Marc e Nathanael ci accompagnano… alla ricerca di un senso!

Quali sono i limiti dell’idea del “progresso” e della “modernità”? Lo sviluppo di una società si misura attraverso l’accrescimento del suo PIL o dobbiamo piuttosto ridefinire la nozione di prosperità? Come possiamo inventare dei nuovi modi di vivere che preservino le eredità della tradizione e che accolgano le esperienze della modernità? Sono le domande che ritroviamo nel docu-film “Alla ricerca di un senso”.9514-10271

Difficile mettere “Alla ricerca di un senso” in una specifica categoria cinematografica. Non un film ambientale né di viaggio, non una finzione né totalmente un documentario, incarnato ma non intimista, assomiglia a un road-movie di una generazione disillusa alla ricerca della saggezza e del buon senso. I due registi Marc de la Ménardière e Nathanaël Coste ci invitano a condividere il loro rimettersi in discussione interrogando le nostre visioni del mondo.

A 10 anni dal loro ultimo incontro, Nathanaël ritrova Marc a New York. Il film inizia così. Le loro vite li avevano allontanati: Nathanaël ha appena finito un film sulla problematica dell’accesso all’acqua in India e Marc esporta dell’acqua in bottiglia per una multinazionale a New York. Un incidente interrompe il “sogno americano” di Marc che, immobilizzato a letto, finisce per guardare tutta una serie di documentari che Nathanaël, prima di partire, gli ha lasciato sulla “mercificazione del mondo”. Da quel momento, la sua coscienza non lo lascerà più in pace. Marc dimentica così i suoi piani di carriera e raggiunge Nathanaël in India, dove ha inizio un’epopea improvvisata. Equipaggiati di una piccola telecamera e di un microfono, Marc e Nathanaël, cercano di capire cosa abbia portato allo stato di crisi attuale e da dove possa arrivare il cambiamento. Dall’India al Guatemala, passando per San Francisco e l’Ardèche, le loro convinzioni iniziano a vacillare. Costruito intorno a testimonianze autentiche, dubbi e gioie, il loro viaggio iniziatico è un invito a riconsiderare il nostro rapporto con la natura, con la felicità e con il senso della vita: 87 minuti per riprendere fiducia nella nostra capacità di portare il cambiamento in noi stessi e nella società.allaricercadiunsenso

I TEMI SOLLEVATI DAL FILM

Il progresso e la modernità

Quali sono i limiti dell’idea del “progresso” e della “modernità”? Lo sviluppo di una società si misura attraverso l’accrescimento del suo PIL o dobbiamo piuttosto ridefinire la nozione di prosperità? Come possiamo inventare dei nuovi modi di vivere che preservino le eredità della tradizione e che accolgano le esperienze della modernità?

L’evoluzione delle nostre convinzioni

La società industriale si è costruita sulla visione di un mondo meccanicista retto sulla competizione: l’uomo egoista e materialista cercava di liberarsi da una natura ostile. Oggi viviamo in un mondo che deriva da questa rappresentazione. Date le scoperte scientifiche e antropologiche recenti, quali potrebbero essere le basi per una nuova storia?

La conoscenza di sé

I filosofi greci dicevano che prima di voler cambiare il mondo, bisognava prima conoscere e cambiare se stessi. Per favorire una trasformazione della società, sono dunque dei passi utili prendere il tempo di mettere in discussione le proprie convinzioni personali, esaminare le proprie zone d’ombra, le proprie paure, dubbi e frustrazioni?

Le crisi ecologiche

Le crisi ecologiche trovano le loro origini nella nostra visione del mondo e nel nostro rapporto con la natura. La terra è la nostra casa? Una fonte di risorse da utilizzare? Un luogo ostile? Una fonte di vita e di meraviglia? Noi siamo davvero separati da essa?

La forza della società civile

Il potere viene dall’alto o dal basso? Le strutture politiche attuali sono in grado di rispondere alle crisi ambientali e sociali? Può la società civile dare una nuova direzione, una visione differente?

I registi

Marc de la Ménardière

Finita la scuola di economia, Marc si ritrova a 26 anni, business developer a Manhattan. “Grazie” a un incidente, accadutogli giusto prima della crisi del 2008, rimette in questione il suo modo di vivere e il sistema economico del quale fa parte. Incomincia dunque una “ricerca di senso” che cambierà radicalmente la sua percezione di sé e del mondo.

Nathanaël Coste

Geografo, Nathanaël realizza dei documentari indipendenti nei quali si interessa alla relazione tra l’uomo e la natura, e ai fenomeni sociali e culturali generati dalla mondializzazione. Nel 2008, decide di andare a trovare Marc che non vedeva da anni. Il rincontro con Marc, sarà per lui il punto d’inizio di un’avventura umana e cinematografica tanto ricca che imprevedibile.

Perché avete voluto fare questo film?

