Olio di palma sostenibile, il convegno mondiale a Kuala Lampur

La 12 esima Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile si terrà a Kuala Lampur dal 17 al 20 novembre.

L’olio di palma è un alimento, un grasso vegetale, che provoca la deforestazione. Lo usiamo tantissimo perché rende i prodotti da forno leggeri e friabili e avendo un gusto delicato non interferisce con gli altri sapori. Pensate che le attuali proiezioni di crescita della popolazione ci dicono che il consumo di olio di palma crescerà del 35 per cento entro il 2050 e questo incremento sarà concentrato in Asia, Africa e Sud America. Si ipotizza che qui l’urbanizzazione sarà sempre più elevata e che anche i redditi cresceranno e che dunque sarà possibile un maggiore consumo di cibo. Prendendo in considerazione questi fattori, la FAO (Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite) stima che la domanda alimentare globale aumenterà del 60 per cento mettendo sotto pressione i sistemi agricoli esistenti, ovvero si verrà a creare una maggiore competizione sull’uso della terra coltivabile e dell’acqua. In più dobbiamo considerare che risorse come azoto, fosfati, carburanti, pesticidi e lo stesso suolo graveranno sulla produzione agricola. A peggiorare le previsione il panel di esperti intergovernativi delle nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC) che hanno affermato in modo inequivocabile che i cambiamenti climatici saranno inevitabili. Dunque è questo lo scenario che sarà discusso alla 12 esima Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile, perché proprio la RSPO ha l’ambizione di portare in commercio solo olio di palma che per essere ottenuto tenga conto del rispetto del suolo e delle risorse e che non provenga da suoli che hanno subito la deforestazione. E’ un’ambizione appunto, perché la realtà è ben diversa e nel Borneo sopratutto intere aree sono state sacrificate alla palma da olio.Indonesia's Deforestation Rate Becomes Highest In The World

La RSPO Roundtable on Sustainable Palm Oil nasce nel 2003 come piattaforma per riunire governi, investitori, produttori, commercianti e la società civile nell’ elaborare criteri per la
produzione sostenibile dell’olio da palma. Da allora il primo carico di olio di palma sostenibile e certificato CSPO si è avuto nel 2008 e nel 2010 erano già 25 mila i piccoli agricoltori certificati. Nel 2011 nasce il marchio di certificazione RSPO e nel 2013 si è completata la certificazione per tutta la filiera di approvvigionamento. Attualmente l’olio di palma certificato RSPO è pari al 15 per cento della fornitura globale facendo registrare un punto percentuale di aumento dal 2012. Nonostante questo aumento dell’offerta di olio CSPO resta ancora molto lavoro da fare. E la strada scelta è appunto quella del dialogo.

Fonte:  RT12

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Amazzonia, deforestazione da record

Il disboscamento torna ai ritmi da record del passato: ogni ora si perde una superficie pari a 210 campi da calcio.

La Foresta amazzonica continua a essere in pericolo. Le numerose campagne ambientaliste e i piani di conservazione messi in campo dalla politica non riescono a evitare che questo patrimonio mondiale di biodiversità sia progressivamente rosicchiato, albero dopo albero, kmq dopo kmq. Sia in Brasile che in Perù sono tante le storie di attivisti uccisi per essersi opposti ai mercanti di legname. E dopo qualche anno di “tregua” relativa, il disboscamento è tornato a essere selvaggio. Le ultime brutte notizie arrivano dal Brasile, dove si trova il 60% della foresta amazzonica. Qui a settembre la deforestazione è cresciuta del 290% su base annua, distruggendo un’area boschiva di 402 km quadrati, vale a dire una superficie come quella di Milano, Firenze e Napoli messe insieme. L’ennesimo allarme arriva da Imazon, un’organizzazione no profit brasiliana che, dati satellitari alla mano, ha quantificato le perdite di area boschiva. I 402 km quadrati sono stati interamente disboscati per destinare il terreno ad altro uso. A questi si aggiungono le aree degradate, quelle cioè molto colpite dal disboscamento oppure arse. La superficie interessata nel mese scorso è stata di 624 km quadrati, con una crescita esponenziale rispetto ai 16 km quadrati del settembre 2013. Le norme che tutelano la foresta pluviale non mancano, ma farle rispettare non sembra facile: contadini e boscaioli sono andati avanti abbattendo aree inferiori ai 25 ettari, rimanendo al di sotto della soglia che riusciva a monitorare il sistema satellitare usato dal governo brasiliano fino a poco tempo fa. La settimana scorsa gli attivisti di Greenpeace hanno scoperto un traffico illecito di legname usando i localizzatori gps, installati su camion sospettati di usare rotte proibite per far uscire dal Brasile gli alberi abbattuti e venderli in altri mercati, anche europei. Monitorare l’area verde considerata il “polmone della Terra”, del resto, è un’impresa ardua. L’Amazzonia si estende su una superficie di oltre 7 milioni di km quadrati, di cui 5,5 milioni di zona boschiva. Negli ultimi 50 anni, come più volte denunciato dal Wwf e dalle altre associazioni ambientaliste, la foresta ha perso quasi un quinto della sua superficie. Nonostante 53 milioni di ettari nel solo Brasile siano protetti, ogni minuto viene bruciata o tagliata una superficie grande quanto tre campi e mezzo di calcio. In un’ora sono 210 campi da calcio. Il 60% della Foresta amazzonica si trova in Brasile, dove per otto anni consecutivi, fino al 2012, la deforestazione aveva mostrato un decremento grazie a politiche più stringenti. Nel 2013, tuttavia, il tasso di disboscamento è tornato a crescere, con un +29% su base annua. Un’inversione del trend che, molto probabilmente, verrà confermata anche quest’anno.52222601-586x390

