Allevamenti lager? Colpa della nostra voracità

Gli allevamenti lager? Esistono perché noi vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet.9524-10281

Non esiste persona che di fronte alle immagini sconcertanti di violenza e incuria nei confronti degli animali da allevamento, dica che sia giusto o rimanga indifferente  alle denunce che ormai iniziano a diffondersi con sempre maggiore frequenza sui social, sui giornali, su internet e in tv. Le reazioni di chi sostiene la tesi di una sana alimentazione onnivora sono di seria e onesta distanza dai quei produttori così brutti e cattivi che non si fanno scrupoli di tenere esseri viventi (esattamente come noi) in strutture che hanno tutte le caratteristiche e le dinamiche di veri e propri  campi di sterminio organizzati. Nessuno è d’accordo. Ma, si sa, quelli sono casi particolari. Non è davvero così che avviene la produzione di carne. Non è così che si produce il latte o la nostra tradizionale e irrinunciabile mozzarella di bufala. Non è perpetrando ogni giorno e ogni notte della loro tristissima e breve vita maltrattamenti e torture ad esseri senzienti, pensanti e sofferenti (esattamente come noi) che si producono stragi di cuccioli per procurare piacere, diletto, divertimento sottoforma di “gusto”, “tradizione”, “cucina mediterranea” e altre espressioni che coprono come pesantissimi sipari le verità scomode, distanti e vergognose che non vogliamo vedere, che neghiamo, che allontaniamo il più delle volte consapevoli. Non c’è video di approfondimento, non c’è intervista o articolo che salvi questi modelli di produzione di esseri viventi destinati alla nostra tavola. Certo che sono condannabili, chi vuole essere così cattivo da dirsi favorevole, chi vuole apparire così poco sensibile, empatico o indifferente? Persino gli chef stellati, perfino i nutrizionisti  carnivori di tradizione e scelta “scientifica” si dissociano da codesto sistema che per un pugno di dollari è capace di costruire un’intera filosofia del mangiare sano su una tradizione fatta di violenza sempre meno sostenibile. Non c’è azienda che non si veda pronta a correre la gara del naturale e del rispettoso del benessere animale quand’anche la sua tradizione dice ben altro. Fioriscono pubblicità presentate al pubblico incipriate e confezionate a dovere col nastro brillante della mucca munta a mano o il filtro romantico quanto disonesto dei vitellini con la loro mamma. Ci vuole così poco a comprarci, così poco a farci convincere non perché quelle aziende e il sistema tutto abbiano chissà quali mezzi o siano geni criminali con l’unico obiettivo del guadagno. Ci vuole poco e ci vorrebbe ancora meno perché noi non vogliamo rinunciare al piacere. E’ il piacere quello che ci muove. E’ in nome del piacere che possiamo chiudere gli occhi davanti a ogni efferatezza che sappiamo molto bene esistere e compiersi nei confronti di milioni di animali ogni anno, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E’ il piacere che ci spinge a liquidare sotto forma di “estremismo” le opinioni diverse dalle nostre. E’ il piacere che, ancora, ci muove a prendere le distanze da queste realtà, sapendo bene che gli allevamenti intensivi non sono realtà isolate ma la vera e tristissima norma quotidiana. E allora gli allevamenti lager esistono perché noi, noi e nessun altro, vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet. Noi siamo i responsabili di tutto questo ogni giorno quando facciamo la spesa, quando redigiamo i nostri menu, quando chiudiamo gli occhi pensando che tutto sia giusto perché così è sempre stato. Ogni smorfia di disgusto, ogni parola di distanza in proposito deve essere rivolta a noi e solo ed esclusivamente a noi. Siamo i mandanti, i primi respnsabili, i primi che possono cambiare direzione. Dissociarsi non è più sufficiente. Diventare consapevoli e fermarci a riflettere su ciò che acquistiamo e scegliamo è l’unica, vera e indispensabile strada. Per noi e per gli altri animali (esattamente come noi), se vogliamo continuare a dirci umani.

Fonte: ilcambiamento.it

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Monumenti Aperti: la cultura diffusa dalle persone di ogni età

E se diventassimo tutti noi promotori dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini dell’enorme patrimonio culturale del nostro territorio? Nasce in Sardegna per iniziativa di un gruppo di studenti la manifestazione Monumenti Aperti, ideata dall’associazione Imago Mundi per diffondere il valore dei monumenti delle città sarde tramite visite guidate condotte da volontari e alunni delle scuole. Una nuova modalità di fruizione del bene culturale, dove gli studenti di tutte le età diventano i protagonisti nella diffusione del valore dei monumenti delle città sarde. Tutto questo è Monumenti Aperti, l’iniziativa dell’associazione culturale Imago Mundi, dove la riscoperta di segni e tradizioni del passato va di pari passo con un modello imprenditoriale che coordina migliaia di volontari e coinvolge centinaia di migliaia di persone, sia come fruitori che come presentatori del bene culturale stesso.

L’Associazione Culturale Imago Mundi è nata per iniziativa di un gruppo di studenti dell’Università di Cagliari, nel 1992, con l’obiettivo di far conoscere e apprezzare la cultura, i monumenti e le tradizioni della città. Lo scopo principale fin dalla nascita è stato quello di coinvolgere la popolazione nella scoperta e nella diffusione del bene culturale studiato. Oggi l’associazione conta tre dipendenti e 13.500 volontari tra studenti universitari, liceali, alunni delle scuole medie e soci che hanno sposato il progetto. Ed è l’associazione che organizza la manifestazione Monumenti Aperti: un’iniziativa nata nel 1997 volta alla riscoperta di tracce, segni e testimonianze del passato cittadino cagliaritano e della Sardegna in generale. Per due giorni i monumenti di Cagliari, e oggi anche di altre realtà più piccole della Sardegna, vengano aperti al pubblico e spiegati tramite visite guidate condotte da volontari, studenti e alunni delle scuole. Si vuole così differenziare e arricchire la fruizione dei beni pubblici, rendendo consapevoli i cittadini sardi dell’enorme patrimonio archeologico, architettonico, artistico e storico della regione.13237817_1075393852541571_3733861547292167726_n

Ma come funziona esattamente? La scuola adotta un monumento e così “Il percorso didattico diventa un vero e proprio progetto culturale –  ci spiega Fabrizio Frongia, presidente dell’Associazione Culturale Onlus Imago Mundi – con una modalità nuova di presentazione del ricco patrimonio archeologico e architettonico della nostra terra. Cerchiamo di fare in modo che lo studente, attraverso i temi, gli articoli di giornale, gli scritti, i saggi brevi, possa impadronirsi del bene di prossimità, cioè del bene che va adottare o individualmente o come gruppo classe”.

Ci sono istituti che aderiscono alla manifestazione con tanti professori e studenti, con un approccio multidisciplinare facendo così in modo che ognuno, in base all’età, possa raccontare il bene di prossimità nella maniera a più consona. La trasversalità tra ordini e gradi dell’istruzione ne fa un progetto unico tra le manifestazioni culturali italiane.

