La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi. Via Campesina: “Riprendiamoci la nostra sovranità alimentare”

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.via_campesina

La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura. Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante. Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.

Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.

Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.

Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra.

Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.

La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

  1. Prendersi cura della terra.

L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

  1. Agricoltura naturale, no alla chimica.

L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

  1. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.

Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

  1. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.

Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

  1. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona

Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

Deforestazione: persi 200 kmq all’anno

Una superficie grande come la provincia di Trieste viene sacrificata ogni anno nel nome dell’industria del legno, cartaria, estrattiva e agroalimentare.

Una superficie di foreste grande quasi come l’intera provincia di Trieste è il territorio di foresta che viene consumato ogni anno per alimentare l’industria mineraria e cartaria, la produzione di legna e di olio di palma. Si tratta di una sconfitta per il mondo intero, di una perdita che coinvolge le popolazioni indigene ma che ha ripercussioni globali condizionando (e ostacolando) i processi di contrasto al riscaldamento globale. Il report Securing Forests, Securing Rights presentato a Lima in concomitanza con la COP20 sui cambiamenti climatici ha confermato come la deforestazione continui a essere strettamente legata all’attività delle industrie estrattiva e agroalimentare. Il Brasile ha già lanciato ben cinque satelliti che hanno il compito di “vegliare” sulle foreste, ma proprio nell’ultimo anno c’è stata una pericolosa recrudescenza della deforestazione in ampie zone della “locomotiva” dell’economia sudamericana. La deforestazione non è che uno dei tanti lati oscuri delle politiche di sviluppo economico prive di contromisure politiche. Il Brasile è il paradigma di questa logica: a pagare il prezzo della crescita è l’ambiente e la presa di coscienza di ciò che si perde è ancora minoritaria rispetto all’ambizione dei governanti di guadagnare punti di Pil. E occorre mettere nel conto anche tutti gli effetti collaterali della deforestazione poiché, come sottolineato dal rapporto, “le operazioni commerciali sui terreni boschivi comportano sgomberi, lavoro forzato, arresti arbitrari, stupri, torture e omicidi dei membri della comunità locali”. A proporre le soluzioni è Climate Disclosure Project con Deforestation-free supply chains: From commitments to action che propone di utilizzare materie prime certificate e metodi di tracciabilità dei prodotti e, congiuntamente, di colmare il gap che separa la valutazione dei rischi dalle azioni concrete per contrastarli.

 

Fonte:  Forest Peoples Programme

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Olio di palma sostenibile, il convegno mondiale a Kuala Lampur

La 12 esima Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile si terrà a Kuala Lampur dal 17 al 20 novembre.

L’olio di palma è un alimento, un grasso vegetale, che provoca la deforestazione. Lo usiamo tantissimo perché rende i prodotti da forno leggeri e friabili e avendo un gusto delicato non interferisce con gli altri sapori. Pensate che le attuali proiezioni di crescita della popolazione ci dicono che il consumo di olio di palma crescerà del 35 per cento entro il 2050 e questo incremento sarà concentrato in Asia, Africa e Sud America. Si ipotizza che qui l’urbanizzazione sarà sempre più elevata e che anche i redditi cresceranno e che dunque sarà possibile un maggiore consumo di cibo. Prendendo in considerazione questi fattori, la FAO (Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite) stima che la domanda alimentare globale aumenterà del 60 per cento mettendo sotto pressione i sistemi agricoli esistenti, ovvero si verrà a creare una maggiore competizione sull’uso della terra coltivabile e dell’acqua. In più dobbiamo considerare che risorse come azoto, fosfati, carburanti, pesticidi e lo stesso suolo graveranno sulla produzione agricola. A peggiorare le previsione il panel di esperti intergovernativi delle nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC) che hanno affermato in modo inequivocabile che i cambiamenti climatici saranno inevitabili. Dunque è questo lo scenario che sarà discusso alla 12 esima Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile, perché proprio la RSPO ha l’ambizione di portare in commercio solo olio di palma che per essere ottenuto tenga conto del rispetto del suolo e delle risorse e che non provenga da suoli che hanno subito la deforestazione. E’ un’ambizione appunto, perché la realtà è ben diversa e nel Borneo sopratutto intere aree sono state sacrificate alla palma da olio.Indonesia's Deforestation Rate Becomes Highest In The World

