1950, benvenuti nella nuova era dell’Antropocene

Un nuovo dossier dell’International Geosphere-Biosphere Programme, in collaborazione con lo Stockholm Resilience Centre, fissa l’inizio della Grande Accelerazione agli anni Cinquanta del Novecento. Nel video, tradotto dalla nostra redazione e reso disponibile al pubblico italiano, un viaggio di 3 minuti attraverso gli ultimi 250 anni della nostra storia.

Il titolo del dossier è “The trajectory of the Anthropocene: The Great Acceleration”, pubblicato pochi giorni fa sull’Antrophocene Review, e condotto dall’International Geosphere-Biosphere Programme (Igpb), in collaborazione con lo Stockholm Resilience Centre. Il nucleo del discorso è il seguente: a partire dagli anni ’50 del Novecento, la Terra è entrata in una nuova era, denominata Antropocene, a causa della “Grande Accelerazione” dell’attività umana, soprattutto quella economica, che rappresenta la causa principale del cambiamento del sistema Terra, inteso come somma dei processi fisici, chimici, biologici ed umani in interazione tra loro. «Nel giro di una generazione – afferma il Professor Will Steffen, che ha guidato il progetto – l’umanità è diventata una forza geologica su scala planetaria».
Lo studio confuta così la teoria secondo la quale si faceva risalire la Grande Accelerazione e l’inizio dell’Antropocene alla Rivoluzione Industriale inglese della seconda metà del Settecento. Il termine Antropocene fu coniato negli anni 2000 dai ricercatori Paul Crutzen ed Eugene Stoermer e sta ad indicare l’era geologica attuale nella quale all’uomo e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche del pianeta. Da allora il termine venne più volte contestato da scienziati e geologi e mai formalizzato dalla Commissione Internazionale di Stratigrafia, dividendosi tra chi faceva risalire la sua origine al neolitico, e chi, come detto sopra, alla rivoluzione industriale. Il nuovo studio invece fissa la data di inizio dell’Antropocene addirittura al 16 luglio 1945, giorno in cui gli Usa testarono la bomba atomica nel deserto del New Mexico. «Gli isotopi attivi di questa detonazione – si legge nel documento – furono emessi nell’atmosfera e ricoprirono il mondo intero, lasciando segni indelebili e direttamente imputabili alle attività umane». Il dossier si basa su una serie di 24 indicatori globali, denominata “planet dashboard”: dodici descrivono le attività umane, come per esempio la crescita economica (PIL), l’incremento demografico, le telecomunicazioni, il consumo di energia e dell’acqua, i trasporti; gli altri dodici mostrano variazioni nelle principali componenti ambientali del sistema Terra, per esempio, il ciclo del carbonio e dell’azoto, la biodiversità. Questa dashboard mette in evidenza come le traiettorie della Terra e dello sviluppo umano sono ora facilmente vincolati. I risultati dello studio sono presentati in questi giorni al World Economic Forum di Davos. «Quando abbiamo messo insieme tutti questi dati, ci aspettavamo di vedere grandi cambiamenti – continua Steffen – ma quello che in realtà ci ha sorpreso sono state le tempistiche. Quasi tutti i grafici mostrano lo stesso schema. I cambiamenti più drammatici si sono verificati a partire dal 1950. E’ questo l’inizio della Grande Accelerazione. Da allora si nota che i grandi cambiamenti del sistema Terra vennero direttamente collegati ai cambiamenti in gran parte legati al sistema economico globale. Si tratta di un fenomeno nuovo ed indica che l’umanità ha una forte responsabilità a livello globale per il pianeta». Wendy Broadgate, co-autore e vice direttore Igbp ha inoltre aggiunto che «gli indicatori permettono di distinguere il segnale dal rumore. Oggi la Terra è in uno stato quantificabile rispetto al passato. Diversi e importanti processi del sistema Terra sono ora guidati dal consumo e dalla produzione umani». I risultati dello studio evidenziano come negli ultimi decenni i fattori-chiave del sistema Terra sono andati al di là della variabilità naturale avutasi negli ultimi 12 mila anni, periodo che gli scienziati chiamano Olocene, iniziato alla fine dell’era glaciale. Il documento sostiene che la maggior parte delle attività economiche e, di conseguenza, dei consumi, si ha nei Paesi dell’Osce, che nel 2010 rappresentavano circa il 74% del PIL mondiale, ma solo il 18% della popolazione terrestre. Ciò indica la profonda disuguaglianza su scala globale, che distorce la distribuzione dei benefici della Grande Accelerazione e confonde gli sforzi internazionali, come gli accordi sul clima per esempio, per affrontare il suo impatto sul sistema Terra. Tuttavia lo studio mostra anche che di recente la produzione globale si sta spostando verso il gruppo BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, con una forte ascesa delle classi medie. Circa la metà della popolazione mondiale vive in aree urbane e circa un terzo ha completato il passaggio da società agraria ad industriale. La maggior parte della crescita dopo il 2000 si è avuta nel consumo dei fertilizzanti, nella produzione della carta e dei veicoli a motore, verificandosi nei Paesi al di fuori dell’Osce.
I 24 indicatori su cui si basa questo studio furono pubblicati per la prima volta nel 2004 dallo stesso Igpb, mentre il termine Grande Accelerazione fu utilizzato per la prima volta nel 2005, in occasione della conferenza di Dahlem sulla storia del rapporto uomo-ambiente, che riunì molti scienziati dell’Igbp. Questa nuova ricerca è dunque parte della sintesi finale del Global Change and the Earth System del 2004.

