Destinazioni biker friendly in Europa con Volagratis.com: ciclovie e percorsi per un viaggio green

Sul sito di Volagratis.com tutti gli spunti e le idee per viaggiare su due ruote in giro per l’Europa.

Con la bella stagione è arrivato il momento di tirare fuori la bicicletta, per un viaggio attivo e vissuto nel rispetto dell’ambiente. In occasione del World Bicycle Day del 3 giugno, Volagratis.com ha selezionato 9 destinazioni europee “biker friendly”, perfette per essere scoperte in sella alle due ruote. Nove viaggi all’aria aperta, dal Nord Europa all’Italia, tra natura, storia ed enogastronomia, che permettono di scoprire il continente da un altro punto di vista: quello delle due ruote.

Catalogna. La Catalogna non è solo mare o città piene di vita come Barcellona,  ma anche un vero paradiso per gli amanti delle due ruote grazie ai suoi oltre 27.000 percorsi ciclabili. Quasi tutti presentano una leggera pendenza e corrono lungo le colline e le montagne della comunità autonoma spagnola, mostrando le sue meraviglie naturali, pedalata dopo pedalata. I tragitti si dividono in tre categorie principali: quelli adatti alle bici da strada, quelli per chi viaggia in sella di una Mountain bike e infine per chi predilige le più classiche City Bike. Tra i percorsi più interessanti ci sono il PirineXus, che abbraccia il territorio di Girona, detta “La città dei quattro fiumi” e nota per le influenze romane, arabe ed ebree dell’architettura, e la Ruta Transpirenaica, che parte dall’Oceano Atlantico e dai Paesi Baschi e raggiunge il Mediterraneo affiancando i Pirenei e il confine settentrionale del Paese. 

Ciclabile del Danubio (Germania). La Ciclabile del Danubio segue il secondo fiume più lungo d’Europa dalla sorgente, a Donaueschingen, nel Baden-Württemberg tedesco, fino alla sua foce, Patrimonio Unesco dal 1991. Per farlo attraversa ben otto Paesi: Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria e Romania, dove si getta nel Mar Nero. Nato seguendo un’antica strada romana, il percorso incrocia edifici storici, come castelli e monasteri, città e capitali – tra cui Ratisbona e Budapest – e meraviglie naturali. Il tutto permettendo ai ciclisti di scoprire una parte importante del continente sia dal punto di vista storico-culturale che naturalistico, tanto meglio se durante la bella stagione, quando i paesaggi si tingono di verde. La ciclabile, adatta a tutti i tipi i livelli di allenamento, fa parte dell’ampio circuito EuroVelo, un gruppo di itinerari ciclistici che in totale superano i 45.000 chilometri e attraversano capillarmente l’intero continente. 

France Loire Valley Bike and Wine (Francia). Unire storia, sport ed enogastronomia: con le Routes des vins Val de Loire, nel cuore della Francia, è possibile. Le Strade dei Vini della Valle della Loira (questo il loro nome in italiano) sono un gruppo di percorsi di oltre 800 chilometri che attraversano una delle più ricche regioni francesi, nota per i suoi castelli da favola e per i vini eccellenti. Le ciclovie, che non richiedono un particolare allenamento per essere percorse, si estendono da Chalonnes-sur-Loire a Sully-sur-Loire e affiancano vigneti e palazzi d’epoca all’interno di un territorio che è Patrimonio Unesco dal 2000. Gli itinerari possibili sono tantissimi e permettono realmente di scoprire l’intera zona a 360 gradi. Dalla Loira Centrale all’Atlantico, le strade seguono il corso del fiume diramandosi dalle sue sponde per addentrarsi nel territorio regalando non solo lunghe pedalate, ma anche visite a cantine, dimore storiche e città eleganti, come Nantes e Tours, due tappe da non perdere lungo il percorso. 

The Camel Trail Cycle Route, Cornovaglia (Regno Unito). La Camel Trail è un viaggio nel tempo a bordo di una bicicletta, perché segue le antiche e ormai abbandonate ferrovie che un tempo servivano il sud ovest del Regno Unito. Lontana dal traffico e dal turismo di massa, la ciclovia solca la Cornovaglia da Bodmin a Padstow, passando per Wadebidge, e, prima di arrivare alla foce del fiume Camel, che le dà il nome, attraversa la brughiera e alcuni dei paesaggi più tipici della campagna inglese. Lungo il percorso si possono trovare paesini dove il tempo sembra essersi fermato: vale la pena sostare durante il viaggio in un cottage, tradizionale abitazione rurale inglese. L’intero percorso è lungo poco meno di 30 chilometri ed è adatto a tutta la famiglia e a tutti i livelli di allenamento. L’Alta Via dei Monti Liguri (Italia). La Liguria, non è solo una deliziosa meta estiva per moltissimi ma regala bellezze naturalistiche e un meraviglioso entroterra. Per chi è un po’ più allenato e vuole provare l’esperienza della mountain bike l’Alta Via dei Monti Liguri è una perfetta soluzione per mettersi alla prova. Un percorso divisibile in 18 tappe e che si snoda per 440 km da Ventimiglia a Ceparana, attraversando l’intera regione e regalando uno scenario da sogno, immerso nella natura, tra Appennini e mare. 