Fonte:  Ansa

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Procter&Gamble e il suo sporco segreto: la campagna di Greenpeace

Procter&Gamble multinazionale attiva nel settore dei detersivi e detergenti è nel mirino di Greenpeace per l’uso dell’olio di palma. P&G multinazionale americana che produce e commercializza in tutto il mondo detersivi e detergenti è nel mirino di Greenpeace per l’uso dell’olio di palma proveniente dalle foreste indonesiane. Greenpeace dopo indagini e controlli ha dimostrato nelle piantagioni di olio di palma di uno dei fornitori di P&G di proprietà del Gruppo Plantation BW siano stati uccisi oranghi e tigri e che addirittura siano stati creati cimiteri destinati agli animali uccisi ai confini del Parco nazionale Tanjung Puting.Forest Fires in Sumatra

Scrive Greenpeace:

Più volte, negli ultimi otto mesi, abbiamo cercato di confrontarci con P&G ottenendo però in cambio solo azioni di greenwashing. Eppure altre multinazionali come Ferrero, Unilever, Nestlé e L’Oréal hanno già dimostrato come esistano altre strade praticabili, tagliando i rapporti con fornitori implicati nella distruzione delle foreste e impegnandosi a utilizzare solo olio di palma proveniente da coltivazioni sostenibili, che non impattano sulla salvaguardia delle foreste.P&G deve seguire immediatamente il loro esempio. Per fermare la distruzione delle foreste e per tutelare la sopravvivenza di tigri ed oranghi.

Procter&Gamble è la prima multinazionale al mondo per la produzione di detergenti e ha utilizzato 462.000 tonnellate di olio di palma nei suoi prodotti. Per produrre olio di palma in Indonesia sono distrutte antiche foreste e ciò comporta un aumento delle emissioni di gas serra transcontinentali, di smog, sgomberi forzati, lavoro minorile e schiavitù moderna.

Fonte: Greenpeace

L’Oréal: materie prime sostenibili entro il 2020 con il progetto Deforestazione zero

L’Oreal, la più grande azienda di bellezza e cosmetici al mondo si è impegnata per deforestazione 0 dai suoi prodotti entro il 2020. Greenpeace spera che altre aziende si aggiungano all’ambizioso calendario

