Greenpeace, Legambiente e Wwf: “Un’economia Green per superare crisi economica e ambientale”

“Nuova politica energetica che punti all’efficienza ed alle rinnovabili”. Lo hanno chiesto oggi a Roma Greenpeace, Legambiente e Wwf durante il convegno “Europa 2030. Obiettivi ambiziosi per la lotta ai cambiamenti climatici e l’energia”380581

Un’Europa che sappia guardare al futuro attraverso una nuova politica energeticascelte innovative ed obiettivi ambiziosi per il clima e l’energia. È questo quello che Greenpeace, Legambiente e Wwf chiedono all’Ue e all’Italia in vista dell’incontri che il Consiglio Europeo avrà il prossimo 23 e 24 ottobre durante la presidenza italiana, per definire i nuovi obiettivi al 2030 su clima ed energia. “Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi deve assumere un ruolo da leader in questo campo come Presidente di turno Ue e proporre target necessari per raggiungere le emissioni zero entro la metà del secolo”, ha detto Wendel Trio, direttore di Can Europe.  Questi temi sono stati al centro oggi del convegno in Campidoglio “Europa 2030. Obiettivi ambiziosi per la lotta ai cambiamenti climatici e l’energia” organizzato da Greenpeace, Legambiente e Wwf cui hanno preso parte esperti del settore. Le associazioni ambientaliste hanno ribadito la necessità per l’Europa di prendere decisioni chiare e vincolanti in materia di energia ed efficienza energetica, contestando gli obiettivi comunitari al 2030 proposti dalla Commissione che non permetterebbero all’Europa di mettere in campo una azione climatica coerente e forte in grado di invertire la rotta: 40% di riduzione delle emissioni di co2 per gli Stati membri, aumento al 27% per le rinnovabili vincolante solo a livello comunitario, incremento al 30% di efficienza energetica, senza specificare se mantenere tale obiettivo vincolante o indicativo. Obiettivi che tra l’altro non sarebbero coerenti con la traiettoria di riduzione delle emissioni di almeno il 95% al 2050, in grado di contribuire a contenere il riscaldamento globale sotto la soglia critica di 2 gradi centigradi. Greenpeace, Legambiente e Wwf propongono invece 3 target “necessari per il nuovo accordo su clima ed energia”: riduzione delle emissioni di gas serra che arrivi al 55% ed esclusione dell’utilizzo dei crediti internazionale per il raggiungimento di questo obiettivo (ad oggi il 75% dei crediti esterni Ue è realizzato in Russia, Ucraina e Cina); inclusione di un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica che arrivi al 40%; aumento dell’ambizione dell’obiettivo per le rinnovabili al 45%. Solo in questo modo l’Europa potrà – secondo le associazioni – ritornare a svolgere quel ruolo di leadership indispensabile per costringere gli altri partner, a partire da Cina e Stati Uniti, a mettere sul tavolo impegni altrettanto ambiziosi.  “L’Italia deve avere un ruolo predominate, è chiamata in Europa a essere portatrice di una visione ambiziosa nel dibattito per la definizione dei nuovi obiettivi 2030. Lo stesso Renzi sarà ricordato per le decisioni che prenderà in materia”, ha detto Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, a margine del convegno. “Deve essere un interesse comune quello di ridurre le fonti fossili e puntare all’efficienza energetica, temi su cui c’è tanta ipocrisia: politici e imprese continuano a sottolineare la necessità di puntare all’efficienza energetica, ma alle parole raramente seguono fatti concreti”. Nei giorni scorsi inoltre le tre associazioni hanno lanciato un appello al Premier italiano, sottoscritto da altre 20 associazioni, proprio per chiedere al Governo italiano di sostenere con forza un nuovo accordo politico per il nuovo quadro comunitario al 2030. “Bisogna agire e in fretta”, ha sottolineato Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. “I cambiamenti climatici sono una realtà e creano un numero di profughi maggiore di quello causato dalle guerre. Per questo chiediamo impegni per l’utilizzo delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica”.
Un’economia green – concludono le associazioni – può farci superare la doppia crisi climatica ed economica creando nuove opportunità dal punto di vista dell’occupazione, dell’innovazione e dello sviluppo di tecnologie pulite e che può limitare l’importazione di energia dalla Russia.

Fonte: ecodallecitta.it

Consumi energetici in calo: colpa della crisi o merito dell’efficienza?

Negli ultimi anni, il settore industriale ha ridotto i consumi energetici molto più del comparto civile: segno che in Italia è la crisi il vero “motore” dell’efficienza energetica? Un’analisi dei dati disponibili380650

Un quantitativo di energia primaria pari a circa 1.200 Gwh (Gigawattora), corrispondenti a 268.000 tonnellate di CO2 non emesse in atmosfera. A tanto ammontano, secondo i dati Enea, i benefici in termini di risparmio energetico ottenuti in Italia nel 2012 (l’ultimo anno per cui sono disponibili le stime ufficiali, ndr) grazie agli interventi di efficientamento sugli immobili incentivati col meccanismo della detrazione fiscale del 55% (attualmente l’aliquota è fissata al 65%, ndr).
Cifre significative, ma inferiori ai valori record raggiunti nel 2010, quando il risparmio energetico annuo era stato superiore del 35%, con 2.032 Gwh/anno di energia “salvata”. Per il 95%, gli interventi di incremento dell’efficienza hanno riguardato persone fisiche, e per il 64% si è trattato di operazioni di sostituzione degli infissi (168.000 interventi sul totale delle pratiche). Seguono l’ammodernamento dell’impianto di riscaldamento (25%) e l’installazione di pannelli solari termici per la produzione di acqua calda (9% del totale). Per il 70%, inoltre, le azioni di riqualificazione energetica incentivati nel 2012 hanno riguardato immobili riscaldati con impianti a metano (seguono le biomasse al 13% e l’elettricità al 7%). Il 22% degli interventi complessivi, infine, è stato realizzato sul territorio della sola regione Lombardia, mentre un altro 38% ha riguardato Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Il Piemonte, in particolare, detiene per il 2012 il record di energia risparmiata pro capite, con 49 Gwh/anno per abitante.

Leggi tutti i dati nel Rapporto Enea 2012 sulla detrazione fiscale del 55%

Più in generale, al di là degli interventi sull’edilizia incentivati col 55%, nel 2012 l’Enea ha certificato per l’Italia risparmi energetici complessivi pari a oltre 73.000 GWh, quasi il 30% in più rispetto al 2011. Un calo dei consumi che, però, ha interessato soprattutto i settori trasporti e industria (vedi oltre per ulteriori dettagli) più che il civile, che anzi ha visto crescere il suo peso percentuale sui consumi nazionali dal 34,5% del 2011 al 36,7% dell’anno successivo (anche se, ampliando l’analisi al periodo 1990-2011, il residenziale è il settore che ha conseguito i progressi più regolari, mentre l’industria ha avuto significativi miglioramenti di efficienza solo a partire dal 2005).

Scarica il Rapporto 2012 sull’efficienza energetica dell’Enea

Per lo meno negli ultimissimi anni, dunque, nonostante i buoni risultati delle detrazioni sull’efficienza in edilizia, il calo complessivo dei consumi dipende forse più dalla crisi delle industrie che dalla maggiore attenzione degli italiani. Qual è dunque il peso effettivo delle buone pratiche in tema di efficienza sul bilancio energetico complessivo dell’Italia? Sono gli atteggiamenti virtuosi dei cittadini, in aumento negli ultimi anni, a incidere davvero sul calo dei consumi, o è piuttosto la crisi economica ad aver condotto forzatamente il nostro paese a una progressiva riduzione del fabbisogno energetico nazionale?  Proviamo a ragionare sulle cifre disponibili. Sempre nel 2012, secondo i Dati provvisori di esercizio elaborati da Terna, in Italia la richiesta complessiva di energia elettrica ha raggiunto i 325.300 Gwh, in diminuzione del 2,8% rispetto al 2011, nonostante un giorno lavorativo in più (il 2012 è stato un anno bisestile, ndr). Particolarmente significativo, nel quadro generale del crollo dei consumi, sembrerebbe il peso della crisi sofferta dai principali settori industriali. Tra il 2011 e il 2012, infatti, i consumi elettrici dell’industria sono calati del 6,6%, mentre il comparto domestico ha visto una riduzione di appena l’1% (in aumento, invece, i dati di terziario e agricoltura). Risultano in calo, in dettaglio, i consumi di tutti i principali settori industriali (dal siderurgico all’alimentare, dalla produzione di elettricità alle costruzioni), ad eccezione dell’estrazione di combustibili e del comparto acquedotti.

Consulta i Dati Terna relativi ai consumi elettrici del 2012

Un dato, quello del ruolo preponderante della crisi industriale nel crollo dei consumi nazionali, confermato anche dal Ministero dello Sviluppo Economico che, nel Bilancio energetico nazionale 2012 (l’ultimo di cui è stata pubblicata la versione definitiva, ndr), certifica un calo annuo dei consumi totali di energia del 3,5%, con trasporti e industria ai primi due posti tra i settori che fanno registrare una contrazione (rispettivamente con il -9,2% e -7,6% rispetto all’anno precedente). Secondo le stime del MISE, invece, il fabbisogno energetico del comparto civile (che a differenza dei dati Terna include anche il gas naturale e altri combustibili) risulta addirittura in aumento dello 0,9% annuo, nonostante i risultati della detrazione fiscale del 55% registrati dall’Enea e il calo del fabbisogno elettrico contabilizzato da Terna.

Scarica il Bilancio energetico nazionale 2012 del MISE

Un trend che sembrerebbe essere confermato dalle prime cifre, ancora provvisorie, relative al 2013, che fotografano di nuovo una maggiore contrazione per il settore industriale a fronte del comparto domestico. Sul calo dei consumi, insomma, almeno da un paio di anni a questa parte sembrerebbe avere inciso più la crisi economica, che colpisce in modo particolare l’industria, che le buone pratiche domestiche “pro efficienza” o, in particolare, gli interventi di ristrutturazione edilizia a fini energetici realizzati da privati cittadini (che pure hanno mostrato, fin dalla loro introduzione nel 2007, potenzialità molto importanti). È d’altra parte la stessa Enea, nel suo “Rapporto 2012 sull’efficienza energetica”, ad auspicare, pur sottolineando i buoni risultati già raggiunti dall’Italia, una più incisiva «azione di sensibilizzazione sui temi del risparmio e dell’efficienza energetica attraverso la quale programmare percorsi informativi ed educativi mirati. È infatti questa la chiave per raggiungere ulteriori e più ambiziosi risultati: soltanto una domanda sempre più consapevole e competente potrà essere in grado di stimolare un’offerta sempre più innovativa».

Va detto, in ogni caso, che l’intera Unione Europea è piuttosto in ritardo sul suo obiettivo complessivo in termini di aumento dell’efficienza energetica (l’unico non vincolante del “Pacchetto clima 20-20-20”, ndr), e che anche il monitoraggio puntuale e dettagliato dei progressi effettuati dai singoli stati – con il confronto tra le diverse voci e il contributo dei vari comparti al target di risparmio – risulta tuttora difficile, se paragonato ad esempio con la contabilizzazione della produzione di energia da fonti rinnovabili. Una “ingiustizia” a cui potrebbe porre definitivamente rimedio il nuovo pacchetto di impegni climatici UE al 2030, che dovrà essere approvato dall’Unione nei prossimi mesi.

