Be Kind: “Vi raccontiamo la bellezza delle diversità”

Essere diversi non costituisce un limite alla felicità ma, al contrario, può rappresentare un valore aggiunto ed un’opportunità di trasformazione positiva. Lo testimoniano Sabrina Paravicini, attrice e scrittrice, e suo figlio Nino Monteleone, tredicenne con diagnosi di autismo, che insieme hanno dato vita al progetto e al documentario “Be Kind”, un viaggio gentile nel mondo della diversità.

“Un giorno mia mamma mi ha proposto di fare un progetto per il cinema e io ho accettato!”. Con queste parole Nino, che ha tredici anni appena compiuti, inizia a parlarci di Be Kind, un film autoprodotto che racconta con gentilezza il mondo delle diversità attraverso varie interviste che il ragazzino, in cappotto e cravatta rossa, rivolge con delicatezza, ironia e spontaneità a persone “rare”. Perché, come dice Nino, “essere diversi è come un elefante con la proboscide corta, una rarità”.

Il film rappresenta la tappa di un viaggio familiare iniziato dieci anni fa, un percorso che ha portato Nino Monteleone, al quale all’età di due anni e mezzo è stato diagnosticato l’autismo, e la sua famiglia a trasformare una situazione difficile e potenzialmente tragica in una opportunità ed una coraggiosa avventura.

“Dopo la diagnosi abbiamo vissuto un momento di rabbia e profonda sofferenza. In seguito, con coraggio, abbiamo reagito, dando a Nino tempo e totale fiducia. Non ho affrontato la diversità di mio figlio come un problema ma piuttosto come una ricchezza. Tutto ciò ha portato Nino a fare dei progressi che i neuropsichiatri hanno definito eccezionali: ha risolto i suoi problemi relazionali, acquisito autonomia e imparato a leggere e scrivere, ha scritto anche dei romanzi, ad oggi cinque! Adesso il suo viene considerato un autismo ad altissimo funzionamento, molto vicino alla Sindrome di Asperger”, ci racconta l’attrice e scrittrice Sabrina Paravicini, mamma di Nino e regista di “Be Kind, un viaggio gentile nel mondo della diversità”.

“Ho pensato di raccontare tutto questo non in modo biografico ma attraverso lo sguardo e le persone che avevamo incontrato, persone che hanno fatto della diversità un valore aggiunto. Volevo che Nino percepisse l’importanza dell’autonomia e comprendesse che essere diversi non è un limite. In questo viaggio, infatti, abbiamo incontrato molte persone che ‘sulla carta’ o per l’idea comune che si ha del disabile fisico o psichico potevano non avere autonomia e invece la hanno raggiunta eccome. Volevo mostrare, in particolare a Nino, che tutti siamo diversi, tutti siamo unici e quindi, in qualche modo, tutti siamo uguali”.SELFI-SET-1024x768

La realizzazione di “Be Kind” ha rappresentato per Nino un’avventura avvincente, lo si percepisce dall’entusiasmo con cui ci racconta le storie delle persone che ha incontrato. “Valerio, un judoka esperto e non vedente, Giulia, che ha una fidanzata omosessuale, Sara, un’attrice musulmana che si è tolta il velo, Jonis, un compositore afroitaliano, Gianluca, l’inventore di un’app pensata per ridurre i problemi comunicativi delle persone che hanno avuto una lesione cerebrale, Laura, che dipinge con la bocca perché non ha l’uso delle mani”.

Nino ha intervistato anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana andata nello spazio, l’attore Fortunato Cerlino, che aiuta un giovane attore con autismo a preparare la scena madre di Robert De Niro in Taxi Driver, e il giornalista Roberto Saviano, che vive sotto scorta. “Con Saviano ho parlato delle chiavi della felicità, partendo dalla teoria del filosofo Epicuro. Gli ho spiegato come essere felice”, racconta Nino ricordando quell’incontro. “Perché Nino è una persona felice – sottolinea Sabrina – ed è proprio questo che volevo far capire attraverso il documentario”.