La RSPO Roundtable on Sustainable Palm Oil nasce nel 2003 come piattaforma per riunire governi, investitori, produttori, commercianti e la società civile nell’ elaborare criteri per la
produzione sostenibile dell’olio da palma. Da allora il primo carico di olio di palma sostenibile e certificato CSPO si è avuto nel 2008 e nel 2010 erano già 25 mila i piccoli agricoltori certificati. Nel 2011 nasce il marchio di certificazione RSPO e nel 2013 si è completata la certificazione per tutta la filiera di approvvigionamento. Attualmente l’olio di palma certificato RSPO è pari al 15 per cento della fornitura globale facendo registrare un punto percentuale di aumento dal 2012. Nonostante questo aumento dell’offerta di olio CSPO resta ancora molto lavoro da fare. E la strada scelta è appunto quella del dialogo.

Fonte:  RT12

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Amazzonia, deforestazione da record

Il disboscamento torna ai ritmi da record del passato: ogni ora si perde una superficie pari a 210 campi da calcio.

La Foresta amazzonica continua a essere in pericolo. Le numerose campagne ambientaliste e i piani di conservazione messi in campo dalla politica non riescono a evitare che questo patrimonio mondiale di biodiversità sia progressivamente rosicchiato, albero dopo albero, kmq dopo kmq. Sia in Brasile che in Perù sono tante le storie di attivisti uccisi per essersi opposti ai mercanti di legname. E dopo qualche anno di “tregua” relativa, il disboscamento è tornato a essere selvaggio. Le ultime brutte notizie arrivano dal Brasile, dove si trova il 60% della foresta amazzonica. Qui a settembre la deforestazione è cresciuta del 290% su base annua, distruggendo un’area boschiva di 402 km quadrati, vale a dire una superficie come quella di Milano, Firenze e Napoli messe insieme. L’ennesimo allarme arriva da Imazon, un’organizzazione no profit brasiliana che, dati satellitari alla mano, ha quantificato le perdite di area boschiva. I 402 km quadrati sono stati interamente disboscati per destinare il terreno ad altro uso. A questi si aggiungono le aree degradate, quelle cioè molto colpite dal disboscamento oppure arse. La superficie interessata nel mese scorso è stata di 624 km quadrati, con una crescita esponenziale rispetto ai 16 km quadrati del settembre 2013. Le norme che tutelano la foresta pluviale non mancano, ma farle rispettare non sembra facile: contadini e boscaioli sono andati avanti abbattendo aree inferiori ai 25 ettari, rimanendo al di sotto della soglia che riusciva a monitorare il sistema satellitare usato dal governo brasiliano fino a poco tempo fa. La settimana scorsa gli attivisti di Greenpeace hanno scoperto un traffico illecito di legname usando i localizzatori gps, installati su camion sospettati di usare rotte proibite per far uscire dal Brasile gli alberi abbattuti e venderli in altri mercati, anche europei. Monitorare l’area verde considerata il “polmone della Terra”, del resto, è un’impresa ardua. L’Amazzonia si estende su una superficie di oltre 7 milioni di km quadrati, di cui 5,5 milioni di zona boschiva. Negli ultimi 50 anni, come più volte denunciato dal Wwf e dalle altre associazioni ambientaliste, la foresta ha perso quasi un quinto della sua superficie. Nonostante 53 milioni di ettari nel solo Brasile siano protetti, ogni minuto viene bruciata o tagliata una superficie grande quanto tre campi e mezzo di calcio. In un’ora sono 210 campi da calcio. Il 60% della Foresta amazzonica si trova in Brasile, dove per otto anni consecutivi, fino al 2012, la deforestazione aveva mostrato un decremento grazie a politiche più stringenti. Nel 2013, tuttavia, il tasso di disboscamento è tornato a crescere, con un +29% su base annua. Un’inversione del trend che, molto probabilmente, verrà confermata anche quest’anno.52222601-586x390