(Photo ©Eco dalle Città)

Fonte: ecodallecitta.it

Riso italiano in crisi: chiesti dazi per arginare l’“invasione” asiatica

Dall’inizio della recessione a oggi, un’azienda di riso su cinque ha chiuso i battenti e l’esplosione delle importazioni da Cambogia e Birmania rischia di acuire la crisi

Cresce la protesta fra i risicoltori italiani per la concorrenza sleale del riso di importazione proveniente dall’Estremo oriente. L’Italia è ancora il primo produttore europeo di riso su di un territorio di 216mila ettari, ma la situazione sta precipitando anche a causa di un regime speciale a favore dei Paesi meno avanzati che ha abolito i dazi della tariffa doganale per tutti i prodotti provenienti da tali nazioni, tranne le armi e le munizioni. Questo regime, conosciuto come Eba (Everything But Arms), ha dato uno straordinario impulso alle importazioni di riso provenienti dai Paesi meno avanzati verso l’Europa. Nel dossier reso pubblico di recente da Coldiretti alcune cifre delineano la crisi della risicoltura nazionale. Innanzitutto c’è il +754% di import di riso proveniente da Cambogia e Birmania nei primi tre mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato che desta preoccupazione anche per il sistema di allerta rapido europeo (RASFF) ha effettuato quasi una notifica a settimana per riso e prodotti derivati di provenienza asiatica, per la presenza di pesticidi non autorizzati e assenza di certificazioni sanitarie. Grazie all’Eba il riso asiatico arriva in Italia a un prezzo riferito al grezzo inferiore ai 200 euro a tonnellata, pari a circa la metà di quanto costa produrlo in Italia nel rispetto delle norme sulla salute, sulla sicurezza alimentare e ambientale e dei diritti dei lavoratori. Gli effetti di questa concorrenza sleale sulla produzione nazionale sono anch’essi nelle cifre. Dall’inizio della crisi a oggi un’azienda di riso su cinque ha chiuso i battenti e in questo 2014 la situazione sta precipitando con la perdita di posti di lavoro. Nonostante la produzione nazionale, come detto in precedenza, continui a mantenere la leadership continentale, per il 2014 si prevede una perdita di 30 milioni di euro e una riduzione del 13,6% del volume di consegne di riso di varietà indica. Le riduzioni di ordini più consistenti sono verso Francia, Polonia e Paesi Bassi, proprio i tre paesi nei quali sono esplose le importazioni di riso cambogiano e birmano. Migliaia di agricoltori sono in allarme, molti di loro sono già scesi in piazza. Qualche giorno fa a Torino, in piazza Castello, è stata costruita una finta risaia sullo sfondo di Palazzo Reale, per sensibilizzare la cittadinanza. Martedì 15 luglio la manifestazione della Coldiretti si trasferirà a Roma, dove una rappresentanza dei coltivatori e il presidente Moncalvo incontreranno il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina per fare il punto della situazione e trovare una soluzione alla crisi della risicoltura italiana.

 

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Fonte:  Coldiretti

La legge delle multinazionali in Europa…altro che democrazia!

Pagate i debiti e fate le grandi opere! I governi svendono le proprietà pubbliche, le multinazionali se le comprano a prezzi stracciati, con i soldi di tali vendite-privatizzazioni i governi ripagano una parte del debito che hanno maturato con le banche per pagare le grandi imprese multinazionali che realizzano le grandi opere. I padroni delle grandi imprese delle grandi opere pagate dai governi nazionali sono anche i padroni delle banche con cui i governi hanno contratto i debiti e sono anche i padroni delle multinazionali che si comprano le imprese pubbliche (cioè nostre).mondo_europa

Oplà! Il gioco è fatto, il trucco c’è ma non si vede. Anche perché l’assistente del Mago (“media ufficiali”, si chiama) fa di tutto per distrarvi. La crisi del capitalismo imperiale (o, se preferite, dell’impero globale capitalista), quella crisi prodotta dalla stessa natura della sua economia, è ormai diventata incompatibile con qualsiasi forma, seppur blanda e quasi del tutto formale, di democrazia. Il “quasi” non è più tollerabile. Perché? Perché la crisi economica, cioè il ridursi della “torta da spartire”, fa sì che i potentati economici decidano di non “spartire” più niente con i lavoratori e con i popoli. Per raggiungere questo obiettivo (niente più pensioni, niente più servizi pubblici, salari da fame ecc. ) sono però indispensabili due condizioni: la prima è una dittatura politica; la seconda è il rintronamento mediatico della plebe, che non deve accorgersi della dittatura se non quando sarà troppo tardi. Vediamo, tanto per dirne una, come procede la dittatura europea o, se preferite, come l’Europa procede verso la dittatura. Quando ero giovane (bei tempi, naturalmente) e la sociologia era una materia particolarmente apprezzata, mi fu insegnato che in democrazia, benché un governo nazionale rappresenti e faccia gli interessi delle classi dominanti, la sua funzione è anche quella di mediare tra gli interessi di tali classi e quelli delle classi subordinate. Cioè di lavoratori, pensionati, casalinghe, ceto medio ecc.
Per questo la Democrazia Cristiana faceva la diga del Vaiont ma anche le case popolari, le autostrade ma anche i trasporti pubblici. Un’altra cosa che mi fu insegnata è la formula infallibile: + decentramento = + democrazia. Vi ricordate i Consigli di Quartiere? Più piccola è la comunità, più vicini alla popolazione coloro che la governano, più facile imporre la volontà popolare. Chiunque abiti in un piccolo Comune sa che si può far pressione sul sindaco e la giunta anche solo chiedendo un incontro e ponendo un problema, sa che le richieste o l’opposizione aperta degli abitanti non possono venire ignorati. E’ per questo che, dopo aver indebolito economicamente i Comuni, ora si vuole eliminare quelli piccoli. Nella zona dove abito, per esempio, di tre comuni se ne farà uno. Non si risparmierà niente, dato che sindaco e assessori prendevano 150 euri di rimborso spese e se li erano anche autoridotti. Si spenderà probabilmente di più, invece, ma si allontaneranno le istituzioni dal popolo, ed è questo l’obiettivo da raggiungere. Lo ha deciso la Regione Toscana. Per la forma. Ma la sostanza è un’altra: lo stesso processo sta avvenendo in tutta Europa e anche fuori d’Europa. Lo hanno deciso le cosiddette “Istituzioni Internazionali”: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio in primis. Cioè, lo hanno deciso le multinazionali. Accentramento ed eliminazione delle ultime parvenze e strumenti della democrazia è oggi il loro obiettivo politico.
L’obiettivo economico, che non può prescindere da quello politico, è mangiarsi tutta la torta. Che, in concreto, significa:
1)    eliminare totalmente lo stato sociale, cioè i servizi pubblici, che devono diventare privati: se ne approprieranno lorsignori. Acqua, rifiuti, trasporti pubblici, sanità, energia elettrica, istruzione, poste e telefoni, aree protette e parchi nazionali; se ho dimenticato qualcosa, aggiungetela pure senza tema di sbagliare;

2)    eliminare le pensioni, abbassare i salari ai livelli della mera sopravvivenza.  Voi cosa credevate, che lo strombazzare sulla disoccupazione giovanile che politici e media fanno due giorni sì e il terzo anche fosse dettato da sincera preoccupazione per il destino dei giovani disoccupati? Stanno preparando il terreno, lo sgomberano dalle possibili obiezioni, lo arano e concimano per le prossime proposte: abbassare i salari di chi lavora per “dare lavoro ai disoccupati”. Che non lo troveranno più facilmente di prima ma, in compenso, quando lo troveranno, avranno lo stesso salario di polacchi e rumeni. Poi si vedrà: C’è sempre un nuovo obiettivo da porsi: il salario degli africani, magari. Così avremo ottenuto l’uguaglianza, quella degli sfruttati. D’altra parte, visto che noi finora privilegiati e ricchi popoli occidentali, per tutto il tempo delle vacche grasse ce ne siamo infischiati delle condizioni di lavoro di chi produceva i nostri beni di consumo così a buon mercato (chissà perché?), direi che in fondo la biblica “legge del taglione” ce la siamo meritata.

3)    C’è anche un tre. Eliminare le piccole attività indipendenti. Anche i bocconcini della torta vogliono rastrellare. Se non trovo più un mobilificio, comprerò all’Ikea. Piccoli commercianti e artigiani, piccoli industriali, piccoli contadini dovranno sopravvivere solo e se diventeranno appendici delle grandi aziende monopolistiche. Chiunque svolga un’attività autonoma sa che gli stanno stringendo un cappio al collo. Fatto di tasse e tartassamenti che diventano insostenibili, di impossibili e costosi adempimenti burocratici continui. Forse avrà pensato ingenuamente che quel continuo spillargli quattrini avesse semplicemente il fine di riempire le tasche dei politici corrotti e dei loro amici, “amiche”, parenti, sodali ecc. Il “Magnamagna”, insomma. Invece no, o non solo. Il fine principale è di rovinarlo. In questo modo, tra l’altro, si ottiene anche (e non è un obiettivo secondario) altra manodopera disoccupata, quindi concorrenziale.
E anche in questo caso le stesse cose stanno succedendo ovunque: stesse leggi, stessi adempimenti burocratici, stessi tartassamenti, anche in paesi i cui politici non sono proprio così corrotti. La differenza casomai la fa la resistenza popolare e la posizione del paese nella piramide del dominio: se sta in alto, ci vorrà un po’ più di tempo prima che i suoi politici si dedichino a schiavizzare il proprio popolo: hanno bisogno del suo consenso mentre si applicano a far fuori gli altri popoli. Naturalmente tutto questo deve avvenire poco a poco, in modo da non renderne evidente il fine. Niente di nuovo sotto il sole. Ve lo ricordate il Forum Sociale di Seattle? Il Forum dei Popoli lottava contro i dettami e le ricette del Fondo Monetario Internazionale: “tagli ai servizi sociali”, “apertura dei mercati a investimenti esteri”, che voleva semplicemente dire privatizzazioni; lottava contro i dettami dell’OMC: “aprire i mercati”, che voleva dire rovina  dell’economia contadine dei paesi poveri. E adesso tocca a noi! Unione Europea e USA stanno trattando segretamente (manco il Parlamento Europeo viene informato della trattativa e, del resto, quali sono i poteri del Parlamento Europeo?) il Trattato Transatlantico per la Liberalizzazione del Commercio e degli Investimenti. 
I mercati europei devono spalancarsi senza riserve alle multinazionali USA, e se qualcuno non si spalanca sarà fuorilegge: “… nessun criterio di qualità o sicurezza… limiti il diritto ad esportare delle grandi imprese”
E’ perché si attui tutto questo che in Germania la Zuppa e il Panbagnato governano assieme, in Francia sono pronti a farlo e in Italia pure (non si chiamava “Partito Unico”?); è per questo che in Italia approveranno una legge elettorale che impedisce il formarsi di partiti alternativi, che obbligherà a formare coalizioni per avere qualche speranza di successo, che darà alla coalizione di maggioranza la possibilità di “fare cappotto”su tutto, impedendo di fatto una vera opposizione.
E così nel lieto fine
tutti quanti fanno lega.
Se il valsente non vien meno
quasi sempre è lieto il fine.