Con il progetto Sharing the wbeauty with all L’Oreal si impegna a usare per i propri prodotti il 100% delle materie prime provenienti da fonti sostenibili e rinnovabili entro il 2020 e conferma la sua ambizione per “Zero deforestazione”. Per assicurarsi che nessuno dei suoi prodotti sarà legato alla deforestazione e consapevole che alcune materie prime agricole possono portare alla deforestazione, L’Oréal sta attuando un’azione specifica per quanto riguarda l’approvvigionamento sostenibile di olio di palmaolio di soia e prodotti a base di fibra di legno dal 2007. Per l’olio di soia l’Oréal ne usa bassi volumi sopratutto nei prodotti skincare come emolliente. Per l’approvvigionamento l’Oréal non usa certificazione esterna, ma implementa il proprio programma Fair Trade acquistando l’olio da soia biologica dai piccoli produttori in Brasile che utilizzano metodi tradizionali e ancestrali. In virtù di questo programma gli agricoltori Capanema ottengono un reddito equo. Più complessa è la situazione che riguarda l’approvvigionamento di olio di palma come informa la stessa L’Oréal. Il prodotto è usato per i cosmetici skincare e haircare per le sue proprietà emollienti ma anche i derivati della palma per le qualità schiumogene. Alla fine del 2012 il 100 % dell’ olio di palma è stato effettuato secondo la norma RSPO il cui scopo è quello di garantire la conservazione della biodiversità delle foreste. Pur ribadendo il suo sostegno alla RSPO come uno degli standard L’Oréal considera che: la deforestazione legata all’olio di palma non sta rallentando e perciò le aziende devono urgentemente rafforzare il coinvolgimento della loro catena di fornitura per ottenere una tracciabilità trasparente sulle fonti di approvvigionamento dell’intera catena. L’Oréal ha deciso di fare un passo avanti e di lavorare con i suoi fornitori su nuove soluzioni più soluzioni ambiziose per raggiungere la “Zero deforestazione “. Perciò saranno promossi i fornitori più innovativi e in particolare quelli che superano le sfide connesse con la complessità relativa alla conoscenza delle catene di approvvigionamento . Ha detto Bustar Maitar responsabile della Campagna Indonesia foresta a Greenpeace International:

Una vittoria per i consumatori di tutto il mondo. Migliaia di persone in Indonesia e in tutto il mondo hanno firmato per esigere e prodotti che non sfruttino le foreste e ora ci rivolgiamo a P & G il produttore di Colgate Palmolive per avere da loro l’impegno a non distruggere le foreste.

L’olio di palma è la principale causa della deforestazione in Indonesia e il Ministero delle mappe forestali ha evidenziati che l’Indonesia sta perdendo circa 620.000 ettari di foresta ogni anno (una superficie superiore alla dimensione del Brunei) il che e sta spingendo le specie alcune specie all’estinzione, come la tigre di Sumatra di cui sono rimasti appena 400 esemplari; l’espansione di olio di palma in Nuova Guinea e in Africa sta già minacciando le foreste scatenando polemiche e conflitti con le comunità locali.

Fonte: ecoblog

I sette peccatori capitali dei cambiamenti climatici

USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito hanno contribuito per il 62% al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 20057-peccatori-global-warming

Questa è la mappa dei peggiori killer del clima su scala mondiale: l’area di ogni nazione è rappresentata in proporzione al proprio contributo al global warming, secondo una ricerca appena pubblicata della Concordia university, Canada. Le aree in grigio mostrano le dimensioni effettive dei continenti. I primi sette della lista, che si iniziano già a chiamare peccatori capitali del global warming sono USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito e hanno contribuito per il 62%al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 2005. La ricerca ha preso in considerazione le emissioni di CO2 e il loro minore assorbimento per la deforestazione, le emissioni degli altri gas serra oltre all’effetto di segno contrario degli aerosol (1). Germania e UK pesano così tanto anche per il loro ruolo di bruciatori di carbone nella prima parte del ‘900. Tra i primi venti inquinatori compaiono nazioni che ci si aspettava di trovare come Francia, Canada, Giappone e Australia, ma anche new entries abbastanza a sorpresa come Messico, Colombia, Thailandia e Polonia. L’Italia, a nostra consolazione e scherno, non vi è compresa. Nell’ultimo decennio, il nostro paese ha ridotto le emissioni di CO2 del 18%, ma in un certo senso a nostra insaputa: oltre alla crescita delle rinnovabili, non dobbiamo dimenticare la delocalizzazione di molte imprese produttive in paesi in cui è più facile sfruttare la manodopera.

Le nazioni che contribuiscono maggiormente al global warming a causa della sola deforestazione sono nell’ordine: Cina, Brasile, USA, India e Indonesia. In India la perdita delle foreste pesa il doppio delle emissioni di CO2, mentre in Brasile pesa otto volte tanto. Prendere in considerazione le emissioni nazionali è un modo per riconoscere le proprie responsabilità, come riconoscono gli autori nella conclusione dell’articolo:

«Riequilibrare le attuali disuguaglianze tra nazioni nei contributi pro cpaite al global warming potrebbe essere un requisito fondamentale per essere in grado di fare i cambiamenti necessari a ridurre le emissioni e stabilizzare le temperature globali.»

