“Scienza” in crisi: gran parte degli esperimenti non è riproducibile

È una delle questioni sulle quali si sta dibattendo negli ambiti accademici che ancora sono interessati alla credibilità e all’autorevolezza della scienza: sempre più esperimenti negli ultimi anni risultano non riproducibili. Cosa c’è che non va?9624-10393

Per la scienza un esperimento deve dare lo stesso risultato anche se condotto da persone diverse in luoghi differenti. Ma cosa succederebbe se di colpo ci rendessimo conto che la maggior parte degli esperimenti su cui ci si basa per sviluppare nuove ricerche e nuovi farmaci non fossero riproducibili?

Non è l’inizio di un libro di fantascienza, questa è la pura realtà. Recentemente Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo, ha pubblicato un articolo nel quale si è dimostrato come più del 70% delle ricerche scientifiche prese in esame avesse fallito i test di riproducibilità1; nonostante ciò sono state pubblicate, diffuse e citate da altri ricercatori come base delle loro nuove ricerche.  Dei 1576 scienziati intervistati non solo più di due terzi ha provato e fallito nel riprodurre l’esperimento di un collega, ma più di metà di loro hanno fallito nel riprodurre i loro stessi esperimenti. Prima di giudicare però bisognerebbe considerare che “con l’evoluzione della scienza diventa sempre più difficile replicare un esperimento perchè le tecniche e i reagenti sono sempre più sofisticati, dispendiosi in tempo per la loro preparazione e difficili da insegnare”, spiega Mina Bissel, una delle ricercatrici americane più premiate per le sue innovative ricerche in oncologia. La cosa migliore, continua la Bissel, “sarebbe quella di contattare direttamente il collega, se necessario incontrarsi e cercare assieme di capire come mai non si riesca a riprodurre l’esperimento. Risolvere quindi il problema amichevolmente”.

Anche l’industria farmaceutica si ferma di fronte alla non riproducibilità degli esperimenti

Nel 2011 Glenn Begley, ai tempi direttore del dipartimento di oncologia medica della Amgen, una delle più grosse multinazionali di biotecnologie, aveva deciso prima di procedere con nuovi e costosi esperimenti, di replicare i 53 lavori scientifici considerati come fondamentali su cui si sarebbero basate le future ricerche della Amgen in oncologia. Risultato? Non fu in grado di replicare 47 su 53, ossia l’89%. Se vogliamo scriverlo in altro modo possiamo dire che solo l’11% degli esperimenti scientifici considerati come pietre miliari in quel settore di ricerca, erano riproducibili.

“Rimasi scioccato – racconta Begley – si trattava di studi su cui si affidano tutte le industrie farmaceutiche per identificare nuovi target nello sviluppo di farmaci innovativi. Ma se tu stai per investire 1 milione, 2 milioni o 5 milioni scommettendo su un’osservazione hai bisogno di essere sicuro. Così abbiamo provato a riprodurre questi lavori pubblicati e ci siamo convinti che non puoi prendere più nulla per quello che sembra”.

Per cercare di calmare le acque il premio Nobel Philip Sharp è intervenuto spiegando come “una cellula tumorale può rispondere in modi diversi a seconda delle differenti condizioni sperimentali. Penso che molta della variabilità nella riproducibilità possa venire da qui”.

Per escludere ogni tipo di errore nella riproduzione delle condizioni sperimentali, spesso dovuti a problemi di manualità o di utilizzo di specifici reagenti, Bagely ed il suo team le hanno provate tutte a partire dall’incontrare direttamente gli autori degli studi originali, racconta “abbiamo ripercorso i lavori pubblicati linea per linea, figura per figura, abbiamo rifatto gli esperimenti per 50 volte senza riuscire a riprodurre quei risultati. Alla fine l’autore originale ci ha detto che lo aveva ripetuto sei volte ma gli era riuscito una volta sola e poi ha pubblicato nell’articolo scientifico solo i dati relativi a quella volta sola.”

Così si stanno investendo soldi su fallimenti annunciati

Se un esperimento che riesce solo una volta vi venisse proposto come la base per investire milioni di dollari in ricerca e produrre un nuovo farmaco, voi investireste tutti quei soldi?

E’ la domanda che si sono posti Leonard Freedman del Global Biological Standard Institute di Washington, Iain Cockburn e Timothy Simcoe della Boston University School of Management. In una recente ricerca hanno stimato che ogni anno il governo americano spende 28 miliardi di dollari in lavori scientifici non riproducibili. “Non vogliamo dire – spiega Freedman –  che siano soldi buttati, in qualche modo contribuiscono all’evoluzione della scienza, si può però dire con certezza che dal punto di vista economico il sistema attuale della ricerca scientifica è un sistema estremamente inefficiente”.

Non è forse un caso quindi che i primi a far emergere il problema della riproducibilità siano ricercatori che lavorano presso multinazionali, sicuramente più attenti al bilancio e alla resa dell’investimento. Forse è grazie a ciò che la lista degli illustri ricercatori che denunciano questo “corto circuito” è in continua crescita. Il dott. Khusru Asadullah, alto dirigente della Bayer, ha dichiarato come i ricercatori della multinazionale tedesca non erano riusciti a replicare più del 65% degli esperimenti su cui stavano lavorando per portare avanti nuove ricerche. Anche il prof. George Robertson della Dalhouise University in Nova Scozia racconta di quando lavorava per l’azienda Merck sulle malattie neuro-degenerative e si erano accorti che molti lavori scientifici accademici non reggevano alla prova della riproducibilità.

Alla ricerca delle cause di questa crisi della scienza

La scienza è in crisi: non lo si vuole ancora ammettere pubblicamente ma è tempo che si inizi a stimolare un dibattito.

Tra le cause di questa “crisi di riproducibilità” sicuramente ci sono le tematiche tecniche descritte dalla Bissel, ci sono però anche aspetti più umani quali il bisogno degli scienziati di pubblicare per far carriera e ricevere finanziamenti, a volte i loro stessi contratti di lavoro sono vincolati al numero di pubblicazioni che riescono a fare, come racconta Ferric Fang, dell’Università di Washington “il biglietto più sicuro per prendere un finanziamento o un lavoro è quello di venir pubblicato su una rivista scientifica di alto profilo. Questo è qualcosa di poco sano che può condurre gli scienziati a cercare notizie sensazionalistiche o in alcune volte ad assumere comportamenti disonesti“.

In maniera ancora più diretta interviene la professoressa Ken Kaitin, direttrice del Tufts Center for the Study of the Drug Develompment che afferma “Se puoi scrivere un articolo che possa essere pubblicato non ci pensi nemmeno al tema della riproducibilità, fai un’osservazione e vai avanti. Non c’è nessun incentivo per capire se l’osservazione originale fosse per caso sbagliata. “

Un Sistema, quello della ricerca accademica, che sta evidentemente trascinando la Scienza verso una crisi di identità e di credibilità. Nel 2009 il prof. Daniele Fanelli, dell’Università di Edimburgo, ha realizzato e pubblicato uno studio dal titolo emblematico: “Quanti scienziati falsificano i dati e fabbricano ad hoc le ricerche?”

Quasi il 14% degli scienziati intervistati ha affermato di conoscere colleghi che hanno totalmente inventato dei dati, ed il 34% ha affermato di aver appositamente selezionato i dati per far emergere i risultati che gli interessavano. A giugno 2017 il prof. Jonathan Kimmelmann, direttore del Biomedical Ethics Unit presso la McGill University di Montreal ha pubblicato un nuovo studio che conferma questa crisi di riproducibilità e cerca di mettere il luce su alcune delle principali cause quali la variabilità dei materiali di laboratorio, problemi legati alla complessità delle procedure sperimentali, la scarsa organizzazione nel team di ricerca, e la poca capacità di analisi critica.

