Una comunità agricola nella capitale: nasce la prima CSA di Roma

Ispirata ad Arvaia, è nata “Semi di comunità”, la prima CSA romana. Si tratta di una forma di organizzazione pensata per produrre e distribuire prodotti agricoli in modo nuovo e collaborativo e, al contempo, tessere relazioni umane basate sulla condivisione e le buone pratiche di sostenibilità. Anche a Roma… si può!

“Il cibo può essere una dimensione attraverso la quale possiamo trovare delle connessioni. La ricerca di buon cibo locale può diventare parte della costruzione della comunità. Tra le città europee Roma possiede i più ampi spazi dedicati al verde e dove c’è verde può nascere buon cibo. Insieme agli agricoltori si possono creare luoghi per la rigenerazione dell’economia, della democrazia, della conoscenza e della nostra libertà”. 

Mentre ascolto il racconto di Saverio e Alice sulla nascita della prima CSA romana, mi tornano alla mente le parole pronunciate da Vandana Shiva mentre parlavamo di sovranità alimentare in uno dei tanti orti/giardini inaspettati della capitale. Il tema della terra, dell’agricoltura, solidale e sostenibile, della provenienza del cibo che mangiamo, della sua produzione, e conseguentemente della nostra salute, è un tema centrale nel cambiamento di paradigma. Ad esso si legano strettamente molti temi, compreso quello, meno scontato, del tessere relazioni e ricreare comunità. Un aspetto ben chiaro a questa neonata CSA che non a caso si chiama Semi di Comunità e in seno a due comunità è stata ideata, ponendo come base del progetto “la creazione di una comunità agricola di persone e competenze”.

Ma che cosa è una CSA?

Il termine CSA significa Comunità che Supporta l’Agricoltura ed è una particolare forma di organizzazione, in cui la comunità dei soci è legata da un reciproco impegno di collaborazione. Tutti i soci prendono insieme le decisioni sulle scelte aziendali, sostengono la produzione e si distribuiscono cibo fresco, sano e prodotto nel rispetto dell’ambiente. Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da tra tutti soci. In Italia la prima CSA è stata quella di Arvaia, fondata nel 2013, una delle storie che abbiamo raccontato e da cui Semi di Comunità ha tratto ispirazione e sostegno. 

“I semi di questo progetto risalgono a un anno e mezzo fa. Io sono arrivato quando si era da poco costituito un gruppo incubatore di idee – racconta Saverio Inti Carrara, uno dei soci lavoratori della CSA – Tutto è partito da due comunità che fanno parte dell’associazione nazionale MCF “Mondo di Comunità e Famiglia”, quella di Casale Vecchio, a Prima Porta, dove ci sono anche i campi che coltiviamo, e l’altra in zona Bufalotta, La collina del Barbagianni. In questo gruppo lavoravamo su varie idee e buone pratiche da poter trasferire anche nel mondo del lavoro e che avessero come base la solidarietà, l’etica, l’uguaglianza. Ho fatto studi artistici ma a 23 anni ho deciso di dedicarmi all’azienda familiare, un’azienda agricola biologica nel bergamasco. Per 5 anni mi sono occupato del frutteto, dell’orto, facendo di tutto, dalla potatura alle consegne ed ho poi continuato a lavorare e sperimentare anche una volta approdato a Roma”. 

Un’esperienza che ha fatto ben comprendere a Saverio come in agricoltura ci siano pochi margini economici. “Poi un giorno ho ricevuto una mail in cui si parlava di Arvaia e sono partito, sono andato a trovarli , ho riportato l’idea che avevo trovato al gruppo ed abbiamo deciso di intraprendere la strada della CSA. Due soci di Arvaia sono poi venuti da noi per due giorni e abbiamo allargato la condivisione dell’idea, coinvolgendo attraverso il passaparola tra le persone che ruotano intorno a queste due comunità. Ed è stato tutto molto veloce, il 23 gennaio di quest’anno abbiamo costituito la cooperativa. C’erano già circa cinquanta persone interessate e volevamo tenere alto questo interesse partendo con la produzione dalla primavera. A livello pratico, i lavori sui campi sono iniziati a metà marzo. Abbiamo autocostruito insieme ai soci quattro serre, seminato 10000 piante, sistemato il vivaio, pulito i campi che abbiamo in affitto dalla comunità in via del Prato della Corte 1602/a, all´interno del Parco di Veio. Ci sono 2 ettari e mezzo di terreno coltivabile e altrettanto di bosco e sono campi già certificati biologici”.

