Io faccio così#15 – Danilo Casertano/2: la “scuola di tutti” è cresciuta e ora ha bisogno di noi!

Danilo Casertano è una di quelle persone che ha negli occhi un fuoco che non riesci a descrivere. È un misto di passione, amore, rabbia, ribellione, voglia di fare e di lottare. Di lui vi abbiamo già parlato qualche settimana fa, così come della sua scuola in cui ciascuno è portato ad esprimere il proprio talento, ma per questa volta facciamo uno strappo alla regola e ve ne riparliamo. Per due motivi: 1. perché nel frattempo sono cambiate un po’ di cose e 2. perché in questo momento Danilo ha bisogno del nostro aiuto. O per meglio dire, l’intero sistema educativo ha bisogno del nostro aiuto.

Avevamo lasciato Danilo alle prese con i suoi ragazzi in un circolo di quartiere, lo ritroviamo in una scuola media statale, con un’aula ben attrezzata e la possibilità di usare la palestra, il giardino e tutti gli spazi comuni dell’istituto. In mezzo a queste due diapositive c’è una storia che si dipana per le vie di Ostia, in uno dei quartieri più disastrati di Roma e dintorni in cui i tassi di abbandono scolastico sono altissimi e i bambini che crescono in “famiglie difficili” molto più frequenti che altrove. Questa storia ci racconta che a un certo punto gli spazi del Centro Sociale Polivalente della Longarina di Ostia Antica -che da circa un anno accoglievano Danilo e gli altri volontari dell’associazione Manes assieme ai loro studenti- si erano fatti un po’ angusti. C’era bisogno di una scuola vera, che gli permettesse di mettere in pratica il progetto di community school e dimostrare che funzionava. Dopo varie ricerche si presenta la scuola giusta, nel quartiere giusto. Si chiama Scuola Media Renato Guttuso e si trova ad Ostia Lido, una delle zone più difficili di tutta Roma. Gli unici luoghi di aggregamento della zona, un campo di calcio ed uno skate park, sono stati chiusi. A poche decine di metri dall’istituto si trova il giardino dove nel ’75 venne ucciso Pasolini. Nel 2005, quando la scuola fu ristrutturata, il sindaco di allora Walter Veltroni consegnò pubblicamente una targa di merito a cinque autisti dell’autobus che erano stati aggrediti nel quartiere mentre erano alla guida, per dimostrare ai bambini quali erano gli eroi. Più tardi, nel 2010, la stessa scuola era balzata alle agli “onori” delle cronache per l’episodio di una maestra che era stata aggredita verbalmente dalla madre di un’alunna per aver rimproverato quest’ultima in classe. Una situazione in cui persino MacGyver si sarebbe messo le mani nei capelli. Ma Danilo e gli altri volontari non si sono spaventati e hanno provato a ribaltare la prospettiva. “Siamo sempre portati a pensare che un brutto quartiere faccia una cattiva scuola. Ma se fosse vero il contrario? Se fosse una cattiva scuola a fare un brutto quartiere?” Così, ben felici dello spazio che la Renato Guttuso gli concedeva (che consiste in un’aula all’interno dell’istituto, più tutti gli spazi comuni), si sono messi all’opera. Come prima cosa hanno deciso di fare una bella scuola, almeno esteticamente: le aule erano piene di graffiti e brutte scritte, loro le hanno ridipinte e decorate.

Ecco come si presentava la scuola prima…scuola-prima1

… e come invece è adessoscuola-dopo

Ora, prima di spiegarvi perché l’associazione Manes ha bisogno del nostro aiuto vorrei spendere due parole sul metodo di insegnamento, cui Danilo stesso ha dato il nome di pedagogia dei talenti. Michelangelo Buonarroti pensava che l’artista fosse colui che riusciva a far emergere la creazione dalla materia grezza: colui dunque che doveva valorizzare qualcosa che stava già all’interno della materia, nella sua intima essenza, e aspettava soltanto di uscire, di essere colta. L’insegnante che hanno in mente Danilo e gli altri è molto simile a questa concezione: è anch’egli un artista che piuttosto che modellare, plasmare, riesce a intravedere i talenti presenti in ciascun bambino e li fa emergere e fiorire. Ecco perché l’insegnante, nella pedagogia dei talenti, non può essere una persona qualunque, ma deve avere una sorta di dono, una vocazione. In tutta Italia sono in molti ad esprimere la necessità di una scuola diversa: insegnanti, genitori, bambini e ragazzi. La community education, con il suo approccio aperto e inclusivo, potrebbe rappresentare per molti una valida alternativa all’istruzione tradizionale che risulta troppo spesso standardizzante e chiusa alla diversità e soffoca con regolamenti insulsi e burocrazia la creatività e il piglio di molti bravi insegnanti. Ci sono anche progetti già avviati in questa direzione: in Sardegna ad esempio l’associazione Manes sta lavorando a stretto contatto con altre associazioni come Arcipelago SCEC e con alcuni genitori locali per mettere in piedi una seconda esperienza simile a quella ostiense. Per riuscire a portare avanti tutti i progetti Danilo e gli altri volontari faranno partire di qui a poco una campagna di raccolta fondi in crowdfunding (è bene ricordare che nonostante essi lavorino negli spazi di una scuola pubblica, non percepiscono alcuno stipendio né sovvenzioni dallo Stato). Maggiori informazioni sulla campagna saranno pubblicate a breve sul sito della community education. Il contributo di tutti noi sarà allora fondamentale per trasformare un bellissimo esperimento in un modello vincente e replicabile.

