Riciclo in sofferenza, Ronchi: ‘Serve decreto d’urgenza, poi contributi dalla grande distribuzione e nuovi impianti’

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L’ex ministro avanza diverse proposte per affrontare i problemi della filiera: “Serve un provvedimento d’urgenza perché vi sono tante nuove attività di riciclo che non possono partire, servono poi altre misure mirate alla crescita delle raccolte differenziate e dalla crescente Forsu”. Gli impianti di trattamento e i centri di stoccaggio sono ormai saturi. Non c’è più spazio dove collocare i rifiuti. Sulla situazione pesa anche la chiusura decisa dalla Cina che dall’inizio del 2018 ha stretto notevolmente i requisiti per i rifiuti provenienti dall’estero, in particolare la plastica. Un altro fattore che gli addetti ai lavori sottolineano è la preoccupazione per gli ostacoli normativi, rappresentati dalla mancanza dei decreti “End of Waste”. Un materiale ottenuto dal riciclo dei rifiuti perde la qualifica di rifiuto e viene classificato come materia prima secondaria da immettere nuovamente nel processo produttivo. Una sentenza del Consiglio ha aperto un vuoto normativo, stabilendo che spetta allo Stato (e non la Regione), attraverso il Ministero dell’Ambiente, valutare le diverse tipologie di materiale e rilasciare l’autorizzazione se la sostanza ottenuta dal trattamento e dal recupero del rifiuto soddisfa le condizioni stabilite dalla legge. A tutto ciò si aggiunge il problema degli incendi negli impianti, vera e propria emergenza nazionale, su cui il ministro Sergio Costa ha da poco dichiarato un maggiore impiego delle forze dell’ordine. Di tutti questo abbiamo parlato con Edo Ronchi, già ministro dell’Ambiente e una delle massime autorità in materia di rifiuti in Italia, che ci ha anticipato i messaggi di apertura che – in qualità di presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – condividerà a Ecomondo, a Rimini, durante gli “Stati generali della Green Economy”.

L’anno scorso l’avevamo intervistata a Rimini e ci aveva detto che “i decreti End of Waste in varie filiere tardavano ad arrivare” rischiando di lasciare i discorsi sull’economia circolare “solo chiacchiere”. Un anno dopo cos’è cambiato?

Il pacchetto di nuove Direttive europee sui rifiuti ed economia circolare non è più solo una proposta in discussione, ma si è tradotto in Direttive approvate e in fase di recepimento anche in Italia. L’IPCC ha pubblicato il Rapporto speciale sullo scenario di 1,5%  che sollecita impegni più stringenti di riduzione dei gas serra e che dovrebbe essere tenuto presente anche per il Piano energia e clima in fase di definizione in Italia. Si è svolta a settembre la 1° Conferenza nazionale delle green city a Bologna che ha proposto linee guida interessanti e innovative che potrebbero alimentare una maggiore spinta in direzione green anche delle città. A livello europeo, con nuovi limiti più stringenti alle emissioni delle autovetture, e nelle Regioni della pianura padana, con divieti di circolazione alle auto più inquinanti, si è data una  nuova spinta alle iniziative per la mobilità urbana  sostenibile, in particolare alla diffusione delle auto elettriche e dei biocarburanti. È in corso un dibattito per la ridefinizione, a livello europeo e nazionale, della nuova Politica Agricola Comune (PAC) con un rilevante rafforzamento degli indirizzi green. Direi quindi che le novità sono tante e molto importanti.

Nonostante tutte queste novità non ci sono abbastanza impianti di trattamento e le frazioni raccolte separatamente non riescono a trovare la giusta collocazione sul mercato. Può spiegare la sua proposta per superare l’evidente crisi nella gestione dei rifiuti? Esattamente che cosa dovrebbe prevedere il Decreto Legge di cui parla nel suo articolo pubblicato qualche settimana fa?

Serve un provvedimento d’urgenza, un decreto legge, perché vi sono, in diverse filiere di rifiuti, tante nuove attività di riciclo che non possono partire perché manca un’autorizzazione End of Waste che le Regioni, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, non possono più rilasciare. Mi pare che una bozza di tale decreto circolasse già al Ministero dell’ambiente: attribuiva alle Regione l’applicazione dei criteri End of Waste europei caso per caso, anche se non regolati da specifici decreti nazionali o da regolamenti europei. Servono poi altre misure mirate per affrontare alcuni problemi generati dalla crescita delle raccolte differenziate: un sistema di tariffe che premi quantità e qualità delle raccolte differenziate; un contributo a carico dell’industria alimentare e della grande distribuzione per alleggerire il peso sulle bollette della crescente quantità di Forsu raccolta e trattata, e per favorire investimenti in nuovi impianti o adeguamenti di quelli esistenti per la produzione di compost di qualità e di biometano, nonché per alimentare la filiera promettente della bioeconomia rigenerativa; servono autorizzazioni e investimenti per nuovi impianti che industrializzino nuove tecnologie già disponibili per il riciclo di alcune plastiche miste, difficili e costose da riciclare meccanicamente, con produzione di virgin nafta, di metanolo e di  idrogeno. Non basta contrastare l’usa e getta, occorre inoltre incentivare una maggiore riciclabilità e, ove possibile, anche la riutilizzabilità degli imballaggi e rendere meglio tracciata e garantita la raccolta e quindi la gestione legale dei Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) che in quantità elevate spariscono in gestioni non controllate. La sede propria per queste misure potrebbe essere il decreto legislativo di recepimento delle nuove direttive che potrebbe essere in Gazzetta entro il prossimo anno

Soluzioni le sue che sembrano in linea con le direttive europee sull’economia circolare, ma anche con la strategia sulla bioeconomia, da poco aggiornata dall’UE. Altri propongono invece soluzioni differenti, espresse a più riprese in alcuni articoli del Sole 24 ore, che sembrano spingere verso l’incenerimento dei rifiuti. Cosa ne pensa? 