(1) Gli aerosol sono dovuti all’inquinamento e riflettono la luce solare riducendo un po’ il forcing radiativo.  Se non ci fossero stati, l’aumento di temperatura sarebbe stato di 1,3 °C invece che di 0,7 °C. A differenza dei gas serra che rimangono nell’atmosfera per decenni o secoli, gli aerosol restano in sospensione al massimo per qualche settimana. Finché ci saranno emissioni di aerosol, esisterà una situazione stazionaria, mentre quando queste si ridurranno a causa della diminuzione dei combustibili fossili e dell’inquinamento, paradossalmente il global warming crescerà in modo significativo.

Fonte: ecoblog

Carta senza cellulosa: ci prova Woody Harrelson per fermare la deforestazione

Woody Harrelson celebre come attore di Hollywood è ambientalista green e ha deciso di produrre carta senza cellulosawoody-harrelson-afi-fest-2011-01

A produrre carta senza la cellulosa ottenuta dalla pasta di legno è la Prairie Paper Ventures Inc. fondata 15 anni fa da Woody Harrelson. L’attore hollywodiano perciò sostiene personalmente questo progetto per la produzione di carta ottenuta dalla paglia di grano e da fibre riciclate, già in commercio su Staples e conosciuta come Step Forward Paper. Ma per portare avanti questa impresa necessita di fondi che saranno raccolti attraverso il crowdfinding e per l’esattezza occorrono 5 milioni di dollari. Infatti ogni anno c’è abbastanza paglia nel Nord America per soddisfare il bisogno di carta lasciando così intatte le foreste. Circa il 90 % del volume di legno usato in Canada proviene da foreste antiche e circa la metà di quella fibra va in prodotti di carta. La fibra di paglia di grano utilizzata e omologata dalla Canopy arriva esclusivamente da paglia residua ottenuta dopo la raccolta del grano e solitamente smaltita mediante incenerimento. Attualmente tutta la carta usata per la stampa e prodotta in Nord America proviene quasi esclusivamente da foreste e appena il 6% da carta riciclata. Altri paesi hanno usato la carta paglia per centinaia di anni e tra l’8% e il 10 % di cart nel mondo proviene da agro-fibre. India e Cina producono il 20 % del loro carta dalla paglia di grano, paglia di riso e canna da zucchero.  Harrelson in questi giorni nelle sale cinematografiche con il suo ultimo lavoro Out of Furnace spiega:

Due confezioni di questa carta salvano un albero: così si può fare una vera differenza.

Ha partecipato agli investimenti anche il Canada che attraverso programmi provinciali e federali ha versato circa 3,4 milioni di dollari. L’azienda a fronte degli investimenti spiega che è già riuscita a salvare 8.681 alberi.

Fonte:  Off-Grid Planet, Canopyplanet

Indonesia: “l’olio di palma è la prima causa di deforestazione”

La principale causa della deforestazione in Indonesia tra il 2009 e il 2011 continua a essere la produzione di olio di palma. È quanto rivela il rapporto pubblicato ieri da  Greenpeace che denuncia come dall’olio di palma dipenda ben un quarto della perdita di superficie forestale del Paese.indonesia__foreste

