WWF su emergenza climatica, guerra e sicurezza alimentare: 10 domande e risposte per sfatare i falsi miti

Sono state pubblicate in vista della Campagna Food4 Future, per dimostrare come il nostro futuro e quello del Pianeta dipendano in gran parte dalle scelte che facciamo a tavola e da un sistema alimentare sostenibile

Per anticipare il lancio della Campagna Food4Future, che mostra come il nostro futuro e quello del Pianeta dipendano in gran parte dalle scelte che facciamo a tavola e da un sistema alimentare sostenibile, il WWF pubblica 10 domande – e risposte – per sfatare i falsi miti sulla sicurezza alimentare e capire come creare un sistema alimentare resiliente ed equo anche in situazioni di crisi. Le conseguenze della guerra in Ucraina, infatti, ci ricordano quanto sia fragile la sicurezza alimentare, basata su modelli di produzione agricoli intensivi. Per affrontare l’attuale crisi dei mercati in molti – fra cui diversi politici – hanno chiesto di aumentare le produzioni cancellando o indebolendo le attuali misure ambientali della Politica Agricola Comune e del Green Deal europeo. L’abolizione del divieto dell’uso di pesticidi in aree di interesse ecologico e l’utilizzo dei terreni a riposo – meno produttivi dal punto di vista agricolo ma essenziali per la conservazione della biodiversità – sono solo alcune di queste richieste irrazionali e controproducenti. La verità è che la produzione alimentare globale è sufficiente per sfamare la popolazione mondiale, ma è mal utilizzata. I veri rischi alla sicurezza alimentare nel nostro Paese non derivano dal conflitto in corso in Ucraina, ma dalle bolle speculative che condizionano produzioni e mercati a partire dalle crisi finanziarie del 2008 e 2011. A questo si aggiungono le gravi conseguenze della crisi climatica, che già pesa in maniera significativa sui sistemi agricoli per effetto di siccità e aumento dei fenomeni meteorologici estremi, che – nel medio e lungo periodo- avrà effetti sempre più gravi sulla produzione delle colture strategiche. 

Le conseguenze della crisi in Ucraina in Italia

La guerra in Ucraina ha messo in crisi il sistema agroalimentare italiano? È da questa domanda che il WWF parte per spiegare che gli effetti della crisi collegata alla guerra sui sistemi agroalimentari in Italia sono limitati solo ad alcune materie prime importate dall’est dell’Europa, in particolare mais e olio di girasole. E che l’unico settore che avrà delle ripercussioni dirette è quello zootecnico, grande consumatore di mais: in UE il 70% delle materie prime per i mangimi degli animali (fra cui mais) è infatti di origine extra UE. Su una possibile carenza di grano, invece, rispondiamo con i dati: le aziende agroalimentari italiane importano dall’Ucraina il 5% del proprio fabbisogno, che può essere soddisfatto dalla produzione europea di frumento che supera attualmente la domanda interna degli Stati membri dell’Unione. L’aumento del costo del grano, duro e tenero, è in atto da ben prima del conflitto in Ucraina ed è causato da una parte dalle speculazioni finanziarie e dall’altra dalla riduzione delle produzioni in Canada, conseguenza della grave siccità che ha colpito il nord America nella stagione 2020-21. Nel 2022 eventuali carenze di grano o altri cereali in Italia potrebbero essere generate dalla grave siccità che sta colpendo il nostro Paese e che avrà ripercussioni sul raccolto di quest’estate. Questo solo è uno di quelli che saranno i più violenti impatti del cambiamento climatico sulle produzioni agricole (basti pensare che, per esempio, la scorsa estate il comparto frutticolo italiano ha avuto una perdita media complessiva del 27%). A strumentalizzare la crisi legata alla guerra sono le lobby dell’agricoltura convenzionale, che mirano a fare pressione sui decisori politici per cancellare o ridimensionare le norme ambientali della nuova Politica Agricola Comune (PAC) e gli obiettivi delle due Strategie UE del Green Deal, “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”, come l’obbligo delle rotazioni delle colture e quello di destinare alla conservazione della natura almeno il 4% delle superfici utilizzate per i seminativi. L’agricoltura, infatti, dipende dai servizi ecosistemici, che a loro volta dipendono dalla presenza di natura.