Fonte:  Ansa

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Procter&Gamble e il suo sporco segreto: la campagna di Greenpeace

Procter&Gamble multinazionale attiva nel settore dei detersivi e detergenti è nel mirino di Greenpeace per l’uso dell’olio di palma. P&G multinazionale americana che produce e commercializza in tutto il mondo detersivi e detergenti è nel mirino di Greenpeace per l’uso dell’olio di palma proveniente dalle foreste indonesiane. Greenpeace dopo indagini e controlli ha dimostrato nelle piantagioni di olio di palma di uno dei fornitori di P&G di proprietà del Gruppo Plantation BW siano stati uccisi oranghi e tigri e che addirittura siano stati creati cimiteri destinati agli animali uccisi ai confini del Parco nazionale Tanjung Puting.Forest Fires in Sumatra

Scrive Greenpeace:

Più volte, negli ultimi otto mesi, abbiamo cercato di confrontarci con P&G ottenendo però in cambio solo azioni di greenwashing. Eppure altre multinazionali come Ferrero, Unilever, Nestlé e L’Oréal hanno già dimostrato come esistano altre strade praticabili, tagliando i rapporti con fornitori implicati nella distruzione delle foreste e impegnandosi a utilizzare solo olio di palma proveniente da coltivazioni sostenibili, che non impattano sulla salvaguardia delle foreste.P&G deve seguire immediatamente il loro esempio. Per fermare la distruzione delle foreste e per tutelare la sopravvivenza di tigri ed oranghi.

Procter&Gamble è la prima multinazionale al mondo per la produzione di detergenti e ha utilizzato 462.000 tonnellate di olio di palma nei suoi prodotti. Per produrre olio di palma in Indonesia sono distrutte antiche foreste e ciò comporta un aumento delle emissioni di gas serra transcontinentali, di smog, sgomberi forzati, lavoro minorile e schiavitù moderna.

Fonte: Greenpeace

L’Oréal: materie prime sostenibili entro il 2020 con il progetto Deforestazione zero

L’Oreal, la più grande azienda di bellezza e cosmetici al mondo si è impegnata per deforestazione 0 dai suoi prodotti entro il 2020. Greenpeace spera che altre aziende si aggiungano all’ambizioso calendario

Con il progetto Sharing the wbeauty with all L’Oreal si impegna a usare per i propri prodotti il 100% delle materie prime provenienti da fonti sostenibili e rinnovabili entro il 2020 e conferma la sua ambizione per “Zero deforestazione”. Per assicurarsi che nessuno dei suoi prodotti sarà legato alla deforestazione e consapevole che alcune materie prime agricole possono portare alla deforestazione, L’Oréal sta attuando un’azione specifica per quanto riguarda l’approvvigionamento sostenibile di olio di palmaolio di soia e prodotti a base di fibra di legno dal 2007. Per l’olio di soia l’Oréal ne usa bassi volumi sopratutto nei prodotti skincare come emolliente. Per l’approvvigionamento l’Oréal non usa certificazione esterna, ma implementa il proprio programma Fair Trade acquistando l’olio da soia biologica dai piccoli produttori in Brasile che utilizzano metodi tradizionali e ancestrali. In virtù di questo programma gli agricoltori Capanema ottengono un reddito equo. Più complessa è la situazione che riguarda l’approvvigionamento di olio di palma come informa la stessa L’Oréal. Il prodotto è usato per i cosmetici skincare e haircare per le sue proprietà emollienti ma anche i derivati della palma per le qualità schiumogene. Alla fine del 2012 il 100 % dell’ olio di palma è stato effettuato secondo la norma RSPO il cui scopo è quello di garantire la conservazione della biodiversità delle foreste. Pur ribadendo il suo sostegno alla RSPO come uno degli standard L’Oréal considera che: la deforestazione legata all’olio di palma non sta rallentando e perciò le aziende devono urgentemente rafforzare il coinvolgimento della loro catena di fornitura per ottenere una tracciabilità trasparente sulle fonti di approvvigionamento dell’intera catena. L’Oréal ha deciso di fare un passo avanti e di lavorare con i suoi fornitori su nuove soluzioni più soluzioni ambiziose per raggiungere la “Zero deforestazione “. Perciò saranno promossi i fornitori più innovativi e in particolare quelli che superano le sfide connesse con la complessità relativa alla conoscenza delle catene di approvvigionamento . Ha detto Bustar Maitar responsabile della Campagna Indonesia foresta a Greenpeace International:

Una vittoria per i consumatori di tutto il mondo. Migliaia di persone in Indonesia e in tutto il mondo hanno firmato per esigere e prodotti che non sfruttino le foreste e ora ci rivolgiamo a P & G il produttore di Colgate Palmolive per avere da loro l’impegno a non distruggere le foreste.

L’olio di palma è la principale causa della deforestazione in Indonesia e il Ministero delle mappe forestali ha evidenziati che l’Indonesia sta perdendo circa 620.000 ettari di foresta ogni anno (una superficie superiore alla dimensione del Brunei) il che e sta spingendo le specie alcune specie all’estinzione, come la tigre di Sumatra di cui sono rimasti appena 400 esemplari; l’espansione di olio di palma in Nuova Guinea e in Africa sta già minacciando le foreste scatenando polemiche e conflitti con le comunità locali.

Fonte: ecoblog

I sette peccatori capitali dei cambiamenti climatici

USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito hanno contribuito per il 62% al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 20057-peccatori-global-warming

Questa è la mappa dei peggiori killer del clima su scala mondiale: l’area di ogni nazione è rappresentata in proporzione al proprio contributo al global warming, secondo una ricerca appena pubblicata della Concordia university, Canada. Le aree in grigio mostrano le dimensioni effettive dei continenti. I primi sette della lista, che si iniziano già a chiamare peccatori capitali del global warming sono USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito e hanno contribuito per il 62%al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 2005. La ricerca ha preso in considerazione le emissioni di CO2 e il loro minore assorbimento per la deforestazione, le emissioni degli altri gas serra oltre all’effetto di segno contrario degli aerosol (1). Germania e UK pesano così tanto anche per il loro ruolo di bruciatori di carbone nella prima parte del ‘900. Tra i primi venti inquinatori compaiono nazioni che ci si aspettava di trovare come Francia, Canada, Giappone e Australia, ma anche new entries abbastanza a sorpresa come Messico, Colombia, Thailandia e Polonia. L’Italia, a nostra consolazione e scherno, non vi è compresa. Nell’ultimo decennio, il nostro paese ha ridotto le emissioni di CO2 del 18%, ma in un certo senso a nostra insaputa: oltre alla crescita delle rinnovabili, non dobbiamo dimenticare la delocalizzazione di molte imprese produttive in paesi in cui è più facile sfruttare la manodopera.

Le nazioni che contribuiscono maggiormente al global warming a causa della sola deforestazione sono nell’ordine: Cina, Brasile, USA, India e Indonesia. In India la perdita delle foreste pesa il doppio delle emissioni di CO2, mentre in Brasile pesa otto volte tanto. Prendere in considerazione le emissioni nazionali è un modo per riconoscere le proprie responsabilità, come riconoscono gli autori nella conclusione dell’articolo:

«Riequilibrare le attuali disuguaglianze tra nazioni nei contributi pro cpaite al global warming potrebbe essere un requisito fondamentale per essere in grado di fare i cambiamenti necessari a ridurre le emissioni e stabilizzare le temperature globali.»

