Erica Vecchione, convinta che… non è detto che sia giusto solo perché tutti fanno così

Erica Vecchione è una di quelle solide voci “controcorrente” che ci fa riflettere. Ex casalinga, blogger, ha trovato la sua strada; e non tra i “signorsì” di un ufficio o tra i forzati del cartellino. La sua strada se l’è proprio costruita con le sue mani. E qui, su Il Cambiamento, si racconta.9825-10611

Si è fatta (e si fa) molte domande; alcune risposte le ha trovate, per altre è ancora alla ricerca. Ma di sicuro non sono risposte standardizzate e banali, come tante di quelle che siamo abituati a sentire. Erica Vecchione, ex casalinga, blogger (vitadacasalinga.com), con tre figli e un marito, ha deciso che la scrittura era la sua strada e oggi vive in Liguria. Organizza soggiorni-studio in Italia per ragazzi americani e “si è trovata”. Come? Dove? Ce lo racconta lei stessa. Partendo da un punto fondamentale e irrinunciabile: è una di quelle persone che si ostinano a voler pensare con la propria testa.iqixbu6

Erica, lei invita al boicottaggio e a smettere di comprare giornali o prodotti lesivi della dignità delle donne. Cosa intende nel concreto, quali prodotti e giornali sono lesivi della dignità delle donne?

Se dovessimo andare a fondo, nel concreto, di cosa è lesivo della dignità delle donne, in primis, non dovremmo comprare nessun capo di abbigliamento. Le pubblicità che coinvolgono le grandi firme, ma anche le catene tipo Zara, utilizzano, nella migliore delle ipotesi, immagini di donne che rappresentano un corpo inarrivabile, emaciato, un pessimo esempio per le adolescenti. Nella peggiore delle ipotesi, invece, lanciano messaggi lesivi; ad esempio, in una vecchia pubblicità di D&G era fotografata una donna a terra, bloccata da un uomo che si ergeva sopra di lei, mentre intorno ai due un gruppo di uomini in piedi osservava la scena. Se poi ci addentriamo nel mondo dell’intimo e guardiamo le pose delle modelle… Insomma, per farla breve, fashion ma anche pubblicità e televisione in generale usano tutti un ideale di donna standardizzata e sessualizzata.

Lei considera le multinazionali come “Impero del male” e critica duramente anche quelle alimentari, con tutto il seguito di prodotti confezionati. Afferma senza mezzi termini: “Abbiamo il potere di annientarli semplicemente smettendo di comprare i loro prodotti. Se non vogliamo farlo per l’ambiente, facciamolo almeno per la salute dei nostri figli”. Non le sembra una posizione utopistica e irrealizzabile considerato l’enorme potere economico, pubblicitario e persuasivo che ha l’Impero del male? Perché una posizione tanto critica? C’è chi, come ad esempio gli imprenditori e i sindacati, le contesterebbero che l’Impero del male fornisce lavoro a tante persone.

Tutti i grandi cambiamenti sociali del passato sono stati giudicati avventati o irrealizzabili da una certa intellighenzia industriale o politica, che si voleva garantire un conveniente status quo. Ogni gesto consapevole, nato da una mente critica, può essere un suggerimento a qualcun altro. Si può tendere verso un’ispirazione morale collettiva, volta al benessere della collettività. Il punto di partenza non è eliminare le multinazionali, ma forzarle a ridare dignità ai lavoratori, all’ambiente, agli animali e produrre prodotti di qualità, siano essi alimentari o capi di abbigliamento.

In un suo post intitolato “Il popolo dei lamentoni”, parla della sfortuna, di cui molti si lamentano, come una percezione soggettiva piuttosto che una fatto reale. Vuole forse dire che gli italiani si lamentano un po’ troppo. E se sì, perché accade secondo lei?

Sicuramente la percezione che, dopo un fatto spiacevole o sfortunato, tutto debba andare male è un approccio che ritrovo in molte persone. È una sorta di vittimismo nel quale crogiolarsi per ottenere l’altrui compassione o i favori delle istituzioni. In America ho visto persone indossare magliette con la scritta “cancer survivor” ad indicare che erano riuscite a debellare la malattia, o almeno a tamponare l’emergenza. C’è un senso di rivalsa che non vedo tanto negli italiani. Vero è che gli italiani hanno una creatività che consente loro di restare a galla, cosa che gli americani si sognano.