Né le università né le riviste scientifiche sono interessate agli studi di riproducibilità

E’ inoltre necessario considerare che il sistema accademico non premia per niente chi fa studi di riproducibilità, sono tempo e soldi buttati via dal punto di vista delle “performance produttive” del gruppo di ricerca.

Le stesse riviste scientifiche non sono un gran che interessate a pubblicare ricerche che dimostrano la non riproducibilità di un precedente lavoro pubblicato, preferiscono pubblicare ricerche innovative o risultati sorprendenti e così ecco com’è facile far sparire le notizie dei fallimenti delle repliche. In ultima analisi bisogna tenere a mente che oggi ci sono ricerche tanto specifiche che solo pochi esperti le possono capire e valutare; in questo modo si sterilizza l’attività di peer review (ossia il lavoro di revisione dello studio scientifico da parte di esperti così da poter decidere se pubblicarlo, chiedere chiarimenti o respingerlo). In alcuni casi c’è il grosso rischio che le riviste scientifiche pubblicano quasi alla ceca, del tipo: non ho capito di cosa stai parlando però mi sembra tutto serio e ben fatto, tu hai una buona reputazione, quindi lo pubblico.

“Non per questo adesso bisogna pensare che tutti gli studi scientifici siano inaffidabili – afferma Andrea Pensotti, direttore dell’Interdisciplinary Life Science Institute – bisogna avere la forza di fare una seria autocritica nel mondo della scienza senza cadere nell’eccesso opposto della “caccia alle streghe”  che porterebbe ad una grave crisi di credibilità non solo verso la popolazione generale ma anche verso gli stessi medici e tra colleghi ricercatori.”

La storia della Scienza ci ha sempre raccontato di un’evoluzione che passa attraverso grosse crisi: dalla messa in dubbio del sistema geocentrico fino all’introduzione della fisica quantistica. Il bello della scienza è sempre stato quello di saper mettersi in crisi ed uscirne più bella di prima e spesso queste grandi rivoluzioni non necessitano di grossi finanziamenti ma solo di genuini lampi di genio ed onestà.

“Mettere il dito nella piaga di questa crisi di credibilità è di vitale importanza per noi che lavoriamo sull’interdisciplinarità, la necessità di integrare diverse discipline richiede più che mai un chiaro confronto e fa emergere con maggior facilità eventuali incongruenze – spiega Andrea Pensotti in occasione del congresso mondiale di studi sulla Coscienza tenutosi a San Diego assieme al linguista Noam Chomsky – per anni la scienza si è concentrata sull’analisi dei “singoli pezzi” della natura, l’ha sezionata alla ricerca degli ingranaggi primordiali. E’ ora necessario riscoprire la capacità di collegare i singoli pezzi studiati e comprendere meglio il senso di quei processi che guidano l’organizzazione e l’evoluzione della materia vivente. Bisogna tornare alla semplificazione dei concetti, passare da una sintattica della vita ad una semantica della vita” .

Fonte: ilcambiamento.it

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In Islanda la rivoluzione è tornata!

Migliaia di persone in piazza nella più grande manifestazione della storia dell’isola, il premier “rottamatore” Sigmundur Gunnlaugsson costretto a dimettersi travolto dallo scandalo dei Panama Papers, già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. La rivoluzione è tornata! Cosa sta succedendo ora in ‎Islanda?

Oltre diecimila persone che manifestano in piazza, quasi 30mila che firmano una petizione online. È una mobilitazione popolare impressionante, la più grande della storia d’Islanda. Persino maggiore delle rivolte del 2008-2009, quando a cadere fu il governo di Geir Haarde, colpevole della crisi; oggi si dimette il premier Sigmundur Gunnlaugsson, coinvolto in un intreccio di società offshore e conflitti d’interessi fatto emergere dai Panama Papers. Se ne va senza lasciare dichiarazioni, lasciando ad un suo ministro il compito di annunciare la decisione. Esce dal palazzi di governo con la testa china e lo sguardo spento; a fianco a lui una folla diecimila persone rumoreggia per la fine di un’era mai veramente iniziata: quella del “rottamatore” d’Islanda, il premier salito al potere promettendo una netta rottura col passato, che si è presto dimostrato parte integrante del sistema finanziario speculativo che quel passato l’ha costruito.

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Cosa è accaduto?

Sigmundur Gunnlaugsson, premier islandese di centro-destra, è stato il primo leader mondiale a cadere sotto i colpi dei Panama papers, i quasi 12 milioni di documenti segreti trapelati dal Mossak Fonseca, studio legale panamense specializzato nella creazione di società offshore in paradisi fiscali. Fra gli oltre 12mila clienti dello studio (con quasi 150mila aziende create) spiccano i nomi di molti politici, capi di stato e banche di tutto il mondo. La stampa internazionale l’ha già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. Ed effettivamente lo è, almeno per la mole di dati. Dai documenti risulta chiaramente il premier islandese utilizzava una società offshore mai dichiarata pubblicamente, la Wintris Inc. fondata nel 2007 insieme alla moglie per nascondere le proprie ricchezze milionarie, e che si trovava in posizione di conflitto d’interessi negli scandali bancari del 2008. La società di Gunnlaugsson aveva infatti contratto un grosso credito (4,2 milioni di dollari) nei confronti delle tre principali banche islandesi che con l’arrivo della kreppa, la crisi, e la successiva nazionalizzazione delle banche il credito era rimasto insoluto. Dai documenti emerge che il premier aveva venduto la sua metà di società alla moglie per 1 dollaro l’ultimo giorno del 2009, appena un giorno prima che entrasse in vigore la nuova legge sul conflitto d’interesse. Dal 2013 come primo ministro aveva poi lavorato agli accordi legati al debito delle banche, trovandosi a legiferare su un debito che lo riguardava in prima persona. Non è ancora chiaro se il premier abbia tratto vantaggio o meno dalla sua posizione. L’11 marzo, quando sono iniziati a trapelare i primi rumors sulle sue aziende, Gunnlaugsson è stato intervistato dalla stampa svedese. Alla domanda esplicita del giornalista che gli chiede se avesse mai posseduto una società off shore, Gunnlaugsson risponde: “io di persona? No. Beh, alcune società islandesi con cui ho lavorato avevano legami con società off shore […] ma ho sempre dichiarato al fisco gli asset miei e della mia famiglia. E quindi non c’è mai stato nessun asset nascosto, in nessun luogo […]. Posso confermare di non aver mai nascosto nessun asset”. Quando il giornalista insiste, il premier si alza e se ne va. Dopo che le voci erano diventate prove evidenti, Gunnlaugsson, in un’intervista televisiva diffusa lunedì, aveva comunque affermato che non intendeva dimettersi. Ma la pressione mediatica e una massiccia mobilitazione di persone (10.000 in piazza e 28.000 che hanno firmato la petizione online chiedendo le dimissioni) hanno avuto infine la meglio.