Fra le soluzioni che possono garantire più sicurezza al comparto alimentare c’è sicuramente la scelta di consumare meno carne e prodotti di origine animale, che consentirebbe di ridimensionare il comparto della zootecnia intensiva (oggi il 70% della superficie agricola utilizzata in Europa è dedicata a materie prime destinate ai mangimi per la zootecnia intensiva) a favore di una produzione animale più estensiva. Intensificare le produzioni non aumenterà la sicurezza alimentare, mentre soluzioni si trovano nell’agroecologia, pratica che attraverso il rafforzamento della vitalità degli ecosistemi nelle zone rurali, una rinaturalizzazione delle campagne, una migliore integrazione di zootecnia e agricoltura e una riduzione degli input chimici in campo e l’utilizzo di filiere corte – dove c’è relazione diretta fra agricoltori e consumatori-, consente di creare sistemi produttivi integrati e resilienti, contribuisce a regimi alimentari sani, sostenibili, equi, accessibili, diversificati, stagionali e culturalmente appropriati.

È evidente che sistemi agroalimentari locali a filiera corta non sarebbero in grado di soddisfare completamente i fabbisogni alimentari di un Paese con milioni di abitanti, in particolare quando esiste una forte concentrazione della popolazione nelle città lontane dalle aree agricole. Per questo serve cercare il giusto equilibrio tra produzioni locali, diversificate e filiere agroindustriali sostenibili, creando relazioni con reti diffuse di produttori a livello nazionale ed europeo, riducendo la dipendenza dalle importazioni da Paesi extra UE e fissando criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed economica nella produzione delle materie prime.  Secondo il WWF, purtroppo il governo italiano non sta promuovendo una vera transizione ecologica della nostra agricoltura, ma sta piuttosto accogliendo le richieste delle associazioni agricole e zootecniche e dei grandi gruppi industriali dell’agrochimica. L’atteggiamento del governo italiano nei confronti della riforma della PAC è sempre stato ostile al cambiamento dei sistemi di produzione, tutelando gli interessi economici acquisiti nel tempo dalle grandi aziende. Questa posizione conservatrice è stata confermata con la redazione di un Piano Strategico Nazionale (PSN) della PAC post 2022 non adeguato alla transizione ecologica della nostra agricoltura. Una visione miope e poco lungimirante del futuro della nostra agricoltura che indica chiaramente una scarsa percezione dei rischi connessi alle crisi ambientali globali. Unica nota positiva della politica agricola del nostro governo è l’investimento sull’agricoltura biologica con un obiettivo al 2030 superiore rispetto alla media europea del 25%, indicato dalle Strategie UE “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”. 

Fonte: ecodallecitta.it

Ingiustizie sociali e crisi climatica: il virus siamo noi?

“Questione di futuro. Guida per famiglie eco-logiche!” è il bel libro di Linda Maggiori, educatrice, scrittrice e fondatrice di due Reti, quella delle famiglie rifiuti zero e quella delle famiglie senz’auto. Un libro che induce tutti a più di una riflessione.

Leggiamo dal libro di Linda Maggiori (che è disponibile qui):

«Vedremo se i governi saranno così severi con le polveri sottili e con l’emergenza climatica, come lo sono stati con il virus, vedremo se da questo autunno (del 2020 nda) l’Italia (il paese più motorizzato al mondo), avrà meno auto in circolazione, se ci sarà una veloce conversione alle energie rinnovabili. Vedremo se i governi finalmente tasseranno il kerosene rendendo gli aerei molto più costosi dei treni. Oppure continueranno “business as usual” allentando i limiti
ambientali per dare impulso alla crescita economica?».