Lei è molto scettica riguardo al cosiddetto posto fisso e critica fortemente gli italiani che non fanno granché e aspettano che lavoro od opportunità cadano dal cielo. Qual è la sua esperienza lavorativa e perché ha questa opinione?

A sedici anni ho cominciato a fare lavoretti estivi. Dai diciannove in poi ho sempre lavorato cambiando spesso settore. A ventitré anni avevo un contratto a tempo indeterminato (anni dopo, l’azienda è fallita provando quanto giusta fosse la mia intuizione di andare per conto mio), ma decisi di licenziarmi e partii per Dublino. Rientrata in Italia presi la specializzazione per insegnare italiano come seconda lingua, oggi ho una piccola agenzia viaggi e faccio la guida turistica. Sarà il mio lavoro per sempre? Non credo! Ci sono persone che hanno bisogno delle certezze che un posto sicuro offre, mentre altre, come me, devono continuamente mettersi alla prova e sentire lo stimolo del cambiamento. Chi ha un’indole più propositiva e dinamica riesce, nelle situazioni di difficoltà (come la perdita del lavoro, l’ingresso in mobilità, ecc.), a reagire più prontamente di chi ha sempre creduto che i privilegi lavorativi fossero un suo diritto imprescindibile.

Lei si scaglia duramente contro chi cerca successo in televisione in programmi di livello infimo e grande audience; cita Maria De Filippi, X Factor, ecc. Scrive testualmente: “Giovani baldracche diventano milionarie, rampanti tettone scalano carriere politiche, tonti pesci trota vestono panni da consigliere regionale, paparazzi pregiudicati determinano l’audience, insomma: ciarlatani, furbetti, affabulatori, ignoranti, puttane accorrete numerosi che in Italia si premia la merda!”. Non pensa di essere accusata di snobismo o elitarismo dato che quelle trasmissioni e quei personaggi sono i preferiti dai più? In fondo, dalla De Filippi c’è andato anche Roberto Saviano, scrittore di caratura internazionale.

Saviano è andato dalla De Filippi come Roberto Saviano, non da sconosciuto; è andato con il suo percorso intellettuale e professionale e con un messaggio da diffondere. Se essere snob vuol dire sdegnare il niente televisivo dei reality e talent show, allora sì, sono snob. Ma sarebbe più giusto dire che non amo il concetto – nato e proliferato nel ventennio Berlusconiano (e che ha evidentemente attecchito in un tessuto sociale fertile) – di arrivare al successo senza studio, senza competenza e soprattutto senza un duro lavoro alle spalle. E comunque, la notorietà di questi personaggi una volta usciti dal programma, è stata duratura più o meno quanto i quindici minuti di Andy Warhol.

Non ha la televisione; perché questa scelta “estrema” ed elitaria ? I suoi figli non si sentono emarginati da compagni di scuola o amici che ce l’hanno?

Più che elitaria, la ritengo di autopreservazione mentale. Senza televisione ho più tempo per me e ho il controllo sui contenuti che i miei figli guardano. Pubblicità, notiziari e film sono spesso pieni di riferimenti inappropriati per bambini piccoli. I miei figli sanno già di essere diversi, non fosse altro perché hanno un padre straniero e vivono in un paese piccolo nel quale nessuno di noi è nato. I ragazzi giovani poi non guardano più la televisione, semmai sono i cellulari che bisognerà saper gestire. In ogni caso, guardiamo tutti i programmi che ci interessano sul computer.

Lei sembra essere una delle poche persone che danno ancora importanza alla coerenza, rinunciando magari a privilegi e visibilità. Ha rifiutato di andare in tv e ha scritto: «In un mondo dove la gente fa a pugni –usando anche qui un eufemismo – per andare in televisione, probabilmente la mia decisione è un po’ controcorrente, ma la coerenza è importante. È importante fare ciò che si dice, e non usare la parola solo per fare spettacolo. In tanti mi hanno detto “Ma vai, questo è un treno che poi non passa più” e altre frasi perentorie sul genere. I latini dicevano che l’uomo è fabbro del proprio destino; è vero che i treni passano ma non tutti i treni vanno alla tua destinazione, bisogna saper salire sopra il treno giusto e non sul primo che arriva. Perciò, grazie. Ma il treno per Roma non ferma in questa stazione».  

