Valorizzare le competenze per combattere la disoccupazione

Falegnameria, fablab, ecosartoria. Sono solo alcune delle proposte del CESP di Nuoro, un luogo di inclusione pensato per la formazione, l’apprendimento esperienziale e la valorizzazione delle competenze. Uno spazio di condivisione dove incontrarsi, scambiarsi saperi e trovare così anche nuove opportunità di inserimento nel mondo del lavoro. La Sardegna è una terra piena di iniziative, che vanno oltre i sei mesi della stagione estiva. C’è tanta voglia di crescere e di creare opportunità. E questo ce lo conferma un’esperienza che va avanti dal 2013: il CESP (Centro Etico Sociale Pratosardo). Gestito dalla cooperativa Lariso e finanziato dal Comune di Nuoro e dall’Aspal, il CESP di Nuoro è un centro dagli spazi ampi (1200 metri quadri) dove vengono proposti percorsi formativi, laboratori, momenti di aggregazione, condivisione di conoscenze.

 «L’idea era quella di creare un luogo di inclusione e quindi di abbandonare l’idea dello ‘svantaggio’ per aprirsi ad un discorso basato sulle competenze», ci spiega Salvatore Sanna, referente del CESP. «Abbiamo strutturato questo spazio pensando che ogni persona ha diverse competenze su differenti livelli, ma porta comunque con sé il suo bagaglio di esperienza». 

Quando il centro è nato, nel 2013, era ancora all’inizio ma la direzione era già molto chiara: creare un luogo dove ci si potesse scambiare competenze e dove si potesse imparare a relazionarsi con gli altri, a stare in società. «Molto spesso si pensa che soltanto perché si ha un titolo di studio o un’esperienza lavorativa allora si è pronti per un lavoro; in realtà, ci vogliono anche quelle competenze trasversali che ci permettono di vivere e relazionarci con gli altri», racconta ancora Sanna.

L’ecosartoria del CESP

Passano gli anni e il CESP si arricchisce: da «spazio diventa luogo», in cui l’ecosostenibilità ha un ruolo strutturale. Nascono diverse sale, ognuna dedicata a qualcosa: la Cukina per i laboratori di cucina, lo Spazio Performance dedicata alla ciclomotricità e quindi a tutti quei corsi che prevedono una connessione fra il corpo e la mente (yoga e tai chi, ad esempio), la Sala Relax, la Falegnameria, l’Aula Informatica. Fra questi c’è un luogo importante, che è l’eco-sartoria, che ha esteso i propri confini anche al di fuori del CESP ed è riuscita a diventare una piccola azienda aprendo un microcredito: un gruppo di donne, infatti, hanno occupato questo spazio nel 2015 e hanno cominciato a lavorare come sarte, con grande attenzione all’ecosostenbilità e alla qualità dei loro prodotti. All’interno di un luogo così ampio e diversificato non poteva mancare l’Agorà. Il nome dice tutto: l’agorà è quello spazio dedicato all’incontro, che può essere di qualsiasi tipo, ma che produce inevitabilmente scambio e conoscenza. Ed è proprio grazie a questa apertura che il CESP è riuscito a calamitare l’interesse sia del settore pubblico che di quello privato.

Il FabLab del CESP

Da una parte, infatti, è finanziato dal Comune di Nuoro, grazie ad un bando, e dall’Aspal (Agenzia Sarda Politiche Attive del Lavoro). Dall’altra diversi privati si sono avvicinati proponendo corsi e nuove forme di scambio. Un esempio? Un’associazione che ha bisogno di uno spazio lo chiede al CESP e invece di pagare un affitto in soldi, lo paga restituendo un corso gratuito ai cittadini. Nel tempo, infatti, i laboratori e la formazione proposti dal CESP sono diventati sempre più corposi, proprio perché la voglia di collaborare è ricominciata e ha dato nuova spinta all’iniziativa di associazioni e singoli. 