La principale causa della deforestazione in Indonesia tra il 2009 e il 2011 continua a essere la produzione di olio di palma. È quanto rivela il rapporto pubblicato ieri da  Greenpeace International dal titolo “Certificando la distruzione”, che denuncia come dall’olio di palma dipenda ben un quarto della perdita di superficie forestale del Paese. La ricerca, condotta sul campo dagli attivisti, dimostra come la maggior parte della deforestazione avvenga in concessioni controllate da membri della RSPO (Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile) un’organizzazione nata per garantire la sostenibilità della produzione dell’olio di palma in Indonesia. Tra queste la multinazionale Wilmar International con sede a Singapore. Il dato più allarmante contenuto nel rapporto è proprio che il 39 per cento degli incendi forestali che hanno coinvolto la Provincia di Riau nel primo semestre del 2013 si sono verificati in concessioni certificate come “sostenibili” dalla stessa RSPO. La RSPO si vanta di annoverare tra i propri membri i leader della sostenibilità nel settore dell’olio di palma ma gli standard della propria certificazione lasciano gli stessi membri liberi di distruggere le foreste, drenare le torbiere e appiccare incendi dolosi. “Anno dopo anno gli incendi forestali creano il caos, rendendo irrespirabile l’aria dall’Indonesia a Singapore e producendo migliaia di sfollati dalle aree forestali in fiamme – denuncia Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia -. I membri della RSPO dicono di avere delle precise politiche che vietano l’uso del fuoco per preparare il terreno alle nuove piantagioni ma non si rendono conto che le torbiere, una volta distrutta la foresta e drenata l’acqua diventano delle polveriere. Basta una scintilla per scatenare l’inferno”. Dal mese di giugno, Greenpeace ha contattato più di 250 aziende internazionali che consumano olio di palma per i propri prodotti chiedendo come fanno a garantire che le loro filiere non siano contaminate da fenomeni come la deforestazione e l’incendio delle ultime torbiere indonesiane. Dalle risposte ricevute finora sembra che la maggior parte di queste si basi solo ed esclusivamente sulla certificazione RSPO per garantire la sostenibilità dei propri prodotti. L’unica soluzione per le aziende che acquistano olio di palma indonesiano è andare oltre la certificazione RSPO. Alcuni lo stanno già facendo. Questa è la sfida che Greenpeace lancia oggi all’industria dell’olio di palma. “Sapone, cioccolata, sughi pronti, biscotti, shampoo e persino prodotti per la pulizia della casa sono tutti fatti con olio di palma. Le aziende che producono questi comunissimi beni di consumo devono poter garantire a noi consumatori che acquistando questi prodotti non stiamo inconsapevolmente accelerando la distruzione di uno degli ultimi polmoni del Pianeta e i cambiamenti climatici” – conclude Campione.

Fonte: il cambiamento

Europa, prima divoratrice mondiale di foreste

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari. Ad essere riconosciuti come i principali responsabili della deforestazione sono i prodotti alimentari.foresta9_deforestazione

In meno di vent’anni, tra il 1990 e il 2008, i consumi europei hanno causato l’abbattimento di foreste in varie parti del mondo per un’estensione pari ad almeno 9 milioni di ettari, una superficie paragonabile a quella dell’Irlanda. Peggio ancora di Usa e Canada: siamo noi europei i primi consumatori di foreste al mondo. Un triste primato, registrato il 2 luglio dalla stessa Unione Europea nel rapporto “The impact of Ee consumption on deforestation”. Secondo il Wwf, “emergono prove inquietanti su come l’Unione importi prodotti derivanti dalla deforestazione in quantità superiore a quella prevista, nonostante il suo impegno a ridurre la deforestazione tropicale del 50% entro il 2020”. E dire che Bruxelles aveva promosso lo studio nel 2011 per contribuire a contrastare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità a livello mondiale. Obiettivo: valutare l’impatto del consumo europeo sulla perdita delle foreste nel mondo. A quanto pare, i migliori boschi del pianeta li divoriamo alla velocità della luce: più che il legname, ci interessa il pascolo che si ottiene radendo al suolo gli alberi. L’analisi dell’Ue, spiega Alessandro Graziadei in un report su“Unimondo”, ripreso da “Megachip”, verifica le importazione di beni di consumo legati all’abbattimento delle foreste, soprattutto quelle di Amazzonia, Sud-Est asiatico e Africa. Noi di fatto “non importiamo legname, ma registriamo enormi consumi soprattutto di prodotti alimentari come carne, latte, caffè e tutti quei prodotti alimentari che trasformano definitivamente le foreste in pascoli o in piantagioni”. Prodotti alimentari, si legge nel rapporto, “che sono oggi riconosciuti come i maggiori responsabili della deforestazione”. Se è vero che la maggior parte delle colture e dei prodotti animali connessi con la deforestazione nei paesi di origine sono consumati a livello locale o regionale, precisa Graziadei, risulta però che negli ultimi 18 anni, nel mondo, sono stati esportati principalmente da paesi in via di sviluppo il 33% dei raccolti e l’8% del bestiame prodotti proprio grazie alla deforestazione. Di questi, l’Europa ne ha importato e consumato il 36%. Mentre, nello stesso periodo, i più limitati consumi di Usa e Canada hanno complessivamente causato l’abbattimento “solo” di 1,9 milioni di ettari di foreste. Tutta l’Asia orientale, compresa la Cina e il Giappone, è responsabile dell’abbattimento di 4,5 milioni di ettari.9deforestazione