Sì, non mi sono mai pentita della mia scelta di non andare in televisione. La credibilità non è subalterna all’incoerenza. Io devo essere fedele ai miei principi, foss’anche per me stessa. In questo sento che non posso tradirmi. La televisione è un mezzo menzognero che ti pone in un livello privilegiato rispetto al pubblico, ma che può metterti in una posizione estremamente manipolabile. Quando mi invitarono in televisione volevano di me una certa immagine, avevano bisogno di un personaggio che fosse adattabile al taglio di quella puntata. E io non posso e non voglio ridurre il mio pensiero a una macchietta televisiva.

Attraverso la televisione avrebbe avuto più visibilità, magari arrivare ad avere lei stessa una sua trasmissione, pubblicare libri… Inoltre, molti dicono che la televisione è solo un mezzo e come tutti i mezzi può essere usato bene o male; lei lo avrebbe usato bene, per veicolare le sue importanti riflessioni e farle ascoltare a un pubblico vastissimo. Perché ha rinunciato a tutto questo?

Quello che lei afferma sarebbe comunque tutto da verificare. Per me la cosa fondamentale è raggiungere la gente attraverso le mie idee e le mie parole. Ritengo ugualmente importante il viver bene, io sono una bulimica della vita e sento di non voler sprecare energia e tempo in battaglie inutili. Per i libri da pubblicare… ci sto lavorando.

Ancora in merito alla televisione un’altra sua interessante riflessione: “Vien quasi da dire che la gente non sia più capace di stare sola coi propri pensieri ergo, vada indottrinata e intrattenuta 24 ore su 24. O forse la gente, pur lamentandosi di continuo del poco tempo a disposizione, in realtà teme di restare sola col proprio tempo, scoprendo di non sapere che farsene; magari in una casa troppo silenziosa o ritrovandosi a quattrocchi con un compagno col quale non si condivide più nulla”. La situazione è davvero così triste?

Più che triste, anche se solo pochi anni dopo rispetto a questo scritto, direi che è cambiata. Sostituirei il termine ‘televisione’ con ‘smartphones’. Sì, secondo me è davvero così desolante. Si guardi intorno: cosa fa la gente quando passeggia per strada, cena al ristorante o siede in attesa dal medico?

Secondo lei ormai tutti rincorrono l’apparire. Perché questa corsa alla visibilità a tutti i costi, al successo narcisistico effimero? È possibile invertire la rotta o per sopravvivere socialmente e lavorativamente bisogna per forza fare video o interagire sui social?

Viviamo nell’epoca dell’immagine, del codice visivo. Se un amico torna dalle vacanze non racconta cosa ha visto, ma ti mostra le foto. Se va al ristorante non ti spiega il sapore del piatto che ha assaggiato, ma ti mostra l’immagine sul telefono. Invertire la rotta, senza forzature, mi sembra impossibile ad oggi. L’unica soluzione è il pensiero critico e capire cos’è veramente che ci fa dire di essere felici.

Lei afferma che la televisione (o “il virtuale” in genere) fa dimenticare la vita vera che c’è intorno a noi e che offre spunti infinitamente più interessanti.  Parla di mancanza di comunicazione in una realtà di iperconnessi ed è molto critica sull’uso dei cellulari. Sulla tecnologia scrive: “Dicono che la tecnologia ha reso la vita più facile, ma siamo sicuri che l’iper semplificazione – del linguaggio, delle conversazioni, delle relazioni – ci abbia reso più felici? Fateci caso. La gente per strada cammina, è protesa in avanti, fissa il cellulare. Nulla li distoglie dal piccolo schermo saldo tra le mani. La vita scorre intorno ma non se ne curano. Qualcosa più importante imbriglia l’attenzione. Che cosa, non si sa. Domani non se ne ricorderanno nemmeno più». Infine in merito a Facebook lei sostiene che non si batte per creare un mondo migliore ma per creare una azienda più ricca. L’hanno mai accusata di “eresia”?

Più che eretica mi si può eventualmente tacciare di essere antiquata. Io non ho uno smartphone ma un vecchio Nokia (del quale tutti i miei clienti ridono, tra l’incredulo e lo schifato). Rispondo sempre che sono talmente indietro da essere avanti. Il mio essere vintage nasce dal fatto che a me piace ancora guardare la gente negli occhi, leggerne le emozioni e scoprirne il pensiero inespresso. Amo le persone e l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più odiose, perché così tutto è infinitamente più interessante di una vita o una relazione vissuta attraverso uno schermo. Nessuno è perfetto e questo forse, sociologicamente parlando, potrebbe essere il mio limite. Me ne farò una ragione. Per quanto riguarda Facebook, direi che le ultime vicende di Cambridge Analitica e l’utilizzo dei dati personali hanno già detto tutto sulla traiettoria di Zuckerberg.