Andrea Degl’Innocentiù

Fonte:italiachecambia

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In arrivo i ‘bond verdi’ per la green economy

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Conclusi, a Rimini, gli Stati Generali della Green Economy, ospitati nella cornice di Ecomondo-Key Energy-Cooperambiente. Fisco ecologico e ‘bond verdi’ per Green Economy, questa la ricetta suggerita per finanziare crescita verde. Una fiscalità “che tassi le attività inquinanti e il consumo di ambiente per far arrivare l’eco-gettito dal 6% attuale al 12,5% e nuovi strumenti finanziari, vere e proprie ‘obbligazioni verdi’, per sostenere la crescita sostenibile e una nuova scansione degli incentivi“. E’ quello che chiede il mondo dell’economia ambientale e sostenibile riunito a Rimini per la seconda edizione degli Stati generali della Green Economy nell’ambito di Ecomondo. “È necessario distribuire in maniera diversa la pressione fiscale – ha osservato Edo Ronchi (nella foto a sinistra), componente del Consiglio Nazionale delle Green Economy – bisogna ridurla sul lavoro, dove attualmente è molto alta, e sugli investimenti green e compensarla con tributi che penalizzino il consumo di ambiente e di risorse naturali. L’Ocse – ha aggiunto – ci ha indicato che è necessario arrivare ad un prelievo ambientale del 12,5% sul totale del gettito fiscale“. E se sul fronte degli investimenti, a livello mondiale, è già in atto un processo che vede investimenti consistenti nel settore verde, il pacchetto di misure presentato agli Stati Generali dal Consiglio Nazionale delle Green Economy indica “sulla fiscalità ecologica, una graduale introduzione della carbon tax e del road pricing tarato secondo le emissioni degli autoveicoli“, sul fronte del reperimento di finanza, indica “project bond, i performance bond, i social impact bond o altri meccanismi basati sui principi di payment by results o di impact finance o di crowdfunding“. Nel dettaglio, con questi strumenti innovativi, “si punta a ridurre il costo del denaro, a favorire partnership pubblico-privato, stimolando una crescita nella qualità, oltre che nella quantità, delle iniziative green“. Quanto agli incentivi, infine, “la strada maestra indicata è quella di eliminare gli incentivi alle attività economiche che hanno impatti negativi sull’ambiente e orientare il riesame della composizione della spesa pubblica con attenzione a quella che danneggia l’ambiente“.

Fonte: Ansa.it

Crowdfunding per l’ambiente: 1 milione di dollari in Australia per la commissione climatica

Un mese dopo che il nuovo governo conservatore aveva cancellato la commissione climatica, gli scienziati hanno realizzato una raccolta di fondi record per dare vita ad un organismo di informazione indipendente.Climate-Commission-Australia-screenshot

 

Con un’iniziativa sociale straordinaria 20000 cittadini australiani hanno raccolto nell’arco di un mese un milione di dollari (pari a circa 700 000 €) per mantenere in vita la commissione climatica, che era stata cancellata dal nuovo governo conservatore con la scusa dei tagli di bilancio; in realtà è noto che il nuovo primo ministro Abbott è un convinto negazionista, anche se ha le idee un po’ confuse sulla scienza. Quella che vedete in alto è una delle ultime schermate di fine agosto del sito della commissione, consultabile attraverso  Internet Archive; nei quattro anni di governo dei laburisti ha svolto un importante lavoro di ricerca, divulgazione scientifica, informazione sui cambiamenti climatici e promozione di stili di vita più sostenibili. Ora, il sito della commissione è stato addirittura messo offline: se digitate “http://climatecommission.gov.au/” trovate solo il messaggio secco “The Climate Commission ceased operation in September 2013.” In questo modo Abbott sperava forse dimettere a tacere la più importante voce ambientalista d’Australia in modo da fare passare una politica più friendly verso le grandi aziende: in luogo di una carbon tax, un generoso piano di aiuto di due miliardi e mezzo alle industrie inquinatrici per ridurre le emissioni di un risibile 5% entro il 2020. Non ha fatto però i conti con la determinazione  degli scienziati che dirigevano la commissione, che hanno lanciato un fundraising per poter continuare il loro lavoro. Non immaginavano certo un successo di tale portata. La nuova organizzazione si chiamerà Climate Council. La sua missione sarà di fornire un’informazione indipendente ed esperta sui cambiamenti climatici. E’ un buon esempio per l’Europa e per Italia; laddove non arrivano i governi, i cittadini si possono anche organizzare. Se si crede in qualcosa dopotutto non è un gran sacrificio investirci un po’ di euro.

Fonte: ecoblog