Torino, la città del cinema che parla di ambiente

Gaetano Capizzi, fondatore e presidente di CinemAmbiente, ripercorre la storia del festival nato a Torino oltre vent’anni fa, riflettendo sulla crescita della coscienza ambientale ed il suo influsso sulle produzioni cinematografiche.

Dai fratelli Lumière ad oggi l’ambiente ha sempre fatto parte del cinema assumendo una rilevanza e connotati diversi in accordo con la coscienza ambientale che si è andata via via sviluppando nell’opinione pubblica. La questione ambientale, oggi, non è rappresentata soltanto nei documentari ambientalisti ma è presente anche nel cinema mainstream, in linea con quella sorta di “egemonia culturale” dell’ambiente che oggi domina l’arte e l’immaginario. E questo non può che essere positivo.  Il cinema ambientalista, in particolare, ha adottato negli anni vari linguaggi e oggi mostra come suo fine evidente un forte richiamo all’azione di tutti, andando così oltre la denuncia e l’allarmismo. Di cinema e ambiente, della crescita della coscienza ambientale e del suo influsso sulle produzioni cinematografiche ha parlato il fondatore e direttore di CinemAmbiente Gaetano Capizzi, intervenuto ad un seminario su “Ambiente, cultura e spettacolo” organizzato dalla Federazione Italiana Media Ambientali (FIMA) presso l’auditorium del ministero dell’Ambiente di Roma.

Capizzi ha ripercorso la storia del festival cinematografico CinemAmbiente nato alla fine degli anni ’90 a Torino e giunto oggi alla sua 22esima edizione, che si terrà dal 31 maggio al 5 giugno nel capoluogo piemontese. Di anno in anno crescono le proposte ed il pubblico, che diviene sempre più giovane e variegato.

“Il festival CinemAmbiente è nato in un periodo di riflessione e sperimentazione sulla comunicazione, l’informazione e l’educazione ambientale. L’intento era quello di trovare la chiave per comunicare al grande pubblico in modo corretto i temi ambientali, che sono scientifici e complessi. Torino per un fortunato connubio era la città del cinema e la città dove le associazioni ambientaliste erano ben radicate: dall’unione tra persone che come me si occupavano di cinema ed attivisti ambientali è nato CinemAmbiente”.

La prima edizione ha avuto luogo nel 1998 ma il processo che ha portato alla nascita del festival era stato avviato due anni prima. “Nel 1996, decennale di Chernobyl, tutto il mondo cercava di ricordare quel momento con tante iniziative. Torino quell’anno ha presentato una rassegna cinematografica dedicata al disastro nucleare. Abbiamo scoperto infatti l’esistenza di vari filmati e siamo riusciti a trovare e presentare delle immagini impressionanti dei momenti dell’esplosione.  Era anche un periodo in cui era stata tolta la segregazione sugli esperimenti nucleari americani. Con la rassegna, dunque, abbiamo avviato una riflessione sul nucleare ed il risultato è stato un evento che ha riscosso molto successo di pubblico e critica. Abbiamo quindi pensato di estendere il racconto ad altre tematiche connesse all’ambiente e da lì è iniziata la nostra avventura”, ricorda Capizzi.

“Ci siamo trovati nel momento giusto: era il momento in cui esplodevano i problemi e iniziava a svilupparsi una certa consapevolezza. Negli ultimi 20 anni la crisi ambientale è divenuta evidente e ha iniziato ad influenzare anche l’arte. Oggi, ad esempio, ci sono scrittori che scrivono solo di tematiche ambientali e a Torino c’è un corso universitario di ecocritica, che consiste nella rilettura della letteratura dal punto di vista dell’ambiente. È un filone che attira molti studiosi e io spero che questa linea interpretativa venga estesa anche al cinema, perché anche i film possono essere riletti dal punto di vista della visione della natura”.