Monumenti Aperti ha una rilevanza regionale ben solida, con quasi centomila visitatori ed è nata anche un’edizione piemontese della manifestazione a Santo Stefano Balbo, paese natale di Cesare Pavese. Da realtà circoscritta alla città di Cagliari, oggi è divenuta una manifestazione estesa a tutto il territorio regionale sardo e, soprattutto, ha tutte le carte per divenire un modello imprenditoriale: “da più ambiti ci sta arrivando un suggerimento pratico” ci spiega Frongia “che è quello di cercare di guardare Monumenti Aperti come modello, non percepito solamente come progetto culturale a sé ma guardatelo come progetto culturale a trecentosessanta gradi perché è anche un progetto imprenditoriale”.13179254_1072294096184880_1685287078385526884_n

La manifestazione gode del patrocinio degli assessorati al Turismo e ai Beni Culturali della Regione Sardegna. L’Amministrazione Regionale ha deciso di ampliare l’evento a tutto il territorio sardo e non solo a Cagliari, allo scopo di incentivare un turismo interno che oggi sembra in costante espansione.  All’interno di Monumenti Aperti sono nati dei programmi speciali come Monumenti in Musica, dove le visite guidate vengono animate con momenti e pillole musicali realizzati da studenti del conservatorio, professionisti, volontari e autodidatti, e Cultura Senza Barriere dove sono stati studiati percorsi per non udenti e non vedenti e, andando anche oltre la sola accessibilità, si sono organizzate visite guidate dirette da persone dalle diverse abilità fino ad arrivare ai nuovi cittadini: “A Cagliari dei senegalesi hanno adottato un lazzaretto sul mare” conclude Frongia, che è una delle prime cose che vedono quando la nave arriva sul porto. Lo raccontano in francese, ad altri nuovi cittadini che arrivano per la prima volta in città, e in italiano spiegano poi cosa ha rappresentato e rappresenta il bene adottato”.

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/io-faccio-cosi-151-monumenti-aperti-la-cultura-diffusa-persone-ogni-eta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

In Liguria il libero scambio di semi e cultura

Il 14 e 15 gennaio nei pressi di Genova abbiamo potuto assistere ad una “due giorni” davvero fuori dal comune, caratterizzata dal premio Parole di Terra e dal Mandillo dei Semi. Tra interviste, conferenze di Giorgio Diritti e Massimo Angelini, scambio di semi e riunioni del consorzio la Quarantina, abbiamo potuto assaporare assaggi di un mondo che ci piace, un mondo in cui natura, cultura, coltura e relazioni siano davvero i protagonisti indiscussi del nostro presente e del nostro futuro. Nel 2012, mentre esploravo l’Italia in camper, ebbi il privilegio di incontrare a Genova Massimo Angelini, ruralista, filosofo della terra, “padre” del Mandillo dei Semi, della Rete Semi Rurali, della casa editrice Pentàgora  e tra i protagonisti della battaglia che ha permesso dal 2007 all’Italia di essere uno dei pochi Paesi europei in cui non è vietato lo scambio di semi.img_5215

Sì, sembra assurdo, ma prima anche da noi era vietato donare, scambiare e vendere i propri semi.
Angelini mi introdusse quindi a questi straordinari mondi e mi permise di scoprire che una volta all’anno, dal 2001, centinaia di persone si ritrovano nei pressi di Genova per scambiare semi (prevalentemente locali), esperienze, amicizie.

Quando un altro uomo speciale nonché agente del cambiamento ligure Davide Capone, pochi mesi fa ci ha proposto di partecipare al raduno di inizio 2017 non ho esitato un attimo ad urlare il mio entusiasmo. Ed è così che pochi giorni fa ho potuto toccare con mano, finalmente di persona, questo semplice, quasi banale e quindi straordinario evento di “pace”.IMG_5156.jpg

Massimo Angelini

“Quando nacque il Mandillo – mi spiega Massimo Angelini – in Italia eravamo praticamente gli unici a scambiare semi. C’eravamo solo noi e quelli della Fierucola di Firenze. Ora ci sono decine di eventi come questi, eppure ogni anno le presenze al nostro incontro aumentano. Non so dire se sia un segnale di aumento di consapevolezza o una moda”.

In un caso o nell’altro io trovo fantastico che questo tipo di incontri e di azioni stia avendo una diffusione così virale. Il 15 gennaio a Ronco Scrivia sono transitate, tra i banchi degli scambiatori di semi, oltre 2000 persone! Ma non è tutto. All’interno di questi due giorni, ho potuto assistere anche al premio letterario organizzato dall’Associazione Parole di Terra, che vedeva come ospite speciale il regista Giorgio Diritti. Ho assistito alla sua conferenza, ho apprezzato la proiezione di un suo documentario e soprattutto ho potuto conversare con lui e ne sono uscito ulteriormente arricchito.giorgio-diritti.jpg

Giorgio Diritti

Nel video che vi proponiamo, trovate un assaggio di tutto questo.
Nelle prossime settimane, avremo modo di approfondire gli incontri più significativi.
Buona visione!

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/liguria-libero-scambio-semi-cultura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“Giro d’Italia in 80 librerie”, la cultura celebrata in sella alla bicicletta

Nato nel 2013 e giunto alla sua terza edizione, il progetto porta la cultura in piazza da maggio a luglio, attraverso un percorso ciclistico a tappe, riscoprendo e valorizzando così anche le bellezze del paesaggio italiano. Intervista a Marco Zapparoli, tra gli ideatori dell’evento.1

Un viaggio lungo 2 mesi e 1.200 km lungo la costa adriatica, da maggio a luglio, dal Nord al Sud dell’Italia, a bordo del mezzo di locomozione più funzionale per eccellenza: la bicicletta. Un percorso costellato di tappe, con  varie incursioni nell’entroterra, per celebrare la cultura letteraria di pari passo (e pedalata) con la  riscoperta e la valorizzazione dell’incantevole territorio italiano. Si tratta del “Giro d’Italia in 80 librerie”, un grandioso progetto da poco volto al termine della sua terza edizione, nato nel 2013 da un’idea dell’associazione “Letteratura rinnovabile”, insieme all’editore Marco Zapparoli della casa editrice “Marcos y Marcos” e alla scrittrice Darinka Montico, con il sostegno e la partecipazione attiva di “Snam”, della Federazione Ciclistica Italiana (FCI) e della Federazione Italiana Amici della Bicicletta (FIAB). Ad accomunare i personaggi che hanno preso parte a questo affascinante giro, oltre all’intimo ed inconcusso amore per la cultura in una delle sue forme di espressione più alte (la letteratura),  è stata l’impellenza di diffondere didatticamente nelle piazze e nelle vie un unico e sacro verbo: leggere. Ma anche il desiderio di lasciarsi estasiare durante il viaggio dalla grazia delle bellezze del paesaggio, con  modalità e tempi dettati dalla semper fidelis due ruote, attraversando la natura da umili e rispettosi osservatori, senza interferire in alcun modo con il suo ritmo perpetuo e immutabile.  Dopo il successo delle precedenti edizioni, il Giro è tornato quest’anno a coinvolgere la gente dei posti visitati e a renderla partecipe di un processo che potrebbe, se perpetuato con costanza e applicato attivamente, rendere tutti più consapevoli dell’importanza della lettura come mezzo per essere intellettualmente liberi.
A rispondere ad alcune domande di approfondimento è Marco Zapparoli, uno degli ideatori dell’evento nazionale.

Quando e come è nata l’idea di coniugare l’utilizzo di un mezzo di trasporto così semplice  come la bicicletta con un progetto così ambizioso ed ampio come un giro d’Italia alla scoperta del mondo delle librerie?