Fonte: ilcambiamento.it

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Giornata mondiale dell’alimentazione 2014: l’agricoltura familiare

E’ l’agricoltura familiare il tema centrale della Giornata Mondiale dell’alimentazione del 2014 voluta dall’Assemblea generale dell’ONU. Il 16 ottobre 2014 si è celebrata  la 33 esima Giornata Mondiale dell’alimentazione, evento voluto dall’ONU e per quest’anno il tema scelto è: Agricoltura familiare: “Nutrire il mondo, preservare il pianeta” e ciò in riconoscimento del fatto che l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori sono la base su cui si poggiano tantissime economie nel mondo. L’obiettivo dunque è rinforzare proprio l’autonomia del piccoli agricoltori per debellare la fame e per rendere l’agricoltura capace di gestire le risorse naturali del Pianeta senza interferire così nei cicli naturali degli ecosistemi in cui si sviluppa. Il segnale è forte e per la prima volta viene riconosciuto agli agricoltori familiari, nella maggior parte dei casi donne, un ruolo centrale nello sviluppo della sicurezza alimentare, ovvero della possibilità di fornire cibo in maniera costante a tutta la famiglia.FAO-620x419

Dice José Graziano da Silva direttore generale della FAO:

La lotta contro la fame va avanti in tutto il mondo, ma ci sono ancora circa 805 milioni di persone che non hanno cibo a sufficienza e molto resta ancora da fare. Sessantatre paesi in via di sviluppo hanno già raggiunto l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio, ovvero hanno dimezzato la percentuale di denutrizione cronica entro il 2015 e le loro storie ci dicono che per vincere la guerra contro la fame abbiamo bisogno di impegno politico, di approccio olistico e sociale, della partecipazione e dell’agricoltura familiare. In tutto il mondo, le famiglie di agricoltori svolgono un ruolo cruciale, socio-economico, ambientale e culturale che, in mezzo a gravi sfide, ha bisogno di essere sostenuto e rafforzato attraverso l’innovazione. Riconoscendo questo, le Nazioni Unite ha designato il 2014 come Anno Internazionale dell’ agricoltura familiare. Il tema di quest’anno della Giornata mondiale dell’alimentazione celebra anche la famiglia e il contributo che gli agricoltori danno per la sicurezza alimentare e per lo sviluppo sostenibile: nutrono il mondo e curano la terra.