La felicità, infatti, è uno dei concetti principali di questo film. “In Be Kind si vede la felicità delle persone che hanno trovato una chiave di lettura della propria vita e hanno fatto della diversità un punto di forza. Tutte le persone che si raccontano nel film sono partite da una situazione che era in qualche modo senza speranza ma tramite la volontà e un’attitudine a cercare la felicità hanno dato una svolta alla loro esistenza. Chi ha fatto della propria diversità una forza ha una vita molto felice. Nino parla molto di felicità e io lavoro tantissimo affinché lui sia una persona felice, una persona con una solida autostima ed una grande gioia di vivere. E questi, ho notato, sono elementi comuni alle persone che abbiamo incontrato”.ìbe-kind-2

Nel film il tema della felicità va di pari passo con la gentilezza. “Il titolo ‘Be Kind’ nasce dal fatto che io e Nino siamo delle persone gentili. Nino in particolare è gentilissimo, come lo sono anche le persone che abbiamo incontrato in questo viaggio. Soprattutto, però, l’obiettivo di Be Kind è legato alla gentilezza: desideriamo infatti creare una rete di gentilezza intorno alla diversità”.

“La gentilezza – continua Sabrina – viene spesso scambiata per debolezza ma al contrario è qualcosa di molto potente. Non ha a che fare con la compassione, è un’indole ma anche un atto coraggioso e una scelta cosciente che può portare a grandi risultati, ad esempio nella risoluzione di un conflitto”.

“Vorrei – afferma Sabrina – che Be Kind diventasse un’etichetta di gentilezza, qualcosa che possa fare da catalizzatore per le persone e diffondere messaggi positivi, in questo periodo storico in particolare. A differenza di quello che spesso emerge dai media, io sono convinta che la maggior parte delle persone sia perbene, sebbene ci siano episodi negativi che giustamente vengono denunciati e malgrado i cattivi esempi di chi dovrebbe rappresentarci. In passato la situazione era peggiore ma se ne parlava meno. Pensiamo ad esempio alla scuola che una volta era molto meno inclusiva di oggi. Il problema è che la gentilezza, come le belle notizie, non fa notizia! Ma la gentilezza, ne sono convinta, trionferà. Le cose cambiano, bisogna avere fiducia e dare tanta fiducia ai propri figli”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-230-be-kind-bellezza-diversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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La rete Rive e gli ecovillaggi in Italia

Abitare il proprio “luogo” e non un posto qualsiasi è una scelta fondamentale per l’affermazione della propria personalità, in relazione a se stessi e agli altri. Vivere in un ecovillaggio è la scelta che molti compiono per abitare seguendo i principi della sostenibilità, del consumo responsabile e soprattutto della condivisione. In Italia 23 degli ecovillaggi presenti sul territorio sono riuniti nell’Associazione RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici) – un coordinamento di comunità, ecovillaggi e singole persone interessate ad esperienze di vita comunitaria – che raccoglie esperienze molto diverse tra loro ma che non è inclusiva di tutte le realtà di questo tipo presenti nel nostro paese.

RIVE è nata nel 1996 con lo scopo di tenere in contatto le diverse esperienze che si erano consolidate fino a quel momento e per fornire supporto a quelle che sarebbero nate in futuro. All’epoca il nucleo operativo era composto solo da quattro realtà: Torre Superiore, Comune di Bagnaia, Damanhur e Popolo degli Elfi. A metà degli anni ’90 in Italia non si parlava quasi per niente di ecovillaggi e le uniche esperienze simili, quelle delle comuni, erano spesso naufragate senza successo.rive-1

Mimmo Tringale – oltre ad essere direttore della rivista AMM Terra nuova – è stato fondatore e presidente della rete per oltre dieci anni, ne ha seguito lo sviluppo e ha visto unirsi e incontrarsi numerose esperienze anche tanto diverse tra loro. Oggi la RIVE è il più importante punto di riferimento per gli ecovillaggi italiani e la sua ricchezza sta proprio nella capacità di unire in un’unica rete anche scelte molto differenti tra loro. Alcune hanno un taglio politico molto marcato, altre si basano su una profonda spiritualità, ma per tutti quello che conta di più è la volontà di condivisione di una scelta mirata ad andare oltre il “vivere” tradizionalmente inteso. È chiaro che le difficoltà esistono, soprattutto all’inizio, ci vuole tempo per abbandonare la tipica dinamica dello scontro e passare ad una fase più operativa fondata sul confronto. E quello che offre la rete è proprio questo: la facilitazione degli incontri per i nuovi membri che si stanno cimentando nella ricerca o nella fondazione di un ecovillaggio, riunioni e seminari aperti a tutti i “curiosi” che vorrebbero avere maggiori informazioni su questo tipo di scelta, e un contatto diretto con il movimento internazionale degli ecovillaggi tramite la partecipazione alla GEN- Europe (Global Ecovillage Network) per essere sempre aperti ai nuovi spunti che possono arricchire le esperienze in corso.MG_2917

