Dal turismo di massa alla deforestazione, ecco come la speculazione minaccia montagne e foreste italiane

Dal progetto di deforestazione del monte Terminillo al nuovo testo unico sulle foreste, passando per una scellerata gestione dell’economia montana imperniata su speculazione, cementificazione e deforestazione. Con il professor Bartolomeo Schirone facciamo il punto della situazione su ciò che sta avvenendo sulle montagne italiane, un patrimonio oggi in grave pericolo. È un momento durissimo per le montagne italiane e le foreste di cui questi maestosi giganti sono ammantati. La proverbiale e diabolica accoppiata fra economia speculativa e politica sta sferrando duri attacchi al nostro patrimonio forestale, minacciando l’ecosistema montano e i delicati equilibri ambientali, ma anche sociali, che esso custodisce. Ultimo in ordine di tempo, il provvedimento che prevede l’abbattimento di diversi ettari di faggeta sul monte Terminillo, allo scopo di guadagnare superficie utile per ampliare gli impianti sciistici del comprensorio. Ne abbiamo parlato con il professor Bartolomeo Schirone, coordinatore del Corso di Laurea in Scienze della Montagna presso l’Università della Tuscia.

Il Terminillo è sotto attacco: per realizzare il complesso sciistico si prevede il taglio di 17 ettari di faggeto, con esemplari anche ultracentenari. Cosa ne pensa?

La superficie da assoggettare al taglio sembrerebbe essere minore e non dovrebbe toccare la parte più vecchia (vetusta) della foresta, ma la natura del problema non cambia. Si tratta di un progetto che è nato male perché rispecchia logiche di “valorizzazione“ economica ormai superate sia perché assolutamente incompatibili con la sostenibilità ambientale sia perché scarsamente remunerative anche in una visione strettamente speculativa. Tutti gli indicatori climatici concordano nel prevedere, al di là di fenomeni episodici come l’abbondante nevicata di quest’anno, un futuro con temperature invernali sempre più calde e periodi di innevamento sempre più brevi. Perciò, puntare sullo sci alpino per assicurare lo sviluppo del Terminillo sembra per lo meno azzardato. Per meglio dire, insensato.

Ultimamente si stanno levando diverse voci di dissenso nei confronti della gestione turistica delle nostre montagne, giudicata troppo invasiva. Lei è d’accordo con queste accuse?

Le montagne, e più in generale le aree interne, rappresentano la sola “riserva” di territorio che rimane all’Italia dopo il loro progressivo abbandono determinato dalla crescita economica delle città e delle zone industrializzate. Lì vi sono le condizioni utili a conservare la biodiversità ancora intatta e gli ecosisistemi meno compromessi ossia quelli in grado di mitigare – per quanto possibile – il riscaldamento globale in atto. L’assalto a queste aree, camuffato da sviluppo e per certi versi avallato anche dalla Strategia Nazionale per le aree interne, andrebbe evitato in tutti i modi perché altre “riserve” non ne abbiamo. Ovvio, quindi, che anche il turismo debba essere contenuto e indirizzato verso forme di alta responsabilità. Al momento, salve qualche rara e timida eccezione, il modello di sviluppo turistico che si propone non si discosta molto da quello tradizionale.

Pensa che possa esistere una via di mezzo virtuosa per sostenere l’economia montana senza avere un impatto ambientale troppo elevato sui territori?

Ne sono convinto ed è ciò che cerchiamo di insegnare nel Corso di laurea in Scienze della Montagna che dirigo presso la sede reatina dell’Università della Tuscia. Alla base di tutto vi deve essere una attenta e corretta pianificazione del territorio impostata sulla conoscenza approfondita degli ecosistemi e delle risorse naturali di ciascuna area. Ne deriva che, per prima cosa, occorre porre attenzione alle professionalità chiamate a svolgere questa azione. Non possono essere, ad esempio, ingegneri che non hanno alcuna conoscenza del funzionamento degli ecosistemi (ciò vale anche per gli ingegneri ambientali perché questi argomenti richiedono studi di base specifici ed articolati), ma nemmeno agronomi che conoscono benissimo il funzionamento delle piante e dei sistemi produttivi, ma ben poco sanno delle regole che governano la vita dei sistemi naturali “autonomi” cioè che si perpetuano senza l’aiuto dell’uomo. Ovviamente, in un lavoro complesso come la pianificazione territoriale su base ecologica anche queste figure possono svolgere un ruolo determinante, ma sempre ancillare rispetto a chi gli ecosistemi li ha studiati a fondo. Questi possono apparire giudizi molto duri ma, a prescindere dal fatto che sono rivolti alle categorie e non ai singoli, la situazione del nostro ambiente è tale da non ammettere compromessi. La gestione dell’ambiente naturale è cosa estremamente complicata e non può affrontata in maniera superficiale. Se la pianificazione generale è il primo passo, il secondo è il piano di valutazione quantitativa e qualitativa delle risorse idriche e della loro gestione. Tornando al caso del Terminillo, il piano di sviluppo prevede la realizzazione di bacini idrici per la raccolta dell’acqua necessaria per alimentare gli impianti di innevamento artificiale in caso di mancanza di precipitazioni nevose naturali (cioè quasi sempre). Questa proposta contenuta nel progetto è stata valutata con la dovuta attenzione? Abbiamo delle certezze in tal senso? Alcuni nutrono seri dubbi al riguardo.