Per il Wwf, inoltre, le stime sul peso europeo nella deforestazione sono caute, e andrebbero riviste al rialzo, tenendo conto anche delle importazioni legate a prodotti tessili e servizi vari. “L’aumento dei consumi di colture come la soia, l’olio di palma e prodotti connessi, così come il consumo di carne, sono la causa principale della deforestazione nelle aree tropicali”. Alla luce di questi dati – sostiene Dante Caserta, presidente di Wwf Italia – le autorità europee “devono agire subito”. Dello stesso avviso anche Chiara Campione di Greenpeace: “Se la nostra impronta forestale continuerà a crescere e l’Europa non cambia subito rotta rischiamo di compromettere l’intero ecosistema: dovremmo cominciare a dare il buon esempio, eliminando la deforestazione per la quale siamo direttamente responsabili”. Surreale la risposta della Commissione Europea, massima responsabile della catastrofe economica che sta mettendo alla corda tutto il Sud Europa, con la più spietata politica di rigore mai attuata nella storia: greci, spagnoli, portoghesi e italiani possono pure affondare nella disperazione, mentre perle foreste Bruxelles è disponibile a giocare la sua immagine,  impegnandosi per misure concrete in materia di sviluppo sostenibile. “È chiaro che se l’Unione Europa vuole tornare ad atteggiarsi a prima della classe in campo ambientale – rileva Graziadei – deve mettere mano ad alcune delle questioni evidenziate nello studio, come ad esempio l’impatto del settore alimentare, le abitudini di consumo e una migliore informazione e sensibilizzazione presso consumatori e industriali”. E qui si scende sul terreno del ridicolo: la stessa Commissione Europea che impone agli Stati il pareggio di bilancio, senza alcuna trasparenza sulle proprie decisioni centrali, sul futuro delle foreste annuncia addirittura “un’ampia consultazione pubblica via web per raccogliere i pareri aggiuntivi in tutta l’Unione con l’obiettivo di raccogliere ulteriori suggerimenti e di valutare criticamente future iniziative politiche”. Propaganda a parte, ricorda “Unimondo”, tra i problemi reali sul tappeto c’è quello dei biocarburanti, che ora costituiscono circa il 5,7% delle miscele di benzina e gasolio, ma dovranno arrivare al 10% entro il 2020 sfruttando per l’operazione un terreno agricolo più grande del Belgio. “I biocarburanti dovrebbero esser amici del clima, ma solo in teoria”. Coltivare piante per biocombustibili “richiede trattori, macchinari, concimi, pesticidi e soprattutto nuove terre sottratte alle foreste o alle coltivazioni alimentari”. In questo caso, un terreno agricolo “grande più del Belgio” da trovare in qualche parte del mondo sarà “adibito a ‘sfamare’ le vetture europee, e i poveri del mondo tireranno ulteriormente la cinghia”. Inoltre, “i terreni coltivati saranno ulteriormente ampliati a spese delle foreste”. La direttiva Ue ora in vigore raccomanda che non vengano incentivati biocarburanti prodotti distruggendo le foreste, “ma è probabile – sottolinea Graziadei – che i biocarburanti cresciuti su terreni freschi di deforestazione non prenderanno la strada dell’Europa, lasciando inalterato il risultato planetario”. Ma allora, come contrastare questo modello consumistico? Le associazioni ambientaliste preoccupate per questa ingombrante leadership europea non hanno dubbi: “O proseguiamo in una autodistruttiva deforestazione, o mettiamo energie e volontà politica in una lungimirante decrescita felice”. Magari, appunto, meno drammatica di quella – feroce – imposta dalla Troika ai ‘prigionieri’ dell’Eurozona.

Articolo tratto da LIBRE

Fonte: il cambiamento

Deforestazione: Europa prima al mondo

Un nuovo rapporto indipendente reso noto dalla Commissione europea rivela che l’Europa è leader mondiale nella deforestazione e tra il 1990 e il 2008 l’Europa ha importato e consumato circa 9 milioni di ettari di terreno deforestato.deforestazione_4