Francesca Guidotti, attuale presidente della RIVE, chiarisce che non ci si può approcciare al tema dell’ecovillaggio in maniera semplicistica. Trovare quello adatto a se stessi è come trovare un “luogo dell’anima”, bisogna prima di tutto visitarlo e poi viverlo il tempo necessario per capire qual è lo stile di vita e se si conforma alla nostra personalità. La rete RIVE supporta anche altre realtà che promuovono un abitare sostenibile, come l’Associazione culturale Senape che sta lavorando alla proposta di un progetto di recupero e ristrutturazione delle ex caserme del comune di Imperia per uso pubblico e sociale, o le varie esperienze di cohousing sociale – “coabitazione”, in italiano. Si tratta di una forma particolare di vicinato, dove viene preservata la privacy degli spazi abitativi ma vengono condivisi molti spazi relativi ai servizi comuni.riv3

È una scelta che permette di superare l’isolamento tipico dei condomini rispondendo ad una serie di questioni pratiche del vivere con una sorta di “welfare” personalizzato, ma è una struttura che rimane molto diversa rispetto a quella degli ecovillaggi. La prima esperienza di cohousing è sorta nel 1972 in Danimarca, negli anni successivi si è propagata nei vicini stati scandinavi e negli anni ’80 gli enti pubblici hanno riconosciuto questa esperienza a livello ufficiale. Oggi si contano migliaia di esperienze in tutto il mondo e anche in Italia sono registrate nella rete otto realtà, di cui due in grandi città come Torino e Milano. Come puntualizza Mimmo Tringale, quali che siano le proprie esigenze relative all’abitare, “per cambiare il mondo è importante saper vivere conciliando le diversità, perché proprio la diversità è ricchezza”.

 

fonte: italiachecambia.org

Agricoltura ecologica

Patrick Whitefield visita la fattoria di Rebecca Hosking e Tim Green, nel Devon, che è concepita per funzionare

come un ecosistema naturale

Estratto da Permaculture magazine n. 77

http://www.permaculture.co.uk – Traduzione di Rominaperma1

«Mettiamo in discussione tutta la classica saggezza in agricoltura» ha detto Rebecca Hosking quando lei e Tim Green mi hanno mostrato la loro fattoria nel Devon la scorsa primavera. Avevano appena rilevato il terreno dal padre di lei l’autunno precedente, quindi per molti aspetti era molto simile a com’era prima, ma entrambi hanno le idee ben chiare sulla direzione da prendere e hanno già cominciato il percorso.”