Ci può fare qualche esempio in proposito?

Oltre a considerare tutti gli altri aspetti che regolano gli equilibri degli ambienti montani, bisogna sostenere un’economia che sia dimensionata a scala d’uomo. Il che non significa necessariamente ridurre tutto all’ecoturismo (i soliti cammini per escursionisti e simili) o alla gastronomia dei prodotti tipici (le note caciotte e salsicce), che pure sono necessari, ma rendere compatibile anche l’industria, che è il vero motore per lo sviluppo di un Paese. Quale industria? Ovviamente non quella pesante, sia perché consuma quantità spaventose di suolo sia perché l’Italia ha ormai ceduto la maggior parte delle sue industrie di questo tipo, ultima la FIAT (FCA). L’industria sulla quale si deve puntare è quella del futuro – ad altissimo contenuto tecnologico, che non inquina –, è energeticamente autonoma e richiede pochissimi spazi (anche perché si sviluppa in grandissima parte come lavoro al computer) che si possono ricavare dalla ristrutturazione di edifici in disuso, anche vecchi casali. L’importante, in ogni caso, è evitare l’ulteriore consumo di suolo. Anche tutta l’industria dei servizi, che non consuma suolo, può essere spostata in montagna e, a certe condizioni, anche lo spostamento dei servizi sanitari e scolastici. Per non parlare della ricaduta occupazionale che potrebbero avere le attività di manutenzione del territorio.

Ciò che sta avvenendo nel Lazio introduce un altro tema: la nuova norma regionale sulle faggete depresse che intende abbassare la quota da 800 a 300 metri. Che opinione ha in proposito?

È un misero gioco delle tre carte per aggredire faggete altrimenti protette. Per comprendere il senso dell’operazione bisogna premettere che sull’Appennino le faggete si collocano tra 800 e 1200 metri di altitudine e che, per convenzione scientifica, vengono definite depresse tutte le faggete che si trovano significativamente più in basso di tale quota. Nell’agosto del 2017, prima dell’approvazione del TUFF (Testo Unico in materia di Foreste e filiere Forestali), la Regione Lazio per cavalcare l’immagine positiva derivante dal fatto che due faggete vetuste laziali erano state inserite nell’elenco dei siti Unesco patrimonio dell’Umanità, emanò una legge abbastanza avveniristica, impostata sulla gestione conservativa, che tutelava le foreste vetuste perché in questa categoria ricadevano i due siti Unesco di Monte Cimino (Comune di Soriano al Cimino) e Monte Raschio (Comune di Oriolo Romano). Inoltre, dedicava particolare attenzione alle faggete “depresse” indicando nella isoipsa degli 800 metri il limite altimetrico al di sotto del quale le faggete dovevano essere considerate tali. In tal modo la legge intendeva tutelare i boschi intorno a Monte Raschio, dove la faggeta si sviluppa tra 440 e 552 metri. Tuttavia questa legge prevedeva, ai fini applicativi, che venisse fatto l’elenco (registro ufficiale) delle foreste vetuste regionali. Ad oggi però, nonostante le numerose sollecitazioni, detto elenco non è stato mai compilato. Non solo! Per “completare l’opera” e scongiurare il rischio che le faggete diventassero “protette” in via definitiva, a febbraio del 2020, nel pieno della prima ondata covid, quando la gente era distratta da ben più gravi problemi, la Regione Lazio ha abbassato il limite altimetrico superiore delle faggete depresse da 800 e 300 (trecento!) metri vanificando così l’efficacia delle precedente norma. Infatti nel Lazio (e in quasi tutto il resto dell’Italia peninsulare) non risulta che ci siano faggete sotto i 300 metri di quota. Quindi, via libera al taglio.

Allargando il campo, quali sono le criticità della gestione del patrimonio forestale italiano a suo avviso?