Senza una gestione circolare dei rifiuti non si interrompe il modello lineare dell’economia e non si avvia un suo cambiamento. Se si continua a pensare alla discarica e agli inceneritori come soluzione della gestione dei rifiuti, il modello non cambia. Lo smaltimento in discarica invece può e deve essere quasi azzerato (come già avviene in Germania) e l’incenerimento dovrebbe essere fatto solo al servizio del riciclo, per quelle quote di rifiuti che residuano dai processi di riciclo e che non sono ulteriormente riciclabili. Ovviamente questo è il modello circolare di riferimento, per arrivarci c’è da gestire una fase transitoria. Ma mai questa fase transitoria dovrebbe essere invocata per tornare indietro, all’incenerimento di massa, a grandi quantità di rifiuti urbani inceneriti come soluzione finale, ma solo guardando avanti nell’attuazione delle priorità e degli obiettivi della gestione circolare dei rifiuti.

Ci può anticipare qualcosa sui messaggi con i quali aprirà i lavori degli Stati Generali della Green Economy ad Ecomondo?

Il primo messaggio, rivolto al nuovo Parlamento e al nuovo Governo, conterrà le sette proposte  prioritarie della green economy italiana, elaborate con un dibattito partecipato e approvate dal Consiglio nazionale della green economy formato da ben 66 organizzazioni di imprese. Il secondo è quello principale della Relazione sullo stato della green economy del 2018 che sarà presentata, anche quest’anno, agli Stati generali e focalizzerà l’attenzione a non sottovalutare i potenziali di nuovo sviluppo e di nuova occupazione delle green economy italiana, investendo in dieci misure fattibili, utili e ben individuate.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

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Incentivi biometano: le aziende agricole e zootecniche chiedono il decreto

Agrocepi chiede che il Governo mantenga le promesse: servono regole e incentivi certi al biometano per raggiungere i target europeibiometano-aziende-agricole-zootecniche-chiedono-decreto-incentivi

Agrocepi chiede che il Governo mantenga le promesse: servono incentivi certi al biometano per raggiungere i target europei. Le promesse del Governo sul decreto interministeriale sugli incentivi per il biometano prodotto dalle aziende agricole e zootecniche devono diventare realtà, prima possibile. Lo chiede Agrocepi, Federazione Nazionale Agroalimentare che fa capo a CEPI (Confederazione Europea Piccole Imprese). Gli obiettivi europei prevedono che, entro il 2020 (che è alle porte), il biometano rappresenti almeno il 10% del totale dei carburanti utilizzati nel nostro paese. Che, in pratica, vuol dire che l’Italia dovrà produrre almeno 1,1 miliardi di metri cubi di biometano da fonte agricola e zootecnica.

Un settore fondamentale per le imprese agricole e zootecniche del nostro Paese – afferma l’associazione – è in attesa di una risposta non più procrastinabile. E’ fondamentale che le istituzioni preposte gliela diano al più presto possibile, Agrocepi insiste sull’urgenza di questo provvedimento“. Il Ministero dello Sviluppo economico aveva affermato, nel corso della manifestazione di settore Biogas Italy a febbraio 2017, che il decreto interministeriale sugli incentivi al biometano sarebbe arrivato probabilmente entro l’estate.

L’estate si avvicina e non vi è ancora traccia del decreto interministeriale sul biometano. Ma le imprese agricole e zootecniche hanno bisogno di certezze“, ribadisce #Agrocepi. Oltre agli incentivi il decreto dovrebbe portare alla possibilità, per le aziende produttrici di biometano, di immettere il carburante direttamente nella rete nazionale del gas (previa depurazione).

Ciò vuol dire, per le imprese, fare investimenti per il futuro e, di conseguenza, servono certezze sul quadro economico e normativo da qui ai prossimi anni: “Viviamo una fase nella quale le imprese agro zootecniche hanno bisogno di maggiori certezze dal punto di vista normativo e delle incentivazioni – afferma il responsabile del Dipartimento agro energie di Agrocepi, Francesco Cicalese – perché stanno programmando i loro investimenti, anche quelli energetici, e sarebbe auspicabile una definitiva approvazione del decreto interministeriale sulle incentivazioni alla produzione di biometano, per consentire scelte aziendali libere e non frutto dell’incertezza“.

Secondo Agrocepi il potenziale di crescita del biometano italiano può arrivare in breve tempo anche oltre gli obiettivi europei, raggiungendo il 15% del fabbisogno nazionale di gas naturale. Gli investimenti sono già iniziati: 4 miliardi di euro sono stati spesi negli ultimi anni per creare 1.200 impianti di produzione del biogas, con una ricaduta occupazionale pari a circa 12 mila nuovi posti di lavoro. Con queste premesse, e col giusto decreto, l’Italia può produrre in casa a partire dagli scarti agricoli e zootecnici una bella fetta del metano che consuma. I consumi di metano, inoltre, nei prossimi anni cresceranno in Italia e in tutta Europa in conseguenza della maggior diffusione, prevista anche dall’Unione Petrolifera, dei veicoli alimentati a metano.

Credit Foto: Flickr

Fonte:ecoblog.it

 

Raee, in Italia il decreto ‘uno contro zero’ è ancora poco conosciuto

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La notorietà del decreto uno contro zero al Nord Ovest è ancora piuttosto contenuta (18%) in linea con le percentuali nazionali. Nelle Isole, invece, la conoscenza sale al 23%. Tra i canali di informazione emergono i media e le catene distributive

Nell’ambito del seminario “Gli Italiani e i RAEE: dall’uno contro uno all’uno contro zero”, tenutosi presso la Casa dell’Ambiente a Torino è stata presentata la ricerca realizzata da Ipsos Italia per Ecodom e Cittadinanzattiva sui comportamenti degli italiani nella gestione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), con un focus sul Piemonte e su Torino.