Quando si legge, si attraversano storie e contenuti in modalità lenta, così come in modalità lenta si attraversano luoghi e paesaggi naturali utilizzando la bicicletta. Leggere richiede uno sforzo mentale, andare in bicicletta uno sforzo fisico, ma entrambe queste azioni favoriscono la concentrazione. Scambiare contenuti, emozioni, idee andando in bicicletta è un piacere del tutto particolare. Il Giro d’Italia in 80 librerie promuove il gusto della scoperta e offre opportunità di aggregazione e condivisione con l’aiuto di uno scenario fra i più belli al mondo.

Qual è stato il percorso del Giro?

Siamo partiti a fine maggio da Tarvisio, al confine con l’Austria, e abbiamo puntato verso Venezia, passando da Venzone, Pordenone, Udine, Palmanova, Aquileia, Grado. Da Venezia ci siamo spostati verso Ferrara, e poi giù, quasi sempre lungo la costiera Adriatica, toccando Argenta, Rimini, Monte Grimano Terme, Pesaro, Ancona, Pescara, Vasto, Foggia, Lucera, Andria, Trani, Bari. Una ventina di tappe davvero entusiasmanti.

Chi vi ha preso parte?

Scrittori, deejay, bibliotecari, cuochi, comici, cantanti, designer, traduttori, editori. Insomma la grande famiglia dei creativi: da Flavio Oreglio a Simone Rugiati, dai Camillas a Sarah Jane Ranieri e Dirk Hamilton, da Cinaski a Fulvio Ervas e Marco Missiroli, solo per fare qualche nome.giro80_02

Che tipo di adesione e partecipazione avete riscontrato da parte della gente che avete incontrato? 

Entusiasmo ovunque. A Venzone, in Friuli, poco dopo la partenza, centinaia di persone si sono date appuntamento per inaugurare un tratto importante di pista ciclabile. A Udine, strade affollate fino a tarda notte grazie a decine di eventi, anche degustazioni, offerti da biblioteche e librerie. In centri più piccoli, come Monte Grimano Terme – paese del bookcrossing – o a Trani, si sono mobilitati tutti. A Venezia, “Libri in voga” ha visto moltissimi partecipanti mettersi in gioco con letture serali ad alta voce sulle barche, lungo i canali… ogni città, cittadina, paese ha proposto iniziative e formati originali, coinvolgenti. Ad Argenta, classi di bambini hanno ascoltato narrazioni di storie in un bosco illuminato da lanterne realizzate da loro!

“Chi l’ha letto?”, “Biciclette Parlanti”, “Letture Bendate” sono tre formati originali proposti durante il percorso. Ci può raccontare in cosa consistono?

“Chi l’ha letto” è una specie di talk show che si svolge in piazza, nel cortile di una grande biblioteca o in una via del centro, condotto da Sarah Jane Ranieri di Radio DJ. Coinvolge più personaggi in un dialogo serrato e divertente, intervallato da brevi letture. “Letture bendate” ha sempre un esito strepitoso su chi vi partecipa. Vengono distribuite apposite mascherine, come quelle utilizzate nei voli transoceanici, mentre un conduttore propone ascolti di brevi brani tratti da audiolibri, oppure letture ad alta voce da parte di attori o lettori esperti. Il tutto avviene in un clima di crescente e magico silenzio, assoluta concentrazione. “Biciclette parlanti” riguarda bici dotate di speciali diffusori bluetooth, spesso nascosti in un cestino, che diffondono per vie, piazzette e luoghi pubblici brani di audiolibri attentamente selezionati. C’è anche un prototipo di Cinebicicletta, in grado di proiettare videoclip in alta risoluzione e con notevole qualità audio su muri esterni.

Portare la cultura in piazza e diffonderla attraverso la due ruote, con impatto ambientale zero e in grado di percorrere tantissimi chilometri si è rivelato, grazie alla vostra brillante intuizione, un modo originale ed efficace per catalizzare l’attenzione della gente sull’importanza della lettura. A suo parere, l’Italia è un Paese per lettori? Bisognerebbe incentivare questo tipo di iniziative? In che modo?

L’Italia è un Paese che offre stimoli creativi e culturali come nessun altro al mondo. È però un paese dove si legge pochissimo. C’è una scarsa propensione all’ascolto, la lettura è associata quasi sempre al dovere, pochissimo al piacere e all’utilità che ne deriva. Il nostro lavoro ha due orientamenti complementari. Il primo è attività di familiarizzazione con libro e lettura, possibilmente in chiave leggera. Cerchiamo di far comprendere con esempi concreti – vedi Letture bendate o Chi l’ha letto – che leggere non è un’attività noiosa riservata a poveri infelici ma riserva, invece, molte buone sorprese. Iniziative come “Giro d’Italia in 80 librerie” e “Letti di Notte” puntano a questo, oltre a sostenere immagine e rilevanza sociale di librerie e biblioteche. Il secondo è indurre alla lettura vera e propria. Stiamo organizzando decine di laboratori di lettura ad alta voce attraverso un progetto che si chiama “BookSound”. Esso è rivolto a studenti delle scuole secondarie inferiori e superiori. Si articola in quattro fasi, punta molto sulle capacità creative, organizzative, interpretative dei ragazzi, sulla loro propensione a socializzare e condividere, e si svolge lungo tutto l’anno scolastico. Trovate tutte le informazioni sul sito www.booksound.itgiro80_03

Avete riscontrato differenze nell’adesione e nell’interesse a questa manifestazione tra gli abitanti delle città del Nord e quelli delle città del Sud?

Abbiamo incontrato associazioni e iniziative eccellenti sia al nord che al centro e al sud. La capacità di aggregare persone è diffusa ovunque. E anche al sud l’offerta culturale non manca. A Bari c’è una biblioteca per bambini e ragazzi che programma iniziative di eccellente livello. A Foggia e Lucera librerie da leccarsi i baffi.  Certo, nelle città del sud si fatica maggiormente a vendere libri e le associazioni culturali dispongono di meno risorse.

Nel mutuo e fruttuoso scambio culturale, che un progetto del genere fisiologicamente presuppone, quanto pensate di esservi arricchiti voi organizzatori in termini di esperienze, incontri e confronti? 

Abbiamo imparato molto, scoperto milioni di cose che non conoscevamo, come sempre quando ci si mette in viaggio. Ora dobbiamo fare tesoro di tutto, riverberarlo nelle prossime iniziative coinvolgendo, appena possibile, le migliori realtà incontrate nelle prime due edizioni.

Quindi state già lavorando alla prossima edizione? Può darci qualche anticipazione?

Certamente. Ci siamo resi conto che ridurre il numero di tappe rispetto alla prima edizione del Giro ha permesso una miglior diffusione nel territorio del progetto. Nel 2016 prevediamo un percorso più breve e una cooperazione ancora più articolata con i territori che toccheremo. Al centro del progetto 2016 c’è il fiume Ticino, dalle fonti in Svizzera fino alla sua confluenza con il Po oltre Pavia. Il Giro farà rete in modo più efficace anche con le altre grandi iniziative di “Letteratura Rinnovabile”, “Letti di Notte”, la notte bianca della lettura che si svolge ogni anno il 21 giugno in 200 luoghi in tutta Italia e “BookSound”, che sostiene la lettura ad alta voce nelle scuole. Prevediamo, infatti,un loro maggior coinvolgimento: sono il terreno di partenza per cambiare il modo in cui la lettura viene percepita e incoraggiata.