Nathanaël: «Prima di interrompere la sua carriera di venditore d’acqua, Marc mi ha raggiunto in India mentre presentavo un documentario in un festival. Entrambi eravamo in un momento di cambiamento: quando senti che c’è bisogno di riallineare le tue azioni con le tue convinzioni profonde. Sentivamo entrambi questa chiamata al mettersi in viaggio e la convinzione che insieme c’era qualcosa da fare. Cominciando a filmare, non avevo mai immaginato che avremmo fatto un lungometraggio per il cinema. È stato quando siamo rientrati dall’India, e abbiamo guardato il girato delle interviste di Vandana Shiva e di Satish Kumar, che ci siamo resi conto che avevamo nelle nostre mani dei messaggi talmente profondi che era necessario continuare a scavare e andare fino in fondo all’avventura. Abbiamo così comprato una videocamera migliore e ricominciato il viaggio in America e poi in Europa, continuando a raccogliere testimonianze e messaggi grazie a diversi incontri, a volte fortuiti a volte organizzati».

Questi messaggi vi hanno nutrito al di là del viaggio?

Marc: «Ovviamente. È così che abbiamo potuto tenere duro e consacrare molto tempo per fare il film. Può essere che, effettivamente, sono state la luminosità e la forza emanata dalle persone incontrate che ci hanno permesso di non abbandonare il progetto. Ogni messaggio è come un albero che nasconde una foresta. Dietro ogni concetto, ci sono dei campi di investigazione molto vasti: sul senso della vita, il posto dell’uomo nell’universo, l’ecologia o la condizione umana. I nostri interlocutori esplorano temi diversi (la scienza, la biologia, l’ecologia, l’attivismo, la filosofia)… ma insieme sono pezzi di un unico puzzle, che apre prospettive diverse sulle cose».

Da dove può venire il cambiamento?

Marc: «Come dice Bruce Lipton citando Einstein: “non possiamo risolvere un problema con lo stesso livello di coscienza che l’ha creato”. La prima tappa del cambiamento consiste dunque nel prendere coscienza che le crisi attuali derivano dal nostro modo di vedere il mondo. Per i nostri intervistai, da 200 anni la nostra civilizzazione occidentale si è costruita su una visione materialista e meccanicista del mondo. Questa visione ha separato l’uomo dalla natura, il corpo dallo spirito e nega la dimensione interiore e il mistero dalla vita. Questa visione ha eretto la competizione a una legge naturale, l’avidità a una qualità benefica per l’economia, l’accumulazione di beni materiali come finalità dell’esistenza. Ed è mettendo in questione questi dogmi, la loro veridicità e le loro conseguenze, che una metamorfosi individuale e della società può divenire possibile!».

Nathanaël: «La rivelazione del nostro viaggio è la comprensione che l’uomo e la biosfera formano un tutt’uno interconnesso e  ìterdipendente. Secondo le saggezze antiche, noi siamo le cellule di un grande organismo vivente. Oggi, la nostra incapacità di vederlo ci porta all’autodistruzione. Che in tutto il mondo, professori di meditazione, scientifici o custodi di culture antiche, condividono questa visione è stata per noi una scoperta. Da questa consapevolezza, essi condividono altresì un’indignazione, molto ben espressa da Vandana Shiva: “ la reale urgenza è di proteggere le condizioni per vivere sulla Terra!”. Per la nostra generazione, la grande questione è di capire come trasformare questa collera giusta in qualche cosa di positivo che faccia avanzare le cose».

Che cosa avete voglia di dire a chi, guardando il mondo, si domanda che fare?

Nathanaël: «Quando ci si mette in cammino con convinzione e abnegazione, per forza si arriva da qualche parte. Ognuno può a suo modo andare alla ricerca delle proprie aspirazioni e domandarsi cosa lo fa “vibrare”. Molte delle nostre scelte sono oggi dettate dalla paura e dal conformismo. La scuola ci prepara a occupare dei ruoli, ma non si interessa molto a chi noi siamo veramente. La “ricerca di senso” è sicuramente qualcosa di personale, di intimo, ma noi abbiamo voluto aprire il dibattito e dire: “non è grave”, tutti quanti vivono con queste domande. Io credo che sia piuttosto sano parlarne insieme».

Come avete finanziato il film?

Nathanaël: «Il viaggio l’abbiamo finanziato con le nostre economie. Per il montaggio e la post-produzione, abbiamo inizialmente cercato produttori che hanno sollecitato dei canali televisivi. Questa fase è durata circa un anno, per poi sentirsi dire che “non riuscivano a trovare un posto per il film”. Allora, per arrivare alla fine del lavoro, abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione su internet per fare appello ai privati cittadini. E abbiamo ricevuto tre volte la cifra che avevamo chiesto! Abbiamo così avuto i mezzi per finire il film in delle condizioni insperate, di pagare i tecnici, e soprattutto di restare indipendenti lungo tutto il processo. Quello che ci ha veramente sostenuto, è stato anche vedere in quanti stiamo lavorando affinché nuovi modelli, basati su una visione più “sensibile” delle cose, possano emergere».

Perché la scelta dell’autodistribuzione?