Amsterdamse Bos (Olanda). L’Amsterdamse Bos è un grande parco di circa 10 chilometri quadrati che si trova a sud della capitale, tra il comune di Amsterdam e quello di Amstelveen. Al suo interno ci sono sentieri, aree ristoro e tantissime ciclabili che permettono di scoprirlo in sella alle due ruote, nel vero spirito dei Paesi Bassi. Uno dei percorsi più importanti per i ciclisti parte addirittura dalla stazione centrale di Amsterdam, affianca l’Amstel River e poi, seguendo un tracciato quasi circolare, torna al punto di partenza. Il tutto sfiorando palazzi e luoghi storici, mercati e i famosi canali della città. Il percorso ciclabile è interamente in piano, perfetto sia per gli esperti che per i poco allenati, ed è adatto a tutta la famiglia non solo per la facilità del tragitto, ma anche per le numerose attività che mette a disposizione, dalla visita allo zoo a quella alle fattorie. Un vero e proprio polmone verde pronto per essere attraversato in sella a una bicicletta. 

Connemara National Park (Irlanda). Il Connemara National Park è uno dei più importanti d’Irlanda e si trova nell’ovest del Paese, all’interno della Contea di Galway e affacciato sull’Atlantico. È uno dei luoghi più autentici e selvaggi dell’Isola Verde, un’area che invita al viaggio on the road sia in auto che in bicicletta. Proprio per chi vuole scoprirlo sulle due ruote, esistono tantissimi percorsi attrezzati, diversi non solo nella lunghezza, ma anche nei panorami che offrono e nelle attrazioni che si possono scoprire lungo il tragitto. Il Ballyconneely and Roundstone Loop, per esempio, è un tragitto lungo 40 chilometri e permette di vedere da vicino luoghi storici come il sito del disastroso atterraggio del primo volo transatlantico o uno dei più antichi villaggi irlandesi di pescatori. Lo Sky Road Loop, invece, è lungo solo 16 chilometri e, da un’altezza privilegiata, si affaccia sull’Oceano e sulle isole di Inishturk e permette di ammirare da vicino le rovine del castello di Clifden. Ogni viaggiatore non deve far altro che scegliere e partire. 

Elbe River bike path (Germania). L’Elbaradweg è uno dei percorsi ciclabili più apprezzati di tutta la Germania. Pedalando lungo i suoi 1300 chilometri si incontrano non solo tanta natura, ma anche paesini da fiaba e importanti tesori culturali nazionali. Dalla foce alla sorgente del fiume Elba, il percorso è diviso idealmente in quattro parti: dall’estuario alla città di Amburgo, da lì a Magdeburg, da Magdeburg a Dresda per poi raggiungere il luogo nel quale il fiume vede la luce in Repubblica Ceca. Lungo tutto il percorso, il paesaggio cambia continuamente ed è composto sia da paesini affacciati sul Mare del Nord sia da cittadine dal gusto barocco. Tra mappe, punti di ristoro dove trascorrere la notte e attività per bambini, il tragitto è adatto a tutta la famiglia e a ogni tipo di esperienza. Un tracciato che si addentra nel cuore dell’Europa seguendo uno dei suoi fiumi più importanti.

Baltic Sea Route (Danimarca). La Danimarca è uno dei Paesi biker friendly per eccellenza a livello europeo, non c’è quindi da stupirsi per il grande numero di piste ciclabili che attraversano lo Stato in lungo e in largo. Una di queste è la Baltic Sea Route, che, come dice il nome, si concentra sulla costa affacciata sul Mar Baltico. Vincitrice del premio “Ciclovia dell’anno” nel 2019, questo percorso attraversa lo Jutland del Sud dando la possibilità a ciclisti e viaggiatori di scoprire alcuni tra i paesaggi più spettacolari della Danimarca. Vallate, colline, foreste, letti di antichi ghiacciai: un vero paradiso per gli amanti della natura. Ci sono oltre 3000 chilometri di percorsi che permettono ai ciclisti di scoprire non solo il paesaggio e la natura incontaminata danese, ma anche la storia e l’enogastronomia.

Connemara National Park (Irlanda)

A proposito di Volagratis.com

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Fonte: agenziapressplay.it

Addio fonti fossili: le nazioni da promuovere

Svezia e Irlanda in primis, ma anche il Costarica, la Danimarca e in buona parte la Norvegia si stanno distinguendo nel panorama internazionale per le loro scelte controcorrente: disinvestire dalle fonti fossili e scegliere l’energia rinnovabile. Ciascuna con una propria tabella di marcia.