Le criticità sono tante e sono aumentate dopo l’approvazione del nuovo Testo Unico in materia di Foreste e Filiere Forestali (D.Lvo 03/04/2018 n 34) avvenuta nel 2018 a Camere sciolte. Questa legge riporta indietro la selvicoltura italiana di almeno cinquant’anni perché, in barba a tutta la politica ambientale seguita negli ultimi decenni in Italia e a livello internazionale, non considera in nessun modo – eccetto una frasetta nell’incipit del provvedimento – gli aspetti e i valori naturalistici e ambientali del bosco e impernia tutta la sua filosofia sulla cosiddetta gestione attiva della foresta ossia sulla sua funzione produttiva. In altre parole, tagli che, per la tipologia descritta dalla stessa legge, sono indirizzati maggiormente verso la produzione di legna a scopo energetico (biomasse). Tutto ciò solo per assecondare l’interesse economico di alcuni settori industriali. Ed è dato perfino di assistere all’indecoroso spettacolo di alcuni esponenti del mondo accademico che, per sostenere tale legge, non esitano a spacciare l’energia da biomasse come energia rinnovabile, tacendo che la combustione da biomasse è altamente dannosa per la salute umana e arrivando ad affermare, contro ogni evidenza scientifica e lo stesso buon senso, che senza l’aiuto dell’uomo il bosco muore. Tuttavia, la conseguenza peggiore è che la legge, contraddicendo il suo stesso titolo di Testo Unico, non unifica nulla e lascia alle singole Regioni totale libertà decisionale in campo forestale. Ne è già derivata una situazione di totale anarchia che, favorita anche dalla soppressione del Corpo Forestale dello Stato, oggi rende pressoché impossibile controllare le attività di taglio nelle nostre foreste. I tagli stanno aumentando dovunque, e cosa più grave, avvengono senza alcun criterio selvicolturale.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/turismo-di-massa-deforestazione-speculazione-minaccia-montagne-foreste-italiane/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Deforestazione Made in Italy: il legame nascosto tra le eccellenze italiane ed il saccheggio dell’Amazzonia

Esiste un rapporto diretto tra le eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale, dai più percepita come un fenomeno remoto. È quanto svela il documentario Deforestazione Made in Italy, un lavoro d’inchiesta frutto di due anni di indagini, viaggi e ricerche tra Italia, Europa e Brasile. Le borse di pelle. I salumi e i formaggi DOP e IGP. I mobili di legno pregiato. Ma anche ettari di terra battuta, solcati da decine e decine di camion, che trasportano materie prime lasciando la devastazione nel cuore di una foresta tropicale. Sono le due facce della stessa medaglia, le eccellenze del Made in Italy: prodotti della tradizione, che rendono l’Italia famosa in tutto il mondo ma che sono legati a doppio filo con la deforestazione tropicale.

deforestazione

È questo il racconto di Deforestazione Made in Italy, il documentario d’inchiesta di Francesco De Augustinis, giornalista freelance, che ci accompagna in un lungo viaggio fino al Brasile, nella foresta Amazzonica, e da lì ci riporta indietro seguendo le rotte che portano nel nostro Paese il legname illegale, la carne di manzo, la pelle, la soia, fino in Europa e all’Italia delle eccellenze. Ne viene fuori uno scenario desolante e sorprendente. In Pará, nel cuore della foresta Amazzonica, gli alberi hanno lasciato spazio a una grande distesa di terra rossastra, attraversata da una strada a due corsie piena di tir, carichi di materie prime. Da qui partono i tronchi tagliati illegalmente nella foresta, e tutte le altre commodity responsabili della distruzione di questa regione. Un fenomeno di drammatica attualità: negli ultimi mesi il tasso di deforestazione tropicale in Brasile ha registrato ripetuti record (738 km quadrati a maggio 2019, 932 km quadrati a giugno, 2.115 km quadrati a luglio). L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, uscito pochi giorni fa, ha avvisato che la difesa delle foreste è una priorità assoluta per contrastare l’emergenza climatica.

Francesco De Augustinis, il giornalista freelance autore del documentario

Francesco De Augustinis, il giornalista freelance autore del documentario

“La deforestazione tropicale – dice l’autore del documentario – è uno dei principali responsabili dell’emergenza che sta vivendo il nostro pianeta, per l’aumento delle temperature e la drammatica perdita della biodiversità. Ma allo stesso tempo viene percepita come un fenomeno remoto, che non dipende da noi. Questo film racconta il legame solido tra l’Europa e l’Italia delle eccellenze con la deforestazione tropicale, in particolare in Sud America. Un passaggio importante, per capire cosa non va del nostro modo di produrre e consumare, e iniziare a progettare un futuro che si basi su presupposti diversi”. 