La misera fine del “rottamatore” d’Islanda

La parte più tristemente ironica dell’intera vicenda è che Gunnlaugsson era salito al potere grazie ad una campagna elettorale incentrata sulla rottura col passato. Era il “nuovo che avanza”, il leader giovane che non aveva niente a che fare con gli scandali che in passato avevano coinvolto la classe dirigente islandese. Quando nel 2008 le banche erano fallite infatti, un’enorme sollevazione popolare aveva portato alla caduta del governo e aveva fatto emergere le collusioni fra finanza speculativa e classe politica corrotta. Il sogno del turbocapitalismo islandese, che aveva in pochi anni trasformato il Paese in un centro finanziario internazionale, stravolto l’economia dell’isola e la vita dei suoi abitanti, era crollato fragorosamente nel giro di pochi giorni. Il brusco risveglio aveva portato con sé un attivazione della popolazione senza precedenti, che scossasi dal torpore non si era accontentata della caduta del governo, ma aveva continuato ad attivarsi ottenendo nel giro di pochi mesi risultati incredibili come il rifiuto di socializzare il debito enorme delle banche e la riscrittura di una costituzione partecipata. Sfruttando la voglia di rinnovamento che attraversava l’isola Gunnlaugsson si era proposto nelle vesti dell’innovatore ed il suo partito – il Partito Progressista, lo stesso che pochi anni prima sotto la guida di David Oddson aveva condotto il Paese sull’orlo del fallimento – aveva vinto le elezioni del maggio 2013 , caratterizzate dall’astensione e la frammentazione dei voti (in pratica una sconfitta della politica tradizionale). Da premier Gunnlaugsson aveva più volte criticato gli speculatori finanziari che si sono arricchiti con la crisi in Islanda. E va ammesso che, forse sulla spinta di una popolazione decisamente ostile all’economia finanziarizzata, il suo governo aveva approvato provvedimenti importanti, come il taglio sugli interessi dei fondi speculativi  o una iniziativa parlamentare per togliere alle banche private la capacità di creare denaro dal nulla. Ma che il governo di Gunnlaugsson non rispecchiasse le reali esigenze di cambiamento degli islandesi in molti lo sapevano già. Pochi giorni dopo l’elezione Birgitta Jonsdottir, attivista islandese e attuale leader del Partito Pirata che è primo nei sondaggi elettorali, mi scrisse un’e-mail in cui mi diceva: “Sfortunatamente i nostri compagni islandesi non hanno capito che quella finestra di cambiamento successiva ad una crisi è sempre molto breve. Non siamo riusciti a spingerci dentro tutti i cambiamenti necessari sufficientemente in fretta, ma penso che il nuovo governo sia talmente terribile che ci saranno agitazioni sociali il prossimo anno e vedremo se riusciremo a costruire sulla consapevolezza appresa durante la scorsa crisi”.
Di anni ne sono passati tre, ma adesso il tempo sembra maturo perché si apra una nuova “finestra di cambiamento”.

Il ritorno delle rivolte in Islanda!

10mila persone, in un’isola che ne conta appena 300mila, sono tante. Eppure questo è il numero di manifestanti che a partire dal pomeriggio del 4 aprile si è raccolto davanti all’Althingi, il parlamento islandese.

E 28mila persone, il 10 per cento dell’intera popolazione, ha firmato una petizione chiedendo le dimissioni del premier. Inoltre già prima dello scandalo i sondaggi davano al 70 percento l’insoddisfazione verso la coalizione di governo.

Non è una novità che gli islandesi siano reattivi agli stimoli sociali. Anzi si può dire che gli isolani negli ultimi anni hanno dimostrato una maturità e un’apertura mentale invidiabili: un esempio su tutti l’iniziativa che alla fine di agosto 2015 ha coinvolto dodicimila islandesi nell’offrire accoglienza nelle proprie case ai rifugiati siriani. Un segno piuttosto lampante che l’attivazione sociale iniziata con le rivolte del 2008 è sedimentata in una nuova mentalità, lontana anni luce dall’individualismo e lo spirito di competizione ostentati durante gli anni della crescita sfrenata.

Cosa accadrà adesso?

Nelle ore confuse che seguono alle dimissioni del premier, le redini “ad interim” del Paese sono passate a Sigurður Ingi Jóhannsson. Ma c’è già chi si augura un nuovo governo. Ad esempio Birgitta Jonsdottir che ha affermato al Telegraph: “Le persone in Islanda sono sconvolte, sono arrabbiate e vogliono le dimissioni del governo”.
“Come nazione abbiamo bisogno di rafforzare le fondamenta su cui poggia la nostra società” continua Birgitta. “La buona notizia è che l’Islanda ha già pronta una nuova costituzione che è stato sottoposta a referendum nazionale nel 2012 e in seguito ignorata dal parlamento, invece di essere ratificata. Questa nuova costituzione ci aiuterà a rafforzarci attraverso una riforma democratica tanto necessaria che gli islandesi hanno chiesto e voluto sviluppare a seguito della crisi economica nel 2008, e che avrebbe evitato situazioni come quella attuale”. Secondo i sondaggi precedenti allo scandalo il Partito Pirata Islandese guidato da Birgitta Jonsdottir è il primo partito con circa il 40% delle preferenze. Le sue quotazioni adesso più che mai sono in forte crescita. Se si andasse al voto, le probabilità di vedere un governo che sia diretta emanazione dello spirito delle rivolte contro il governo e le banche del 2009 sarebbero molto alte. Risuonano le parole dello storico Islandese Arni Daniel, che incontrai a Reykjavik nel 2012: “I cambiamenti epocali hanno bisogno di tempo. Con le nostre proteste abbiamo introdotto una rottura forte nel sistema, che ha dato inizio ad un nuovo ciclo. Il sistema attualmente al potere ha ricucito questa rottura a livello istituzionale, riportando la situazione ad un punto vicino al precedente, ma non può fermare il processo cui abbiamo dato inizio”.

 

Tratto da Islanda chiama Italia

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/04/islanda-rivoluzione-e-tornata/

 

«Autoproduzione, così vinco la crisi»

Negli ultimi anni si sta registrando un aumento di persone sempre più consapevoli riguardo a quello che mangiano, che utilizzano per pulire o che mettono sulla pelle. Si osserva una maggiore ricerca del prodotto biologico e sostenibile, ma anche in questo campo ci sono non poche perplessità. Saranno davvero prodotti naturali? Quali sono la loro provenienza e il loro reale impatto sull’ambiente? Sarà giustificato questo prezzo più alto?autoproduzione_

Ed ecco che arriva il momento in cui si decide di coniugare risparmio, salute e ambiente cimentandosi nell’autoproduzione, cioè producendo da soli ciò di cui si ha bisogno a partire dalle materie prime. E c’è anche chi ha fatto dell’autoproduzione la sua pratica quotidiana, e non solo per i motivi elencati prima, ma per una vera ed innata passione. Questa è la storia di Maria Flavia Orlando, 48 anni, mamma, blogger, autrice del libro “Il sapone liquido fatto da me”, autoproduttrice a tutto tondo.

Flavia, quando hai iniziato a dedicarti al fai-da-te?

“Questa passione affonda le sue radici già dalla tenera età: eravamo 5 figli di genitori artigiani e quindi nel nostro sangue ardeva il fuoco dell’autoproduzione. Dal momento che non potevamo permetterci una vita lussuosa, costruivamo da soli i nostri giocattoli a cominciare dal monopattino, sino al prototipo di un motorino a scoppio. Crescendo ho sentito sempre più la necessità di creare ed iniziai ad appassionarmi contemporaneamente di pittura, cucito, bricolage, cucina, ricamo, giardinaggio e cosmetica. La mia mamma mi assecondava mettendomi a disposizione materiale di riciclo, per esempio le stoffe con cui, a soli 8 anni, cucivo tutti i vestitini delle mie bambole di pezza; inoltre dipingevo quadri su assi di legno recuperando le vernici che rimanevano sul fondo dell’impastatrice utilizzata da mio padre per produrre pitture nel suo colorificio artigianale; poi mi dilettavo anche con la cucina, il ricamo e la coltivazione di piantine; per finire, mi dedicavo a creare dei piccoli cosmetici, come per esempio burri di cacao fatti con cioccolata e cera d’api. Per le mie creazioni prendevo spunto da una famosissima enciclopedia che era molto in voga negli anni ’70, di cui ho riletto così tanto le pagine fino quasi a consumarle. Quando mia mamma vide che ottenevo dei buoni risultati, iniziò ad acquistare testi a buon mercato per far sì che io potessi studiare a casa”.