Al centro dell’indagine, condotta attraverso 2.121 interviste su un campione stratificato e casuale, rappresentativo dei cittadini maggiorenni residenti in Italia e selezionato in base a quote per genere, età, area geografica, e ampiezza dei centri abitati, il legame tra questi comportamenti e la conoscenza dei decreti che regolano in Italia il conferimento di RAEE.

Questa attività è normata dal decreto “uno contro uno”, che da giugno 2010 obbliga i venditori di prodotti elettrici ed elettronici al ritiro gratuito dell’apparecchiatura dismessa a fronte dell’acquisto di un nuovo prodotto equivalente, e dal nuovo decreto “uno contro zero”, che da aprile 2016 prevede la consegna gratuita dei RAEE di piccole dimensioni (inferiori a 25 cm) presso i punti vendita con superficie superiore a 400 mq (il servizio è facoltativo per i negozi più piccoli) senza alcun obbligo di acquisto.

Dopo l’introduzione di Alessio Terzi, Segretario regionale di Cittadinanzattiva Piemonte e i saluti del Direttore Generale di Ecodom Giorgio Arienti, Gabriella Scarcella, Research Director di Ipsos Public Affairs, ha illustrato i risultati dell’indagine. Presenti alla tavola rotonda, moderata da Mauro Bidoni, vice Segretario regionale di Cittadinanzattiva Piemonte, Stefania Giannuzzi, Assessore all’Ambiente del Comune di Torino, Dario Padovan, Sociologo del Dipartimento CPS dell’Università degli Studi di Torino, Marco Piumetti, del Dipartimento di Scienza applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino, e Lorenzo Bagnacani, Presidente di AMIAT.

LA NOTORIETÀ DEI RAEE E IL LIVELLO DI RISCHIO PERCEPITO

A Torino la notorietà dei RAEE risulta tra le migliori d’Italia, seppur sempre su livelli piuttosto bassi: il 37% degli intervistati non li conosce affatto, contro il 42% della media nazionale. Solo il 13% conosce bene questa tipologia di rifiuti, mentre il 50% superficialmente.

Il 48% del campione considera il livello di pericolosità dei RAEE elevatissimo. A Torino la percezione sul grado di rischio di questi rifiuti è legata alle conseguenze dannose che il mancato trattamento può avere sul suolo, sull’aria e sull’acqua (85%), alla presenza di sostanze inquinanti contenute in alcuni componenti (51%) e al fatto che questi apparecchi non siano biodegradabili (60%).

CHI HA LA RESPONSABILITÀ DEGLI SCARSI RISULTATI DI RACCOLTA

Rispetto alla precedente indagine effettuata da Ipsos per Ecodom nel 2011, i cittadini italiani riconoscono di avere le principali responsabilità degli scarsi risultati di raccolta dei RAEE (in media il 35%). Nell’attribuzione di responsabilità seguono le amministrazioni pubbliche (30%): un valore in sensibile calo rispetto al 2011 (39%), che però nelle Isole arriva a quota 37%. Chiamato in causa anche il canale distributivo (13%), seguito dai produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (11%).

NOTORIETÀ DELLA NORMATIVA SUI RAEE: DECRETO UNO CONTRO UNO E UNO CONTRO ZERO

A Torino la conoscenza del decreto uno contro uno risulta tra le più diffuse d’Italia: mentre a livello nazionale il 30% del campione dichiara di conoscerlo in modo approfondito (+13% rispetto al 2011) e il 44% di non conoscerlo ancora, nella città piemontese la percentuale di coloro che conoscono questa modalità di dismissione è del 32%, mentre il 43% ne è ancora all’oscuro. In Italia è stato il 42% degli intervistati a conoscenza dell’uno contro uno a fruire del servizio (in media 2,6 volte). Al Nord Ovest, invece, il 44% dichiara di essersene avvalso (in media 2,4 volte).

La notorietà del decreto uno contro zero al Nord Ovest è ancora piuttosto contenuta (18%), probabilmente anche per la sua recente introduzione (aprile 2016), in linea con le percentuali nazionali. Nelle Isole, invece, la conoscenza sale al 23%. Tra i canali di informazione emergono i media, come quotidiani (24%) e TV (20%), e le catene distributive (20%).

LE POTENZIALITÀ DEL DECRETO UNO CONTRO ZERO NELL’AUMENTO DELLA RACCOLTA

Secondo gli intervistati, il decreto potrà contribuire in modo significativo all’aumento della raccolta dei RAEE. Le principali motivazioni indicate a livello nazionale sono la semplificazione del conferimento per i consumatori, anche in termini di convenienza, e le potenzialità per quanto riguarda l’informazione e sensibilizzazione dei cittadini, promuovendo comportamenti virtuosi. Anche la possibilità di diventare stimolo per il canale distributivo viene indicata come punto di forza del decreto, in particolare al Centro-Sud.

I DATI ECODOM IN PIEMONTE

In Piemonte il Consorzio ha gestito nel 2016 circa 7.900 tonnellate di RAEE. I maggiori quantitativi sono quelli del Raggruppamento R2 con 4.800 tonnellate di RAEE nei 198 Centri di Raccolta attribuiti (per una popolazione di 2.922.793 abitanti), pari a 1,61 kg/ab. Il Raggruppamento R1 ha invece totalizzato quasi 3.100 tonnellate gestite nei 163 Centri di Raccolta (corrispondenti a una popolazione servita di 2.469.491 abitanti) attribuiti a Ecodom dal Centro di Coordinamento RAEE, pari a 1,23 kg/ab. Nel 2016 le attività di gestione dei RAEE da parte di Ecodom in Piemonte hanno permesso di evitare l’immissione in atmosfera di 72.000 tonnellate di CO2 e il risparmio di 8.400.000 kWh di energia, con il recupero di 4.740.000 kg di ferro, 160.000 kg di alluminio, 145.000 kg di rame e 765.000 kg di plastica.

