle priorità inderogabili del governo, del parlamento e di ogni istituzione pubblica, così come delle organizzazioni sociali, economiche e politiche, dove ognuno deve fare la sua parte, responsabilmente».

«Contiamo – prosegue Ciafani – sul contributo del ministro dell’ambiente Sergio Costa e sulla costruzione di maggioranze trasversali per approvare altre leggi ambientali di iniziativa parlamentare come avvenuto nella scorsa legislatura. Noi lavoreremo perché tutto questo avvenga nel più breve tempo possibile, continuando il nostro lavoro di lobbying per rendere ancora più efficace la tutela dell’ambiente, della salute dei cittadini e delle imprese sane e rispettose della legge”.

Fotografia dell’illegalità ambientale

C’è stato un forte aumento registrato nel 2017 degli illeciti ambientali, che sono 30.692 (+18,6% per cento rispetto all’anno precedente, per una media di 84 al giorno, più o meno 3,5 ogni ora), del numero di persone denunciata (39.211, con una crescita del 36%) e dei sequestri effettuati (11.027, +51,5%). Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso è stato verbalizzato il 44% del totale nazionale di infrazioni. La Campania è la regione in cui si registra il maggior numero di illeciti ambientali (4.382 che rappresentano il 14,6% del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3.178), dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809) e dal Lazio (2.684).

Applicazione delle norme sugli ecoreati

Complessivamente, cioè considerando sia la parte sui delitti previsti dal codice penale che quella sulle prescrizioni ex Parte VI bis del Codice dell’Ambiente, la legge 68 è stata applicata dalle forze dell’ordine 484 volte, portando alla denuncia di 31 persone giuridiche e 913 persone fisiche, arrestandone 25, chiudendo il cerchio con 106 sequestri per un valore complessivo di oltre 11,5 milioni di euro. A livello regionale e sempre considerando il lavoro delle forze di polizia sulla legge 68, ribaltando il quadro generale che di solito vede le regioni a tradizionale insediamento mafioso tra le più colpite, la Sardegna registra il numero più alto di contestazioni, 77, seguita dalla Sicilia, (48), dal Lazio (47), dall’Umbria (47), dalla Calabria (44) e dalla Puglia (41). Ispra e rete regionale delle Arpa (Snpa) hanno impartito 1.692 prescrizioni, quasi 5 al giorno, la maggioranza delle quali, circa 1.000, già ottemperate (e ammesse al pagamento), incassando più di 3 milioni di euro. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, i procedimenti totali avviati dalle procure sono stati 614, contro i 265 dell’anno precedente. La fattispecie più applicata è stata l’inquinamento ambientale con 361 casi, poi l’omessa bonifica (81), i delitti colposi contro l’ambiente (64), il disastro ambientale (55), l’impedimento al controllo (29) e il traffico di materiale ad alta radioattività (7). Il balzo in avanti nell’applicazione della legge 68 è certificato anche considerando l’attività di tutte le forze dell’ordine, dove gli ecoreati contestati passano da 173 (anno 2016) a 303, con una impennata netta del 75%.

Inchieste sui traffici illeciti di rifiuti

Nel settore dei rifiuti nel 2017 si è concentrata la percentuale più alta di illeciti: il 24% è più di quanto contestato per i delitti contro gli animali e la fauna selvatica (22,8%), gli incendi boschivi (21,3%), il ciclo del cemento (12,7%). Se a ciò si aggiunge la recrudescenza di incendi divampati negli impianti di gestione e trattamento di tutta Italia, appare evidente come il settore dei rifiuti sia sempre di più il cuore pulsante delle strategie ecocriminali. In crescita anche le tonnellate di rifiuti sequestrate dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e mezzo (1 gennaio 2017 – 31 maggio 2018) nell’ambito di 54 inchieste (in cui è stato possibile ottenere il dato, su un totale di 94) sono state più di 4,5 milioni di tonnellate. Pari a una fila ininterrotta di 181.287 Tir per 2.500 chilometri. Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Più che allo smaltimento vero e proprio è alle finte operazioni di trattamento e riciclo che in generale puntano i trafficanti, sia per ridurre i costi di gestione che per evadere il fisco.

Ecomafia

La natura profonda del crimine ambientale è economica e ha per principali protagonisti imprese e faccendieri, ma le mafie continuano a svolgere un ruolo cruciale, spesso di collante. I clan censiti da Legambiente finora e attivi nelle varie forme di crimine ambientale sono 331. Il 2018 è anno da record per lo scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose. Sedici i Comuni sciolti da gennaio, 20 nel 2017. Mentre i comuni attualmente commissariati dopo lo scioglimento sono 44 (ci sono anche alcuni sciolti nel 2016 e prorogati). Sono soprattutto i clan a minacciare gli amministratori pubblici che difendono lo stato di diritto e la salvaguardia dell’ambiente. Secondo i dati elaborati di Avvivo Pubblico, sono state 537 le intimidazioni nel 2017, se si considerano invece gli ultimi cinque anni il numero sale a 2.182.

Abusivismo edilizio

Il lavoro delle forze dell’ordine nel 2017 ha portato alla luce 3.908 infrazioni sul fronte “ciclo illegale del cemento”, una media di 10,7 ogni ventiquattro ore, e alla denuncia di 4.977 persone. Un dato in leggera flessione rispetto all’anno precedente, ma che testimonia come – dopo anni di recessione significativa – l’edilizia, e quindi anche quella in nero, abbia ricominciato a lavorare. Il 46,2% dei reati si concentra nelle quattro cosiddette regioni a tradizionale presenza mafiosa, ossia Campania, Sicilia, Puglia e Calabria.