Il fondatore di CinemAmbiente fa notare che la natura ha sempre fatto parte del cinema, sin dai suoi albori. “Una delle prime immagini cinematografiche dei fratelli Lumière ritrae l’esplosione di un pozzo di petrolio. Poi ci sono stati grandi documentaristi come Robert Flaherty, pioniere e maestro del documentario, o l’italiano Vittorio De Seta che nella sua produzione riflette il cambiamento della Sicilia degli anni ’60. Il grande documentarismo, insomma, ha sempre guardato alla natura. Se prima però questa era lo scenario in cui si svolgevano fatti e drammi umani, ad un certo punto è divenuta protagonista. Poi, ancora, c’è stato un secondo momento coinciso con gli ultimi 20 anni in cui non si è più rappresentata la natura nella sua bellezza ma si è cominciato a puntare l’attenzione sui disastri ambientali”.

Gaetano Capizzi ricorda quindi che i primi documentari di questo genere erano realizzati e prodotti prevalentemente dalle associazioni ambientaliste e in particolare da Greenpeace che ha sempre focalizzato le proprie attività sulla comunicazione delle sue azioni a forte impatto simbolico o dimostrativo. In seguito le cose sono cambiate con l’avvio del filone del cinema ambientalista militante con alle spalle importanti firme e grandi case di produzione. “Si arriva così ad ‘Una scomoda verità’ di Al Gore, che a livello mediatico è stato una bomba, ha fatto scoprire i cambiamenti climatici al grande pubblico ed è uno dei documentari che ha incassato di più nell’intera storia del cinema. Un altro grandissimo successo è stato ‘The Cove‘, film sulla mattanza dei delfini che ha vinto l’Oscar”.

In Italia CinemAmbiente è divenuto il principale catalizzatore di questo genere che oggi più che mai è vivo e ha una produzione enorme. “L’anno scorso abbiamo ricevuto 3200 proposte di film per il nostro concorso”, dice Capizzi. “Più generale – continua – è evidente che l’ambiente in questi anni abbia sviluppato una sorta di egemonia culturale nell’immagine e nell’immaginario, e ciò a mio avviso è positivo. Si pensi alla pubblicità (non si può più vendere niente che non sia ‘green’, o perlomeno che sia spacciato come tale.) o allo star system che si è schierato dalla parte dell’ambiente (Leonardo DiCaprio, Madonna e tanti altri).

“Tutto il mondo del cinema è investito da questa egemonia culturale ambientale. Vedo un avanzare della sensibilità, un accoglimento della causa da parte degli artisti e del cinema mainstream, non solo ambientalista. Ormai è comune trovare il tema ambientale in molti film e film d’animazione ed è proprio così che alcuni ragazzi del movimento Fridays for Future hanno iniziato ad interessarsi ai temi ambientali, come hanno dichiarato loro stessi nelle interviste. Sarebbe interessante peraltro – aggiunge Capizzi – capire come una quindicenne, Greta, sia riuscita a smuovere milioni di giovani in tutto il mondo. C’è chi dice che si tratti di una moda, ma io non credo. Penso piuttosto che le nuove generazioni temano per il loro futuro e vogliano prendere in mano la situazione”.

“Di certo – afferma Capizzi – non si può dire che il cinema non abbia dato l’allarme sui cambiamenti climatici e sui problemi ambientali. Per molto tempo il cinema ambientalista è stato definito catastrofista e per questo accusato di allontanare il pubblico da questi temi. Con la nostra esperienza di CinemAmbiente vedo che i film degli ultimi periodi sono sì di denuncia ma non allarmisti e, soprattutto, danno informazioni pratiche su come fare a risolvere il problema di cui il film parla. Spesso alla fine del film c’è un decalogo delle azioni possibili da intraprendere nel concreto. Si tratta dunque di film che cercano di far uscire lo spettatore fuori dalla sala cinematografica con la speranza di poter far qualcosa in prima persona. Noi come utenti possiamo fare tanto, non tutto, ma molto sì. E il cinema oggi punta proprio a questo”.