L’Europa è leader mondiale nella deforestazione, secondo un rapporto indipendente reso noto ieri dalla Commissione Europea: il contributo europeo è stato stimato nella perdita di almeno 9 milioni di ettari di foreste tra il 1990 e il 2008, una superficie grande come l’Irlanda. Tra le foreste più colpite quelle africane, del Sud Est Asiatico e l’Amazzonia. I Paesi maggiormente industrializzati e la Cina sono responsabili di circa un terzo della deforestazione consumatasi globalmente nel periodo considerato. La crescente richiesta europea di carne, prodotti caseari, biomasse e biocarburanti a scopo energetico e altri prodotti richiede la conversione di estese aree forestali e ha così messo sotto pressione questi ecosistemi in tutto il mondo. Tra il 1990 e il 2008 l’Europa ha importato e consumato circa 9 milioni di ettari di terreno deforestato (circa 3 volte le dimensioni del Belgio). Cifre che rappresentano una stima molto contenuta, non includendo la crescente domanda di biomassa nel corso degli ultimi anni. In questo primato negativo l’UE si trova ben prima di altre regioni industrializzate: Asia orientale, tra cui il Giappone e la Cina che ha importato 4,5 milioni di ettari e il Nord America con 1,9 milioni ettari nello stesso periodo. Nel 2004, in particolare, lo studio mostra come l’Unione Europea abbia registrato un record grazie all’impatto “deforestante” delle proprie importazioni, il doppio di Cina e Giappone messi insieme e tre volte il Nord America. “Lo studio mostra che la nostra impronta forestale continuerà a crescere se l’Europa non cambia rotta, è ora di eliminare la deforestazione dai nostri menù, dai nostri libri e prodotti cartari e dalle fonti energetiche come biocarburanti e centrali a biomasse” afferma Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia.import_legname

Lo studio “L’impatto del consumo dell’UE sulla deforestazione” mostra che, se la maggior parte delle colture e dei prodotti di origine animale che possono essere collegati alla deforestazione tropicale sono consumati a livello locale o regionale, quasi il 36% di quelli commerciati internazionalmente vanno verso l’UE. L’aumento dei consumi di colture come la soia, l’olio di palma e prodotti connessi, così come il consumo di carne, sono la causa principale della deforestazione nelle aree tropicali. D’altra parte Greenpeace, negli ultimi anni, ha condotto forti campagne di denuncia contro le multinazionali che usano o commercializzano prodotti legati alla deforestazione: Nestlé, Cargill e Unilever tra gli altri. A maggio 2010 la Nestlé si è impegnata a eliminare prodotti legati alla deforestazione dalla propria filiera e, a febbraio scorso, la più grande azienda di carta e cellulosa al mondo, APP (Asian Pulp and Papersi è impegnata ad adottare una nuova politica forestale, che metta fine al suo coinvolgimento nella deforestazione. In Italia, Greenpeace è riuscita con la classifica “Salvaforeste” a portare tutti i grandi gruppi editoriali italiani ad adottare politiche della carta a Deforestazione Zero. Anche al mondo dell’Alta Moda l’associazione ha recentemente lanciato una sfida con “The Fashion Duel”, chiedendo di eliminare prodotti (in carta o pelle) legati alla deforestazione dalla filiera dei grandi marchi. I ministri dell’ambiente UE si erano impegnati cinque anni fa a fermare la deforestazione globale entro il 2030 e a dimezzare quella delle foreste tropicali nel 2020, rispetto ai livelli del 2008. “Proprio la settimana scorsa è stato raggiunto un accordo politico in Europa e il Settimo Programma di azione sull’ambiente prevede piani per combattere la deforestazione globale. Ogni piano di successo che verrà elaborato, però, deve tendere a eliminare dal mercato prodotti legati alla distruzione delle ultime foreste e sostenere i Paesi in via di sviluppo affinché siano in grado di far fronte a questa minaccia” conclude Campione.legno3