La ricerca di Ipsos Italia ha evidenziato che in Piemonte e nella città di Torino – dichiara Giorgio Arienti, Direttore Generale Ecodomla conoscenza dei RAEE, così come quella del decreto ‘uno contro uno’, è tra le più diffuse a livello nazionale ma la percentuale di coloro che non conoscono o conoscono solo superficialmente i Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche resta ancora alta. Il servizio di ritiro gratuito dei piccoli RAEE da parte dei negozianti previsto dal decreto ‘uno contro zero’ è, invece, pressochè sconosciuto: sarà quindi importante promuovere questa importante modalità di dismissione dei RAEE per incentivarne il corretto conferimento”.

La nostra organizzazione – afferma Alessio Terzi, Segretario Regionale di Cittadinanzattiva Piemonte – vuole favorire un nuovo approccio dei cittadini nella fruizione dei servizi pubblici locali, che preveda un pieno e consapevole coinvolgimento, per la tutela dei loro diritti e la cura dei beni comuni. Proprio per questo abbiamo ad esempio realizzato, sempre in collaborazione con Ecodom, la guida ‘Rifiuti elettrici ed elettronici: come fare?’. A fare la differenza sono anche la capacità degli amministratori di implementare nei territori politiche nazionali e obiettivi europei, gli investimenti in infrastrutture dedicate, a partire da una più capillare presenza di specifici centri di raccolta, così come la capacità di fare rete tra i vari soggetti della filiera direttamente interessati – produttori, distributori, consorzi, etc. – con le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni civiche”.

(foto wired.it)

Fonte: ecodallecitta.it

Compostaggio di comunità: semplificate le procedure autorizzative. Il decreto in Gazzetta Ufficiale

Entra in vigore il 10 marzo il regolamento che semplifica la procedura per avviare un’attività di compostaggio collettivo in cui solo le utenze registrate potranno conferire i propri rifiuti organici.387099_1

Con il compostaggio collettivo o di comunità due o più utenze domestiche o non domestiche possono dare vita ad un organismo collettivo – condominio, associazione, consorzio, società o altre forme associative di diritto privato – per conferire nella medesima struttura i propri rifiuti organici e usare il compost prodotto. In base al decreto ministeriale n. 266/2016, appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, dal 10 marzo le procedure per avviare un’attività di compostaggio collettiva saranno più semplici. Basterà inviare al Comune di competenza un modulo (Allegato 1 al D.M.) con la segnalazione certificata di inizio attività, contenente il regolamento sull’organizzazione dell’attività di compostaggio che sarà vincolante per le utenze dell’organismo collettivo, le uniche tenute a conferire i loro rifiuti organici nella struttura creata appositamente. Provvederà poi il Comune a darne comunicazione all’azienda che gestisce i rifiuti e sarà sempre il Comune a trasmettere agli organi competenti i dati ricevuti dal legale rappresentante dell’organismo collettivo sulle quantità dei rifiuti conferiti, sul compost prodotto, sugli scarti e sul compost che non rispetta le caratteristiche dettate dalla norma. Questi dati saranno utili non solo per calcolare la riduzione della tassa rifiuti ma anche per calcolare le percentuali di riciclaggio dei rifiuti urbani pubblicate ogni anno dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione dell’Ambiente). Il compostaggio di comunità era stato introdotto con la Legge n. 221/2015 (conosciuta come legge “Green economy”) sia per ridurre la produzione di rifiuti organici, e gli impatti sull’ambiente dovuti alla gestione dei rifiuti stessi, sia per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo comunitario di riciclaggio del 50% dei rifiuti urbani. La stessa norma del 2015 ha modificato il D.Lgs. n. 152/2006 aggiungendo all’art. 180 il comma 1 octies che affida “al Ministero dell’ambiente, alle regioni e ai comuni, il compito di incentivare le pratiche di compostaggio di rifiuti organici effettuate sul luogo stesso di produzione, come l’autocompostaggio e il compostaggio di comunità”.

Ma è con il Decreto Ministeriale n. 266/2016, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 23 febbraio, che finalmente si stabiliscono gli attesi criteri operativi e le procedure autorizzative semplificate per l’attività di compostaggio di comunità di quantità non superiori a 130  tonnellate  annue. Per le attività di capacità complessiva inferiore a una tonnellata, il decreto prevede una procedura ulteriormente semplificata (art. 10 e Allegato 1B). Sono invece esclusi dall’applicazione del decreto le attività di compostaggio di comunità con capacità di trattamento complessiva superiore a 130 tonnellate annue e gli impianti di compostaggio aerobico di rifiuti biodegradabili derivanti da attività vivaistiche o da cucine, mense, mercati, giardini o parchi, con capacità di trattamento non eccedente 80 tonnellate annue, che sono destinati esclusivamente al trattamento di rifiuti raccolti nel comune dove questi rifiuti sono prodotti e nei comuni confinanti che hanno stipulato una convenzione per la gestione congiunta del servizio. Il regolamento sull’organizzazione dell’attività di compostaggio (l’Allegato 2 individua il contenuto minimo del regolamento) dovrà indicare anche i rifiuti biodegradabili e i materiali ammessi (elencati nel’’Allegato 3) e tra questi ci sono quelli provenienti dalle cucine e dalle mense, da giardini e parchi, segatura, trucioli e legno se non trattati carta e cartone se non contengono inchiostro. Se a seguito delle ispezioni previste emergessero violazioni delle disposizioni del decreto, per esempio quantità e qualità del compost, il Comune può impartire opportune prescrizioni mentre il responsabile può diffidare l’utente che non si attiene al regolamento e chiedere lo stralcio dell’utenza se non si adegua. Segnalare eventuali difformità e inadempienze rientra nei compiti del conduttore dell’apparecchiatura. Figura fondamentale e competente che si occupa del funzionamento dell’apparecchiatura, vigila sulla provenienza dei rifiuti (esclusivamente dagli utenti dell’organismo collettivo) sulla tipologia degli stessi e provvede al corretto bilanciamento tra rifiuti organici e strutturante e ovviamente al rilascio del compost prodotto alle utenze secondo il piano di utilizzo. Tra i vantaggi derivanti dal compostaggio di comunità c’è certamente la riduzione dei rifiuti urbani, la possibilità di auto produrre il compost e l’opportunità di ridurre la tassa sui rifiuti come premialità per l’impegno e le buone pratiche messe in atto. Ma non è tutto. Il Consiglio di Stato nell’esprimere parere favorevole allo schema di decreto sul compostaggio di comunità, con alcune osservazioni, sottolineava tra i vantaggi della corretta gestione della frazione organica dei rifiuti urbani anche la diminuzione delle emissioni di gas serra, l’incremento della fertilità dei suoli, il contrasto all’erosione e alla desertificazioni, la tutela dei corpi idrici e l’incremento della sensibilità ambientale collettiva.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