Fonte: ilcambiamento.it

Gli scambi solidali e il crowdfunding per sociale e cultura: Banca Etica fa comunità

Scambi solidali tra i soci in rete e la raccolta fondi dal basso per finanziare progetti sociali e culturali portati avanti da chi fa parte della comunità: Banca Etica fa il punto a due anni dall’avvio di questi due progetti.bancaetica_crowdfunding

Progetti che sempre più consentono di far comprendere come il denaro non sia e non debba essere un fine ma un mezzo per realizzare un obiettivo sostenibile e portatore di valori positivi. Soci in Rete (www.sociinrete.bancaetica.it) è stato sviluppato nel 2013 con l’obiettivo di rafforzare la mutualità interna nei confronti dei soci. «Il progetto è finalizzato a facilitare la relazione tra le persone e le organizzazioni sul territorio – spiegano da Banca Etica – attraverso l’apertura alla partecipazione attiva e la capacità di rispondere ai bisogni della comunità di riferimento. Si tratta in particolare di un mercato virtuale a cui possono partecipare solo i soci della Banca, in cui si incontra chi offre e chi acquista beni e servizi, materiali e relazionali. Il principio è, da un lato, quello di riservare un vantaggio a chi sostiene una visione economica e sociale nuova, dall’altro, privilegiare, nelle scelte di acquisto, soggetti economici coerenti con questa visione. Lo strumento è accessibile tramite un portale online, gestito da Banca Etica, che accetta esclusivamente le offerte di prodotti e servizi di persone o organizzazioni socie e che rispettano i valori espressi nel Codice Etico e nello Statuto della Banca. A fine 2014 al portale risultano iscritti 21 soci che hanno proposto complessivamente 48 offerte: il progetto consente l’iscrizione ad una newsletter, alla quale sono iscritte 1.400 persone. Banca Etica attualmente sta riflettendo in merito all’evoluzione dello strumento: in particolare si prevede di estendere le offerte commerciali a possibilità di lavoro e di volontariato. Riguardo al crowdfunding, la Banca ha iniziato un percorso importante con la prima piattaforma di settore, Produzioni dal Basso (www.produzionidalbasso.com), sviluppando al suo interno una specifica rete. Il network di Banca Etica all’interno di Produzioni dal Basso è attivo da giugno 2014 e ha visto l’inserimento progressivo di progetti nati dalla base sociale o che la base sociale ha deciso di sostenere con azioni proattive di affiancamento e di comunicazione. I progetti inseriti nel 2014 sono stati 12: tra questi 7 hanno raggiunto il budget indicato, concludendosi positivamente, 2 non hanno raggiunto il budget e si sono chiusi e 3 si sono conclusi nei primi mesi del 2015. Nei giorni scorsi è stato anche presentato il bilancio sociale: a fine 2014 il capitale sociale di Banca Etica ammontava a 49.769.055 euro, registrando un incremento di 3.167.062 euro rispetto a fine 2013 (+ 6,8%).

A fine 2014 i soci di Banca Etica sono 36.815:

  • 16,1% persone giuridiche
  • 83,9% persone fisiche.

Il capitale sociale è apportato per il 35,5% da persone giuridiche e per il 64,5% da persone fisiche.

Tra i soci ci sono 355 enti pubblici (284 Comuni, 43 Province, 8 Regioni), che rappresentano il 3,1% del capitale sociale (1.586.025 euro).

Fonte: ilcambiamento.it

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Dizionario eretico. Per una critica della parola vilipesa

Perché parliamo nel modo in cui parliamo? Perché per significare una certa cosa, un pensiero, un’emozione scegliamo una parola piuttosto che un’altra? Perché mentre parliamo riteniamo che proprio quella parola pronunciata sia perfetta per esplicitare esattamente ciò che pensiamo? E perché mentre comunichiamo agli altri le nostre intenzioni crediamo che chi ci ascolta dia alle parole il medesimo senso che gli attribuiamo noi? Ma su tutte le questioni sollevate, spicca l’interrogativo originario, senza di cui nessuna di queste domande avrebbe senso: cos’è il linguaggio? Qual è la sua definizione, la sua essenza?letters-wallpapers-free-download1-1024x663

Generalmente per linguaggio si intende la facoltà propria dell’uomo di esprimersi e comunicare tramite un sistema di simboli, in particolare di segni vocali e grafici. Ora, che questa sia una prerogativa esclusivamente umana io non mi sentirei di sostenerlo, e dal mio angolo prospettico, di scettico radicale, sospendo il giudizio. D’altronde non è questo il momento di disquisire sulle modalità con cui tutti gli animali comunicano fra loro. Qui si tratta di capire cosa sia il linguaggio per noi, animali umani, e quali trasformazioni abbia subito negli ultimi secoli. Se accettiamo l’idea che il linguaggio sia la facoltà con cui l’uomo si esprime, è chiaro che le parole, alla base del linguaggio, assumono il ruolo di legante relazionale fra chi parla e chi ascolta. La parola che costituisce il linguaggio è quindi un vettore sociale, politico, interpersonale. Non esiste di per sé, non potrebbe essere pronunciata senza un ascoltatore: chi parla da solo, infatti, non sta parlando, ma ragiona ad alta voce. La parola pronunciata diventa linguaggio solo nella relazione interpersonale e comunitaria: si parla a qualcuno, si parla per qualcuno e con qualcuno. Proviamo a pensare alle parole come a dei legami che tengono insieme due o più persone. Quando ci si riconosce all’interno di un medesimo orizzonte, entro una stessa comunità, si finisce per parlare la stessa lingua. Anche perché le parole che abitano un luogo, abitano anche la relazione che si costituisce fra i parlanti di quel luogo e la realtà circostante. Ciò sta anche a significare che ogni luogo ha le sue parole, ogni luogo costituisce un linguaggio e i concetti con cui gli abitanti si esprimono e si comprendono a vicenda. Per esemplificare il ragionamento potrei ricorrere ad un aneddoto riferitomi da un mio amico nigeriano, il quale, tornato al suo paese natale, non riusciva a spiegare ai bambini del villaggio cosa fosse la neve. Ad un certo punto, per risolvere la difficoltà e per placare la curiosità dei suoi piccoli amici, li condusse vicino ad un congelatore, raschiò dall’interno del ghiaccio secco, lo lanciò in aria e disse: «Ecco la neve!». Il motivo per cui i bambini nigeriani non riuscivano a capire cosa fosse la neve è chiaro: non ne avevano i concetti. La neve è un «frammento» di realtà con cui i popoli africani non si trovano ad aver relazione e quindi questa mancata relazione non dà luogo a un legame costitutivo, non dà luogo alla parola neve.ws_Letters_1920x1080-1024x576