Per pescare in acque torbide
Tizio a lungo accusa Caio.
Ma alla fine uniti a tavola
mangeranno il pan dei poveri.
(Bertolt Brecht)



Un po’ di memoria storica: contro la Legge Truffa, proposta dal governo  democristiano nel 1953, e molto meno truffaldina di questa, i lavoratori e le opposizioni scesero in piazza in tutta Italia, in Parlamento ci furono scontri con banchi divelti e sediate in testa, la Legge Truffa non passò. E’ per questo che i piccoli Comuni devono diventare un grande Comune, le città e i Comuni limitrofi Città Metropolitane, gli Stati nazionali Unioni Europee. E chi ci governa, Supercomune, Regione o governo nazionale deve eseguire gli ordini, chi prima li eseguirà più carriera farà. Anche per questo cresce la corruzione in politica: è una politica che seleziona i corrotti; chi accetterebbe tutti i diktat di poteri economici esterni che vogliono impadronirsi  di tutte le ricchezze del suo paese, se non fosse profondamente corrotto?
A Bruxelles c’è un palazzetto con una piccola targa: Trans Atlantic Business Dialogue. E’ il nome del “consorzio” delle più grandi e potenti multinazionali del mondo; dalla Microsoft alla Unilever, dalla Monsanto alla Boeing alla Dow Chemical alla Coca Cola… e altre decine e decine, sono tutte lì. Presentano periodicamente al governo americano e alla commissione europea le loro richieste. Ai loro galoppini. “Le vostre priorità sono le nostre priorità” rispondeva nel 2011 la commissione europea. “Diteci per tempo cosa dobbiamo fare… e se pensate che stia accadendo qualcosa che andrebbe stroncato sul nascere”, così si rivolgevano alle multinazionali i dirigenti europei. Cosa dirigano mi sembra chiaro. Anche su questo, se volete saperne di piü, guardatevi il bel servizio di Paolo Barnard su Report: “I globalizzatori”. Per tutto questo non dovete credere che il governo della vostra regione governi la regione, che il presidente del consiglio e quello della Repubblica governino il vostro paese. Né, tantomeno, che la Commissione Europea sia davvero responsabile delle politiche europee, se non per ignavia.  I Forum Sociali Mondiali sono stati la risposta consapevole dei popoli alle politiche di globalizzazione imperialista e neocolonialista. Si sono poi, un po’ alla volta, annacquati, inquinati, defilati. Ma io credo che non si possa che ripartire da lì. “Agire localmente, pensare globalmente”. Ma per pensare globalmente anche mentre si agisce localmente, dobbiamo unire di nuovo tutte le forze che combattono contro i potentati economici multinazionali: gruppi e associazioni ambientaliste, organizzazioni dei contadini e dei lavoratori; tutti i gruppi che si battono per l’ambiente e per una vera democrazia dei popoli, per una società di giustizia e rispetto per tutti i viventi, di solidarietà tra gli umani. E diffidando delle grandi ONG che prendono soldi dai governi e da misteriose fondazioni, e che sono state una delle cause del rifluire e frantumarsi di quel grande movimento che era il Forum Sociale Mondiale. E credo che dobbiamo imparare di nuovo a stare in mezzo alla gente, usando internet solo come uno dei nostri strumenti, non come uno sfogo e un rifugio. Quella gente che oggi viene informata solo da televisioni, radio, media ufficiali che sono i megafoni del potere; quella gente che si sente oggi sola, frastornata, impotente (non succede a tutti noi “gente”?), abbandonata da quelle che erano un tempo le organizzazioni dei lavoratori, i partiti di opposizione, le grandi associazioni politiche.“Fare rete” è una formula che ha avuto tanto successo, ma quasi soltanto a parole. Possiamo cercare di passare dalle parole ai fatti. Cominciando localmente ma pensando globalmente.

…Dato che ai governi, che promettono
sempre e tanto, non si crede più,
decretiamo dunque che con queste mani
una vita vera ci si costruirà.
(Bertolt Brecht)

L’associazione Paea è impegnata sul fronte della decrescita e dello scollocamento: clicca qui per sapere quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere.

Fonte: il cambiamento.it

Sistemi di Potere - Libro
Noam Chomsky, Barsamian David
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In Alto il Deficit! - Libro
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Liberi dalla civiltà: un inno al primitivismo

“Liberi dalla civiltà” e “Mimesis” sono i suoi libri, dal titolo evocativo. Lui, Enrico Manicardi, ha 48 anni, avvocato, appartiene da una vita al movimento libertario, amico del filosofo John Zerzan, di cose da dire ne ha tante, le ha condensate nei suoi lavori. Qui ce ne propone una provocatoria sintesi: l’analisi delle origini della società, degli errori strutturali, delle aspirazioni e della possibile “medicina”.primitivismo

Nei tuoi libri parli di Primitivismo, di critica radicale alla civilizzazione e sottolinei che si tratta di una riflessione rivolta all’attualità: puoi spiegarci meglio?

Il Primitivismo è un’analisi delle origini della civiltà, del mondo in cui viviamo. E’ un’analisi delle circostanze che hanno portato alla situazione attuale, una riflessione concentrata sull’attualità perché il Primitivismo non guarda al passato meno prossimo della storia umana da una prospettiva puramente accademica o retorica, ma cerca di trarre da questo nostro trascorso primitivo tutti gli spunti e le intuizioni possibili per cercare di rendere vivibile il presente che ci appartiene.

Quali sono questi spunti?

Per più di due milioni di anni abbiamo vissuto come raccoglitori-cacciatori nomadi, senza dominio, senza governi, senza sfruttamento, senza sovrastrutture ideologiche e culturali; e abbiamo vissuto vite libere, sane, serene, egualitarie. Questa non è un’utopia, ma un dato di fatto accertato “sul campo” e ormai riconosciuto anche dall’ortodossia scientifica. Studiando la vita dei raccoglitori-cacciatori nomadi ancora esistenti oggi e confrontando gli studi effettuati in tutte le parti del mondo, si è scoperto che i raccoglitori che hanno potuto preservare uno stile di vita originario vivono molto meglio di noi e godono di un’esistenza sostanzialmente libera, gioiosa e gratificante. Kevin Duffy, antropologo americano che ha vissuto per anni coi Pigmei Mbuti, l’ha riassunta così: «provate a immaginare un’esistenza in cui la terra, la casa e il cibo sono gratuiti, in cui non esistono dirigenti, capi, politica, crimine organizzato, tasse o leggi. Aggiungetevi il vantaggio di far parte di una società in cui tutto è condiviso, in cui non esistono né poveri né ricchi, in cui felicità non significa accumulo di beni materiali».

Cosa ci ha messo, secondo te, sulla strada di una distruttività sempre più ampia e accelerata?

Un cambio di mentalità. Circa diecimila anni fa abbiamo stravolto il nostro modo di vedere le cose: l’avvento dell’agricoltura, considerata l’atto di nascita della civiltà, è l’artefice di questo stravolgimento. Fino a quel tempo, e per centinaia di migliaia di generazioni, gli uomini avevano considerato la Natura un “soggetto”, una Madre (Madre Terra). La coltivazione ha stravolto quel paradigma perché ha fatto della Terra un oggetto. Con l’agricoltura la terra non è più qualcuno, ma qualcosa: qualcosa da manipolare, da sfruttare, da mettere a profitto. Una volta acceso il motore della reificazione (e cioè della trasformazione del vivente in cosa) la macchina civilizzata si è messa in moto e si è diretta verso una sempre maggiore reificazione di tutto e di tutti: dopo le terre sono stati reificati gli animali (nascita dell’allevamento), poi le donne (nascita della società patriarcale), poi i maschi (nascita della schiavitù, della servitù della gleba, del lavoro salariato). Oggi che questa ossessiva riduzione del vivente in cosa ha snaturato ogni elemento della Terra, noi uomini ci concepiamo come oggetti, ci trattiamo come oggetti, ci classifichiamo scientificamente così e come tanti oggetti ci sfruttiamo gli uni con gli altri. Tanto è vero che quel termine agghiacciante col quale definiamo la Natura, e cioè “risorsa” (che vuol dire appunto “capitale”, “cosa da sfruttare”), lo utilizziamo anche per definire noi stessi: i lavoratori sono diventati “risorse umane”, i migranti sono definiti “risorse economiche” e persino i bambini sono diventati “risorse del futuro”.

È questo il significato della crisi di oggi?

Certo, ma non solo. Oggi tutti parlano di crisi, tutti ne sembrano consapevoli, ma quel che sfugge, a mio avviso, è un fatto essenziale: la crisi che ci attanaglia non è una crisi nel mondo moderno, ma una crisi del mondo moderno; il suo naturale epilogo.

Pensi insomma a un problema strutturale del nostro stile di vita?

Dai tempi dell’avvento dell’agricoltura “usare”, “sfruttare”, “esaurire” rappresentano le sintesi concettuali che meglio descrivono il nostro modo di rapportarci agli altri e a noi stessi; oggi siamo arrivati a fine corsa. Non solo perché è rimasto assai poco da sfruttare, ma soprattutto perché questa mentalità ci sta traghettando verso l’autodistruzione. Il riscaldamento globale sta uccidendo la biosfera, le foreste pluviali vengono abbattute, i mari si stanno acidificando, l’aria è resa irrespirabile da ciminiere, inceneritori, nano-polveri, scie chimiche; aumentano le specie in via di estinzione; si fanno guerre ovunque. Allo stesso tempo la vita umana è sempre più passiva, litigiosa e artificiale. Come possiamo credere che questo stato di cose sia solo accidentale e passeggero? Come possiamo pensare che il problema che abbiamo sia nella morsa dello spread, nel PIL, nell’inflazione o nella politica immorale di questo o quell’altro partito? Io penso che si possa dire che abbiamo un problema che riguarda il nostro modo di vedere le cose, la nostra mentalità.

Esiste una “medicina” e quali potrebbero esserne gli ingredienti?