«Questo è un luogo prezioso per la comunità», aggiunge Valeria Romagnoli, assessora per le Politiche sociali, giovanili, delle pari opportunità e politiche per la casa. Valeria rappresenta quella pubblica amministrazione che «ha deciso di scommettere sul progetto», facendolo diventare uno strumento attivo nel campo del lavoro. « Mantenendo questa filosofia delle competenze trasversali di vita, abbiamo voluto scommettere su questo progetto innovativo dando la possibilità di creare laboratori più corposi e che potessero dare accesso alla qualifica delle competenze, che restituissero ai partecipanti qualcosa di spendibile nel mondo del lavoro, sempre mantenendo attenzione all’inclusione sociale (per ogni corso c’erano quindi dei posti riservati alle persone con disabilità, ai soggetti svantaggiati, a disoccupati e inoccupati)». 

Non mero assistenzialismo, ma inclusione attiva, capace di valorizzare le competenze del singolo e dare quella spinta in più verso il mondo del lavoro. Una direzione «giusta»: ad esempio ai primi corsi attivati il CESP riceve 400 domande per soli 66 posti disponibili. Un segno che la voglia di fare c’è. Dal CESP, infatti, passano circa 1500 persone l’anno, ci lavorano 90 associazioni e ogni giorno ci sono almeno 6 ore impegnate in diversi corsi o laboratori.

Il laboratorio di ecodesign

«Questo ultimo anno questi percorsi formativi sono stati estesi al territorio: noi facciamo parte di un distretto di 20 comuni ed è stata data la possibilità anche agli altri comuni di poter iscrivere attraverso i loro servizi i cittadini per usufruire dei nostri corsi. L’idea è che questo centro diventi un luogo che possa dare risposte a tutto il territorio, non solo alla città di Nuoro», spiega ancora Valeria Romagnoli. E in effetti, oltre ad essere benvoluto dal territorio e dai cittadini, il CESP qualche soddisfazione concreta l’ha avuta: 3 persone su 8 hanno avuto la possibilità di continuare a lavorare, grazie ai corsi da loro proposti, oltre la stagione estiva. Qualcuno, dopo aver partecipato ai laboratori, ha capito la sua strada e ha deciso di ricominciare a studiare. Qualcun altro è diventato falegname e grazie ai contatti del CESP ha iniziato a lavorare nel campo. Ora, l’obiettivo è «capitalizzare questa esperienza, lavorare sulle tematiche importanti come ecosostenibilità e lavoro, rafforzare l’innovazione sociale e recuperare il senso di comunità anche attraverso lo scambio competenze». Nella speranza che la collaborazione fra pubblico e privato continui e che il CESP diventi una realtà solida per molti lunghi anni.

Intervista e realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/valorizzare-competenze-per-combattere-disoccupazione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Artigianato: un bando per sostenere saperi e tradizioni del Sud

Dalla seta al mandolino, dalla lana ai carretti siciliani. Fondazione CON IL SUD in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA) lancia un bando per sostenere la tradizione artigiana meridionale che oggi rischia di scomparire. La Fondazione CON IL SUD  intende sostenere alcune eccellenze della tradizione artigiana meridionale che stanno scomparendo. A questo scopo, in collaborazione con l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze (OMA), rivolge un invito alle organizzazioni del Terzo settore per progetti di valorizzazione di antiche produzioni e competenze in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, da realizzare anche in partenariato con enti pubblici o privati, profit o non profit. Le proposte dovranno essere presentate online entro il 17 ottobre 2018 tramite la piattaforma Chàiros.craftsmanship-2607408_960_720

Il sapere e la tradizione artigianale sono tra le cifre più caratteristiche della cultura e dell’economia italiana e rivestono un’importanza strategica anche sul piano sociale: il lavoro artigiano, grazie alla qualità dei manufatti, restituisce dignità alle persone, rendendole orgogliose e gratificate, e permette di rafforzare, quando non di ricostruire, il legame con il territorio.