In Italia si continua a costruire abusivamente, in maniera irresponsabile: secondo le stime del Cresme, nel 2017 in Italia sarebbero state costruite circa 17.000 nuove case abusive. Spaziando dall’abusivismo classico, che risale alle stagioni delle pesanti speculazioni immobiliari e dell’assalto alle coste, e quello di nuova matrice, meno maestoso e appariscente, più nascosto ma sempre presente. Rimane ancora molto da fare pure sul fronte delle demolizioni, dove solo pochi e impavidi sindaci hanno il coraggio di far muovere le ruspe, rischiando in prima persona. Più in generale, le poche demolizioni realizzate sono da attribuire al lavoro delle procure.

Agroalimentare sotto attacco

In crescita i reati nel settore agroalimentare, che toccano quota 37mila. Ci sono inoltre 22mila persone denunciate e/o diffidate, 196 arresti e 2.733 sequestri. Settori particolarmente colpiti quello ittico, della ristorazione, di vini e alcolici, della sanità e cosmesi e in genere nel campo della repressione delle frodi nella tutela della flora e della fauna. Impressionante e nettamente in salita rispetto al 2016 (quando oscillava intorno ai 700 milioni) il valore dei sequestri effettuati, che supera nel 2017 abbondantemente un miliardo di euro.

Pirati di biodiversità

Più di 6mila le persone denunciate per reati contro la biodiversità, quasi 17 al giorno, nel 2017 e 7mila le infrazioni (19 al giorno +18% rispetto al 2016). L’aggressione al patrimonio di biodiversità continua senza sosta, sulla pelle di lupi, aquile, pettirossi, tonni rossi, pesci spada e non solo. Le regioni a tradizionale presenza mafiosa totalizzano il 43% dei reati. La Sicilia è in testa per numero di illeciti (1.177 pari al 16,8% del totale nazionale), seguita dalla Puglia (946 reati), dal Lazio (727) e dalla Liguria per la prima volta in quarta posizione (569), prima della Calabria (496) e della Campania (430).

Ladri di cultura

Sono stati 719 i furti d’opere d’arte, in crescita del 26% rispetto al 2016, che hanno comportato 1.136 denunce, 11 arresti e 851 sequestri effettuati in attività di tutela. Il 38% dei furti si è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, cioè 273, di cui 148 nella sola Campania. Come gli anni passati Lazio e Toscana, rispettivamente con 96 e 85 furti, mantengono il podio nella speciale classifica di ruberie, seguite dalla Sicilia (70) e dalla Lombardia (58). La stima economica sul fatturato incassato dai furti d’arte oscillerebbe sui 336 milioni di euro.

Shopper illegali

È ancora allarme sugli shopper fuori legge, che inquinano ambiente e mercato, con sacche di illegalità diffuse in tutto il paese. Come ricorda l’Osservatorio Assobioplastiche, in media 60 buste su 100 in circolazione sono assolutamente fuori norma. Serve dunque intensificare i controlli a tutela dell’ecosistema, dei consumatori e del settore industriale della chimica verde. Sono i mercati rionali di ortofrutta e i negozi al dettaglio a immettere sacchetti ormai fuori legge.

Nel 2017 le sanzioni pecuniarie comminate ammontano a 5 milioni di euro. Per fare due esempi, l’attività del Nucleo speciale tutela proprietà intellettuale della Guardia di finanza ha portato al sequestro di circa 2 milioni di sacchetti di plastica illegali e 2,3 tonnellate di materia prima usata per produrli. A Napoli, nel 2017 la Polizia locale ha provveduto al sequestro di 1,6 milioni di sacchetti, mentre nei primi 5 mesi del 2018 ne ha già sequestrato più di 122.000.

Le proposte

Ecco, allora, in sintesi le principali misure di cui Legambiente auspica l’adozione.

  • Mettere in campo una grande operazione di formazione per tutti gli operatori del settore (magistrati, forze di polizia e Capitanerie di porto, ufficiali di polizia giudiziaria e tecnici delle Arpa, polizie municipali ecc.) sulla legge 68 che deve essere conosciuta nel dettaglio per sfruttarne appieno le potenzialità.
  • Sempre con riferimento alla legge 68/2015 occorrerebbe rimuovere la clausola di invarianza dei costi per la spesa pubblica prevista nella legge sugli ecoreati, così come in quella che ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente. Allo stesso tempo è necessario completare l’iter di definizione dei decreti attuativi del Ministero dell’ambiente e della presidenza del Consiglio dei ministri per rendere pienamente operativa la legge 132 del 2016 che ha riformato il sistema nazionale delle Agenzie per la protezione dell’ambiente.
  • Semplificare l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive, avocando la responsabilità delle procedure agli organi dello stato, nella figura dei prefetti, esonerando da tale onere i responsabili degli uffici tecnici comunali e, in subordine, soggetti che ricoprono cariche elettive, ovvero i sindaci.
  • Approvare il disegno di legge sui delitti contro fauna e flora protette inserendo – all’interno dello stesso nuovo Titolo VI bis del Codice penale – un nuovo articolo che prevede sanzioni veramente efficaci (fino a sei anni di reclusione e multe fino a 150.000 euro) per tutti coloro che si macchiano di tali crimini.
  • Suscita perplessità il nuovo istituto giuridico della non punibilità per particolare tenuità dell’offesa introdotto dal Dlgs 16 marzo 2015, n. 28, che soprattutto nel caso dei reati ambientali contravvenzionali rischia di vanificare molti procedimenti aperti. Per scongiurare tale rischio chiediamo che venga quanto meno esclusa l’applicabilità al caso dei reati ambientali.
  • Nell’ottica di garantire migliore protezione al nostro patrimonio storico‐culturale, rivedere il quadro normativo, partendo dal dato di fatto che, se si esclude il delitto di ricettazione – che è quello che si prova a contestare nei casi più eclatanti e che prevede una sanzione massima di otto anni – il rimanente quadro sanzionatorio in mano agli inquirenti è ancora troppo generoso per i trafficanti. Basterebbe recuperare il lavoro fatto nella passata legislatura, e sollecitato dagli allora ministri competenti Dario Franceschini e Andrea Orlando, con la Delega data al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria in materia di reati contro il patrimonio culturale, per arrivare all’approvazione di un nuovo titolo “Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale”: testo che dovrebbe rappresentare un nuovo punto d’inizio.
  • Sul fronte agroalimentare, riprendere la proposta di disegno di legge del 2015 sulla tutela dei prodotti alimentari della Commissione ministeriale presieduta dall’ex procuratore Gian Carlo Caselli, che introduce una serie di nuovi reati che vanno dal “disastro sanitario” all’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato.
  • L’accesso alla giustizia da parte delle associazioni, come Legambiente, dovrebbe essere gratuita e davvero accessibile. Altrimenti rimane un lusso solo per chi se lo può permettere, e tra costoro non ci sono sicuramente le associazioni e i gruppi di cittadini.
  • C’è la richiesta al parlamento di istituire al più presto le commissioni d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulla vicenda dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