Il film Deforestazione Made in Italy è nato da un crowdfunding iniziato nel 2017. È stato presentato per la prima volta in Italia il 15 agosto al Clorofilla Film Festival, nel Parco della Maremma (Grosseto) e adesso è in giro per l’Italia tra festival e eventi privati ed è a disposizione gratuitamente (anche per proiezioni pubbliche), scrivendo ai contatti che si trovano sul sito. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/deforestazione-made-in-italy-il-legame-eccellenze-italiane-saccheggio-amazzonia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

UE, decisione storica: ‘Biodiesel da olio di palma insostenibile’. Ma le eccezioni rovinano tutto

Transport & Enviroment: “La Commissione invia un segnale importante stabilendo che il diesel da olio di palma non è sostenibile. Ma ci sono troppe scappatoie che potrebbero garantire i livelli attuali di consumo”

Con una decisione storica, la notte di sabato 8 febbraio la Commissione Europea ha riconosciuto in un atto delegato che le coltivazioni di palma da olio causano una significativa deforestazione e quindi il biodiesel prodotto dall’olio di palma non può essere conteggiato per raggiungere gli obiettivi di carburante verde dell’Unione Europea. Tuttavia la crescente pressione, comprese minacce di guerra commerciale, da parte dei governi della Malesia e dell’Indonesia, ha fatto sì che la Commissione introducesse diverse eccezioni, tra cui un’esenzione per l’olio di palma prodotto in piccole piantagioni indipendenti (meno di cinque ettari) o su terreni “inutilizzati”.
Lo rende noto T&E, Federazione europea delle organizzazioni non governative per i trasporti verdi, i trasporti e l’ambiente, che si dice comunque contraria a queste eccezioni, perché potrebbero significare che l’Europa utilizzi lo stesso quantitativo di olio di palma contenuto nel diesel attuale. T&E sottolinea che le dimensioni di una piantagione non hanno alcuna relazione con il rischio di deforestazione o con i cambiamenti nell’uso del suolo, ma soprattutto che i piccoli lotti di terra che vendono tutti ad un unico grande mulino controllato da grandi aziende sono il modello di business dei giganti dell’olio di palma come la FELDA / FGV della Malesia. Per quanto riguarda la terra “inutilizzata” invece queste aree potrebbero essere utilizzate dalle comunità locali per supportarsi o fornire importanti servizi ecosistemici. Oppure potrebbero essere messe in produzione per soddisfare la domanda sempre crescente di cibo.

Laura Buffet, di T & E, spiega: “La Commissione invia un segnale importante stabilendo che il diesel da olio di palma non è sostenibile. Ma con una mano dà ciò che toglie con l’altra. Non è possibile etichettarlo come insostenibile e poi aprire una scappatoia grande quanto i livelli attuali di consumo e pensare che la gente non se ne accorga. Questa decisione è arbitraria, interrompe il mandato che la Commissione aveva ottenuto dai ministri e dal Parlamento europeo e ignora il massiccio sostegno pubblico alla messa al bando del diesel da olio di palma”.

La maggior parte degli studi chiave che modellano le emissioni derivanti da cambiamenti indiretti nell’uso della terra (ILUC) mostrano che l’olio di palma ha emissioni ILUC più elevate di qualsiasi altra materia prima per il biodiesel, seguita dall’olio di soia. 

Fonte: ecodallecitta.it

L’esempio delle donne messicane: sposano gli alberi per combattere il disboscamento

disboscamento

Il problema del disboscamento in Messico è una questione annosa, che desta molta preoccupazione. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, un gruppo di attivisti di Oaxaca ha deciso di intraprendere un’iniziativa all’apparenza strana: celebrare dei matrimoni tra persone e alberi.

Ecco cos’è successo a San Jacinto Amilpas.

Combattere il disboscamento con creatività

«Sposare un albero è un modo per protestare, per dire che dobbiamo smettere di sterminare la Madre Terra ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo».

Queste parole sono state pronunciate da Dolores Leycigi, una delle attiviste che a febbraio scorso ha deciso di sposare un albero per combattere il disboscamento. E Dolores non è la sola. Nello stato di Oaxaca, ben 30 attivisti ambientali si sono legati in matrimonio ad altrettanti alberi. L’evento, che prende il nome di Marry a Tree, è volto a sensibilizzare l’opinione pubblica contro il disboscamento illegale e la deforestazione nello stato di Oaxaca. Non è la prima volta che in Messico un uomo si lega a un albero. È tuttavia la prima volta che accade un evento di gruppo del genere.

La cerimonia

La cerimonia è stata celebrata da Richard Torres, attore e ambientalista peruviano che nel 2014 aveva già sposato un albero a Bogotà, in Colombia, nel tentativo di incoraggiare i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia di piantare alberi invece di incitare alla guerra.

In Messico, la cerimonia a cui le spose hanno partecipato con tanto di vestito matrimoniale, si è svolta nel municipio di San Jacinto Amilpas, parte della grande area metropolitana della città di Oaxaca.

«Siamo riuniti per compiere questo grande atto di amore eterno, consacrazione e impegno con gli alberi», ha affermato Torres durante la cerimonia, pensata per sensibilizzare e mettere in guardia le persone contro la crisi ecologica nel paese. Alla fine della cerimonia, i partecipanti hanno anche piantato 16 alberi.