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E’ di appena una settimana fa l’approvazione in Irlanda di una legge che azzera completamente gli investimenti pubblici in fonti fossili. La votazione è senz’altro storica: 93 sì e 53 no in Parlamento per il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, che propone di cancellare tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese, l’Ireland Strategic Investment Fund, da carbone, petrolio e gas. La legge è stata presentata dal deputato Thomas Pringle e fortemente voluta e sostenuta dal partito dei Verdi irlandesi guidato da Eamon Ryan. Ora manca solo il via libera da parte degli organismi di controllo sulle finanze statali.

L’Irlanda dunque si prepara a fare meglio della Norvegia che nel 2015 aveva deciso di abbandonare tutti gli investimenti nel carbone del suo fondo sovrano. Il fondo di Oslo è il più grande del mondo, vale complessivamente 900 miliardi di dollari e rappresenta uno dei 10 più importanti investitori nel settore. Quindici multinazionali impegnate nell’estrazione del carbone sono state aggiunte qualche mese fa ad altre 52 già sulla “lista nera” della Norges Bank, l’istituto centrale di Oslo che gestisce il fondo sovrano della Norvegia. Il divieto di investire colpisce tra gli altri cinque gruppi americani, tre giapponesi e due cinesi. Nella “lista nera” comparivano già colossi come China Coal Energy, Aes e Peabody Energy, il maggior produttore di carbone degli Stati Uniti. Era anche circolata la notizia che la Norvegia voleva bandire la vendita di auto “convenzionali” (cioè con motori a combustione interna) dal 2025, ma poi è emerso che non era così. Nessun divieto, ha chiarito il ministro norvegese dell’Ambiente, Vidar Helgesen, ma un’azione decisa per scoraggiare sempre di più l’acquisto di vetture a benzina e gasolio. Oggi la Norvegia è prima sulla scena internazionale in quanto a diffusione dei mezzi ecologici in proporzione al mercato complessivo, con il 20-30% delle immatricolazioni mensili riferite a veicoli totalmente elettrici o ibridi plug-in. Quasi un’auto nuova su quattro, insomma, fa il pieno “alla spina”, anziché alla pompa di benzina.

Anche la Svezia è passata alla fase operativa della decisione di abbandonare da qui al 2020 i carburanti fossili. Ecco cosa prevede il piano operativo del governo:

  1. 4,5 miliardi di corone subito, nei prossimi dodici mesi, per sviluppare le infrastrutture verdi, dai pannelli solari alle pale eoliche fino alla biomassa e alla produzione di energia dall’incenerimento dei rifiuti.
  2. Già oggi la raccolta e il reimpiego dei rifiuti funzionano così bene che Stoccolma deve importarne per far funzionare gli impianti che li inceneriscono producendo energia.
  3. Poi ogni anno 50 milioni di corone saranno spese per le tecnologie per immagazzinare l’elettricità in eccesso, e un miliardo di corone sarà destinato all’ammodernamento termico degli edifici abitativi o pubblici per ridurne il consumo energetico.
    4. Ogni anno Stoccolma – che già è tra i primi della classe mondiali negli aiuti ai paesi poveri – spenderà 500 milioni di corone per sostenere investimenti per l’infrastruttura e l’energia verdi nei Paesi in via di sviluppo.
    5. Nel campo dei trasporti terrestri, la rivoluzione è già attuata. Tutti i mezzi pubblici – dalla Tunnelbana (la fitta, splendida rete di metro di Stoccolma) ai treni ad alta velocità e normali, ai tram, tutti i veicoli elettrici su rotaie camminano solo con elettricità prodotta da energie rinnovabili. I taxi e i loro operatori sono sfavoriti (con più tasse e col divieto di percorsi lunghi tipo città-aeroporto) se non sono vetture a gas, ibride o elettriche. Vedi girare persino diversi taxi Tesla, nonostante l’alto prezzo dell’elettrica di lusso. Gli autobus camminano solo a bioetanolo o a propulsione ibrida. Analogo sistema per l’illuminazione pubblica.
  4. Sono in fase avanzata, in cooperazione con ditte d’alta tecnologia e ricerca d’eccellenza israeliane e della Silicon Valley, gli studi per produrre biocarburanti anche per i motori d’aviazione, quelli degli aerei civili (la Sas, l’airline cogestita con danesi e norvegesi, è un big mondiale specie nel lungo raggio), e quelli dei potentissimi caccia multiruolo Saab JAS-39 Gripen, spina dorsale dell’aviazione reale sempre in allarme rosso contro le quotidiane, pericolose provocazioni e violazioni di spazio aereo da parte dei bombardieri atomici di Putin. Il Gripen tra l’altro è uno dei grandi successi dell’export d’eccellenza svedese (il 50 per cento del pil viene dalle esportazioni industriali) ma come ogni arma made in Sweden è sottoposto a regole di export etico: va venduto solo a democrazie. Già oggi la Svezia produce due terzi dell’elettricità con fonti rinnovabili. La Danimarca è arrivata nell’estate 2016 a produrre con le pale eoliche il 140% del fabbisogno d’elettricità, esportando il resto in Germania, Svezia e Norvegia. Stoccolma dispone ancora di almeno otto centrali nucleari ma le vuole spegnere in fretta.