“Uno dei più lampanti paradossi del nostro paese, famoso per i suoi prodotti di qualità e con un’altissima disoccupazione giovanile, è che scarseggiano sempre di più calzolai, vetrai, falegnami, sarti o scalpellini – scrive Fondazione CON IL SUD – Questo succede perché i nipoti non seguono le orme dei nonni e perché questi mestieri risultano poco redditizi su un mercato veloce e globalizzato. La sfida di Fondazione CON IL SUD e OMA è quella di riscoprire il saper fare tradizionale, immaginando nuovi campi di applicazione tecnologica e commerciale e trovando nuovi potenziali talenti anche nelle giovani generazioni e tra le persone più fragili”.hands-731241_960_720

Il bando interviene su settori artigianali particolarmente vulnerabili: dal ricamo tradizionale, come lo squadrato lucano, all’intreccio di fibre vegetali per realizzare cesti a Reggio Calabria o nasse e reti da pesca in Sardegna; dalla produzione di fili di seta a Catanzaro alla costruzione del mandolino napoletano e della chitarra battente cilentana; dalla costruzione di carretti siciliani alla tessitura con la tecnica del fiocco leccese o alla filatura della lana in Sardegna. Sono solo alcuni degli esempi di saperi antichi che rischiano realmente l’estinzione e che, inseriti in opportuni percorsi di innovazione e inclusione sociale, possono al contrario rappresentare opportunità per nuovi talenti e occasione per sperimentare approcci e modelli inediti di valorizzazione. Per la realizzazione delle singole iniziative, la Fondazione mette a disposizione complessivamente un contributo di 800 mila euro, in funzione della qualità delle proposte ricevute e della loro capacità di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Vai al bando: clicca qui

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/08/artigianato-bando-sostenere-saperi-tradizioni-sud/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

ZeroPerCento: il negozio solidale a km 0 che assume i disoccupati

Un punto vendita di prodotti sfusi e a Km 0 gestito da cittadini disoccupati o inoccupati da almeno sei mesi. Sta per essere inaugurato a Milano il negozio solidale ZeroPerCento, un progetto promosso dalla cooperativa Namasté per aiutare le famiglie in difficoltà favorendo il re-integro lavorativo di soggetti in cerca di occupazione.

ZeroPerCento è un negozio solidale a km 0 che a breve aprirà i battenti a Milano e che darà lavoro esclusivamente a persone disoccupate o inoccupate da almeno sei mesi. Il negozio sarà aperto a tutti coloro che sono interessati all’acquisto di prodotti – alimentari e non – di qualità a km 0, sfusi e biologici provenienti da aziende agricole e cooperative sociali della Lombardia, selezionate in base a criteri etici ed ecologici. Il nome scelto, ZeroPerCento, è un gioco di parole che evidenzia il fatto che i prodotti sono tutti “a km 0 al 100%”.tomatoes-775x434