Foto copertina
Didascalia: Environmental Film Festival
Autore: Cinemambiente
Licenza: Sito Ufficiale Cinemambiente
Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/torino-citta-cinema-parla-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Codacons denuncia Tronca: “Smog, sporcizia, inefficienza dei trasporti. Roma è nel degrado”

Secondo l’associazione, sotto la guida del Commissario Straordinario Francesco Paolo Tronca “la città di Roma sta sprofondando in uno stato di grave degrado: smog, sporcizia e inefficienza trasporti pubblici”384833_1

“Mentre nella capitale sale lo scontro tra i candidati sindaci, fatto di parole vuote e senza alcun contenuto sulle misure da adottare per risolvere le tante criticità della città, il Codacons ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti del Lazio, in cui si chiama in causa direttamente il Commissario Straordinario Francesco Paolo Tronca”. Così si legge in una nota diffusa dal Codacons che sottolinea come i cittadini siano “profondamente delusi dal Commissario Tronca, scelto dal Governo per risollevare le sorti della capitale; sotto la sua guida la città sta sprofondando in uno stato di grave degrado che tocca molteplici aspetti, come attestano le tante segnalazioni ricevute negli ultimi mesi dal Codacons e le numerose inchieste dei quotidiani romani. Una mala-gestione della cosa pubblica – aggiunge l’associazione – che si riflette in modo diretto sulla vita dei romani e che ci ha portato a presentare un esposto in Procura e alla Corte dei Conti nell’interesse della collettività”.
Ad essere messo in evidenza dal Codacons, come si legge nell’atto depositato, “l’assoluta incapacità ed inerzia manifestata a 360 gradi dall’amministrazione capitolina nella gestione delle problematiche che hanno messo in ginocchio la capitale, oltre ad evidenziare responsabilità e fattispecie penalmente rilevanti, potrebbe far emergere illeciti fonti di danno erariale”.

“Si riteneva – spiega il Codacons – che l’insediamento del Commissario Straordinario Paolo Tronca alla guida di Roma Capitale avrebbe potuto risollevare le sorti della città eterna, invece di eterno permangono: il degrado, dalla sporcizia con montagne di rifiuti che invadono le strade dalla periferia al centro, fino ad una vera e propria invasione di topi estesa a tutto il centro di Roma; lo smog, con l’annosa problematica connessa all’inquinamento nella capitale e al superamento delle soglie minime con gli imbarazzanti provvedimenti delle targhe alterne e con diretto danno alla salute e danno ambientale; l’inefficienza e insufficienza dei trasporti pubblici con scioperi, continui stop ed irregolarità e discontinuità del servizio, problemi strutturali delle stazioni, guasti tecnici; la microcriminalità dilagante; il vandalismo; la sosta selvaggia ed illegittimo parcheggio di autovetture e moto sui marciapiedi con assoluta omissione di intervento della polizia municipale; l’eterno problema delle  buche stradali […]”. Per questo il Codacons “ritiene indispensabile intervenire in primis nella risoluzione definitiva dei problemi cronici che attanagliano la capitale, come evidenziati, investendo per restituire Roma ai romani e al mondo, il tutto nel rispetto dei principi di imparzialità, parità di trattamento, trasparenza e proporzionalità, oltre che nell’ottica di correttezza e trasparenza della P.a.”
Il Codacons ha dunque chiesto alla Procura di Roma di “compiere tutte le indagini necessarie al fine di accertare se nei fatti esposti siano ravvisabili responsabilità nonché la possibilità del configurarsi di diverse fattispecie penalmente rilevanti quali l’interruzione di pubblico servizio ex art. 331 c.p. nonché quella di cui all’ art. 328 c. p. – reato di Rifiuto di atti d’ufficio. Omissione, oltre che omesso controllo e vigilanza, mancata manutenzione e danno ambientale e alla violazione del fondamentale principio di rango costituzionale di tutela del patrimonio storico e artistico e del paesaggio della nazione (art. 9 cost.e cnfr. inoltre art. 117 cost. comma 2 lett. s), utilizzo illecito di fondi pubblici e concorso nel reato di inquinamento ambientale e al danno alla salute”.