La sua posizione sui cellulari determina un isolamento da parte sua e dei suoi figli? Amici e parenti la credono pazza? C’è chi l’accusa di voler tornare al Medioevo? Cosa risponde a chi dice che attraverso i social possiamo veicolare informazioni in maniera fantastica, mobilitare milioni di persone con un click e creare socialità e legami prima impensabili? E soprattutto che avere il mondo a portata di mano con un cellulare è una delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità?

I miei figli sono ancora piccoli, la più grande ha dieci anni e sa – perché in casa parliamo di tutto – che il cellulare le verrà comprato quando sarà ritenuta idonea e forte abbastanza da gestirne la socialità e tutti gli annessi e connessi. Mio marito, come me, ha un telefono vecchissimo sul quale tutti, amici e famigliari, non mancano di sfotterci. Ma così come avviene con lo sfottò calcistico, ci si fa una risata e si aspetta il turno di qualcun altro. In casa abbiamo due computer, siamo abbonati ad Internazionale e al Fatto Quotidiano, non credo di essere carente di informazione. Casa mia sanno tutti dove si trova e prima o poi, da vicino o da lontano, vecchi e nuovi amici finiscono per farci un salto, sia per un bicchiere di vino che per una notte arrangiata spartanamente. Preferisco condividere una chiacchierata piuttosto che una foto su Instagram o un commento di pochi caratteri su Facebook.  Anch’io ho il mondo a portata di mano, solo che lo consulto quando decido io.

Spesso i genitori temono che i propri figli si sentano diversi se si discostano dalle scelte della massa, dalle pratiche convenzionali di consumo e azione. Lei dà una risposta eccezionale a questo terrore “Quasi tutti vogliono che il proprio figlio non si senta diverso dagli altri. E se anche lo fosse? I diversi diventano poi musicisti, scrittori, artisti; il resto – quelli che aspirano ad essere uguali agli altri – finisce in ufficio”. Così lei mette in discussione l’intera impalcatura di un sistema che si basa proprio sugli uguali che fanno andare avanti la baracca. Che tipo di società verrebbe fuori se tutti volessero essere autonomi e pensanti?

Cercare l’omologazione sociale e culturale mi ricorda il folle sogno di Hitler, la creazione di una razza identica e suprematista. La differenza è ciò che nutre e stimola pone il dubbio sulle nostre certezze più incrollabili. Se fossimo tutti autonomi e pensanti saremmo una specie più evoluta di quello che siamo ora, ma i poteri occulti faranno sempre di tutto affinché questo non avvenga.

Mette in dubbio che digitalizzazione voglia dire istruzione, educazione e informazione? L’alternativa?

Non lo dico io, ma psicoterapeuti, pedagoghi, addetti ai lavori e studenti. Leggere e studiare su un tablet o su uno smartphone è macchinoso e il livello di concentrazione dura meno. Non dico di no tout court alle nuove tecnologie in classe, ma non sono neanche per la sostituzione del vecchio libro di testo e la carta in generale. Attingere da entrambe le fonti è utile anche se mi fa ridere quando sento alcuni insegnanti o genitori decantare le lodi dello smartphone in classe quando in realtà sono i ragazzi i primi a dire che alla fine lo usano per altre attività, per nulla legate allo studio. La scuola è importante, così come lo è garantire un salario adeguato e costanti corsi di aggiornamento agli insegnanti, ma lo è anche la famiglia e il contesto culturale in cui si cresce. Poi, ovviamente, il valore aggiunto di ognuno farà la differenza. La curiosità personale, la ricerca di una prospettiva più ampia, la voglia di esplorare e relativizzare, aggiungeranno a quello specifico studente un titolo in più che non si può insegnare a scuola.

Lei scrive: “Dovremmo imparare da quella natura che cerca la luce indomita e tenace; cadere e rialzarci, rialzarci e cadere, fino ad appropriarci di quel che ci spetta, trovando l’energia perduta dietro ad ansie e timori altrui”. Qual è la sua relazione con la natura e quale importanza ha nella sua vita?