(1) Gli aerosol sono dovuti all’inquinamento e riflettono la luce solare riducendo un po’ il forcing radiativo.  Se non ci fossero stati, l’aumento di temperatura sarebbe stato di 1,3 °C invece che di 0,7 °C. A differenza dei gas serra che rimangono nell’atmosfera per decenni o secoli, gli aerosol restano in sospensione al massimo per qualche settimana. Finché ci saranno emissioni di aerosol, esisterà una situazione stazionaria, mentre quando queste si ridurranno a causa della diminuzione dei combustibili fossili e dell’inquinamento, paradossalmente il global warming crescerà in modo significativo.

Fonte: ecoblog

Carta senza cellulosa: ci prova Woody Harrelson per fermare la deforestazione

Woody Harrelson celebre come attore di Hollywood è ambientalista green e ha deciso di produrre carta senza cellulosawoody-harrelson-afi-fest-2011-01

A produrre carta senza la cellulosa ottenuta dalla pasta di legno è la Prairie Paper Ventures Inc. fondata 15 anni fa da Woody Harrelson. L’attore hollywodiano perciò sostiene personalmente questo progetto per la produzione di carta ottenuta dalla paglia di grano e da fibre riciclate, già in commercio su Staples e conosciuta come Step Forward Paper. Ma per portare avanti questa impresa necessita di fondi che saranno raccolti attraverso il crowdfinding e per l’esattezza occorrono 5 milioni di dollari. Infatti ogni anno c’è abbastanza paglia nel Nord America per soddisfare il bisogno di carta lasciando così intatte le foreste. Circa il 90 % del volume di legno usato in Canada proviene da foreste antiche e circa la metà di quella fibra va in prodotti di carta. La fibra di paglia di grano utilizzata e omologata dalla Canopy arriva esclusivamente da paglia residua ottenuta dopo la raccolta del grano e solitamente smaltita mediante incenerimento. Attualmente tutta la carta usata per la stampa e prodotta in Nord America proviene quasi esclusivamente da foreste e appena il 6% da carta riciclata. Altri paesi hanno usato la carta paglia per centinaia di anni e tra l’8% e il 10 % di cart nel mondo proviene da agro-fibre. India e Cina producono il 20 % del loro carta dalla paglia di grano, paglia di riso e canna da zucchero.  Harrelson in questi giorni nelle sale cinematografiche con il suo ultimo lavoro Out of Furnace spiega:

Due confezioni di questa carta salvano un albero: così si può fare una vera differenza.

Ha partecipato agli investimenti anche il Canada che attraverso programmi provinciali e federali ha versato circa 3,4 milioni di dollari. L’azienda a fronte degli investimenti spiega che è già riuscita a salvare 8.681 alberi.

Fonte:  Off-Grid Planet, Canopyplanet

Indonesia: “l’olio di palma è la prima causa di deforestazione”

La principale causa della deforestazione in Indonesia tra il 2009 e il 2011 continua a essere la produzione di olio di palma. È quanto rivela il rapporto pubblicato ieri da  Greenpeace che denuncia come dall’olio di palma dipenda ben un quarto della perdita di superficie forestale del Paese.indonesia__foreste

