“Si può fare!”, la rete delle buone pratiche

Nasce la rete dei Comuni e dei cittadini “Si può fare!” per la promozione di buone pratiche, la valorizzazione dei beni comuni e una decrescita mirata al miglioramento della qualità della vita.

rete_buone_praticje

La carta d’intenti di “Si può fare!” è stata siglata qualche giorno fa a Padova. Si tratta di una rete tra amministrazioni comunali, associazioni, gruppi, cittadine e cittadini per la promozione di buone pratiche di sostenibilità ambientale e di solidarietà sociale nel territorio veneto. La rete nasce da un’idea semplice, ma impegnativa. «Alla base della società è all’opera una galassia di gruppi, collettivi, associazioni della cittadinanza attiva che quotidianamente intraprendono esperienze di collaborazione, solidarietà, mutualità per far fronte alle innumerevoli esigenze personali, familiari e delle comunità locali – spiegano i promotori – Gruppi di acquisto, banche del tempo, prestazioni volontarie, recupero e manutenzione del patrimonio demaniale, condivisione di beni, servizi e saperi, scambi economici non monetari. E molto altro ancora. D’altra parte le amministrazioni pubbliche locali più accorte hanno l’identico interesse di promuovere una società improntata sulla sostenibilità ecologica e sull’equità sociale. Anche il mondo della ricerca, della scuola e dell’università trova la propria ragion d’essere nell’elaborare percorsi di insegnamento, di sperimentazione e di innovazione capaci di muovere le persone verso un benessere profondo, responsabile, più umano e in armonia con la Terra, nostra “casa comune”. In concreto, Si può fare! si propone di far conoscere le “buone pratiche” che la cittadinanza è riuscita ad attivare, valorizzandole e aiutandole a diffondersi. Allo stesso tempo vuole essere un supporto a quelle amministrazioni comunali che desiderano trovare sistemi di governance il più partecipati possibile. Si può fare! si propone come una rete informale, leggerissima e apertissima, ispirata ai principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica attraverso percorsi di condivisione delle pratiche della decrescita mirate al miglioramento della qualità della vita. Concretamente la rete ha dato avvio ad alcuni gruppi di lavoro: per svolgere una ricognizione (censimento) attraverso contatti e interviste dirette delle buone pratiche esistenti nella regione; per la elaborazione di un “Kit” (manuale) rivolto alle amministratori locali per aiutarle a districarsi nella giungla della “legislazione vigente” che spesso impedisce di avviare esperienze virtuose di buona amministrazione; per la realizzazione di un seminario sulle forme della democrazia locale partecipata; per l’individuazione di un evento che possa coinvolgere in modo unitario tutte le realtà operanti in Veneto».

Fino ad ora hanno dichiarato il loro interesse al progetto sindaci o amministratori locali dei seguenti comuni: Bassano del Grappa (VI), Campolongo Maggiore(VE), Mogliano Veneto (TV), Cinto Caomaggiore (VE), Feltre (BL), Marano Vicentino (VI), Mira (VE), Ponte San Nicolò (PD), Roncade (TV) e la Municipalità di Marghera (VE).

Le associazioni che hanno dimostrato il loro interesse sono: Aeres – Venezia, Arcipelago SCEC Veneto, ASPO – Associazione per il picco del petrolio, Associazione per la Decrescita – Nodo Triveneto, Centro di iniziativa politico culturale “Romano Carotti”, Contratto di Fiume Meolo-Vallio-Musestre, Cooperativa Retenergie – Nodo Veneto, Democrazia locale, Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”, Eddyburg – Altro Veneto, Istituto Nazionale di Bioarchitettura – Venezia, Italia che Cambia, Legambiente – Veneto, Libera – Veneto, MAG – Verona, Mestre in Transizione, Movimento dei consumatori, Movimento per la Decrescita felice di Venezia e Padova, Rete di Economia Solidale

Verona, WWOOF Italia.

Info: sipuofareveneto@gmail.com

 

Fonte: ilcambiamento.it

Borgofuturo, Latouche: “Da Papa Francesco un grande aiuto alla decrescita”

papa-francesco-in-bolivia-non-siamo-persone-isolate

C’è anche Serge Latouche, il principale teorico della decrescita, a Borgofuturo, il festival della sostenibilità che si tiene a Ripe di San Ginesio nelle Marche. Giunto alla quarta edizione, la manifestazione marchigiana è quanto di più lontano si può immaginare dalle astrazioni della finanza e dai dibattiti sul debito che sono i topic di questi giorni. Per Latouche si tratta di un momento particolare, poiché Papa Bergoglio, con la sua enciclica Laudato Si’ si è fatto importante cassa di risonanza dell’idea decrescitista:

Fortunatamente siamo stati aiutati in un modo che non avevamo previsto dal Papa. Non solo ha utilizzato, non nel senso del progetto della decrescita, questa parola proibita ma ha anche dato un’analisi forte, dicendo che dobbiamo cambiare di paradigma, ma quale paradigma? Quello dell’economia. Intanto a Ripe San Ginesio, Slow Food Youth Network ha lanciato Terra Madre Giovani che porterà a Milano 2000 giovani piccoli agricoltori e pescatori da tutto il mondo, un meeting dal qual e dovrebbe nascere un nuovo manifesto del vivere, produrre e mangiare sostenibile. Ma a Borgofuturo si parla anche di mobilità del futuro, fra car sharing, car pooling, vetture ibride ed elettriche e dell’anacronismo del PIL, un indice che misura l’aumento della spesa, ma non certo quello del benessere.

Fonte:  Askanews

Foto | Davide Mazzocco

Decrescita, beni comuni, ecologia: l’Enciclica di Papa Francesco segna una svolta storica?

È stata pubblicata ieri Laudato Si’, la seconda enciclica di Papa Francesco. Sin da subito il documento ha suscitato grande scalpore, poiché si occupa in maniera diretta e puntuale di questioni legate all’ambiente, alla decrescita, all’economia e allo sviluppo tecnologico. Contenuti decisamente inaspettati, che Francesco I introduce chiamando in causa suoi predecessori come Paolo VI, Giovanni XXIII e, riferendosi agli attacchi alle oligarchie economiche, Benedetto XVI. E, naturalmente, il downshifter ed ecologista ante litteram San Francesco d’Assisi.

