Una vita seconda natura. Devis Bonanni e l’identikit del “Buon Selvaggio”

Da tecnico informatico ad agricoltore a autoproduttore. Devis Bonanni da anni ha lasciato il posto fisso per dedicarsi alla terra e alla rivalorizzazione delle tipicità della Carnia, dove ha deciso di restare a vivere. Dopo il successo del suo primo libro “Pecoranera”, Devis traccia ora l’identikit de “Il buon selvaggio” che, a ben vedere, è dentro ognuno di noi.

Quella del progetto Pecoranera di Devis Bonanni è stata una delle prime storie  raccontate da Italia che cambia. Ho incontrato Devis un mese fa a Padova in occasione della presentazione del suo secondo libro, Il Buon Selvaggio, edizioni Marsilio. Mi è subito saltato agli occhi l’accostamento dei titoli, che sembrano rappresentare una sorta di tracciato evolutivo della biografia dell’autore, da “Pecoranera” a “Buon Selvaggio”.10316052694_4f2e7349f5_h

Chi pensa che Devis sia stato avvantaggiato dal fatto di avere un punto certo da cui partire, cioè il terreno di famiglia dove dieci anni fa avviò il proprio orto, nel suo paese natale, magari aspettandosi piena accoglienza e sostegno dai suoi famigliari e compaesani, dovrebbe farsi un giretto a Raveo e farsi venire la curiosità di indagare che cosa c’era prima delle serre e dei campi, oggi coltivati a cereali, patate, ortaggi e piante da frutto. Prima di tutto manca all’appello quella caratteristica casetta in legno scuro costruita in gioventù dal padre di Devis, che nei primi anni e per lunghi periodi, rigidi inverni compresi, è stata per lui una base di sperimentazione e ricerca dell’essenzialità, mentre il progetto Pecoranera prendeva forma. Questa casetta due anni fa è stata data alle fiamme da ignoti.

Le serre, invece, sono state allestite agli albori di Pecoranera e hanno introdotto anche nella fredda Carnia il pomodoro, frutto “rivoluzionario” sul cui insuccesso aveva scommesso un po’ tutto il paese, che portò i primi inattesi ricavi di vendita ad un’attività pensata inizialmente come semplice forma di autosufficienza alimentare. Ma una cosa che colpisce è la ripresa di una vegetazione scomparsa da diversi decenni. Primi i cereali, che, come Devis racconta, spingono alcuni anziani ad appostarsi con cautela ad una certa distanza dalla base del “Selvaggio”, per osservare e accertarsi che si tratti davvero di quelle piante lì, che in Carnia non si vedevano da tempi antichi…blog_img_105

La Carnia è una di quelle aree geografiche che più hanno risentito dello spopolamento demografico dovuto all’abbandono delle campagne. O la terra o la città, in poche parole. Pertanto, nonostante i terreni non mancassero, la scelta dei più giovani non è stata rivolta alla campagna ma al cercare altrove, nei centri urbani, un inserimento lavorativo ed i comfort attesi dallo stile di vita di città.

Inevitabilmente, come altrove, le conseguenze dell’abbandono si leggono ancora oggi sul paesaggio, sull’inselvatichimento della vegetazione e sul rischio di perdita, per ibridazione o indebolimento, di specie autoctone rappresentative delle tipicità della Carnia, tra le quali molti alberi da frutto. Devis è diventato da qualche anno il custode dei meleti e dei pereti ultra cinquantenari della sua terra. Ne è diventato chirurgo ed estetista, perché il lavoro di potatura, funzionale alla ripresa della fioritura e al rinvigorimento delle piante, apporta beneficio immediato anche all’estetica del paesaggio, restituendo all’ambiente quell’armonia perduta che dona piacevolezza anche allo sguardo.