La principale causa della deforestazione in Indonesia tra il 2009 e il 2011 continua a essere la produzione di olio di palma. È quanto rivela il rapporto pubblicato ieri da  Greenpeace International dal titolo “Certificando la distruzione”, che denuncia come dall’olio di palma dipenda ben un quarto della perdita di superficie forestale del Paese. La ricerca, condotta sul campo dagli attivisti, dimostra come la maggior parte della deforestazione avvenga in concessioni controllate da membri della RSPO (Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile) un’organizzazione nata per garantire la sostenibilità della produzione dell’olio di palma in Indonesia. Tra queste la multinazionale Wilmar International con sede a Singapore. Il dato più allarmante contenuto nel rapporto è proprio che il 39 per cento degli incendi forestali che hanno coinvolto la Provincia di Riau nel primo semestre del 2013 si sono verificati in concessioni certificate come “sostenibili” dalla stessa RSPO. La RSPO si vanta di annoverare tra i propri membri i leader della sostenibilità nel settore dell’olio di palma ma gli standard della propria certificazione lasciano gli stessi membri liberi di distruggere le foreste, drenare le torbiere e appiccare incendi dolosi. “Anno dopo anno gli incendi forestali creano il caos, rendendo irrespirabile l’aria dall’Indonesia a Singapore e producendo migliaia di sfollati dalle aree forestali in fiamme – denuncia Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia -. I membri della RSPO dicono di avere delle precise politiche che vietano l’uso del fuoco per preparare il terreno alle nuove piantagioni ma non si rendono conto che le torbiere, una volta distrutta la foresta e drenata l’acqua diventano delle polveriere. Basta una scintilla per scatenare l’inferno”. Dal mese di giugno, Greenpeace ha contattato più di 250 aziende internazionali che consumano olio di palma per i propri prodotti chiedendo come fanno a garantire che le loro filiere non siano contaminate da fenomeni come la deforestazione e l’incendio delle ultime torbiere indonesiane. Dalle risposte ricevute finora sembra che la maggior parte di queste si basi solo ed esclusivamente sulla certificazione RSPO per garantire la sostenibilità dei propri prodotti. L’unica soluzione per le aziende che acquistano olio di palma indonesiano è andare oltre la certificazione RSPO. Alcuni lo stanno già facendo. Questa è la sfida che Greenpeace lancia oggi all’industria dell’olio di palma. “Sapone, cioccolata, sughi pronti, biscotti, shampoo e persino prodotti per la pulizia della casa sono tutti fatti con olio di palma. Le aziende che producono questi comunissimi beni di consumo devono poter garantire a noi consumatori che acquistando questi prodotti non stiamo inconsapevolmente accelerando la distruzione di uno degli ultimi polmoni del Pianeta e i cambiamenti climatici” – conclude Campione.

Fonte: il cambiamento

Europa, prima divoratrice mondiale di foreste

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari. Ad essere riconosciuti come i principali responsabili della deforestazione sono i prodotti alimentari.foresta9_deforestazione

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari, una superficie paragonabile a quella dell’Irlanda. Peggio ancora di Usa e Canada: siamo noi europei i primi consumatori di foreste al mondo. Un triste primato, registrato il 2 luglio dalla stessa Unione Europea nel rapporto “The impact of Ee consumption on deforestation”. Secondo il Wwf, “emergono prove inquietanti su come l’Unione importi prodotti derivanti dalla deforestazione in quantità superiore a quella prevista, nonostante il suo impegno a ridurre la deforestazione tropicale del 50% entro il 2020”. E dire che Bruxelles aveva promosso lo studio nel 2011 per contribuire a contrastare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità a livello mondiale. Obiettivo: valutare l’impatto del consumo europeo sulla perdita delle foreste nel mondo. A quanto pare, i migliori boschi del pianeta li divoriamo alla velocità della luce: più che il legname, ci interessa il pascolo che si ottiene radendo al suolo gli alberi. L’analisi dell’Ue, spiega Alessandro Graziadei in un report su“Unimondo”, ripreso da “Megachip”, verifica le importazione di beni di consumo legati all’abbattimento delle foreste, soprattutto quelle di Amazzonia, Sud-Est asiatico e Africa. Noi di fatto “non importiamo legname, ma registriamo enormi consumi soprattutto di prodotti alimentari come carne, latte, caffè e tutti quei prodotti alimentari che trasformano definitivamente le foreste in pascoli o in piantagioni”. Prodotti alimentari, si legge nel rapporto, “che sono oggi riconosciuti come i maggiori responsabili della deforestazione”. Se è vero che la maggior parte delle colture e dei prodotti animali connessi con la deforestazione nei paesi di origine sono consumati a livello locale o regionale, precisa Graziadei, risulta però che negli ultimi 18 anni, nel mondo, sono stati esportati principalmente da paesi in via di sviluppo il 33% dei raccolti e l’8% del bestiame prodotti proprio grazie alla deforestazione. Di questi, l’Europa ne ha importato e consumato il 36%. Mentre, nello stesso periodo, i più limitati consumi di Usa e Canada hanno complessivamente causato l’abbattimento “solo” di 1,9 milioni di ettari di foreste. Tutta l’Asia orientale, compresa la Cina e il Giappone, è responsabile dell’abbattimento di 4,5 milioni di ettari.9deforestazione