Vivo in un piccolo centro in Liguria, la natura mi circonda ovunque. Gli olivi e la vigna, gli agrumi e i solchi dei campi, le civette e i gabbiani. Quando sono stanca della valle, corro giù verso il mare. La natura mi ha insegnato che quando la mente corre troppo veloce, è il momento di accucciarsi e guardarsi i piedi. Questa natura non ha scelto me, sono io che l’ho cercata, lasciando tutto alle spalle, rinunciando ancora una volta a quella bambagia in cui avrei potuto crogiolarmi.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

 

Così Amazon uccide la dignità dei lavoratori e l’economia locale

Sfruttamento dei lavoratori, aumento della povertà, crisi dei piccoli negozianti, impoverimento dell’economia locale. Massimo Angelini riassume le drammatiche conseguenze legate alla crescita del colosso dell’ecommerce e invita tutti a dissociarsi da quello che oggi si presenta come il monopolio in più rapida espansione e commercialmente più aggressivo. Italia che Cambia sostiene la sua iniziativa “Amazon addio”.

“Amazon addio”. Questo il nome dell’iniziativa lanciata da Massimo Angelini e rilanciata da Comune-info contro la più grande Internet company al mondo, una delle più grandi società del pianeta.

“Amazon – scrive Massimo Angelini – sta guadagnando una posizione di monopolio mondiale straordinaria e pericolosa: la sua crescita, accompagnata da una progressiva concentrazione e automazione dei processi di distribuzione, sempre più di frequente viene associata:

– alla chiusura di negozi e librerie, e alla conseguente perdita di posti di lavoro;

– a una riduzione della qualità del lavoro, sempre più misurato, controllato, malpagato, precario, e meno tutelato;

– all’elusione della tassazione nei paesi dove opera, compresa l’Italia”.

“In questo scenario – si legge ancora – chiude il piccolo commercio, si perdono posti di lavoro, si erodono garanzie per quelli che restano, si mette a rischio la posizione dei lavoratori del commercio e della logistica, ma anche quella dei produttori ai quali, in progresso di tempo e crescendo la posizione di monopolio, più facilmente il prezzo di uscita delle merci potrà essere imposto al ribasso.amazon

Mentre alcuni si compiacciono dell’efficienza, della comodità e del relativo risparmio – perché è vero che i prodotti inviati attraverso Amazon arrivano presto e spesso sono venduti a un prezzo ribassato – c’è una parte di mondo che diventa più povero, meno tutelato, ricattabile: se a un risparmio di tempo e denaro individuali corrisponde un maggior costo sociale (oltre che personale) in termini di dignità dei lavoratori e posti di lavoro, allora il bilancio è certamente negativo. E lo è per tutti, anche per chi persegue i soli propri interessi individuali, perché una società più povera, in termini economici, morali, di sicurezza è un costo per tutti”.

“Poiché i monopoli – tutti – generano maggiore povertà, favoriscono la concentrazione dei capitali e contribuiscono ad allargare la forbice che separa una minoranza progressivamente più ridotta e più ricca da una maggioranza più allargata e sempre più povera, proponiamo un gesto di resistenza e di schieramento a partire dalla dissociazione da quello che oggi si presenta come il monopolio in più ampia e rapida espansione e commercialmente più aggressivo: Amazon”.

PER ADERIRE ALL’INIZIATIVA CLICCA QUI!

https://comune-info.net/2018/04/amazon-addio/

fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/amazon-uccide-dignita-lavoratori-economia-locale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Per un lavoro più umano, dignitoso, ecologico: la ricetta dei “terroristi” di Etinomia

Gli Stati generali del Lavoro, la tre giorni di incontri che si è tenuto in  Val di Susa dal 27 al 29 settembre, sono finiti in mezzo al calderone nell’attacco mediatico che la stampa italiana sta portando avanti contro il movimento No Tav. Abbiamo intervistato due delle organizzatrici per farci svelare quali diabolici piani eversivi avessero in mente.etinomia_stati_generali_lavoro