Marc: «Abbiamo esitato. Avevamo trovato un distributore, ma quando avremmo dovuto formalizzare il contratto, abbiamo sentito che avremmo perso della coerenza con le nostre intenzioni… Abbiamo preferito quindi che fosse il pubblico ad appropriarsi del film, di creare degli eventi attorno ad esso e organizzare le proprie proiezioni. Ognuno diventa attore. In più il nostro film non è da “consumare” soli al buio. Deve servire a connettere le persone tra di loro, creare delle sinergie grazie al dibattito alla fine del film e, perché no, a permettere e incoraggiare delle azioni vere e proprie».

QUI per organizzare una proiezione

Nathanaël: «Abbiamo avuto fiducia che il progetto sarebbe arrivato fino alla fine. Ci abbiamo messo 5 anni! Oggi, noi speriamo che le persone si impossessino del film e lo diffondano. A quel punto il film vivrà la sua vita e noi potremmo tornare progressivamente alla nostra, anche nulla sarà mai più come prima».

Per questo film, girato coi “mezzi a di disposizione”, i realizzatori hanno potuto mantenere un processo di produzione e di distribuzione totalmente indipendente grazie al sostegno degli internauti. Girate le immagini, i film è stato coprodotto su internet da 963 sottoscrittori che hanno dato fiducia al progetto e pazientato un anno prima di poter vedere il film. L’aiuto spontaneo di non pochi musicisti, traduttori, tecnici, grafici e altri benefattori, ha permesso di andare fino in fondo all’avventura con degli standard di qualità professionale. L’uscita nelle sale (che non era prevista all’inizio!), ha seguito lo stesso processo “collaborativo” grazie al sostegno della comunità degli spettatori che hanno diffuso il film, e alle associazioni che si sono aggiunte all’avventura. Il movimento Colibri diffonde attivamente il film nel contesto della sua nuova campagna civica: “une (R)évolution intérieure”.

Con le testimonianze di:

Vandana Shiva

“Pensarsi come consumatori fa parte del problema. Ritrovare la nostra identità di creatori e produttori fa parte della soluzione”. Fisica e epistemologa, con un dottorato in Filosofia e Teoria Quantistica, Vandana Shiva è una delle grandi figure de l’altermondialismo. Con Satish Kumar ha creato “Navdanya”: un’associazione che opera per la conservazione delle semenze contadine.

Satish Kumar

“Non si può avere una crescita infinita in un mondo finito, bisogna inspirarsi alla natura e creare un’economia ciclica”. Nel 1961 Satish, monaco, incomincia una marcia per la pace di più di 12000 km senza denaro. Oggi è redattore della rivista “Résurgence” e direttore dei programmi dello Schumacker College in Inghilterra.

Pierre Rabhi

“Bisogna innovare rinunciando all’ideologia fondamentale che ha determinato il vecchio mondo”. Originario dell’Algeria, Pierre Rabhi è uno dei precursori dell’agro-ecologia. La sua esperienza di vita atipica, l’ha portato a scrivere e a testimoniare del suo rapporto con la modernità e la felicità. In Francia, ha creato diversi movimenti come Terre & Humanisme e Colibris.

Trinh Xuan Thuan

“Noi siamo interdipendenti dalle stelle e dal Cosmo”. Astrofisico americano, conosciuto a livello mondiale, Trinh Xuan Thuan è famoso per una serie di libri tra cui “The Cosmos and the Lotus”. Nel 2009, è stato premiato con l’Unesco Kalinga Prize e fa opera di divulgazione scientifica sull’Universo e le questioni filosofiche a esso connesse.

Frédéric Lenoir

“Descartes considera il mondo come una macchina inerte che può utilizzare. Questo pensiero rappresenta la totale dominazione dello spirito sulla natura”. Filosofo, sociologo e storico delle religioni, ha diretto per numerosi anni la rivista specializzata “Le Monde des religions”. Autore di una quarantina di opere tradotte in una ventina di lingue, scrive anche per il teatro, il cinema e fumetti.

Chaty Secaria

“Esistono talmente tanti cammini spirituali: qual è il migliore? Quello che farà di te una persona migliore. È tutto!”. Chaty Secaria è la fondatrice di un centro di meditazione, aperto a viaggiatori di tutto il mondo, che hanno voglia di scoprire i testi dimenticati delle grandi tradizioni spirituali. In Guatemala, Chaty anima da diversi anni un’emissione televisiva quotidiana sulla felicità.

Bruce Lipton

“Quello che è meraviglioso, è che tutte le convinzioni alla base della nostra civilizzazione, sono ormai da riconsiderare”. Dottore in biologia, le sue ricerche sulla membrana cellulare hanno avuto un ruolo precursore nello sviluppo dell’epigenetica: una delle nuove scienze che studiano l’influenza dell’ambiente esterno sull’impronta genetica. È conosciuto per la sua opera “La biologia delle credenze” che tratta dell’impatto della psiche sul corpo.

Jules Dervaes

“Noi siamo i guardiani della terra, non i suoi proprietari”. Con la sua famiglia, dal 1994, Jules coltiva una parcella di 400m2 dietro la loro casa. Da questa produzione biologica e intensiva, Jules e la sua famiglia ricavano 3 tonnellate di frutta e verdura all’anno, con un’autonomia del 90% in estate.