Grazie a studio, passione e dedizione, oggi Flavia è in grado di preparare cosmetici e detergenti naturali ed ecologici e le stesse materie prime, ottenendo prodotti quasi a costo zero. 

“Vivendo immersa in un fantastico bosco di ginepri del Chianti posso coltivare il mio piccolo orto, ricco di piante officinali, e avere la possibilità di cogliere frutti ed erbe che la natura mi dona. Poiché le mie finanze non sono mai state floride, ho sempre dovuto ingegnarmi a fare il più possibile da sola per riuscire a mantenere la mia famiglia composta da me, mio figlio Matteo e il nostro gatto. Quindi non mi sono mai fatta prendere la mano dagli acquisti compulsivi di materie prime di cui posso fare benissimo a meno, in quanto, grazie proprio alla natura, riesco a riprodurre i cosiddetti “attivi”. La mia filosofia di vita è sempre stata “chi fa da sé fa per tre”. La mia innata curiosità e creatività mi hanno portato ad aguzzare l’ingegno e ad inventare un sistema casalingo per ottenere idrolati e oli essenziali da erbe e fiori, semplicemente facendo una modifica alla pentola a pressione e trasformandola in un alambicco per la distillazione in corrente di vapore. Nel mio blog ci sono tutte le indicazioni per praticare questa trasformazione a casa!”.

A proposito del tuo seguitissimo blog “Magica Natura”, com’è nata questa idea?

“Nonostante il lavoro, la famiglia, la casa, ecc., non ho mai smesso di coltivare le mie passioni e realizzare cose nuove. Tutto ciò veniva fatto lontano dal web in quanto non ho mai amato la tecnologia, sino al giorno in cui, nel 2011, una mia amica e collega di lavoro decise di aprirmi un blog perché aveva notato il mio piacere nel condividere ogni mia produzione ed invenzione. Insomma, una volta approdata in questo mondo tecnologico, ho iniziato a conoscere tantissime persone con i miei stessi interessi e questo mi ha spinto a proseguire con ancora più soddisfazione il lavoro che avevo cominciato in età infantile. Sul mio blog si possono trovare informazioni sulle piante medicamentose e sugli oli essenziali, ricette di cucina, ricette di saponi liquidi e solidi e di detersivi, rimedi naturali per la casa e per la persona, gli oleoliti, le materie prime fatte in casa e tanto altro! Anche il libro “Il sapone liquido fatto da me” nasce dalla voglia di condividere i miei studi e la mia esperienza: si tratta infatti di una vera guida alla realizzazione del sapone liquido, grazie alla quale potremo produrre tra le mura domestiche shampoo, bagnoschiuma, sapone da barba, gel doccia e detersivi per la casa”.

Secondo la tua opinione, autoprodurre fa davvero risparmiare?

“Indubbiamente sì, ma solo qualora vengano utilizzate materie prime derivate da un riciclo sensato o facilmente reperibili e a basso costo se non addirittura a costo zero. Capita, però, che all’inizio di un’attività creativo/manuale la spesa iniziale sembri troppo esosa, tanto da indurci a riflettere se non sarebbe il caso di acquistare direttamente un prodotto finito anzichè avvicendarci nel riprodurlo in casa. Ma è davvero necessario acquistare tante materie prime? Secondo il mio punto di vista no! Prendiamo ad esempio il sapone: per farlo in casa sono necessari solo 3 ingredienti di base, cioè olio (generalmente un olio di oliva o di sansa), acqua e soda caustica o idrossido di potassio. A conti fatti il nostro lotto di sapone, da cui ricaviamo almeno 13-14 panetti da circa 100g l’uno, ci viene a costare totalmente circa 4 euro, quindi ogni panetto ammonterebbe a meno di 40 centesimi. Passiamo ora ad esaminare il più semplice dei cosmetici, ovvero una crema base. Se non abbiamo la pretesa di voler imitare una comune crema commerciale, anche questa possiamo realizzarla con semplicissimi ingredienti economici, di facile reperibilità e, soprattutto, senza avere alle spalle studi e studi di cosmetologia e farmacia. Gli ingredienti necessari per realizzare una Cold Cream sono: acqua, olio (anche un extravergine di oliva va bene) e cera d’api. Con questi semplici ingredienti noi saremo in grado di realizzare una crema base multifunzionale da 100g ad un costo totale di circa 1,00€. A seconda della nostra disponibilità economica, possiamo arricchire la crema di oli essenziali e/o sostanze funzionali che soddisfino le nostre esigenze”.

Oltre al risparmio, quali sono i vantaggi dell’autoproduzione nel campo di sapone e cosmetica?

“Saper fare da soli è molto gratificante perché ci rende autonomi e autosufficienti. È una gran bella soddisfazione quella di andare al supermercato evitando lo scaffale dei detergenti senza dover perder tempo a leggere lunghissime etichette di ingredienti sconosciuti e dal nome complicato! Inoltre, sai sempre quello che metti in un prodotto e quindi quello che andrà a contatto con la tua pelle, se qualche componente ti dà dei problemi puoi in ogni momento modificare la composizione andando a creare un prodotto su misura per te. Ancora: possiamo scegliere ingredienti naturali e biodegradabili che rispettano la nostra Madre Terra sdebitandoci per tutti i doni che essa quotidianamente ci offre, senza contare la notevole diminuzione del consumo di flaconi e contenitori di plastica, altamente impattanti sull’ambiente! Infine ho sempre pensato che l’autoproduzione riesca a tenere lontano quella terribile malattia che è la depressione.Nella mia vita ho avuto tantissimi momenti terribili che mi hanno fatto sfiorare questa malattia, quindi per me usare le mani in modo creativo ha sempre significato curare il mio spirito; l’autoproduzione mi permette ogni giorno di scoprire cose nuove che mi riempiono di gioia e mi stimolano a svegliarmi presto ogni mattina, per scoprirne delle altre”.

Un’ultima domanda: hai dei progetti per il futuro legati al settore dell’autoproduzione?

“Il mio vero sogno nel cassetto, sin dall’infanzia, è quello di possedere una fattoria e di creare una piccola comunità autosufficiente. Sognavo gli ecovillaggi quando ancora questi non esistevano!! O meglio, esistevano in una certa misura nei piccoli borghi dove l’artigianato locale era molto apprezzato e dove in realtà sussisteva ancora uno strascico di baratto. Infatti ricordo che, per esempio, le mie zie mi chiamavano per preparare le torte di compleanno dei miei cuginetti ed in cambio io ricevevo delle stoffe con cui potevo cucirmi i vestitini; oppure ricamavo un asciugamano per una delle mie maestre e questa mi regalava un libro; o la mia vicina di casa parrucchiera, in cambio dei miei burrocacao al cioccolato, mi tagliava i capelli gratis. Insomma era uno scambio di beni e servizi che faceva comodo un po’ a tutti e mi piacerebbe fosse il modo di vivere del futuro!”

QUI il blog di Flavia

e la sua pagina Facebook

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fonte: ilcambiamento.it

Cooperativa Zanardi: l’azienda chiude? La riaprono i lavoratori!

