Torino, puzza in tutta la città: incendio in una fabbrica libera diossine

Nel tardo pomeriggio il rogo della Transistor ha prodotto un odore acre che ha invaso tutta la città fino alla collina. Verso le 19 di ieri, mercoledì 18 marzo, l’aria di Torino era irrespirabile. In giro per la città molte persone hanno dovuto schermare con la mano o con un fazzoletto bocca e naso a causa di un persistente maleodore che, al tramonto, si è sparso invadendo tutta la città. A causare questo disagio è stato il rogo della Transistor, un’azienda di via Paolo Veronese, nella periferia nord di Torino, specializzata nel recupero di materiale elettronico. Questa mattina la nube nera sprigionatasi dall’incendio avvenuto intorno alle 18 non era più visibile, ma l’odore pungente e fastidioso persisteva. Migliaia le telefonate che hanno raggiunto i vigili del fuoco torinesi e dalle 21 di ieri sera l’Arpa ha iniziato a monitorare le condizioni dell’aria, affermando che non esiste alcun allarme di tipo ambientale. Gli esperti hanno spiegato che la plastica bruciata ha liberato nell’aria delle diossine. Nelle ore successive al rogo della Transistor, la polizia municipale è passata nei condomini della zone per raccomandare ai residenti di chiudere le finestre di casa. Circa venti le squadre di Vigili del Fuoco che si sono impegnate fino a tarda notte per domate le fiamme. Fra le possibili cause dell’incendio vi è un corto circuito che avrebbe scatenato una reazione a catena, facendo bruciare computer e altri rifiuti elettronici. Due operai dell’azienda di 37 e 59 anni sono rimasti intossicati e trasportati all’ospedale Giovanni Bosco dove sono rimasti per tutta la notte. Gli altri si sono allontanati mettendosi in salvo non appena hanno visto le fiamme.transistor-incendio-18-marzo-2015-620x357

Fonte:  Repubblica

Foto | Google Maps

Diossine dall’Ucraina in Italia in mais per animali: chi è stato contaminato?

La Rasff il sistema di allerta rapido europeo ha lanciato un alert per una partita di mais proveniente dall’Ucraina e contaminato da diossine. L’alimento era destinato agli allevamenti animali italiani: dove è stato distribuito? Il ministero della Salute tace

La RASFF Rapid Alert System for Food and Feed, il sistema di alert rapido europeo sulle contaminazioni dei prodotti che acquistiamo è sempre attivo e quotidianamente pubblica i suoi bollettini pubblici. Capita poi che per un motivo o per un altro testate varie o associazioni si interessino nell’immensità di questi dati a alcune segnalazioni piuttosto che a altre. E’ il caso della contaminazione da diossine su un carico di mais proveniente dall’Ucraina superiore di quasi 4 volte ai limiti di legge e tracciata nell’alert della RASFF diffuso non solo in Italia, ma anche in Montenegro e Grecia.FRANCE-AGRICULTURE-CORN-FEATURE

La domanda è: questo mais a chi è stato distribuito? Allevamenti di animali? fabbriche per cibo di animali? Come è entrato nella catena alimentare? Quanto ha contaminato gli alimenti?

Da ricordare che le contaminazioni da diossina non sono rare e anche in Italia tra le produzioni di latte da Cuneo, a Acerra o a Taranto. Proprio a Taranto un paio di anni fa alcuni ragazzi hanno proposto il marchio Dioxin Free progetto premiato anche dal Senato italiano, come progetto di tutela degli alimenti e cibi liberi da diossine. In effetti le diossine sono piuttosto presenti nell’alimentazione umana a partire proprio dal latte materno. Si tenga presente che gli alimenti che maggiormente ne restano contaminati sono quelli ricchi di grassi animali, quindi latte, burro e formaggi, le uova per cui spesso possono scattare anche allerta ingiustificati o nelle cozze. Ma come si formano le diossine? Sono emesse durante la combustione a basse temperature e con la presenza di varie sostanze clorurate e assenza di zolfo, ad esempio. Se ne conoscono circa 200 e in genere però ci riferiamo a furani, diossani e PCB, sono composti cancerogeni e altamente solubili nei grassi. Dunque esiste l’effetto bioaccumulo e entrano dai grassi nella catena alimentare. Ma se come sostiene il prof. Antonio Malorni del CNR che non sia possibile avere cibi esenti al 100 per cento dalle diossine, come potrebbe un marchio come Dioxin Free attestarne la non presenza?