Papa-Francesco

Bergoglio parla esplicitamente di bene comune, della chimica in agricoltura, del riscaldamento globale – che imputa senza mezzi termini all’intervento umano –, della biodiversità minacciata dalle monocolture, della finanza che soffoca l’economia reale. Tocca da vicino questioni come la necessità di ridurre gli scarti e l’importanza del riciclaggio, si scaglia contro la privatizzazione delle risorse idriche, parla delle iniquità sociali a livello globale, inquadrandole però da una prospettiva ecologista, legata allo sfruttamento eccessivo e impari delle risorse del Pianeta, introducendo il concetto di “debito ecologico”. Coglie addirittura la fondamentale distinzione fra ecologia di superficie ed ecologia profonda, spiegando che se inquadrate nell’ottica sbagliata, anche le iniziative ambientali più meritevoli si inseriscono in una logica di dominio della natura. E punta il dito senza giri di parole contro le élite della finanza mondiale: «Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi».debito_ecologico

Esalta scienza e tecnologia, rilevando però come il loro rapido sviluppo non sia stato accompagnato da una crescita della coscienza e della consapevolezza di chi ne fa uso. Da qui, il passo verso argomenti he costituiscono il pane quotidiano del mondo ambientalista è molto breve: «[…] si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che “esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti”».

Si avvicina sempre più al pensiero decrescitista, facendo notare che «nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane». Fino a che non dichiara esplicitamente che «è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti».

banche

Come detto, lo scalpore suscitato da questa enciclica è stato notevole, sin dalle prime bozze diffuse nei giorni scorsi. Come interpretarla dunque? I più scettici potrebbero pensare che si tratti di un tentativo da parte della Chiesa di allinearsi alle tematiche più in voga, quelle legate alla sostenibilità ambientale, in una sorta di green washing papale. I più entusiasti saranno invece contenti che dalla Santa Sede arrivino esortazioni riguardanti la raccolta differenziata, la tutela della biodiversità e la condivisione dei beni comuni. I più attenti noteranno la discrepanza fra le dichiarazioni del Papa e la condotta di molti rappresentanti del mondo clericale. Certo è che tematiche di fondamentale importanza, che stanno cominciando a diffondersi ma che in molte sedi sono ancora poco dibattute se non censurate, sono state chiamate in causa da una delle persone più influenti del mondo e il risultato è che oggi sono sulla bocca di tutti. In fondo, come diceva Oscar Wilde, «l’importante è che se ne parli», al di là delle intenzioni sincere o solo di facciata di chi ne parla.

Fonte : italiachecambia.org

Maurizio Pallante e la Decrescita Felice: il benessere al posto del PIL

Decrescita è preferire la qualità alla quantità. Decrescita è cercare di conseguire il benessere anziché la ricchezza economica. Decrescita è migliorare la produzione dei beni e ridurre quella delle merci superflue. Decrescita è rinunciare a un’economia finalizzata alla crescita a ogni costo in favore di alternative concrete ed efficaci basate su nuovi paradigmi, come la sostenibilità e la solidarietà.

Maurizio Pallante è fondatore e presidente del Movimento per la Decrescita Felice, che dal 2007 sta cercando di dare corpo e attuazione a questa visione del mondo. L’obiettivo di questa esperienza, che prende ispirazione dal libro di Pallante “La decrescita felice”, è ripensare la società e l’economia con un approccio pratico e operativo, proponendo soluzioni ai problemi che emergono dall’analisi. È questa la missione dei Circoli della Decrescita Felice, una trentina di realtà disseminate su tutto il territorio nazionale che portano avanti localmente le battaglie del Movimento. «La causa della crisi che stiamo vivendo – ci ha spiegato Maurizio quando l’abbiamo incontrato a casa sua, a Chieri – è la crescita. E se la crescita è la causa, non può essere la soluzione». La via d’uscita va quindi ricercata altrove. Prima di tutto è necessario abbandonare la convinzione che il benessere delle persone aumenti di pari passo con il Prodotto Interno Lordo del paese, quindi con una crescita sempre maggiore di produzione e consumo di merci. Tale crescita compulsiva è possibile solo grazie al meccanismo del debito, «che consente di tenere alta la domanda e di assorbire tutta quanta l’offerta». Tutto ciò a discapito delle tasche dei cittadini, a cui viene data la possibilità di comprare prodotti di cui spesso non hanno necessità, nonostante il loro reale potere d’acquisto non glielo permetta.IMG_7812-660x330

Ma quella economica non è che una delle tante facce del modello consumista. Ci sono altre fondamentali variabili che vengono regolarmente trascurate, come la sostenibilità ambientale, i consumi energetici, le ineguaglianze sociali che vengono prodotte, le ricadute sulla salute. È per questo che il Movimento per la Decrescita Felice ha elaborato un insieme di linee guida attinenti ai più disparati ambiti – amministrazione, mobilità, sanità, energia, gestione dei rifiuti, educazione, agricoltura e così via – che ripensino unnuovo modello di comunità più sano e sostenibile. Viene presentata una serie di proposte politiche, di provvedimenti normativi da adottare per passare dalla teoria alla pratica. Le infrastrutture energetiche sono carenti? Il Movimento per la Decrescita Felice chiede di attuare una «Incentivazione alla trasformazione della rete di distribuzione in rete di reti locali per favorire lo scambio delle eccedenze tra autoproduttori». La raccolta differenziata non raggiunge percentuali accettabili? Una delle proposte in tema di rifiuti consiste nella «Abolizione della tassa raccolta rifiuti e applicazione in tempi rigidamente definiti di una tariffa commisurata alle quantità di rifiuti indifferenziati conferiti allo smaltimento». La cementificazione selvaggia sta uccidendo il territorio? Allora è necessario attuare un «Blocco delle aree di espansione edilizia nei piani regolatori delle aree urbane». Punto per punto, una soluzione per ogni problema, un mattone sull’altro per costruire un nuovo edificio sociale ed economico. Uno dei temi centrali è quello della tecnologia: spesso si accomuna erroneamente la decrescita alla regressione, ma la ricerca e lo sviluppo tecnologico sono centrali nel pensiero decrescitista, in particolare se finalizzati al raggiungimento di traguardi come l’abbattimento delle emissioni inquinanti, lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili, la riduzione del digital divide.