Da questo punto di vista, allora, ha molto ragione Ludwig Wittgenstein quando afferma che «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Il mondo che abitiamo consiste nella totalità dei fatti che accadono, e il linguaggio è la totalità delle proposizioni che significano i fatti stessi. Ciò vuol dire che se la neve non «accade» come fatto, quella parola esula dal mio linguaggio, non ne fa parte, sicché diventa un concetto estraneo alla mia lingua, tanto che non la capisco e non riesco ad associare alla parola neve alcuna immagine. Ora, se quanto detto sin qui ha una pur minima plausibilità, per cogliere il senso profondo della nostra lingua (e quando parlo di «nostra lingua» non intendo la sola lingua italiana, bensì la lingua occidentale, i concetti occidentali) dovremmo indagare i concetti che colonizzano il nostro immaginario e la nostra cultura, e che costituiscono l’orizzonte entro cui ci riconosciamo e abitiamo come parlanti. Lo spazio culturale, sociale e politico in cui siamo immersi da almeno duemila e cinquecento anni è quello economico. Nel mio libro Dall’economia all’eutéleia (Edizioni per la decrescita felice, 2014) spiego in che senso ritengo che l’oikonomia sia il luogo del dominio dispotico in cui dal VI secolo avanti Cristo le relazioni comunitarie si sono strutturate verticalmente. Sono cioè state relazioni di dominio esercitato da qualcuno su qualcun altro. Mi riferisco al VI secolo avanti Cristo perché quello è il momento in cui il concetto di economia viene codificato per la prima volta da Senofonte. Con questo non voglio dire che prima di allora si vivevano relazioni orizzontali e conviviali, ma semplicemente che con il saggio intitolato Economico, Senofonte mette in chiaro cosa sia per il mondo greco l’economia.ws_Typewriters_Letters_1920x1080-1024x576

Non è questo il momento di riprendere il discorso, che ci porterebbe troppo lontano. Questo accenno l’ho fatto solo per dire che nel considerare il linguaggio occidentale dobbiamo fare i conti con l’orizzonte economico, che da millenni esprime il senso del dominio di qualcuno su qualcun altro. Questa caratterizzazione culturale ha prodotto una trasformazione radicale del nostro modo di parlare. I termini legati alla solidarietà, alla convivialità, al reciproco rispetto, alla pace sono progressivamente spariti. Negli ultimi due secoli, con il capitalismo – prima – e la razionalità tecnologico-capitalista – poi – le parole che usiamo abitualmente hanno subito una torsione semantica in senso violento. L’obiettivo che mi propongo in questo dizionario eretico è di rimettere al centro le parole comunitarie, da troppo tempo dimenticate e celate sotto una coltre d’indifferenza, e le parole che liberano l’uomo dalla violenza e dal dispotismo, mostrando di volta in volta le trasformazioni a cui abbiamo costretto il nostro linguaggio, senza forse neppure accorgercene.

1. Anche le proposizioni, a loro volta, sono fatti del mondo, ma godono della particolare proprietà di essere fatti che significano altri fatti, che sono invece muti. Mi spiego: la parola neve è una parola pronunciata, e poiché la si è pronunciata, la parola neve diventa un fatto. Ma questo fatto è un fatto verbale, parlante. La neve che cade, invece, è un fatto muto. È un fatto che può essere raccontato, ma che non racconta.

Fonte : italiachecambia.org

Gli scambi scolastici di Intercultura: incontrare il mondo per costruire il dialogo

Costruire il dialogo interculturale attraverso gli scambi scolastici, aiutando così persone di tradizioni culturali diverse a comprendersi e collaborare in modo costruttivo. Con questa finalità è nata nel 1955 l’esperienza italiana di Intercultura  che “da decenni promuove il dialogo rispettoso tra uomini e donne di tutte le culture, nella convinzione che la conoscenza reciproca e la comprensione delle diversità costituiscano un prezioso antidoto allo ‘scontro tra le civiltà’”, oggi quanto mai attuale.

L’associazione promuove e organizza scambi ed esperienze interculturali, inviando ogni anno circa 1800 ragazzi delle scuole secondarie a vivere e studiare all’estero ed accogliendo nel nostro Paese un migliaio di giovani di ogni nazione. “Abbiamo cominciato a parlare di queste cose quando nessuno poteva immaginare nemmeno che potessero esistere”, ci racconta Roberto Ruffino, socio fondatore e segretario generale di Intercultura. Il programma è destinato ai giovani di circa diciassette anni. Questi hanno la possibilità di trascorrere un anno scolastico in uno dei Paesi che aderiscono al circuito, dove lo studente viene ospitato da una famiglia del posto. L’organizzazione prepara i ragazzi e gestisce le problematiche che possono sorgere durante l’esperienza. D’altra parte, Intercultura si occupa dell’accoglienza dei ragazzi stranieri in Italia.intercultura

“Lo sforzo di uscire da un angolo in un Paese in cui nessuno ti conosce – spiega Roberto Ruffino – è una lezione che ti porti dietro per tutta la vita. I ragazzi italiani quando vivono questa esperienza si sentono per la prima volta autonomi, vivi, capaci di fare qualcosa e, normalmente, capiscono cosa vogliono fare nella vita. D’altra parte anche l’Italia, che da un giorno all’altro è divenuta terra di arrivo per migliaia di persone, ha molto bisogno di imparare come ci si rapporta a chi proviene da altre parti del mondo”. A dar vita ad Intercultura è stato un gruppo di volontari che avevano vissuto esperienze interculturali all’estero e ne avevano apprezzato il potenziale educativo e la carica innovativa rispetto ai programmi scolastici tradizionali. Oggi l’associazione conta circa quattromila volontari italiani suddivisi in più di 140 centri locali. Altri duecentomila, poi, fanno parte delle associazioni consorelle in sessanta Paesi. La struttura professionale conta oltre mille persone in tutto il mondo: “un vero e proprio ‘esercito di pace’ al servizio di tutti coloro che sono interessati all’apprendimento interculturale”.MG_2567

Roberto Ruffino, socio fondatore e segretario generale di Intercultura

 

Come si legge sul sito, il progetto educativo di Intercultura vuole così “contribuire alla creazione di una società mondiale pacificata, non attraverso la presenza egemone di poche culture ai danni di tutte le altre, ma attraverso il riconoscimento degli apporti che ogni cultura (non mitizzata, né fossilizzata, ma nel suo divenire) può dare alla soluzione di problemi comuni”. Si tratta di collaborare alla costruzione di “una società in cui il conflitto non sia dissimulato o risolto con la violenza, ma sia fonte di soluzioni originali e di progresso e dove le soluzioni emergenti non siano sempre quelle delle nazioni più ricche, ma riflettano anche quelle emarginate”. Fondamentale è inoltre per Intercultura dialogare con il sistema educativo italiano al fine di sensibilizzarlo alle tematiche interculturali ed aprirlo alla conoscenza e allo studio delle relazioni con le altre culture. “Uscire dai propri punti di riferimento è straordinario – afferma Roberto Ruffino – Si smette di considerare ‘normale’ ciò a cui si è abituati, e si allargano le prospettive”.

 

Il sito di Intercultura

 

Fonte : italiachecambia.org

Passamano, il negozio dell’usato gratuito che diventa cultura della condivisione

Passamano compie due anni. E’ un negozio, si trova a Bolzano e costituisce un’esperienza come poche in Italia. E’ un negozio dove si trova l’usato, ma gratuito, ed è anche un luogo dove si promuove la cultura della condivisione, del riciclo, del riutilizzo e della solidarietà. La filosofia ce la spiega Alessandro Borzaga, anima dell’iniziativa.passamano

Passamano è il negozio “del dono e del riciclo”, è a Bolzano in via Rovigo 22/c ed è un’esperienza destinata a fare scuola in un’epoca come quella attuale dove la salvezza sempre più spesso si trova nella solidarietà e nella condivisione. Passamano è finito due volte sui tg nazionali, è stato insignito del “Premio all’ambiente” da Euregio, organismo che comprende il Trentino Alto Adige e il Tirolo del Nord, e ha fatto talmente scuola che nel novembre 2013 a Caserta è stato inaugurato un negozio gemello.