La Cooperativa Lavoratori Zanardi nasce dal tentativo di dare seguito ad un’impresa storica di Padova, il Gruppo Editoriale Zanardi, che nel 2013 è andato in crisi. I lavoratori dell’azienda non si sono arresi: ne è nata una newco, che si è poi data la forma della Cooperativa, ed i dipendenti si sono trasformati in soci. Questo tipo di operazione viene definita “workers buy out”. Un esempio di chi non si arrende al declino, di chi trova la forza di combattere… e di vincere anche. L’Italia è un Paese dalle forti tradizioni artigianali e il Veneto ospita molte di queste realtà storiche nel settore tessile, calzaturiero e non solo. Negli ultimi anni, però, molte di queste realtà hanno dovuto chiudere per la globalizzazione del mercato, la crisi e – in alcuni casi – per scelte strategiche errate. In sempre più casi, per fortuna, di fronte a situazioni di questo tipo i dipendenti, gli operai, i collaboratori dell’azienda entrata in crisi, decidono di attivarsi per salvare il posto di lavoro e il futuro dell’azienda in questione rilevandola o riaprendola con un altro nome dopo un eventuale fallimento. Questo tipo di operazione viene definita “workers buy out (1)” ed è quello che è accaduto a Padova, presso il Gruppo Editoriale Zanardi.

Tutto ha avuto inizio in seguito ad alcuni eventi drammatici. La storica azienda veneta, protagonista nel settore delle rilegature, si è trovata infatti sull’orlo del fallimento e purtroppo uno dei due titolari ha deciso di togliersi la vita. Come se non bastasse, il Gruppo ha dovuto subire nello stesso periodo anche un furto di cavi di rame che ha colpito ulteriormente l’azienda togliendole l’alimentazione elettrica. L’impatto combinato di questi fattori è stato devastante per i dipendenti del Gruppo, ma dopo lo shock, una parte di essi ha deciso di reagire agli eventi avversi formando una cooperativa, la Cooperativa Lavoratori Zanardi , che si è subito attivata con un duplice obiettivo: recuperare i clienti storici del precedente Gruppo Editoriale e ri-assumere il maggior numero possibile di ex-dipendenti e colleghi. Mario Grillo, attuale Presidente della Cooperativa ci racconta le vicende intercorse nell’ultimo anno e mezzo, mentre intorno a lui e nelle stanze accanto fervono i lavori di rilegatura e creazione di nuovi prodotti editoriali artigianali.zanardi_lavoratore-stampe-1024x682

“Questa cooperativa nasce come tentativo di dare continuità ad un’impresa storica di Padova: il Gruppo editoriale Zanardi noto nel settore dei libri di una certa dimensione, di grande formato, soprattutto dedicati alla fotografia, all’arte. È una nicchia che non sta cedendo nonostante l’avvento del digitale, perché composta da prodotti non sostituibili dall’elettronica: libri belli, quasi oggetti d’arte, che la gente tiene in casa in bella mostra.
Ecco perché la rilegatura di questi libri richiede una precisione e una qualità dell’esecuzione tipica del lavoro artigianale, pur essendo un’attività che avviene all’interno di una piccola industria”. Gli chiediamo quale sia stata la difficoltà più grande. Non ha dubbi: “Ci siamo dovuti scontrare con la burocrazia, il tribunale e i sindacati. Le cose si sono complicate più del necessario, ma alla fine ce l’abbiamo fatta”. La cooperativa è nata con quattordici persone; all’avvio dei lavori erano in ventuno; adesso i soci sono ventisette, più sette/otto persone che lavorano in funzione del carico di lavoro. “Prima della crisi lavoravano nel Gruppo un centinaio di persone, la nostra ambizione sarebbe di arrivare ad occuparne almeno la metà” ci spiega Grillo e aggiunge “il Gruppo Zanardi fatturava dodici milioni di euro, ora noi ne fatturiamo due e mezzo, ma siamo appena nati!”. Il capitale iniziale è stato fornito in gran parte dall’investimento della “mobilità” dei soci che hanno quindi deciso di rischiare in prima persona, raccogliendo circa 450.000 euro. “Una buona parte della clientela storica del Gruppo Zanardi– continua Grillo – ha deciso di fidarsi di noi ed è stata contenta della scelta! Per fortuna, siamo riusciti a mantenere nel nuovo soggetto giuridico le competenze principali inerenti la fase della legatoria. La maggioranza dei fornitori, inoltre, è rimasta a collaborare con noi, compresi quelli che forse erano stati penalizzati dalla precedente gestione. Banca Etica  ci ha aiutato in due modi: erogandoci il finanziamento che ci ha permesso di partire in attesa di ricevere la mobilità e stanziando un fido commerciale che ci serve per gestire pagamenti e incassi. Il prossimo anno vogliamo aumentare del 30% il nostro fatturato anche per riportare in azienda una cinquantina di persone”.

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I presupposti ci sono tutti. Esperienze come queste dimostrano che di fronte ad un evento drammatico si può reagire in due modi: arrendendosi o attivando il pensiero laterale che porta a cercare nuove soluzioni di fronte a nuovi problemi. I lavori della Cooperativa Zanardi hanno scelto la seconda strada e i risultati li stanno premiando. È stato fondamentale puntare su un prodotto tipico italiano, decenni di storia, contatti personali, fiducia, finanza etica e capacità artigianali difficilmente replicabili. Una sfida rischiosa, difficile, certo. Difficile, ma possibile e per fortuna realizzabile proprio in Italia, proprio ora.

 

  1. L’operazione nasce in seguito alla messa in liquidazione o al fallimento dell’azienda. In questo caso i lavoratori si riuniscono in cooperativa e si propongono di prendere in affitto o acquisire l’azienda dal liquidatore o dal curatore fallimentare. Per farlo utilizzano propri risparmi e l’indennità di mobilità.

 

Il sito della Cooperativa Lavoratori Zanardi 

 

Visualizza la Cooperativa Lavoratori Zanardi sulla Mappa dell’Italia che Cambia!

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/01/io-faccio-cosi-102-cooperativa-zanardi-azienda-crisi-lavoratori/

Frodi alimentari quasi quadruplicate dall’inizio della crisi

Due italiani su tre ammettono di essere preoccupati per la salubrità dei cibi e chiede un inasprimento delle pene per chi commette frodi alimentari. La crisi ha fatto esplodere il fenomeno delle frodi alimentari. Coldiretti ha condotto un’indagine in base ai dati raccolti dai carabinieri dei Nas sulle frodi alimentari rilevate nei primi nove mesi dell’anno dal 2008 al 2014. Non si tratta di una scelta causale, visto che la crisi, in Italia, arrivò proprio nell’ottobre 2008. Ebbene in sei anni, dal 2008 la 2014, le frodi scoperte dai Nas hanno subito un incremento del 277%. Dai cibi scaduti a quelli etichettati in maniera fraudolenta, dai cibi low cost a quelli in cattive condizioni igienico-sanitarie o privi di tracciabilità, il cibo italiano, in virtù della sua qualità unanimemente riconosciuta, fornisce ampi margini di guadagno a chi decide di sfruttarne la fama in maniera illegale.La crisi, con la conseguente esigenza, per molte famiglie, di un contenimento della spesa ha favorito questo tipo di reati che, secondo Coldiretti, sono

particolarmente odiosi perché si fondano sull’inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti.