solare-1024x768

L’azione del movimento guidato da Pallante però non si limita alla critica del modello di crescita: vengono studiate soluzioni teoriche e forniti strumenti pratici per la costruzione delle alternative. A questo scopo, una delle istituzioni più importanti è l’Università del Saper Fare, nata nella primavera del 2009 a Torino e portata avanti da alcuni Circoli territoriali. L’esperimento è nato dalla volontà di responsabilizzare il singolo individuo, facendogli capire che un cambiamento reale può essere innescato solo se ciascuno di noi si attiva nella propria quotidianità e insegnandogli come sostituire via via le pratiche insostenibili, energivore e malsane proprie dello stile consumista con altre di segno opposto. Cosa possiamo imparare dunque in questa speciale università? Autoproduzione, riciclaggio, riuso, autocostruzione, ma anche come relazionarsi meglio con la comunità, per esempio attraverso un corso di “Economia del dono”. Tutte le attività hanno un minimo comune denominatore: rendere chi partecipa il più possibile autosufficiente. Coltivare un orto, realizzare in casa dentifrici, saponi e detersivi, effettuare la manutenzione della propria bicicletta, costruire e montare un pannello solare, sono tutte piccole azioni che consentono di raggiungere un grande obiettivo: la resilienza, ovvero la capacità di una comunità di adattarsi al cambiamento. Già, il cambiamento. Il destino del modello attuale, che pretende di perseguire la crescita infinita su un pianeta con delle risorse finite, è segnato. L’inversione di rotta è l’unica soluzione ed essa può essere frutto di un’imposizione oppure di una libera scelta. «Una persona che non mangia perché non ha da mangiare non fa una scelta e sta peggio; una seconda persona che non mangia per fare una dieta fa una scelta e la fa per stare meglio». Pallante utilizza questo semplice esempio per spiegare la differenza fra recessione e decrescita, fra la modifica forzata di uno stile di vita dovuta all’improvviso esaurimento delle risorse necessarie per alimentarlo e la decisione consapevole di chi, rendendosi conto di aver imboccato un vicolo cieco, ha il coraggio e la consapevolezza sufficienti per tornare indietro e scegliere una strada diversa, sostenibile, giusta.

Fonte : italiachecambia.org

AAM Terra Nuova: quando il cambiamento parte dall’informazione

Dall’alimentazione alla medicina naturale, dall’agricoltura biologica alla permacultura, dalla bioedilizia al consumo critico, dall’ecoturismo alla ricerca interiore. Nata nel 1977 la rivista mensile AAM Terra Nuova  costituisce un punto di riferimento importante del mondo naturale e delle buone pratiche. Da decenni, inoltre, Terra Nuova funge da collegamento tra le varie realtà della rete ecologica e biologica italiana. Già negli anni ’80, infatti, Terra Nuova si è fatta promotrice del movimento dell’agricoltura biologica, più tardi della Rete italiana degli ecovillaggi (1) e oggi del movimento del co-housing. L’acronimo AAM sta per “Agricoltura, Alimentazione e Medicina” ma gli argomenti trattati dalla rivista abbracciano ogni aspetto del nostro quotidiano. La possibilità di cambiamento, infatti, ci può essere solo quando i vari saperi si incontrano. Ne è convinto Mimmo Tringale, direttore responsabile della rivista e tra i fondatori della Rete Italiana degli ecovillaggi (Rive). “Una delle problematiche attuali – afferma Tringale – è la parcellizzazione dei saperi e delle esperienze. Per fare un esempio, c’è chi cura la propria salute in modo naturale ma allo stesso tempo guida veicoli altamente inquinanti”.

“Per cambiare la propria vita e la società è necessaria una visione d’insieme e servono nuovi strumenti: non si può costruire un mondo nuovo usando strumenti vecchi”. Il primo tra i nuovi strumenti indispensabili secondo Mimmo Tringale è proprio la comunicazione: “la comunicazione ecologica e non-violenta sono strumenti formidabili per imparare a crescere come gruppo”.

Un altro strumento molto importante è la permacultura, come strumento di organizzazione e pianificazione. “Spesso – continua Tringale – la permacultura viene intesa esclusivamente come un tipo di agricoltura; invece se utilizzata bene può rappresentare un modo per pianificare qualsiasi attività”.MG_2943

Un altro tra gli strumenti ai quali fa riferimento Tringale è la crescita personale: “non si può costruire un mondo nuovo senza mettere in discussione le proprie idee. È fondamentale avere degli strumenti per capire se stessi e per capire gli altri. Oggi vedo che c’è più consapevolezza, anche se forse ce ne potrebbe essere ancora di più”.

Malgrado la crisi generale del mondo dell’editoria, negli ultimi 15 anni AAM Terra Nuova è cresciuta sia come copie vendute che come punti vendita dove è possibile acquistare la rivista. Abbiamo chiesto a Mimmo Tringale a cosa, a suo avviso, è riconducibile questo trend positivo. “Questo dato – ci spiega Tringale – ci ha sorpreso, considerata la crisi generale del mondo dell’editoria. Ci siamo interrogati su come mai si continua a registrare questa crescita. La risposta che ci siamo dati è che è che è come se questa crisi avesse smascherato il sistema in cui viviamo tutti: anche coloro che erano rimasti abbagliati dalle luci e dai racconti di terre promesse si sono resi conto che si tratta invece di un grande bluff e improvvisamente si sono trovati senza soldi o con lavori precari. È così che le persone più consapevoli hanno iniziato a cercare di più ciò che per loro poteva essere più salutare e autentico. Non è quindi un caso che esperienze come la nostra hanno sentito molto meno la crisi. Anche il biologico è stato l’unico settore dell’agroalimentare che ha continuato a crescere”.MG_2960

Da sempre un tema centrale di Terra Nuova è quello della decrescita. “La decrescita – spiega Tringale – ha fornito una cornice teorica alla sobrietà e l’ha trasformata da scelta individuale a possibilità collettiva, o forse una delle poche alternative possibili per continuare a vivere su questo Pianeta. Noi oggi stiamo vivendo una decrescita infelice perché non governata, e quindi una decrescita che ampi strati della popolazione stanno pagando a caro prezzo. Questa decrescita, in ogni caso, sta selezionando anche le scelte delle persone. La scelta più ecologica, a mio avviso, è quella di riuscire a tessere delle reti e ricostruire radici laddove si vive”.

