Perchè la più importante conferenza sulla scienza della terra è sponsorizzata da Exxon?

«Accettando la sponsorizzazione della ExxonMobil, la American Geophysical Union permette a quella società di fare greenwashing sulla sua campagna di disinformazione sul clima». Le accuse vengono da Ploy Achakulwisut, candidato al dottorato in chimica dell’atmosfera all’università di Harvard; Ben Scandella, candidato al dottorato in scienza ambientali al Mit e da Britta Voss, dottoranda in scienze della terra al Mit e al Woods Hole Oceanographic Institution.

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Ad affidare al Guardian le loro osservazioni sono Ploy Achakulwisut, candidato al dottorato in chimica dell’atmosfera all’università di Harvard; Ben Scandella, candidato al dottorato in scienza ambientali al Mit e da Britta Voss, dottoranda in scienze ella terra al Mit e al Woods Hole Oceanographic Institution. Il logo della Exxon Mobil Corporation era in bella vista sui cartelli alla conferenza di San Francisco nel dicembre scorso.exxon

«Ringraziamo i nostri sponsor: ExxonMobil, Chevron, Shell…». Questo è stato il primo messaggio «appena arrivati al meeting dell’American Geophysical Union, il ,maggiore consesso al mondo di scienziati che si occupano della terra e dello spazio» dicono i tre dottorandi. «Ciò che ci disturba enormemente è la palese complicità di queste compagnie nel negazionismo sul clima e nella disinformazione. Per esempio, recenti indagini giornalistiche hanno dimostrato che la ExxonMobile, informata dai propri scienziati interni, sapeva degli effetti devastanti del riscaldamento globale già dagli anni ’70 e nei decenni successivi ha finanziato campagne di disinformazione per confondere il pubblico e per sabotare la scienza». «Anche oggi ExxonMobil e Chevron continuano a finanziare l’American Legislative Exchange Council, un gruppo di lobbisti che regolarmente presenta informazioni distorte sul clima ai legislatori americani per tentare di bloccare le politiche energetiche favorevoli alle energie rinnovabili». L’impatto delle tattiche di Exxon sono state devastanti e hanno indotto, secondo i giovani scienziati, ritardi e confusione, anche nell’affrontare il problema a livello mondiale. Nel corso della conferenza di dicembre la corporation è stata presentata ai giovani scienziati come un’opportunità per fare carriera, nominata durante gli workshop, dipinta come un ottimo impiego. «Ci siamo chiesti come fosse possibile che l’organizzazione che aveva promosso l’evento si imbarcasse in un tale conflitto di interesse facendosi sostenere da un gruppo che mina alla base il lavoro di tanti dei membri di quella stessa organizzazione. Perchè, siccome è oggi un tabù lavorare per le industrie del tabacco grazie alla consapevolezza generalizzata dei danni del fumo, si incitano gli scienziati a imboccare carriere nel campo delle fonti fossili che continuano ad alimentare il cambiamento climatico?». L’American Geophysical Union afferma che la propria missione e i valori sono quelli di promuovere la scoperta nelle scienze della terra per il bene dell’umanità e per un futuro sostenibile. Ma permettere alla Exxon di appropriarsi della figura istituzionale del gruppo dei geofisici significa legittimare la disinformazione sul clima che la Exxon fa e inserendo i giovani in aziende simili mina il lavoro dei propri membri». «E’ tempo che l’American Geophysical Union protegga l’integrità delle scienze climatiche e che mandi un messaggio chiaro alla gente tagliando i ponti con le società che negano i cambiamenti climatici».

Fonte: ilcambiamento.it

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Fame nel mondo, disinformazione e scienza. Chi ha paura delle nuove tecnologie: Hyst ed OGM?

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«Siamo un paese di truffatori, o, magari, qualcuno ha interesse a farci passare come tali». Così afferma il dr Antonio Giangrande, noto saggista di fama mondiale e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Associazione fuori dal coro e fuori dai circuiti foraggiati dai finanziamenti pubblici.

«Ogni qualvolta c’è una nuova tecnologia o una nuova terapia, che non sia abilitata e di proprietà intellettuale delle grandi lobbies, ecco lì che interviene la magistratura a stoppare il tutto. Dei metodi Di Bella e Stamina sono argomenti che ho trattato nei miei libri nel tema della sanità. In questa sede voglio parlare delle tecnologie HYST e degli OGM, trattati nei miei libri nel tema delle frodi agro alimentari.»