Questo lavoro di custodia della varietà va a beneficio di tutti, non solo perché apre una strada alla rivalorizzazione della regione e dei suoi prodotti tipici, permettendo una ripresa dell’economia locale e potenziale nuova occupazione. La biodiversità è in primo luogo vita, per tutti, perché la varietà organolettica dei frutti che mangiamo rispecchia la varietà di componenti vitaminiche ed enzimatiche che fanno il nutrimento ed il rafforzamento del nostro sistema immunitario.

E pensare che Devis, quando cominciò a dedicarsi alla terra, comprese che coltivare il proprio orto (lo racconta nel libro “Pecoranera”) era in fondo il modo più anarchico, benché concreto, immediato ed efficace, per contrastare la propria dipendenza dalle leggi dell’economia di mercato, abbattendo la necessità di denaro ed il ricorso all’acquisto. A quanto pare i benefici della soluzione “anarchica” del coltivare secondo natura si estendono anche alla collettività, anziché dimostrarsi una scelta di isolamento dal mondo.ilbuonselvaggio

A proposito di questo ci dice qualcosa l’”identikit” del Buon Selvaggio, tracciato con intelligenza nell’omonimo libro, senza tralasciare alcun aspetto della vita, dall’alimentazione alla salute, dalla spiritualità e l’autoconsapevolezza a quei condizionamenti dovuti ad abitudini e comodità, che generano nuovi limiti alla libertà e nuove dipendenze.

Il Buon Selvaggio odierno, nell’avvicinarsi alla natura, si avvicina anche agli altri viventi, esce dall’isolamento per instaurare relazioni, nell’ottica di costruire collaborazioni virtuose in risposta all’indole gregaria dell’uomo, che nelle città, quasi paradossalmente, si perde in forme di solitudine mascherate dall’essere una moltitudine di individui, che restano, nonostante la vicinanza fisica, separati proprio nel vero contatto umano, quello che va oltre i rapporti di superficie.

Un identikit tratteggiato sul concetto di responsabilità per ogni gesto della nostra esistenza, nell’essere consapevoli che ogni azione (nel fare, come nel non fare), delegata ad altri, ha comunque una conseguenza che paghiamo in prima persona e collettivamente. Per essere responsabili bisogna ricominciare ad osservare, interessarsi alle cose che si muovono intorno a noi, ripristinare la curiosità, la capacità di saper vedere con occhi o lenti diverse in modo di saper cogliere punti di vista diversi e prendere posizioni e decisioni che non siano dettate dall’abitudine.

Sovvertire le abitudini è anche scardinare le comodità che ci portano alla staticità, all’accumulo e all’irrigidimento (fisico e mentale), cominciando dal rimettere in moto i pensieri, anche attraverso l’esercizio fisico. La sedentarietà del corpo irrigidisce la capacità di pensare. Anche per questo, Devis usa ancora la sua bicicletta nella maggior parte degli spostamenti, anche nelle lunghe distanze. E all’uso degli attrezzi agricoli a motore alterna l’uso delle braccia per falciare e fare legna e i piedi per attraversare i campi e controllare da vicino lo stato di salute della sua generosa terra.

In cambio della paziente osservazione e della distanza confidenziale, la natura gli sussurra ciò di cui ha bisogno e gli suggerisce segreti che sembrano essere stati dimenticati o rimossi anche dagli anziani, ex coltivatori persuasi dei vantaggi immediati offerti dalla modernizzazione agricola, che solo a distanza di anni ha raccontato gli effetti collaterali dell’impiego del concime chimico, dell’aratura massiva, delle sementi brevettate, della monocoltura…

In queste confidenze sottovoce Devis ha saputo cogliere l’esigenza del rinnovo della biodiversità e l’ha trasformata nella consuetudine di un gesto semplice: distribuire manciate di semi alla terra, anche quando questo non è finalizzato al raccolto, per nutrire il terreno e fornire fiori e polline agli insetti utili, come le api. Questo gesto mi ha ricordato “l’Uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono, in una versione più moderna, alla portata di tutti. Dopotutto i colori di un prato fiorito, che siano germogli di ortaggi o di piante aromatiche o semplici fiori di campo, rappresentano una bellezza gratuita che fa bene all’umore. Perché non prenderne spunto?