Come funziona la CSA

A raccontare come funziona la CSA è Alice Bognetti, l’altra attuale socia lavoratrice, che è arrivata a settembre a cavallo della prima assemblea pubblica in cui si cominciava a proporre il progetto già delineato. “All’interno della CSA ci sono diversi tipi di socio. C’è il “socio semplice” che aderisce alla cooperativa attraverso un contributo di 100€ al capitale sociale, e che, come tutti gli altri può partecipare alla fattoria didattica, alle giornate conviviali e di scambi di sapere, e alla produzione, contribuendo volontariamente con qualche giornata di lavoro durante l’anno. Ci sono poi i soci sovventori e prestatori, che con nostro grande stupore sono arrivati sin da subito, che fanno donazioni a fondo perduto o prestiti alla cooperativa. E ci sono i soci lavoratori che garantiscono il raccolto, stilano un piano delle colture e sottopongono il bilancio dei costi a tutti i soci per l’approvazione. Secondo il nostro piano ideale dovrebbero essere una persona a tempo pieno e due part time ma attualmente c’è una persona full time e un partime diviso tra due soci lavoratori. Infine i soci fruitori a cui spetta settimanalmente una parte dei prodotti coltivati”.  

“Un punto cardine della CSA è l’asta delle quote – prosegue Saverio – Prima dell’asta viene condivisa con i soci la proposta di piano economico annuale che comprende tutti i costi previsti e, in base a questo, si calcola il costo di una quota ideale, facendo una divisione per il numero di soci fruitori. Se ad esempio si prevedono 80000€ di costi e abbiamo 100 soci, la quota ideale sarebbe 800€ a testa, questo significa che se ognuno mettesse 800€ il progetto sarebbe sostenibile e si potrebbe partire con la produzione.

L’asta però è uno strumento che serve anche per garantire l’accesso alla CSA alle fasce meno abbienti, quindi durante l’asta si concorda un valore minimo, inferiore alla quota ideale, e uno massimo, superiore alla quota ideale, e ogni socio scrive la cifra che può dare. A questo punto si calcola il totale raggiunto e, se ad esempio mancano 2000€ per raggiungere le previsioni di spesa, si propone di dividerli fra tutti i soci fruitori. Nel caso di 100 soci sarebbero 20€ a testa in più. Quest’anno però non è stato possibile perché sapevamo già che non avevamo i numeri per farlo, la quota ideale sarebbe stata altissima e abbiamo quindi stabilito una quota fissa di 800€ scommettendo che il progetto che si allargasse. Oggi i soci sono arrivati a 100 e a 40 le quote per quanto riguarda i soci fruitori. Considerando che si possono acquisire anche mezze quote, sono circa 60 i soci fruitori. Ma per essere sostenibili abbiamo bisogno di arrivare almeno a 50 quote. Anche se dalla seconda metà maggio inizieremo la distribuzione, continueremo la campagna per l’acquisizione di nuovi soci”. 

Le quote, che si possono pagare in due rate entro la fine di giugno, garantiscono 5/6 chili di verdura a settimana per le quote intere, e ¾ chili per le mezze quote, per 48 settimane l’anno, escludendo quindi il mese di agosto durante il quale le porte dell’azienda rimangono aperte a chi vuole prendere li prodotti in autonomia.

Semi di comunità ha già anche un piano per la distribuzione che conta sette punti della città: il primo direttamente in azienda, uno presso la comunità de La collina del Barbagianni, presso un vivaio in zona Monteverde, a Capena e in due parrocchie a Piramide e Nomentana e a Testa di Lepre. 

“L’intento della CSA è sì distribuire il prodotto ma anche creare rapporti umani, comunità, per fare questo ci siamo di nuovo ispirati ad Arvaia anche per la distribuzione. Dall’azienda partono delle cassette monovarietari e nei punti di distribuzione c’è una bilancia e una bacheca con la lista delle persone e le quantità di prodotti per tipologia che ognuno può prendere in autonomia e in fiducia. E poi c’è una cassetta per gli scambi. Ciò che eventualmente avanza viene lasciato a chi ci ospita per la distribuzione. Da statuto la nostra idea è quella di una cooperativa a impatto zero, che si basa sul riuso e sul minor spreco di cibo, di materie e non solo. E questa sarà una delle nostre sfide”. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/comunita-agricola-capitale-nasce-prima-csa-roma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Arvaia, la cooperativa agricola dei cittadini

Arvaia è un esperimento di agricoltura supportata dalla comunità (CSA) che è partito a Bologna nel 2013. Si tratta di una cooperativa agricola in cui tutti i soci, sia quelli semplici che quelli lavoratori, condividono il rischio d’impresa, costruendo un circuito produttivo e distributivo chiuso e resiliente. L’obiettivo è quello di riappropriarsi della sovranità alimentare. Arvaia in bolognese vuole dire pisello. Ogni baccello ne contiene diversi, di dimensioni e consistenze differenti, ma tutti ugualmente buoni. È lo stesso principio della cooperativa agricola che sette cittadini hanno fondato nel 2013 ispirandosi al modello di Community Supported Agricolture, l’agricoltura supportata dalla comunità.