Aggiornamento
Il ministero della Salute Pubblica risponde così alle richieste di chiarimento(grazie a Daniela Patrucco per la segnalazione):

I controlli del Piano Nazionale Alimentazione Animale hanno portato al riscontro di una partita di mais ad uso zootecnico, proveniente dall’Ucraina, non conforme per presenza di diossine. Il mais in questione, viene normalmente miscelato con altri componenti in una percentuale variabile, a seconda della specie animale a cui è destinato, per la produzione dei mangimi completi. A seguito della positività riscontrata il 10 giugno, sono state attivate già l’11 giugno tutte le procedure operative previste dal sistema di “allerta rapido alimenti e mangimi” (RASFF), che hanno portato, grazie al tempestivo intervento delle Autorità sanitarie locali, al rintraccio ed al blocco dei mangimi a rischio. Con i rappresentanti delle Regioni interessate, il NAS ed Laboratorio Nazionale di Riferimento per le Diossine e PCB in mangimi e alimenti, sono state inoltre definite ulteriori misure a tutela della salute pubblica che hanno previsto, tra l’altro, il blocco cautelativo di alimenti provenienti da animali che hanno consumato mangime contenente una percentuale a rischio di mais ucraino.

Il Comando Carabinieri per la Tutela della salute è stato prontamente coinvolto nella vicenda.

Fonte:  Speziapolis

© Foto Getty Images

 

Taranto, Peacelink fa il punto su benzo(a)pirene, diossine, composizione chimica del Pm10

«Ilva acquistando del carbon coke evita di produrlo abbattendo drasticamente le emissioni di benzo(a)pirene». Eppure spiega Peacelink «la composizione chimica delle polveri sottili tarantine (PM10) rimane più tossica che in altre città». Sulle diossine: «Perchè non parte il campionamento continuo pur previsto dalla legge regionale»374748

Il punto di Peacelink, sulla produzione di benzo(a)pirene, sulla composizione chimica delle polveri sottili (pm10) e sulle diossine misurate dai deposimetri Arpa Puglia. Articolo di Alessandro Marescotti del 2 maggio 2013 http://www.tarantosociale.org