Secondo un’indagine di Coldiretti/Ixè, due italiani su tre (il 65%) ha paura a tavola perché ritiene che la crisi abbia fatto aumentare i rischi alimentari, mentre il 2% degli intervistati dichiara di esserne stato vittima. Di fronte al moltiplicarsi dei casi di frode e contraffazione alimentare, quasi due italiani su tre (il 57%) chiedono che venga sancita la sospensione dell’attività.72551783-586x387

Fonte:  Coldiretti

© Foto Getty Images

Il capitalismo ha fallito: l’esperimento Grecia preoccupa i potenti

Quanto è accaduto in Grecia dimostra sostanzialmente tre cose, come spiega il giornalista economico inglese Paul Mason di Channel 4 News: la crisi strategica dell’eurozona, quanto sia perdente la determinazione dell’élite greca a rimanere saldamente attaccata al sistema corrotto e un nuovo modo di pensare dei giovani.tsipras

Se qualcosa avesse potuto rispecchiare le immagini che riempivano le menti dei membri di Syriza mentre attendevano i risultati delle elezioni greche, fumando e bevendo caffè nero, sarebbero stati i volti di Che Guevara o Aris Velouchiotis, l’eroe della Resistenza greca durante la seconda guerra mondiale. È l’immagine che Paul Mason dà del “nocciolo duro” del partito di Alexis Tsipras, che ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni greche. «Questi sono veterani della sinistra che si aspettavano di finire i loro giorni nelle università a insegnare teorie sullo sviluppo economico, a parlare di diritti umani o di chi ha ucciso chi nella guerra civile. E invece oggi sono al governo della nazione. Eppure, sottolinea Mason, non è questo il posto dove si impara il pensiero radicale e non è questo il partito che evoca nella mente dei greci tensioni marxiste. Qui giocano tre ragioni che hanno portato a questo risultato: la crisi strategica dell’eurozona, la determinazione dell’élite greca a rimanere saldamente attaccata al sistema corrotto e un nuovo modo di pensare dei giovani. Di queste, la crisi dell’eurozona è la più facile da comprendere poiché le conseguenze possono essere lette negli assetti macroeconomici. Malgrado le previsioni di politici ed economisti preannunciassero la ripresa e la crescita, l’economia greca ha subìto un altro duro colpo in questi ultimi tempi, con crolli del 25%; la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 60%, almeno tra coloro che ancora sono rimasti in Grecia. Dunque, il collasso economico dimostra la totale miopia dell’élite politica europea. Negli scorsi quattro anni la Troika (Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca centrale europea) ha dato spettacolo…amaro: uomini ricchi e privilegiati che parlavano a vanvera senza sapere cosa andavano dicendo e facendo. Mason cita un colloquio avuto qualche tempo prima con un economista greco, secondo cui la realtà è che «l’oligarchia greca, i grandi armatori, i boss dell’energia, i grandi gruppi dell’edilizia e i club  calcistici sono sempre riusciti ad evitare di pagare le tasse, dal regime di Metaxas passando per l’occupazione nazista, fino alla guerra civile e alla giunta militare». E non avevano la minima intenzione di cominciare a farlo poi, solo perché la Troika esigeva che la Grecia riequilibrasse i bilanci. «Gli oligarchi hanno trasformato la Grecia in un campo di battaglia costellato di interessi confliggenti – spiega Mason – il giornalista greco Yiannis Palaiologos ha scritto in un suo recente libro sulla crisi che “c’è una irresponsabilità pervasiva, la sensazione che nessuno debba rispondere di nulla, che nessuno possa o riesca ad agire come custode dei beni comuni”. Ma l’impatto ancora più distruttivo ce l’ha la corruzione diffusa, il fatto che nel parlamento e fuori ci sia sempre qualcuno controllato da altri. Come una soap opera, ma reale. Siccome Tsipras non deve nulla all’oligarchia, ha fatto della guerra alla corruzione e all’evasione la sua battaglia e questo è stato accolto positivamente da una grande massa di giovani». Il perché è presto detto. Pensate a quanto spesso si vedono uomini ingrigiti insieme a donne giovani; è emblematico, il potere (chi ha e conta) ha un peso e attira nella sua sfera di influenza. I giovani vengono usurpati quando l’oligarchia, la corruzione e l’élite politica uccidono la meritocrazia. Molti, guardando la Grecia da fuori, vedono un pericolo, una negatività. «Ma dietro la rinascita di una sinistra radicale sta l’emersione di nuovi e positivi valori – dice ancora Mason – che sono patrimonio di una fetta di giovani molto più ampia di quella che costituisce la base naturale di Syriza. I valori di una generazione in rete: fiducia in se stessi, creatività, la voglia di prendere la vita come un esperimento sociale, con una visione globale». Un fronte, quello dei giovani, che si fa forte anche di un’altra ampia fetta di popolazione che, insieme a loro, ne ha abbastanza di corruzione e potere nelle mani di pochi. Insomma, la Grecia come esempio di cosa può accadere quando il capitalismo moderno fallisce. «Alcuni dicono che questa è la fine del neoliberismo – conclude Mason – Io non ne sono sicuro. Quello che invece è certo è che la Grecia ci ha mostrato come potrebbe finire».

Si ringrazia Paul Mason

Fonte: ilcambiamento.it

Si chiama “Riemergo”: un aiuto per chi è stato messo in ginocchio dalla crisi

Si sono dati un nome che parla da sé, “Riemergo”, un auspicio ma anche una promessa che si fa a se stessi quando si è messi veramente alla prova. Loro sono un’associazione, nascono per dare una mano a chi fatica a trovare da solo nuovi punti di riferimento dopo, magari, aver perso il lavoro e perché travolto dalla crisi economica.uscire_dalla_crisi

«L’associazione Riemergo nasce dall’idea di un gruppo di imprenditori, manager e professionisti attenti al sociale e alla solidarietà – spiega l’avvocato Alessandra Paci che ne fa parte – Ci occupiamo quotidianamente di gestire situazioni di crisi e siamo ben consapevoli della mancanza di un forte sostegno da parte delle istituzioni pubbliche. Abbiamo quindi deciso di mettere a disposizione degli associati le nostre diverse professionalità ed esperienze in campo imprenditoriale, legale, delle risorse umane, psicologico e sociale». Il gruppo che ha dato vita all’associazione ha da anni a che fare con aziende in crisi e persone sovraindebitate, anche a causa della perdita dell’occupazione. «Molte famiglie o piccole attività che versano in queste situazioni non sanno a chi rivolgersi (per ritegno, per vergogna, per mancanza di supporto professionale adeguato, ecc.) e con il passare del tempo i problemi diventano sempre più difficilmente risolvibili, con conseguenze a volte tragiche. Vogliamo quindi aiutare chi si trova in queste situazioni, perché spesso c’è una via d’uscita dignitosa». L’associazione ha iniziato ad operare nel settembre scorso; è approdata sul sito web del Comune di Milano e arriverà sui social, in forza di una convenzione sottoscritta a fine luglio; ha anche ottenuto il patrocinio del Comune di Lodi. «Finora abbiamo trattato una ventina di casi – spiega Paci – abbiamo avuto circa una cinquantina di contatti, ma in alcuni casi si tratta di persone che non possiamo aiutare. Se vi sono i presupposti,  segnaliamo il contatto ad altre associazioni con cui collaboriamo. Solitamente si rivolgono a noi famiglie nelle quali uno dei coniugi ha perso il lavoro, è in cassa integrazione o mobilità e che non riescono a pagare crediti al consumo, mutui o leasing precedentemente contratti, ma che nello stesso tempo vogliono cercare di salvare quello che hanno, per esempio la casa di proprietà. Ci sono anche piccoli imprenditori o artigiani che, a causa della crisi, hanno ridotto i ricavi o aumentato l’indebitamento e pertanto non riescono a far fronte ai diversi creditori. Noi possiamo fare un’analisi dettagliata della situazione debitoria della famiglia e dell’azienda, analisi che prende in esame tutti i debiti contratti (non solo quelli scaduti e oggetto di solleciti del creditore) e lo stato in cui si trovano (per esempio mancato pagamento di qualche rata, revoca del finanziamento/mutuo, sollecito da parte di avvocato, decreto ingiuntivo/cartella di pagamento di Equitalia, pignoramento, ipoteca iscritta su un bene del debitore) e la relativa documentazione; inoltre verifichiamo i beni e i redditi di chi si rivolge a noi, per valutare le possibilità di pagamento  (a rate, a saldo e stralcio, una combinazione di queste due modalità) e/o i rischi che corre il debitore di perdere, in tutto o in parte, il proprio patrimonio o il proprio reddito; infine esponiamo all’utente la strada migliore per affrontare la situazione, descrivendo le modalità per metterla in pratica. In alcuni casi lo strumento  utilizzabile può essere individuato nell’ambito dei procedimenti contenuti nella legge sul sovraindebitamento; il soggetto potrà attuare quanto indicato anche per conto proprio o avvalendosi di professionisti di sua scelta». Riferimenti: Sportello di Milano: 02-87186890, Sportello di Lodi: 0371-1841123, e-mail: info@riemergo.org, sito internet: www.riemergo.org.