“L’Italia sfamerà il Mondo grazie alla tecnica BioHyst. Gli scienziati italiani hanno scoperto un nuovo metodo per ricavare farine proteiche dai sottoprodotti dell’industria molitoria attraverso un processo di frammentazione degli scarti-  scrive Anna Germoni su “Panorama” – Nel mondo, 800 milioni di persone soffrono di fame. In Italia da alcuni anni c’è una tecnologia, denominata Hyst, in grado di valorizzare a fini alimentari i residui di attività agricole. A sperimentarlo un’associazione onlus, Scienza per Amore, che conta 200 soci, ha la titolarità del brevetto e un progetto internazionale, Bits of Future: food for all. Con questa tecnologia si ricavano farine proteiche dai sottoprodotti dell’industria molitoria, attraverso un processo di frammentazione degli scarti. Il ministero della Salute, il 19 dicembre del 2012 ha dato «parere positivo alla produzione e commercializzazione di integratore alimentare di vitamina B1, manganese e fosforo prodotto con il sistema Hyst»; anche quello delle Politiche agricole il 18 dicembre del 2012 si è espresso favorevolmente «per la produzione e commercializzazione di frumento prodotto da crusca». Sei paesi africani: Burkina Faso, Camerun, Congo, Ruanda, Senegal, Somalia e Burundi, interessati a questa tecnologia, hanno ottenuto l’ok dalla World Bank di Washington e della Banca Africana di Sviluppo di Tunisi per installarla. L’impianto è stato sperimentato da universitari e persone altamente qualificate che ne hanno attestato l’efficacia Fra le certificazioni, quelle delle università de La Sapienza di Roma, di Milano, la Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, l’Asl di Pavia, Confindustria energia. Il macchinario, su cui girano miliardi di euro, viene inghiottito da due filoni giudiziari. Da una parte i ministeri della Salute e delle Politiche agricole, esprimono pareri favorevoli sulla validità e potenzialità di tale impianto e della tecnologia che usa, dall’altra la polizia municipale boccia l’utilità e l’adeguatezza del metodo Hyst. I soci della onlus hanno chiesto il dissequestro alla Procura di Roma e che sia disposto incidente probatorio al fine di testare l’efficacia di impianto e tecnologia alla presenza di consulenti nominati dal  giudice. Tali istanze sono state per ora rigettate, impedendo agli indagati di smontare in concreto le accuse di vigili urbani e PM di Roma. Chi ha titolo per valutare l’efficacia di una tecnologia, i dicasteri competenti o la polizia municipale? I soci di una onlus che si autofinanzia possono truffare se stessi? Chi ha interesse a bloccare questo impianto?” Si chiede ancora Anna Germoni su “Panorama”.

Tecnologia Hyst: truffa o rivoluzione umanitaria? – Si chiede Patrizia Notarnicola su “L’Indro”. –  La tecnologia Hyst (Hypercritical Separation Technology) è un sistema, inventato e perfezionato negli ultimi 40 anni dall’ingegnere Umberto Manola, per trasformare scarti dell’industria alimentare (cruscame) e biomasse agricole (ad esempio paglia e legno)  in componenti per l’alimentazione umana, per la zootecnica e per la produzione di biocarburanti. In poche parole, dagli scarti si otterrebbero soprattutto farine alimentari a basso costo e senza alcun impatto ambientale, con un grandissimo vantaggio per i Paesi più poveri.”