Disboscamento e crisi ambientale in Messico

I matrimoni non sono ovviamente vincolanti da un punto di vista legale, ma sembrano essere un ottimo modo per attirare l’attenzione pubblica su un tema importantissimo in Messico.

«La pratica di trasportare e vendere illegalmente legname ha avuto un impatto ambientale devastante in Messico ed è ritenuta la causa di un aumento della siccità», osserva l’ Huffington Post . E in effetti, il disboscamento illegale sta infliggendo un duro colpo alle foreste messicane. In parte anche a causa del commercio illegale di legname.

Una crisi ambientale che rischia di diventare irreversibile.Secondo Torres, parte della colpa sarebbe della classe politica e degli interessi economici in ballo. La protezione dell’ambiente dovrebbe essere uno dei principali impegni della classe politica “perché sono stati scelti dal popolo”, ha detto Torres, che guida il gruppo di difesa ambientale Corazones Verdes (Green Hearts).

Fonte: ambientebio.it

Starbucks e l’olio di palma

Starbucks ha un grosso problema e a farglielo presente è una coalizione di associazione che ha scritto una lettera al CEO del gruppo, Howard Schultz, sollecitando azioni concrete per far sì che l’olio di palma acquistato non contribuisca più alla deforestazione e al cambiamento climatico. Ma il fenomeno è ben più ampio…starbucks_olio_palma

Il colosso americano delle caffetterie, approdato ormai anche nel nostro paese, è alle prese con critiche molto dure che stanno contribuendo a indebolirne l’immagine. Il problema è l’olio di palma utilizzato dal gruppo, che arriva direttamente dai paesi dove le coltivazioni intensive distruggono le foreste. A inviare una lettera al CEO di Starbucks, Howard Schultz, sono stati il Center for International Policy, Forest Heroes, l’International Labor Rights Forum, il Rainforest Action Network, la Rainforest Foundation Norway, il Sierra Club, il SumOfUs and l’Union of Concerned Scientists (UCS). Nella lettera si esplicita l’invito a non acquistare più prodotti, quali appunto l’olio di palma ma anche la carta, che favoriscono la deforestazione e i cambiamenti climatici. Oltre alla lettera, Starbucks si è visto recapitare una petizione firmata da 300.000 persone. Il gruppo acquista olio di palma soprattutto dal sud est asiatico, dove la foresta vergine viene cancellata per fare posto alle coltivazioni intensive di palma da olio. Peraltro nell’ultimo anno l’Indonesia è stata devastata da continui roghi che hanno prodotto effetti devastanti anche sulla popolazione, facendo ammalare e uccidendo un numero elevato di persone ed esponendo a pericoli 43 milioni di indonesiani. Ma Starbucks non è ovviamente l’unica azienda ad utilizzare massicciamente olio di palma non sostenibile (sempre che esista quello sostenibile!).  Se la produzione annuale nel mondo ha raggiunto i 70 milioni di tonnellate è perchè la richiesta è altissima e va aumentando sempre di più. Si tratta di un ingrediente utilizzato nell’industria alimentare, ma anche nella cosmesi e farmaceutica, nell’agroenergia e nei mangimi per animali. Costa poco, è versatile, inodore, insapore e facilmente lavorabile, quindi le multinazionali lo acquistano in quantità tali da rendere la richiesta, e quindi la produzione, non sostenibile. Non mancano i tentativi di greenwashing. Infatti nel 2004 è nata la tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile, che fornisce una certificazione detta appunto Rspo che dovrebbe garantire una produzione che preserva la foresta primaria. Ma, guarda caso, qualche anno fa Greenpeace ha scoperto che la United Plantations aveva ottenuto la certificazione malgrado continuasse a distruggere le foreste. Di recente l’associazione ambientalista, insieme al Wwf, ha dato vita al Poig, Palm oil innovation group, il cui obiettivo è certificare la sostenibilità dell’olio di palma con criteri più stringenti. Ma c’è chi ha aspramente criticato il fatto che le due associazioni si siano alleate in questa nuova avventura con Ferrero, Danone e AgroPalma! La via d’uscita? Smettere di usare olio di palma, senza però sostituirlo con altri oli da coltivazioni altrettanto insostenibili. Smetterne l’utilizzo significherebbe ritornare alla produzione alimentare artigianale, alla limitazione drastica dell’uso dei mezzi di trasporto in modo che non occorra nemmeno il biodiesel all’olio di palma; significherebbe cambiare paradigma e diminuire i consumi. Utopia? Chissà…

Fonte: ilcambiamento.it

L’agricoltura intensiva responsabile dell’80% della deforestazione

Olio di palma e soia sono le principali responsabili della regressione delle foreste, anche se da Cina, Australia e Cile arrivano dati positivideforestazione-indonesia-4