Benzo(a)pirene e carbon coke
«Ci risulta che almeno 11 navi piene di carbon coke sono attraccate a Taranto nel 2013 e hanno rifornito l’Ilva. Questo l’elenco.
– Ince Inebolu (22 mila tonnellate di carbon coke),
– Astoria (30 mila tonnellate)
– Pedhoulas Leader, (43 mila tonnellate)
– Nikos N, (30 mila tonnellate)
– Dorado, (32 mila tonnellate)
– BCC Danube, (8 mila tonnellate)
– Assos Striker, (25 mila tonnellate)
– Anatoli, (27 mila tonnellate)
– Antonis Pappadakis, (41 mila tonnellate)
– Ocean Voyager, (22 mila tonnellate)
– Redondo, (43 mila tonnellate)
Il tutto per un totale di oltre 320 mila tonnellate di carbon coke. Acquistando del carbon coke l’azienda evita di produrlo abbattendo drasticamente le emissioni della cokeria. Questo significa che le emissioni del benzo(a)pirene (la maggior parte delle quali frutto della cottura del carbon coke nella cokeria) sono destinate a calare drasticamente nel quartiere Tamburi di Taranto. Ma l’inquinamento complessivo continua a rimanere preoccupante per via della composizione chimica (più tossica che in altre città) delle polveri sottili (PM10) che continuano ad essere inalate dagli abitanti del quartiere Tamburi e anche nei quartieri più distanti di Taranto».
Diossine misurate dai deposimetri Arpa Puglia
Sul tablet vengono mostrati i dati dei deposimetri Arpa Puglia. E’ evidente come nel tempo le diossine misurate nei deposimetri del quartiere Tamburi continuano a evidenziare picchi. I deposimetri sono una “sentinella continua” che evidenzia criticità non risolte. Intanto non decolla il “campionamento continuo della diossina pur previsto dalla legge regionale (art.3) e dalla stessa AIA. Come mai?
I Cinque elementi di conoscenza
1) Per i lavori prescritti dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) l’Ilva ha fermato le batterie più inquinanti della sua cokeria. Le batterie fermate sono anche le più vicine al fronte urbano. Rimangono in funzione solo quelle più lontane dalle case. Per poter ovviare alla mancata produzione della propria produzione di carbon coke negli ultimi mesi sono arrivate almeno 11 navi per rifornire l’Ilva di carbon coke.
2) E’ ragionevole pensare che – per la prima volta a Taranto – possa essere registrato nel quartiere Tamburi (il più vicino all’Ilva) un calo drastico del benzo(a)pirene, il che confermerebbe il nesso che lega le emissioni della cokeria alla presenza di benzo(a)pirene nell’aria che si respira in quel quartiere, storicamente considerato il simbolo dell’inquinamento di Taranto. Siamo in attesa pertanto dei dati dell’Arpa sul benzo(a)pirene per verificare se al fermo delle batterie più inquinanti corrisponde un calo significativo del benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi, il che sarebbe un importante elemento ai fini delle indagini della Procura.
3) L’alleggerimento dell’inquinamento è tuttavia transitorio. Non è il risultato “miracoloso” dell’AIA ma deriva semplicemente del fermo tecnico delle batterie più vicine e più inquinanti. Quando la produzione ritornerà come prima, l’inquinamento tornerà verosimilmente a salire.

4) L’aria del quartiere Tamburi tuttavia rimane non salubre. Lo dimostriamo con i dati del PM10 (polveri sottili) della centralina dell’Arpa di via Machiavelli nel quartiere Tamburi. Tali dati sono stati moltiplicati per il “coefficiente di tossicità” di quelle polveri sottili, pari a 2,226. Grazie a questo calcolo possiamo dichiarare che chi vive nel quartiere Tamburi è ancora a rischio, nonostante il calo della concentrazione del PM10. Ad esempio 32 microgrammi di PM10 nel quartiere Tamburi di Taranto hanno effetti sanitari, in termini di mortalità, equivalenti a 70 microgrammi di PM10 a Milano, a Torino o a Bologna. Ma mentre a Milano, Torino o Bologna il valore di 70 segnerebbe uno sforamento del limite di legge, a Taranto il valore di 32 risulta “a norma”, pur rappresentando lo stesso pericolo in termini di mortalità. Ciò è causato dalla composizione chimica delle polveri ddi Taranto, come affermato dall’Istituto Superiore della Sanità. Nel file allegato vi sono ulteriori elementi di documentazione di tale affermazione.
5) PeaceLink chiede al Centro Ambiente e Salute di Taranto (in cui confluiscono le competenze di Asl e Arpa) di fornire i dati della mortalità e dei ricoveri mese per mese, suddivisi per quartiere, età, sesso, causa e professione. Ad oggi invece i morti vengono resi noti solo dopo tre anni mentre i ricoveri non vengono comunicati al pubblico, evidentemente per una scelta politica: quella di non allarmare la popolazione. E soprattutto ciò non viene fatto, evidentemente, per non indagare sul nesso fra danni alla salute e inquinamento. A tal fine nel file allegato riportiamo importanti informazioni che dimostrano come è possibile studiare il nesso fra ricoveri ed emissioni di un’acciaieria nell’Utah (Stati Uniti).
http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/38339.html

Fonte: eco dalle città