Cuba, “invasione” di pesce scorpione. I cubani se lo mangiano

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Il pesce scorpione è un esemplare che ha invaso il Mar dei Caraibi perturbandone l’ecosistema: il Pterois, questo il suo nome scientifico, espone una livrea bruno-rossastra e bianca, si difende con aculei veleniferi nei primi raggi della pinna dorsale, eretti dal pesce quando è in situazione di pericolo, e proviene dalle acque degli oceani Indiano e Pacifico. A Cuba è stato avvistato per la prima volta nel 2007 ma, a quanto pare, in tempi recenti si è riprodotto moltissimo invadendo letteralmente i mari e minando l’equilibrio dell’ecosistema marittimo. Ma i cubani, maestri dell’arte di arrangiarsi e nel trovare soluzioni creative, hanno deciso di affrontare l’abbondanza in cucina, pescandolo e cucinandolo:

“L’Acuario Nacional ha creato un programma di educazione ambientale piuttosto intenso a causa del proliferare del pesce scorpione […] visto che si tratta di una specie velenosa che presenta dei rischi per l’uomo. Bisogna saperla maneggiare bene dato che è anche una pietanza deliziosa da mangiare, un piatto davvero prelibato. Grazie a queste caratteristiche abbiamo potuto incoraggiare la pesca di questa specie per controllarne la diffusione”.

ha spiegato Delmis Cabrera, biologa marina dell’Acquario dell’Avana.

Fonte: ecoblog.it

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Gli OGM fanno registrare +6% di superficie coltivata nel mondo nel 2012

Aumentano le superfici coltivate a OGM nel mondo e nel 2012 sono cresciute del 6%

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Secondo il rapporto pubblicato dall’ISAAA International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications nel mondo dal 1996 al 2012 si è passati da 1,7 milioni di ettari coltivati con OGM a 170 milioni di ettari nel 2012. Una crescita di 100 volte. Sono 28 i paesi in cui si coltivano piante geneticamente modificate e 20 tra quelli in via di sviluppo mentre sono 8 i paesi industrializzati.

Nel 2012 si sono aggiunti due nuovi Paesi che hanno iniziato a coltivare OGM e sono il Sudan (cotone Bt) e Cuba (mais Bt). Il Sudan è diventato il quarto paese in Africa, dopo il Sud Africa, Burkina Faso ed Egitto, per la commercializzazione di una coltura biotech per un totale di 20.000 ettari. A Cuba invece sono stati seminati 3000 ettari di mais Bt ibrido con una “commercializzazione regolamentata” e l’ iniziativa fa parte di un programma per le colture eco-sostenibili con ibridi di mais biotech e additivi micorrizici. Il mais Bt è stato sviluppato dall’Istituto per Ingegneria Genetica e Biotecnologia (CIGB) de l’Avana. Il mais NK603, MON810, MON1445 et Bt11 e la soia GTS sono i più coltivati e il paese che ha più colture OGM sono gli Stati Uniti seguito dal Brasile, mentre in Canada cresce la superficie coltiva a canola mentre in Europa si coltiva in Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania.
Fonte: Actu-Environment, ISAAA, Business daily Africa

Hugo Chavez, come cambia il mercato del petrolio con la morte del Caudillo del Venezuela

 

 

 

 

 

 

 

 


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La morte del Presidente venezuelano Hugo Chavez cambierà sensibilmente gli scenari petroliferi internazionali: il Venezuela, secondo la multinazionale British Petroleum (BP), è infatti il detentore della riserva petrolifera più grande del mondo, con 296,5 milioni di barili. Un tesoro sotterraneo, quello dello stato sudamericano, che surclassa anche quello dell’Arabia Saudita (calcolato in 265,4 milioni di barili) che mette il Venezuela in una posizione delicatissima sul piano internazionale, dopo 20 anni di chavismo dall’impronta fortemente statalista e solidarista nei confronti dell’amica Cuba. Per anni infatti Chavez ha garantito all’isola caraibica petrolio a prezzi stracciati, per non dire a titolo gratuito: petrolio in cambio di menti (medici ed insegnanti), un sistema di solidarietà socialista che ha permesso a Cuba, a singhiozzo, di tirare avanti fino ad oggi sotto il profilo energetico (nonostante spesso, chi è stato a Cuba lo sa, la corrente può mancare anche per ore, anche a L’Avana). Il commercio del petrolio rappresenta il 95% delle esportazioni venezuelane: è evidente dai numeri che il successore di Chavez, Maduro, non avrà un futuro facile sotto questo profilo. Il petrolio in Venezuela è alla base dello sviluppo economico, dell’economia domestica, la spina dorsale economica di un paese che con Hugo Chavez ha operato una scelta precisa: l’antimperialismo petrolifero. E’ evidente che tali risorse fossili non possono non fare gola alle grandi multinazionali: oggi il petrolio venezuelano è gestito dalla società pubblica PDVSA, un ente creato nel 1975, che piazza sul mercato i barili di petrolio boliviani ad un prezzo decisamente vantaggioso rispetto alla media Opec. Questo è stato possibile, fino ad oggi, grazie alla forte svalutazione del Bolivar venezuelano (dal 42 al 46%), che ha permesso a PDVSA di esportare petrolio in misura maggiore rispetto ai suoi standard: in media un barile di petrolio venezuelano costa circa 7 dollari in meno rispetto ai prezzi dei paesi Opec.