Questo è uno dei punti cruciali dell’analisi Primitivista, un punto che la distingue da ogni movimento alternativo. Prima di chiederci cosa fare, dobbiamo cominciare a porci una domanda ancora più importante: “Perché accade tutto questo?”. Pensare di risolvere un problema senza prima essersi domandati quale sia il problema è assurdo. Significa solo prendersela con i sintomi esteriori e questo fa parte del problema. I sintomi stanno dalla nostra parte: sono il segnale di un corpo sofferente che ci avverte dell’esistenza di un problema a monte. Se sopprimiamo i sintomi senza chiederci cosa li abbia generati – proprio come fanno tutte le medicine – non soltanto non risolveremo mai il problema a monte, ma ci precluderemo ogni possibilità di comprendere quale esso sia. Eppure, se ci pensiamo bene, viviamo in un mondo che ci condiziona tutti i giorni: di fronte al manifestarsi dei sintomi di un mal di testa la nostra preoccupazione è togliere il mal di testa, non capire perché l’abbiamo; di fronte all’alzarsi della temperatura corporea la nostra preoccupazione è abbassare la febbre, non capire perché si è alzata. Uguale facciamo nel campo sociale: di fronte al crescere di rifiuti urbani la nostra preoccupazione è come toglierli via da sotto il naso, non capire perché abbiamo cominciato a produrne così tanti; di fronte al crescere dell’inquinamento ecologico la nostra preoccupazione è come sopprimerlo con trovate geniali, non capire perché lo generiamo. Ecco perché dico che siamo arrivati a fine corsa e che il problema che abbiamo riguarda il nostro modo di vedere le cose. A forza di buttare la spazzatura sotto il tappeto, il tappeto sta ora per esplodere. Vogliamo continuare così? Vogliamo fare come ci suggerisce qualche furbetto quando ci consiglia di cercare un altro tappeto? Io penso che sia venuto il momento di cambiare registro: di cominciare a mettere in discussione la pratica di gettare la spazzatura sotto il tappeto e di provare a capire perché siamo indotti a fare in quel modo. Questo è lo spirito del Primitivismo.

Quali dunque le cause?

Per guardare alle cause di un problema c’è un solo modo: andare indietro fino alle sue fonti. In passato vi abbiamo provato, solo che, ogni volta che ci siamo imbarcati in questo viaggio a ritroso nel tempo, ci siamo sempre fermati troppo presto. Siamo talmente condizionati dalla nostra mentalità civilizzata che ci è sempre parso impossibile pensare a questa come alla causa di tutto. E allora abbiamo pensato che il problema fosse nei sintomi di questa mentalità: nella nascita della società dei consumi del secondo dopoguerra, per esempio, o nel sorgere dell’organizzazione di massa di inizio Novecento, o nel successo dell’industrializzazione del secolo precedente. Naturalmente, tutti questi fenomeni hanno contribuito a rendere il quadro attuale ancora più degradato, ma è sufficiente fermarsi agli inizi dell’Ottocento e alla nascita del capitalismo industriale per individuare le fonti della crisi di oggi? Io penso di no, anche perché l’autoritarismo e l’ingiustizia sociale c’erano anche prima del sorgere della società industriale, esattamente come c’era il sessismo (con le sue discriminazioni di genere), la politica (coi suoi imbonimenti e le sue illusioni), l’economia (con le sue logiche produttivistiche e la sua cultura della scambio). Prima dell’Ottocento c’era lo sfruttamento ambientale e l’inquinamento ecologico. Per non parlare poi della guerra o della schiavitù, che non sono certo delle invenzioni della società industriale. Se vogliamo guardare alle fonti della crisi di oggi dobbiamo andare ancora più indietro. E andando ancora più indietro si giunge necessariamente all’avvento della civiltà, e a quel cambio di paradigma di cui si parlava prima.

La tendenza alla distruzione del mondo è forse insito nella natura umana?

Questo è quello che si sente sempre affermare da tutti, compresi i leader dei movimenti alternativi. Ma è un modo di vedere le cose un po’ troppo riduttivo: serve solo a consolarci e ad assolverci, facendoci credere che il mondo triste, autoritario e tossico in cui viviamo sia inevitabile. Non è così. Se per più di due milioni di anni gli umani hanno vissuto vite libere, serene, gratificanti, e in soli diecimila anni sono arrivati fin sull’orlo del precipizio, mettendo a repentaglio la loro esistenza sul Pianeta e la vita stessa del Pianeta, il problema non è l’umanità. Non erano forse umani gli individui che vivevano nel Paleolitico? Non lo sono forse quei raccoglitori-cacciatori che ancora oggi vivono in perfetta armonia con la Natura? Non è l’uomo il problema del mondo, ma l’uomo civilizzato; ossia l’essere umano irreggimentato dalla civiltà: dalle sue categorie, dai suoi valori, dai suoi processi pervasivi che invadono la vita di tutti. Il problema, insomma, non è l’umanità ma la civiltà!

In questa visione delle cose non si rischia di idealizzare troppo la vita primitiva?

Idealizzare il nostro passato umano fino a trasformarlo in un mito è qualcosa di stupido, esattamente quanto credere a qualsiasi altro mito. Quando dico che per milioni di anni i nostri avi primitivi hanno condotto esistenze serene, stimolanti, sane, egualitarie, nel perfetto equilibrio armonico con la Terra e nella condivisione, non intendo dire che quelle vite fossero prive di vicissitudini e di problemi. Difficoltà e traversie c’erano senz’altro ed è facile supporre che fossero anche tante. Ma erano avversità rapportate alla capacità che gli umani hanno di affrontarle e di provare a risolverle: questo è ciò che fa la differenza. Un infortunio, un periodo di siccità, l’incontro ravvicinato con una belva possono essere fatali, ma restano pur sempre inconvenienti potenzialmente risolvibili se si può far affidamento sulle proprie preservate forze e capacità. Oggi, invece, i problemi che ci sono gettati addosso dal  mondo artificiale in cui viviamo non sono più risolvibili da nessuno di noi. Cosa possiamo fare contro lo scoppio di un reattore nucleare? Cosa possiamo fare di fronte alla colata a picco di una petroliera e all’ecatombe rappresentata da una marea di petrolio riversata in mare? Cosa possiamo fare contro il fatto che l’economia contempli l’esistenza di cicliche depressioni monetarie? Nulla. Abbiamo trasformato un mondo a “misura di natura” in un mondo alieno a noi stessi e alla Natura, e quello che possiamo fare ora è solo subirne le conseguenze: impotenti e rassegnati. Il nostro stato di costante infelicità, la nostra frustrazione quotidiana, lo smarrimento nel quale siamo confinati derivano anche dalla perduta capacità di saper far fronte ai problemi che ci coinvolgono e dall’umiliante necessità di dover dipendere sempre più passivamente dai ritrovati che ci vengono venduti come risolutivi.

La nostra vita, dunque, non è più nelle nostre mani?

Esattamente! È questa la grande differenza che fa della nostra vita moderna una triste e penosa pratica da sbrigare e della vita primitiva invece un’esistenza invidiabile, non l’assenza di drammi o problemi. I primitivi avevano (e hanno ancora) la loro sorte in mano, noi non più. Siamo in balìa degli effetti di quel costrutto artificiale che abbiamo sovrapposto alla Natura e che chiamiamo civiltà. Quando agli etnografi che vissero coi membri di comunità di raccolta e caccia fu chiesto quale fosse il carattere distintivo di uno stile di vita primitivo rispetto a uno civilizzato, la risposta fu unanime: l’autonomia. Ogni essere vivente, dalla felce all’elefante, è autonomo e autosufficiente: noi esseri umani civilizzati non lo siamo più. E non lo siamo più perché la civiltà è appunto un processo che tende ad espropriarci di tutte le nostre capacità di specie per metterci alla mercé dei suoi rimedi. L’economia ci ha tolto la capacità di saperci sostentare da soli e ci ha reso tutti dipendenti da essa; la tecnologia ci sta rendendo incapaci di compiere qualsiasi attività, anche la più fisiologica, senza la mediazione dei suoi strumenti; la politica ci ha insegnato a delegare ogni aspetto della nostra vita a qualcun’altro e ora sappiamo soltanto votare, incaricare, nominare qualcuno al posto nostro. La nostra esistenza non è più nelle nostre mani: dipende dal denaro e dalla schiavitù del lavoro; dipende dall’arrivo di una certa fornitura alimentare in un ipermercato; dipende dal fatto che un filtro antiparticolato funzioni, dipende da una connessione ad internet, da una presa elettrica. Non siamo più in grado di fare nulla con le nostre mani perché ci sono le macchine che lo fanno per noi; non siamo più in grado di fare nulla con le nostre gambe perché ci sono le auto che provvedono; non siamo più in grado di fare nulla nemmeno con la nostra testa perché ci sono i computer. Nel mondo civilizzato stiamo diventando disabili! O, com’è stato scritto: “siamo diventati polli in batteria: se s’interrompe il flusso del mangime, siamo tutti morti”. Se vogliamo provare a uscire da questo cerchio chiuso, allora, la prima cosa che possiamo fare subito è diventarne consapevoli. Ci raccontano che la civiltà ci ha reso più forti dei primitivi, mentre invece ciò che essa provoca è l’effetto diametralmente opposto: più ci civilizziamo, più dipendiamo dai servizi del Sistema e dunque siamo sempre più deboli, insicuri, bisognosi di affidarci a qualcuno o a qualcosa. La civiltà non ci ha liberato la vita, ce l’ha messa in gabbia: questa è la vera crisi!

Come uscirne?

Innanzitutto riconoscendo che siamo prigionieri, primo passo doloroso. Siamo stati educati a credere alla civiltà come a un processo d’emancipazione, irrinunciabile e nobilitante. Sentiamo fisicamente il bisogno di tutto quello che il mondo moderno ci offre: beni, servizi, denaro, potere. Ma abbiamo bisogno di tutto ciò solo perché siamo stati espropriati della capacità di vivere senza. Come potremmo fare oggi senza elettricità? Eppure solo due secoli or sono tutti ne facevano a meno. Come potremmo vivere senza cellulari e computer? Eppure solo vent’anni fa vivevamo lo stesso; e le nostre esistenze di allora, quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni non erano meno intense solo perché non esisteva Facebook, Twitter o simili. Noi crediamo di aver bisogno di tutte queste cose solo perché ne siamo stati resi dipendenti. In pratica, come aveva intuito perfettamente l’anarchico Errico Malatesta già nell’Ottocento, la questione della nostra prigionia è sempre la stessa: e cioè quella dell’essere umano legato che, essendo riuscito a vivere malgrado i ceppi, crede di vivere grazie ai ceppi. Noi non viviamo grazie ai rimedi della civiltà ma nonostante quelli e la capacità di rendercene conto è determinante.

Come definiresti questa condizione di dipendenza?

Domesticazione. La vita civilizzata non è un’esistenza libera a contatto con il mondo naturale: è una vita in cattività. Siamo diventati degli animali addomesticati: animali che sono stati appunto prosciugati di tutte le loro capacità di autosufficienza, resi dipendenti dai rimedi venduti dal Sistema e chiusi in gabbia. In questa gabbia dalle sbarre invisibili viviamo come derelitti: supplicando l’arrivo del guardiano di turno che ci venda la dose quotidiana di cibo industriale che ci distruggerà la salute; mendicando le prestazioni prezzolate del veterinario di turno che ci darà il colpo di grazia con le sue medicine, rendendoci sempre più dipendenti dalla loro somministrazione; agognando, come degli ebeti, l’arrivo di qualcuno che ci distragga con i suoi spettacoli da baraccone, con la sua pornografia, col suo gioco d’azzardo, o che ci faccia ridere con le sue sit-com. Si chiama appunto domesticazione ed è la fase successiva al dominio: finché costringo qualcuno a stare in prigione con la forza, lo comando; ma quando l’avrò convinto a starci volontariamente, l’avrò addomesticato. Non scapperà più, nemmeno se aprirò la gabbia in cui è recluso. Perché si crede fortunato, si crede libero.