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Ecomafie, cresce il fatturato globale: dal 2014 +26%

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Secondo un rapporto congiunto dell’agenzia dell’Onu per l’ecologia, l’UNEP, e dell’Interpol, diffuso in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, il 7 giugno 2016, il fatturato delle ecomafie cresce in tutto il mondo ad un ritmo incalzante e corre molto più delle economie più forti. Nel 2016 gli esperti calcolano che arriverà il fatturato delle ecomafie e delle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti ammonterà a 258 miliardi di dollari, con un aumento del 26% rispetto all’anno 2014: in generale nell’ultimo decennio i ricavi dai reati ambientali sono cresciuti in media del 5-7% ogni anno, molto più del Prodotto interno lordo globale. Fare affari con gli illeciti ambientali è un business molto redditizio. “Le forti somme di denaro generate da questi crimini mantengono in affari bande sofisticate e alimentano l’insicurezza nel mondo. Il risultato non è solo devastante per l’ambiente e le economie locali, ma per tutti quelli che sono minacciati da queste imprese criminali. Il mondo deve unirsi per adottare una forte azione nazionale ed internazionale per porre fine ai reati ambientali” ha dichiarato Achim Steiner, direttore dell’UNEP, alla presentazione del rapporto, intitolato “L’ascesa del crimine ambientale”. Tra i reati inclusi nello studio ci sono il traffico di specie selvatiche, il taglio illegale di boschi, il contrabbando di oro e altri minerali, la pesca di frodo, il traffico di rifiuti e le frodi sui crediti di carbonio. “Le ecomafie, criminalità organizzata che aggredisce e avvelena per i suoi affari illeciti il territorio, sono un massacro di natura e una minaccia per la salute pubblica, come sanno gli abitanti della cosiddetta ‘Terra dei fuochi’, a cui dobbiamo la difesa dalle cosche e la bonifica della loro terra”.

Ha dichiarato oggi il Ministro dell’Ambiente italiano Galletti commentando lo studio.

Fonte: ecoblog.it

Morto di cancro Roberto Mancini, il poliziotto che per primo denunciò la Terra dei Fuochi

Aveva scoperto la Terra dei Fuochi e stava lottando duramente contro il cancro. Roberto Mancini è stato l’investigatore della Polizia di Stato che per primo ha denunciato quanto stava avvenendo nella Terra dei Fuochi: un lavoro preciso, puntuale tanto che la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti (a cavallo della fine degli anni ‘90 e i primi del 2000) ha utilizzato le sue doti di investigatore per condurre un’intensa indagine diretta da Massimo Scalia proprio sullo scempio in atto in quel territorio campano a nord di Napoli. Un poliziotto integerrimo, preciso e dedito al suo lavoro di investigatore, che per anni è stato un vero e proprio Don Quijote della Terra dei Fuochi, unico a lottare contro i mulini a vento dei veleni che hanno massacrato quel territorio: un poliziotto ammalatosi di cancro proprio per il suo servizio allo Stato, un servizio che a maggio 2012 l’allora ministro dell’Interno Cancellieri ha riconosciuto, concedendo a Roberto mancini un indennizzo di 5.000 euro da parte del Viminale. Roberto Mancini è morto a 53 anni dopo una battaglia lunga 12 anni contro la leucemia. Lascia una moglie e una figlia. Si legge sul blog di Beppe Grillo, che due giorni fa postava un articolo proprio sulla vicenda di Mancini:

“[…] più volte sollecitato dai legali della famiglia mancini, l’ufficio di Presidenza della camera dei Deputati si è sempre scrollato di dosso qualsiasi responsabilità risarcitoria in merito.

L’ultima risposta da parte della presidente Laura Boldrini è giunta lo scorso luglio, quando è intervenuta per escludere che tra Mancini e l’Istituzione da lei presieduta sia mai intercorso alcun rapporto di lavoro. […]”

L’indennizzo da parte dell’Ufficio di Presidenza della Camera doveva essere discusso, ironia della sorte, proprio ieri pomeriggio: Roberto Mancini non ha fatto in tempo a ricevere la risposta che attendeva da anni. Lo scorso 7 aprile una delegazione dell’organizzazione Change.org (che si occupa di petizioni online), guidata dalla moglie di Roberto, si è recata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini per consegnare una petizione firmata da migliaia di cittadini indignati per l’atteggiamento delle nostre istituzioni. Ma è stato tutto troppo tardi: il destino di Roberto Mancini, ancora una volta, si è legato con quello della Terra dei Fuochi.Bmc6oMQIAAA5Q5I

“Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le ecomafie in Campania non cadano nell’indifferenza delle istituzioni e dell’opinione pubblica e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite […]”

ha dichiarato ieri la moglie a Mediterraneo News, prima che Roberto se ne andasse.