Marianne Sébastien

“Non c’è sviluppo esteriore se non c’è sviluppo interiore”. Con una triplice formazione sul sociale, la pedagogia e la letteratura, Marienne Sébastien ha un percorso esemplare come capo d’impresa (Femme Entrepreneur 2007), e di cantante e terapeuta tramite la voce. Ha fondato Voix Libre, un ONG a taglia umana che lavora in Bolivia con i bambini nelle miniere le popolazioni disagiate.

Hervé Kempf

“Siamo in un momento di transizione storica. Stiamo cambiando d’epoca e passando ad un altro stato”. Giornalista e scrittore, Hervé Kempf ha scritto per molto tempo per la sezione Ambiente di Monde, e si interessa alla causa ecologista attraverso una lettura lucida dei rapporti di forza. Nelle sue opere, tra cui la famosa “Come i ricchi stanno distruggendo il pianeta”, ci invita a ripensare il nostro rapporto alla ricchezza e alla democrazia.

 Guarda il trailer

Fonte: ilcambiamento.it

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“Il tempo delle api”, un documentario sull’apicoltura naturale in Italia

Due amici e un progetto comune: realizzare un documentario dedicato all’apicoltura. Girato nell’arco di tre anni in un casale di campagna dove un gruppo di ragazzi ha scelto di vivere insieme, “Il Tempo delle Api” racconta la storia di due giovani apicoltori che provano ad allevare le api in maniera naturale. Api a rischio estinzione? Certo, ma c’è chi cerca di correre ai ripari. “Il tempo delle api”, documentario di Rossella Anitori e Darel Di Gregorio, racconta la storia di due giovani apicoltori che provano ad allevare le api in maniera naturale. “Il film non si propone di insegnare una nuova tecnica – si legge nel sito ufficiale  – ma piuttosto di riflettere sulle difficoltà che gli apicoltori si trovano ad affrontare giorno per giorno”, aprendo un fronte di dibattito su quello che potrà essere il futuro delle api.15203206_1819793878236100_8321178540734833530_n

Il documentario è il frutto di un lavoro di osservazione lungo tre anni in un casale dei Castelli Romani alle porte di Roma. Darel, uno degli autori, racconta l’inizio di questa avventura spiegando che i due protagonisti del documentario, Mauro e Valerio, facevano parte della stessa comune in cui abitava proprio ai Castelli Romani. Qui si realizzavano una serie di progetti eco-sostenibili, dall’agricoltura sinergica alla permacultura.

“Avevo diciannove anni quando ho intercettato i ragazzi del casale – spiega Darel ricordando l’inizio della sua esperienza – e nonostante fossi cresciuto in campagna, è stato insieme a loro che ho imparato a conoscere le piante dell’orto, a cucinare secondo le stagioni e a chiamare gli alberi che avevo intorno. Era una casa aperta ai viaggiatori, facile da raggiungere e un buon compromesso tra chi voleva vivere nella società e chi se ne voleva allontanare.”
Un giorno Mauro e Valerio hanno scoperto che in Sud America stavano sperimentando un’apicoltura che metteva in primo piano le api e la loro salute, e così da subito si sono adoperati per realizzare qualcosa di simile in Italia.15621812_1831974680351353_5911950235911556652_n

Proprio in quello stesso periodo Darel incontra Rossella, che all’epoca stava scrivendo un libro sulle Comuni e gli eco-villaggi d’Italia, e in questo contesto si sono creati i presupposti per un lavoro documentario sull’esperienza intrapresa da Mauro e Valerio. La curiosità a conoscere gli ideali che guidano questo nuovo esperimento e il fascino nutrito verso il mondo delle api hanno fatto il resto, e così i due registi si sono messi a lavoro per la realizzazione de “Il tempo delle api”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/tempo-api-documentario-apicoltura-naturale-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Revenge of the Electric Car: un documentario sulla nuova generazione di motori elettrici

Revenge of the Electric Car è un documentario girato in lungometraggio diretto dal regista Chris Paine, che nel suo curriculum ha già all’attivo la regia di ‘Who Killed the Electric Car?’: presentato per la prima volta al Tribeca Film Festival del 2011 a New York, in occasione dell’Earth Day, il film racconta la storia di quattro imprenditori che lottano per aprire nicchie di mercato per auto elettriche durante la grande recessione del 2008.