CSA: I CONSUMATORI DIVENTANO PRODUTTORI

«Potremmo definire la CSA anche “agricoltura solidale” – spiega Cecilia, una socia che fa parte del gruppo dei fondatori –, poiché è il passaggio successivo al gruppo d’acquisto solidale. Gli aderenti non sono più solo consumatori critici, ma diventano loro stessi imprenditori insieme ai contadini».

Arvaia nasce per costruire un’alternativa alla logica della monetizzazione del cibo. Claudio, responsabile della comunicazione, approfondisce il concetto: «Il modello di riferimento è quello visto a Ginevra con il Jardin de Coccagne e, soprattutto, a Friburgo, con Gartencop. In queste esperienze di CSA cadono le abituali distinzioni tra produttori e consumatori, perché entrambi condividono rischi e benefici dell’impresa agricola. Sono “circuiti chiusi”, dove i prodotti agricoli non devono sottostare alle regole del mercato».

Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da chi produce e chi acquista e poi consuma il cibo: «All’inizio della stagione – spiega Cecilia – ciascun socio investe una quota per finanziare le spese di produzione. Questo consente ai soci lavoratori di beneficiare di un budget per portare avanti l’attività e ai soci fruitori di avere l’approvvigionamento di ortaggi garantito per tutto l’anno».

L’intenzione è importare il modello di CSA in Italia, dove i più evoluti tentativi di comunità che supportano l’agricoltura sono ancora i Gruppi di Aquisto Solidale. «L’idea comune è quella di recuperare la “sovranità alimentare”, ovvero il controllo sui mezzi di produzione di ciò che mangiamo».arvaia5

MA COME FUNZIONA ARVAIA?

 

Oggi la cooperativa conta 280 soci effettivi, di cui circa 150 fruiscono della produzione agricola.Ogni socio, tranne pochi casi, rappresenta un nucleo familiare. I soci occupati a tempo pieno sono quattro, coadiuvati saltuariamente da lavoratori stagionali, tirocinanti dall’Istituto agrario o dalla Facoltà di Agraria, oltre che dai soci che volontaristicamente aiutano nelle attività di supporto, come la distribuzione degli ortaggi o la pulizia dalle piante infestanti.

«Portiamo l’agricoltura in città», prosegue Cecilia. «Ci troviamo a soli sette chilometri dal centro di Bologna e fra i nostri soci ci sono persone di ogni tipo, dal medico all’operaio, dallo studente al pensionato.Ogni sabato si fa “agrifitness”: i soci fruitori vengono insieme a noi nei campi per condividere il piacere di lavorare insieme e stare a contatto con la natura». Ma le attività non finiscono qui: si tengono assemblee a cadenza regolare per approvare il bilancio e decidere la strategia. Durante tutto il corso dell’anno, vengono organizzati feste e momenti di approfondimento e formazione che rientrano nella missione principale di Arvaia: rendere consapevoli le persone, a partire dai propri soci, riguardo il rapporto con la terra, l’alimentazione, l’agricoltura.

«L’agrifitness è nata per gioco – ricorda Claudio –, ma ora abbiamo addirittura codificato i movimenti aerobici con l’aiuto di un esperto del settore. Siamo diventati Fattoria Didattica e abbiamo un articolato programma di formazione per le scuole. Inoltre, ospitiamo continuamente persone che vogliono vedere con i propri occhi come funziona la nostra CSA e che sperano di poter replicare il modello a casa loro. Infine, abbiamo una convenzione con l’Università di Bologna in base alla quale ospitiamo i tirocini dei laureandi in Agraria».arvaia1

BIOLOGICO? NO, GENUINO!

 

Il biologico è una scelta scontata, ma vuole essere un biologico davvero “contadino”, attento ai valori ecologici, lontano il più possibile dalla dimensione industriale delle coltivazioni intensive. Come ricorda Cecilia, diversi soci della cooperativa provengono dall’esperienza di CampiAperti, legata a Genuino Clandestino, progetto che punta alla naturalità dei prodotti e alla semplificazione della filiera al di là di leggi e certificazioni.

E genuina è stata anche la scelta “politica” di acquisire in affitto 47 ettari di terreno di proprietà del Comune di Bologna, per cui Arvaia paga un canone annuo di 24mila euro, ovvero un prezzo di mercato. «Lo dico a beneficio di quanti pensano che decidere di investire su un terreno pubblico sia stato per Arvaia un affare», sottolinea Claudio. «La nostra è stata una scelta etica, in linea con i principi che stanno alla base del progetto: salvare un terreno pubblico dalla speculazione edilizia e restituirlo alla pubblica fruizione, attraverso la sua riqualificazione a parco agricolo. Questo è un terreno gestito da una comunità di persone – i soci di Arvaia – a beneficio dei cittadini di tutta Bologna».