Questa è la domanda che si fa l’autrice nella premessa di Questione di futuro. Direi che gli è stata data una risposta chiara, laddove assolutamente niente di quello che giustamente si auspicava la Maggiori è stato fatto. E’ l’ennesima conferma che dell’ambiente, e quindi della salute, non interessa nulla a chi di dovere e che anzi il virus è solo il grimaldello per inquinare di più, lucrare di più, ottenere ancora più potere negando libertà e diritti alle persone.
E visto che vengono sempre tirate fuori le cifre (ammesso che non siano state distorte) dei morti da coronavirus per giustificare ogni misura restrittiva, allora andiamo a vedere delle cifre ufficiali secondo proprio l’OMS, così come dice la Maggiori:
«Per non dimenticare una grande subdola nemica, molto più del virus: la CO2. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità, ogni anno muoiono 13 milioni di persone per fattori ambientali evitabili, di cui 7 milioni a causa dell’inquinamento dell’aria. Tra il 2030 e il 2050, i cambiamenti climatici faranno aumentare le vittime ogni anno di 250 mila unità, per malnutrizione, malaria, diarrea, ondate di calore ecc.».

Se tanto mi dà tanto, dovremmo essere tutti mobilitati all’unisono per scongiurare questa ecatombe con prospettive future ancora più drammatiche ma stranamente “i paladini della salute” non fanno niente, non muovono un dito se paragonato a quello che si sta facendo per il coronavirus. Ma come mai? Interessano solo i morti di coronavirus? Gli altri sono morti di serie zeta? A quanto pare sì, e anche solo questo argomento toglie qualsiasi credibilità a chi dice che ci priva di ogni libertà e diritto in nome di una fantomatica e inesistente tutela della salute. L’unica tutela che si vede all’orizzonte sono per il lucro e il potere ottenuti sulla pelle della salute. uindi ora ci troviamo con un nulla di fatto, una catastrofe climatica in pieno svolgimento e la tutela ambientale completamente sparita dai radar che già prima la davano quasi impercettibile. Quella tutela ambientale che la Maggiori giustamente vuole affrontare con una serie molto efficace di consigli e pratiche nei vari campi del vivere quotidiano. Un libro il suo, chiaro e utile che si unisce alla ormai vastissima schiera di testi che dimostrano come la possibilità di agire in tutti i campi ci sarebbe ma non c’è alcuna volontà politica di intervenire. Allora ognuno di noi può fare la propria parte, come ci indica la Maggiori, dall’alimentazione ai vestiti, dalla mobilità, alla scuola, dai trasporti alla finanza è possibile con interventi efficaci e semplici risparmiare tanti soldi e tutelare l’ambiente. E l’autrice, così come tanti altri che hanno fatto scelte simili, dimostra che il cambiamento è percorribile anche per chi ha una famiglia numerosa. Un esempio ottimo di fattibilità del cambiamento e che smentisce ancora una volta tutti coloro che fanno critiche o che cercano costantemente scuse, giustificazioni pur di non agire. Agire si può sempre, con e senza famiglia anche numerosa, l’importante è volerlo veramente fare. E se non si sa come iniziare, basta leggere il libro della Maggiori per avere tanti riferimenti, idee e consigli puntuali e circostanziati. Un ottimo lavoro di ricerca e proposta per chi vuole intraprendere un cammino di cambiamento e alleggerire la propria impronta ecologica sul pianeta.

Fonte: ilcambiamento.it

La cultura rigenerativa degli ecovillaggi, laboratori viventi di alternative sostenibili

Laboratori di resilienza e buone pratiche, gli ecovillaggi dimostrano che c’è un’alternativa e si prestano ad essere fonti d’ispirazione e di speranza. È quanto emerge dal film-documentario Communities of Hope che racconta la cultura rigenerativa degli ecovillaggi europei, che per migliaia di persone hanno rappresentato una porta d’ingresso verso una vita più felice e più sostenibile. È uscito Communities of Hope, il film-documentario prodotto da The Great Relation che racconta la cultura rigenerativa degli ecovillaggi europei, nella speranza di fornire ispirazione a chi è alla ricerca di alternative, di nuovi modi di guardare al mondo e di viverlo.