«Per quanto riguarda le spese, sono coperte dalle generose offerte dei visitatori – spiega Alessandro Borzaga, anima dell’iniziativa – Con queste donazioni vengono pagate le spese condominiali, le bollette della corrente e dei rifiuti, l’assicurazione del locale e l’assicurazione dell’auto mentre l’affitto non si paga perché i proprietari del locale lo mettono a disposizione senza canone. In due anni abbiamo accumulato anche un discreto fondo cassa che ci permetterà in futuro di ingrandirci cercando un locale più visibile e di maggiori dimensioni».

«Il nostro tesoro è costituito dai volontari e da un anno a questa parte il personale è multietnico Ci sono persone provenienti dalla Romania, dalla Moldavia, dal Senegal, dal Marocco e dalla Tunisia.E’ nata anche la collaborazione con il Comune di Bolzano, con cui si organizza la festa mensile dei rifiuti ingombranti, durante la quale i cittadini, un sabato al mese, portano in piazza tutto ciò che non utilizzano più ed altri cittadini possono prendere ciò di cui hanno bisogno. Lo scorso anno abbiamo messo in piedi una piccola sartoria che nell’ultimo mese ha trasferito le proprie risorse umane e materiali presso la Cooperativa sociale Akrat contribuendo all’istituzione di una sartoria più grande dove si fanno riparazioni e nuove creazioni da stoffe riciclate. E’ partita anche la collaborazione con la formazione professionale con tirocinanti. Per sei mesi, nel 2013, abbiamo ospitato un giovane rifugiato politico del Gambia il quale ha dato una mano a mettere in piedi il laboratorio di riparazione biciclette ed elettronica. Ogni tanto mandiamo medicinali ed altri oggetti utili nel Burkina Faso e ad un orfanatrofio in Sicilia tramite delle organizzazioni umanitarie. Lo scorso maggio si è data l’ opportunità ad una cooperativa sociale di occupare una studentessa stagista per  ordinare e sistematizzare i  libri. L’automobile furgonata di una nostra volontaria, ferma da un po’ di tempo, è stata rimessa in strada per organizzare i trasporti, gli sgomberi e portare materiale in discarica. Inoltre essa può essere utilizzata per manifestazioni, mercati e fiere.

Com’è nata l’idea di aprire un cosiddetto free-shop?

«E’ nata dagli incontri tra il movimento transition-town e il movimento Decrescita Felice di Bolzano, svolti a cavallo tra il 2011 e il 2012. Ci si è divisi in gruppi di lavoro e abbiamo realizzato il progetto grazie al fatto che è stato messo a disposizione gratuitamente un negozio sfitto e invenduto da due anni. Da febbraio 2012 si sono tenuti diversi animati incontri in cui una ventina di persone giovani e adulte hanno progettato e realizzato l’apertura del non-negozio con il metodo dragon-dreaming cioè sognare, progettare, costruire e celebrare assieme. Poi con il metodo del consenso e dopo accese discussioni si è scelto il nome Passamano. Grazie anche ad un serrato tam tam mediatico il 14 aprile 2012 c’è stata l’apertura col botto. All’inaugurazione si sono presentate, nell’arco di un sabato pomeriggio, almeno 500 persone entusiaste che hanno occupato il cortile fino a tarda serata. Nella fase iniziale l’apertura quotidiana al pubblico è stata solo dalle 17 alle 19 dal lunedìal venerdì. La cittadinanza ha comunque risposto alla grande portando enormi quantità di libri, vestiti, giochi, suppellettili, casalinghi ed elettronica . Da subito molti visitatori si sono dimostrati generosi. Essendo gli oggetti concessi gratuitamente, all’inizio ci sono stati vari tentativi di accaparramento e accumulo pertanto, sull’esempio di altri free-shop in Europa, è stata istituita la regola di poter prendere 5 pezzi alla volta. Durante l’estate si è avuto la possibilità di rinnovare completamente l’arredo del negozio, dato che una farmacia in fase di ristrutturazione ha donato tutto il proprio mobilio. Dopo la chiusura di agosto si è verificato un forte fermento autunnale. L’orario è passato da 2 a 5 ore di apertura quotidiana (10-12 e 16-19 dal lunedì al venerdì). Il numero di volontari è passato da 5-6 ad oltre 20 di cui 15 donne. Di conseguenza sono aumentati il numero dei visitatori, la quantità di merci raccolte e l’entità di offerte in denaro. Il Passamano in seguito ha aderito a due progetti solidali di respiro nazionale. Ogni venerdì è presente al pomeriggio un promotore della cosiddetta moneta complementare di arcipelago scec. Successivamente si è adottato il progetto di informatici senza frontiere cioè il riciclo dei computer per l’Africa. Mentre i pc portatili vengono revisionati e spediti in paesi del sud del mondo, i computer fissi vengono dati ai clienti del Passamano e con le offerte si sostiene il progetto ISF. Poi con un gruppo animalista si sono raccolte le coperte ed altri oggetti per dare conforto alle colonie feline sparse nella città. Inoltre con un gruppo spontaneo abbiamo raccolto indumenti da mandare alla popolazione siriana per affrontare l’inverno».

Quindi la gratuità è il migliore degli investimenti?

«All’inizio Passamano è nato per principi ecologici e solidali. Poi si è scoperto che la gratuità è il più grande tesoro e il più grande investimento che si possa fare in tempi moderni, dopo secoli di scambi monetari e relative sovrastrutture. La gratuità è una pianta che produce rapidamente semi che germogliano in fretta e fanno crescere alberi di ulteriore gratuità. Sono arrivate offerte in denaro sempre superiori alle spese correnti e soprattutto ci si è arricchiti di nuove sane relazioni basate sull’aiuto e il rispetto reciproco. Tutto questo gratis, senza banche, senza contributi pubblici, senza notai, commercialisti, bilanci, partita Iva, Camera di Commercio, tribunali, libri contabili, Inps, stipendi. Guardandolo da un punto di vista puramente imprenditoriale, è certamente un grande successo. La società attuale stipendia milioni di impiegati e burocrati inutili, solo perché non siamo solidali e non ci fidiamo gli uni degli altri. Non si potrebbe tornare ad un economia primordiale basata sullo scambio di doni? Oggi tutti siamo più ricchi di un anno fa. Si è solamente costituita un’associazione, la si è registrata e si è fatta un’assicurazione di responsabilità civile. Questa è tutta la burocrazia del Passamano. Sicuramente di questi tempi un grandissimo risparmio di risorse umane e materiali e un atteggiamento dirompente nei confronti di un sistema che ci strangola».

Ma la gratuità funziona se è governata dall’etica.