Il progetto – promosso da Namasté, cooperativa sociale di tipo B con sede a Milano e fondata a febbraio 2016 da tre giovani donne con esperienze lavorative nel mondo del sociale e della cooperazione – parte dalla constatazione che più è lungo il periodo di inattività lavorativa, più è difficile re-inserirsi nel mondo del lavoro. Per aiutare le famiglie di chi ha perso il lavoro ed evitare che restino troppo a lungo senza un reddito, Teresa Scorza e socie, hanno progettato un punto vendita a km 0 diverso dal solito: ZeroPerCento è un normale esercizio commerciale dove, però, il personale è costituito solo da cittadini milanesi disoccupati o inoccupati da almeno sei mesi. L’obiettivo principale del progetto è il re-integro lavorativo di soggetti in cerca di occupazione nel tessuto economico milanese. La particolarità del negozio è che sarà gestito interamente e direttamente dai suoi beneficiari, cittadini milanesi disoccupati da almeno sei mesi ai quali viene offerta una collaborazione lavorativa retribuita che va dai 9 ai 12 mesi. La cooperativa Namastè assume, da subito, almeno 5 persone con l’obiettivo di arrivare a 10 entro un anno e il 30% del personale appartiene a categorie svantaggiate. Ma non è tutto: chi fa acquisti da ZeroPerCento ed è disoccupato ha la possibilità di pagare solo il 10% della spesa in contanti e il resto attraverso un “sistema a punti” che vengono assegnati in base a criteri oggettivi, come il numero di mesi di disoccupazione, dichiarazione ISEE, reddito annuo, figli a carico, disabili, canone di affitto, ecc. Questo sistema di “pagamento a punti” vale per tutti i disoccupati, clienti o dipendenti del negozio, come ci spiega Teresa Scorza, una delle ideatrici del progetto: “ZeroPerCento è un normale esercizio commerciale aperto a tutti i cittadini milanesi interessati all’acquisto di prodotti genuini e km 0. Ma è un’attività profit che guarda al di là di se stessa e decide di re-investire nella comunità il ricavato delle vendite, cioè il margine di profitto (al netto di spese, retribuzioni e contributi), in particolare erogando la spesa settimanale a prezzo agevolato a cittadini e famiglie che non possono permettersi il prezzo pieno per cause oggettive, come la perdita del posto di lavoro. Facciamo un esempio concreto: ipotizziamo che, in un mese di attività, ZeroPerCento realizzi un utile netto di 2.000 euro. Possiamo trasformare questo valore economico in un pacchetto di 2000 punti da ripartire tra 10 famiglie di disoccupati milanesi. In tal caso, ogni famiglia in difficoltà dispone di 200 punti, del valore di 200 euro, da spendere in negozio nel mese successivo”.zeropercento

“L’aspetto innovativo di ZeroPerCento è che è gestito interamente dai suoi beneficiari, che diventano protagonisti del progetto: i lavoratori, gestendo direttamente il negozio in cui fanno la spesa, possono maturare esperienza e formazione indispensabili per ri-collocarsi nel mondo del lavoro. Il personale beneficiario dipendente è coordinato da tre figure professionali: il responsabile del progetto, il direttore del punto vendita e il responsabile degli inserimenti lavorativi esterni. Per quanto riguarda l’assunzione di 9-12 mesi”, chiarisce Teresa, “abbiamo scelto volutamente questa formula perché l’obiettivo principale del progetto ZeroPerCento è evitare che le persone restino inattive e senza reddito troppo a lungo, con tutte le conseguenze negative del caso. Vogliamo dare a chi è disoccupato da oltre sei mesi la possibilità di avere un reddito e non un sussidio, cioè di avere una sua dignità, sviluppare nuove competenze e, soprattutto, di poter inserire questa esperienza lavorativa nel curriculum evitando così i lunghi “buchi” di inattività (che non fanno mai una buona impressione…). La disoccupazione di lungo periodo sta diventando un fenomeno strutturale ma, in base alla nostra esperienza nel sociale, riteniamo che 9-12 mesi siano un tempo ragionevole – né troppo lungo, né troppo corto – per tornare a camminare con le proprie gambe e trovare lavoro in realtà esterne a ZeroPerCento lasciando il posto a chi, in quel momento, si troverà in un reale e contingente stato di necessità. Un altro importante obiettivo che ci siamo prefissate, infatti, è quello di superare il classico concetto di assistenzialismo, creando un punto di incontro tra i mondi profit e no profit, spesso così distanti tra loro”.