Negli scorsi giorni abbiamo pubblicato i dati sull’annuale report di Global Forest Watch sulla deforestazione, con i dati allarmanti forniti dal lavoro di questo ente di monitoraggio. A partire da oggi e per tutta la settimana, a Durban, in Sudafrica, si tiene la quattordicesima edizione del Congresso Forestale Mondiale, un momento per fare il punto. C’è un altro report destinato a far discutere ed è quello firmato da José Graziano Silva, direttore generale della FAO che cita un rallentamento del disboscamento rispetto agli anni Novanta: se fra il 1990 e il 2000 le foreste erano regredite mediamente dello 0,18%, fra 2010 e 2015 sono state erose con un ritmo dello 0,08%. Anche se su scala mondiale l’estensione delle foreste continua a diminuire proporzionalmente all’incremento demografico, i tassi di perdita netta delle foreste sono stati ridotti del 50% nel giro di quindici anni. Si tratta, secondo Graziano Silva, di una tendenza da consolidare. Se in alcun Paesi come il Brasile, la Birmania, l’Indonesia, la Nigeria e la Tanzania continuano a deforestare, vi sono paesi come Cina, Australia e Cile nei quali la superficie arboricola è aumentata.

Deforestazione: nel 2014 persi 18 milioni di ettari

La superficie di foreste persa lo scorso anno è doppia rispetto a quella del Portogallo ed uguale a quella di Cambogia e Siria. L’80% della deforestazione è da attribuire all’agricoltura: olio di palma e soia sono le due materie prime che incidono in maniera più massiccia su questo trend, ma va detto che, specialmente negli ultimi anni, le multinazionali hanno dovuto fare i conti con consumatori sempre più consapevoli dei danni che questo genere di agricoltura intensiva procura alla loro reputazione. Le foreste piantate non cessano di aumentare e rappresentano ormai il 7% della totalità della superficie forestale globale. Il settore forestale continua a impegnare l’1,7% della manodopera mondiale e a contribuire allo 0,8% al PIL internazionale. E al di là della risorsa economica, le foreste sono fondamentali per gli equilibri naturali e come fornitrici insostituibili di risorse ambientali vitali a lungo termine, aria pura e acqua su tutte. Guardando al 2030, il rapporto FAO prevede che le foreste continueranno a regredire sia in America del Sud che   in Africa, mentre la loro superficie crescerà ancora nelle altre aree della Terra.

Fonte:  Fao

Deforestazione: nel 2014 persi 18 milioni di ettari

La superficie di foreste persa lo scorso anno è doppia rispetto a quella del Portogallo ed uguale a quella di Cambogia e Siria452167606

La deforestazione continua a un ritmo forsennato: nel 2014 sono spariti dal nostro Pianeta 18 milioni di ettari di foreste vale a dire 180.000 kmq, una superficie pari al doppio del Portogallo e uguale a quella di Paesi come Siria e Cambogia.

La piattaforma Global Forest Watch ha pubblicato i dati che sono stati forniti dall’Università del Maryland, e da Google. Questa diminuzione delle foreste – la cui superficie rappresenta un terzo delle terre emerse – non cessa. Ogni minuto vengono tagliati circa 2400 alberi e più della metà delle foreste vengono tagliate nei Paesi tropicali. Nuove aree del mondo – prima trascurate – vengono private della vegetazione: nel bacino del Mekong, in Cambogia, nell’Africa Occidentale, in Madagascar e in Sud America, in modo particolare in Paraguay.

Giornata della Terra: l’appello del WWF contro la deforestazione. In occasione dell’Earth Day 2015, WWF lancia una campagna per la salvaguardia delle foreste. La principale causa della deforestazione non è – come si potrebbe pensare – la “fame” di legname, ma quella di spazio: le foreste liberano spazio per le piantagioni di soia, di caucciù e di olio di palma. Uno studio reso noto lo scorso aprile ha stabilito una forte correlazione fra la deforestazione della regione del Mekong e l’aumento del prezzo del caucciù a livello mondiale. In Paraguay sono le coltivazioni di soia e di bovini a spingere alla distruzione delle foreste. I dati pubblicati da Global Forest Watch vengono riattualizzati ogni otto giorno grazie alla sorveglianza satellitare consentita dal programma Landsat sviluppato dalla Nasa che garantisce un’altissima risoluzione. Sono circa 300 milioni le persone che vivono nei pressi delle foreste e la sopravvivenza del 60% delle popolazioni indigene dipende da esse.