Eccellenza green anche in Danimarca, specialmente nella capitale Copenaghen, con il Piano Clima 2025 che potete approfondire qui.

Da non dimenticare, poi, il Costa Rica, che continua a tenere alta la bandiera delle green energy. Quello che era inizialmente l’incredibile record di un mese, è divenuto il primato di quasi un anno: per 250 giorni del 2016 il Paese ha fatto affidamento solo sulle fonti rinnovabili. Secondo i dati pubblicati dal Costa Rican Electricity Institute (ICE) l’energia pulita ha fornito circa 98,1 per cento dell’elettricità consumata durante lo scorso anno dai 4,9 milioni di abitanti. Un dato di poco sotto le performance del 2015, quanto le fonti rinnovabili avevano coperto addirittura il 98,9 per cento della domanda. Il merito è soprattutto delle intense piogge stagionali che hanno favorito la produzione idroelettrica, prima voce nel mix energetico nazionale. Le grandi dighe (benché abiano provocato e provochino impatti ambientali d’altro genere tutt’altro che trascurabili) contribuiscono oggi al 74% del mix, seguite da geotermia ed eolico, rispettivamente sopra il 12 e il 10%. Il resto lo fanno i piccoli impianti fotovoltaici e alimentai a biomasse, lasciando ai combustibili fossili un risicato 1,8%.

Fonte: ilcambiamento.it

Energia: l’Italia può fare meglio della Danimarca?

Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile.9436-10174

Prendo spunto dal messaggio lanciato da Paolo Ermani dal portale “Il Cambiamento” a seguito dell’esito referendario, per una breve riflessione. Paolo scrive che “… in futuro, con l’esaurimento delle risorse determinato dalla crescita infinita in un mondo dalle risorse finite, tutti i poteri centrali perderanno forza … e la partita si giocherà a livello locale, dove rifioriranno le comunità e il controllo dei cittadini sarà diretto”.

Nei settori dell’Energia e dell’Ambiente (semmai li volessimo ancora ottusamente considerare separati) non si poteva che auspicare una vittoria del NO al fine non solo di mantenere ma anche rafforzare il ruolo delle Regioni, e quindi dei territori, su temi che riguardano la salvaguardia ambientale, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e tutto ciò che possiamo ascrivere al concetto di sviluppo sostenibile. Rafforzamento territoriale che deve seguire di pari passo le linee programmatiche che si detteranno a livello nazionale; in altri termini quel Piano Energetico-Ambientale Nazionale che il nostro paese non ha (ancora). Volendo intervenire non si parte da zero: l’affermazione del NO referendario impone, sul tema dell’energia, di prendere fin da subito in considerazione il Programma Energetico che il M5S presentò lo scorso 20 Aprile alla Camera dei Deputati e che poco spazio ha avuto sui media nazionali. Per la prima volta si era visto un programma energetico con una “visione” chiara e, soprattutto, sostenibile che punta al bene del Paese e non agli interessi delle lobby fossili. Ecco, chi governerà l’Italia nei prossimi anni ha un ottimo punto di partenza per non continuare a perpetrare i soliti errori. Con un tale Piano, finalmente, potremmo metterci alla testa dei paesi europei che guidano la transizione energetica. Anche davanti a paesi come la Danimarca (paese nel quale vivo attualmente), che per alcuni aspetti viene considerato il paladino della sostenibilità ambientale ed energetica. Mi piace pensare che la piccola comunità di italiani in Danimarca che si è espressa a favore del NO (50,21%) rispetto al SI (49,79%), tra l’altro uno dei pochi Paesi esteri ove il NO ha prevalso, avesse chiaro in mente che il loro voto era anche per un diverso modo di affrontare le questioni ambientali, oltre che al tema generale delle riforme costituzionali. Il governo danese si è posto, tra gli altri, l’obiettivo di coprire il 50% dei consumi energetici nazionali con le fonti rinnovabili entro il 2030 e di diventare il primo paese al mondo ove l’eolico offshore possa reggere il mercato. Anche l’obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti è ambizioso: – 40% entro il 2020 rispetto al 1990. Di recente un’ampia maggioranza dei partiti politici danesi ha deciso di smantellare la PSO (tassa sugli oneri di servizio pubblico) e finanziarla attraverso il bilancio nazionale. Questa ristrutturazione consentirà da una parte di ridurre il prezzo dell’energia elettrica e dall’altra di aumentare il consumo della stessa. Nel breve periodo si potrà verificare un aumento delle emissioni di gas climalteranti a livello nazionale, almeno fino a quando il phase-out del carbone non sarà completamente attuato, ma allo stesso tempo si gettano le basi per quella transizione verso una società basata sull’elettricità verde. Nel medio-lungo periodo, la riduzione delle emissioni climalteranti sarà rilevante. Nel 2015 le fonti rinnovabili hanno coperto il 56% del consumo elettrico nazionale, in particolare con l’eolico (41,8%) e le biomasse (11%). L’obiettivo europeo al 2030 é quello di avere il 27% dei consumi energetici coperti dalle fonti rinnovabili. La Danimarca ha già raggiunto questo obiettivo e, come già detto, intende arrivare fino al 50%. L’obiettivo di lungo periodo al 2050 è quello di avere una società a basse emissioni e indipendente dalle fonti fossili, raggiungendo l’obiettivo della riduzione delle emissioni climalteranti dell’80-95% entro il 2050, indicato dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite quale obiettivo fondamentale da raggiungere per non compromettere i delicati equilibri climatici del pianeta. Questo percorso sui temi energetici della Danimarca prescinde dai partiti che la governano in quanto continua adesso con un governo conservatore in carica ma che vigeva anche con il precedente governo socialista. Per entrambi gli schieramenti politici è chiaro che la transizione energetica verso le rinnovabili é un passo obbligato da farsi. In Italia è accaduto finora il contrario: se la sinistra in qualche modo rivendicava una supremazia sui temi ambientali ed energetici, di fatto, una volta al governo non ha brillato ma anzi, per alcuni aspetti (si vedano le trivellazioni petrolifere) ha marcatamente segnato la differenza, in negativo. Mi auguro che il prossimo governo in Italia faccia tesoro di queste esperienze e lavori veramente per un futuro migliore e la risposta alla domanda posta nel titolo è ovviamente SI (adesso si può dire), possiamo fare meglio della Danimarca.