Li hanno accostati ai terroristi, alle Brigate rosse. Li hanno chiamati ‘violenti’, ‘antiprogressisti’. È in atto un attacco mediatico di portata enorme contro il movimento No-Tav e tutto ciò che vi gira attorno. E nel calderone ci finisce un po’ di tutto, indiscriminatamente, compresi gli Stati generali del lavoro, organizzati dal movimento No-Tav assieme ad Etinomia, associazione di imprenditori virtuosi valsusini, attaccati a più riprese da riviste e quotidiani come Panorama ed Il Giornale. Ecco quanto scrive Il Giornale: “Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valsusa, sono in programma gli Stati generali del lavoro organizzati da Etinomia, associazione poco conciliante. Nell’opuscolo si parla di “grandi opere inutili”, e di “grande mobilitazione contro i lavori”. Inoltre si citano le manifestazioni di massa di ottobre che culmineranno il 19 con una giornata di “sollevazione generale” da siti come www.infoaut.org.” Chiari segnali, secondo il quotidiano, della natura eversiva ed anarco-insurrezionalista dell’evento. Panorama non è da meno e riconduce ad incontri come questo la militarizzazione della zona voluta da Alfano. Ora, il fatto è che il sottoscritto, assieme al direttore del Cambiamento Daniel Tarozzi, è stato invitato a partecipare ai tavoli di discussione degli Stati generali del lavoro. Dunque volevo essere sicuro di non ritrovarmi in un covo di terroristi e brigatisti, magari con qualche talebano e salafita. Chissà, mi sono detto, forse dietro a tutto questo c’è lo stesso Osama Bin Laden, che in realtà non è morto e si è rifugiato in Val di Susa per tramare contro l’Occidente. Dunque quale modo migliore per approfondire la faccenda che contattare gli organizzatori e farci spiegare di cosa si tratta? Così abbiamo parlato con due delle organizzatrici, Giuliana Cupi ed Eleonora Ponte.

I recenti articoli di Panorama ed Il Giornale lasciano intendere che gli Stati generali del Lavoro organizzati da Etinomia assieme al movimento No-Tav rappresentino un pericolo per la sicurezza pubblica. Ci spieghi che tipo di evento è e di cosa si parlerà, di modo che le persone possano farsi un’opinione corretta?

Giuliana Cupi: Penso che la definizione più bella, ironica, intelligente e deflagrante degli Stati Generali del Lavoro l’abbia data Eleonora Ponte, che ne è stata la diretta ispiratrice: “Noi a Vaie avremo la bomba atomica!”. Gli SGL saranno un’esplosione di idee e persone innovative, decise a trovare soluzioni ribaltando di 180° l’approccio al lavoro che ormai viene ripetuto dappertutto come uno sterile mantra a base di crisi, crescita, PIL, sacrifici, Europa che ci chiede di chinare la testa e via delirando. Da noi si parlerà di significato di lavoro, necessità – più che opportunità – di lavorare meno e meglio, reddito di cittadinanza, interesse negativo, nuove forme di finanziamento del lavoro, filiere cortissime, sanità e diritto a esistere e lo si farà in 8 tavoli (di cui uno dedicato agli amministratori) aperti ai contributi di tutti. L’accademia e la cattedra saranno molto lontane…

Perché oggi in Italia non si può affermare che il TAV e gran parte delle grandi opere sono inutili, soprattutto in un momento in cui si tagliano i fondi allo stato sociale, senza essere tacciati di violenza o di terrorismo?

Giuliana Cupi: Perché queste “grandi opere inutili e imposte”, per riprendere la definizione che se n’è data al Forum di Stoccarda cui io pure ho partecipato, sono funzionali all’economia dello sfruttamento dell’uomo e della natura, dei capitali concentrati nelle mani di pochi, delle mafie (quelle che tutti conoscono come tali e quelle che hanno aspetto perbene e rassicurante), dei mercati che dettano ormai apertamente legge arrivando a indicare senza troppi giri di parole come debbano essere modificate le Costituzioni troppe permissive in materia di diritti dei lavoratori e come bisogna riallocare le risorse sottratte allo Stato sociale, giudicato e fatto giudicare inutile e improduttivo. Questo è l’anello di congiunzione tra pessima economia e pessima politica che provoca le reazioni di cui parli: ormai il denaro e chi lo manovra è padrone anche politicamente in maniera ben più ardita di un tempo, quindi opporsi ai suoi interessi significa essere eversivi. Purtroppo, nonostante i tanti esempi che abbiamo tutti sotto gli occhi, è ancora troppo poco chiaro quanto terrore e quanta violenza siano seminati proprio da questo genere di potere e non certo da chi vi oppone.