L’apertura di ZeroPerCento è prevista il prossimo mese di giugno e per poter coprire le spese iniziali è stata lanciata anche una campagna di raccolta fondi online. “L’obiettivo fissato è alto, 5.000 euro”, sottolinea Teresa, “e ad oggi abbiamo raccolto 1.800 euro, ma crediamo nelle potenzialità del progetto e vogliamo sognare in grande. I soldi raccolti con questa campagna serviranno per coprire le prime spese: arredamento e acquisto delle attrezzature, materie prime iniziali, prime assunzioni. Il tutto, però, in un’ottica di sostenibilità economica e finanziaria, perché il progetto è ideato e strutturato per auto-sostenersi grazie al fatturato generato dalla vendita dei prodotti a km 0.frutta_1

Inoltre, accanto allo spazio commerciale di ZeroPercento i clienti potranno trovare anche un centro di ascolto, sia per i beneficiari della spesa a punti che per i disoccupati che saranno accompagnati nella ricerca di un’occupazione, una “scuola dei mestieri” per corsi di formazione e per approfondire le competenze e professionalità di chi cerca lavoro e, infine, uno spazio per la somministrazione e degustazione dei prodotti (soprattutto centrifughe, spremute, succhi). Quest’ultimo sarà un piccolo angolo in cui i clienti potranno socializzare e conoscere in modo più dettagliato il progetto e anche questa attività verrà gestita dai beneficiari del progetto in modo da creare ulteriori posizioni lavorative”.

“Vogliamo rendere ZeroPerCento – conclude Teresa – una realtà innovativa ed efficiente che riesca a migliorare realmente la vita delle persone che incontriamo ogni giorno. Spesso è il settore no profit che si trasforma in un’attività profit che crea occupazione e reddito, mentre nel nostro caso accade il contrario: una normalissima attività commerciale e profit non rivolge lo sguardo verso se stessa e il proprio tornaconto, bensì guarda all’esterno, alla società e al mondo no profit, con lo scopo di aiutare concretamente chi vive un momento di difficoltà e con l’obiettivo più ampio di creare prosperità e benessere per la comunità. Ci piace sognare in grande. E a voi?”.

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/04/zeropercento-negozio-solidale-km-0-disoccupati/

 

Marinaleda, un paese dove l’affitto costa 15 euro al mese e la disoccupazione è allo 0%

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Marinaleda è un comune spagnolo con poco più di 2.800 abitanti ed è situato nella comunità autonoma dell’Andalusia, a pochi chilometri dalla grande Siviglia, città devastata dalla crisi economica. E’ un paese come tanti altri Marinaleda, se non fosse che ha un sindaco alquanto particolare, legato al movimento nazionalista andaluso, la lucha jornalera (lotta dei lavoratori giornalieri) e alla lotta operaia in generale, è Juan Manuel Sánchez Gordillo.gordillo-vanesa-gomez-644x362

Questo sindaco ha messo in atto una politica che ha fatto di questo paesino una specie di paradiso utopistico. Praticamente ogni cittadino può affittare una casa per 15 euro al mese, a patto che se la costruisca. L’amministrazione municipale di Marinaleda, ha espropriato e reso di proprietà comunale migliaia di metri quadrati di terreno in prossimità del territorio municipale, per acquisire terreno per la costruzione di case, dopo di che ha chiesto al Governo centrale e regionale i fondi per la costruzione di case.

L’amministrazione ha gestito così questi terreni:

• il terreno, una volta passato in mano al Comune, viene ceduto gratuitamente all’autocostruttore

• grazie ad una convenzione con il governo regionale andaluso ed il cosiddetto P.E.R. (Plan de Empleo Rural) si possono acquistare i materiali da costruzione e consegnarli all’autocostruttore

• vengono messi a disposizione, sempre in maniera gratuita, alcuni operai edili disposti a seguire i cantieri
• il progetto della casa, redatto da architetti, è gratuito; gli autocostruttori possono inoltre partecipare attivamente allo sviluppo del progetto e richiedere modifiche migliorative

• infine, gli autocostruttori si riuniscono in assemblea per stabilire la quota mensile da pagare per divenire proprietario della casa che sta edificando. Le ultime case sono state costruite ed acquisite dagli autocostruttori per la cifra di 2.550 pesetas al mese (all’incirca 15 euro mensili).