Fonte: ecoblog.it

Porto di Gioia Tauro, il potere delle cosche tra navi e veleni

Le ecomafie nel porto di Gioia Tauro continuano a fare affari d’oro. Secondo Wikileaks “ci sono occhi dappertutto”ITALY-SYRIA-CHEMICAL-WEAPONS

Il porto di Gioia Tauro è, gloriosamente, il più grande terminal per trasbordo di tutto il mar Mediterraneo e lo scalo merci principale lungo l’asse America-Europa-Medio Oriente: a Gioia Tauro transita di tutto, solo nel 2011 sono stati 2.300.000 i container movimentati in questo porto (nel 2007 oltre 3 milioni), dai beni alimentari alla cocaina, dai materiali d’importazione ai rifiuti tossici. Nel porto di Gioia Tauro giungeranno le armi chimiche provenienti dall’inferno siriano.

L’importanza di Gioia Tauro, la sua posizione e il volume d’affari di questo grande porto, è legata a doppio filo con traffici che di etico hanno ben poco: controllato storicamente dalla cosca Piromalli-Molè, gli affari nel porto di Gioia Tauro vanno avanti ininterrotti (con qualche lieve disturbo) già dai primi anni ‘80, ma è nell’ultimo decennio del “secolo breve” che i soldi veri, e i traffici seri, hanno creato il valore criminale intrinseco di questo enorme porto del sud. L’Operazione Decollo del 2004, ad esempio, portò alla luce il traffico di droga che dalla Colombia arrivava al cuore dell’Europa, passando (per l’80% del volume totale) proprio da Gioia Tauro: un crocevia che non ha riguardato solo il mercato degli stupefacenti ma anche merci contraffatte di vario genere e rifiuti tossici. In una drammatica relazione del 2008 della Commissione parlamentare Antimafia si descrive come la ‘ndrangheta

“controlli o influenzi gran parte dell’attività economica intorno al porto e utilizza l’impianto come base per il traffico illegale. […] è legittimo effettivamente affermare che la malavita ha eliminato la concorrenza di società non controllate o influenzate dalla mafia nella fornitura di beni e servizi, eseguire lavori di costruzione e di assunzione di personale. E che ha gettato un’ombra sul comportamento del governo locale e altri organismi pubblici.”

Nella relazione del 2004 a Gioia Tauro viene invece dedicato un capitolo intero, che potete consultare qui da pagina 89. Il primo terminal per il transhipment del Mediterraneo, a soli 70km dal capoluogo calabrese, garantisce alle cosche di agire all’interno di un tessuto criminale talmente vasto da rendere complicatissime indagini e scoperte sulle attività criminali nel porto: trovare container “particolari” su di una banchina ove ogni anno ne vengono movimentati oltre 2 milioni è come cercare un albero in Islanda: solo nel 2009 furono settemilaquattrocento le tonnellate di rifiuti sequestrati dalle autorità italiane. Gioia Tauro è l’ultima pista seguita in Italia dalla giornalista Ilaria Alpi, morta in circostanze misteriose a Mogadiscio mentre camminava sul filo dei veleni che unisce l’Italia all’Africa subsahariana: un fenomeno, quello dei traffici di veleni tra Italia ed Africa (Nigeria, Somalia ed Etiopia in particolare), ancora oggi poco chiaro, sommerso come un iceberg nell’omertà delle cosche e del segreto di Stato. Le ‘ndrine reggine, compresi i Piromalli, offrono un servizio di brokeraggio rifiuti economico e efficace, in tutta Italia, in tutta Europa: da sempre grandi quantità di rifiuti tossiconocivi transitano dalle banchine di Gioia Tauro per sparire nel profondo blu del Mediterraneo.

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Nel 2008 un’operazione dei Carabinieri del NOE dimostrò come ingenti quantitativi di materie plastiche tossiche, scarto di lavorazione di molte aziende italiane, venissero imbarcate a Gioia Tauro direzione Hong Kong e, una volta attraccate al porto cinese, venivano spedite agli schiavi delle fabbriche di giocattoli, per tornare infine in Europa sotto forma e colore di balocco per bambini. La seconda legge della termodinamica:

“Noi forniamo la materia prima per auto-inquinarci di ritorno: questo è veramente assurdo.”

diceva l’ex procuratore nazionale antimafia, oggi Presidente del Senato, Pietro Grasso. Se prendiamo i cablogrammi di Wikileaks le tinte del quadro sul porto più grande del Mediterraneo si fanno ancora più fosche: persino il presidente Obama, nel 2010, esprimeva preoccupazioni sulle infiltrazioni mafiose nei traffici marittimi del porto di Gioia Tauro; scriveva L’Espresso:

“Una delle più grandi preoccupazioni dell’America di Obama: il traffico di materiale nucleare clandestino utilizzabile dai terroristi che potrebbe essere movimentato attraverso porti come Gioia Tauro, descritto come una falla nei controlli europei.”

La ‘ndrangheta, che nel porto avrebbe “occhi dappertutto” e “funzionari disponibili a guardare dall’altra parte mentre si commettono illegalità”, è una presenza che emerge sempre più grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie (come gli scanner), che a Gioia Tauro fanno fatica a prendere piede. Una “pistola fumante” è la nave cargo fermata al porto di Genova nel 2010 e proveniente proprio da Gioia Tauro con a bordo un container contentente cobalto-60 o le 7 tonnellate di esplosivo T4 sequestrate, sempre nel 2010, proprio nel porto Calabrese (secondo Wikileaks sarebbero potuti essere utilizzati per la costruzione di una “bomba sporca”, ma i cablogrammi non chiariscono chi potesse avere questo tipo di obiettivo). Va sottolineato come le operazioni di polizia e le nuove tecnologie abbiano ridimensionato i traffici illeciti nel porto di Gioia Tauro (rispetto al 2012 il traffico di container l’anno scorso ha visto una flessione in negativo di quasi il 20%, segno che le cosche dirottano in altri porti, in Italia e in Europa, una parte dei loro traffici), ma certamente non si può definire “il porto più sicuro” del Mediterraneo, come qualcuno al Ministero delle Infrastrutture ha tentato di raccontare. Anche perchè dove non arriva la ‘ndrangheta arriva lo Stato, come testimonierebbe un documento citato da Terra e coperto in parte da segreto di Stato (consultabile nella relazione della Commissione Pecorella a questo link), che rivelerebbe come il porto di Gioia Tauro sia stato un luogo sicuro anche per i traffici di veleni coordinati dai servizi segreti, la stessa pista seguita da Ilaria Alpi: centinaia di milioni di euro stanziati ai servizi per provvedere allo “stoccaggio di rifiuti radioattivi ed armi”.