Fonte:  Le Monde 

Carta riciclata: Italia è leader nel Europa ma 7 italiani su 10 lo ignorano

unnamed

L’Italia si colloca ai primi posti in Europa nel riciclo di carta e cartone e ciò costituisce un vanto per i suoi cittadini che dimostrano di essere attenti all’ambiente. Tuttavia 7 italiani su 10 non sono al corrente di questo dato così importante, come emerge da un sondaggio condotto su campioni di popolazione nelle province di Rovigo, Vicenza, Verona , Salerno, Frosinone e Lucca. Lo scopo dello studio era quello di saggiare la percezione degli italiani sull’industria del riciclo e la posizione dell’Italia a livello europeo; il sondaggio a cui ci riferiamo è stato condotto da Ipsos per conto della Comieco; dai dati raccolti risulta palese che la maggior parte non ha contezza della posizione privilegiata dell’Italia nella classifica europea, addirittura nutre la convinzione che si trovi agli ultimi posti! Inoltre è emerso che soltanto per il 4% della popolazione l’Italia si colloca al primo posto in Europa, mentre per il 25% la nostra nazione è fra i primi posti. In ogni caso si evidenziano informazioni quasi vaghe ed un’insufficiente conoscenza dell’argomento. È quanto conferma, in sintesi, anche il noto sondaggista Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos, osservando inoltre che il maggiore livello di informazione in questo campo si registra a Lucca e provincia; tuttavia è emerso anche che tra gli intervistati manca una conoscenza approfondita delle attività che si svolgono nelle industrie cartarie per il riciclaggio. Questa assenza di consapevolezza fra gli italiani si spiega perché probabilmente, a livello comunicativo, risultano più sensazionali, e quindi veicolano con maggiore diffusione, le notizie che fanno scandalo, come ad esempio il problema dello smaltimento dei rifiuti in alcune grandi città, anziché quelle positive. Dai sondaggi condotti da Ipsos per conto di Comieco si evince che per la maggior parte degli intervistati, soprattutto fra Salerno e Frosinone, il consumo di carta in futuro è destinato a diminuire, ma, nel complesso, circa il 30% ritiene che possa aumentare. Ciò rappresenterebbe una vera minaccia per le foreste amazzoniche se si perseverasse nell’uso di carta vergine (ottenuta dalla cellulosa), quindi è importante sensibilizzare al consumo di quella riciclata con una forte campagna d’informazione sia da parte dei media che delle aziende interessateunnamed

. Molte aziende i cui prodotti sono costituiti principalmente da carta e cartone, sono già orientate verso l’utilizzo del prodotto ecologico; infatti sono tantissimi i libri i quaderni, i manuali, realizzati in carta riciclata anziché in carta vergine. Inoltre, le proposte delle aziende che offrono servizi di stampa online, come ad esempio questa, di prediligere la carta riciclata diventa un valido strumento di sensibilizzazione sul tema del riciclo della carta e sul mondo dell’industria che lo sostiene. In tal modo, non solo i rischi connessi alla deforestazione si riducono sensibilmente, ma si contribuisce a rendere i cittadini italiani consapevoli del loro status nella classifica del riciclo a livello europeo; a formare una coscienza ecologica che spinga alla raccolta differenziata e ad un nuovo e più corretto stile di vita. I primi costruttori di carta furono i Cinesi nel lontano 105 d. C. che la ottennero utilizzando materiale povero come stracci, corteccia e reti.  Da allora, attraverso lunghi secoli e splendide civiltà, la carta si è rivelata un materiale prezioso e ha trovato sempre maggiore impiego .Oggi, noi protagonisti del nostro tempo, continuiamo a usarla in modo responsabile.

L.P.

Giornata della Terra: l’appello del WWF contro la deforestazione

In occasione dell’Earth Day 2015, WWF lancia una campagna per la salvaguardia delle foreste. Il 22 aprile è, in tutto il mondo, l’Earth Day, la Giornata della Terra. Quest’anno il WWF ha deciso, in concomitanza con la giornata che celebra il nostro Pianeta, di lanciare un appello contro la deforestazione. Il 38% della superficie forestale originaria del Pianeta è già stata persa. Attualmente soltanto il 31% della superficie del Pianeta è ricoperto di foreste e ogni anno ne vengono persi 13 milioni di ettari. Secondo il World Resource Institute vengono persi 50 campi da calcio ogni minuto. Ecco perché con la Giornata della Terra WWF ha deciso di avviare una campagna che durerà un mese e si concluderà domenica 24 maggio con la Giornata delle Oasi. Come detto in precedenza, attualmente l’area forestata globale è solamente il 62% della copertura originaria. Soltanto negli ultimi quindici anni (dal 2000 a oggi) sono stati tagliati 230 milioni di ettari di foresta e, qualora non si intervenga, ne spariranno altrettanti entro il 2050.1463975341-586x375