“La Commissione europea, gli Stati membri e il Parlamento europeo devono agire subito e rivedere tutte le politiche che sono legate al consumo di risorse provenienti da aree deforestate tropicali, se vogliamo seriamente rispettare l’impegno di riduzione del 50% entro il 2020 – ha detto Dante Caserta, presidente ff del WWF Italia – Non è un gesto responsabile da parte dei politici giocare il gioco del “non vedo e non sento”, quando si tratta della distruzione di aree forestali al di fuori dell’UE. “E’ triste constatare che la maggior parte delle grandi forniture agricole dell’UE siano basate sullo sfruttamento di terreni forestali di nuova acquisizione – continua Dante Caserta, presidente ff del WWF Italia – Il nostro effettivo contributo al riscaldamento globale e alla perdita di biodiversità è molto più alto di quanto si pensasse, se si tiene conto anche dei nostri impatti indiretti. Dobbiamo ridurre il nostro impatto ambientale e far rispettare le norme necessarie per assicurare che i beni consumati dall’UE vengano da produzioni efficienti e sostenibili. Non esiste una bacchetta magica che risolva con un tocco il problema della deforestazione. Serve una coerenza politica nel campo ambientale, agricolo, commerciale e nella politica dei consumatori, tutti essenziali per affrontare il ruolo dell’Unione europea nella deforestazione.” Con l’entrata in vigore della EU Timber Regulation la Commissione voleva cambiare rotta, ma in mancanza di indicazioni chiare, interpretazioni univoche e applicazioni unitarie delle norme, i margini di azione sono ancora troppo vaghi e i processi di deforestazione e commercio illegale del legname continuano inesorabilmente. Il 7 ° Piano d’azione europeo per l’ambiente dovrebbe dare indicazioni concrete su come possiamo ridurre sia il nostro impatto su queste foreste minacciate, sia su come contribuire a ridurre il consumo di prodotti legati alla deforestazione.

Fonti: Greenpeace, WWF

Olio di palma: “stop agli incendi che intossicano Singapore e Malesia”

Le ong accusano le aziende di coltivazione e produzione di olio di palma di aver provocato incendi per creare spazio per nuove piantagioni. Greenpeace ha diffuso immagini impressionanti degli incendi forestali che hanno reso irrespirabile l’aria a Singapore e in Malesia.incendi_singapore

La deforestazione, e poi gli incendi, causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2. Greenpeace ha diffuso immagini impressionanti degli incendi forestali in Indonesia che hanno reso irrespirabile l’aria a Singapore e in Malesia. Singapore da giorni è intossicata da una caligine impenetrabile che costringe tutti ad andare in giro con la mascherina e in meno di una settimana l’indice dell’inquinamento dell’aria (Polluttant Standards Index) è passato da 75 a 401. “Le aziende indonesiane che producono olio di palma e polpa di cellulosa per la produzione di carta si assumano le proprie responsabilità e fermino gli incendi e la distruzione delle ultime foreste torbiere indonesiane” afferma Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia. “Il fumo che avvolge Singapore e la Malesia deriva da incendi appiccati in Indonesia, nell’isola di Sumatra, a oltre 200 chilometri di distanza, non da poveri contadini sprovveduti ma da potenti compagnie che fanno affari in tutto il mondo con prodotti della deforestazione come la polpa di cellulosa e l’olio di palma”.incendi_deforestazione

Gli incendi servono a permettere la conversione delle foreste in sconfinate piantagioni di palma da olio o acacia per la produzione di carta. Gli incendi servono a permettere la conversione delle foreste in sconfinate piantagioni di palma da olio o acacia per la produzione di carta che insieme costituiscono il principale “motore economico” della distruzione delle foreste indonesiane. La deforestazione, e poi gli incendi, causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2: l’Indonesia è tra i maggiori Paesi emettitori di gas serra del Pianeta, subito dopo Cina e Stati Uniti. Quando una foresta torbiera viene tagliata a raso, drenata dall’acqua attraverso la costruzione di canali e infine incendiata tutta la sostanza organica che la compone viene immessa in atmosfera sotto forma di CO2. Una vera e propria bomba che detona e accelera il cambiamento climatico. Secondo la legge indonesiana non è possibile sviluppare coltivazioni industriali su strati di torba più profondi di tre metri ma produttori di olio di palma come Sime Darby, Wilmar International e IOI continuano a incendiare come se nulla fosse. Anche la RSPO, la certificazione per la sostenibilità dell’olio di palma, non vieta lo sviluppo di piantagioni sulla torba.incendi_

L’Indonesia è tra i maggiori Paesi emettitori di gas serra del Pianeta, subito dopo Cina e Stati Uniti. “Un mese fa il governo indonesiano ha firmato una moratoria sulla deforestazione, ma dall’analisi svolta da Greenpeace risulta che circa 42 milioni di ettari di foresta non sono ancora tutelati legalmente e rischiano di sparire nei prossimi anni” conclude Campione. “Non solo il governo, anche le compagnie che operano in Indonesia hanno la responsabilità di escludere la deforestazione dalle loro filiere”.

Fonte: il cambiamento