«In questi tempi di grande transizione sentiamo forte il desiderio di far conoscere i progetti e le storie capaci di portare guarigione e rigenerazione a livello individuale, collettivo e ambientale», scrivono Lou e Diego di The Great Relation, che negli ultimi due anni hanno visitato numerose realtà attive nella costruzione di forme più consapevoli di abitare il nostro pianeta – come Tamera (Portogallo), Sunseed (Spagna), Solheimar (Islanda) e altre.

Una parte importante delle riprese di Communities of Hope è avvenuta presso la Comune di Bagnaia, in occasione della scorsa Conferenza Europea degli Ecovillaggi dal triplice tema «Ecologia, pace e giustizia sociale». Lì, Lou e Diego, hanno avuto modo di raccogliere e registrare gli interventi di alcuni membri chiave del movimento degli ecovillaggi, come Coyote Alberto Ruz, pioniere, veterano e storico delle comunità intenzionali e dei movimenti bioregionalisti, John Croft, ideatore della metodologia Dragon Dreaming, Declan Kennedy, l’architetto e mediatore che ha co-fondato il GEN e l’italiana Genny Carraro, managing director del GEN Europe e co-fondatrice della scuola italiana di Arte del Processo e Democrazia Profonda.

«Come dice John Croft nel documentario, gli ecovillaggi sono dei laboratori per il futuro», sottolinea Fran Whitlock, responsabile della comunicazione presso GEN Europe, «Non nel senso che tutti dovrebbero o vorrebbero vivere in ecovillaggio, ma che le pratiche e le modalità di vita che caratterizzano queste realtà dimostrano che c’è un’alternativa e si prestano ad essere fonti d’ispirazione e di speranza. 

La crisi sanitaria ha messo in evidenza il lato oscuro dell’individualismo e del neoliberismo, e vista la crisi climatica e ambientale in atto è ragionevole aspettarsi nel futuro ulteriori shock.

Avremo bisogno di essere resilienti e preparati, e gli ecovillaggi possono costituire un punto di riferimento, sia per quanto riguarda le conoscenze come la bioedilizia, l’agricoltura e la rigenerazione degli ecosistemi, sia per la saggezza pratica che emerge dai processi partecipativi – è lì che ha luogo la magia! Il documentario di Lou e Diego è un invito alla scoperta. Ad interrogarci – Sto vivendo in un modo che serve me stesso e il pianeta? Che fa buon uso dei miei doni? Che aiuta me stesso e la mia comunità a fiorire, oggi e in vista del futuro?».

Communities of Hope è liberamente scaricabile e disponibile in straming su Youtube, con sottotitoli in italiano. «Offriamo questo documentario come un dono, e vi chiediamo di condividerlo a vostra volta come tale», si legge sul sito di The Great Relation. Chi volesse sostenere il lavoro svolto da Lou e Diego nella narrazione e diffusione di una cultura rigenerativa, tuttavia, può farlo tramite una donazione.

«Gli ecovillaggi sono solo uno dei modi di cambiare vita», ha evidenziato Fran, «ma per migliaia di persone hanno rappresentato una porta d’ingresso verso una vita più felice e più sostenibile. La nostra speranza è che raccontandoci accenderemo una scintilla verso un percorso». Verrebbe da aggiungere, un percorso che non è già disegnato in partenza, ma che possiamo costruire e inventare assieme, passo dopo passo.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/06/cultura-rigenerativa-ecovillaggi-laboratori-alternative-sostenibili/?utm_source=newsletter&utm_medium=email