I dati presentati nel Rapporto annuale della FAO su alimentazione e agricoltura (SOFA)giustificano chiaramente la
importanza attribuita all’agricoltura familiare. Circa 500 milioni dei 570 milioni di aziende agricole del mondo sono gestiti da famiglie le principali custodi delle nostre risorse naturali. Sono le famiglie il più grande datore di lavoro del mondo e forniscono oltre l’80 per cento del cibo del mondo in termini di valore e sono spesso i principali produttori di alimenti freschi, prodotti lattiero-caseari, pollame e suini.FAO-Infographic-IYFF14-en

La Giornata mondiale dell’alimentazione si è celebrata per la prima volta il 16 ottobre del 1981 e si è scelto il 16 ottobre proprio per commemorare l’anniversario della fondazione della FAO avvenuto nel medesimo giorno del 1945.

Fonte:  FAO
Foto | FAO@Facebook

Basta sfruttare gli Oceani, l’appello per la Giornata mondiale dell’alimentazione 2014

Il mare viene sfruttato troppo: appena il 30 per cento del pescato arriva sulle nostre tavole. Nella Giornata mondiale dell’Alimentazione una riflessione sullo sfruttamento delle risorse del mare ci viene proposta dall’associazione Marevivo, che ci ricorda che appena il 30 per cento del pescato finisce sulle nostre tavole. Il 70 per cento del pescato è scarto e dunque in molti casi non viene lavorato ma gettato in mare. Sapete che noi in Italia mangiamo appena il 10 per cento delle specie ittiche? Il Ministero delle Politiche Alimentari e Forestali ci dice che sono 719 le specie ittiche di interesse commerciale e buone da mangiare, ma noi ne compriamo poco meno di 70 specie: perché? Forse siamo schiavi delle mode alimentari o molto più probabilmente abbiamo perso , ma, schiavi di mode culturali e alimentari, ne mangiamo sì e no il 10%.Oggi ricorre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione organizzata dalla FAO e al centro del dibattito c’è l’importante ruolo che l’agricoltura familiare riveste nell’eliminazione della fame e della povertà nel mondo.MEXICO-ENVIRONMENT-FISH

Le specie ittiche più di moda e dunque più acquistate sono: branzino (50%), nasello (30%), orata (45%), rombo (65%), salmone (50%), sogliola (55%), triglia (65%) mentre scartiamo inesorabilmente aguglia, melù, alaccia, bavosa, boga, zerro, zanchetta, capone, cicerello, spatola, sughero, parlotto, pargo, tracina e pesce civetta. Eppure fino a qualche anno fa queste specie erano consumate regolarmente. Per rinnovare la tradizione perduta e evitare gli sprechi. Marevivo ha lanciato in passato due campagne, sempre attuali per ripristinare la tradizione dell’uso del pescato locale attraverso progetti quali “Lo scarto à la carte” che insegna all’uso delle parti di scarto e “La tavola blu” aperto ai futuri chef degli istituti alberghieri. Dice la presidente di Marevivo, Rosalba Giugni:

Gli oceani, che coprono il 71% della superficie del Pianeta, assorbono 1/3 dell’anidride carbonica e producono l’80% dell’ossigeno, sostengono una complessa e indispensabile catena alimentare. Se il mare muore, non ci sarà più vita neanche per l’uomo.