“A me piace essere ottimista e sono convinto che ci sia oggi un aumento di consapevolezza. Per esempio nel mondo degli ecovillaggi c’è un grande fermento. C’è un grande numero di progetti che stanno nascendo. Pur con mille difficoltà, c’è molto desiderio da parte dei giovani di cercare un’alternativa. Io spero molto nelle nuove generazioni, che mi sembrano molto meno legate agli schemi ideologici da cui veniamo noi. È a loro che dobbiamo dare fiducia e spazio”.

  1. Della Rete Italiana degli Ecovillaggi, fondata da Mimmo Tringale e oggi presieduta da Francesca Guidotti, parleremo più approfonditamente la prossima settimana nel video-racconto che sarà pubblicato il 25 marzo

 

Il sito di AAM Terra Nuova 

 

fonte: italiachecambia.org

Stefania Rossini: «Autoproduzione e decrescita. Il bilancio di questi 4 anni? Ho scelto la felicità»

«Ho scelto la felicità e, dopo 4 anni, posso dire di avere fatto non solo la scelta giusta, ma l’unica possibile per me e la mia vita». Stefania Rossini dal 2010 autoproduce tutto quanto può, risparmia, ricicla, recupera, ha abbattuto drasticamente i costi per la sua numerosa famiglia che, oltre a lei, conta il marito e tre figli di 5, 7 e 12 anni.stefaniarossini

L’avevamo lasciata nel 2012,ai tempi dell’intervista sul suo libro, “Vivere in 5 con 5 euro al giorno”, che suscitò interesse e scalpore e che le procurò anche non poche critiche. La ritroviamo oggi, più positiva che mai, più felice che mai. A riprova che la sua scelta, maturata quattro anni or sono quando ha perso il lavoro e ha dovuto reinventarsi, è stata azzeccata.

«La vita è dura, non posso negarlo, ma questa strada l’ho scelta io e sono felice, una felicità che è stata confermata ogni minuto di questi quattro anni. Era l’unica scelta possibile per me e per la mia vita – dice Stefania – non è facile assumersi tante responsabilità, delle proprie azioni e delle proprie idee. Intorno a noi ormai vediamo burattini che si muovono agli ordini di altri, pecore che seguono un padrone. Io non ho più voluto essere così. Pensavo che la felicità fosse 100, io sono arrivata a 10 milioni e non è ancora finita».

Ma cosa fa Stefania di tanto speciale?

Ha ripensato il suo modo di vivere in virtù del fare piuttosto che del comprare, dell’essere al posto dell’avere e ha recuperato una dimensione che era quella dei nonni. Ha recuperato ricette e antichi saperi per fare in casa tutto quanto possibile: detersivi, creme per viso e corpo, detergenti per la casa e la persona, vestiti, accessori. Sul suo blog fornisce anche innumerevoli indicazioni: natural-mente-stefy.

«Ogni giorno cerco di imparare qualcosa di nuovo e mi disinteresso completamente delle tante cattiverie che ancora parecchia gente mi indirizza, per me quelle persone sono morte dentro. Io voglio allevare i miei figli come adulti consapevoli che non si affidino agli altri per prendere una decisione e per trovare la loro strada. Cerchiamo di insegnare loro ad essere autonomi, a ragionare con la loro testa, a fare esperienze pratiche e a trovare le loro risposte. Aprendo la mente si vedono tante strade e opportunità, anche gli ostacoli si trasformano in opportunità di crescita».

E lancia un appello: «Non cercate risposte altrove o lontano, dovete porre le domande giuste a voi stessi. Ciascuno di noi ha mille potenzialità, dobbiamo smetterla di sottovalutarci».

Il bello di Stefania è che non ha una giornata tipo. «Non ho schemi, mi preparo una lista di cose da fare ogni giorno, mi gestisco in base alle esigenze mie e della mia famiglia. L’unico appuntamento fisso è per portare i bambini a scuola e andare a riprenderli. Non sono riuscita a fare il passo della scuola parentale, anche se mi sarebbe piaciuto perché non condivido l’impostazione della scuola di oggi. Ma è anche vero che l’aspetto della relazione con i coetanei è molto importante».

Stefania si gestisce senza capi e senza ordini, «come anche i bambini» dice. «Voglio assaporare ogni momento di questa vita perché il tempo non torna. Noi siamo uniti, facciamo tutto quanto possiamo in casa e ogni giorno è una sorpresa».

Il marito è invece impegnato dalla mattina alla sera nell’azienda metalmeccanica dove lavora. «Abbiamo ritmi e tipi di vita molto diversi­ – spiega ancora Stefania – c’è disparità fra la mia vita e la sua, lo so, ma la società italiana non ci permette di fare altrimenti purtroppo. In Italia si rischia sempre di essere schiavi del sistema. Accettiamo i compromessi perché a volte non si può fare altro, ma sono comunque contenta dei grandi passi di consapevolezza che abbiamo compiuto».

 

A breve Stefania avvierà anche un bed&breakfast, all’inizio con pochi posti, per farne un’attività sostenibile e compatibile con gli impegni familiari.

Fonte: ilcambiamento.it

«Ecco perché ho scelto la sostenibilità, la decrescita e la bioeconomia»

Lui, Andrea Strozzi, ha lasciato un lavoro sicuro in ambito economico e ha accolto una vita intera di nuove opportunità scegliendo di provare ad essere una persona “sostenibile”. La sfida è di quelle decisive, di quelle che fanno mancare il fiato un attimo prima di spiccare il volo, di compiere il balzo. Ma poi cosa vorrà mai dire essere una “persona sostenibile”?bioeconomia_decrescita

Quanti di noi hanno pensato almeno una volta che è arrivato il momento di cambiare, che non si può vivere stritolati dall’urgenza di lavorare-guadagnare-consumare, che il tempo di vita non viene vissuto ma calpestato? Quanti di noi desiderano prendersi respiro, guardarsi intorno, comprendere a fondo ogni minuto dell’esistenza per farlo nostro e condivisibile con chi amiamo? Quanti di noi hanno già capito che i ritmi di oggi, i meccanismi dell’oggi, gli slogan della crescita a ogni costo, del consumismo a prescindere non funzionano e non fanno che lacerarci distogliendoci da altro, più importante? Anche Andrea si è posto un sacco di domande, poi ha preso la sua decisione. Ascoltiamolo, perché è tempo ben speso.