Fonte: ilcambiamento.it

Danimarca leader nella lotta ai cambiamenti climatici

Germanwatch e Climat Action Network Europe hanno stilato una classifica delle nazioni più attive nella lotta ai cambiamenti climatici

Secondo la classifica pubblicata dal think-thank Germanwatch e il network di Ong Climate Action Network Europe a margine dei negoziati di Lima sul clima, la Danimarca è il primo Paese al mondo per quanto riguarda le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici, seguita dalla Svezia e dal Regno Unito. La classifica viene stilata annualmente da dieci anni e nel 2014 ha considerato i 58 Paesi che emettono la maggiore quantità di gas serra nel pianeta. La classifica inizia simbolicamente con tre posti vuoti come a voler significare che nessun Paese fa abbastanza per ridurre le emissioni. La Danimarca svetta perché, secondo gli organizzatori, evidenzia “una tendenza globale che lascia intravedere una transizione nei settori più importanti della protezione del clima”. Insomma a differenza di tanti altri Paesi industrializzati, la Danimarca non promette soltanto, ma mantiene sviluppando una politica ambizioso nel campo delle energie rinnovabili. Sui 58 Paesi giudicati solamente dodici ricevono un giudizio positivo e solamente uno appartiene alla lista dei Paesi in via di sviluppo, il Marocco. Il Paese nordafricano ha il merito di stare sviluppando il più grande complesso solare del mondo, a Ouarzazate, e di avere ridotto le sovvenzioni alle energie fossili. A chiudere la classifica sono l’Arabia Saudita, l’Australia e il Canada, tre nazioni che, invece, puntano decisamente sulle energie fossili. Anche le due nazioni più inquinanti del pianeta si trovano nella parti basse della classifica: gli Stati Uniti in 44esima posizione e la Cina in 45esima posizione. Gli impegni presi a Copenaghen cinque anni fa prevedono un aumento di 3° C da qui alla fine del secolo, ma solo se le nazioni manterranno le promesse perché se non dovesse essere così la temperatura potrebbe salire di 4° C, con conseguenze imprevedibili per l’agricoltura e la sostenibilità del Pianeta.autostrade-ciclabili-586x389

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Pamela Anderson con Sea Shepherd per salvare i globicefali alle Isole Faroe

Pamela Anderson la procace bagnina di Bay Watch è convinta vegana e sostenitrice di Sea Sheperd. In queste ore è in Danimarca per sollecitare il Paese a sospendere la caccia ai globicefali che si tiene ogni anno alle Isole Faroe

Dopo aver ottenuto la vittoria sul Giappone fermando la caccia alle balene i volontari di Sea Shepherd sono di nuovo in mare. Questa volta l’obiettivo sono le Isole Faroe in Danimarca tristemente note per la caccia ai globicefali o balene pilota, grossi mammiferi che sono massacrati alla fine dell’estate. Testimonial della campagna GrindStop 2014 è Pamela Anderson per cui Sea Sheperd aveva convocato una conferenza stampa mondiale via web per oggi, purtroppo saltata a causa delle cattive condizioni del tempo che hanno fatto ritardare gli arrivi aerei.