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Amazon Gold, i cercatori d’oro che devastano le foreste dell’Amazzonia

Il disboscamento e l’utilizzo del mercurio nella ricerca dell’oro stanno compromettendo l’ecosistema del Perù amazzonico

Il disboscamento dell’Amazzonia ha ricominciato a correre dopo il rallentamento degli ultimi anni, ma non è soltanto il traffico illegale di legname a insidiare il “polmone della Terra”. Amazon Gold, documentario inserito nel Concorso Internazionale One Hour di Cinemambiente 2014, porta alla luce l’altra ragione del disboscamento e dell’inquinamento di una delle zone più selvagge della Terra: l’oro. Ogni giorno nel rio Madre de Dios (che nasce sulle alture andine per buttarsi nel Beni affluente del Madeira, a sua volta affluente del Rio delle Amazzoni) vengono estratti 100mila dollari di oro. Un guadagno che ha un costo ecologico altissimo visto che per produrre la quantità necessaria per un anello d’oro occorre setacciare 250 tonnellate di terra. E per scandagliare questa quantità di terra occorre disboscare, allagare e scandagliare interi tratti di foresta. Il regista Reuben Aaronson (già collaboratore di Terrence Malick) si è recato nell’Amazzonia peruviana insieme a due reporter di guerra, Ron Haviv e Donovan Webster, e al biologo Enrique Ortiz, per indagare su questo traffico. E ha scoperto che il commercio dell’oro – a differenza di tanti altri scempi compiuti su vasta scala – è una devastazione dal basso che coinvolge le fasce povere della popolazione disposte a pagare un prezzo altissimo al ritorno economico garantito dalla raccolta del prezioso metallo. Nell’estrazione dell’oro, infatti, vengono utilizzate grandi quantità di mercurio, un metallo che facilita la separazione dell’oro, ma che risulta altamente tossico per chiunque lo maneggi. Il disboscamento su larga scala e le buche scavate per trovare l’oro sono un mix letale per l’ambiente: la foresta impiegherà 300-500 anni a ricreare l’ecosistema distrutto in pochi giorni di lavoro, mentre i veleni sversati nelle acque finiscono nel ciclo alimentare e in quello dell’acqua. Negli esami condotti sugli abitanti di Puerto Maldonado sono stati riscontrati tassi di mercurio di tre volte superiori al limite consentito. Su un piatto della bilancia c’è la salute, sull’altro i guadagni dell’oro il cui valore è letteralmente esploso in epoca di crisi, passando dai 250 dollari all’oncia del 2001 ai 1600 dollari all’oncia del 2013. Gli sbancamenti e l’utilizzo dell’acqua nell’attività estrattiva hanno completamente devastato la città di Huaypetue costringendola a spostarsi, a trasformarsi, in questa terra desolata che erode la più importante area termoregolatrice del mondo. Dopo migliaia di chilometri, la corsa delle acque dolci del Madre di Dios termina nell’Oceano Atlantico ed è lì che finisce il mercurio. L’inferno di Hyeronimus Bosch evocato dal biologo Ortiz nel documentario è di casa a a Puerto Maldonado e dintorni e il patto con il diavolo ha un’unica moneta di scambio, la più antica di tutte, l’oro.Immagine21-620x342

Foto | Amazon Gold

Fonte: ecoblog.it

Deindustrializzazione dell’Italia: ovvero la decrescita infelice

Il rapporto sulla competitività Ue è stato impietoso e descrive la situazione italiana come una “vera e proprie deindustrializzazione”: siamo alla decrescita infelice.129076460-594x350

E’ la notizia del giorno: Italia deindustrializzata e fanalino di coda nella Ue, questo in sintesi il senso del Rapporto sulla competitività presentato a Bruxelles. Siamo in decrescita ma infelice, ossia quella non programmata per cui la sperequazione sociale è attualmente vistosa. La produttività è al meno 20% e Spagna e Grecia ci hanno superato. Da noi influisce il costo dell’energia e l’eccessiva pressione fiscale, le difficoltà di accesso al credito e l’eccessiva burocrazia. Ma d’altronde ognuno di noi in merito è testimone di qualche storia legata ai punti critici individuati dalla Ue. Ma ciò non toglie che questa decrescita infelice non possa rappresentare una buona occasione per riconvertirla in decrescita felice. Partendo dall’energia e dal taglio di quegli incentivi che sono proprio inutili, ossia a quel capitolo noto come CIP6 tenuto in vita in extremis proprio dall’ex ministro Passera. Sapete quanto ci è costato nel 2012? Ce lo dice l’Autorità per l’Energia nella sua relazione: 918 milioni di euro per le rinnovabili e 2.239 milioni di euro per le assimilate. E per assimilate si intendono anche gli inceneritori, che nella bizzarra visione dei politici, sono fonti di energia assimilata alle rinnovabili e non macchine di morte.