Spalma incentivi, assoRinnovabili: «La mancanza del decreto attuativo è un nuovo schiaffo al fotovoltaico»

Il decreto attuativo del cosiddetto provvedimento spalma rinnovabili era atteso entro il 1° ottobre 2014, ma non è ancora stato emanato. Il testo è indispensabile per fissare le percentuali di rimodulazione dell’incentivo al fotovoltaico.impiantoFV-capannone_5

Era atteso entro il 1° ottobre 2014, ma ad oggi non si ha ancora notizia del decreto attuativo che avrebbe dovuto disciplinare le percentuali di rimodulazione dell’incentivo, previste dall'”opzione b”, una delle tre contenute nella contestata norma Spalma Incentivi.  «Oltre al danno, la beffa: oggi chi ha un impianto fotovoltaico di potenza superiore a 200 kW in Italia non solo si è visto decurtare l’incentivo retroattivamente, ma si trova pure nella condizione di non poter scegliere la modalità con cui gli sarà ridotta la tariffa, perché la disciplina attuativa di una delle tre opzioni non esiste ancora. Il tutto a meno di 50 giorni dal termine ultimo, fissato dal Legislatore perentoriamente al 30 novembre, per comunicare al GSE l’opzione di riduzione tra quelle previste dalla norma – commenta Agostino Re Rebaudengo, Presidente di assoRinnovabili – L’operatore si trova così, di fatto, vincolato alla scadenza, ma nell’impossibilità reale di effettuare una scelta consapevole, fintanto che il Ministero non adotterà il decreto». Una situazione insostenibile ed inaccettabile per assoRinnovabili, che ha scritto al Ministero dello Sviluppo Economico per sollecitare l’uscita di tale decreto, esigendo una proroga del termine del 30 novembre di almeno tanti giorni quanti saranno quelli di ritardo accumulato dalla mancata adozione del provvedimento, cosi da tutelare i produttori, garantendo un tempo sufficiente per valutare quale opzione sia la più idonea (o meglio la meno pregiudizievole) per ciascun impianto. «Riducendo i tempi, il Ministero sembra non voler tener conto della complessità della scelta cui va incontro l’operatore – commenta l’associazione – oltre alla valutazione dell’impatto economico e finanziario delle singole opzioni, infatti, la scelta finale del produttore dovrà poi essere condivisa e approvata dagli organi decisionali dei principali istituti bancari».
assoRinnovabili sottolinea inoltre «il totale silenzio da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze sul decreto che dovrebbe disciplinare l’accesso ai finanziamenti bancari garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, che permetterebbero agli operatori di mitigare gli effetti del taglio». L’associazione conferma quindi la volontà di intraprendere azioni legali contro la norma spalma incentivi, al fine di «dimostrare l’incostituzionalità del provvedimento e garantire il principio di certezza del diritto e di affidamento delle imprese verso lo Stato». Per questo motivo, in attesa che si sblocchi l’impasse, l’associazione manterrà ancora aperta la possibilità per gli operatori di unirsi all’azione legale contro il decreto, che vede già l’adesione di numerose di imprese.

Leggi come aderire al ricorso promosso da assoRinnovabili.

Fonte: ecodallecitta.it

Lo spalma-incentivi è legge: decreto taglia-bollette in Gazzetta Ufficiale

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che introduce una rimodulazione degli incentivi per gli impianti fotovoltaici superiori a 200 kWp. Confermati i contenuti del provvedimento. Le proteste di assoRinnovabili379632

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DL 91/2014, il cosiddetto decreto legge taglia-bollette che contiene anche il provvedimento spalma incentivi. È legge, dunque, la contestata rimodulazione degli incentivi per gli impianti fotovoltaici di potenza superiore ai 200 kWp: a partire dal 1 gennaio 2015 gli incentivi per questa categoria di impianti saranno erogati per 24 anni invece che per 20 (la durata attuale, ndr), senza interessi e con una riduzione delle tariffe.

Il taglio, in particolare, varia a seconda della durata residua degli incentivi stessi ed è specificato in un allegato al decreto:

– 12 anni residui (per arrivare a 20): riduzione incentivo pari al 25%

– 13 anni residui: riduzione incentivo pari al 24%

– 14 anni residui: riduzione incentivo pari al 22%

– 15 anni residui: riduzione incentivo pari al 21%

– 16 anni residui: riduzione incentivo pari al 20%

– 17 anni residui: riduzione incentivo pari al 19%

– 18 anni residui: riduzione incentivo pari al 18%

– oltre 19 anni residui: riduzione incentivo pari al 17%
Confermate anche, almeno nella sostanza, le altre anticipazioni sul testo dei giorni scorsi. La rimodulazione del finanziamento sarà opzionale, ma chi non aderirà alla rimodulazione vedrà ridursi dell’8% la tariffa riconosciuta al 25 giugno 2014 (data di entrata in vigore del DL 91/2014), per la durata residua del periodo di incentivazione, con decorrenza dal 1 gennaio 2015. La scelta dovrà essere comunicata al GSE entro il 30 novembre 2014.
Per i titolari di impianto che decideranno di allungare la durata degli incentivi, invece, è prevista la possibilità di un sostegno creditizio da parte della Cassa Depositi e Prestiti, per un importo massimo pari alla differenza tra l’incentivo già spettante al 31 dicembre 2014 e l’incentivo “rimodulato”.
Novità in arrivo, inoltre, anche per gli impianti fotovoltaici non incentivati ma basati sull’autoconsumo dell’elettricità prodotta: in base al nuovo DL, si pagherà il 5% degli oneri generali di sistema su tutta l’energia elettrica consumata in SEU e reti private. Prevista infine una semplificazione degli iter autorizzativi, che dovrebbe riguardare, oltre ai piccoli impianti rinnovabili (fotovoltaico, e biometano), e per gli interventi di efficientamento energetico.
Sparito, infine, lo stop agli incentivi per le centrali elettriche a olio combustibile.

L’obiettivo del decreto è quello di ridurre del 10% la bolletta elettrica delle PMI italiane. I beneficiari dei tagli, in particolare, saranno 110.000 utenti collegati in Media Tensione e altri 600.000 collegati in Bassa Tensione con potenza impegnata superiore ai 16,5 kW.  Per quanto già in vigore, il decreto potrà ancora subire modifiche in Parlamento durante la conversione in legge, che deve avvenire entro 60 giorni.  Immediata la reazione di assoRinnovabili, tra i più attivi detrattori del provvedimento. L’associazione ha già annunciato di essersi appellata al Commissario UE per l’Energia Günther Oettinger per chiedergli un intervento. «Constatiamo con amarezza che, nonostante il parere sull’incostituzionalità della norma fornito dal Presidente Emerito della Corte Costituzionale Onida, la nostra richiesta al Presidente della Repubblica di rinviare il decreto legge al Governo per eliminare lo spalma incentivi non è stata accolta – commenta il presidente Agostino Re rebaudengo – Confidiamo pertanto che l’Europa possa valutare la possibilità di indirizzare al Governo e al Parlamento Italiano un invito a riconsiderare la questione».
Anche Legambiente ha espresso forti dubbi sul provvedimento, rivolgendo direttamente al premier Renzi alcune domande: «”Perché non si tolgono i limiti allo scambio sul posto per l’energia prodotta da fonti rinnovabili? Perché il Governo non interviene sull’Authority che continua a rinviare la nuova normativa sui Riu che servirebbe alle imprese piccole e medie che vogliono investire nelle fonti rinnovabili?»

(Foto Ecologiae.com)

 

Fonte: ecodallecittà.it

Ambiente Protetto, il decreto autorizza gli impianti a biogas con VIA postuma

#Ambiente protetto è il decreto legge è in vigore da oggi e tra le misure anche l’approvazione della VIA postuma agli impianti a biogas

#Ambienteproptetto è il decreto entrato in vigore oggi dopo essere stato cambiato in corso d’opera innumerevoli volte. Alla fine in questo provvedimento, al solito, ci si è infilato un po’ di tutto incluso le autorizzazioni postume alle VIA, ossia le Valutazioni di impatto ambientale, per gli impianti a biogas.

Il ministro Galletti ha così commentato:

Con questo pacchetto di misure vogliamo rendere più efficiente l’intero sistema ambientale, su cui è fondamentale investire per il rilancio del Paese. Lo facciamo con norme che servono a fermare gli scempi compiuti sul territorio nazionale alle spalle dei cittadini e con misure immediatamente operative per difendere il nostro ecosistema, risparmiare soldi e velocizzare le procedure senza recedere di un millimetro sulla tutela dell’Ambiente. Bisogna ‘correre’ verso un’Italia più sicura e sostenibile sotto il profilo ambientale: questo decreto fornisce gli strumenti giusti.

Il fatto è che nell’insieme di tutti i provvedimenti si autorizzano anche gli impianti a biogas che non sembrano essere impianti ecologici e sostenibili: spesso sono impianti da 999 kW che non producono energia sufficiente, bruciano tanto e incassano moltissimi incentivi.Germany Invests In Renewable Energy Sources

Giovanni Favia ex pentastellato e ora con Laboratorio Bologna, consigliere regionale in Emilia Romagna è intervenuto pesantemente in polemica con il CIB– Consorzio italiano biogas- a proposito dell’eccesso di aflatossine riscontrate nel parmigiano Reggiano, fatto che ha dato vita a un inchiesta condotta dai NAS di Parma e al sequestro di 2440 forme di formaggio.

Sostanzialmente, ricostruisce Favia, il formaggio simbolo del Made in Italy risulta contaminato da aflatossine a causa del latte proveniente da mucche alimentate con foraggi raccolti in terreni su cui era stata applicata la cura del digestato. Il digestato è un materiale derivato dalla digestione di sostanze organiche. Cosa è successo dunque? Come scrive sgonfia il biogas:

Tutto deriva dall’operazione di commercializzazione del mais contaminato da aflatossine attuata nel 2012 grazie all”interessamento’ molto irrituale dagli assessori all’agricoltura di Lombardia, Veneto, ed Emilia-Romagna. L’operazione che ha portato il mais contaminato dai magazzini ai biodigestori è stata probabilmente un passo falso senza basi legali. In ogni caso ha rappresentato un palese caso di ‘smaltimento’ di alimenti contaminati – che avrebbero dovuto uscire dal circuito alimentare – nelle centrali a biogas. D’ora in avanti comitati, cittadini, comuni sanno che le biogas sono un potenziale canale di smaltimento di ‘porcherie’. Ci si dovrebbe chiedere che cosa è stato poi dei digestati delle centrali che hanno utilizzato il mais contaminato. Per quanto i biogassisti sostengano che durante la digestione anaerobica le aflatossine sono degradate, essi (e i loro accoliti) omettono di ricordare che questa degradazione è solo parziale e che nel digestato le aflatossine ci sono ancora, eccome.