La questione però è tutta politica come fa notare il Capitano Paul Watson:

Per anni la Danimarca ha detto che il Protettorato Danese delle Isole Faroe era fuori dal proprio controllo e, pertanto, di non poter fare nulla per fermare l’orrenda pratica del massacro di globicefali e delfini. Questa settimana si è brutalmente palesata la verità sul sostegno da parte della Danimarca alla Grindadráp (traduzione: “Omicidio di cetaceo”). Forze speciali della polizia e della marina danese sono giunte nelle Isole Faroe per garantire ai feroesi la possibilità di svolgere il loro tradizionale rito di uccisione di cetacei. Questo in risposta alla più vasta ed efficace campagna mai lanciata da Sea Shepherd – Operazione Grind Stop 2014 – volta a fermare il sanguinoso massacro di globicefali perpetrato dai feroesi, che lo scorso anno è costato la vita a 1.104 esemplari. Sea Shepherd ha a disposizione 500 volontari e sei barche per portare avanti l’opposizione al massacro durante questa estate. Attualmente sono 70 i volontari presenti sulle isole.PAMELA-ANDERSON-620x350

Ma il governo danese ha optato per una politica forte, decidendo di mostrare i muscoli e annunciando che chiunque ostacoli la caccia alle balene pilota e ai delfini sarà arrestato e espulso dalle Isole. Il Capitano Watson ha replicato:

E’ incredibile. Un piccolo gruppo di volontari disarmati, non violenti, mossi dalla compassione, provenienti da tutto il mondo, guidati da due donne dinamiche come Lamya Essemali, francese, e Rosie Kunneke, sudafricana, hanno scatenato un’enorme reazione di proporzioni comiche. La Marina e la polizia danesi stanno spendendo una grande quantità di denaro e sono pronte a usare la violenza contro persone pacifiche e compassionevoli per difendere un massacro di cetacei, severamente vietato dall’Unione Europea, della quale la Danimarca è membro. Finalmente, adesso possiamo guardare in faccia la verità, e cioè che il governo della Danimarca appoggia pienamente il massacro dei globicefali e dei delfini ed è pronto a dimostrare tale sostegno con la violenza.

La campagna di Sea Shepherd è appena agli inizi.

Fonte:  Sea Shepherd@facebook

La turbina eolica più potente del mondo è operativa in Danimarca

Pensata per l’off shore, dove i venti sono forti e costanti, una singola turbina da 8MW potrebbe produrre di oltre 40 GWh e soddisfare i consumi di 10000 famiglie.

Il video qui sopra ha i titoli in danese, ma le immagini parlano da sole per mostrare le straordinarie dimensioni della nuova turbina eolica V164 da 8 MW, ultima nata della Vestas. La pala eolica più potente del mondo è stata pensata e progettata per le applicazioni off shore, dove i venti forti e costanti permettono dei load factor (1) superiori al 50%; gli elevati costi delle fondazioni sottomarine e delle decine di km di cavi di allacciamento alla rete impongono infatti di sfruttare al massimo la potenza disponibile localmente. Poichè i siti ventosi “buoni” sono abbondanti, ma comunque in numero limitato, è del tutto sensato sfruttare al massimo l’energia che vi si può ottenere. I numeri sono impressionanti: il rotore viene posto a 130-140 m di altezza, le pale hanno un diametro di 164 m e spazzano un’area di oltre 21000 m². Le singole pale da 80 m equivalgono a9 autobus double decker messi in fila (vedi immagine in fondo). La produzione annua di una singola turbina può variare da 28 a 42 GWh per una velocità media annua del vento tra 8 e 11 m/s (2). Una sola turbina potrebbe quindi sopperire al fabbisogno elettrico di 10000 famiglie (3). Il primo prototipo funzionante è stato installato a Østerild in Danimarca nel gennaio del 2014. La produzione potrebbe iniziare il prossimo anno.Pala-eolica-V-164

(1) E’ il tempo equivalente in cui il vento soffia alla massima velocità operativa di 12 m/sec a cui corrisponde la piena potenza di 8 MW

(2) Velocità elevate sulla terraferma, ma abbastanza comuni a 130 m sopra la superficie del mare.

(3) Stima con un livello di consumi italiano di 1 MWh all’anno pro capite per una famiglia di 4 persone

Fonte: ecoblog.it

Energia eolica in Danimarca al 55% per tutto il mese di dicembre

Il record danese è avvenuto grazie ai continui investimenti nelle rinnovabili e mostra che la rete è in grado di gestire la potenza intermittente del vento