Alla Corte dei Conti del Lazio l’associazione ha chiesto di verificare la corretta destinazione dei fondi pubblici e l’eventuale spreco dei soldi della collettività. “Anche un Commissario straordinario scelto dal Governo, se si rende conto di non riuscire a gestire una città come Roma e a risolvere le problematiche che assillano i cittadini, ha il dovere di dimettersi – afferma il presidente Carlo Rienzi – Di fronte alla grave situazione della capitale, riteniamo che Tronca farebbe bene a fare un passo indietro”.

(foto https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Jastrow)

Fonte: ecodallecitta.it

Ucciso dopo avere denunciato la devastazione causata dalle piantagioni di olio di palma

Era riuscito a far accogliere da una corte guatemalteca la sua denuncia contro le devastazioni provocate dalle società che gestiscono le piantagioni di olio di palma. Qualche giorno dopo è stato ucciso.rigoberto_lima_choc

Il coraggio di mettersi contro i big dell’olio di palma è costato la vita all’ambientalista Rigoberto Lima Choc, ucciso nel nord del Guatemala appena qualche giorno dopo la sua denuncia, accolta da una corte del paese, che rivelava l’inquinamento massiccio provocato dalle società proprietarie delle piantagioni di palme da olio. Rigoberto aveva 28 anni e faceva l’insegnante, apparteneva ad una tribù indigena e si dedicava alla salvaguardia del suo territorio. Era stato tra i primi a denunciare come l’industria dell’olio di palma avesse avvelenato i corsi d’acqua e ucciso centinaia di migliaia di pesci mettendo a rischio persino le fonti di sostentamento della popolazione locale. Gli esperti hanno definito quanto avvenuto un ecocidio e tra i maggiori disastri ambientali della storia del Guatemala. Per difendere l’ambiente Rigoberto Lima Choc ha pagato il prezzo più alto possibile, la sua vita. Ora la gente pretende giustizia da parte delle autorità guatemalteche. Il disastro denunciato da Rigoberto è solo uno degli esempi della distruzione dell’ecosistema che l’industria dell’olio di palma sta causando, soprattutto quando i governi si tirano indietro e non proteggono le popolazioni locali né l’ambiente. Rigoberto aveva documentato l’accaduto e intentato una causa ed evidentemente era diventato troppo scomodo. L’International forests program dell’associazione Friends of the Earth lancia dunque un appello affinché venga aperta un’inchiesta, vengano individuati e perseguiti i responsabili.

Firmate anche voi la petizione per chiedere indagini e per esigere che vengano protetti i diritti umani e l’ambiente

Fonte: ilcambiamento.it

Cina, il documentario di denuncia censurato da Pechino

Under the dome dell’ex giornalista televisiva Chai Jing denuncia la politica energetica del governo cinese

Si chiama Chai Jing l’ex giornalista televisiva 39enne che ha deciso di sfidare il potere politico-economico del suo Paese e rivelare che cosa accade con Under the dome ovvero “sotto la cupola”. L’ex giornalista ha prodotto a sue spese il documentario l’ha messo in rete e il suo video, in versione integrale o in versioni ridotte e frammentate, è già stato visto da circa cento milioni di persone in pochi giorni diventando un vero e proprio “caso”. Chai Jing racconta come nel suo Paese vengano utilizzate risorse fossili di bassa qualità e l’apatia burocratica e la mancanza di legislazione facciano il resto, creando gravi catastrofi ambientale, mentre il potere crea diversivi con investimenti nell’energia pulita che non sono in grado di rimediare ai danni passati e futuri delle fonti fossili. La giornalista spiega come i funzionari governativi cinesi vengano valutati per quanto fanno crescere il Pil, non per i risultati ottenuti, ragione per cui l’importante è far partire un progetto, non proseguirlo o portarlo a termine. Il documentario ricorda Una scomoda verità con Al Gore: la giornalista cammina sul palcoscenico e racconta con l’ausilio di immagini e infografiche verità altrettanto scomode. Proprio oggi è il giorno della cerimonia inaugurale della riunione annuale del Parlamento cinese, l’occasione nella quale i delegati firmano le proposte del Partito Comunista tramutandole in legge. La scelta di tempo con cui questo documentario – della durata di 103 minuti – è stato pubblicato non è casuale. Diventato in breve tempo virale, duplicato su più siti Internet e sottotitolato in inglese per renderlo comprensibile anche al pubblico occidentale, Under the dome è stato censurato dal web cinese. Il classico recinto chiuso dopo che i buoi sono già fuggiti.185469049-586x390