«Sì, la gratuità non è per nulla scontata. Presuppone una sorta di codice etico cioè necessita di due elementi fondamentali: LO SPIRITO DELL’OFFERTA E IL SENSO DI GRATITUDINE. Se mancano questi due elementi, o anche uno solo dei due, il circolo virtuoso si interrompe. È fondamentale la generosità, il donare senza tornaconto personale, il dare senza aspettarsi nulla in cambio. Di conseguenza, anche se non contemporaneamente, come avviene negli scambi mediati dal denaro, si riceve moltissimo cioè la generosità ritorna indietro arricchita di interessi altissimi dei cittadini e delle cittadine riconoscenti.Non si può negare che nel nostro percorso ci siano stati conflitti di vedute e finalità. Nei primi mesi una parte del gruppo fondatore voleva un Passamano fatto di sola gratuità senza peraltro accettare le offerte. Pertanto molti se ne sono andati. Negli ultimi mesi dell’anno è accaduto il contrario: una parte del gruppo non voleva più la gratuità e pretendeva in cambio l’offerta obbligatoria. Nel primo caso come avrebbe fatto il Passamano a mantenersi vivo? E nel secondo caso come avrebbe fatto  a rimanere il negozio del dono? Purtroppo per fermare queste distorsioni si è litigato parecchio e a volte si è dovuto usare il pugno di ferro per ristabilire i valori fondamentali sanciti dallo statuto. Nel 2013 Passamano è ripartito con nuove energie e nuovi progetti».

Trovate Passamano sulla sua pagina Facebook

Fonte: il cambiamento.it

Il sindaco Renato Accorinti: “cambiamo Messina dal basso!”

Se provate a cercare su Internet una foto del sindaco di Messina, i risultati riporteranno le immagini di un uomo sempre in lotta per qualcosa: pace, free Tibet, no ponte, acqua pubblica. Secondo una recente statistica dell’istituto Piepoli, Renato Accorinti è uno dei sindaci del cambiamento più amati dai cittadini. Eletto alle amministrative del Giugno 2013, lo slogan della sua campagna elettorale è stato “Cambiamo Messina dal basso”, perché è dal basso che nasce la sua esperienza e il suo lungo cammino per il cambiamento.

Renato Accorinti è sempre stato un attivista convinto (e continua ad esserlo), battendosi per i diritti civili, per l’ambiente, per il pacifismo e per l’impegno contro la mafia. Per anni gli è stata proposta la candidatura ma ha sempre rifiutato. “Il potere per il potere non mi interessa”, spiega il sindaco, “quando mi sollecitavano a candidarmi sentivo che non si trattava di una proposta condivisa, ma della richiesta di un gruppo di persone più influenti di altre che decidono sulla maggioranza”. Quando ha avuto la percezione che l’esigenza veniva dal basso allora ha accettato.bandiera_pace

Renato Accorinti fa il sindaco “H25”, come ama dire, e descrive il suo impegno per Messina come quello di una madre nei confronti del figlio. Una dedizione e un’attenzione costanti e totalizzanti: il suo lavoro inizia alle 8 di mattina e termina a mezzanotte, ma non riesce a parlare di sacrificio perché la soddisfazione di fare qualcosa per il bene comune è superiore a tutto il resto. “Il mio obiettivo è quello di trasformare questa città da condominio a comunità, perché è importante sentire vicino a sé stessi ogni angolo di mondo”. Riconoscere che ogni cosa intorno a noi è un bene comune e capire l’importanza di ogni essere vivente che ci circonda diventano sensibilità fondamentali nel percorso di responsabilizzazione individuale che serve per mettere cura e attenzione in ogni gesto che rivolgiamo al mondo circostante. “Non voglio essere superficiale e dire che il fattore economico non conta perché so che non è così, ma penso che i tre fattori indispensabili per il cambiamento siano l’affetto, l’educazione e la cultura” argomenta il primo cittadino “se si applicano questi tre fattori si può cambiare qualunque cosa e in qualunque parte del mondo”. Da questa consapevolezza nasce la grande attenzione di Renato Accorinti per la scuola, dove ha lavorato per 39 anni come insegnante prima di diventare sindaco. Racconta dell’affetto che nutriva per i suoi alunni e della stima di cui godeva, ma soprattutto sottolinea l’importanza che ha sempre rivolto come educatore alla formazione dello spirito critico degli allievi. “Preferivo che mi contraddicessero con argomentazioni intelligenti piuttosto che mi venissero dietro come pecore: Renato non salva nessuno”, aggiunge, “solo insieme cambiamo e serve l’impegno di tutti.” La giunta Accorinti, insomma, tiene il disegno del mosaico ma ogni cittadino mette il proprio tassello e deve sentirsi responsabile dell’eventuale vuoto che può creare nella composizione.renat_accorinti

“Se è stata possibile la mia vittoria qui a Messina, vuol dire che il cambiamento può arrivare dovunque”, ironizza il primo cittadino facendo riferimento ai tanti problemi presenti nel tessuto sociale della città. Quando Accorinti si è insediato come sindaco circolavano soltanto 12 autobus in tutta Messina. Gli abitanti non erano più abituati a veder girare i mezzi pubblici per le strade ma in tre mesi la giunta è riuscita a metterne in circolazione 52, senza acquistare nuove vetture ma semplicemente riparando quelle che erano inspiegabilmente bloccate in officina da anni. “Quando i messinesi vedevano passare tanti autobus applaudivano per l’emozione!”.1526331_10202750092127911_2061657973_n

Lo Stretto di Messina

Nella gestione dei rifiuti l’ambizione è di raggiungere il traguardo dei “rifiuti zero”: in pratica l’amministrazione Accorinti sta cercando di smantellare e ricostruire tutto il settore per portare Messina da uno degli ultimi posti nella classifica delle città italiane, a livelli di raccolta differenziata virtuosi ed efficienti. Un importante ruolo per rivoluzionare il settore è stato affidato circa 10 giorni fa ad Alessio Ciacci, nominato dall’amministrazione Accorinti nuovo commissarrio liquidatore di Messinambiente, la società mista che per vent’anni ha gestito il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti e ormai al collasso. Dal 2007 al 2013 Alessio Ciacci è stato Assessore all’ambiente del Comune di Capannori, il primo comune in Italia ad aver aderito alla strategia internazionale “Rifiuti Zero”. A Ciacci, vincitore del premio “Personaggio Ambiente 2012”, è ora affidato il compito di traghettare Messinambienteverso la fase due. Il neo liquidatore sarà affiancato da uno staff di esperti, tra cui Raphael Rossi, professionista che da molti anni lavora in diverse città per la corretta gestione dei rifiuti e per l’etica nella pubblica amministrazione. Il percorso per “cambiare Messina” è senza dubbio impegnativo ma la giunta è ottimista e sta lavorando in questo senso. D’altronde, Accorinti ha allenato per tanto tempo i maratoneti e per questo è riuscito a capire il valore della pazienza: “il percorso è lungo”, conclude, “ma per arrivare al cambiamento bisogna lavorare costantemente e io continuerò a farlo sempre anche dopo la scadenza del mio mandato”.

Elena Risi

Fonte: italiachecambia.org

La cultura popolare in rete

Da sette anni sono all’opera per riscoprire, valorizzare e condividere le antiche culture popolari, i riti, le tradizioni, le feste che per secoli hanno scandito il tempo e i ritmi delle popolazioni nei rispettivi territori. Ora hanno partecipato al bando nazionale “Che fare” con il progetto OR@LE, un archivio accessibile e gratuito che raccoglie la storia dei territori. E’ la Rete Italiana di Cultura Popolare.rete_italiana_di_cultura_popolare

Sono partiti in piccolo, riunendo esponenti di due province italiane, ma già pensavano in grande e nel giro di poco, nel 2004, erano già un “comitato” di province, che portava in dote patrimoni di tradizioni, usi, costumi e rituali. Poi nel 2007 il comitato è stato riconosciuto Rete italiana di Cultura Popolare dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ora ha partecipato al bando nazionale “Che fare” per il progetto OR@LE,  un archivio accessibile a tutti e gratuito che raccoglie la storia dei territori italiani in formato testo, audio, foto e video, progetto al quale tutti possono contribuire. Della realtà della Rete ci parla il direttore Antonio Damasco.