Fonte: ecoblog

Ecomafie in Veneto: come cambia il business dei rifiuti a Venezia e dintorni

La nuova ecomafia veneta guarda alla Cina ed esporta nelle regioni del Nord , togliendo quote di mercato a Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta81525281-586x381

Gianfranco Bettin, già candidato del centrosinistra per il governatorato del Veneto e ora assessore del comune di Venezia, ha spiegato come una delle priorità delle politiche ambientali del capoluogo debba essere quella di tenere Porto Marghera lontana dagli interessi delle ecomafie. I dati contenuti in un rapporto Dia del 2011 che avevano evidenziato infiltrazioni mafiose, a Venezia e a Porto Marghera, nel business del traffico clandestino dei rifiuti sono confermati dal primo dossier redatto dall’Osservatorio Ambiente legalità del Comune di Venezia, il primo, in Italia, a dotarsi di una struttura di questo tipo. In Veneto il traffico illegale di rifiuti è un business da 149 milioni di euro, su un totale di due miliardi di euro movimentati dall’attività criminale. Secondo il centro ricerche sulla criminalità dell’Università Cattolica di Milano, il Veneto è la prima regione in Italia nella classifica delle ecomafie e il 44% del business è gestito da organizzazioni criminali locali. Esistono presidi di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra ma quasi la metà del giro d’affari è in mano alla criminalità locale. Le ecomafie diventano più raffinate, cambiano metodi, falsificano documenti, fatture, dati e codici. Le attività illecite generano ricavi che vengono reinvestiti in attività legali. I rifiuti veneti compiono, a ritroso, l’antica Via della Seta, tornando in Cina. Tra il 2010 e il 2012 il 53-55% dei rifiuti in esportazione dal Porto di Venezia ha preso la via della Cina e il maggior numero di irregolarità riguardano questo Paese. I rifiuti illegali non prendono più la via della Campania, ma restano al Nord, nelle vicine Emilia e Lombardia. E poi c’è un dato che fa riflettere: fra il 2007 e il 2011, in quattro anni, c’è stato solamente un incendio l’anno, fra il 2012 e l’inizio del 2013 ben sei. Difficilmente sono auto-combustioni accidentali, molto più probabile che siano messaggi, criminosi segnali di fumo.

Fonte:  La Nuova di Venezia e Mestre

 

“L’Italia oltre la crisi”. Legambiente presenta il rapporto ‘Ambiente Italia’

Forti diseguaglianze generazionali e di genere, tasso di occupazione tra i più bassi in Europa, mobilità privata ai vertici, industria in crisi, dissesto idrogeologico senza freni, illegalità ambientale al top, concentrazione di polveri e metalli ancora elevati. In positivo aumentano le rinnovabili, si riduce la produzione di rifiuti e le emissioni inquinanti, e risultano in aumento anche le vendite di biciclette. È quanto emerge dal rapporto di Legambiente ‘Ambiente Italia 2013’.

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Le città soffocano per traffico e smog; la raccolta differenziata arranca in buona parte del Paese nonostante i 1300 comuni ricicloni e il calo nella produzione dei rifiuti (dovuto alle politiche locali oltre che alla crisi nonostante l’assenza delle politiche nazionali); il dissesto idrogeologico incombe sulla vita delle persone e l’economia del Belpaese; l’occupazione cala drammaticamente con il settore manifatturiero e industriale ridotto al lumicino; le ecomafie, intanto, in splendida forma, continuano a realizzare business milionari a scapito del territorio e dell’intera comunità, dove le diseguaglianze aumentano, con effetti particolarmente gravi nelle regioni del Sud. Che l’Italia stia attraversando un periodo di profonda crisi, è noto. Come è noto anche il fatto che i tagli e i sacrifici, spesso pesantissimi, imposti a tutti non siano riusciti a risolvere la situazione. L’Italia oltre la crisi, edizione 2013 del rapporto di Legambiente [1] realizzato in collaborazione con l’Istituto Ambiente Italia, presenta un’analisi degli ultimi dieci anni di “non governo” del territorio e delle politiche sociali attraverso una serie di indicatori sociali e ambientali e propone idee e proposte concrete per avviare una economia low carbon attenta alle persone e ai territori, perché uscire dalla crisi è possibile e alcuni segnali positivi di cambiamento stanno già emergendo. Ambiente Italia 2013 è stato presentato oggi a Roma in un convegno che ha visto la partecipazione di: Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente, Edoardo Zanchini, vice presidente Legambiente, Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd, Duccio Bianchi, dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia, e gli onorevoli Giulio Marcon e Gea Schirò (Camera dei Deputati). “Questa crisi è figlia di politiche scellerate che hanno considerato l’ambiente come un freno per lo sviluppo economico o un lusso da rinviare a tempi migliori – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. Dalla crisi che sta attraversando il Paese invece si potrà uscire solo con idee differenti e con il coraggio di cambiare sul serio. Dobbiamo puntare a una alleanza tra lavoro e ambiente per cercare di rispondere adeguatamente alla drammatica situazione attuale per cui aumentano le diseguaglianze e la crisi climatica incombe. Oggi c’è una sola ricetta per uscire dalla crisi, ed è quella di una Green economy che incrocia le domande e i problemi dei territori, i ritardi del paese e le paure del futuro, le risorse e le vocazioni delle città e che vuole rimettere al centro la bellezza italiana”. “Forse addirittura più grave della crisi economica è la mancanza di idee per cambiare la situazione attuale, per restituire una speranza ai precari, ai giovani senza lavoro, a chi vive in città inquinate – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini -. Non possiamo accontentarci di un dibattito politico senza sbocchi tra tagli alla spesa pubblica e agli investimenti e promesse su Imu, Iva e Irpef. Questa prospettiva condannerebbe l’Italia a altri dieci anni di declino, quando c’è invece bisogno di un cambiamento radicale.