In che situazione è il lavoro oggi in Italia? E quali sono le alternative che Etinomia propone?

Giuliana Cupi: Il disastro è sotto gli occhi di tutti, ma quello che penso sia ancora peggio è, come dicevo prima, che i mezzi di informazione più popolari si guardano bene dall’evidenziarne la vera causa. Quando si piange sull’ennesima perdita di PIL e si invoca la crescita, questa entità ormai quasi metafisica e miracolosa, si omette colpevolmente di dire che questo stato di cose non è una disgrazia che ci è piovuta addosso, ma una ovvia conseguenza di un sistema squilibrato, quello capitalistico, che mostra la corda. La crescita infinita in natura non esiste – con la nefasta eccezione della cellula tumorale, che non per nulla prolifera indisturbata -, ma il sistema in cui siamo è costruito proprio su questo. Ora che non c’è quasi più nulla da costruire e da smerciare e soprattutto non ci son più soldi per comprarlo, esso mostra il suo vero volto di spietata aggressività: la festa è finita, qui il mercato è saturo, bisogna riconvertirsi in lavoratori a basso salario e ancor meno diritti per tappare i buchi della follia finanziaria e per invadere di altra roba gli angoli di mondo dove si comincia a poter spendere, insomma il disegno è farci diventare la Cina dei cinesi… Come ho cercato di spiegare prima, le idee che circoleranno agli Stati Generali del Lavoro sono di segno opposto. Un lavoro umano, che contribuisca cioè alla crescita del singolo e della collettività, che non assorba tutta l’esistenza, che costruisca cose vere e che nutra il territorio in cui nasce e che da questo sia nutrito. Idee ormai rivoluzionarie, appunto: le stesse che hanno ispirato Etinomia fin dall’inizio della sua storia.

Quali sono i principi guida della vostra associazione?

Eleonora Ponte: Etinomia è nata da un gruppo di piccoli e medi imprenditori della val di Susa che si sono trovati a discutere, nelle lunghe notti di presidio prima dell’installazione del cantiere militare a Chiomonte, del sistema di sviluppo e produzione capitalistico occidentale, così come lo abbiamo conosciuto finora, che dimostra drammaticamente di essere alle corde. Le grandi opere come il TAV ne sono l’emblema. Queste persone si sono quindi fermate a riflettere e discutere di come si possa cambiare rotta, di come l’economia possa e debba diventare etica (il nome Etinomia deriva da ETIca coniugata con ecoNOMIA). L’associazione si è subito data un manifesto etico in cui prima di tutto gli attori della vita economica del territorio si impegnano a sviluppare la loro attività facendo sì che la ricaduta economica prevalente sia sul territorio stesso, al fine di sottrarre le ricchezze alla grande finanza internazionale su cui non si ha alcun controllo, e l’attività produttiva sia rispettosa dell’ambiente e della vita delle persone.

Da tempo abbiamo l’impressione che esistano due Italie, una vecchia decrepita, aggrappata al potere, che cerca di mantenere con ogni mezzo lo status quo, e un’altra invece che sta cambiando, che è da anni all’avanguardia su tematiche come i beni comuni, il rispetto dell’ambiente, l’etica nel lavoro; e che la prima cerchi di combattere e soffocare con ogni mezzo la seconda. Cosa ne pensi?

Giuliana Cupi: Che è tragicamente vero e che chiunque sia consapevole di questa guerra in atto abbia il dovere verso se stesso e verso la comunità di spiegarlo a tutti, nello sforzo di illuminare altre coscienze e di sabotare questo processo: eventi come gli Stati Generali del Lavoro succedono proprio per questo. Purtroppo l’Italia numero 1 può contare su un formidabile apparato propagandistico e non mi riferisco solo alle arcinote proprietà berlusconiane, ma proprio a quei canali televisivi, radiofonici e giornalistici che dovrebbero rappresentare il Paese colto, moderno, all’avanguardia e che sono invece i massimi portatori delle idee profondamente reazionarie di cui sopra. La mia esperienza personale di cittadina e di informatrice (tramite il sito www.fabionews.info, N.d.R.) mi porta a dire che la speranza, non solo per l’Italia numero 2, ma per tutti, anche per quelli che ancora non se ne son resi conto, consiste nello smettere di essere soggetti passivi: non “subìre” l’informazione, la politica e l’economia, ma crearne di nuove, anche in minima parte, anche nel piccolo centro o quartiere in cui si vive, organizzare serate per spiegare temi importanti, appassionarsi a problemi locali, comprare in un GAS o farsi un orto. Cose piccole, ma che alla fine incidono e che – altro punto fondamentale – costringono positivamente a uscire di casa, a incontrare gente, a fare comunità. L’atomizzazione fa il gioco di chi ci vuole spaventati e soli, la solidarietà e l’essere inseriti in diverse reti ci fanno sentire protetti nei grandi cambiamenti che ci attendono. Anche di questo si parlerà agli SGL.