Pascolo di gruppo

Praticano la gestione olistica del pascolo, o pascolo di gruppo com’è anche definito. Il metodo consiste nel tenere gli animali in uno stretto gruppo su un piccolo pezzo di terra per un breve periodo, generalmente un giorno, e poi spostarlo. Ciò significa che il pascolo può essere gestito con molta più precisione, e crescere in modo costante in qualità. Quando gli animali hanno accesso a una vasta area, essi mangiano le piante più nutrienti e lasciano quelle meno buone e insapori che hanno poco valore nutritivo. Ciò porta a un diminuzione costante della qualità del pascolo. Ma quando gli animali sono concentrati su una piccola area per un breve periodo, essi mangiano tutto allo stesso modo. Allo stesso tempo, danno al terreno su cui si trovano un condimento di letame e quando vengono spostati, la ricrescita è immediata. Il primo scopo di Rebecca e Tim è quello di far pascolare le pecore su erba alta piuttosto che sul corto tappeto erboso che hanno ereditato dal precedente sistema di gestione. Erba alta significa radici più profonde, che si traduce in maggiore materia organica aggiunta al terreno e maggiori nutrienti minerali contenuti nel sottosuolo. Significa anche che le pecore mangiano un po’ dell’erba e ne calpestano dell’altra. Cambiando la dimensione del recinto ogni giorno, Rebecca e Tim possono decidere quale porzione di erba nutre le pecore e quale porzione nutre il terreno. Calpestare il terreno è una bestemmia per gli agricoltori tradizionali ma è l’elemento chiave del sistema olistico. È una fonte di fertilità del terreno naturale e autoctona, e aiuta anche a formare un tappetino di materiale fibroso sulla superficie del terreno. Questo terrà le zampe delle pecore lontane dal suolo, prevenendo la zoppia e permettendo loro di essere tenute all’aperto tutto l’anno senza danneggiare il terreno. Le recinzioni elettriche sono usate per tenere gli animali nel loro appezzamento di terreno quotidiano. A prima vista sembra innaturale ma in realtà è molto più vicino al modo in cui pascolano gli erbivori selvatici della normale pratica di raggruppare il bestiame, in cui le pecore o le mucche hanno accesso a un intero campo per molti giorni o settimane. Un gregge selvatico è accerchiato dai predatori che girano loro intorno e attaccano il primo singolo capo che si allontana. Le recinzioni elettriche hanno il ruolo che nell’ecosistema avevano i lupi un tempo. La gestione del pascolo olistico è stata sviluppata da Allan Savory, dello Zimbabwe, ed è stata messa in pratica da molti agricoltori nord americani, sebbene qui in Europa sia ancora poco conosciuta. 1 Rebecca e Tim fanno parte di un piccolo gruppo di pionieri che sperimentano questo sistema.

Animali sani

«Perché diamine hai scelto le pecore Shetland?» ha chiesto loro un vicino.

1 http://tiny.cc/allan_savory (il sito è in inglese, N.d.T)

«Per che cosa le allevi, carne?» «Le alleviamo per la salute», ha risposto Rebecca. Le Shetland sono una razza a coda corta, che hanno origine dalle pecore selvatiche del nord Europa, più che dal Middle East, da dove provengono le razze più commerciali. Il montone è islandese, un’altra razza a coda corta. Anche se potreste vedere molte pecore a coda corta nelle campagne, queste hanno la coda mozzata alla nascita – proprio il tipo di intervento che Tim e Rebecca stanno abbandonando. L’allevamento è un elemento della salute dell’animale e il metodo di pascolo stesso ne è un altro. Poiché gli animali sono spostati ogni giorno, pascolano sempre su terreni puliti, mai dove hanno concimato di recente. Le pecore soffrono molto di vermi intestinali e questo è un metodo naturale di prevenire le infezioni. Così Tim e Rebecca non danno loro alcun vermicida chimico. Né tanto meno le vaccinano o curano la zoppia – lasciano fare a un sistema immunitario sano. C’è qualche problema di zoppia al momento nel loro gregge, ma sono convinti che sparirà poiché lo strato fibroso delle piante cresce sulla superficie del terreno e tiene le loro zampe lontano dal fango. Nemmeno aiutano i parti. Molti agnelli sono nati mentre ero lì e tutti sono saltati fuori abbastanza facilmente. Come suona strano tutto ciò ai pastori tradizionali!

Agrosilvicoltura

Avere le recinzioni elettriche significa che è facile piantare alberi nel mezzo dei campi senza doverli proteggere uno per uno dal pascolo del gregge. Ovunque siano le pecore gli alberi possono sempre essere dall’altra parte del recinto. Lo scorso inverno hanno piantato una rete per la maggior parte di alberi da frutto, gentilmente donati da Martin

perma2

1. Rebecca Hosking ispeziona un pascolo molto cresciuto.perma3

2. In alto: Il foraggio appiattito e calpestato dalle pecore aiuta a nutrire il terreno.perma4

3. Gli scarabei e altri scarafaggi hanno fatto  un gradito ritorno da quando la fattoria ha assunto una gestione ecologica.perma5