Pensi sia possibile affrancarsi da questo stato?

Non è facile mettere in discussione radicalmente il proprio stile di vita, il proprio modo di pensare, di sentire, di agire, le proprie finte certezze di carta. Non è facile provare a uscire dalla gabbia nella quale siamo nati e nella quale sono nati i nostri genitori e i nostri avi da diecimila anni. Ma non abbiamo altra possibilità. Anche perché qui non si tratta soltanto di esser stati ingabbiati e resi inerti. Qui si tratta si essere stati ingabbiati sul vagone di un treno che procede impazzito verso il dirupo: se non ci affretteremo a provare a fermare questo treno, o quanto meno a scendere per provare a vivere senza i suoi servizi, finiremo anche noi nel baratro.

Insomma, occorre stravolgere l’attuale mentalità. Ipotizzi dei tempi perchè ciò possa accadere?

Il treno diretto verso il precipizio non corre a una velocità tale da rendere impossibile il salto. E poi si ferma spesso alla stazione, per raccogliere nuovi passeggeri. È di questo che possiamo approfittare: staccarci progressivamente dalla sua dipendenza per riabilitarci passo passo. La messa in discussione della nostra mentalità dovrà essere radicale, ma siccome sono diecimila anni che viviamo in cattività, prima di divellere le inferriate invisibili della gabbia in cui siamo costretti dobbiamo riabituarci alla vita libera e selvatica. E questo è un altro dei capisaldi del pensiero Primitivista. Come tutti i percorsi che mettono seriamente in discussione le vecchie basi d’appoggio, abbiamo bisogno di un periodo di transizione, che ci consenta appunto di riacquisire quelle abilità che ci sono state strappate; ma deve essere una transizione consapevole: occorre cioè sapere dove vogliamo andare e perché. Finché continueremo a credere che si possa fermare il treno stando seduti davanti a un computer, o aderendo a una campagna informativa, o seguendo il leader di qualche partito o movimento alternativo, tutto continuerà a procedere come sempre. Per liberarsi dal giogo della civiltà ci vuole ben altro di quanto la stessa mette a disposizione a coloro che ancora vi confidano. Dobbiamo avere la forza di opporre un rifiuto generale a un’esistenza determinata dal tecno-capitale: ritrovare la forza e il coraggio di rompere progressivamente i legami della nostra dipendenza da questo universo al collasso ritrovando man mano quell’autonomia che ci è stata sottratta. Più dipenderemo dai servizi della civiltà, più saremo costretti a difendere quella invece della nostra vita; al contrario, più riusciremo a fare a meno di tecnologia, economia, scienza, energia, potere, simbologia, più ci ritroveremo liberi e indifferenti ai suoi diktat.

Quanto c’è di utopico in questa idea Primitivista e quanto invece c’è di immediatamente realizzabile?

Non c’è nulla di utopico nel Primitivismo. È solo una questione di consapevolezza e di volontà. Se le persone si renderanno conto di essere in pericolo, alloggiate su questo treno ipertecnologico che corre verso il dirupo, potranno provare a far qualcosa per fermarlo o per saltarci giù prima che sia troppo tardi; se vorranno invece continuare a far finta di niente, se continueranno a oscurare i finestrini per non vedere fuori, a reclamare sedili più comodi e nuovi servizi in cuccetta, si troveranno sul treno quando questo si schianterà. Perché ci sono almeno due cose che mi paiono sicure: che questo treno non si fermerà da solo; che prima o poi accadrà qualcosa che sarà l’equivalente di uno schianto. A questo proposito, basti pensare alla questione della sovrappopolazione. Già oggi siamo oltre sette miliardi di persone sul Pianeta: una pressione ecologica abnorme che la Terra non è in grado di sopportare. Cosa facciamo? Invece di guardare alle cause del problema continuiamo a credere nel progresso e cioè a credere che una nuova tecnologia ci libererà dai danni provocati dalla tecnologia, che una nuova economia ci libererà dai danni provocati dall’economia, che un nuovo messia politico ci libererà dai danni causati dalla Politica e che una nuova energia pulita ci consentirà di continuare a consumare Madre Terra, ma in modo sostenibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stiamo continuando a crescere per numero di abitanti e presto saremo otto miliardi, poi nove, dieci, quindici, venti… È ovvio dunque che presto o tardi qualcosa si verificherà: qualcosa di profondamente tragico e che ridurrà in modo drastico la popolazione mondiale. La domanda allora è semplice: quali saranno le persone che a quel punto si salveranno? Quelle che, nel frattempo, avranno imparato a vivere senza dipendere dai servizi del Sistema, magari ritrovando la capacità di dormire all’aria aperta, di non usare il riscaldamento durante l’inverno, di mangiare frutta e verdura cruda che sapranno riconoscere negli spazi aperti della natura, o quelli invece che senza la loro termocoperta elettrica proprio non riescono a prendere sonno? Non c’è nulla di utopico nell’idea Primitivista. Se sapremo farla nostra, quand’anche non dovessimo riuscire a fermare la locomotiva, ci saremo sicuramente dati le migliori possibilità per non farci trovare sul treno quando questo finirà nel vuoto. Tutto qui.

Dunque, dal Primitivismo non solo riflessione teorica, ma anche soluzioni pratiche?

Sicuramente, ma non bisogna confondere la praticità del pensiero Primitivista con l’idea che questo sia una sorta di programma predefinito pronto solo per essere seguito passivamente. La libertà non è un “modello” che qualche “illuminato” possa consentirci di raggiungere seguendo un certo schema pianificato. I santoni e i capipopolo fanno parte di questo Circo Massimo. Non esistono dunque ricette pronte né decaloghi da seguire; e il Primitivismo non vende rimedi, non propone manuali d’istruzione per l’uso e non ha nemmeno finalità generalizzate come quelle della liberazione dell’umanità dalle catene della servitù. Ogni individuo risponde di se stesso e per se stesso. È con le persone singolarmente infatti che ci si confronta, che ci si conosce, che si creano percorsi di affinità e momenti di complicità. Il Primitivismo non è un nuovo credo in cerca di fedeli. Le mie personali scelte di vita, il mio percorso umano di progressiva emancipazione dalla civiltà e d’indipendenza dai suoi rimedi (e dalle sue esche) non dipende dalle decisioni altrui. Naturalmente, se ci fosse qualcuno seriamente interessato al progetto di una progressiva decivilizzazione che io stesso sto conducendo, può sempre contattarmi: sono a disposizione per confrontare esperienze, per incontri e momenti di condivisione. E parlo della necessità di incontrarsi di persona perché anche questo è un modo di fare che dobbiamo recuperare: riabilitare l’universo caldo delle relazioni in carne ed ossa, dei sorrisi, delle chiacchierate faccia a faccia, dei contatti reali contro quello meccanico e freddo dei rapporti virtuali. L’erosione delle nostre capacità relazionali, infatti, è un altro passo fondamentale del processo di domesticazione che stiamo subendo. Quell’enorme “blob” tecnologico che avanza desertificando tutto ciò che tocca sta fagocitando anche la nostra attitudine ai contatti umani, e se non ce ne accorgeremo in fretta, iniziando a resistervi con determinazione, perderemmo presto anche quell’attitudine. Nel mondo della cybersocialità siamo sempre più isolati e separati da tutto e da tutti: non ci parliamo più guardandoci negli occhi; non ci incontriamo più personalmente; non viviamo più momenti improduttivi e di pura convivialità. Ormai abbiamo persino smesso di toccarci sensualmente: non ci stringiamo più, non ci abbracciamo più, non ci massaggiamo più. Nel mondo moderno non ci si tiene più per mano, nemmeno metaforicamente. Persino le madri hanno smesso di tenere in braccio i loro bambini: oggi ci sono i più pratici girellini, le carrozzine, gli ovetti e i baby parking.  Praticamente le nostre funzioni tattili sono ridotte oggi all’attivazione del sistema touch-screen dei nostri IPhone. Vogliamo fare finta che anche questo problema non esista?

Un dramma umano, dunque, oltre che sociale ed ecologico?

Io osservo la realtà, e quello che vedo lo possono notare tutti. L’insensibilità che stiamo maturando verso il contatto diretto è drammatica: e non è solo nel dilagante menefreghismo e nel cinismo che questo universo competitivo e conformante impone a tutti. L’insensibilità la si misura anche nelle piccole cose: nell’incapacità crescente d’immedesimarci negli altri, nella freddezza con la quale conduciamo tutti i nostri rapporti e, soprattutto, nel rifiuto di riconoscere questa nostra emergente insensibilità. Una mail va benissimo per scriversi o mandarsi informazioni, ma non per costruire relazioni umane solide e durature; allo stesso modo un sito web può essere utile per venire in contatto con certe idee, ma poi, se si vuole far nascere qualcosa assieme ci si deve mettere in gioco di persona. Siamo fatti di testa, non vi è dubbio, ma siamo anche fatti di corpo e di cuore e se non riabiliteremo pure quelli ogni altro passo sarà perduto. Come possiamo pensare di tornare a vivere in un contesto ecologico e sociale di nuovo caldo e accogliente se poi le nostre relazioni resteranno anonime, sfuggenti e distaccate come quelle che c’impongono le macchine? Dico sempre: decivilizzare noi stessi per decivilizzare il mondo. Partire da noi stessi è essenziale.

Gli errori che reputi più macroscopici degli ultimi 50 anni?