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Servono risorse per la ricerca, la cultura, l’istruzione e per la messa in sicurezza del territorio in modo da dare all’Italia gli strumenti per uscire dalla crisi. Non è un sogno, ma una prospettiva lungimirante che passa per l’aumento della fiscalità sulle risorse energetiche, togliendo tutti i sussidi alle fonti fossili, in modo da ridurla sul lavoro, e per una tassazione finalmente adeguata e trasparente sulle risorse ambientali e i beni comuni (dal consumo di suolo ai materiali di cava, all’imbottigliamento di acque minerali alle spiagge), spingendo sul ripristino della legalità e fermando lo sperpero di denaro pubblico destinato a inutili e devastanti grandi opere”. “Misurata sugli 8 indicatori quantitativi dell’Agenda Europa 2020 – ha dichiarato Duccio Bianchi, dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia -, l’Italia mostra una forte debolezza rispetto a molte altre società europee soprattutto sul fronte dell’inclusione sociale e della costruzione di una “economia della conoscenza” fondata sull’innovazione tecnologica e scientifica. Ma anche una (inattesa) opportunità sotto il profilo ambientale. Noto – e peggiorato – risulta il gap con gli altri paesi nella spesa in ricerca e sviluppo e nella presenza di industrie e servizi ad alto contenuto tecnologico. Ed è preoccupante che questo avvenga anche nei settori dove oggi l’industria italiana è tra i leader europei: nelle energie rinnovabili (ha il 13% del fatturato europeo ma genera meno del 6% dei brevetti). Con una spesa per l’istruzione in declino, abbiamo solo il 20% dei giovani laureati e scontiamo un quasi drammatico “digital divide”, con solo il 66% degli adulti che utilizza internet (a fronte dell’82% dell’Europa e di quasi il 100% dei paesi nordici). D’altro canto va segnalato come il pilastro della sostenibilità ambientale abbia inevitabilmente “beneficiato” della recessione. Non solo perché sono diminuiti i consumi e quindi i prelievi e le emissioni ambientali. Ma, soprattutto, perché dentro la crisi si è talora avviato un cambiamento che se sostenuto da politiche intelligenti e adeguate potrebbe durare e divenire strutturale”. L’analisi dei parametri sociali rivela che l’Italia presenta forti diseguaglianze generazionali nell’accesso al lavoro, alla casa e ai sistemi di protezione sociale. Tra il 2008 e il 2011 il tasso di occupazione dei giovani è sceso dal 24% al 19%, un valore tra i più bassi in assoluto all’interno dell’Unione europea (la media è di oltre il 33%), con quattro regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia) che si collocano tra le regioni europee a più bassa occupazione giovanile. Il fenomeno che dovrebbe destare maggiore preoccupazione è l’alto livello di giovani che non lavorano né studiano né sono attivi disoccupati (i NEETs). In Italia, il loro livello, già elevato nel 2008 (16,6%), è esploso dopo la crisi raggiungendo il 20% nel 2011. Un valore ben superiore non solo alla media UE (13%), ma anche a quello del Portogallo (12%), della Grecia (17%) o della Spagna (18%). Si è quindi bloccata la mobilità sociale dell’Italia, già non particolarmente elevata.

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L’Italia, come e peggio di altri paesi mediterranei europei, mostra poi un forte gap tra uomini e donne nell’accesso al lavoro (il tasso di occupazione femminile è il 70% di quello maschile) e al reddito. Il reddito femminile è il 54% di quello maschile), sia nell’accesso alle responsabilità politiche e istituzionali e manageriali (dove le donne sono il 50% degli uomini). Particolarmente drammatica è la condizione di esclusione delle donne che si registra nelle regioni meridionali. Nel 2011, il più basso tasso di occupazione femminile in tutta l’Unione europea si registra in tre regioni italiane: Campania, Sicilia e Puglia. Puglia e Campania sono anche le regioni con il più ampio gap occupazionale tra uomini e donne. A livello di mobilità invece, la motorizzazione privata e le percorrenze in auto in Italia sono sempre tra le più alte d’Europa. Nonostante il declino delle nuove immatricolazioni, il tasso di motorizzazione continua a crescere e rimane ai vertici dell’Unione europea e del mondo. Nel 2011 siamo ormai sopra le 60 auto ogni 100 abitanti, rispetto alle 50 della Germania e alle 47 della media dell’Unione europea. Anche le percorrenze automobilistiche in Italia sono superiori alla media europea (il 22% in più) e a quelle della maggior parte degli altri paesi europei. Più rilevante, invece, è la differenza per il trasporto pubblico urbano, soprattutto nelle principali città, dove in altri paesi europei è più rilevante sia la quota di movimenti ciclabili sia quella con mezzi pubblici (in particolare tram e metropolitane). Nel 2011 inoltre, per la prima volta, le vendite di biciclette nuove hanno superato in Italia le immatricolazioni di nuove auto. Le nuove immatricolazioni sono passate dalle 42-43 auto ogni 1.000 abitanti degli inizi 2000 (a fronte di una media di 38 auto per 1.000 abitanti nell’area euro) al minimo di circa 29 auto ogni 1.000 abitanti raggiunto nel 2011. Le vendite di biciclette invece, storicamente pari a circa i 2/3 delle nuove auto, hanno subito un rallentamento meno vistoso e in quell’anno hanno uguagliato e superato quelle delle auto. Comunque le vendite di biciclette sono largamente inferiori alla media europea.