Giovanni Favia dunque è intervenuto beccandosi la minaccia di querela da parte del CIB. Nelle Marche con questo decreto hanno ottenuto la VIA, la Valutazione di impatto ambientale, che si presenta prima della costruzione di un impianto e non si ottiene dopo che lo stesso sia entrato in esercizio, circa 40 impianti a biogas. A evidenziare la situazione Patrizia Terzoni (M5S) che in una lettera inviata alla stampa scrive:

Da parlamentare marchigiana, conoscendo la situazione alquanto burrascosa che va avanti da tantissimo tempo sul mio territorio, ho fatto una risoluzione in Commissione Ambiente a carattere Nazionale, partendo appunto dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato la Legge regionale n.3 della Regione Marche. Nella nostra risoluzione chiedevamo l’applicazione dell’articolo 120 della costituzione proprio per i problemi che tempo fa avevamo intravisto sulla mal applicazione della VIA (valutazione di impatto ambientale) di alcune Regioni. E con gli ultimi fatti successi nelle Marche viene confermata il nostro dubbio e la necessita di un intervento del Governo. Questa risoluzione ha avuto un percorso particolare in quanto è da ottobre che è iniziata la discussione, con continui pareri contrari del Governo e quindi rimandiamo sempre la votazione finale. Ma la cosa buffa è la risposta del Governo, che non dice che è sbagliata, ma che è“>complicata l’applicazione dell’articolo 120 quindi il parere è contrario.

La scappatoia dunque è stata trovata.

Fonte:  Pontiniaecologiasgonfia il biogas

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“Decreto Imu-Bankitalia: incostituzionale la legge di conversione”

Le modalità con cui il decreto Imu-Bankitalia è stato convertito in legge e il merito del decreto stesso sono stati oggetto di feroci polemiche. Ora a intervenire è Ferdinando Imposimato, 77 anni, magistrato con un passato da parlamentare.banca_d_italia

Ferdinando Imposimato, 77 anni, magistrato di lungo corso e un passato anche da parlamentare, non è certo un militante dei 5 Stelle, quindi la sua critica alla recente conversione in legge del decreto Imu-Bankitalia non si può certo leggere come una “professione di militanza”. Il suo è un giudizio preciso, duro e rigoroso. “La legge di conversione del decreto legge IMU-Bankitalia appare incostituzionale” spiega Imposimato.”Anzitutto vi è stata violazione del diritto dell’opposizione del M5S di svolgere le proprie ragioni opponendosi al provvedimento, secondo le regole della Costituzione e il  regolamento della Camera. La cosiddetta tagliola è incostituzionale, perchè elimina il diritto della opposizione di motivare il suo voto contrario. La opposizione è parte essenziale della democrazia, i cui diritti vanno rispettati. Diversamente siamo in una situazione di regime cioè di dittatura della maggioranza. E stupisce che alcuni dei guardiani della Costituzione tacciano su questo aspetto gravissimo del vero e proprio colpo di mano del Presidente della Camera Laura Boldrini che ha impedito al M5S di motivare la sua opposizione sacrosanta di fronte ad un decreto legge illegittimo, per difetto, almeno in parte, del requisito di necessità e urgenza. Ma illegittimo anche in relazione al diritto dovere di spiegare le ragioni  del no rispetto a un decreto che prevede una spesa enorme e affronta temi gravi e complessi, di cui il popolo ignora il contenuto reale”. “La Presidente della Camera sa che la democrazia non dà tutto il potere a qualcuno, ma lo distribuisce variamente a maggioranza e minoranza, che trapassano l’una nell’altra proprio perché l’alternanza è l’essenza della democrazia e prova della libertà. Nel contesto costituzionale, tirannide della maggioranza è violare, legiferando e governando, i diritti della minoranza, insegna Giovanni Sartori. Per cui la legge di
conversione approvata il 29 gennaio è incostituzionale”. “Inoltre la parte del decreto legge IMU-Bankitalia che riguarda la cosiddetta ricapitalizzazione di Bankitalia per 7.5 miliardi di euro si tradurrà nel finanziamento illecito, attraverso Bankitalia, di istituti di credito in crisi, cioè in una donazione di enormi somme di denaro alle banche azioniste che controllano Bankitalia. Che sono Intesa San Paolo (42%), Unicredit (22,11%), MPS (4,60%), INPS (5.00 %), Carige ( 4,03%) e altre banche . Questa parte del decreto, che riguarda Bankitalia, sembra del  tutto estranea alla parte sull’ IMU, che è imposta sulla prima casa, per la quale poteva essere giustificata la situazione straordinaria di necessità e urgenza ex articolo 77 secondo comma della Costituzione. La verità è che l’Italia con 1,7 trilioni di euro di debito versa in uno stato di disperazione. E se fino ad oggi la BCE ha comprato titoli italiani alleggerendo la pressione sul debito, per l’avvenire la BCE non potrà  più continuare a comperare i titoli. I soldi le banche li hanno ottenuti attraverso il decreto IMU-Bankitalia a spese dei cittadini su cui graverà il costo finale di questa operazione. Si tratta di un decreto che vuole cose diverse da quelle che dice: apparentemente ricapitalizzare Bankitalia, che dovrebbe essere patrimonio degli italiani, invece vuole finanziare le banche in crisi, ex banche pubbliche divenute private, che controllano Bankitalia, di cui sono proprietarie”.
“Questo è il problema. Che fare? La prima cosa è che il Presidente della Repubblica ai sensi dell’articolo 74 della Costituzione, prima di promulgare la legge di conversione, chieda con messaggio motivato alle Camere, una nuova deliberazione e, come ha già rilevato in relazione al decreto milleproroghe, chieda lo stralcio dei due provvedimenti . Ma questo è il primo passo da compiere, a mio modesto avviso. Poi in sede di applicazione del decreto IMU, si potrà eccepire davanti al giudice la incostituzionalità della legge di conversione. Purtroppo i cittadini non possono adire direttamente la Corte Costituzionale”.