Tutti quelli che alimentano il problema fingendo di risolverlo. Ho appena parlato del rifiuto di riconoscere la nostra crescente insensibilità: mettere la testa sotto la sabbia è l’equivalente psicologico del buttare la spazzatura sotto al tappeto. Quando Paul Goodman parlava dei mali della nostro modo di vedere le cose ne citava uno che definiva “il male del non c’è più niente da fare”; io vi aggiungerei “il male del va tutto bene così” e, ancor peggio, “il male del mettiamo una pezza qua e tutto tornerà perfetto”. Le trovate della cosiddetta ideologia verde sono forse il caso più eclatante di quest’ultimo “male”. Come possiamo credere che per risolvere il disastro ecologico e sociale nel quale siamo tutti calati basti sostituire il PIL con il BIL, aggiungere il prefisso “green” all’economia o consolarsi con altri ossimori del tipo tecnologia a basso impatto ambientale, politica democratica, scienza etica, energia pulita? Come dice il mio amico Guido Dalla Casa, “l’energia pulita non esiste!”. E questo è un fatto che dobbiamo ficcarci bene nella testa. Per produrre quella che chiamano “energia pulita” ci vuole sempre tanta energia sporca e naturalmente nessuno ce lo fa notare. Per produrre biocarburanti, ad esempio, bisogna radere al suolo foreste millenarie e sostituirle con colture “dedicate” alla produzione di olio di colza, di cocco, di girasole. Per ottenere energia geotermica bisogna sventrare la crosta terrestre con trivelle potenti (che non sono certo fatte di carta riciclata) e rubare questa energia alla Terra, con tutte le conseguenze di tipo idrogeologico che ne derivano. Lo stesso vale per le pale eoliche, che devastano e consumano il territorio esattamente quanto i pannelli solari. Oggi tutti ci spingono verso queste fonti di energia “sostenibile”. Ma sostenibile per chi? Non certo per le migliaia di persone del terzo mondo che vengono costrette a lavorare 16/18 ore al giorno nelle miniere di silicio, coltan, bauxite, terre rare, ecc. La questione è molto semplice: per far funzionare un pannello solare, ad esempio, ci vuole (tra l’altro) il silicio, e per fare incetta di questo metalloide occorre estrarlo a forza dalla Terra; migliaia di uomini, donne, bambini ricattati dai meccanismi impietosi dell’economia vengono ancora oggi schiavizzati a questo scopo e la Terra viene martoriata da questi scavi e da queste estrazioni. Allora, mi chiedo: che tipo di mondo vogliamo con le nostre rivendicazioni ecologiste? Vogliamo un mondo in cui poche centinaia di migliaia di Occidentali possano far mostra del loro finto ambientalismo da réclame basato sulla presenza di innovazioni costruite sulla pelle di migliaia di poveri lavoratori e bambini schiavizzati? Se è questo il “nuovo” mondo che vogliamo, io non ci sto! Questo mondo “verde” è assolutamente identico a quello grigio in cui già vivo: un mondo che sfrutta, consuma, addomestica e che porta conseguentemente a stare male.

È quello che nel tuo ultimo libro hai definito “il bluff della sostenibilità”?

Certamente! Pensiamo solo alla presa in giro del mondo “verde”, sono ormai cinquant’anni che dura. Negli anni Sessanta del secolo scorso, cominciarono col parlarci della Rivoluzione Verde, che avrebbe risolto il problema della fame nel mondo: era solo la scusa per far entrare i concimi chimici nell’agricoltura e arricchire le multinazionali che commerciavano in quel traffico. Negli anni Ottanta è stata la volta della Benzina Verde, che avrebbe risolto tutti i problemi di inquinamento ambientale: era solo la scusa per farci cambiare l’auto e farcene comprare una/due/cinque con la marmitta catalitica. Oggi parlano di economia verde, di tecnologia verde; e noi che facciamo? Ci crediamo ancora? Dobbiamo smettere di farci prendere in giro, smettere di fare la parte dei passivi creduloni e cominciare a guardare alle cause di ciò che ci sta portando alla deriva. Il problema non è questa o quella energia, è l’energia; non è questa o quella economia, è l’economia; non è questa o quella tecnologia, è la tecnologia; è la politica, è il potere. In una parola sola: il problema che abbiamo è la civiltà. Finché opereremo per cercare di sanare la civiltà, di renderla più verde e più sostenibile, non faremo altro che perpetuare la malattia fino a renderla terminale.

Quale messaggio vorresti che arrivasse ai tuoi figli e ai figli di tutti?

Un messaggio di resistenza per tutti. Non credo che sia stato superato il punto di non-ritorno. Sono convinto che si possa fare ancora moltissimo per fermare questa macchina mostruosa che chiamiamo civiltà, e per cominciare a vivere senza dipenderne. Ma occorre mettersi in discussione davvero e non soltanto per proclamazione di facciata: smettere di credere agli illusionisti della politica (e dell’antipolitica condotta in Parlamento) e cominciare ad agire dentro e fuori di noi per ristabilire quelle competenze d’autonomia e quelle relazioni sensibili che ci sono state rubate, e nelle quali risiede tutta la nostra possibilità di vivere liberamente e dignitosamente. Un mondo libero e dignitoso, infatti, non è il mondo della schiavitù sostenibile, ma quello dell’indipendenza individuale, dell’autodeterminazione, dell’autogestione, dell’autosussistenza, della condivisione. D’altra parte, c’è una metafora molto chiara che descrive la condizione di grave pericolo in cui viviamo oggi: l’ha elaborata Bertolt Brecht quando ha scritto che stiamo segando il ramo sul quale siamo seduti. Quella che i media oggi chiamano “crisi” non è altro che la risonanza dei primi scricchiolii del ramo che sta cedendo. Se vogliamo evitare di finire di sotto non servirà segare più lentamente e nemmeno usare una motosega a energia solare. Bisogna smettere di segare subito e prendere la direzione opposta. Perché la civiltà, in ultima analisi, è proprio una follia. In un paragrafo de L’ultima era ho tracciato un profilo di questa follia, un excursus sulla vita delle principali civiltà antiche della storia: dalla Mezzaluna fertile all’Europa mediterranea, all’America precolombiana, all’Asia arcaica, all’Africa. Ebbene, tutte le antiche civiltà della storia sono finite male: sono scomparse, si sono estinte. E tutte secondo un iter che assomiglia in maniera impressionante a quello che stiamo conducendo oggi. Tutte di fronte al dramma ecologico e sociale portato dallo stile di vita agricolo (stratificazione sociale, sovrappopolazione, guerre intestine e di espansione, contaminazione ambientale, degradazione relazionale, ecc.), hanno reagito inventando trovate sostenibili. Naturalmente sono tutte fallite perché, come si è detto, sopprimere gli effetti di un problema non significa risolverlo ma soltanto perpetuarlo. Proviamo a smettere di guardare avanti, di correre in avanti, di credere a quel mito del futuro migliore che ci ha incatenato a un presente degradato e autodistruttivo, e incominciamo a tornare indietro. Oltre a scoprire che in quel modo si migliora notevolmente la qualità della vita, imparare a tornare indietro potrebbe presto esserci anche molto utile.

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Fonte: il cambiamento

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Soldi sprecati, rubati e inutilizzati, dov’è la crisi?

In Italia tanti lamentano una povertà a livelli da terzo mondo eppure sono vari i segnali che indicano che la morte per fame di milioni di italiani non è prossima.denaro

In Italia tanti lamentano una povertà a livelli da terzo mondo eppure sono vari i segnali che indicano che la morte per fame di milioni di italiani non è prossima. Il lamento maggiore è che non ci sono più soldi, la qual cosa potrebbe anche essere un bene visto come normalmente vengono utilizzati. Ma ammettendo che i soldi adesso non ci siano più o comunque ne girino di meno, facciamoci una domanda: quando i soldi c’erano come sono stati utilizzati?

È illuminante da questo punto di vista citare un recente film del regista Daniele Ciprì intitolato È stato il figlio che fornisce un panorama eloquente di come gli italiani, da nord a sud, abbiano utilizzato i propri soldi negli ultimi decenni.

Il film descrive una storia realmente accaduta negli anni ’70 a una famiglia “povera” del Sud Italia, una famiglia cioè che tira a campare e alla quale improvvisamente in seguito all’uccisione incidentale di una figlia per mano della mafia, arriva un risarcimento di vari milioni delle allora lire. Come decide di utilizzare i soldi il capofamiglia? Comprando una Mercedes fiammante per dimostrare a tutti finalmente che loro ce l’hanno fatta. Quante montagne di soldi hanno buttato gli italiani inseguendo il mito dell’automobile nuova da mostrare ad amici e parenti? Tanti piccoli Fantozzi che hanno raggiunto il grande risultato di fare diventare il nostro paese un immenso garage e fargli raggiungere l’invidiabile posizione numero due al mondo per numero di automobili ogni mille abitanti.

E poi è entrato in scena l’altro grande protagonista del nostro tempo: il mutuo per la casa. Scusa valida a se stessi e al mondo per incatenarsi a una vita fatta di sacrifici, routine, lavori mediocri, miti pretese. Argomento perenne che assieme al “tengo famiglia” è l’architrave della sofferenza autoimpostasi di milioni di persone. Grazie anche ai mutui abbiamo cementificato ogni angolo del paese per soddisfare un singolare bisogno di sicurezza laddove la percentuale di case di proprietà è fra le più alte in Europa con oltre il 70%.

E chi ha arricchito a dismisura Berlusconi e i vari magnati d’Italia guardando le sue televisioni e comprando i loro prodotti superflui e/o inutili?

Veniamo ai commercianti. Qualcuno ha mai sentito dire a un commerciante che gli affari vanno a gonfie vele? Io mai. Eppure in tempi di vacche grasse hanno guadagnato assai, sperperato in ogni modo, comprando e spendendo a più non posso: case, Suv e macchine di ogni tipo, vacanze in giro per il mondo, vestiti di marca, acquisti folli, investimenti sballati ecc.

Questi soldi non si potevano utilizzare meglio o risparmiare anche in previsione dei cosiddetti periodi di vacche magre?

E adesso si ha pure il coraggio di dire che non ci sono più soldi? Dopo tutto quello che si è sperperato?

Ma in fondo è lo stesso sistema della pazzia economica che induce a spendere, altrimenti l’economia non cresce; peccato che poi quando il sistema va inevitabilmente in crisi non si sa come fare per continuare a spendere come e più di prima. Si pensava forse che fosse Natale tutto l’anno per sempre? Chi aveva i soldi in passato, tanti o pochi che fossero, e li ha utilizzati in maniera direi alquanto discutibile, ritengo che oggi non possa lamentarsi, quindi in teoria ben pochi sarebbero autorizzati a farlo. Quando non si vedranno più esempi come l’acquisto di insalata lavata in busta di plastica a 15 euro al chilo o quando la moda diminuirà le vendite del 90% e centinaia di altri esempi simili, inizierò a credere che forse siamo in crisi. Fino al momento in cui gli acquisti fatti senza alcuna razionalità e senso avranno il sopravvento, parlare di crisi mi sembra decisamente fuori luogo. In questa sagra del lamento si distinguono le istituzioni pubbliche, campioni assoluti del pianto e che dicono ovviamente che soldi in cassa non ce ne sono. Lo dicevano comunque anche prima ma adesso hanno una scusa pronta all’uso: c’è la crisi. Soldi non ce ne sono nello Stato, in qualsiasi istituzione, nelle Regioni, nelle Provincie e nei Comuni di ogni grandezza e latitudine. Peccato però che non passi giorno dove in queste stesse istituzioni altre montagne di soldi vengano rubati, sprecati o non utilizzati. Scandali, corruzioni e ruberie a non finire, cantieri, cattedrali nel deserto ovunque con costi che lievitano ogni giorno di più, archistar pagate a peso d’oro per opere vergognose da ogni punto di vista estetico ed economico, affitti stratosferici pagati ai privati quando ci sono strutture pubbliche inutilizzate, sprechi di qualsiasi materiale, energia, lavoro, da nord a sud senza grosse differenze e con qualche macroscopica problematica come gli eserciti di dipendenti pubblici pagati per non fare letteralmente nulla o per misurare i metri di neve in Sicilia o mille alte diavolerie inventate solo per spillare soldi alla collettività e quindi anche a se stessi.