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Sul fronte energetico, nel 2012 è proseguita la discesa dei consumi energetici nazionali. La crisi economica e le condizioni meteorologiche sono importanti fattori della riduzione ma la riduzione è anche il segno dell’introduzione di misure di efficienza energetica che hanno portato i consumi a valori inferiori a quelli del 2000. Il petrolio resta ancora la principale fonte (37,5%), essenzialmente per gli usi come carburante. Il 35% dei consumi derivano dall’impiego di gas naturale mentre il 13,3% è dato dalle rinnovabili e il 9% dall’uso di carbone. Nel bilancio energetico nazionale cresce la produzione da fonti rinnovabili, quasi raddoppiata rispetto a 10 anni or sono. Nella produzione elettrica nazionale, al 2012 le fonti rinnovabili valgono per il 28% della produzione e sono ancora in rapidissima crescita la produzione eolica (+34%) e quella fotovoltaica (+72%). Nel 2011 le emissioni di CO2eq sono stimate a 490 milioni di tonnellate, circa il 5% in meno del livello 1990. Nel 2011 la produzione di energia ha rappresentato il 31% del totale delle emissioni climalteranti italiane, i trasporti il 27%, l’energia per usi civili il 20%, l’energia per l’industria il 14%, l’agricoltura il 7,8%, i processi industriali il 7,5% e, infine, i rifiuti il 4,2%. L’Italia rimane il quarto paese europeo per emissioni dopo Germania, Regno Unito e Francia. Le riduzioni più consistenti si registrano per quei composti di cui è stato eliminato o fortemente ridotto l’utilizzo (come il piombo o l’anidride solforosa) o per cui sono state imposte specifiche misure di controllo e depurazione. Di gran lunga meno efficaci i risultati sulle emissioni polveri sottili – particolarmente rilevanti sotto il profilo sanitario – che si sono ridotte su scala europea del 26% (del 17% in Italia) sul periodo 1990-2010, ma sono cresciute nel 2010 rispetto al 2009 (sia nella Ue sia in Italia). La riduzione delle emissioni di metalli pesanti, in alcuni casi altamente tossici e cancerogeni, è stata rilevante su scala europea, ma molto più bassa in Italia. Anche per gli inquinanti organici persistenti, come i PCB o le diossine, le riduzioni conseguite in Italia sono state meno ampie rispetto a quelle medie europee. Nel settore dei rifiuti, nel 2011 la produzione di quelli urbani ha subito una caduta, grazie ai primi risultati delle politiche degli enti locali ma anche per effetto della riduzione dei consumi, attestandosi (sulla base dei comuni capoluogo) a circa 31,5 milioni di tonnellate. Il pro capite scende a poco più di 510 kg/ab, il valore più basso dal 2000. Negli anni 2000-2009 in Italia la produzione dei rifiuti urbani aveva continuato a crescere con un tasso quasi doppio rispetto al Pil: +11% la produzione dei rifiuti, +5,2% il Pil. Prosegue invece, anche se senza grandi balzi in avanti, la percentuale delle raccolte differenziate stimata al 37% nel 2011, con un modesto incremento sul 2010. Permane ancora un grande scarto tra le regioni settentrionali – in gran parte oltre il 50% – e le regioni centro-meridionali con tassi di riciclo più modesti e nelle regioni meridionali generalmente inferiori al 20% (con la sola eccezione della Sardegna). La tassazione ambientale nel 2011 è stata pari a 43,9 miliardi di euro, composta per il 75% (33 miliardi di euro) da tasse energetiche, e in particolare dalle accise petrolifere, per il 23,5% da tasse automobilistiche (10,3 miliardi di euro) e per il resto (meno di 500 milioni di euro) da tributi di discarica e altre imposte. Le tasse ambientali sono oggi significativamente inferiori rispetto agli inizi degli anni 2000 (nel 2001 erano il 3% del Pil e il 10,5% del totale delle entrate). In tutta l’Unione europea, tra il 1995 e il 2010, l’Italia è il paese con la maggiore contrazione dell’incidenza delle tasse ambientali sul Pil e, assieme a Grecia e Portogallo, dell’incidenza sulle entrate tributarie.