Tutto questo grazie all’idea per la quale il benessere della società è tale quando viene autogestito e vige una forte cooperazione tra i membri della società.

La maggior parte degli abitanti di questo paesino rurale vive di agricoltura e trasformazione della materia prima, altri lavorano per l’amministrazione pubblica, per la scuola e nel commercio. La disoccupazione non esiste e lo stipendio è fisso e uguale per tutti: 47 € al giorno. Le cariche pubbliche non vengono retribuite, giustamente sono un servizio alla popolazione. Anche i servizi del comune sono autogestiti e manutenzionati e i prezzi anche qui usuali per tutti. La criminalità non esiste e nelle “Domeniche Rosse” la collettività si adopera per mantenere il decoro della cittadina. Questa cittadina così di “sinistra” politicamente parlando è presa in esempio da tutto il mondo proprio per l’esempio di solidarietà e uguaglianza.Immagine

E’ lo stesso sindaco a definirla un’utopia verso la pace.

Fonte: eticamente.net

Restano senza lavoro ma non si arrendono. E ripartono da zero.

A causa delle difficoltà economiche dell’azienda per cui lavoravano fino a qualche mese fa, tre ex operai di Como hanno deciso di non aspettare gli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione, ma di mettersi in proprio. E il loro coraggio li sta premiando. I tre protagonisti di questa bella storia di auto-imprenditorialità si chiamano Vincenzo, Massimiliano e Walter (nella foto, a destra). Sono tre ex colleghi dell’unità di verniciatura della ditta Anors di Figino Serenza (provincia di Como), storica attività produttiva che costruisce strutture metalliche per l’edilizia civile, i silos industriali e le piattaforme petrolifere.Como1

La Anors aveva avviato la cassa integrazione straordinaria a novembre 2011, dopodiché un nuovo imprenditore aveva rilevato l’azienda. La fabbrica ha ripreso, progressivamente, la sua capacità produttiva, ma dei 56 operai della vecchia Anors, solo 20 lavorano regolarmente. A questo punto, che fare? Vincenzo, Massimiliano e Walter non si arrendono e individuano, nella situazione contingente, un’opportunità unica da non lasciarsi sfuggire: se la Anors riprende a lavorare, le strutture che produce devono essere pur verniciate. Da disoccupati a imprenditori: ecco l’idea vincente. Forti della loro esperienza e delle loro competenze, quindi, decidono di mettersi in proprio e diventare essi stessi fornitori della nuova Anors. Invece di restare a casa in attesa della cassa integrazione, di ammortizzatori sociali o di una chiamata da parte dell’azienda, Vincenzo, Massimiliano e Walter fondano la “VMW Società Cooperativa” – dalle iniziali dei loro nomi – che prosegue nell’attività di verniciatura e che lavora per la nuova Anors. I tre fanno ripartire, stavolta da imprenditori, lo stesso reparto di verniciatura nel quale lavoravano da dipendenti fino a qualche mese fa. Hanno deciso “di provarci, vada come vada” e la loro scelta coraggiosa è stata premiata. Tanto che di ferie, quest’anno, non ne hanno fatte:“Abbiamo chiuso giusto la settimana di Ferragosto”, hanno dichiarato alla stampa.“D’altronde, c’erano ordini da consegnare e, quindi, abbiamo dovuto pensare prima di tutto a quelli”.

Un invito a tutti a non arrendersi mai. E a trasformare una fase di criticità in opportunità.

Fonte: buone notizie.it

Al via il progetto AgriTorino, agricoltura sostenibile per rispondere alla crisi

È stato presentato il progetto solidale AgriTorino che mira a creare una nuova agricoltura con funzione sociale, ambientale ed economica. Si tratta di un patto tra produttori e consumatori con il quale i primi affidano a giovani disoccupati delle terre abbandonate o sottoutilizzate.