Andrea, tu parli della necessità di arrivare ad un’idea di economia che pensi al benessere delle persone da realizzarsi non con i soli beni materiali da accumulare e moltiplicare, ma con qualcosa d’altro che nutra corpo e spirito in una visione non semplicemente e unicamente utilitaristica. Lo insegni e lo spieghi nei tuoi corsi: come realizzarla, allora, questa utopia?

«Innanzitutto, al posto della parola “utopia”, che evoca di per sé orizzonti quasi sempre irraggiungibili, preferirei usare la parola “possibilità”. O, ancor meglio, parlerei di inevitabile opportunità. La bioeconomia, di cui curiosamente quasi nessuno parla (almeno sui circuiti mainstream), è una disciplina perfettamente integrata e dalle enormi potenzialità applicative, che fu introdotta negli anni Settanta da Nicholas Georgescu-Roegen, una di quelle personalità di cui ci fa dono la Vita e che, per la vastità dei temi che seppe trattare e per il tasso di innovazione delle sue proposte, risulta poi difficile incasellare in un ambito professionale univoco. Lui fu infatti un economista, un sociologo, un biologo, un filosofo e oggi, a distanza di vent’anni esatti dalla sua morte, possiamo certamente dire che non gli venne mai riconosciuto il Nobel, soltanto per la “scomodità” delle sue teorie. Che, chiariamolo fin da subito, quanto a completezza e robustezza dottrinaria, non hanno nulla da invidiare ai modelli economici classici che, in vigore da oltre due secoli, ci hanno condotto allo stato in cui siamo. Ma vengo alla tua domanda. In base all’approccio bioeconomico, ogni processo produttivo è in tutto e per tutto concepito e trattato come un fenomeno naturale, proprio in considerazione delle sue inevitabili ripercussioni sull’ambiente circostante. Già da qui si capisce come si tratti di un approccio rivoluzionario, in quanto per la prima volta l’ecosistema non viene considerato come un “sottoinsieme” dell’economia, cioè un serbatoio da cui attingere risorse, ma è esattamente il contrario: in una visione olistica della fenomenologia umana, l’economia non è che una declinazione – per certi aspetti marginale – di un disegno assai più vasto, che ha nel benessere delle persone il suo fine ultimo. Una concezione diametralmente opposta a quella della cultura dominante, che vede invece nell’economia il mezzo e, soprattutto, il fine dell’attività umana. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Tra l’altro, se ci pensiamo, il prefisso “bio” viene ormai applicato a tutto: bioagricoltura, bioarchitettura, bioedilizia, bioregionalismo, biodiversità, biocarburanti, biodegradabilità, biodinamica, bioetica… per citare solo i primi che mi vengono in mente. Ma di bioeconomia finora non ne parla praticamente nessuno. Quando invece c’è lì, bello a disposizione, un intero modello già pronto e applicabile, al quale si tratterebbe solo di togliere qualche ragnatela, insegnarlo nelle scuole, nelle università e alle imprese».

Che senso ha andarsi a cercare una crescita esasperata e forsennata in nuovi mercati (ma nuovi dove?) per nuovi e più esasperati consumi? Ma se ha poco o niente senso, perché l’economia “convenzionale” e maggioritaria continua pervicacemente a intontirci con questo mantra?

«La risposta te la sei già data tu: non ha alcun senso, infatti. La schizofrenica ricerca di nuovi mercati in ogni zona del globo non sta facendo altro, a mio avviso, che certificare l’ormai imminente epilogo – almeno in Occidente – di questa “esperienza organizzativa umana” che ha avuto nome capitalismo. Questa rigida applicazione dell’economia, che dal 1989 ha definitivamente perso ogni contrappeso storico, ha infatti continuamente bisogno, per perpetuarsi, di una cosa sola: il consumismo. Ma, come tutte le cose inventate dall’uomo, anche il capitalismo ha un periodo di sopravvivenza limitato. Due secoli? Forse tre. Ad ogni modo, la favoletta è prima o poi destinata a finire. Le risorse vengono man mano esaurite. Prima quelle naturali, poi quelle monetarie e, da ultimo, quelle umane: le persone. Che, quando si rendono finalmente conto di cosa sia realmente importante per il loro benessere, perdono spinta, entusiasmo, motivazione. E cercano altro. Tornano cioè al significato originario del termine “economia”, che è “amministrazione dei beni domestici”».

Proviamo a essere massimamente concreti e pratici: supponiamo che io voglia da domani iniziare a condurre una esistenza quotidiana improntata alla bioeconomia, alla resilienza, alla sostenibilità, all’anticonsumismo. Disegnami una geografia possibile, dammi latitudine e longitudine, mettimi in condizione di fare un programma per ingranare la marcia.

«Massima concretezza: prendi un foglio di carta, una matita e fai sette colonne, una per ogni giorno della settimana. Poi ogni sera, sulla colonna di quel giorno, elenchi tutte le cose che hai fatto e che hanno sprecato energia. Per “sprecato” intendo che avresti potuto farle ugualmente, ma con un dispendio di energia inferiore. Alla domenica sera, prendi in mano il foglio e fai un cerchio intorno ai cinque sprechi maggiori. Vai a lavorare tutti i giorni in auto, quando c’è magari una combinazione di mezzi pubblici che – alzandoti qualche minuto prima – ti consentirebbe ugualmente di raggiungere il lavoro? Acquisti prodotti alimentari che, pur coltivabili nelle tue zone, provengono invece da molto lontano? Per conversare con i tuoi amici, anziché andare ogni tanto a trovarli, scrivi in continuazione mail, usando smartphone, tablet e ogni altra diavoleria high-tech? Hai fatto il weekend al mare, in montagna, o in una città d’arte? Sono alcuni comunissimi esempi che possono essere facilmente rimodulabili in chiave bioeconomica. Ovvio che, non essendo nessuno di noi nato ieri, sappiamo benissimo che molto spesso abbiamo i minuti contati, che non possiamo permetterci di prendere l’autobus mezz’ora prima, che è molto più comodo acquistare l’insalata già pulita e lavata nella busta di plastica al supermercato, che cliccare “I like” sulla pagina Facebook di un nostro amico è molto più sbrigativo che telefonargli o fargli visita di persona, e che ogni tanto, nel fine settimana, è sacrosanto cambiare aria e distrarsi un po’. Tutto vero. Ma chiediamoci allora: perché siamo sempre a corto di tempo? Per quale motivo il tempo sembra essere ormai diventato la risorsa più preziosa di tutte? Perché, allora, lo sacrifichiamo per concederci tutte queste distrazioni, tutte quelle comodità energivore? Se a detta di tutti il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, perché dissiparlo così miseramente? In nome di che cosa? Ah, già! In nome di quei soldi che, lavorando, guadagniamo e che ci consentono poi di avere l’auto per andare al lavoro, di avere l’ultimo modello di iPhone, di fare il weekend a Lisbona. Il cerchio si è chiuso: consumiamo soldi ed energia per poter consumare altri soldi ed altra energia. Tutto questo, con quella valuta internazionale che si chiama “tempo”. Una curiosità: tra la sue molteplici risultanze, il modello bioeconomico ha previsto una interessante formulazione del concetto di benessere. Pur essendo io per primo scettico sulla possibilità di codificare in una formula un qualcosa di così soggettivo come la percezione del benessere, è interessante notare come due dei tre principali “ingredienti” di questa formula siano aspetti che non hanno nulla a che fare con il paradigma utilitaristico neoclassico. Tornando al foglio di carta, dunque, dopo aver spuntato le attività a maggior assorbimento energetico, occorre mettersi una mano sul cuore, l’altra mano sul portafoglio e trovare il coraggio di domandarsi: quali di queste attività mi servono soltanto per “finanziarne altre”, senza che mi procurino alcun beneficio diretto? Quali di queste “coppie” di attività, dunque, potrei definitivamente eliminare dalla mia agenda esistenziale? O, almeno, sostituire con altre a minore impatto?»