Il sito di Devis Bonanni 
Visualizza la scheda di Devis Bonanni sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/03/devis-bonanni-identikit-buon-selvaggio/

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Devis Bonanni, una “pecora nera” nella società dei consumi

La Carnia è una terra verde, affascinante, irta e apparentemente ostile. Qui – nel nord del Friuli Venezia Giulia –  piove tanto, piove sempre. E’ una delle zone più piovose d’Italia e la densità abitativa è molto scarsa. In questa terra di confine ha scelto di restare a vivere Devis Bonanni, giovane agricoltore nato nel 1984, autoproduttore, nonché autore del libro “Pecoranera“, un piccolo caso editoriale capace di vendere in pochi mesi più di 11.000 copie. Devis ha lasciato il posto fisso dopo cinque anni come informatico assunto a tempo indeterminato. Lo ha lasciato perché preferiva il contatto con la terra, l’alternarsi delle stagioni, la libertà di essere anziché apparire. Quando siamo andati a trovarlo ci ha accolto nella sua casa insieme alla compagna Monica e ad un loro amico, Andrea.

Scrivevo allora sul mio blog: “Il tempo di presentarci ed eravamo tutti seduti a gustare una cena squisita preparata da Devis e Monica. Ovviamente una cena a base di verdure del loro orto e interamente autoprodotta. Questa mattina (dopo una colazione altrettanto buona e altrettanto autoprodotta) ci siamo diretti nel suo orto, dove abbiamo aiutato i padroni di casa a smantellare una serra che andava dismessa prima dell’arrivo della neve e abbiamo poi ricoperto il terreno di letame, spostandolo con alcune carriole. L’atmosfera era rilassata, i gesti consapevoli. Quando si lavora la terra si parla poco e ci si intende con uno sguardo. Non è che non ci sia il tempo o che manchi la voglia. Semplicemente si entra in uno stato di meditazione consapevole che riduce al minimo i gesti superflui.contadino

Si lavorava in squadra senza dover stabilire i ruoli. Ognuno responsabile per sé e in connessione con gli altri. Intorno a noi, le montagne ci osservavano silenti e una leggera pioggerellina ci inumidiva a tratti i capelli. Dopo quattro o cinque ore, ci siamo fermati per ‘un’intervista’. Devis si è mostrato sereno, determinato, umile, consapevole. Una volta gli hanno detto che ‘era troppo intelligente per lavorare la terra’, ma io credo che lui fosse troppo intelligente ‘per non lavorarla’.

E’ proprio vero: il cambiamento inizia spalando il letame. Quello necessario a produrci il cibo per vivere e quello di cui è sommerso il nostro spirito e il nostro senso del coraggio e della sfida. Solo trasformando anni di condizionamenti culturali, dolori e sconfitte in sostanza fertile per il germogliare del nostro cibo futuro possiamo sperare di tornare a vivere in un mondo in cui il senso del sé e del noi siano gli elementi fondanti della vita e della comunità. Per poter rispondere, come mi ha suggerito oggi Devis alla domanda ‘che lavoro fai’? nel più semplice e rivoluzionario dei modi: vivo”.

Quando Devis si è licenziato lo hanno guardato tutti strano. Nell’epoca della crisi lasciare il posto fisso sembrava una follia. A distanza di anni l’azienda in cui lavorava purtroppo ha chiuso. Il posto fisso non era poi così fisso. La terra invece sì, quella c’è ancora così come la sua passione e la sua convinzione di aver fatto la scelta giusta nonostante le difficoltà e le delusioni. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva la realizzazione di un ecovillaggio, progetto al momento “sospeso”. La burocrazia, inoltre, si è rivelata presto ostile e anche le domande di amici e parenti non hanno aiutato. Sono poi arrivati anche gli “incidenti“. Qualche mese fa – marzo 2014 – la casetta in legno in cui avevamo mangiato e in cui Devis offriva ospitalità a chi lo andava a trovare è stata colpita da un incendio. Ma Devis va avanti e trova sempre nuove forze nella terra che lo circonda.