Scrive nel suo rapporto l’Autorità:

Nel 2011 i costi totali dei ritiri del GSE per l’energia CIP6 sono stimabili in circa 3,3 miliardi di euro, in prevalenza (circa il 72%) legati alla remunerazione dell’energia CIP6 prodotta da impianti assimilati. Per quanto riguarda le fonti assimilate, sulla base delle dichiarazioni degli operatori che hanno risposto all’Indagine dell’Autorità, risulta che otto operatori effettuano la quasi totalità della generazione elettrica in convenzione CIP6; le quote maggiori spettano ai gruppi Edison (20,8%), Saras (18,4%) ed Erg (16,8%). Per i ritiri, invece, dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, la società A2A realizza quasi un terzo (30,9%) della generazione rinnovabile, seguita da Ital Green Energy Holding (14,1%), Api (7,7%) e International Power (5,8%). Complessivamente i primi dieci operatori coprono oltre l’80% dell’energia totale rinnovabile in convenzione CIP6.

Ma questa pioggia di soldi non potrebbe essere usata diversamente?

Fonte: ecoblog

Sostenibilità ambientale a SANA 2013: la cosmesi biologica e la chimica verde

Anche l’industria cosmetica ha l’obbligo di ridurre l’impatto ambientale. Per farlo è necessario un impegno a tutti i livelli della filiera. E sostenibile non significa necessariamente biologicoimage2-e1379109211615

Quando si parla di sostenibilità nessun settore produttivo deve sentirsi escluso, nemmeno quello della cosmesi. A sottolinearlo sono gli esperti che si sono incontrati a SANA 2013, il salone internazionale del biologico e del naturale di Bologna, ricordando che se è vero che dal secondo dopoguerra la produzione di cosmetici si è sempre più orientata verso l’utilizzo di processi chimici, oggi la tendenza del settore è quella di riappropriarsi dei concetti di naturalità, biologico e, appunto, sostenibilità. Siamo passati dal concetto di compatibilità ambientale a quello di sostenibilità ambientale, ha spiegato Fabrizio Piva, Amministratore delegato di CCPB srl, organismo di certificazione e controllo dei prodotti agroalimentari e “no food” del settore biologico ed eco-compatibile. Mentre la prima cristallizza la realtà in un dato momento, la seconda introduce il fattore tempo. Sostenibile significa sostenibile per il futuro. È cambiato il concetto di salvaguardia delle risorse ambientali, che preoccupa per le generazioni future. Al momento però, lamenta Piva, nel settore della cosmesi biologica manca uno standard univoco. Contrariamente a quanto accade per l’agroalimentare bio, per i cosmetici non esiste una normativa che regolamenti le produzioni che si definiscono biologiche, né a livello nazionale, né a livello europeo. Standard significa regole, comportamenti, specifiche di prodotto, significa saper capire quali sono i punti di riferimento, significa identificazione del prodotto e rintracciabilità, significa standard di processo. Non si può limitare alla lettura dell’etichetta. E’ una lista positiva degli ingredienti e degli additivi ammessi. Ci devono essere regole chiare e univoche per l’etichettatura del prodotto. In mancanza di una regolamentazione unica, auspicata da Piva, che si occupi di tutte le sfaccettature del biologico – dall’agroalimentare alla cosmesi, passando anche per altri settori, come il tessile – realtà come quella di CCPB hanno elaborato degli standard che, in sostanza, prendono spunto da quello dell’agroalimentare biologico: il 95% degli ingredienti naturali deve essere naturale e di questi il 95% deve essere bio; i conservanti devono essere quei 5-6 ammessi che, fondamentalmente, sono naturali; è ammesso il 5% massimo di sostanze di sintesi come i conservanti; non sono ammessi né radiazioni ionizzanti né ogm; sono consentiti solo alcuni processi chimici (specificati in un apposito elenco); sono ammessi i processi fisici o microbiologici; possono essere aggiunti solo profumi e aromi naturali; possono essere utilizzati anche alcuni ingredienti animali, a meno che abbiano comportato una sofferenza per l’animale; infine, sono previste limitazioni anche per gli imballaggi utilizzati.