Fonte: ilcambiamento.it

Smog, l’Europa ancora in crisi: migliora meno delle aspettative | Air Quality Report 2014

L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha pubblicato l’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria negli Stati membri: Italia tra i peggiori, con record di decessi attribuibili allo smog, assieme a Bulgaria, Romania, Turchia, Polonia e Slovacchia. Gli inquinanti più problematici, il Pm10 e il biossido d’azoto “principalmente a causa del traffico veicolare”381082

Gli inquinanti diminuiscono costantemente da un decennio, ma i risultati raggiunti sul fronte Pm10 biossido d’azoto sono tutt’altro che esaltanti. La Pianura Padana continua a detenere il record delle concentrazioni, e il calo registrato è troppo sottile per ritenere gli abitanti dell’area al sicuro dal punto di vista sanitario. Se da un lato oltre il 90% dei cittadini delle aree metropolitane è esposto a livelli di PM2,5 e Ozono superiori a quelli indicati all’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’altro va ricordato che è proprio il Nord Italia a segnare i picchi più alti, ben oltre la zona limite per la sicurezza. “L’inquinamento atmosferico è ancora troppo alto in Europa – ha commentato il Direttore dell’EEA Hans Bruyninckx – una situazione che genera costi altissimi, su tutti i fronti: per il nostro ecosistema, per l’economia, per la produttività della nostra forza lavoro e, il più grave di tutti, per la salute dei cittadini Europei”.
Tra i Paesi più inquinati troviamo l’area balcanica al completo, gli Stati dell’Europa dell’Est e, unica nel blocco centrale, l’Italia. Per il Pm2.5 in particolare, la classifica vede al primo posto la Bulgaria seguita da PoloniaSlovacchiaCiproRepubblica CecaUngheria,SloveniaTurchia Italia. Ma in campo particolato è ancora il Pm10 a far registrare i dati più allarmanti. Le concentrazioni giornaliere medie si attestano su livelli altissimi nell’area Padana e in buona parte della zona Est-Balcanica già menzionata. In Italia, Polonia e Turchia le medie superano i 75 mcg/m3, contro i 35 previsti da una legge troppo blanda che andrebbe revisionata.
Situazione analoga, se non peggiore, per il biossido d’azoto, prodotto principalmente dai veicoli diesel in costante aumento nel parco mezzi Europeo. E una parziale conferma di questa relazione tra auto ed NO2 è data dalla triade che guida la classifica degli Stati con le concentrazioni più alte d’Europa: la Germania, il Regno Unito e l’Italia, con picchi giornalieri vicini ai 100 mcg/m3.

Morti premature per smog

Con circa 3.370 morti premature all’anno attribuibili allo smog (dati 2011), l’Italia si è guadagnata il triste primato europeo. E’ bene ricordare che sul dato pesa ovviamente l’elevata popolazione italiana. Le altre peggiori in classifica sono infatti Francia, Germania e Spagna, nessuna delle quali tuttavia raggiunge neanche lontanamente il record italiano. (La Germania si ferma a 2300, le altre tutte sotto). “Alla luce di questi dati -ha dichiarato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – risulta inconcepibile il fatto che la nuova Commissione Europea stia ipotizzando un possibile ritiro del ‘pacchetto sulla qualità dell’aria’, in discussione già da diverso tempo e su cui si era arrivati alla fase finale di approvazione”.

Scarica l’Air Quality Report 2014

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Fonte: ecodallecitta.it

Greenpeace, Legambiente e Wwf: “Un’economia Green per superare crisi economica e ambientale”

“Nuova politica energetica che punti all’efficienza ed alle rinnovabili”. Lo hanno chiesto oggi a Roma Greenpeace, Legambiente e Wwf durante il convegno “Europa 2030. Obiettivi ambiziosi per la lotta ai cambiamenti climatici e l’energia”380581

Un’Europa che sappia guardare al futuro attraverso una nuova politica energeticascelte innovative ed obiettivi ambiziosi per il clima e l’energia. È questo quello che Greenpeace, Legambiente e Wwf chiedono all’Ue e all’Italia in vista dell’incontri che il Consiglio Europeo avrà il prossimo 23 e 24 ottobre durante la presidenza italiana, per definire i nuovi obiettivi al 2030 su clima ed energia. “Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi deve assumere un ruolo da leader in questo campo come Presidente di turno Ue e proporre target necessari per raggiungere le emissioni zero entro la metà del secolo”, ha detto Wendel Trio, direttore di Can Europe.  Questi temi sono stati al centro oggi del convegno in Campidoglio “Europa 2030. Obiettivi ambiziosi per la lotta ai cambiamenti climatici e l’energia” organizzato da Greenpeace, Legambiente e Wwf cui hanno preso parte esperti del settore. Le associazioni ambientaliste hanno ribadito la necessità per l’Europa di prendere decisioni chiare e vincolanti in materia di energia ed efficienza energetica, contestando gli obiettivi comunitari al 2030 proposti dalla Commissione che non permetterebbero all’Europa di mettere in campo una azione climatica coerente e forte in grado di invertire la rotta: 40% di riduzione delle emissioni di co2 per gli Stati membri, aumento al 27% per le rinnovabili vincolante solo a livello comunitario, incremento al 30% di efficienza energetica, senza specificare se mantenere tale obiettivo vincolante o indicativo. Obiettivi che tra l’altro non sarebbero coerenti con la traiettoria di riduzione delle emissioni di almeno il 95% al 2050, in grado di contribuire a contenere il riscaldamento globale sotto la soglia critica di 2 gradi centigradi. Greenpeace, Legambiente e Wwf propongono invece 3 target “necessari per il nuovo accordo su clima ed energia”: riduzione delle emissioni di gas serra che arrivi al 55% ed esclusione dell’utilizzo dei crediti internazionale per il raggiungimento di questo obiettivo (ad oggi il 75% dei crediti esterni Ue è realizzato in Russia, Ucraina e Cina); inclusione di un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica che arrivi al 40%; aumento dell’ambizione dell’obiettivo per le rinnovabili al 45%. Solo in questo modo l’Europa potrà – secondo le associazioni – ritornare a svolgere quel ruolo di leadership indispensabile per costringere gli altri partner, a partire da Cina e Stati Uniti, a mettere sul tavolo impegni altrettanto ambiziosi.  “L’Italia deve avere un ruolo predominate, è chiamata in Europa a essere portatrice di una visione ambiziosa nel dibattito per la definizione dei nuovi obiettivi 2030. Lo stesso Renzi sarà ricordato per le decisioni che prenderà in materia”, ha detto Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, a margine del convegno. “Deve essere un interesse comune quello di ridurre le fonti fossili e puntare all’efficienza energetica, temi su cui c’è tanta ipocrisia: politici e imprese continuano a sottolineare la necessità di puntare all’efficienza energetica, ma alle parole raramente seguono fatti concreti”. Nei giorni scorsi inoltre le tre associazioni hanno lanciato un appello al Premier italiano, sottoscritto da altre 20 associazioni, proprio per chiedere al Governo italiano di sostenere con forza un nuovo accordo politico per il nuovo quadro comunitario al 2030. “Bisogna agire e in fretta”, ha sottolineato Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. “I cambiamenti climatici sono una realtà e creano un numero di profughi maggiore di quello causato dalle guerre. Per questo chiediamo impegni per l’utilizzo delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica”.
Un’economia green – concludono le associazioni – può farci superare la doppia crisi climatica ed economica creando nuove opportunità dal punto di vista dell’occupazione, dell’innovazione e dello sviluppo di tecnologie pulite e che può limitare l’importazione di energia dalla Russia.