 

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A distanza di quasi due anni ricordo le ore trascorse in quelle piovose giornate friulane come alcuni tra i momenti più intensi di tutti e sette i mesi di viaggio. Tra un silenzio e uno sguardo, mi sono sentito immerso in un mondo arcaico e moderno in cui la saggezza nasceva dal fare tanto quando dallo studiare, dall’incontrare, dall’accogliere e dal cercare.

Devis e Monica vivono con poche centinaia di euro al mese. Quelle che servono per le bollette della luce, la tassa dei rifiuti, una birra ogni tanto. Devis non ha l’automobile. Si muove in bicicletta anche quando deve fare molti chilometri. Risparmia in benzina, assicurazione, bollo, meccanico, stress, persino palestra! Quando arriva ad una presentazione cerca di spiegare che i soldi non spesi sono soldi guadagnati, che in qualche modo il tempo trascorso a pedalare potrebbe essere considerato un lavoro. Spesso lo guardano strano, ma lui non ci pensa e riparte. La Carnia lo aspetta, insieme ai suoi orti sinergici e naturali, ai suoi ospiti che vanno a fare settimane di apprendimento in cambio di vitto e alloggio, a qualche serra da montare o smontare, alla legna da tagliare, forse ad una casa da autocostruire. Quando Devis sta lontano dalla sua terra gli manca tutto, proprio tutto. Persino la pioggia.

 

fonte: italiachecambia.org/

Per una nuova agricoltura: al Krameterhof con Devis Bonanni

In occasione dell’ultima visita guidata per italiani organizzata al Krameterhof, uno dei principali esempi europei di permacultura applicata in climi temperati, abbiamo incontrato ed intervistato Devis Bonanni, fondatore del Progetto Pecoranera.krameterhof

Il Krameterhof, l’azienda agricola “cresciuta” da Sepp Holzer, il contadino ribelle Austriaco, ed ora gestita dal figlio Josef è considerata uno dei più importanti esempi Europei di permacultura applicata in climi temperati. Già dai primi passi, appena varcato l’ingresso, si viene avvolti da una vegetazione lussureggiante, una sorta di giardino dell’Eden che, in una delle regioni più fredde dell’Austria, contrappone una straordinaria biodiversità alla sterilità delle monocolture di abeti che la circondano. Durante l’ultima visita guidata per Italiani organizzata al Krameterhof abbiamo avuto tra i partecipanti Devis Bonanni, fondatore del Progetto Pecoranera. Nell’intervista che segue gli abbiamo chiesto cosa ha trovato al Krameterhof e cosa si è portato in Italia.

Come hai conosciuto il Krameterhof?

Ho conosciuto tardi l’esperienza di Holzer. La scorsa primavera ho partecipato ad alcuni incontri sulla permacultura per iniziativa di un’associazione locale. In quell’occasione è stato proiettato il documentario sul Krameterhof. Abito in Carnia, al confine con l’Austria, a soli centottanta chilometri da Sepp Holzer: le nostre condizioni sono molto simili a quelle del Lungau per territorio e clima, come non provare interesse?

Che aspettative avevi dalla visita al Krameterhof e cosa hai trovato là?

Da aspirante permacultore più che aspettative nutrivo dei timori. Il filmato mi aveva impressionato. Andando in Austria volevo mettermi di fronte allo stato dell’arte della permacultura nei climi temperati freddi e stimare il cammino che ancora mi attende. Temevo che il passo in termini di conoscenze, investimenti, tempo e filosofia fosse troppo grande. Con sorpresa mi sono trovato invece di fronte ad una permacultura possibile, avvicinabile, comprensibile anche da me che faccio il contadino solo da pochi anni. I principi enunciati durante la visita risuonavano dentro di me con familiarità, nelle parole di Josef Holzer ho ritrovato i pezzi del puzzle che sto mettendo assieme: lui ha completato l’opera ma disporre dei pezzi è già un’ottima cosa.krameterhof5