Nel film, ambientato tra il 2007 e il 2010, compare anche, per la prima volta su tutti gli schermi, l’enigmatico Elon Musk, alla guida di Tesla Motors per i primi tre anni inseguendo il suo sogno di una mobilità libera dai combustibili fossili. Tra gli altri protagonisti c’è Bob Lutz, vicepresidente di General Motors, Carlos Ghosn, amministratore delegato che ha letteralmente salvato Renault-Nissan dal fallimento. Il film vuole raccontare la resurrezione di una nuova generazione di automobili alimentate da motori a energia elettrica: tra queste ci sono la Chevrolet Volt, la Nissan Leaf e la Tesla Roadster. Automobili e tecnologie che rinascono dalle proprie ceneri, da quando il programma ambientale della California ha portato nel 2006 la distruzione di ben 5.000 veicoli elettrici perché fuori norma. È un punto di vista molto interessante, formativo e ricco di nozioni che può avvicinare chiunque al mondo delle auto elettriche, ne evidenzia pregi (molti e vantaggiosi) e difetti (pochi ma antipatici, ma considerate che il documentario è uscito nel 2011 e negli ultimi cinque anni le cose sono parecchio migliorate). Insomma, è un film da vedere per tutti coloro i quali vogliono avvicinarsi al mondo dei motori elettrici.

Fonte: ecoblog.it

The Messenger, un documentario alla scoperta degli uccelli canori

Nel sufismo islamico si credeva che gli uccelli canori portassero messaggi dall’aldilà e che il loro canto avesse dunque il potere di mettere in contatto il mondo dei vivi e quello dei morti. Con The Messenger, la regista Su Rynard esplora approfonditamente i problemi a cui questi “messaggeri” devono far fronte in un mondo sempre più antropizzato che ne mette a rischio la sopravvivenza. Dalla Foresta Boreale dell’estremo Nord America alle pendici del Monte Ararat, dai boschi della Pennsylvania alle campagne francesi, da Ground Zero al Costa Rica, gli uccelli canori sono in pericolo.

Oltre alla caccia, Rynard evidenzia i pericoli meno noti al grande pubblico, per esempio come l’utilizzo dei neonicotinoidi in agricoltura vada a decimare gli insetti che ne sono il sostentamento e a inquinare le acque e gli ecosistemi in cui gli uccelli si muovono. Un altro grave problema è l’inquinamento luminoso che ne disturba i flussi migratori, alterando l’orientamento basato sul campo magnetico e sul volo nelle ore notturne. Fra i momenti più incredibili di questo documentario vi sono sicuramente quelli in cui i ricercatori ritrovano uccelli che hanno compiuto un percorso di andata e ritorno dal Nord al Sud America per tornare nello stesso luogo dal quale erano partiti mesi prima.

Fra i pericoli per gli uccelli vi sono anche le collisioni in quota e quelle contro i grattacieli e, naturalmente, tutti quei “progressi” tecnologici che comportano la distruzione degli habitat degli uccelli migratori. La scomparsa degli uccelli non va sottovalutata e la storia dimostra quanto siano importante per gli equilibri ecosistemici. Come si racconta nel documentario, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta Mao Tse Tung diede vita alla campagna contro i quattro flagelli. Uno di questi era, secondo il leader cinese, la presenza dei passeri “rei” di mangiare i chicchi di grano.

I contadini furono dunque incaricati di ucciderli o farli morire per sfinimento spaventandoli con forti rumori. I nidi e le uova vennero distrutti, i pulcini uccisi e si stima che furono abbattuti circa otto milioni di passeri e altri uccelli. Nell’aprile 1960 i dirigenti di Pechino si accorsero che in assenza dei passeri, suoi predatori naturali, le cavallette avevano la possibilità di aggredire indisturbate le coltivazioni. La povertà dei raccolti successivi alla scomparsa degli uccelli fu la principale causa di una carestia che costò la vita a circa 30 milioni di persone. Come accade con la scomparsa delle api, anche quella degli uccelli canori e migratori è un segnale molto importante dello stato di salute del Pianeta e della gravità dei disequilibri provocati negli ecosistemi dall’attività umana.

Foto | Cinemambiente

Fonte: ecoblog.it

Cina, il documentario di denuncia censurato da Pechino

Under the dome dell’ex giornalista televisiva Chai Jing denuncia la politica energetica del governo cinese

Si chiama Chai Jing l’ex giornalista televisiva 39enne che ha deciso di sfidare il potere politico-economico del suo Paese e rivelare che cosa accade con Under the dome ovvero “sotto la cupola”. L’ex giornalista ha prodotto a sue spese il documentario l’ha messo in rete e il suo video, in versione integrale o in versioni ridotte e frammentate, è già stato visto da circa cento milioni di persone in pochi giorni diventando un vero e proprio “caso”. Chai Jing racconta come nel suo Paese vengano utilizzate risorse fossili di bassa qualità e l’apatia burocratica e la mancanza di legislazione facciano il resto, creando gravi catastrofi ambientale, mentre il potere crea diversivi con investimenti nell’energia pulita che non sono in grado di rimediare ai danni passati e futuri delle fonti fossili. La giornalista spiega come i funzionari governativi cinesi vengano valutati per quanto fanno crescere il Pil, non per i risultati ottenuti, ragione per cui l’importante è far partire un progetto, non proseguirlo o portarlo a termine. Il documentario ricorda Una scomoda verità con Al Gore: la giornalista cammina sul palcoscenico e racconta con l’ausilio di immagini e infografiche verità altrettanto scomode. Proprio oggi è il giorno della cerimonia inaugurale della riunione annuale del Parlamento cinese, l’occasione nella quale i delegati firmano le proposte del Partito Comunista tramutandole in legge. La scelta di tempo con cui questo documentario – della durata di 103 minuti – è stato pubblicato non è casuale. Diventato in breve tempo virale, duplicato su più siti Internet e sottotitolato in inglese per renderlo comprensibile anche al pubblico occidentale, Under the dome è stato censurato dal web cinese. Il classico recinto chiuso dopo che i buoi sono già fuggiti.185469049-586x390