E le amministrazioni pubbliche oggi si svendono tutto (e spesso li beccano con le mani nella marmellata subito dopo che hanno parlato di tagli e sacrifici) con la scusa della crisi ma poi ben poche di queste amministrazioni approntano programmi di lotta senza quartiere allo spreco e quindi risultano del tutto non credibili in quello che dicono, per quanto falsamente possano piangere miseria.

Che dire poi dei soldi dell’Unione Europea che non vengono utilizzati e ritornano indietro, spesso per colpa della stessa burocrazia che avendo appunto eserciti di servitori, rende gli interventi difficili da realizzare.

Alla luce di questi fatti sotto gli occhi di tutti quotidianamente, il ragionamento è assai semplice, direi matematico: come si fa ad affermare che non ci sono soldi quando questi vengono sistematicamente sprecati, rubati o inutilizzati?

Soldi ce ne sono, e pure tanti, ma gli italiani, sia nel loro privato che nelle loro istituzioni, hanno deliberatamente deciso, senza che nessuno gli puntasse una pistola alla tempia, che i soldi dovevano e devono essere utilizzati sempre nel peggiori dei modi. Prima di dire che siamo alla fame si facciano i conti in tasca davvero agli italiani e si chieda loro quanto hanno speso per farci diventare il paese/garage di cui sopra, quanto cibo commestibile buttano, quanti soldi vanno nelle slot machine e in giochi d’azzardo, quante decine di cellulari hanno collezionato in questi anni e quante comunicazioni inutili che costano si fanno attraverso gli stessi, quanti quintali di vestiti “alla moda” giacciono inutilizzati nei loro armadi, quanta energia è quotidianamente sprecata e pagata per non avere voluto mai pensare a come risparmiare una delle spese più alte nell’abitazione e così via in un elenco assai lungo. Tutta questa lamentela, questo modo di agire distorto e insensato non cambierà di un millimetro la situazione perché qualora la crisi finisse, e speriamo invece che si aggravi così forse per davvero saremo costretti a non sprecare, si riprenderebbe tutto come prima e paesi che in teoria non sono in crisi come la Germania sono lì a dimostrarlo dove la corsa all’acquisto e quindi allo spreco è più sfrenata che mai, basta farci un giretto proprio in questi giorni di orgia natalizia.

Altro che crisi economica: spreco, opportunismo, ladrocinio, ipocrisia, tutto ciò deve essere messo in discussione e rifiutato alla radice, solo allora inizierà l’uscita dalla vera crisi che è quella ben più grave dei valori e della perdita di senso.

Fonte: il cambiamento

Il mio ultimo motivo di speranza

Un augurio per il 2014 attraverso le parole di Jared Diamond che ci racconta uno dei motivi per cui ce la faremo a superare le crisi che incombonoIsola-di-Pasqua-586x390

Un augurio per il 2014 attraverso le parole ottimistiche con cui Jared Diamond conclude il suo grande libro “Collasso”:

«Il mio ultimo motivo di speranza [che l’umanità possa sopravvivere al collasso] è frutto di un’altra conseguenza della globalizzazione. In passato non esistevano nè gli archeologi, nè la televisione.

Nel 15° secolo, gli abitanti dell’isola di Pasqua che stavano devastando il loro sovrappopolato territorio non avevano alcun modo di sapere che, in quello stesso momento, ma a migliaia di km, i vichinghi della Groenlandia e i khmer si trovavano allo stadio terminale del loro declino, o che gli anasazi erano andati in rovina qualche secolo prima, i maya del periodo classico ancora prima e i micenei erano spariti da due millenni. Oggi, però, possiamo accendere la televisione o la radio, comprare un giornale e vedere, ascoltare o leggere cosa è accaduto in Somalia o in Afghanistan nelle ultime ore. I documentari televisivi e i libri ci spiegano in dettaglio cosa è successo ai maya, ai greci e a tanti altri.
Abbiamo dunque l’opportunità di imparare a dagli errori commessi  da popoli distanti da noi nel tempo e nello spazio.
Nessun’altra società ha mai avuto questo privilegio. Ho scritto questo libro nella speranza che un numero sufficiente di noi scelga di approfittarne.»

Jared Diamond, Collasso, Torino 2005, p 530

L’opportunità di imparare dagli errori commessi è stata moltiplicata dall’accesso a internet (by the way, è strano che Diamond non ne parli scrivendo nel 2005 e non nel 1975); tuttavia per usare internet senza cadere in complottismi o negazionismi di ogni sorta è quanto mai necessario avere un po’ di cultura storica e di metodo scientifico. Ma qui mi taccio e auguro solo buon anno a tutti.

Fonte: ecoblog


9.Locale e globale

Di fronte alla scarsità e alle crescenti pressioni cui sono sottoposte risorse vitali come l’acqua e la terra, sapere chi  rende le decisioni può essere tanto importante quanto il modo in cui le risorse naturali vengono gestite e utilizzate. Un coordinamento globale è spesso fondamentale, ma senza un consenso e una partecipazione locali, nulla può essere fatto sul campo.23

Probabilmente tutti conoscono la storia del piccolo Hans Brinker, il bambino che trascorse la notte tappando con un dito la fessura che si era aperta in una diga per evitare che l’acqua fuoriuscisse e inondasse la città di Harlem, nei Paesi Bassi. Pochi sanno, però, che è stata un’autrice statunitense, Mary Mapes Dodge (1831–1905), a metterla per iscritto senza mai essere stata nei Paesi Bassi. Joep Korting non è altrettanto famoso, ma rappresenta un anello fondamentale di uno dei più sofisticati sistemi di gestione dell’acqua, che coinvolge l’amministrazione locale, regionale e nazionale, oltre a essere un punto di contatto con le autorità di altri paesi e i sistemi informatici di monitoraggio avanzato che fanno uso di satelliti per il controllo 24 ore su 24 delle infrastrutture. Joep funge anche da collegamento con la realtà sul campo, essenziale per l’attuazione di uno degli strumenti legislativi dell’UE più ambiziosi e completi di sempre: la direttiva quadro sulle acque (DQA). Tale direttiva prevede un’azione coordinata per raggiungere un «buono stato» di tutte le acque dell’UE, incluse le acque superficiali e sotterranee, entro il 2015. Definisce inoltre le modalità di gestione delle risorse idriche sulla base dei distretti idrografici naturali. Altri strumenti legislativi dell’UE, fra cui la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino e la direttiva sulle alluvioni, integrano la DQA per migliorare e proteggere i corpi idrici europei e la vita acquatica.

Ripensare il nostro stile di vita

Che l’acqua rappresenti un problema serio per i Paesi Bassi non è un segreto per nessuno. Circa il 25% del territorio, su cui risiede il 21% della popolazione neerlandese, si trova sotto il livello del mare. Il 50% della superficie emerge appena di un metro. I Paesi Bassi non devono però fare i conti solo con il mare. L’approvvigionamento di acqua dolce a cittadini e aziende, la gestione dei fiumi provenienti da altri paesi e la carenza d’acqua nei mesi caldi sono solo alcuni dei problemi da risolvere.  Paesi Bassi non sono soli. L’acqua sta diventando una questione fondamentale ovunque nel mondo. Durante il XX secolo abbiamo assistito a un’espansione demografica e a una crescita dell’economia, dei consumi e dei rifiuti senza precedenti. Solo i prelievi idrici sono triplicati negli ultimi 50 anni.

L’acqua è una risorsa essenziale.

Ci sostiene, ci unisce, ci aiuta a crescere. Senza l’acqua, le nostre società non potrebbero sopravvivere. Dipendiamo dall’acqua non solo per coltivare il cibo che mangiamo, ma anche per produrre la maggior parte dei beni e dei servizi di cui disponiamo24

L’acqua è solo una delle risorse sottoposte a crescente pressione. Molti altri aspetti ambientali, dalla qualità dell’aria alla disponibilità di terra, subiscono le gravi conseguenze di sviluppi importanti quali l’espansione demografica, la crescita economica e l’aumento dei consumi. Pur non avendo il quadro completo, quel che sappiamo dell’ambiente ci spinge a ripensare il modo in cui utilizziamo e gestiamo le risorse a nostra disposizione. Tale ripensamento, l’economia verde, potrebbe comportare un cambiamento sostanziale nel modo in cui viviamo, conduciamo gli affari, consumiamo e gestiamo i rifiuti e trasformare il nostro intero rapporto con il pianeta. Un elemento fondamentale dell’economia verde è la gestione efficiente delle risorse naturali offerte dalla terra. Cosa si intende per gestione efficiente delle risorse? Cosa potrebbe significare nel caso dell’acqua?25

La gestione dell’acqua sul campo

Tutti i giorni, alle 8 del mattino, Joep inizia la sua giornata lavorativa presso il gestore idrico locale di Deurne, nei Paesi Bassi. Fra le altre mansioni, ha quella di monitorare un breve tratto dei 17.000 chilometri di dighe del piccolo paese, 5.000 dei quali costruiti per proteggere il territorio dal mare e dai corsi d’acqua più importanti. Joep controlla inoltre canali, chiuse e paratoie, talvolta rimuovendo rifiuti o scarti agricoli, talvolta riparando attrezzature danneggiate. Qualsiasi operazione svolga, misura costantemente il livello dell’acqua e prende nota dei possibili aggiustamenti. Nell’area in cui Joep lavora sono installate 500 briglie, monitorate quotidianamente. Regolandole verso l’alto o verso il basso, è possibile alzare o abbassare il livello dell’acqua per controllarne il flusso attraverso la regione. Pur avvalendosi di questi sistemi all’avanguardia, Joep e altri sette addetti ogni giorno azionano e monitorano manualmente le chiuse. I livelli dell’acqua sono costantemente sotto controllo ed esistono un piano d’intervento di emergenza e alcune linee telefoniche di emergenza attive 24 ore su 24.

La democrazia delle parti interessate

Joep e i suoi colleghi mettono in pratica le decisioni prese dagli enti neerlandesi di gestione del patrimonio idrico. Attualmente i Paesi Bassi ne contano 25, attivi a livello locale. Nel loro complesso, rappresentano una nozione istituzionale risalente al XIII secolo, quando gli agricoltori si riunirono e concordarono di provvedere insieme al drenaggio dei campi. Unici nel loro genere, tali organismi sono del tutto autonomi rispetto all’amministrazione locale e dispongono addirittura di bilanci ed elezioni separati, il che li rende l’istituzione democratica più antica del paese. «Ciò significa che, nell’ambito delle deliberazioni di bilancio o delle elezioni locali, non dobbiamo competere con gli investimenti destinati ai campi da calcio, all’edilizia scolastica, ai circoli giovanili o alle nuove strade, che forse risulterebbero scelte più popolari», dichiara Paula Dobbelaar, direttrice del consiglio delle acque del distretto di Aa en Maas e capo di Joep.26

«Svolgiamo anche attività quotidiane: ad esempio, in relazione alla direttiva quadro sulle acque, ci stiamo adoperando per far sì che i fiumi possano tornare a scorrere più liberamente, formando meandri e seguendo il tracciato naturale, senza necessariamente assumere un andamento rettilineo. Questa libertà e questo spazio accresciuti conferiscono ai corsi d’acqua un aspetto diverso: diventano parte integrante di un ecosistema più naturale», afferma Paula. «Il problema dei Paesi Bassi è che in passato siamo stati in grado di organizzarci molto bene e abbiamo saputo gestire l’acqua in modo efficace: da 50 anni a questa parte viviamo al sicuro e adesso le persone danno tutto per scontato. Ad esempio, lo scorso anno in questa parte dell’Europa abbiamo avuto precipitazioni intense e, mentre in Belgio la popolazione era molto preoccupata, nei Paesi Bassi tutti erano tranquilli: immaginavano che il problema sarebbe stato gestito», aggiunge. Come accennato, i membri dell’ente idrico locale vengono eletti, ma solo il 15% dei cittadini partecipa a queste  consultazioni. «Non è un organismo realmente rappresentativo e, ancora una volta, la causa sta nel fatto che la popolazione ha sviluppato una sorta di immunità nei confronti delle questioni relative all’acqua», dichiara ancora Paula.