Per chi ha letto i libri di Sepp Holzer e conosciuto attraverso di essi il Krameterhof, questo è indubbiamente un luogo di grande fascino. Una sorta di giardino dell’eden in cui sono stati tradotti in pratica con successo i principi della permacultura ancora prima che venissero teorizzati. Dopo la fascinazione iniziale però la reazione di molte persone si trasforma in una presa di distanze con frasi del tipo: “eh va be’ ma lui sta in montagna!”, “ma qui c’è un clima diverso!” , forse per la delusione di non aver trovato una ricetta pronta da copiare tale e quale a casa propria.

Pensi che la tua visita in Austria influenzerà l’evoluzione del Progetto Pecoranera? Se sì, in che modo?

Chi avanza questi dubbi evidentemente non ha alzato lo sguardo verso il versante opposto della valle. Di là una grande monocoltura di abeti, di qua stagni, orti, alberi da frutto, animali al pascolo. Io abito in montagna e so cosa significa lavorare in pendenza, aspettarsi gelate in maggio, vedere la neve in ottobre, disporre di terreni profondi solo dieci o venti centimetri. Il mio pensiero è stato diametralmente opposto: ha realizzato tutto ciò nonostante le condizioni sfavorevoli! In pianura ci sono terreni più profondi, l’erosione è limitata, l’insolazione è potente, la stagione è lunga: cosa avrebbe fatto Holzer in pianura Padana, in Maremma, nel viterbese o nel Cilento? Sono rientrato a casa con un unico pensiero, lavorare ancora più sodo su questa strada. Sto proponendo al mio comune un lavoro di recupero dei meli antichi per ripiantumare intere porzioni della nostra terra con gli alberi giusti. Vorrei impratichirmi con le coltivazioni di cereali su sodo e stabilire nuove interazioni tra i campi e le mie galline. Insomma: il lavoro non manca!josef_holzer

Durante la prima visita guidata che ho fatto al Krameterhof, Josef Holzer, mostrandoci alcune delle coltivazioni di frutta e ortaggi ha insistito su quanto per lui sia importante coltivare ciò che mangia. Per molti suoi colleghi non è così: spesso anche chi fa coltivazioni di eccellenza nel campo del biologico sostiene di non avere il tempo per curare un orto. Penso che anche per te questo sia un aspetto fondamentale e che si possa dire che l’aspirazione all’autosufficienza sia stata una delle pietre fondanti del progetto Pecoranera. Pensi che si possano coniugare questo desiderio di autosufficienza, generalmente associato a piccolissime produzioni ed a stili di vita improntati ad una sobrietà volontaria, con l’aspirazione ad un’agricoltura su scala più grande, in grado di produrre reddito, impiegare persone?

Oggi abbiamo molti agricoltori e pochi contadini. Se fossi finito per coltivare ettari e ettari di tre o quattro prodotti avrei preferito rimanere in ufficio. L’autoproduzione alimentare è il fondamento per una certa libertà di manovra. Fino a quando dipenderemo in toto dal denaro anche noi contadini non saremo liberi. Dobbiamo rompere queste catene e consociare l’agricoltura ad altre grandi tematiche: vegetarianesimo, mobilità sostenibile, energie alternative su piccola scala etc. Dirò di più, dobbiamo rompere gli schemi a tutti i livelli e iniziare a fare cose nuove con nuovi strumenti. Il biologico è spesso un’imitazione dell’agricoltura industriale con metodi organici. Forse perché facciamo ancora riferimento alla civiltà contadina senza guardare un passo indietro: cosa hanno da insegnarci i popoli nativi? Paradossalmente il Krameterhof è più vicino a rigenerare il giardino dell’Eden ante invenzione dell’agricoltura piuttosto che a fare agricoltura organica.