Fonte: The Guardian

© Foto Getty Images

La vita sociale segreta delle piante: il documentario della BBC

Le piante comunicano tra loro, inviano segnali sia sopra che sotto il suolo per avvisarsi a vicenda dei pericoli esterni, come per esempio i pesticidi. Riescono a mettersi “in rete” fra loro e a rispondere agli stimoli. Un mondo ancora in gran parte sconosciuto che merita di essere scoperto.piante_comunicano

Ormai sono innumerevoli gli studi che attestano la capacità delle piante di relazionarsi tra loro attraverso un vero e proprio linguaggio organizzato. A questo proposito, illuminante e rivelatore è il documentario diffuso qualche giorno fa dalla BBC dal titolo “Come le piante pensano e comunicano”.

Semplice e immediato è il cortometraggio, animato da Minute Earth, che spiega come la piante riescano a comunicare tra loro, inviarsi segnali sia sotto che sopra il suolo e anche riconoscere fattori esterni pericolosi, come i pesticidi. E’ affascinante pensare che l’odore dell’erba tagliata di fresco ci possa riportare alla nostra infanzia, ma a una pianta fa un effetto differente. Di generazione in generazione, le piante hanno imparato a interpretare i composti complessi nell’aria e a reagire ad essi comunicando specifiche paure e reagendo anche all’unisono.  Come spiega il cortometraggio, alcune piante come il mais o il cotone possono aiutare gli insetti quando sono in difficoltà. La pianta di pomodoro riesce ad avvertire che la pianta vicina sta male e inizierà a produrre anticorpi in risposta. Le piante comunicano da tempo immemorabile tra loro in una fitta e complessa rete. Gli scienziati lo confermano. Sulla rivista scientifica Trends in Plant Science è stato anche spiegato che le piante non solo riescono a rispondere ai suoni, ma producono esse stesse suoni che i ricercatori dell’università dell’Australia occidentale sono stati in grado di ascoltare. I ricercatori della Bristol University hanno anche osservato che quando le radici vengono messe in sospensione nell’acqua e viene prodotto un suono continuo a 220Hz, frequenza simile a quella delle piante, le piante crescono dirigendosi verso la fonte sonora. Oltre ovviamente ad utilizzare la luce, le piante utilizzano anche le sostanze volatili per comunicare tra loro per esempio quando si avvicina un erbivoro, quindi un pericolo. Addirittura ci sono piante che sprigionano determinati gas quando si trovano in specifiche situazioni in modo da riuscire ad avvertire i vegetali che sono vicini.

La vita sociale segreta delle piante

Fonte:  ilcambiamento.it

Oscar 2015: sfida eco fra Virunga e Il sale della terra

Nella categoria riservata al miglior documentario due film con una forte impronta ecologista. Il primo racconta la battaglia contro le trivellazioni della Soco nel parco di Virunga, il secondo i viaggi del fotografo Sebastião Salgado.

Nella categoria del miglior documentario sono due candidati “forti” agli Oscar 2015, due film che parlano di difesa dell’ambiente e lo fanno con un impianto narrativo e una qualità fotografica sbalorditivi: Virunga e Il sale della terra. Due candidati “forti”, per le storie che raccontano e per come le raccontano, se la dovranno vedere con Citizenfour di Laura Poitras, il documentario su Edward Snowden diretto da una delle giornaliste più pericolose d’America, la donna che affianca Glenn Greenwald e Jeremy Cahill nell’ambizioso progetto giornalistico The Intercept. Avamposto del Soft Power ovverosia del potere persuasivo con il quale gli Stati Uniti colonizzano l’immaginario occidentale da un secolo a questa parte (e globale da qualche decennio in meno), gli Academy Awards si sono rivelati molto spesso veicoli di messaggi politici, quando non geopolitici, messaggi molto spesso orientati verso un pubblico democratico. I premi, con la loro visibilità planetaria, hanno sistematicamente privilegiato il messaggio a discapito di un rinnovamento e del sostegno alla reale qualità dei premiati. In questa logica di premi molto spesso pretestuosi dati a prescindere dalla qualità, ma in virtù dell’importanza del tema, ambiente ed ecologia hanno sempre rappresentato una nicchia di scarso interesse. Quest’anno Virunga e Il sale della terra sembrano avere tutte le carte in regola per spezzare una tradizione anti-ecologista che solamente Una scomoda verità di Davis Guggenheim nel 2006 e The Cove di Louie Psihoyos nel 2009 sono riusciti a interrompere grazie alla potenza di un discorso fortemente universale. Anche questa volta la battaglia sarà giocata sull’importanza del tema? È chiaro che i tre documentari favoriti propongono tematiche cruciali per il futuro dell’umanità: Virunga quella delle scelte fra salvaguardia della natura e risorse fossili, Il sale della terra quella degli equilibri sociali e naturali, Citizenfour della libertà e della privacy. Virunga è un documentario sbalorditivo, Orlando von Einsiedel è riuscito ad amalgamare documentario naturalistico, reportage di guerra e inchiesta giornalistica in un prodotto di magistrale coerenza stilistica, più appassionante di qualsiasi action movie, perché è tutto vero. E il film è stato parte integrante di una campagna del WWF per la salvaguardia del parco nazionale più antico d’Africa.