La sostenibilità della chimica verde

Un cosmetico sostenibile non deve però essere necessariamente naturale al 100%: anche i processi chimici “verdi” fanno parte della cosmesi biologica. Un cosmetico sostenibile non è necessariamente naturale, bio o organico, ha sottolineato Vincenzo Paolo Maria Rinaldi, presidente del Mapic, il Gruppo materie prime per l’industria cosmetica e additivi per l’industria cosmetica e farmaceutica di Federchimica. In questo caso ad entrare in gioco è la “chimica verde”, quella a ridotto impatto ambientale, caratterizzata da prodotti più simili alle risorse naturali. La cosmetica impatta già a livello di produzione chimica degli ingredienti. Esistono già dei casi in cui si usano reazioni chimiche che non lasciano scarti, magari anche con risparmio energetico, o con riduzione degli inquinanti. Oppure si possono produrre in laboratorio delle cellule, nei bioreattori, anziché coltivare piante, con una riduzione dello spazio e dell’energia necessari. Prevenendo, poi, come verranno smaltiti gli scarti e i rifiuti già in fase di progettazione si può fare un altro passo verso la sostenibilità.  Lo strumento adeguato per raggiungere la sostenibilità, ha spiegato Rinaldi, è il life cycle assessment: definire i limiti entro i quali è possibile agire, analizzare gli inventari (le tabelle di consumo dell’energia, dell’acqua, dei materiali e così via), valutare l’impatto, fare analisi di miglioramento. La sostenibilità è di filiera. Tutti devono fare la loro parte, ad esempio anche nel confezionamento. E anche il consumatore può e deve fare la sua parte. Il vero protagonista del cambiamento e il singolo.

Fonte: ecoblog

OGM: “subito decreto o contaminazione inevitabile”

Troppi ritardi nella pubblicazione del decreto contro il mais OGM in Italia firmato il 12 luglio scorso. È quanto denuncia Greenpeace che ha pubblicato ieri un briefing che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais geneticamente modificato della Monsanto.mais__ogm8_

Il decreto interministeriale che vieta la coltivazione di mais OGM in Italia – firmato dopo tanti proclami dai Ministri De Girolamo, Lorenzin e Orlando il 12 luglio scorso – non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale quindi, in pratica, non esiste. Per ricordare al Governo l’urgenza di varare tale provvedimento Greenpeace ha pubblicato ieri il briefing “MON810. Una storia di mais, farfalle e rischi inutili”, che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais OGM della Monsanto. “La firma del decreto doveva segnare la fine di un periodo di incertezza normativa e una riaffermata garanzia di tutela per consumatori e agricoltori. Purtroppo, si sta trasformando in una beffa nei confronti degli italiani – afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace – anche perché nel frattempo i due campi seminati con mais MON810 in Friuli stanno giungendo a fioritura. A quel punto sarà difficile arginare la contaminazione dell’ambiente e delle coltivazioni adiacenti”. Il mais Bt, compreso il MON810, è un rischio evidente per l’ambiente e per i sistemi agricoli, non solo in Italia, ma in tutta Europa. L’adozione di misure d’emergenza per bloccarne la coltivazione nel nostro Paese è solo un primo passo. L’esperienza del mais Bt, e del MON810 in particolare, mostra che troppi “effetti indesiderati” sono stati scoperti dopo che le autorizzazioni sono state concesse. Gli OGM sono un rischio inutile e inaccettabile, non offrono vantaggi significativi a nessuno se non alle aziende che li brevettano. “È incredibile e inaccettabile che, dopo aver traballato a lungo sotto l’evidente incombenza di una potentissima multinazionale straniera, il Governo italiano sia adesso bloccato e non si riesca a far pubblicare il Decreto. Chi vuole tutelare? Gli italiani, rappresentati all’unanimità dai parlamentari di Camera e Senato che hanno chiesto di bloccare la follia degli OGM, o gli interessi della Monsanto? Siamo stanchi di ripeterlo: il decreto interministeriale deve essere pubblicato subito e i due campi in Friuli decontaminati, senza perdere altro tempo”, conclude Ferrario. Il decreto interministeriale concede alle Regioni diciotto mesi di tempo per definire le necessarie misure per assicurare la “coesistenza” tra mais tradizionale e mais OGM. Il briefing diffuso oggi da Greenpeace ricorda i rischi del MON810 e conferma che la “coesistenza” (una chimera che la stessa Commissione Europea sa perfettamente essere irrealizzabile) non può voler dire altro che gli OGM non hanno cittadinanza in un sistema agricolo come quello italiano che punta sulla qualità.