Il Krameterhof è una realtà di eccellenza, considerata da molti il più importante esempio Europeo di permacultura applicata in climi temperati. Qui ed in altre realtà che mettono in pratica tecniche di permacultura in Italia e all’estero parte del sostentamento proviene anche da attività di formazione, corsi, visite guidate. Questo porta molte persone a pensare che questo modo di praticare l’agricoltura non sia in grado di sostenersi economicamente senza questi ‘altri’ introiti. Tu cosa ne pensi?

Parliamoci chiaro: la permacultura non potrà mai pareggiare i risultati ottenuti dall’agricoltura chimica. È troppo grande l’input energetico dato dai fertilizzanti per competere in termini di rese/superficie/lavoro. Ciò che non mi è piaciuto nelle parole di Holzer è stata l’eccessiva enfasi sui prodotti di nicchia. Ci ha parlato di marmellata di pigne e grappa di genziana. Prodotti molto costosi per austriaci danarosi. La permacultura deve fornire risposte soprattutto sul cibo di tutti i giorni. Non potremmo offrire mele permacoltivate a ottanta centesimi al chilo in supermercato ma cercare di avvicinarci al mercato con prezzi accessibili a chi voglia investire sulla propria salute piuttosto che su uno smartphone. Per fare ciò bisogna lavorare sulla filiera, sul senso dell’alimentazione, sulla riduzione dei costi per le aziende e, nelle zone rurali, sull’agricoltura diffusa come integrazione al reddito per carpire le energie lavorative sopite ed inutilizzate dalla società. Anche il mio progetto non è ancora un’azienda agricola e mi avvalgo piuttosto di fonti di reddito da altri lavori ma la strada non è impossibile. E poi mi preme sottolineare un dato. Holzer produce cibo la dove non cresceva neppure mezza patata. Operando col suo metodo si potrebbe coinvolgere nei cicli produttivi quei territori considerati da sempre non coltivabili.krameterhof6

Hai chiamato il tuo progetto Pecoranera, l’autobiografia di Sepp Holzer si intitola The rebel Farmer. C’è un’idea di ribellione molto forte in queste definizioni, proprio anche di un certo modo di intendere l’agricoltura. Non un semplice rifiuto ma una pratica di cambiamento che parte da sé, ma che mira ben oltre, senza aspettare un via libera dall’alto. Mi viene in mente ciò che scrive Fukuoka nella “Rivoluzione del filo di paglia” (anche in questo titolo il lessico è significativo): “l’agricoltura non consiste nel far crescere un raccolto ma nella coltivazione e nel perfezionamento dell’essere umano”

Come hai scelto la via dell’agricoltura?

In questi anni è cambiato il tuo modo di intenderla?

Ho scelto l’agricoltura perché senza sovranità alimentare non si è davvero liberi. È la genesi di tutte le cose, assieme alla ricerca di un riparo adeguato e di buona acqua per dissetarsi. All’inizio il mio riferimento era lo stereotipo contadino. Ma la vecchia società agricola rappresenta comunque l’espressione della lotta contro la Natura, il dominio e la violenza. In questi anni molto è cambiato nella mia percezione. Oggi penso che non si possa essere contadini nuovi senza essere uomini nuovi. Questo percorso può diventare quasi una via francescana alla riconciliazione con il Creato. L’agricoltura è stata per troppo tempo alfiere dell’antropocentrismo, è ora di fare un passo indietro e coltivare il nostro Giardino dell’Eden.

Note

1. PermaculTour organizza corsi e visite guidate presso realtà che operano nel campo della permacultura in Italia e all’estero. In programma c’è un altra visita guidata al Krameterhof rivolta ad Italiani il 29 settembre 2013. Per informazioni: emiliano.zanichelli@gmail.com

2. Pecoranera è la concretizzazione di un ideale di libertà per noi, Devis e Monica, che oggi portiamo avanti il progetto. La libertà che proviamo quando fatichiamo nei campi, l’ideale di vivere più in armonia con l’ambiente che ci circonda, coltivando il cibo di cui ci nutriamo, procurandoci la legna per riscaldare la casa, salendo in sella ad una bicicletta piuttosto che accomodarci in auto…

Fonte: il cambiamento