I 10 Paesi che deforestano di più

Nella graduatoria dei 10 paesi che nel decennio 2000-2010 hanno deforestato di più stupisce, dopo il primo posto del Brasile, il secondo dell’Australia che supera l’Indonesia, terra di conquista per le aziende produttrici di olio di palma e di carta. Le nazioni che seguono nella top ten si dividono fra Africa (Nigeria, Tanzania, Zimbabwe e Repubblica Democratica del Congo) Asia (Birmania) e Sud America (Bolivia e Venezuela). I dieci paesi che subiscono la perdita netta maggiore di area forestale sono, rispetto ai dati del decennio 2000 – 2010:
1) il Brasile
2) l’Australia
3) l’Indonesia,
4) la Nigeria,
5) la Repubblica di Tanzania,
6) lo Zimbabwe,
7) la Repubblica Democratica del Congo,
8) la Birmania (Myanmar),
9) la Bolivia,
10) il Venezuela.Ecuador-giungla-Yasuni-586x390

Deforestazione: cause e conseguenze

Aumentano i crimini forestali che secondo l’UNEP alimentano un mercato il cui giro d’affari oscilla fra i 30 e i 100 milioni di dollari l’anno. Le maggiori cause sono la crescente domanda di polpa e carta, la “fame” di terra per un agricoltura che deve soddisfare la richiesta di una popolazione crescente, la legna per le abitazioni e la filiera che produce soia, olio di palma, carne e pelli da trasformare. Le foreste servono come materia prima e lo spazio che “liberano” serve alle industrie multinazionali. L’Europa, anche se non è presente nei quartieri alti di queste poco onorevoli classifiche sulla deforestazione, ha comunque le proprie responsabilità visto che i maggiori consumatori mondiali di prodotti derivati da processi di deforestazione illegali arrivano sui mercati dell’Unione Europea. Ma c’è un altra percentuale allarmante fornita da Global Forest Watch: solamente il 15% delle foreste che rimangono nel pianeta si troverebbero in buone condizioni ecologiche. Le conseguenze sono risapute: la minaccia della desertificazione non è solo un dato ecologico, ma spinge le popolazioni a migrazioni verso climi più temperati, con tutto ciò che ne consegue e gli esiti drammatici di cui, purtroppo, sono piene le cronache di questi giorni. Ogni anno 12 milioni di ettari di terra fertile viene desertificata. E a rischio è anche l’acqua dolce visto che i serbatoi dell’acqua continentale sono i grandi ecosistemi forestali, su tutti la Foresta Amazzonica che custodisce 100mila km di corsi d’acqua.

Fonte:  WWF

Sud America, l’aumento del prezzo dell’oro accelera la deforestazione

Uno studio pubblicato dalla rivista Environmental Research Letters dimostra gli effetti devastanti dell’estrazione dell’oro. Il prezzo dell’oro aumenta e ciò comporta un aumento della deforestazione in Amazzonia e in altre foreste del Sud America. È questo quanto emerge da uno studio sull’impatto ambientale dell’industria mineraria compiuto dalla rivista Environmental Research Letters. Nonostante il picco del prezzo dell’oro nsia stato raggiunto nel 2011, la sua quotazione attuale resta doppia rispetto alla media degli ultimi trent’anni. Per i garimpeiros i rischi sono inferiori ai possibili benefici e, negli ultimi anni, i minatori artigianali hanno dato vita a una nuova corsa all’oro affollando aree protette e foreste tropicali. L’analisi dei dati satellitari effettuata dai ricercatori dell’Università di Puerto Rico ha permesso di quantificare in 1680 kmq la porzione di foresta cancellata fra il 2001 e il 2013 ovverosia in un periodo di tempo che ha visto crescere il prezzo dell’oro di cinque volte. Nella seconda metà di questo periodo, ovverosia negli anni della crisi occidentale, il tasso di distruzione è raddoppiato perché la crisi economica e l’instabilità finanziaria hanno generato una “fame” di oro dovuta da una parte all’utilizzo come bene-rifugio, dall’altra all’utilizzo come materia prima per soddisfare la richiesta di gioielli proveniente dalle economie emergenti di Cina e India. Anche se, in termini di superficie, la deforestazione dovuta all’attività estrattiva è di gran lunga inferiore a quella causata dall’agricoltura, dall’allevamento e dal disboscamento illegale a fini commerciali, l’estrazione dell’oro è la più devastante dal punto di vista ambientale perché utilizza cianuro, mercurio e arsenico, contaminando le fonti d’acqua e rallentando la ricrescita della vegetazione. Le quattro aree principali dell’estrazione in Sud America sono: il sud est dell’Amazzonia in Perù, il Tapajós – Xingú in Brasile, la Guyana e la regione di Valle Magdalena – Urabá. La zona più “affollata” di garimpeiros è quella di Itaituba, nel bacino Tapajós, nella quale si stima operino circa 200mila persone. In termini percentuali, la produzione di oro in Sud America è cresciuta più velocemente della produzione mondiale, passando dalle 2445 tonnellate del 2000 alle 2770 tonnellate del 2013.113280193-586x390

Fonte: The Guardian

© Foto Getty Images