E’ evidente che un mercato così florido e attraente verrà messo sotto le mire degli squali petroliferi mondiali: non a caso Rosneft (il colosso petrolifero russo) sarebbe disposto ad offrire 800 milioni di euro per lo sfruttamento dei giacimenti nel sud-est del Venezuela, ma è chiaro che la morte di Chavez apre anche ai colossi britannici, olandesi, inglesi, americani e, perché no, italiani. Una situazione non facile da gestire per Maduro: la svalutazione di cui sopra, che ha permesso un abbassamento del prezzo del greggio al barile, ha tuttavia complicato la vita di quel popolo che ha adorato come un dio il Caudillo Hugo Chavez: l’alzarsi dei prezzi dei beni di prima necessità nè è solo uno degli aspetti socialmente più critici. E’ ovvio che è nell’interesse dei petrolieri abbassare il prezzo del petrolio, aumentato negli anni anche per ‘colpa’ delle politiche energetiche del governo Chavez: tra il 1999 e il 2011 il Venezuela ha incassato oltre 300 milioni di dollari di profitti in petrolio e derivati, ottenendo un aumento del prezzo internazionale del petrolio e ‘vincendo’, sotto certi punti di vista, la sua battaglia contro l’imperialismo statunitense: nel 1999 il prezzo al barile era 10 volte inferiore ad oggi. La strategia petrolifera del chavismo è stata la chiave della rivoluzione boliviana, fatta a petrolio e solidarietà: quella fratellanza tra i paesi sudamericani Chavez l’ha cementificata grazie ad una sorta di ricatto sorridente, nei confronti di Cuba e della Bolivia, per certi versi incastrati nella rivoluzione boliviana chavista, dalla quale è dipeso il sostentamento energetico dei due alleati di Chavez negli ultimi anni, e per i quali si prospetta oggi un periodo di buio.

E’ forse collegabile con la malattia di Hugo Chavez l’apertura di Cuba ai viaggi dei cittadini cubani all’estero (la blogger Yoani Sanchez era a Bruxelles questa mattina, per la prima volta)? Forse si, se la guardiamo nell’ottica di un paese, Cuba, che deve ora necessariamente aprirsi al mondo per non capitolare nel buio delle notti caraibiche. Il chavismo petrolifero non ha visto il suo sbocco: il Caudillo stesso aveva annunciato un incremento della produzione di greggio, per arrivare a 6 milioni di barili al giorno, anche a fronte della Statistical Review of World Energy 2012, pubblicata da BP. Nonostante ciò, il Venezuela produce la sua energia elettrica al 70% grazie al fiume Caronì, nella Guyana: la siccità degli ultimi anni ha tuttavia complicato il panorama energetico nazionale, spingendo Chavez tra le braccia dell’atomo russo: Mosca dovrà costruire la prima centrale nucleare venezuelana. Lo scorso anno il chavismo ha visto la sua svolta verde: i progetti eolici del Parque Eolico de Paraguaná e del Parque Eolico de la Guajira sono stati approvati dal Caudillo nel 2012, prima della ricaduta nella grave malattia: in totale produrranno 176,4 MW di energia per i venezuelani. Altrettanto, il progetto Sembrando Luz mira all’installazione di pannelli fotovoltaici in tutto il paese, per portare energia elettrica anche nelle zone più disagiate. Per anni in Venezuela il petrolio ha finanziato il sociale: la morte di Chavez cambierà sensibilmente l’approccio della rivoluzione boliviana al mondo (come in parte è avvenuto durante la malattia), anche perché qui parliamo di fonti fossili non rinnovabili contro diritti umani: cibo ed energia cominciano a costare troppo in un paese che da vent’anni punta alla‘Rinascita’.

Fonte: ecoblog

 

 

 

 

 

 

 

OGM: soltanto 5 Paesi europei utilizzano il transgenico in agricoltura

 

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Repubblica CecaSlovacchiaRomaniaPortogallo e Spagna sono gli ultimi cinque Paesi europei a proseguire con la coltivazione di OGM. Le coltivazioni di mais transgenico ammontano a 129mila ettari di mais piantati nel 2012, un’estensione decisamente trascurabile sul totale della superficie agricola comunitaria. Di questi 129mila ettari, circa 100mila sono coltivati in Spagna, unico Paese europeo in cui le coltivazioni transgeniche avvengono su larga scala. Ma nel sud della penisola iberica qualcosa potrebbe cambiare: la giunta regionale dell’Andalusia si aggiungerà presto ai comuni che si sono recentemente dichiarati liberi da OGM. È il partito Izquierda Unida a farsi promotore dell’iter parlamentare che dovrebbe portare alla sospensione di tutte le autorizzazioni di coltivazione e importazioni di transgenici nelle campagne andaluse che rappresentano il 10% del coltivato spagnolo. In Europa – come emerso dal Rapporto del Servizio Internazionale per l’acquisizione delle applicazioni nelle biotecnologie per l’agricoltura (ISAAA) – l’opposizione alla diffusione del transgenico in agricoltura è sempre più compatta: anche grazie alla forte contrarietà dei consumatori (il 71% degli italiani, secondo un’indagine Coldiretti Swg, non vuole cibo transgenico) gli Stati membri dell’UE hanno scelto di eliminare gli OGM dalle loro coltivazioni. Il transgenico si afferma, invece, con prepotenza tra i paesi in via di sviluppo, mentre diminuiscono drasticamente i paesi industrializzati che ne fanno uso. I sei paesi leader nel biotech sono Stati Uniti d’America (69,5 milioni di ettari), Cina, India, Brasile, Argentina e Sud Africa che, insieme, coltivano il 46% delle colture biotech globali. Fra i nuovi arrivati che nel 2012 hanno allungato la lista dei coltivatori di OGM ci sono il Sudan (per il cotone) e Cuba (per il mais).

Fonte:  El Pais I Coldiretti