Fonte: il cambiamento

Lavori pubblici in V Municipio con materiali ecosostenibili

Si è conclusa la prima fase dei lavori di consolidamento del sottosuolo di via Dulceri(Tor Pignattara): nel sottosuolo della via interessata, è stato utilizzato un nuovo calcestruzzo, che consente un significativo risparmio ambientale oltre che economico. Presto un convegno per illustrare le nuove tecniche di riempimento.375635

Con la prima metà di luglio si è conclusa la fase dei lavori di consolidamento del sottosuolo di via Dulceri (quartiere Tor Pignattara). Nei giorni scorsi, infatti, sono stati effettuati gli interventi di riempimento e consolidamento delle cavità presenti nel sottosuolo. Per tale opera si è scelto un materiale innovativo, ovvero Mixeco, realizzato con inerti di riciclo a marcatura CE. Si tratta di un’innovazione introdotta per la prima volta dal V Municipio e per l’occasione al momento dei lavori erano presenti il Presidente Giammarco Palmieri, i componenti della giunta territoriale e l’Assessore ai LL PP del Comune di Roma, Paolo Masini. Il materiale utilizzato è un calcestruzzo alleggerito che ha permesso di risolvere un delicato problema del territorio, con un risparmio non solo economico, ma anche ambientale derivato dall’uso di materiale inerte totalmente riciclato, il tutto a parità di caratteristiche qualitative del prodotto. “La soluzione adottata verrà introdotta nel piano strategico studiato per le aree del municipio che hanno analoghe problematiche sul territorio, si pensi alle cavità di via Filarete”, ha detto il Presidente del Municipio Palmieri. “La presenza dell’Assessore Masini – ha aggiunto Palmieri – è stata da noi fortemente voluta proprio per dimostrare come la scelta da noi promossa possa essere diffusa, con beneficio per la città, in molte altre zone capitoline”. Secondo Stefano Veglianti, vicepresidente del V Municipio con delega al Lavori Pubblici, “le pubbliche amministrazioni devono cercare soluzioni sempre più innovative, che siano in linea con la ricerca di una crescente ecosostenibilità. Questo tanto più quando ciò comporti un significativo risparmio anche in termini economici. Nei prossimi 5 anni di governo – ha aggiunto Veglianti . questa sarà una regola fondamentale da perseguire nella realizzazione delle opere dei lavori pubblici”. Inoltre, l’Assessore Masini ha risposto positivamente all’invito del Presidente Palmieri e dell’Ass. Veglianti di organizzare in autunno un convegno sulle problematiche del dissesto idrogeologico della città e delle innovazioni tecniche di riempimento, come quella introdotta dal V Municipio.

Fonte: eco dalle città