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Dando un’occhiata ai dati diffusi dall’Istat lo scorso venerdì sembra evidente, anche per i non addetti ai lavori, che il Belpaese si trovi in posizione supina. In riferimento all’anno 2012, il Pil è diminuito del 2,4%, il rapporto deficit/Pil è al 3% (in poche parole lo Stato ha speso più di quanto ha incassato), e il debito pubblico è al 127% del Pil. In tali scenari catastrofici, l’operato del governo dei tecnici ci ha inoltre regalato un incremento del 3% delle entrate fiscali e una disoccupazione, d’inizio d’anno 2013, che si attesta all’11,7% mentre è ai massimi storici per gli under 24, con il 38,7% di inoccupati (è al 50% nel sud del paese). Poche volte ci attacchiamo ai numeri, seppure certi indicatori e certi dati risultino avere una valenza informativa, ed, anzi, di frequente, preferiamo raccontare esperienze reali, azioni, atti di concretezza che dimostrino come la forza e l’impegno degli individui possano remare contro la corrente delle negatività generata da un sistema obsoleto. E così, proprio contro la crisi e l’inefficacia della classe dirigente, l’ingegno si aguzza e si federa intorno ad azioni solidali poste in essere in micro mondi per provare a dare vita ad iniziative stimolanti e speranzose. È il caso del progetto Agritorino, presentato a Torino lo scorso fine settimana, che mira a creare un nuovo modo di fare e vivere l’agricoltura. Il mondo del volontariato torinese come il Sermig, il Cottolengo, la Congregazione Salesiana insieme ai Padri Somaschi, PerMicro e Piazza dei Mestieri si sono fatti promotori di un’iniziativa dalle finalità molteplici: valorizzare la terra, mettere in produzione la terra incolta, produrre prodotti di qualità, vendere in maniera etica e creare occupazione giovanile oltre che professionalità nel settore agricolo. Si tratta di un patto tra produttori e consumatori con il quale i primi affidano delle terre abbandonate o sottoutilizzate a dei giovani disoccupati, i nuovi agricoltori del 2013, che vengono formati all’agricoltura ecosostenibile con l’obiettivo di avere un’occupazione generatrice di un reddito, ma allo stesso tempo di fornire dei prodotti di qualità alla comunità a prezzo etico.

Si è dato il via a questa sperimentazione che sarà supervisionata dal comitato promotore per testare la fattibilità tecnica dell’iniziativa nonché la sua sostenibilità economica. Se il buongiorno si vede dal mattino, sembrerebbe che l’avventura parta nel migliore dei modi visto che sono già stati identificati dei terreni disponibili nel piemontese che verranno dati in comodato d’uso dai proprietari, il Cottolengo e i Salesiani, per l’immediato start del progetto. In assenza di misure incisive dei governi nazionali le micro realtà del paese si organizzano differentemente, provano ad agire unendosi per seminare un benessere comunitario. Il progetto AgriTorino è una sfida interessante che nasce dalla prossimità con il territorio e dall’iniziativa di chi conosce la realtà dei cittadini e sceglie di viverla a stretto contatto anziché osservarla a distanza dalle poltrone del Palazzo. L’unione dal basso per fronteggiare il problema dell’occupazione giovanile e della crisi economica e per dare fiducia e dignità alla persona. La strada tracciata è il ritorno alla terra, dunque, per sviluppare un’agricoltura che possa giocare un ruolo sociale, ambientale ed economico: coniugare il coltivare sano con il vendere etico creando lavoro, professionalità e reddito. La radici del nostro paese e della nostra storia, poggiate sui pilastri della solidarietà, rappresentano la speranza per ripartire e affrontare il vivere presente.

fonte: il cambiamento

Manuale Pratico di Agricoltura Biodinamica

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