Durante lo scorso mese di dicembre la produzione eolica ha fornito il 55% dell’energia elettrica della Danimarca. E’ una buona notizia, non solo per i danesi, ma per tutto il mondo, perchè mostra che se si fanno gli adeguati investimenti, la rete elettrica è perfettamente in grado di assorbire e gestire la potenza intermittente del vento, con buona pace di tutti i profeti di sventura che in questi anni hanno più volte detto che era impossibile o troppo problematico. Il fatto significativo è che questo record è mediato su tutto il mese e non riguarda solo i momenti eccezionali di tempesta, come è accaduto ad esempio in Germania. Nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre la produzione danese di energia dal vento ha pesino superato la domanda, raggiungendo il 138%. In questi casi l’energia viene esportata, come mostra in tempo reale il sito Energinet: nel momento in cui scrivo la Danimarca sta esportando circa 1 GW di potenza verso la Germania e la Svezia. Il record è stato raggiunto anche grazie ai nuovi investimenti che hanno portato nel 2013 il parco eolico da 4,2 a 4,8 MW e la produzione da 10,3 a 11,1 TWh. L’obiettivo è il raggiungimento del 50% dei consumi entro il 2020. Qui è appena il caso di ricordare che l’Italia produce più energia dal vento della Danimarca, visto che nel 2013 ha quasi raggiunto i 15 TWh. Il vento tra il Mare del Nord e il Baltico è più forte che nel mediterraneo, ma i siti italiani disponibili sono più numerosi, compresi quelli in cui alcuni integralisti (utili idioti delle lobby fossili) vorrebbero impedire l’installazione delle turbine.TO GO WITH AFP STORY BY Pierre-Henry DES

fonte: ecoblog

Samso, l’isola delle energie rinnovabili in Danimarca

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Samso è una delle 3 isole ecologiche al mondo, insieme a King in Australia e Utsire in Norvegia. Appartenente alla Danimarca, situata tra Copenaghen e lo Jutland, conta all’incirca 4500 abitanti e 22 piccoli agglomerati urbani. Nel 1997 l’Agenzia Danese per l’Energia lanciò un concorso nazionale per individuare l’area da destinare ad un progetto di rinnovamento: realizzare un paradiso ecologico in grado di produrre energia solo da fonti sostenibili. La scelta cadde su questo isolotto di 114 km quadrati, altrimenti destinato a morire sotto l’effetto imperante della globalizzazione, che stava portando i giovani a trovare fortuna altrove. Samso era sempre sopravvissuta grazie all’agricoltura, ma negli ultimi anni le grosse aziende stavano lentamente soppiantando il lavoro dei piccoli agricoltori. L’essere stati scelti come isola ecologica ha rappresentato un notevole cambio di rotta per il destino dei samsingers, gli abitanti del posto. E’ stato realizzato prima di tutto un parco eolico offshore composto da 10 turbine che si innalzano al largo della costa del Mare del Nord. Altre 11 sono state impiantate sulla terraferma, addobbate dai privati come fossero attrattive turistiche, tanto che su alcune è possibile salire fino in cima.samso-pale-eolice-250x156

Questo progetto è costato intorno ai 28 milioni di euro ed è stato finanziato direttamente dai comuni e dai singoli cittadini, agevolati dal governo tramite sovvenzioni e forme di abbattimento fiscale. Spese che oggi vengono ammortizzate grazie ai guadagni ottenuti della produzione della stessa energia. L’esperimento dell’isola ecologica non si è fermato comunque qui. Ogni abitazione ha rivestito il proprio tetto di muschio per evitare la dispersione di calore e sono stati inseriti dei pannelli solari, di modo che si possa provvedere a parte del riscaldamento della casa. Il restante viene ottenuto dalle biomasse. Molte famiglie hanno sostituito le caldaie con pompe di calore geotermiche e stufe a segatura e pellet. Attualmente si sta lavorando per la progressiva introduzione di impianti a idrogeno per i mezzi di trasporto, sia pubblici che privati. Tutto questo desta notevole interesse da parte dei turisti, che ritrovano su quest’isola il senso dell’amore per la propria terra e ritmi quotidiani all’impronta del relax. Spiagge, villaggi colorati e aria pura contribuiscono a rendere la permanenza ancora più piacevole. L’agricoltura resta ancora una delle attività tipiche di questa isola verde, tanto che ad agosto si tiene un importante festival sui prodotti agroalimentari, volti a sponsorizzare i prodotti locali. Dopo poco più di 10 anni possiamo pertanto riconoscere che l’esperimento sia riuscito, garantendo non solo all’isola di risollevarsi dal punto di vista economico, ma consentendo ai suoi abitanti di migliorare la qualità della vita e dell’ambiente.