Fonte: ecodallecitta.it

Consumi energetici in calo: colpa della crisi o merito dell’efficienza?

Negli ultimi anni, il settore industriale ha ridotto i consumi energetici molto più del comparto civile: segno che in Italia è la crisi il vero “motore” dell’efficienza energetica? Un’analisi dei dati disponibili380650

Un quantitativo di energia primaria pari a circa 1.200 Gwh (Gigawattora), corrispondenti a 268.000 tonnellate di CO2 non emesse in atmosfera. A tanto ammontano, secondo i dati Enea, i benefici in termini di risparmio energetico ottenuti in Italia nel 2012 (l’ultimo anno per cui sono disponibili le stime ufficiali, ndr) grazie agli interventi di efficientamento sugli immobili incentivati col meccanismo della detrazione fiscale del 55% (attualmente l’aliquota è fissata al 65%, ndr).
Cifre significative, ma inferiori ai valori record raggiunti nel 2010, quando il risparmio energetico annuo era stato superiore del 35%, con 2.032 Gwh/anno di energia “salvata”. Per il 95%, gli interventi di incremento dell’efficienza hanno riguardato persone fisiche, e per il 64% si è trattato di operazioni di sostituzione degli infissi (168.000 interventi sul totale delle pratiche). Seguono l’ammodernamento dell’impianto di riscaldamento (25%) e l’installazione di pannelli solari termici per la produzione di acqua calda (9% del totale). Per il 70%, inoltre, le azioni di riqualificazione energetica incentivati nel 2012 hanno riguardato immobili riscaldati con impianti a metano (seguono le biomasse al 13% e l’elettricità al 7%). Il 22% degli interventi complessivi, infine, è stato realizzato sul territorio della sola regione Lombardia, mentre un altro 38% ha riguardato Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Il Piemonte, in particolare, detiene per il 2012 il record di energia risparmiata pro capite, con 49 Gwh/anno per abitante.

Leggi tutti i dati nel Rapporto Enea 2012 sulla detrazione fiscale del 55%

Più in generale, al di là degli interventi sull’edilizia incentivati col 55%, nel 2012 l’Enea ha certificato per l’Italia risparmi energetici complessivi pari a oltre 73.000 GWh, quasi il 30% in più rispetto al 2011. Un calo dei consumi che, però, ha interessato soprattutto i settori trasporti e industria (vedi oltre per ulteriori dettagli) più che il civile, che anzi ha visto crescere il suo peso percentuale sui consumi nazionali dal 34,5% del 2011 al 36,7% dell’anno successivo (anche se, ampliando l’analisi al periodo 1990-2011, il residenziale è il settore che ha conseguito i progressi più regolari, mentre l’industria ha avuto significativi miglioramenti di efficienza solo a partire dal 2005).

Scarica il Rapporto 2012 sull’efficienza energetica dell’Enea

Per lo meno negli ultimissimi anni, dunque, nonostante i buoni risultati delle detrazioni sull’efficienza in edilizia, il calo complessivo dei consumi dipende forse più dalla crisi delle industrie che dalla maggiore attenzione degli italiani. Qual è dunque il peso effettivo delle buone pratiche in tema di efficienza sul bilancio energetico complessivo dell’Italia? Sono gli atteggiamenti virtuosi dei cittadini, in aumento negli ultimi anni, a incidere davvero sul calo dei consumi, o è piuttosto la crisi economica ad aver condotto forzatamente il nostro paese a una progressiva riduzione del fabbisogno energetico nazionale?  Proviamo a ragionare sulle cifre disponibili. Sempre nel 2012, secondo i Dati provvisori di esercizio elaborati da Terna, in Italia la richiesta complessiva di energia elettrica ha raggiunto i 325.300 Gwh, in diminuzione del 2,8% rispetto al 2011, nonostante un giorno lavorativo in più (il 2012 è stato un anno bisestile, ndr). Particolarmente significativo, nel quadro generale del crollo dei consumi, sembrerebbe il peso della crisi sofferta dai principali settori industriali. Tra il 2011 e il 2012, infatti, i consumi elettrici dell’industria sono calati del 6,6%, mentre il comparto domestico ha visto una riduzione di appena l’1% (in aumento, invece, i dati di terziario e agricoltura). Risultano in calo, in dettaglio, i consumi di tutti i principali settori industriali (dal siderurgico all’alimentare, dalla produzione di elettricità alle costruzioni), ad eccezione dell’estrazione di combustibili e del comparto acquedotti.

Consulta i Dati Terna relativi ai consumi elettrici del 2012

Un dato, quello del ruolo preponderante della crisi industriale nel crollo dei consumi nazionali, confermato anche dal Ministero dello Sviluppo Economico che, nel Bilancio energetico nazionale 2012 (l’ultimo di cui è stata pubblicata la versione definitiva, ndr), certifica un calo annuo dei consumi totali di energia del 3,5%, con trasporti e industria ai primi due posti tra i settori che fanno registrare una contrazione (rispettivamente con il -9,2% e -7,6% rispetto all’anno precedente). Secondo le stime del MISE, invece, il fabbisogno energetico del comparto civile (che a differenza dei dati Terna include anche il gas naturale e altri combustibili) risulta addirittura in aumento dello 0,9% annuo, nonostante i risultati della detrazione fiscale del 55% registrati dall’Enea e il calo del fabbisogno elettrico contabilizzato da Terna.

Scarica il Bilancio energetico nazionale 2012 del MISE

Un trend che sembrerebbe essere confermato dalle prime cifre, ancora provvisorie, relative al 2013, che fotografano di nuovo una maggiore contrazione per il settore industriale a fronte del comparto domestico. Sul calo dei consumi, insomma, almeno da un paio di anni a questa parte sembrerebbe avere inciso più la crisi economica, che colpisce in modo particolare l’industria, che le buone pratiche domestiche “pro efficienza” o, in particolare, gli interventi di ristrutturazione edilizia a fini energetici realizzati da privati cittadini (che pure hanno mostrato, fin dalla loro introduzione nel 2007, potenzialità molto importanti). È d’altra parte la stessa Enea, nel suo “Rapporto 2012 sull’efficienza energetica”, ad auspicare, pur sottolineando i buoni risultati già raggiunti dall’Italia, una più incisiva «azione di sensibilizzazione sui temi del risparmio e dell’efficienza energetica attraverso la quale programmare percorsi informativi ed educativi mirati. È infatti questa la chiave per raggiungere ulteriori e più ambiziosi risultati: soltanto una domanda sempre più consapevole e competente potrà essere in grado di stimolare un’offerta sempre più innovativa».

Va detto, in ogni caso, che l’intera Unione Europea è piuttosto in ritardo sul suo obiettivo complessivo in termini di aumento dell’efficienza energetica (l’unico non vincolante del “Pacchetto clima 20-20-20”, ndr), e che anche il monitoraggio puntuale e dettagliato dei progressi effettuati dai singoli stati – con il confronto tra le diverse voci e il contributo dei vari comparti al target di risparmio – risulta tuttora difficile, se paragonato ad esempio con la contabilizzazione della produzione di energia da fonti rinnovabili. Una “ingiustizia” a cui potrebbe porre definitivamente rimedio il nuovo pacchetto di impegni climatici UE al 2030, che dovrà essere approvato dall’Unione nei prossimi mesi.

(Photo ©Eco dalle Città)

Fonte: ecodallecitta.it