Il sale della terra, firmato da un maestro come Wim Wenders e da Juliano Ribeiro Salgado, racconta la storia del fotografo Sebastião Salgado attraverso quasi cinquant’anni di scatti. In un meraviglioso bianco e nero che si riempie di tutte le sfumature che Salgado è riuscito a dare a questi due colori viene raccontata la bellezza della terra e dei suoi abitanti. Dopo avere inseguito per anni i volti, dopo il dramma del Ruanda, Salgado decide di ritrarre le terre vergini, ma torna alla fattoria della sua famiglia per compiere un “miracolo” far rivivere la foresta scomparsa della sua infanzia.

Due film mirabili, fra i più belli visti nel 2014, corrono per l’Oscar e, proprio per la rilevanza che questi premi hanno a livello globale, sarebbe importante che si premiasse l’ecologia facendola uscire dalla nicchia che, nel nostro Paese, trova in un festival Cinemambiente la vetrina più importante e prestigiosa.virunga-1-620x347

Foto | Ufficio Stampa Cinemambiente

Fonte: ecoblog

“On our land”, il documentario che racconta il furto della terra

“On our land” è un documentario prodotto dall’Oakland Institute che racconta come le comunità rurali di Papua Nuova Guinea siano state private, illegalmente, della loro terra.on_our_land

Le comunità rurali di Papua Nuova Guinea sono state private della loro terra e delle risorse naturali attraverso operazioni illegali; la conseguenza è stata la distruzione delle comunità stesse e la devastazione dell’ambiente. Il documentario “On our land” dà voce alle popolazioni che hanno subìto questa ingiustizia e che, grazie ad alcune organizzazioni non governative locali, combattono per i loro diritti e perché sia loro restituito quanto sottratto. “On our land” è stato prodotto dall’Oakland Institute in collaborazione con il Pacific Network on Globalisation e il Bismark Ramu Group. L’Oakland Institute è un ente indipendente impegnato nella sensibilizzazione sui temi di maggiore impatto sociale, economico e ambientale. Il Pacific Network on Globalisation (PANG) è un network nato nelle regioni del Pacifico che promuove la sovranità e l’autodeterminazione economica e la giustizia sociale. Il Bismarck Ramu Group lavora con le comunità locali di Papua Nuova Guinea per assicurare alle popolazioni indigene informazioni sui loro diritti e la possibilità di riottenere il controllo delle loro terre e delle risorse per poter governare il proprio futuro.

Guarda il documentario.

Fonte: ilcambiamento.it

Just eat it, il documentario sugli sprechi alimentari

Vivere sei mesi nutrendosi solo di avanzi e scarti alimentari. E’ quanto dimostrano Grant Baldwin e Jenny Rustemeyer nel lungometraggio di 75 minuti, che sta facendo il giro del mondo. «Vi stupirete di quanti alimenti buoni vengono buttati via ogni giorno. In questo periodo abbiamo mangiato benissimo spendendo solo 200 dollari».