Ma soprattutto: perché cambiare? Perché lasciarci alle spalle uno status quo che ci fa arrabbiare ma ci dà sicurezza, che ci frustra ma ci fa sognare di poter avere tante cose, che ci condanna alla schiavitù ma che accettiamo come inesorabile e senza alternative? Cosa possiamo immaginare al di là?

«Per rispondere a questa domanda, non posso che attingere alla mia esperienza personale. E’ vero: prima di cambiare, si è letteralmente lacerati dal terrore dell’incertezza. Cosa potrà mai accadermi, là fuori? Con una efficacissima metafora, Max Weber parlava di “gabbia d’acciaio”: questo sistema ci tiene astutamente sotto chiave, segregati in una prigione apparentemente blindata, le cui sbarre sono essenzialmente fatte di convenzioni, certezze, premure, seduzioni, ammiccamenti. Quando si è fuori, però, succedono cose che non è per niente facile trasmettere. Per certi aspetti, è come… nascere una seconda volta. Si dice che i neonati, quando vengono al mondo, piangano soprattutto per il dolore causato dall’espansione di un’altra gabbia, quella toracica, e dall’utilizzo per la prima volta dell’apparato respiratorio, che viene infatti “inaugurato” proprio in quel frangente. Ecco: cambiare davvero, abbandonare quello status quo, all’apparenza così confortevole e rassicurante, è esattamente la stessa cosa: subito piangi, ma un attimo dopo ti rendi conto che quella gabbia non si trovava in realtà “fuori”, ma era “dentro” di te. Così, attivi risorse che nemmeno immaginavi di possedere, scopri attitudini e ambizioni nuove. Gli ostacoli e le incertezze vengono affrontate con strumenti diversi. Un esempio concreto? Come anticipai circa un anno fa in un’intervista rilasciata a questo giornale, ho scelto il percorso che, compatibilmente alle nostre esigenze famigliari, sentivo che potesse fare per me. Questo ha inevitabilmente comportato alcune rinunce, sia in termini di abitudini quotidiane che di… gestione dell’incredulità, diciamo così. Ma oggi mi ritrovo al centro di una dimensione che mi consente di valorizzare a pieno le mie attitudini e di potenziare le mie responsabilità, sia verso me stesso che verso gli altri. Anche attraverso il mio blog Low Living High Thinking, sto mettendo anni di studi e di esperienze altamente qualificanti a disposizione di una diversa prospettiva con cui guardare al futuro. E la bioeconomia è l’anello di congiunzione perfetto: per questo, con gli amici di PAEA e del PER, abbiamo organizzato questo corso. Cosa c’è allora “al di là”, mi chiedi. Se dovessi sintetizzarlo in una parola, direi che c’è la congruenza. Cioè quell’allineamento del corpo e della mente che, come diceva Carl Rogers, “ci consente di vivere pienamente in accordo con noi stessi, potendo esprimere i nostri bisogni, i nostri desideri, i nostri sentimenti e far sì che tutto ciò che dicono il nostro atteggiamento e le nostre parole sia espressione del nostro pensiero e delle nostre emozioni”.»

Fonte: ilcambiamento.it

Pensare come le Montagne

Voto medio su 4 recensioni: Buono

€ 12

Bioeconomia
€ 28

Paolo Cacciari e la decrescita: occorre un cambiamento radicale

Cacciari3-e1412713679274

Il secondo viaggio nell’Italia che Cambia è iniziato da pochi giorni quando io e Andrea facciamo tappa a Mestre per presentare il nostro progetto. Siamo stati invitati da Paolo Cacciari, giornalista, scrittore ed esponente del pensiero della Decrescita. Lo intervistiamo dopo la conferenza al “Plip”, il locale che ci ha ospitato e che mentre parliamo si trasforma da pratica sala conferenze in accogliente ristorante. Il video che vi proponiamo ben riassume quanto emerso dalla conversazione con Cacciari: la consapevolezza della drammatica crisi sistemica che stiamo vivendo; la speranza che se ne esca costruendo un nuovo modo, cambiando paradigma e gettando le basi per una società diversa e migliore; la concezione della decrescita come scelta e non come imposizione, una scelta che può essere fatta da esseri umani liberi e non da persone soggiogate da crisi e debiti; la fiducia nella teoria dei beni comuni che stanno sviluppando, tra gli altri, Paolo Maddalena e Ugo Mattei e che porterebbe ad una riforma della Costituzione che vada a trasformare ed innovare alla radice il nostro Paese. Pensieri e parole mai banali che vanno ascoltati ed interiorizzati.

 

Buona visione!