Per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti, i punti disseminati in città servono per la consegna delle “parti” che spettano a ciascun socio, per agevolare chi abita lontano e ridurre l’impatto ecologico degli spostamenti in auto. «I punti coprono parecchie zone di Bologna – spiega Claudio –, ma ne possono nascere altri in base alle esigenze dei gruppi di soci, che li autogestiscono localmente. Fanno eccezione a questa regola i due mercati contadini che facciamo settimanalmente dentro due centri sociali autogestiti, ilLabas e il Vag, dove portiamo circa il 20% della produzione complessiva. Tutto il resto è destinato esclusivamente ai soci».arvaia4-1024x325

I PROSSIMI PASSI

 

A marzo 2015 Arvaia ha vinto un bando comunale che ha ampliato i terreni a sua disposizione, cambiando le prospettive di produzione. «Le varietà prodotte sono destinate a crescere grazie ai nuovi spazi a disposizione», promette Claudio. «Verranno introdotti legumi e cereali e magari anche trasformazioni, come farine e conservati, così da coprire in modo più completo il fabbisogno alimentare dei soci per tutto l’anno. Cambia anche la “scala” economica con cui confrontarsi, ma il nostro meccanismo è solido, perché partecipativo. Fuori dalle logiche della produzione di mercato, senza alcuna esigenza di produrre profitto, ma dovendo esclusivamente puntare a coprire le spese di produzione abbiamo buone possibilità, diversamente da chi fa agricoltura contadina individualmente».  

Arvaia è un esperimento sociale che deve fare i conti con le abitudini culturali del nostro Paese.«Navighiamo a vista», conclude Claudio. «L’obiettivo dei prossimi anni è consolidare il sistema e renderlo sempre più efficiente in termini di impiego di risorse umane ed economiche. Poi vorremmo divulgare il modello per incentivare la sua replica in altri luoghi del Paese, perché forse è questo l’unico modo per salvare l’agricoltura contadina».

 

Visita il sito di Arvaia.

 

Consulta la scheda di Arvaia sulla mappa dell’Italia Che Cambia.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-96-arvaia-cooperativa-cittadini/

La casa ecosostenibile costata solo 180 euro

Michael Buck, un agricoltore dell’Oxfordshire ha raccolto per anni materiali di scarto e in otto mesi ha eretto una casa dove tutto, tranne i vetri, è biodegradabilecasa2-586x390

Sembra la casa di un hobbit o uno di quei funghi che nell’immaginario infantile nascondono i Puffi, ma la casa che Michael Buck si è costruito nel suo giardino dell’Oxfordshire è un virtuoso esempio di bioedilizia, un capolavoro dell’arte del riciclo. Partendo da materiali naturali e da quello che trovava nei cassonetti dell’immondizia, questo agricoltore 59enne ha costruito con i materiali raccolti nel corso di anni un’abitazione che gli è costata all’incirca 180 euro. Utilizzando sabbia, argilla, paglia e acqua, l’agricoltore inglese ha eretto la sua nuova abitazione in otto mesi. Il tetto è composto da una base di legno coperta con la paglia, la pavimentazione proviene dagli scarti di un vicino di casa e per le finestre sono stati utilizzati i vetri di un camion, gli unici oggetti – insieme ai chiodi – non biodegradabili di tutta la casa. All’opera hanno partecipato parecchi amici e anche le mucche che hanno fornito la materia prima per… lo stucco naturale. Nella casa non sono state usate parti metalliche e non è presente elettricità. Il riscaldamento proviene da un forno a legna posto strategicamente sotto la mezzanine dove si trova il letto. L’acqua è garantita da una fonte naturale presente all’esterno e l’illuminazione avviene grazie alle candele.
http://www.dailymail.co.uk/news/article-2513154/Farmer-builds-house-just-150-using-materials-skips–current-tenant-pays-rent-MILK.html

Con questa impresa Buck voleva dimostrare che non è necessario indebitarsi per tutta la vita per pagare una casa: “C’è bisogno soltanto della terra su cui costruire”.  Le uniche spese del contadino-architetto sono stati i chiodi per fissare il tetto e un po’ di paglia aggiuntiva, per l’edificazione e per il tetto. La casa è affittata ma anche in questo caso Buck è fuori dal gregge: l’affitto viene pagato con il latte dall’inquilina che lavora in una fattoria.

Fonte:  Daily Mail