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Il declino del Belpaese negli ultimi 10 anni è evidente in alcuni settori come l’industria, dove dai grandi poli chimici e manifatturieri del passato si è passati ad avere solo grandi aree inquinate da bonificare, zone depresse dal punto di vista occupazionale e nessuna prospettiva di sviluppo del settore. Gli effetti sono ora sotto gli occhi di tutti, da Taranto a Brindisi, da Porto Vesme in Sardegna a Piombino fino alla Ferriera di Servola a Trieste, dai poli chimici o petroliferi di Gela, Augusta-Priolo-Melilli fino a Porto Torres e Terni senza dimenticare la raffineria Api di Falconara e il petrolchimico di Porto Marghera. Tutti poli industriali realizzati durante il boom economico anche in luoghi pregiati che hanno sversato per anni grandi quantitativi di inquinanti nell’ambiente, colpendo duramente il territorio e le comunità, e che pur essendo inseriti sin dal 1998 nel Programma di Bonifica del Ministero dell’Ambiente, risultano ancora ben lontani dal risanamento. Eppure, far ripartire il settore in Italia è possibile, come dimostrano, per esempio, alcune esperienze innovative (dalla Archimede Solar Energy di Massa Martana alla 3Sun in Sicilia che fa pannelli fotovoltaici a film sottile, dalle nuove bioraffinerie a Porto Torres fino a quella di Crescentino). L’illegalità ambientale in questi ultimi 10 anni non è mai diminuita: le infrazioni accertate nel 2001 erano 31.201, oggi, nonostante l’accresciuta sensibilità e la diffusione delle informazioni sulla gravità del problema, sono 33.817. Le persone denunciate o arrestate erano 25.890 mentre oggi sono 28.274. Assai preoccupante, nello stesso periodo, l’aumento dei numeri relativi alle quattro regioni tradizionalmente a rischio (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) con le infrazioni che passano da 15.708 a 16.116; le persone denunciate o arrestate che passano da 9.794 a 12.824 e i sequestri che salgono da 3.919 a 4.395. Anche nel ciclo dei rifiuti le infrazioni sono aumentate, passando da 1.734 a 5.284 (da 687 a 2.039 nelle 4 regioni a rischio), così come per l’annoso problema (tutto italiano) dell’abusivismo edilizio che grazie ai reiterati annunci di condono edilizio e alla scarsa attuazione della politica degli abbattimenti, ha visto il fenomeno passare dalle 25 mila infrazioni del 2001 alle 27 mila attuali mentre il business totale delle ecomafie è aumentato dai 14,3 miliardi di euro del 2001 ai 16,6 miliardi di euro del 2011. In tema di dissesto idrogeologico, se fino al 2000 le alluvioni e le frane coinvolgevano mediamente 4 regioni ogni anno, negli ultimi dieci anni il numero di territori coinvolti è raddoppiato, passando a 8. Così come sono aumentati i fenomeni meteorici che prima risultavano eccezionali. Nel contempo però la prevenzione tarda ad arrivare. Negli ultimi 10 anni solo 2 miliardi di euro sono stati effettivamente erogati per attuare gli interventi previsti dai Piani di assetto idrogeologico redatti dalle Autorità di bacino (PAI), per uno stanziamento totale di 4,5 miliardi di euro. Decisamente troppo pochi se si considera quanto invece sono costati, in termini di danni, i dissesti che si sono verificati nel corso degli anni. Nell’ultimo ventennio i danni da frane ed alluvione corrispondono a circa 30 miliardi di euro (fonte Ispra) e solo negli ultimi tre anni lo Stato ha speso circa un milione di euro al giorno per coprire solo parte dei danni provocati su tutto il territorio.

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L’Italia oltre la crisi però guarda avanti e presenta una serie di idee e proposte per mettere in moto gli interventi indispensabili per cambiare il futuro.

1) Ridisegnare la fiscalità per spingere l’innovazione ambientale e creare lavoro. Fare delle emissioni di CO2 il criterio per ridefinire accise e Iva che gravano su impianti da fonti fossili, autoveicoli, prodotti e consumi. In questo modo si premia l’efficienza energetica e si spingono gli investimenti, generando nuove risorse da utilizzare per ridurre la tassazione sul lavoro; rivedere canoni e tasse sull’uso dei beni comuni, intervenendo sui regimi di tutela. Per uscire dallo scandalo della gestione di cave, sorgenti di acque minerali, discariche, spiagge. In modo da fermare gli abusi, ridurre gli impatti, premiare l’innovazione; recupero urbano invece del consumo di suolo. Per recuperare miliardi di Euro da utilizzare per interventi  di riqualificazione ambientale e edilizia.

2) Fermare le ecomafie. L’ecomafia è la zavorra che impedisce concretamente alla Green economy di esprimere tutte le sue potenzialità: ogni tonnellata di rifiuti sottratta alle filiere legali è una tonnellata in meno per la filiera del recupero, riuso e riciclo; ogni metro quadrato in più di cemento illegale è un metro quadrato in meno di territorio agricolo o protetto; ogni pala eolica costruita con i soldi o l’intermediazione della mafia è una pala in meno per le imprese pulite delle energie rinnovabili. Sanzioni penali adeguate, misure preventive e patrimoniali, obbligo di ripristino dello stato dei luoghi, ravvedimento operoso o, addirittura, non punibilità se l’artefice del danno all’ambiente si autodenuncia e poi bonifica l’area interessata: ecco quanto prevede la proposta di legge di Legambiente per l’inserimento dei delitti contro l’ambiente nel codice penale.

3) Rilanciare gli investimenti, per rimettere in modo il paese. Tornare a investire per rilanciare l’economia e creare lavoro fermando la politica di tagli trasversali e indiscriminati: le risorse per contrastare il dissesto idrogeologico, investire in ricerca e green economy, realizzare bonifiche partendo dai siti orfani, acquistare treni e autobus, si possono reperire cambiando le priorità di spesa e intervenendo con coraggio sulla spesa pubblica, dove vi sono enormi sperperi di risorse in mala gestione, grandi opere, sussidi alle fonti fossili, armamenti.

4) Premiare l’autoproduzione energetica da rinnovabili e la riqualificazione del patrimonio edilizio. La rivoluzione energetica è già in corso con una produzione arrivata al 28% dei consumi elettrici nel 2012, ma oggi si deve fare un passo avanti per aiutare famiglie e imprese premiando l’autoproduzione da fonti rinnovabili e la gestione di impianti efficienti e puliti attraverso smart grid private e facilitando lo scambio con la rete. Tutti interventi oggi vietati che aprirebbero prospettive straordinarie di riduzione dei consumi da fonti fossili; puntando alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio quale scenario per far uscire dalla crisi il settore delle costruzioni con nuove politiche che diano certezze agli investimenti per ridurre i consumi energetici nelle ristrutturazioni degli alloggi e dei condomini secondo il modello inglese del “green deal”.

5) Mettere al centro le città. Solo investendo nelle città l’Italia può riuscire a muovere un’innovazione che non rimanga un concetto vago e astruso. Ed è la qualità e quantità del welfare, dal trasporto pubblico agli asili, dall’istruzione alla cultura, a determinare la competitività di una economia e di un territorio. Per questo serve una regia e una politica nazionale, per non perdere le risorse dei fondi strutturali europei 2014-2020 e realizzare finalmente interventi di riqualificazione ambientale e sociale delle periferie, per la casa e la mobilità sostenibile.

Fonte-. Il cambiamento