“Una setta? Forse solo degli illusi che voglio fare arte e mettere a disposizione dei governi nuovi strumenti tecnologici per sopperire alla carenza alimentare dei paesi più poveri? Sta di fatto che l’associazione Scienza per l’Amore ha visto sequestrati preventivamente entrambi i siti web dove promuovevano le loro attività e progetti. Il Tribunale di Roma, con la Procura della Repubblica – Direzione distrettuale antimafia, ha dato mandato alla Polizia locale di Roma Capitale, con il suo Gruppo di elite sulla Sicurezza Sociale Urbana, all’oscuramento in base al Proc. Pen. N. 13650/11 R.G.I.P. e il Proc. Pen. N. 25093/10 R.G.N.R., probabilmente perché sospettati di essere dei truffatori con il voler contribuire alla crescita e al benessere dell’Africa, mettendo in grado gli stessi africani di sfruttare al meglio le risorse locali, dove sono endemiche le carenza alimentari ed energetiche – scrive Nero Penna – Il ProgettoBits of Future: Food For All può lasciare alcuni per lo meno perplessi sulla possibilità che un macchinario trasformi degli scarti in cibo, ma sequestrare la loro vetrina senza specificarne le motivazioni. Bisogna diffidare dei soci e simpatizzanti dell’associazione, e perché? Magari sono contagiosi ed è consigliabile non stringere loro la mano. Sul sito veniva sbandierata l’adesione di una serie di stati africani (Repubblica del Senegal, Governo di Transizione della Repubblica Somala, Repubblica del Burkina Faso, Repubblica del Camerun, Repubblica del Ruanda, Repubblica del Burundi, Repubblica del Congo Brazzaville) al Progetto con lettere di ministri e rappresentanze diplomatiche. Forse sono solo il frutto di millantato credito o come è spesso accade un’occasione per dei governanti di fare un po’ di business?”

 

CHI HA PAURA DELL’OGM?

“«Ogm? L’unica cosa di cui dovete aver paura è il terrorismo pseudo-scientifico che uccide il biotech», – scriveEmmanuele Michela su “Tempi” – Pierdomenico Perata, rettore della Sant’Anna di Pisa, smonta tutte le leggende sugli organismi “giornalisticamente modificati”. Ma ammette: «Purtroppo in questo campo chi fa disinformazione è più abile di chi informa». Nel clima di sospetto che verte attorno ai cibi transgenici la stampa ha giocato un ruolo chiave, e a Tempi Perata cerca di fare luce sui tanti limiti e pericoli addebitati a questo genere di colture. «Ai giornalisti piace inventare titoli a effetto. E così nascono anche leggende che non esistono, come la “fragola-pesce”, o la storia che i semi Ogm sarebbero sterili. Eppure, tra ricercatori, scienziati e biotecnologi il fronte sembra compatto nel guardare con favore agli Ogm.»”

“Fino ad oggi un solo coltivatore, a Vivaro in Friuli, aveva seminato mais ogm – su un piccolo appezzamento di poco più di mezzo ettaro – fra proteste, denunce e mobilitazioni di ambientalisti e soprattutto di contadini – scrive Jenner  Meletti su “La Repubblica” – Adesso invece una “Petizione pro mais transgenico Mon 810″ viene firmata da oltre 600 imprenditori agricoli del mantovano (associati alla Confagricoltura) e inviata alla Regione Lombardia.”

“Stessa biodiversità campi ogm e non. Lo indica il primo studio sulle coltivazioni in Africa – scrive “L’Ansa” – Il primo studio sui campi di mais geneticamente modificato (gm) in Africa indica che la biodiversità degli insetti è uguale a quella presente nelle colture tradizionali, sia per la varietà delle specie che per il numero di individui. Condotto in Sudafrica e pubblicato sulla rivista Environmental Entomology, il risultato si deve al gruppo di ricerca coordinato da Johnnie van den Berg, della North-West University. I dati confermano quelli raccolti finora dalle ricerche condotte in Cina, Spagna, e Stati Uniti su campi di riso, cotone e mais gm. La biodiversità di un ecosistema agricolo, scrivono gli autori dello studio, è importante non solo per il suo valore intrinseco, ma perché influenza le funzioni ecologiche vitali per la produzione vegetale nei sistemi agricoli sostenibili e nell’ambiente circostante. Una delle preoccupazioni più comuni in merito alle colture geneticamente modificate è il potenziale impatto negativo che potrebbero avere sulla diversità e l’abbondanza degli organismi che ospitano, e successivamente sulle funzioni degli ecosistemi. Pertanto, proseguono gli autori, è essenziale valutare il potenziale rischio ambientale di queste colture e il loro effetto sulle specie. Tuttavia la valutazione dell’impatto del granturco ogm sull’ecosistema è stata finora ostacolata dalla mancanza di liste di controllo delle specie presenti nelle coltivazioni di mais. Il primo obiettivo dello studio è stato quindi compilare una lista degli insetti che popolano queste colture per confrontare la diversità e l’abbondanza nelle coltivazioni ogm. In due anni in entrambi i campi considerati nella ricerca sono stati censiti 8.771 insetti di 288 specie, fra decompositori, erbivori, predatori, e parassiti. I dati indicano che, per quanto riguarda i campi di mais in Sudafrica, ”la diversità di insetti nei sistemi agricoli ogm – sottolinea van den Berg – è elevata come nei sistemi di agricoltura tradizionali”.”