Fonte: The Guardian

© Foto Getty Images

Terra dei Fuochi: nuova denuncia collettiva dei cittadini dell’agro nolano

Circa 400 cittadini del mariglianese denunciano roghi notturni, fumi neuseabondi e la presenza di una strana “sostanza appiccicosa” di natura ancora incerta. Chiedendo alle autorità competenti un intervento immediato380172

Roghi clandestini, deposito illegale di rifiuti, abbandono notturno di oggetti ingombranti. Sono i comportamenti illeciti oggetto della denuncia che circa 400 cittadini, residenti nei comuni di Marigliano e San Vitaliano, in provincia di Napoli, hanno presentato nei giorni scorsi alla Procura della Repubblica e alle locali Forze dell’ordine. Si tratta dell’ennesima iniziativa popolare che tenta di reagire all’emergenza ambientale nella cosiddetta Terra dei Fuochi, dove gli episodi di roghi sospetti, emissione di fumi dagli odori nauseabondi e abbandono di rifiuti solidi lungo i margini di strade, campagne e sotto i cavalcavia si ripetono a intermittenza da anni.  Questa volta, inoltre, i cittadini denunciano «la deposizione di sostanze fuligginose, talvolta appiccicose, accumulatesi diffusamente su suolo, edifici» e oggetti esposti all’aria aperta. «Nei mesi di luglio ed agosto, nell’agro nolano e più precisamente in vari punti nei comuni di Marigliano e San Vitaliano, sono state frequentemente svolte attività (roghi e probabilmente anomale emissioni da attività industriali e commerciali) che hanno prodotto fumi nauseabondi rendendo spesso l’aria irrespirabile – spiega un firmatario della denuncia – Contemporaneamente, numerose zone sono state interessate dalla presenza di estese patine appiccicose, fuligginose, di colore scuro, depositatesi su balconi, pavimenti e in genere su beni esposti all’aria aperta, anche all’interno delle abitazioni. Tali patine spesso risultavano difficili da rimuovere, se non mediante l’uso di sgrassatori e solventi». Su questa “patina appiccicosa”, in realtà, sono in corso di svolgimento analisi dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, volte ad appurarne l’effettiva origine e composizione. «Secondo fonti ufficiose, potrebbe anche trattarsi di una sostanza di origine naturale, legata a una proliferazione anomala di alcune specie di insetti, ma aspettiamo il responso dell’ARPAC per dirlo – spiega lo stesso cittadino – Lo stesso non si può dire, in ogni caso, dei roghi appiccati e delle emissioni maleodoranti».  La denuncia della popolazione ha raggiunto anche i social network, dove si sottolinea tra l’altro la «cronica carenza di organico dei Vigili del Fuoco», chiamati a contrastare un fenomeno, quello dei roghi tossici, di portata massiccia. Ora nella Terra dei Fuochi si continua ad attendere l’intervento delle autorità, cui i cittadini chiedono di «verificare la consistenza degli inquinanti e adottare tutte le azioni atte ad impedire che il reato venga portato ad ulteriori conseguenze».