Fonte: tuttogreen

La Danimarca ci prova: 100% di energia dalle rinnovabili entro il 2050

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Il governo della Danimarca ha annunciato che entro il 2050 tutta la sua energia sarà prodotta da fonti rinnovabili. Secondo il piano energetico varato dal Governo di Copenaghen, infatti, tra meno di 40 anni il Paese dirà addio ai combustibili fossili e sarà in grado di soddisfare l’intero fabbisogno nazionale esclusivamente attraverso le fonti rinnovabili. Il piano energetico ha anche lo scopo di vedere la Danimarca ridurre le sue emissioni di gas serra del 34%entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990 e la riduzione dei consumi energetici di oltre il 12 % rispetto al 2006. Il Paese ha iniziato a sviluppare le energie rinnovabili già da parecchi anni, ed ora è un leader mondiale del settore, in particolare per l’eolico. Il 100% di rinnovabili verrà raggiunto con un mix energetico in un Paese dove il 20% del fabbisogno energetico nazionale è già coperto dalle numerosi centrali eoliche, molte delle quali off-shore. Per attuare la strategia energetica appena varata il governo danese sarà chiamato a uno sforzo impegnativo perché,  oltre all’energia eolica, la commissione nazionale sul Clima dovrà puntare sulle biomasse, considerate la fonte rinnovabile che potrà maggiormente contribuire alla realizzazione dell’obiettivo di liberare la Danimarca dai combustibili fossili entro il 2050. Nei prossimi nove anni, la quota di energia prodotta da fonti a basse emissioni dovrebbe aumentare fino a coprire il 42% della domanda nazionale. Sarà proprio l’energia eolica ad avere il ruolo principale, tanto che il governo spera di soddisfare il fabbisogno del Paese solo con il vento, e sfruttare le biomasse e le altre fonti rinnovabili per l’esportazione di energia. Il passaggio alla green economy è sostenuto da tutte le forze politiche danesi, una volta varato definitivamente il provvedimento, si inizierà a lavorare per realizzare questo temerario obiettivo dando il via alla rivoluzione energetica verde che, si spera, coinvolga al più presto la politica di altri Paesi.

Fonte: tuttogreen

Il Pacu mangia testicoli dal Rio delle Amazzoni preso in Danimarca ma non è pericoloso

Un pesce Pacu, noto come pesce mangia testicoli e originario dell’Amazzonia è stato catturato in Danimarca. I media italiani ricopiano lo stile allarmistico del Daily Mail e perdono l’occasione di spiegare cosa sono le specie alienepacu-620x350

Domenica 4 agosto Einar Lindgreen un pescatore a nord di SaltHolm in Øresund a meno di 10 miglia dalle spiagge di Copenaghen e Malmö si rende conto che ha catturato a assieme alle sue anguille un pesce molto strano e particolare. Rossastro, di circa 21,5 cm mostrava una serie impressionante di denti. Sembrava un piranha ma per sicurezza il pesce è stato portato poi al Museo di Storia naturale per capire di che specie fosse. Per fortuna non era un piranha ma un Piaractus brachypomus conosciuto come pesce mangia testicoli (e tanto è bastato a scatenare la superficiale curiosità del Daily Mail e dei media mainstream italiani) noto per una dentatura che ricorda quella umana. E’ originario del Rio delle Amazzoni ma è stato introdotto anche in Asia. E’ allevato o catturato per la pesca sportiva e gli esemplari piccoli sono spesso ospiti esotici negli acquari. Il problema è che crescono in fretta e dunque spesso come per le tartarughe da acquario che pure diventano molto grandi, sono spesso abbandonati in mare o nei laghi. Escluso anche che sia sfuggito dal Blue Planet l’acquario che si trova nelle vicinanze. Spiega Peter Rask Møller l’esperto del Museo di Storia Naturale dell’ Università di Copenhagen che ha identificato il pesce:

Acquariofili e allevatori di pesce sono “i soliti sospetti” quando incontriamo pesci insoliti in luoghi in cui non sono originari. E ‘possibile che qualcuno ha svuotato la vasca in un vicino torrente prima delle vacanze e che il pacu poi abbia continuato a nuotare fino all’acqua salmastra.

Il pacu è stato definito mangia testicoli dopo che alcuni esemplari in Papua Nuova guinea sembra abbiano attaccato i testicoli di alcuni bagnanti avendoli scambiati per noci, frutta di cui si nutre. Notizia che ha trovato grande eco lo scorso anno sui media americani. I denti dunque così simili a quelli umani servono per schiacciare noci, frutti e anche per mangiare piccoli pesci e crostacei. Ma la vera notizia non è che potrebbe attaccare i gioielli di famiglia di qualche maschietto bensì che essendo una specie aliena costituisce un serio pericolo per le specie autoctone che non sono abituate a questi nuovi predatori. Preoccupazione è stata espressa in merito anche dall’EEA l’Agenzia europea per l’Ambiente. Ma torniamo al pacu danese catturato una settimana fa: l’ultimo esemplare di questo pesce in Europa era stato catturato nel 2002 in Polonia. Il pacu vive nelle calde acque del Rio delle Amazzoni e si nutre di frutta in guscio, è stato trovato in mare il che ha sorpreso ma arrivando il gelo tra qualche mese sembra che se via sia un qualche altro esemplare è piuttosto arduo che riesca a sopravvivere al ghiaccio danese. A meno che non si rifugi nei pressi delle calde acque di un qualche impianto che rilascia acqua calda. Dunque per dimostrare che il pacu non è un terribile predatore per i gioielli maschili (forse per le dita dei bagnanti però si) il naturalista Kristian Berg Linn Sørensen dell’associazione Randers Rainforest ha nuotato in una vasca con pacu. Ne è uscito sano e salvo.

Fonte:  DR , Università di Copenhagen, Express