“La comunicazione della scienza nell’era dei social: emozionare o informare? – Si chiede Moreno Colaiacovo su “I Mille” – Organismi geneticamente modificati, metodo Stamina, sperimentazione animale: il dibattito pubblico su temi scientifici è più acceso che mai. Incalzata dai media e dai gruppi di pressione, la politica si è trovata ad affrontare – spesso con scarsi risultati – problemi complessi, in cui l’aspetto scientifico e quello sociale si sono mescolati a tal punto da risultare molte volte indistinguibili. E se alla classe politica possiamo rimproverare di non aver affrontato razionalmente questi problemi, concedendo troppo alla demagogia, d’altra parte non si può dire che la popolazione avesse gli strumenti per valutare lucidamente le questioni che di volta in volta venivano sollevate: raramente i media hanno scelto di spiegare, quasi sempre hanno preferito scandalizzare, commuovere o spaventare. Impostare un dibattito sui binari dell’emotività è il modo più semplice per muovere le coscienze, soprattutto in un Paese come il nostro, dove la cultura scientifica è da sempre trattata con supponenza e sospetto. Parte di questa strategia ha a che fare con l’uso delle immagini. Puoi fare un discorso perfettamente logico e convincente, puoi presentare numeri e tabelle, ma il castello della razionalità crolla miseramente se dall’altra parte c’è un’immagine vincente. Con le immagini è tutto più facile: basta una foto per far scattare a piacimento sentimenti come la rabbia, l’indignazione, la paura, la pietà. E i tre temi menzionati all’inizio di questo articolo, in effetti, hanno tutti un denominatore comune: in tutti questi casi l’opinione pubblica è stata condizionata e plasmata anche grazie all’uso di immagini forti. Immagini che passano in TV e sui giornali, ma che diventano virali soprattutto sui social network, Facebook in particolare. Nel caso degli OGM si è voluto spaventare. Basta cercare “OGM” su Google per rendersene conto: le immagini neutrali o favorevoli agli organismi geneticamente modificati sono una minima parte rispetto ai mostruosi fotomontaggi che hanno accompagnato questa tecnologia fin dalla sua nascita. Pensiamo alla fragola-pesce, una creatura mitologica che è ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Una vera e propria leggenda metropolitana che si è rivelata essere lo strumento perfetto per allontanare l’interlocutore dal sentiero della razionalità e spingerlo verso le pulsioni più istintive, che ci portano a fuggire da tutto ciò che è nuovo e sconosciuto, invitandoci ad approdare al porto sicuro della tradizione e dei bei tempi andati. Ovviamente non è mai esistita nessuna fragola-pesce, ma l’immagine era così evocativa da resistere ancora oggi, a distanza di anni dalla sua comparsa sui media. Cosa dire invece del metodo Stamina? Il caso è diventato di pubblico dominio grazie alle Iene, il cui messaggio è passato in gran parte attraverso la strumentalizzazione di immagini di bambini malati e sofferenti. Gli scienziati, dal canto loro, hanno dovuto subire l’accusa infamante di essere persone insensibili, fredde macchine razionali impossibili da scalfire persino con la più straziante delle tragedie umane. Eppure è esclusivamente con la razionalità e la lucidità che si può fare scienza, e trasformare le nuove conoscenze in soluzioni terapeutiche concrete ed efficaci. Ma quando dall’altra parte c’è il dolore di un bambino sbattuto in prima pagina (o in prima serata), qualunque considerazione