(Foto: pagina Facebook “La Terra dei fuochi”)

 

Fonte: ecodallecitta.it

Spalma incentivi, denuncia di assoRinnovabili alla Commissione UE

In vista della definitiva approvazione del provvedimento da parte del Senato, l’associazione ha deciso di chiedere alla Commissione europea l’apertura di una procedura di infrazione ai danni dell’ItaliaPale_pannelli

“A seguito dell’approvazione del Decreto Competitività da parte della Camera, rimangono al Parlamento e al Governo margini sempre più esigui per evitare la fuga dall’Italia degli investitori esteri e le migliaia di contenziosi che esporranno il nostro Paese a pesanti risarcimenti e bruttissime figure”. Così assoRinnovabili, a proposito della recente approvazione alla Camera del provvedimento spalma incentivi.  In vista della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (con l’ultima approvazione del Senato che avverrà nei prossimi giorni), l’associazione ha deciso, insieme a una cinquantina di grandi operatori fotovoltaici, di scrivere alla Commissione Europea chiedendo l’apertura di una procedura di infrazione contro lo Stato Italiano per violazione della Direttiva 2009/28/CE che aveva fissato i target europei per lo sviluppo delle energie rinnovabili.  Non appena la norma entrerà in vigore, assoRinnovabili coordinerà poi i ricorsi degli operatori, sia nazionali sia esteri (le adesioni sono già molto numerose), “ingiustamente penalizzati da un provvedimento che modifica unilateralmente e retroattivamente i contratti sottoscritti con il GSE”.  Due i filoni già attivati: il primo, a cui parteciperanno gli operatori italiani, mira ad ottenere la dichiarazione di incostituzionalità dello spalma incentivi, come già segnalato dal Presidente Emerito della Corte Costituzionale Prof. Valerio Onida; il secondo, riservato invece agli investitori esteri, dimostrerà che è stato violato il Trattato sulla Carta dell’Energia che tutela gli investimenti nei paesi aderenti (tra cui l’Italia).
“Auspichiamo ancora che il Governo metta riparo all’errore strategico insito nel provvedimento spalma incentivi – ha dichiarato Agostino Re Rebaudengo, Presidente di assoRinnovabili – Se ciò non avverrà, ricorreremo in tutte le sedi possibili e rappresenteremo tutte le parti coinvolte e danneggiate da questa norma, miope e controproducente. La recente sentenza della Corte Costituzionale Bulgara, che ha annullato una tassa retroattiva del 20% sui ricavi degli impianti fotovoltaici ed eolici, dimostra che la certezza del diritto non può essere stravolta: siamo sicuri che anche la Corte Costituzionale Italiana giungerà alle medesime conclusioni”.

 

 

 

Fonte: ecodallecittà.it

Torino, dopo il Big Jump Legambiente denuncia: “In grave crisi gli ecosistemi fluviali”

Il Big Jump a Torino e in Valchiusella accende i riflettori sulla salute dei fiumi piemontesi. L’eccesso di derivazioni irrigue ed idroelettriche portano, a partire da luglio e fino a settembre, alla desertificazione degli alvei naturali375639