La distanza tra il livello locale e il livello globale

Le principali opzioni politiche per una gestione del patrimonio idrico efficace e sostenibile devono includere l’innovazione tecnologica, una governance flessibile e collaborativa, la partecipazione e la consapevolezza dell’opinione pubblica e una serie di strumenti economici e di investimenti. Il coinvolgimento della popolazione a livello locale è essenziale. «L’acqua è certamente un elemento di congiunzione a livello globale e locale, sia in termini di problemi che di soluzioni», dichiara Sonja Timmer, della divisione internazionale dell’associazione degli enti idrici regionali neerlandesi, l’organismo che coordina la gestione dell’acqua nei Paesi Bassi. «La realtà è che, nonostante i livelli elevati di sicurezza nazionali, assistiamo all’innalzamento del livello del mare e a inverni molto asciutti seguiti da episodi sempre più frequenti di precipitazioni “anomale” nel mese di agosto e, negli ultimi anni, come conseguenza delle pesanti piogge in Svizzera e in Germania, il livello del Reno è particolarmente alto. Quest’acqua finisce tutta qui»27

Tenere i riflettori accesi sull’ambiente

«Avere a che fare, in determinati periodi, con maggiori quantità d’acqua proveniente dall’estero o con livelli del mare più alti sottintende evidentemente un intervento di portata internazionale. Facciamo parte di una rete internazionale e dalle nostre esperienze condivise sappiamo che se l’acqua non viene menzionata ogni giorno dai mezzi di informazione, il nostro lavoro diventa più difficile», dichiara Sonja. «Per me, l’attività che svolgiamo su scala locale è legata a quella nazionale e internazionale», prosegue. «Da un lato, il nostro personale controlla sul campo briglie e corsi d’acqua… accerta che siano puliti e che il livello dell’acqua corrisponda alle esigenze dei nostri clienti (agricoltori, cittadini, organizzazioni per la salvaguardia della natura). Dall’altro lato, abbiamo grandi progetti che, dai principi alti e astratti della DQA dell’Unione europea, vengono tradotti in protocolli reali affinché Joep possa operare sul campo. Oggi apprezzo questo aspetto locale. Un tempo giravo il mondo per lavoro operando a un livello strategico, a un livello elevato, con una scarsa comprensione della necessità che le strutture locali funzionino bene». «Sedendo con i ministri e discutendo di strategia idrica globale, è molto difficile restare con i piedi per terra. È stato uno dei maggiori problemi per i paesi in via di sviluppo: tante strategie di alto livello, poca comprensione, poche infrastrutture, pochi investimenti sul campo». «Ora che la questione idrica diventa una realtà pressante per l’Europa, anche noi abbiamo bisogno di adottare un approccio realistico a livello locale insieme a progetti più ambiziosi», aggiunge Paula. «Ho a disposizione otto persone che ogni giorno controllano le chiuse. Vivono qui, conoscono la comunità e comprendono le specificità locali. Senza questi requisiti, il progetto è destinato a fallire e a essere sostituito da un altro. Dobbiamo tutti lavorare per questo,  fare la differenza a livello locale, offrendo alle persone gli strumenti per partecipare alla gestione delle questioni idriche che li riguardano», continua. «Anche il livello locale è fondamentale», concorda Sonja. «La governance, ovvero l’approccio funzionale e decentralizzato, può assumere svariate forme ed è questo che lo fa funzionare. Dobbiamo soltanto coinvolgere nuovamente le persone e spiegare loro che corriamo dei rischi e che abbiamo bisogno della loro partecipazione», dichiara ancora.

Una crisi di governance

Benché alcune aree del mondo rischino di restare senz’acqua mentre altre sono a rischio di inondazioni, parlare di crisi idrica globale è inesatto. Piuttosto, siamo di fronte a una crisi di governance del patrimonio idrico. Per soddisfare le esigenze di una società efficiente sotto il profilo delle risorse e a basse emissioni di carbonio, per sostenere lo sviluppo umano ed economico e per preservare le funzioni essenziali degli ecosistemi acquatici, è necessario dare voce ai nostri ecosistemi, generalmente silenziosi, e dare loro una lobby. Parliamo di scelte politiche, scelte che devono basarsi sul giusto quadro governativo e istituzionale. Oggi, la storia del bambino che ha tappato la diga con un dito viene spesso utilizzata per descrivere approcci diversi per gestire una situazione. Può riferirsi a un intervento di modesto rilievo per evitare una catastrofe, oppure può significare tentare di curare i sintomi anziché le cause di un problema. La realtà è che un gestione idrica efficiente, come la gestione di molte altre risorse, richiederà soluzioni fondate sulla combinazione di interventi e decisioni a vari livelli. Gli impegni e gli obiettivi globali possono tradursi in traguardi concreti soltanto se persone come Joep e Paula sono pronti a realizzarli.28

La rivoluzione informatica

Talvolta i satelliti sono in grado di svolgere più compiti rispetto a quelli per cui sono stati costruiti. Insieme a due colleghi  dotati di grande creatività, Ramon Hanssen, docente di osservazione terrestre al politecnico di Delft, ha sviluppato un sistema per monitorare i 17.000 chilometri di dighe dei Paesi Bassi. Di questi, 5.000 proteggono la popolazione neerlandese dal mare e dai principali corsi d’acqua. Sarebbe impossibile ispezionarli tutti sul campo con la medesima frequenza. Sarebbe decisamente troppo costoso. Utilizzando le immagini radar inviate da Envisat ed ERS-2, due satelliti europei per l’osservazione della Terra, la direzione generale per le opere pubbliche e la gestione idrica (Rijkswaterstaat) ha la possibilità di controllare le dighe ogni giorno. Questo sistema è in grado di captare anche la più piccola variazione, grazie a misurazioni millimetriche. Hanssen ha battezzato questo concetto «Hansje Brinker» dal nome del bambino che secondo la leggenda ha tappato la diga con un dito per proteggere i Paesi Bassi dall’inondazione. Significa forse che le ispezioni eseguite dalla direzione generale non sono più necessarie? Secondo il professor Hanssen, non è così. Il radar segnala le aree critiche in base alle variazioni e un ispettore inserisce le coordinate corrispondenti nel suo sistema di navigazione, un’altra applicazione della tecnologia spaziale, per recarsi sul campo ed eseguire ricerche più dettagliate.

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

Case in legno: sempre più diffuse. Una soluzione alla crisi!

A dispetto della crisi che sta attraversando il settore immobiliare, e soprattutto dell’edilizia, negli ultimi anni in Italia sta sempre più crescendo l’attenzione verso le case in legno. Nel nostro Paese, tuttavia, non si conoscono ancora abbastanza i vantaggi legati alla scelta di una casa in legno. Sgombriamo subito il campo da un convinzione comune: la casa in legno non ha nulla da invidiare ad un edificio in muratura per quel che riguarda durata, stabilità e comfort abitativo.20130916-case-in-legno_1

Il legno è il materiale ecosostenibile per eccellenza in quanto completamente naturale, rigenerabile, rinnovabile e di facile smaltimento. Il suo intero ciclo di vita, dalla lavorazione allo smaltimento, comporta infatti consumi limitati se comparati ai metodi di costruzione tradizionali.

Ma l’aspetto più interessante è legato, indubbiamente, alle ottime prestazioni energetiche, e quindi al risparmio in bolletta e in portafoglio.

Una casa in legno consente infatti un risparmio di almeno il 30% di energia per essere scaldata rispetto ad una casa tradizionale ma può arrivare anche al 50% o più, fino alla realizzazione di case passive.
Una costruzione in legno, grazie al notevole isolamento termico, consente un risparmio energetico non indifferente, e si raggiungono tranquillamente valori di trasmittanza parete di 0,20 W/mq K mantenendosi fresca d’estate e calda d’inverno, evitando così inutili spese di condizionamento e riscaldamento.20130916-case-in-legno_2

Parliamo ora di costi: il costo di casa in legno può variare in base alla struttura scelta (telaio tamponato, tronchi ad incastro, pareti autoportanti X-Lam) ed in base alle rifiniture, i prezzi comunque variano dai 580-650 euro al mq, ai 1.200-1.400 euro al mq, ma molto può dipendere dalle finiture che si scelgono. Infine in una casa in legno non sono necessari, come è convenzione pensare, interventi di manutenzione aggiuntivi, oltre a quelli normalmente previsti per una casa tradizionale. In conclusione quindi oggi la casa in legno, visti i molteplici vantaggi, è una realtà che può espandersi velocemente in qualsiasi ambiente e località, grazie alla sua efficienza, durabilità, comfort e ridotto impatto ambientale.20130916-case-in-legno_3

Fonte: moneyfarm.com

Ecobonus: detrazioni 65% anche per adeguamento antisismico

“Una scelta di grande importanza per la messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione del patrimonio edilizio”. Con queste parole il presidente nazionale di Legambiente commenta l’estensione della detrazione d’imposta del 65% (Ecobonus) ai lavori preventivi di adeguamento sismico.rilevamento_terremoti

“Un provvedimento lungimirante e di civiltà” – con queste parole il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza commenta l’emendamento presentato dall’Onorevole  Ermete Realacci al dl Ecobonus, approvato venerdì dalle Commissioni Finanze e Attività produttive della Camera. “Una scelta di grande importanza – continua Cogliati Dezza – di cui va dato merito al Presidente della Commissione Ambiente della Camera Realacci, che in questi mesi si è sempre battuto per la messa in sicurezza del territorio, del patrimonio edilizio italiano e per la sua riqualificazione energetica. Puntare sulla prevenzione significa rilanciare e riqualificare l’edilizia e creare occupazione contribuendo a far uscire l’Italia dal periodo di forte crisi che sta vivendo. Al Governo Letta e al Parlamento chiediamo ora l’impegno di stabilizzare finalmente gli incentivi, per dare un segnale chiaro al settore delle costruzioni e al Paese favorendo così una crescita basata sulla qualità e la green economy”.

Fonte: il cambiamento