ancorché giusta svanisce istantaneamente. Infine, la questione più scottante e attuale, quella relativa alla sperimentazione animale. Anche qui, la battaglia tra le due fazioni (perché di guerra si tratta, in molti casi) si è combattuta a suon di immagini. I movimenti animalisti hanno fatto abbondante uso di fotografie terribili, con animali costretti a subire tremende torture, ma non hanno disdegnato nemmeno sapienti fotomontaggi volti a screditare quei ricercatori che avevano difeso pubblicamente l’utilità della vivisezione (come viene impropriamente chiamata). Poco importa se le immagini cruente di animali straziati non corrispondano alla realtà, almeno non qui in Europa, e ancor meno importa il fatto che circa il 92% degli scienziati ritenga che purtroppo non si possa fare a meno della sperimentazione animale. L’impatto emotivo di quelle foto e di quei camici insanguinati è semplicemente devastante. Le immagini sono uno strumento potentissimo all’interno di una discussione, specie se gli interlocutori non sono molto informati sul tema. Spesso raggiungono l’obiettivo, muovendo le masse verso una posizione piuttosto che un’altra. E ad avvantaggiarsene sono stati anche coloro che stanno dalla parte della scienza, come dimostra la recente vicenda di Caterina Simonsen, suo malgrado divenuta nel giro di poche settimane una celebrità della rete. Il coinvolgimento emotivo è un’arma micidiale, che può essere usato sia dagli oppositori della scienza, sia da quelli che dovrebbero esserne i paladini. Ma è davvero la strategia migliore? Dal punto di vista etico, sfruttare immagini di persone sofferenti per portare avanti una causa non sembra certo il massimo della correttezza. Tuttavia, non è a questo che mi riferisco, quanto piuttosto all’efficacia di questo approccio nel lungo periodo. Le immagini scioccanti sono perfette per orientare l’opinione pubblica in merito al singolo episodio (i movimenti animalisti hanno obiettivamente accusato il colpo dopo la vicenda di Caterina), ma hanno il difetto di mancare il bersaglio grosso, quello che un amante della scienza dovrebbe considerare come l’obiettivo prioritario: insegnare a valutare un problema in modo razionale, informandosi e pesando pro e contro. In teoria, viviamo in una democrazia moderna, relativamente colta e istruita. Dovremmo quindi smetterla di trattare le persone come un gregge da guidare da una valle all’altra ogni volta che si presenta un nuovo argomento di discussione. Oggi è la sperimentazione animale, domani potrebbe essere qualcos’altro. La verità è che esiste soltanto una bussola che permette di trovare sempre, in ogni circostanza, la via giusta: è la bussola del pensiero critico, della logica e della corretta informazione. Educare le persone a usarla le renderà cittadini liberi, e realmente consapevoli delle proprie opinioni. Fare informazione corretta paga. Prendiamo ad esempio il recentissimo sondaggio IPSOS sulla sperimentazione animale: la percentuale di favorevoli saliva dal 49% al 57% se agli intervistati venivano fornite informazioni di base sull’argomento. In modo analogo, all’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, il ricercatore Dario Bressanini e la giornalista Beatrice Mautino erano riusciti a vincere un confronto Oxford-style sul tema degli OGM, convincendo molti scettici a passare dalla loro parte. Comunicare la scienza in modo pacato, chiaro e oggettivo rimane ancora la strategia vincente. Anche nell’era di Twitter e Facebook.”