Per il Wwf, inoltre, le stime sul peso europeo nella deforestazione sono caute, e andrebbero riviste al rialzo, tenendo conto anche delle importazioni legate a prodotti tessili e servizi vari. “L’aumento dei consumi di colture come la soia, l’olio di palma e prodotti connessi, così come il consumo di carne, sono la causa principale della deforestazione nelle aree tropicali”. Alla luce di questi dati – sostiene Dante Caserta, presidente di Wwf Italia – le autorità europee “devono agire subito”. Dello stesso avviso anche Chiara Campione di Greenpeace: “Se la nostra impronta forestale continuerà a crescere e l’Europa non cambia subito rotta rischiamo di compromettere l’intero ecosistema: dovremmo cominciare a dare il buon esempio, eliminando la deforestazione per la quale siamo direttamente responsabili”. Surreale la risposta della Commissione Europea, massima responsabile della catastrofe economica che sta mettendo alla corda tutto il Sud Europa, con la più spietata politica di rigore mai attuata nella storia: greci, spagnoli, portoghesi e italiani possono pure affondare nella disperazione, mentre perle foreste Bruxelles è disponibile a giocare la sua immagine,  impegnandosi per misure concrete in materia di sviluppo sostenibile. “È chiaro che se l’Unione Europa vuole tornare ad atteggiarsi a prima della classe in campo ambientale – rileva Graziadei – deve mettere mano ad alcune delle questioni evidenziate nello studio, come ad esempio l’impatto del settore alimentare, le abitudini di consumo e una migliore informazione e sensibilizzazione presso consumatori e industriali”. E qui si scende sul terreno del ridicolo: la stessa Commissione Europea che impone agli Stati il pareggio di bilancio, senza alcuna trasparenza sulle proprie decisioni centrali, sul futuro delle foreste annuncia addirittura “un’ampia consultazione pubblica via web per raccogliere i pareri aggiuntivi in tutta l’Unione con l’obiettivo di raccogliere ulteriori suggerimenti e di valutare criticamente future iniziative politiche”. Propaganda a parte, ricorda “Unimondo”, tra i problemi reali sul tappeto c’è quello dei biocarburanti, che ora costituiscono circa il 5,7% delle miscele di benzina e gasolio, ma dovranno arrivare al 10% entro il 2020 sfruttando per l’operazione un terreno agricolo più grande del Belgio. “I biocarburanti dovrebbero esser amici del clima, ma solo in teoria”. Coltivare piante per biocombustibili “richiede trattori, macchinari, concimi, pesticidi e soprattutto nuove terre sottratte alle foreste o alle coltivazioni alimentari”. In questo caso, un terreno agricolo “grande più del Belgio” da trovare in qualche parte del mondo sarà “adibito a ‘sfamare’ le vetture europee, e i poveri del mondo tireranno ulteriormente la cinghia”. Inoltre, “i terreni coltivati saranno ulteriormente ampliati a spese delle foreste”. La direttiva Ue ora in vigore raccomanda che non vengano incentivati biocarburanti prodotti distruggendo le foreste, “ma è probabile – sottolinea Graziadei – che i biocarburanti cresciuti su terreni freschi di deforestazione non prenderanno la strada dell’Europa, lasciando inalterato il risultato planetario”. Ma allora, come contrastare questo modello consumistico? Le associazioni ambientaliste preoccupate per questa ingombrante leadership europea non hanno dubbi: “O proseguiamo in una autodistruttiva deforestazione, o mettiamo energie e volontà politica in una lungimirante decrescita felice”. Magari, appunto, meno drammatica di quella – feroce – imposta dalla Troika ai ‘prigionieri’ dell’Eurozona.

Articolo tratto da LIBRE

Fonte: il cambiamento