Domenica 14 luglio, come in più di 100 fiumi e laghi di tutta Europa, anche a Torino nel Po e in Valchiusella nell’omonimo torrente, si è svolta la settima edizione del Big Jump. Il grande tuffo, promosso in Italia dai circoli di Legambiente, ha lanciato anche quest’anno un messaggio forte alle istituzioni locali ed internazionali affinché adottino tutte le politiche necessarie al ripristino, entro il 2015, del buono stato ecologico dei diversi ambienti acquatici. “L’Europa impone all’Italia e al Piemonte di raggiungere precisi obiettivi di qualità riguardanti lo stato ecologico dei fiumi –ha ricordato Federico Vozza, vicepresidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta-. Anche il Po a Torino entro due anni dovrebbe raggiungere il livello di “buono” nella scala di qualità delle acque ma senza il rispetto delle portate minime a monte della città e in mancanza di un adeguamento dei sistemi di depurazione, questo obiettivo non potrà essere raggiunto. I nostri fiumi possono e devono ritornare ad essere quelli di una volta, pieni di vita acquatica e con la possibilità di fare il bagno in sicurezza. Oggi ne abbiamo la possibilità tecnica e legislativa ma occorre che la loro tutela diventi una priorità per le istituzioni locali. I fiumi e i torrenti –ha aggiunto Vozza- sono diventati in moltissimi casi delle aree marginali infrequentabili, sentite sempre come “problema” e mai come ricchezza del territorio. Questo processo, oltre ad avere conseguenze dal punto di vista ambientale, costituisce anche un forte impoverimento del territorio dal punto di vista sociale ed economico, in quanto vengono a mancare spazi di grandi dimensioni e di grande qualità, impedendo di fatto tutta una serie di attività che potrebbero avere un enorme valore dal punto di vista ricreativo, culturale ed educativo”. A Torino il tuffo nel Po si è tenuto presso gli Amici del Remo (corso Moncalieri 422) ed è stato preceduto dalla presentazione di “Acqua per i nostri fiumi”, dossier in continuità con analoghe operazioni di monitoraggio e segnalazione realizzate negli anni da Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta grazie al contributo e la collaborazione di una serie di associazioni, gruppi o singoli cittadini. Dallo studio emerge una situazione di crisi diffusa per gli ecosistemi fluviali piemontesi dovuta, in particolare, ad un eccesso di derivazioni irrigue ed idroelettriche che portano, a partire da luglio e fino a settembre, alla desertificazione degli alvei naturali. Nonostante infatti il Piemonte sia una regione ricca d’acqua, ogni anno moltissimi fiumi e torrenti del reticolo idrografico regionale risultano completamente in asciutta con la conseguente scomparsa di tutte le forme di vita acquatica e la compromissione delle funzioni naturali dei fiumi. Le sponde e le fasce fluviali funzionano infatti come depuratori naturali e assumono il ruolo strategico di veri e propri corridoi ecologici. Con poca acqua si ha un aumento della temperatura e un rapido abbassamento del tasso di ossigeno, diminuzione della capacità autodepurativa, forte mortalità delle specie ittiche e possibile sviluppo di agenti patogeni. La diminuzione delle portate provoca dunque una forte concentrazione degli inquinanti (nitrati, fosfati, pesticidi, diserbanti, ecc.) che possono avere, in relazione alla loro tossicità, effetti diretti o indiretti sia sugli ecosistemi acquatici che sulla stessa salute umana. “Questa situazione, in realtà, non dovrebbe verificarsi se solo si rispettassero le norme attualmente in vigore quali il Piano regionale di Tutela delle Acque (PTA) e il regolamento per il rilascio del deflusso minimo vitale (DMV) –ha dichiarato Marco Baltieri, responsabile Acqua e Difesa suolo di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta-. Nonostante sia chiaro a tutti che si sia ormai superata la soglia di un ragionevole utilizzo dei nostri torrenti, la Regione Piemonte continua a non emanare le “linee guida” in materia di impianti idroelettrici, lasciando ai meccanismi di mercato il compito di portare avanti una vera e propria aggressione agli ultimi corsi d’acqua naturali delle Alpi. La situazione che si presenterà nell’estate 2013 rischia ancora una volta di ripetere senza alcun miglioramento quanto abbiamo potuto rilevare negli ultimi anni”. Dal 2009 la norma sul Deflusso Minimo Vitale (DMV) si sarebbe dovuta applicare a tutte le derivazioni idriche presenti in Piemonte. In realtà, come documenta il rapporto di Legambiente (che prende in considerazione alcune province piemontesi), nulla è cambiato e i corsi d’acqua continuano puntualmente ad essere messi in asciutta totale. Succede così che d’estate il Po, nella sua parte di pianura, sia alimentato unicamente da risorgive: dopo molti chilometri di letto in asciutta totale, il fiume riprende un po’ di vita, con caratteristiche però del tutto diverse da quelle “naturali”.

Fonte: eco dalle città