Fonte: italiachecambia.org

Immaginare la Società della Decrescita - Libro
€ 12

La decrescita e l’occupazione. Un matrimonio che s’ha da fare

Ospiti da tutta Italia alla conferenza nazionale del Movimento per la Decrescita Felice. Il tema della giornata sono occupazione e lavoro, temi particolarmente cari al movimento; perché decrescita non vuol dire recessione379503

Il Movimento per la Decrescita Felice non ha propri parlamentari né tantomeno vuole proporsi come un partito politico, eppure crede profondamente nel ruolo delle istituzioni e la conferenza di oggi ha come target proprio la politica.
In Italia c’è una fortissima disoccupazione, ma anche tantissimi lavori che non si fanno. Chi ha il poter politico ha quindi il dovere di ascoltare le nostre proposte”, ha dichiarato in apertura Maurizio Pallante, presidente MDF. “Non è più possibile uscire dalla crisi aumentando la produttività come negli anni 30. All’epoca infatti non c’era una crisi ambientale da affiancare a quella economica”. Entrambe le crisi sono causate dall’aumento dei consumi e tutte le tensioni internazionali e le guerre sono scatenate dal bisogno di controllare i paesi in cui sono presenti le materie prima necessarie alla crescita e consumo. Fondamentale per uscire dalle crisi sarà iniziare ad investire nel lavoro “utile”, su nuove competenze e sulle piccole e medie imprese, fondamentale è capire che gli strumenti tradizionali della politica economica continuano a dimostrare di non essere in grado di risolvere il problema. Si dovrà quindi mirare ad un nuovo modello che punti all’efficentamento energetico e materiale piuttosto che sul rinnovo continuo poiché solo riducendo i consumi a parità di servizi, si può recuperare il denaro necessario a pagare l’occupazione in attività lavorative che attenuano la crisi energetica, climatica ed ambientale. L’efficentamento energetico degli edifici, ad esempio, crea tra i 13 ed i 15 nuovi posti di lavoro per ogni milione di euro investo, contro i 2/4 delle rinnovabili e gli 0,5 della costruzione di grandi opere infrastrutturali. Ristrutturando 15.000 scuole ed investendo 8,2 miliardi di euro si otterrebbe un risparmio energetico annuo di 420 milioni di euro dando lavoro a 150.000 persone.   La speranza del movimento è quella di spingere verso una Bioeconomia che riprenda in considerazione anche la vita delle persone. “Questo tipo di economia – racconta Giordano Mancini formatore industriale – viene considerata utile dalle persone, non crea probemi sociali e genera nuovi posti di lavoro, fa diminuire le emissioni di CO2 e la quantità di rifiuti prodotta, non genere altro debito pubblico e consuma meno energia e materie prime”. Parla invece di “dramma di una generazione” il Professor Luciano Monti dell’università LUISS di Roma che propone un nuovo paradigma economico fondato sulla sostenibilità integrata che mira a riequibrare il saldo negativo accumulato ai danni del Pianeta e delle giovani generazioni.
Ama le future generazioni come te stesso” era lo slogan di Nicolas Georgescu Roegen, padre della bioeconomia e della decrescita e per farlo sarà necessario abbandonare il mito della crescita del PIL che non registra realmente il benessere di una popolazione né tantomeno quello dell’ambiente che abitano.

Fonte: ecodallecittà.it

“L’Europa? Noi la vogliamo local, al servizio del cittadino”

Ha al suo attivo una campagna di editoria civica, un grande impegno sul fronte della decrescita e dell’ambiente, progetti di aiuto e solidarietà ai quali affianca la sua professione di dentista declinata in una maniera tutta sua, fatta di vicinanza ai pazienti e di umanizzazione delle relazioni. Dario Tamburrano, romano, 45 anni, si candida all’Europarlamento per il Movimento 5 Stelle. E di cose da dire ne ha veramente tante.dario_tamburrano