In definitiva, cosa rispondete a chi vi accusa velatamente di violenza e di essere un pericolo per l’ordine pubblico?

Giuliana Cupi: Di partecipare in prima persona, senza paura e senza preconcetti. Posso scommettere che chi lo farà ne uscirà almeno un po’ cambiato e desideroso di proseguire sulla nuova strada.

Fonte: il cambiamento

Presentata a Milano la Carta universale dei diritti della terra coltivata, una proposta per Expo2015

E’ stata presentata nella Milano pre Expo2015 la prima Carta universale dei diritti della terra coltivata, un documento che incarna tutta la volontà di uscire dalla crisi attuale con un modello economico completamente innovativo: dignità, integrità, naturalità e fertilità.179767060_6dc33902fd_o-586x439

Attorno ai quattro principi cardine dignità, integrità, naturalità e fertilità è stata costruita la prima Carta universale dei diritti della terra coltivata: presentato in anteprima a Milano e facente parte di una delle proposte più “eco” messe sul piatto di Expo2015, sarà discusso il 15 maggio prossimo all’European Socialing Forum, che chiamerà a Milano esperti e influencer “green”, tra cui Vandana Shiva. European Socialing Forum sarà infatti un’importante occasione per discutere sopratutto di sul “Socialing”, un nuovo modello di sviluppo economico e culturale nato per dare una risposta concreta ai cambiamenti in atto nella nostra società. Insomma, un tentativo di riscrivere le regole dell’economia.

Il Socialing nasce con l’obiettivo principale di proporre alle organizzazioni nuovi approcci etici verso i consumatori ed i mercati, mettere al centro delle priorità le reali esigenze delle persone, siano consumatori, risparmiatori, imprenditori o manager e ristabilire il primato della dimensione umana e sociale negli scambi tra soggetti economici, profit e no-profit

ha spiegato Andrea Farinet, coordinatore del Forum del prossimo maggio e tra i curatori della stesura della Carta universale. Proprio in questo contesto verrà presentato a tutti il documento della nuova Carta universale dei diritti della terra coltivata, sottoposto ad associazioni ambientaliste, naturaliste ed agricole, a cooperative e piccole medie aziende: le intenzioni, nobili nella loro ambizione, sono di arrivare ad una ratifica della Carta proprio nel corso dell’Expo2015 che si terrà a Milano. L’obiettivo dichiarato è trasformare Milano in una capitale verde d’Europa, nella capitale mondiale della salvaguardia della terra coltivata come spiegato da Giancarlo Roversi, anch’egli curatore del documento, il quale ha anche annunciato l’intenzione di operare in tal senso anche tramite la fondazione del Palazzo della Terra Coltivata, la Banca dei Semi e il Tribunale internazionale dei Diritti della terra coltivata. Che cosa significa tutto questo? Significa che occorre rapidamente dare risposte alle nuove esigenze della società, del mondo, mantenendo però il focus sulla tutela delle terre, dell’ambiente: partire dall’offerta per sviluppare nuovi modelli di sviluppo “Socialing”, in grado di soddisfare i reali bisogni correnti dei consumatori che chiedono più etica, trasparenza, sostenibilità e orizzontalità. ha spiegato Remo Lucchi, presidente onorario di Eurisko. Il Forum di maggio inoltre sarà occasione per altri due progetti su Expo2015: “Dal chilometro zero al chilometro verde”, con la chiara intenzione di incentivare filiere agro-alimentari sempre più tracciate, tutelate e ispirate ai principi del Socialing (Green economy, Bioeconomia, responsabilità sociale e ambientale) e“Dieci filiere per salvare il mondo”, un progetto per esportare nei paesi in via di sviluppo filiere agro-alimentari italiane, per sviluppare un’agricoltura socialmente orientata alle aree economicamente più deboli del pianeta.

Fonte: ecoblog