Deindustrializzare e rallentare: che sia questa la strada?

Un terzo delle emissioni di gas serra è “incomprimibile”, dice uno studio pubblicato sulla rivista Science. Quindi, ci vogliono dire che ce lo dobbiamo tenere? Nemmeno per sogno, messaggio inaccettabile. Sia una spinta in più per cambiare paradigma.9864-10651

La conclusione alla quale sono giunti gli esperti nell’articolo pubblicato dalla rivista Science suona un po’ come un’ovvietà per chi è ormai convinto che non si andrà da nessuna parte se ci si ostina a non voler mettere in discussione un’economia basata sulla produzione industriale, sul “libero inquinamento” e sulla tendenza a favorire i grandi gruppi e la grande industria. Come scrive l’Agenzia Ansa, secondo quanto riportato sullo studio di Science, «per diversi settori produttivi, che insieme producono il 27% delle emissioni di gas serra, non ci sono soluzioni praticabili per diminuire l’impatto ambientale». L’articolo è firmato da oltre 30 esperti pubblicato da Science, che cita tra gli altri i trasporti aerei e la produzione di acciaio e cemento. Il 6% delle emissioni globali, ricorda l’articolo, è dovuto al trasporto aereo e a quello terrestre a lungo raggio, il 9% alla produzione di cemento e acciaio e il 12% alle centrali elettriche ‘accoppiate’ a quelle ad energia rinnovabile che aumentano o diminuiscono la propria attività per compensare cali di vento o nelle ore notturne. Per tutti questi settori, notano gli esperti, le soluzioni per ridurre le emissioni proposte finora, come i biocarburanti per gli aerei o i dispositivi di stoccaggio della CO2, sono troppo costosi per diventare competitivi.

“Se vogliamo essere ambiziosi nel rispettare gli obiettivi sul clima – spiega Steven Davis dell’Università della California, uno degli autori – dobbiamo occuparci di questi settori subito. Abbiamo bisogno di molta più innovazione, ricerca e di un maggiore coordinamento per rendere queste fonti più pulite”.

Ma può essere questa la strada? Mantenere il tasso di industrializzazione e frenesia attuale riconvertendo questo mondo energivoro che oggi “inghiotte” fonti fossili in un mondo altrettanto energivoro che consuma altrettanta energia ma da fonti rinnovabili a costi altissimi. Può mai essere sostenibile o plausibile un tale paradigma?

Non è forse invece utile, forse addirittura indispensabile, oggi pensare a un radicale cambio di paradigma, a una deindustrializzazione e a un rallentamento dei ritmi frenetici della società e quindi a un ridimensionamento drastico dei consumi di energia e materie prime, quali che siano le fonti? In un mondo ipoteticamente a basso consumo e meno ossessionatamente industrializzato, rimarrebbe forse ben poco di “emissioni incomprimibili”. La resistenza al cambiamento può essere dettata dalla classica obiezione: ma così si perdono i posti di lavoro, come ci si guadagnerà lo stipendio? All’industrializzazione selvaggia si può sostituire un modello comunque che valorizzi il lavoro dei singoli, ma inserito in un “ecosistema sociale” più sostenibile e meno inquinante.

 

Fonte: ilcambiamento.it

Deindustrializzazione dell’Italia: ovvero la decrescita infelice

Il rapporto sulla competitività Ue è stato impietoso e descrive la situazione italiana come una “vera e proprie deindustrializzazione”: siamo alla decrescita infelice.129076460-594x350

E’ la notizia del giorno: Italia deindustrializzata e fanalino di coda nella Ue, questo in sintesi il senso del Rapporto sulla competitività presentato a Bruxelles. Siamo in decrescita ma infelice, ossia quella non programmata per cui la sperequazione sociale è attualmente vistosa. La produttività è al meno 20% e Spagna e Grecia ci hanno superato. Da noi influisce il costo dell’energia e l’eccessiva pressione fiscale, le difficoltà di accesso al credito e l’eccessiva burocrazia. Ma d’altronde ognuno di noi in merito è testimone di qualche storia legata ai punti critici individuati dalla Ue. Ma ciò non toglie che questa decrescita infelice non possa rappresentare una buona occasione per riconvertirla in decrescita felice. Partendo dall’energia e dal taglio di quegli incentivi che sono proprio inutili, ossia a quel capitolo noto come CIP6 tenuto in vita in extremis proprio dall’ex ministro Passera. Sapete quanto ci è costato nel 2012? Ce lo dice l’Autorità per l’Energia nella sua relazione: 918 milioni di euro per le rinnovabili e 2.239 milioni di euro per le assimilate. E per assimilate si intendono anche gli inceneritori, che nella bizzarra visione dei politici, sono fonti di energia assimilata alle rinnovabili e non macchine di morte.

Scrive nel suo rapporto l’Autorità:

Nel 2011 i costi totali dei ritiri del GSE per l’energia CIP6 sono stimabili in circa 3,3 miliardi di euro, in prevalenza (circa il 72%) legati alla remunerazione dell’energia CIP6 prodotta da impianti assimilati. Per quanto riguarda le fonti assimilate, sulla base delle dichiarazioni degli operatori che hanno risposto all’Indagine dell’Autorità, risulta che otto operatori effettuano la quasi totalità della generazione elettrica in convenzione CIP6; le quote maggiori spettano ai gruppi Edison (20,8%), Saras (18,4%) ed Erg (16,8%). Per i ritiri, invece, dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, la società A2A realizza quasi un terzo (30,9%) della generazione rinnovabile, seguita da Ital Green Energy Holding (14,1%), Api (7,7%) e International Power (5,8%). Complessivamente i primi dieci operatori coprono oltre l’80% dell’energia totale rinnovabile in convenzione CIP6.

Ma questa pioggia di soldi non potrebbe essere usata diversamente?

Fonte: ecoblog