Dario Tamburrano è, sì, di professione dentista, ma a definirne “forma e contenuto” sono soprattutto altre credenziali. Cofondatore nel 2009 del Circolo della decrescita Felice di Roma e di Transition Italia, nodo italiano del Transition Network, ecologista a tutto tondo, Tamburrano ha approfondito il tema delle pratiche sostenibili in quasi ogni declinazione, dall’agricoltura ai trasporti, dallo sfruttamento delle risorse alle politiche economiche. E oggi si candida all’Europarlamento per il Movimento 5 Stelle (nella circoscrizione Italia Centrale, Marche – Lazio  – Umbria – Toscana), nato sotto l’egida di Beppe Grillo, che porta a Strasburgo richieste precise, tra le quali la ricontrattazione del fiscal-compact (il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012), il no al forzato pareggio di bilancio degli Stati, un’attenzione all’agricoltura che dia risposte concrete alle esigenze vere dei coltivatori italiani, una maggiore presenza,  rappresentatività e attenzione sia all’interno dello stesso Parlamento europeo sia nell’ambito delle commissioni. «Mi sono ormai ben reso conto che il passaggio di paradigma all’interno del sistema economico neoliberista è impossibile  – spiega Tamburrano – e che il contrasto ai “neolib” è fondamentale per permettere la transizione culturale oggi più che mai necessaria. La propaganda ha funzionato per parecchio. Si diceva: quando il bicchiere straborderà, di ricchezza ce ne sarà anche per gli ultimi. Ma questo bicchiere non straborda più, anzi oggi  è l’esatto contrario. Il neoliberismo ha portato alla verticalizzazione del benessere, ha creato una piramide dove a star bene sono quelli in cima, pochi, troppo pochi. La ricchezza è  concentrata nelle mani di poche persone; ci sono indiviui nel mondo in grado di comprarsi stati interi e masse intere che non possono permettersi ciò che si permette uno di quegli individui. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. Il neoliberismo, che permea ogni scelta di politica economica anche nel nostro paese, è deregulation completa delle attività umane ed economiche, va a braccetto con l’economia della crescita che contrasta con i limiti stesso di questo pianeta e con i suoi ecosistemi. Non porta affatto democrazia, perché la mano invisibile del mercato non genera equilibrio. Ed è proprio in questo campo che si giocano le sfide di questo secolo, dato che abbiamo ormai raggiunto e superato i limiti fisici delle risorse. C’è un’urgente e immediata necessità di redistribuzione di risorse e ricchezze e per far questo occorrono sia un processo culturale dal basso che un’azione politica dall’alto, perché nulla avviene in maniera automatica». Altro punto caro a Tamburrano e ai candidati 5 Stelle e il superamento della soglia di indebitamento degli Stati al 3% del bilancio, un vincolo che rischia di soffocare il tessuto sociale ed economico dei paesi. «L’indebitamente di uno Stato non sempre è negativo – spiega – dipende se il denaro viene utilizzato positivamente per superare le difficoltà del momento oppure è un debito fine a se stesso generato da spreco di denaro per finalità che non hanno nulla a che fare con il benessere del paese. Le valute moderne sono create dal nulla, non sono più collegate ad un valore concreto, come poteva essere l’oro, come invece avveniva nel passato. Questo trucco, chiamiamolo così,  può portare a due diverse conseguenze: permettere di superare le difficoltà del momento creando energia sociale per la prosperità di tutti oppure può essere strumento di schiavizzazione. Il denaro è un mezzo e dipende da come viene usato. Questo ha a che fare strettamente anche con il lavoro. Il lavoro non è scomparso; tutti continuano ad avere bisogno di servizi e prodotti che vengono garantiti dal lavoro. In realtà ci sarebbe tantissimo lavoro da fare, perché da riconvertire un intero sistema per permettergli di affrontare le sfide del ventunesimo secolo. Ma manca il mezzo per scambiarsi il lavoro che è la moneta, perché è stata resa scarsa in maniera strumentale per impadronirsi delle risorse reali. E si badi bene: anche se si passasse ad una moneta nazionale abbandonando l’euro, non si risolverebbero i problemi se il meccanismo dovesse rimanere lo stesso. La produzione e la circolazione della moneta devono essere un nuovo patto sociale tra le varie espressioni della comunità, il tutto diretto al progresso: sia le politiche di austerità che le politiche espansive dell’economia della crescita sono morte, non sono adatte a questo momento storico. Noi abbiamo bisogno di politiche che espandano la decrescita o, ancora meglio, di progettazione sociale e produttiva. Il nostro potenziale di prosperità sta nella riconversione, in una prosperità senza crescita». Transazione economica e transazione ecologica, entrambe legate a maglie strette, strettissime, l’una non può aversi senza l’altra. Dario Tamburrano lo ha ben chiaro e professa anche «un giusto mix di local e global, ossia una rivalorizzazione delle reti produttive locali e il mantenimento delle economie di scala di più vasto respiro solo per i prodotti complessi per i quali non esiste alternativa». «I paesi dell’area mediterranea, come ovviamente l’Italia, avevano un fantastico tessuto produttivo basato sulla piccola e media impresa; ebbene, è necessario invertire l’attuale modello che invece tende a concentrare la ricchezza, la capacità produttiva e i profitti in mano a poche grosse aziende per ritornare al modello precedente. Ragionamento analogo va fatto per l’agricoltura. Occorrono incentivi ad un’agricoltura e a un allevamento diretti ai consumi interni. Finora il mondo agricolo italiano non è stato difeso dagli europarlamentari e si è dato spazio al concetto di libero mercato che impedisce la realizzazione completa della cosiddetta filiera corta. Senza voler arrivare al protezionismo, bisogna però pensare ad una salvaguardia reale delle economie caratterizzanti, che vanno rilocalizzate dove si può; questa è la via per creare comunità resilienti con flussi di denaro locale. L’Europa che abbiamo oggi è stata fondata nel momento del boom dell’economia della crescita e tutto è stato basato su questo; se non la si trasforma, non sarà in grado di affrontare le sfide che ci attendono. In questo il movimento della transizione si è dimostrato saggio: occorre rilocalizzare tutto ciò che è possibile. Vi sono attività produttive che per motivi di scala devono essere regionali, nazionali o europee ma questo può valere per prodotti complessi non per pomodori o generi di prima necessità. Il giusto sta nel mezzo». Tamburrano non risparmia poi quella che potrebbe suonare come una provocazione ma che in fondo si rivela una riflessione su una opportunità, che è plausibile valutare. «Il trattato di Lisbona prevede che dall’Europa si possa uscire e che si possa poi chiedere di entrare nuovamente senza però dover forzatamente aderire all’eurozona. Un po’ la situazione dell’Inghilterra, che è nell’Unione Europea ma non ha aderito all’euro. E’ una possibilità, perché non la si dovrebbe considerare? Eppure quando la spieghiamo ci accusano con un’aggressività incredibile». Non manca un cenno alla voglia di rappresentare, di esserci. «La nostra intenzione, come europarlamentari, se saremo eletti, è di informare preventivamente gli italiani di tutto quello che avviene e che si sta preparando. Finora non abbiamo mai imposto le ragioni del nostro paese e la ragione sta anche nel fatto che l’Europarlamento viene interpretato dai più come un luogo di parcheggio di politici, spesso con bassissime percentuali di presenze, anche nelle commissioni. Basti pensare al deficit di rappresentanza che abbiamo avuto in materia di agricoltura, oltre alla totale mancanza di comunicazione di ciò che succedeva.  Noi invece vogliamo raccontare e spiegare tutto, mettendo in allerta la popolazione. Per esempio, proseguono le trattative per il TTIP (http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/), contro cui stiamo combattendo. Se passa questo trattato, nella sua attuale versione, assisteremmo all’invasione dei privati nella sanità con un’impostazione all’americano, dovremmo sottostare ai diktat delle lobby per quanto riguarda i prodotti alimentari e agricoli in particolari; insomma, sarebbe un disastro». Tanti, dunque, i punti sui quali si muovono Dario Tamburrano e gli altri candidati dei 5 Stelle all’Europarlamento. Questioni che sono molto meno lontane da noi di quanto potrebbe sembrare e che hanno e avranno ripercussioni notevolissime sulla nostra vita. «Intanto cominciamo da qui, dalla campagna elettorale – aggiunge Tamburrano – è già un processo di informazione, é occasione di visibilità, si costruiscono relazioni, passano temi e concetti. E’ già un passo avanti, una vittoria. Già informando si può cambiare qualcosa, se solo si lasciano da parte la propaganda e gli interessi di cordata».

SCELTE, PROPOSTE E IDEE: GUARDA IL VIDEO

Fonte: il cambiamento.it

Breve Storia del Futuro degli Stati Uniti d'Europa - Libro
Elido Fazi, Pittella Gianni
€ 14.5

Quale Futuro per l'Europa? - Libro
€ 11