La vostra rete è riuscita a mobilitare diverse realtà; qual è il bilancio dell’esperienza portata avanti finora?
«Negli ultimi tre anni, il progetto della Rete è stato riconosciuto anche all’estero, permettendoci di costruire rapporti di collaborazione con più di dodici paesi dell’area euro-mediterranea e sviluppando il progetto “Arianna. Euro Mediterranean Network of Culture and Heritage”. Oggi la Rete, formata da antropologi, linguisti, storici, ma anche da enti pubblici e privati ed in collaborazione con istituzioni culturali ed il mondo del volontariato e del terzo settore è presente in molte aree del territorio italiano».

Quali restano gli obiettivi da raggiungere e quali invece ritenete raggiunti? O è meglio parlare di obiettivi costantemente in movimento?  «La Rete ha come obiettivo sostanziale quello di mettere a sistema le riconosciute diversità che caratterizzano le attività socio-culturali dei territori. Le motivazioni sono connesse alla volontà di far emergere, promuovere e riproporre i saperi radicati nei territori, interessandoci alla loro capacità di essere luoghi di socialità, in cui è possibile la trasmissione dei saperi. Gli obiettivi principali che continuiamo a perseguire sono:
–        far emergere e promuovere le culture radicate nei territori italiani euro-mediterranei, inserite in un continuo dialogo affinché il sentimento positivo dell’appartenenza alla cultura locale non si trasformi in un pericoloso localismo;
–        creare le condizioni affinché tali culture, inserite in un sistema di rete, costituiscano una risorsa per lo sviluppo sostenibile e per la promozione delle risorse locali;
–        contribuire a creare una cornice identitaria nazionale che raccolga e valorizzi la pluralità delle culture locali italiane;
–        coinvolgere le nuove generazioni, favorendo il passaggio dei saperi e sviluppando iniziative per mezzo di strumenti contemporanei e innovativi;
–        sviluppare i presupposti affinché le comunità locali riconoscano, attraverso questi scambi, le proprie culture come necessarie ed avvenga una riappropriazione delle stesse da parte delle nuove generazioni in chiave innovativa e contemporanea».

Cultura e tradizione possono essere valori in grado di aiutare ad uscire da questa crisi strutturale anche di valori?
«La cultura antica e le tradizioni prodotte dai territori e dalle comunità di riferimento sono senza dubbio valori da riscoprire e condividere. La nostra indagine parte da un percorso storico per approdare spesso alle nuove idee di socialità, debitrici di elementi solo apparentemente scomparsi o meglio assopiti, ma che ad una analisi più attenta sembrano semplicemente trasformati. Per il gruppo che ha iniziato questa avventura, che era radicato nel Torinese, tutto è iniziato perché volevamo incontrare la tradizione. In una sorta di ricerca emozionale, dove l’ambiguità del presente di noi immigrati di seconda generazione o sradicati dalle campagne autoctone e inseriti in una città multiculturale, si scontrava con una discordante radice linguistica e carnale. Cercavamo di appartenere alla città di Torino dove eravamo  cresciuti e ci eravamo formati. Con gli anni ho imparato dall’antropologia che il nostro sentimento era ed è comune a quello di molte altre migrazioni, dove i padri rifiutano la propria memoria mentre i figli ri-leggono quella dei nonni, così come ora sta accadendo ai nuovi migranti provenienti da Perù, India, Romania e tanti altri paesi. Questo è stato l’avvio: incrociando alcuni di questi maestri inconsapevoli avevamo la possibilità di conoscere una “cultura altra”, assente dai programmi scolastici. In un luogo dove i saperi si erano sedimentati, re-inventati, sovrapposti a quelli di molti altri e si erano trasferiti da una generazione all’altra, da padre in figlio e da madre in figlia, oralmente, attraverso l’esercizio della comunità, della condivisione delle esperienze: voce, corpo e azione. Non era un atto artificiale, ma necessario. Non vogliamo mitizzare un mondo, non parliamo di un passato arcadico. Vogliamo però provare a vincere almeno la battaglia delle diversità culturali, far sapere alle generazioni future che la bellezza è reperibile ovunque, che non vi sono luoghi deputati e che non bisogna possedere degli oggetti per poterne godere. Quello che cerchiamo è la festa, il rito, quello necessario, dove una comunità di uomini ha bisogno di riconoscere i suoi simili, anche nel momento più infelice, più doloroso. Ricordo che un amico, docente di antropologia a Roma, mi raccontò un episodio di “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Non credo vi sia situazione peggiore di quella descritta dall’autore sopravvissuto alla Shoah, ove la dimensione “uomo” perdeva qualsiasi connotazione, anche fisica, per essere ridotto ad un cumulo di carne ed ossa, senza più sentimenti ed emozioni, permettendo così ad altri uomini di sentirsene possessori e quindi in grado di sostituirsi alla morte. Il docente mi raccontò che, durante una ricerca per un libro sulle feste, trovò, quasi inaspettati, barlumi di spirito festivo, poche parole appunto, dentro questo magnifico e orribile racconto. Come i Greci di Salonicco,  che “stanno stretti in cerchio, spalla a spalla, e cantano una delle loro interminabili cantilene”. E che dicendosi, “l’anno prossimo a casa” “continuano a cantare, e battono i piedi in cadenza, e si ubriacano di canzoni”. Basterebbe questo frammento a spiegare il ruolo della cultura in una società dove gli uomini vogliono, devono, convivere e perché la politica non può da essa prescindere, se riconosciuto compito della politica è leggere e costruire i complessi rapporti del vivere comune. Tanto più, se questa cultura non crea elite, non si divide in alta e bassa».

Ritenete che questo sia il momento giusto per sensibilizzare la popolazione alla diversità di culture e provenienze? Non notate una recrudescenza di intolleranza? «I riti portano con sé semi ed elementi che accomunano paesi e civiltà di tutto il mondo. Basti pensare alla tradizione della Poesia a Braccio. Abruzzo, Lazio e Toscana sono le terre in cui è nato il canto a braccio in endecasillabo e dove continua a essere praticato. Anche nella Sardegna del nord i poeti cantano utilizzando l’ottava rima, mentre nel sud dell’isola la metrica è differente. Inoltre, durante le gare, si va oltre al confronto di tesi differenti: l’esercizio consiste nel riconoscere un contenuto segreto all’interno dei versi. La bravura, e la competizione, sta nello scoprire questo elemento nascosto tra le rime dell’intervento della squadra avversaria. Ma il canto a braccio è presente anche al di fuori dell’Italia. Per quel che riguarda l’estero abbiamo testimonianze significative nell’area ispanica, Baleari e Paesi Baschi in primis. Ma questa poesia è molto diffusa anche nell’America centrale, sebbene i versi 10 anziché 8, e non sempre siano endecasillabi. Meno conosciuto, ma altrettanto importante, è il canto a braccio nel mondo arabo: Palestina, Libano, Nord Africa. Potremmo declinare altri numerosi esempi simili, connessi alle ritualità del fuoco, alle processioni devozionali, alle maschere zoomorfe e tanto altro. I riti e le feste sono l’espressione lampante che l’umanità è del tutto interconnessa».

Fonte: http://www.ilcambiamento.it