Dr Antonio Giangrande

Fonte:sfogliando.it

 

 

Censis: i romani non sanno differenziare

Un terzo dei romani si dice “disinformato” sulle regole di base della differenziata. Chi ha problemi a fare la raccolta differenziata adduce come motivazioni l’eccessivo impegno richiesto in termini di tempo e fatica e lo scetticismo di fondo sull’utilità di effettuare la separazione domestica dei rifiuti.375796

Per chi vive a Roma la notizia non è così sorprendente: più della metà dei romani non sa fare la raccolta differenziata dei rifiuti. È quanto emerge dall’indagine “Un’agenda urbana per Roma” realizzata dal Censis e Rur (Rete urbana delle Rappresentanze)tra il mese di dicembre 2012 e gennaio 2013 su un campione rappresentativo di romani. I risultati evidenziano che solo il 41% dei romani dice di aver ricevuto informazioni adeguate e di essere a conoscenza delle regole di base della differenziata, contro una percentuale registrata a livello nazionale pari al 67,5%. Più di un terzo dei cittadini considera “insufficienti” le informazioni ricevute. Un quarto dei romani si dichiara sostanzialmente “disinformato“. Incrociando il dato con il titolo di studio dell’intervistato, il Censis afferma che tra le fasce a più basso tasso di istruzione i problemi della mancata informazione sono più gravi. Infatti si dichiara ben informato solo il 30% degli intervistati con titolo di studio fino alla licenza media, contro il 45% dei diplomati ed il 47% dei laureati. Per quanto riguarda la raccolta differenziata dei rifiuti urbani, a Roma la stragrande maggioranza dei cittadini (86%) dichiara che nella propria zona di residenza vige il sistema più semplice e meno evoluto, quello con i cassonetti collocati su strada, mentre i sistemi di “porta a porta” hanno una diffusione ancora molto limitata. A segnalare il ritardo della Capitale su questo versante, va sottolineato che, sempre secondo l’indagine, il dato medio di raccolta con cassonetti delle città con oltre 250.000 abitanti si attesta sul 70% e il dato nazionale sul 51%. Naturalmente nelle città medio-piccole, con popolazione compresa tra 10.000 e 50.000 abitanti, il peso del “porta a porta” nelle sue varie forme è ancora superiore e raggiunge percentuali prossime al 60% delle risposte. Analizzando le motivazioni addotte da chi ha problemi ad effettuare la raccolta differenziata, se circa il 50% delle risposte rimanda all’eccessivo impegno richiesto in termini di tempo e fatica, è da segnalare il fatto che ben il 25% esprime uno scetticismo di fondo sull’utilità di effettuare la separazione domestica dei rifiuti dato che poi, si sospetta, vengono smaltiti comunque in discarica/inceneritore. Un fattore su cui evidentemente molto si può lavorare. Per i più disperati, in attesa di una maggior opera di sensibilizzazione da parte dell’Ama e dalle istituzioni competenti, consigliamo la App “ButtaBene“, per avere sempre a portata di mano le informazioni necessarie per fare un’adeguata raccolta differenziata.

Fonte: eco dalle città

 

Fukushima, due anni dopo: la macchina della disinformazione pro nucleare

 

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Molto più pericoloso iniziare a fumare che essere stato a Fukushima.

Sarebbe bello se fosse vero. Ma a due anni dalla catastrofe nucleare nel Nord del Giappone, questo altro non è che il claim dell’articolata macchina della disinformazione che vuole continuare a fare proliferare il nucleare. Se una presa di posizione del genere non stupisce più di tanto nell’AIE, l’Agenzia per l’energia atomica che ambisce al rilancio del nucleare su scala globale dopo lo shock causato all’opinione pubblica, a lasciare quantomeno perplessi è che a questa linea d’interpretazione venga assunta dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. La frase riportata in apertura è di Richard Wakeford, professore dell’Università di Manchester che ha curato il rapporto per l’Oms e secondo il quale vi sono soltanto piccoli incrementi proporzionali delle malattie e il rischio aggiunto è molto piccolo e verrà nascosto da quello dovuto allo stile di vite e ad altre situazioni. Forse per stile di vita il professor Wakeford intendeva l’abitudine dei locali a cibarsi di pesce, visto che ogni volta che vengono effettuati test sulle popolazioni delle acque prospicienti la centrale si stabiliscono nuovi primati di sopravvivenza animale alla radioattività. Secondo le rilevazioni pubblicate sul portale del Ministero della Salute, Lavoro e Welfare giapponese l’incidenza percentuale delle morti nella regione di Fukushima sarebbe passata da una media dell’1,5% al 4,8%. Cioè il triplo. Si parla di 38.700 decessi in più rispetto all’attesa. Stabilire un legame con il disastro nucleare non è possibile, ma pare essere una delle spiegazioni maggiormente plausibili. Qualcuno vuole che il nucleare continui. La Tepco, la società che gestisce la centrale di Fukushima continua a minacciare il ritiro della pianificazione pubblicitaria alla stampa che osa mettere in dubbio la versione ufficiale dei pro-nuclearisti.

Secondo il Time

Fukushima, nonostante tutto, non è stata nulla in confronto a Chernobyl. La Tepco ha riportato che gli impianti hanno rilasciato 900mila terabequerel di radiazioni nell’aria nel momento di massimo picco, mentre furono 5,2 milioni di tb rilasciati durante l’incidente di Chernobyl che ha anche coinvolto un’area di estensione molto maggiore.

E anche il primo ministro Shinzo Abe ha annunciato che verranno riaperte le altre centrali chiuse dopo il disastro.

Fonte: Espresso I Wired