http://vimeo.com/88023628Just Eat It_photo5

Ogni anno in Italia quintali di cibo vengono buttati via nella spazzatura. Per un valore di 8,1 miliardi di euro. I dati non cambiano di molto se ci spostiamo a casa di altri. In Nord America, il 40% del cibo prodotto viene sprecato, per un ammontare di 50 miliardi di dollari. A fronte di 805 milioni di persone che soffrono la fame, secondo gli ultimi dati dell’ONU. E’ in questo contesto che viene ad inserirsi il fenomeno mediatico del momento. Il regista Grant Baldwin e la produttrice Jenny Rustemeyer, entrambi canadesi, hanno messo alla prova se stessi, nutrendosi per sei mesi di avanzi e scarti alimentari e spendendo solo 200 dollari. Il tutto è stato documentato nel video Just eat it, un lungometraggio di 75 minuti, prodotto dalla Peg Leg Films in collaborazione con il British Columbia’s Knowledge Network.
I due autori si tuffano nella questione degli scarti alimentari, partendo dalla produzione dei prodotti agricoli e della loro vendita al dettaglio fino al loro arrivo nel nostro frigorifero. Dopo aver constatato che diversi miliardi di dollari vengono gettati nei rifiuti attraverso del buon cibo, i due decidono di smettere di fare la spesa e di sopravvivere solo con quegli alimenti che sarebbero stati scartati. «Vedendo il film e la nostra avventura – afferma Grant Baldwin – vi stupirete di quanti alimenti buoni vengono buttati via ogni giorno. In questi sei mesi abbiamo mangiato benissimo ed io sono ingrassato anche di qualche chilo». In una nazione, come quella canadese, in cui una persona su 10 soffre la fame, le immagini di sprechi, studiati e voluti dalle aziende, filmati dagli autori, risultano scioccanti ed eloquenti. Ma, agendo così come hanno fatto gli autori, si vive veramente bene o è solo puro cinema? «In realtà era come andare a fare la spesa – continua il regista – Siamo arrivati ad un punto in cui molte persone venivano a casa nostra offrendoci il cibo che loro avrebbero gettato. E la stessa cosa si è verificata con i grossisti: avevano talmente tanto surplus di cibo che non sarebbe stato venduto e ce lo hanno donato». Per sei mesi gli autori hanno mangiato di tutto: «E’ capitato di mangiare del latte scaduto da 17 giorni, secondo quanto riportava la data sull’etichetta. In realtà era buono. Ma è stato un caso limite. Abbiamo sempre trovato cibi non scaduti. Oppure abbiamo mangiato dei cibi confezionati, che vengono distribuiti dal Whole Foods a 7 dollari, e che non venivano venduti perché presentavano dei difetti. E molte barrette di cioccolato, per un ammontare di 15.000 dollari, condivise con un nostro amico, che sarebbero rimaste invendute perché prive di un’etichetta».
Il documentario non racconta solamente l’esperienza dei due autori, ma si caratterizza anche di interviste ad esperti del settore, come lo scrittore e attivista londinese Tristram Stuart, il giornalista statunitense Jonathan Bloom, e la scienziata Dana Gunders, della Natural Resources Defense Council di San Francisco. Si scopre così che in Sud America molte banane vengono gettate via, anche se buone, perché non rispettano determinati canoni di bellezza. Ma l’aspetto più scioccante per gli autori è stato il comportamento dei consumatori: «Anche se nel documentario puntiamo il dito contro l’industria, la metà del cibo sprecato proviene da noi, dai consumatori, sia nelle nostre case sia quando andiamo a mangiare fuori – afferma Baldwin – Alla fine penso che dobbiamo tenere a mente ciò che mi diceva mio nonno: “Non sai cosa significa vivere durante la guerra e cosa vuol dire razionare lo zucchero”. In un altro film parlavo di biologico e di cibo a km zero, importantissimi sia per la qualità alimentare sia per la riduzione di inquinamento legato al trasporto del cibo stesso. Ma oggi tutti parlano di biologico, e pochi di rifiuti alimentari. Credo sarà un argomento futuro, perché è inutile coltivare biologico se alla fine lo buttiamo via».

Fonte: ilcambiamento.it

Europe for sale: i Governi mettono in vendita boschi e montagne

Andreas Pichler, regista di Teorema Venezia, torna con un altro documentario sullo sfruttamento economico del territorio e dei monumenti.

Di Andreas Pichler avevamo già apprezzato Teorema Venezia, magnifico documentario sulla disneylandizzazione della città lagunare, presentato a Cinemambiente 2013. Ieri sera su Speciale Tg1 è andato in onda un doc che ne è l’ideale prosecuzione, Europe for Sale, un’opera con la quale il regista alto-atesino ha proseguito il suo discorso sulla svendita del paesaggio e del territorio a opera dei Governi. Europe for Sale è il titolo del documentario prodotto da Graffiti Doc in collaborazione con Rai Cinema e ARTE France con il sostegno di Piemonte Doc Film Fund, Programma MEDIA, CNC. Un lavoro che mette a nudo la svendita dei demani e degli edifici pubblici che percorrere tutta l’Europa, dai paesi in recessione a quelli in cui l’economia va a gonfie vele. Su Blogo ci siamo occupati alcuni mesi fa del caso della vendita all’asta di un’isola nella Laguna di Venezia, ma questo caso è tutt’altro che isolato. Lo Stato Italiano che – come mostra Pichler – deve appoggiarsi a Diego Della Valle per il lavori di ristrutturazione del Colosseo, non è solo. C’è il caso dell’Austria, nella quale sono state messe in vendita persino le montagne, ma il più emblematico è il caso dell’Irlanda, nazione le cui foreste residue (nel XII secolo il 70% della superficie nazionale, nel XVIII ridotte all’1%) hanno rischiato di essere vendute per l’esigenza di fare cassa. Soltanto nel giugno 2013 il governo irlandese ha abbandonato i progetti di vendita dei diritti di taglio nei boschi statali. A contribuire alla salvaguardia dei boschi irlandesi sono stati i cittadini che hanno a lungo manifestato e l’associazione People Before Profit che si è battuta contro la svendita portando a conoscenza dell’opinione pubblica il danno che si rischiava di fare all’Isola Verde. Dopo la “prima” di ieri sera su Raiuno, il documentario di Andreas Pichler verrà trasmesso alla televisione svizzera e a quella austriaca, per poi approdare nel circuito dei festival cinematografici.Sochi Winter Olympics - Test Events

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it