Ferdinando Imposimato (1936) è magistrato, politico e avvocato; presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. Si è occupato della lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo; è stato giudice istruttore in alcuni dei più importanti casi di terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro del 1978. Attualmente si occupa della difesa dei diritti umani.

 

Fonte: il cambiamento

Incentivi alle rinnovabili, le novità previste dal decreto Fare bis

La bozza del provvedimento prevede novità in materia di ritiro dedicato e prezzo minimo garantito, che sarebbe abolito. Cambiamenti che non piacciono all’associazione Assorinnovabili376412

Non piace molto, all’associazione Assorinnovabili, la bozza del cosiddetto Decreto Fare bis che circola da qualche giorno e che, al netto della crisi di Governo in atto, dovrebbe introdurre delle modifiche al sistema di incentivi per le rinnovabili. Prima di tutto, la bozza (vedi allegato) prevede l’eliminazione del prezzo minimo garantito, pagato al produttore nel momento in cui immette l’energia elettrica nella rete. Questo, infatti, dovrebbe essere sostituito con il prezzo di mercato, spesso inferiore. Novità anche in materia di ritiro dedicato, che al momento prevede che, su richiesta del produttore, l’energia rinnovabile prodotta venga ritirata dal Gse (Gestore dei servizi energetici) a un prezzo fissato dall’Aeeg (Autorità per l’energia elettrica e il gas). Attualmente, inoltre, per produzioni relative a impianti di potenza non superiore a 1 MW e fino a un limite di produzione di 2000 MWh annui, il prezzo di ritiro è superiore ai prezzi di mercato. Secondo lo schema di Decreto del Fare bis, invece, per gli impianti a fonti rinnovabili incentivati con questo meccanismo il prezzo di ritiro dovrebbe essere pari al prezzo zonale orario, con una riduzione stimata degli oneri in bolletta di circa 170 milioni di euro all’anno. Secondo Assorinnovabili (leggi il comunicato) le misure previste penalizzerebbero i “pionieri della generazione distribuita”, colpendo in modo retroattivo oltre 10.000 piccoli impianti a fonti rinnovabili. Le novità in cantiere, tra l’altro, non finiscono qui: la bozza di decreto prevede infatti una diversificazione di durata e percentuale degli incentivi per il fotovoltaico, allo scopo di ridurre il loro peso sulla bolletta elettrica. I produttori potranno decidere se continuare a godere degli incentivi già previsti, oppure optare per una diminuzione del sussidio, che durerebbe però sette anni in più. Sempre per limitare l’impatto delle rinnovabili sulla bolletta elettrica degli italiani, infine, la bozza di provvedimento propone di immettere sul mercato delle obbligazioni di durata anche trentennale. L’obiettivo è quello di ottenere in questo modo finanziamenti tali da ridurre del 15-20% il peso degli incentivi sulle tariffe elettriche.

Scarica la bozza del decreto Fare bis [0,55 MB]

Fonte: QualEnergia

 

OGM: “subito decreto o contaminazione inevitabile”

Troppi ritardi nella pubblicazione del decreto contro il mais OGM in Italia firmato il 12 luglio scorso. È quanto denuncia Greenpeace che ha pubblicato ieri un briefing che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais geneticamente modificato della Monsanto.mais__ogm8_

Il decreto interministeriale che vieta la coltivazione di mais OGM in Italia – firmato dopo tanti proclami dai Ministri De Girolamo, Lorenzin e Orlando il 12 luglio scorso – non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale quindi, in pratica, non esiste. Per ricordare al Governo l’urgenza di varare tale provvedimento Greenpeace ha pubblicato ieri il briefing “MON810. Una storia di mais, farfalle e rischi inutili”, che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais OGM della Monsanto. “La firma del decreto doveva segnare la fine di un periodo di incertezza normativa e una riaffermata garanzia di tutela per consumatori e agricoltori. Purtroppo, si sta trasformando in una beffa nei confronti degli italiani – afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace – anche perché nel frattempo i due campi seminati con mais MON810 in Friuli stanno giungendo a fioritura. A quel punto sarà difficile arginare la contaminazione dell’ambiente e delle coltivazioni adiacenti”. Il mais Bt, compreso il MON810, è un rischio evidente per l’ambiente e per i sistemi agricoli, non solo in Italia, ma in tutta Europa. L’adozione di misure d’emergenza per bloccarne la coltivazione nel nostro Paese è solo un primo passo. L’esperienza del mais Bt, e del MON810 in particolare, mostra che troppi “effetti indesiderati” sono stati scoperti dopo che le autorizzazioni sono state concesse. Gli OGM sono un rischio inutile e inaccettabile, non offrono vantaggi significativi a nessuno se non alle aziende che li brevettano. “È incredibile e inaccettabile che, dopo aver traballato a lungo sotto l’evidente incombenza di una potentissima multinazionale straniera, il Governo italiano sia adesso bloccato e non si riesca a far pubblicare il Decreto. Chi vuole tutelare? Gli italiani, rappresentati all’unanimità dai parlamentari di Camera e Senato che hanno chiesto di bloccare la follia degli OGM, o gli interessi della Monsanto? Siamo stanchi di ripeterlo: il decreto interministeriale deve essere pubblicato subito e i due campi in Friuli decontaminati, senza perdere altro tempo”, conclude Ferrario. Il decreto interministeriale concede alle Regioni diciotto mesi di tempo per definire le necessarie misure per assicurare la “coesistenza” tra mais tradizionale e mais OGM. Il briefing diffuso oggi da Greenpeace ricorda i rischi del MON810 e conferma che la “coesistenza” (una chimera che la stessa Commissione Europea sa perfettamente essere irrealizzabile) non può voler dire altro che gli OGM non hanno cittadinanza in un sistema agricolo come quello italiano che punta sulla qualità.

Fonte: il cambiamento