4. Un parto naturale di agnelli gemelli avvenuto durante la visita di Patrick.

Crawford della Agriforestry Research Trust2, su parte della fattoria. Progettano anche di piantare del foraggio per fornire agli animali parte della loro dieta. Questo miscuglio di piante e pascolo può essere molto più produttivo di quanto lo siano piante e pascoli da soli. La competizione fra le piante di diverse forme, dimensioni e cicli annuali è minore rispetto a quella che c’è fra le piante di una stessa famiglia, come succede in un semplice pascolo. Ci sono anche alcune interazioni positive, come la fertilità che viene sollevata da sottoterra dalle radici degli alberi e condivisa con il manto erboso quando cadono le foglie. Laddove gli agricoltori tradizionali vedrebbero gli alberi piantati in mezzo al pascolo come un’attività in perdita, Tim e Rebecca la vedono come una produzione in crescita. Non producono fieno o insilato. L’alimentazione invernale viene ricavata dal secondo taglio. Si tratta di erba che è cresciuta in estate ed è stata essiccata in situ. L’unico alimento che usano è del fieno in pellet per insegnare alle pecore femmine a seguire un secchio. Ciò rende più facile spostarle, persino su una strada pubblica con molti incroci, 2 www.agroforestry.co.uk (il sito è in inglese, N.d.T) che altrimenti richiederebbe molte persone per bloccare il traffico.

Aumentare la diversità

Quest’anno progettano di introdurre le capre e i maiali. Sembra che la razza Large Black possa sopravvivere con una dieta solo a base di erba, anche se ciò significa che crescono molto più lentamente. Stanno anche pensando a dei tacchini, e progettano i bovini fra un paio di anni. Aumenteranno anche la diversità dei campi piantando dell’altro pascolo, trifoglio ed erbe. Il trucco è piantarli nel recinto dove gli animali staranno il giorno dopo, così verranno calpestati. «Nei primi due anni i profitti crescono gradualmente», dice Tim, «visto che si è nutrito più il terreno degli animali. Poi, dopo il terzo o quarto anno gli effetti degli “ettari d’oro” cominciano a decollare e la maggior parte degli agricoltori si sono resi conto che quando ciò si verifica, possono aumentare il bestiame di due o tre volte». Una cosa che mi ha impressionato è stato l’entusiasmo e l’immaginazione che Rebecca e Tim mettono nell’attività di stravolgere la saggezza contadina. Un’altra era la loro semplicità nell’affrontare la complessità della natura. Hanno citato Allan Savory, il creatore del sistema: «Quando hai a che fare con l’ecosistema, supponi sempre di avere torto».

Nuovi pascoli?

Da quando Patrick ha fatto visita a  Tim e a Rebecca, i due hanno deciso di seguire un’altra rotta. «Dopo tre anni di cambiamenti lenti alla nostra gestione della fattoria ora ci rendiamo conto che i primi benefici all’ecologia e alla produttività stanno diventando evidenti. Sfortunatamente, proprio quando il successo cominciava a crescere a valanga, ci siamo resi conto di aver raggiunto i limiti di ciò che la mia famiglia è disposta a permettere che si verifichi in questo pezzo di terra» dice Rebecca. Quindi stanno cercando un nuovo lotto di terra fra i 100 e i 300 acri. Non terra agricola di prima qualità – al contrario – che sia stata arata o usata come pascolo. Se tutto va bene in pochi anni sarà abbastanza bella, piena di biodiversità, piena di animali selvatici e produttiva – proprio l’opposto di un terreno coltivato. Se siete in grado di dare un aiuto contattate: wolftreefarmuk@ gmail.com. Nel 2009 Rebecca Hosking, figlia di agricoltori, e Tim Green, biologo, hanno girato un film, Una fattoria per il futuro. Il film si concentra sulla sicurezza del cibo nel Regno Unito ed esplora nuovi metodi agricoli ecologici inclusi quelli che sono indipendenti dal combustibile fossile, per aumentare la produzione di cibo. Sia Tim che Rebecca hanno lavorato per l’Unità di Storia Naturale della BBC producendo documentari naturalistici. Patrick Whitefield tiene corsi di permacultura sia per agricoltori sia per giardinieri. Potete trovare i dettagli dei suoi corsi, sia residenziali sia online

su: http://patrickwhitefield.co.uk

Per informazioni sulla rivista

Permaculture e sui libri editi da

Permanent Publications visitate:

www.permanentpublications.co.uk

fonte: viviconsapevole.it

 

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