Nel 2014 la crescita del fotovoltaico si sposterà in Asia

Nel 2013 la maggiore crescita del fotovoltaico si è registrata in Asia, soprattutto in Cina e Giappone e la tendenza dovrebbe continuare anche nel 2014. Il trend positivo dovrebbe incoraggiare anche la diffusione di nuove tecnologie.

Il mondo del fotovoltaico evolve rapidamente e il suo baricentro si sta spostando sempre di più verso l’Asia. Se nel 2012 Europa e Nord America contavano per l’80% della potenza degli impianti installati, lo scorso anno la quota è scesa a poco più del 60%. Nel 2013 la crescita maggiore si è registrata infatti in Cina, Giappone e Tailandia, con tassi annui superiori al 100% in tutte  le tre nazioni. IN Europa, Germani, Italia e Francia hanno invece mostrato una contrazione rispetto al 2012. Per il 2014 i tassi saranno più modesti, ma comunque allineati alla media mondiale di un + 20%. Complessivamente, ci si aspetta che nel 2014 nella zona Asia-Pacifico verranno installati oltre 23 GW di nuovi impianti, oltre il 50% del totale mondiale. Dopo un paio di anni di difficoltà, i principali produttori di solare (concentrati in Asia) stanno tornando a fare profitti e a recuperare i costi di investimento. Questo permetterà anche di iniziare a sviluppare nuove tecnologie, come il taglio del policristallo con filo diamantato e soprattutto la diffusione di moduli di silicio di tipo n, meno sensibili alla degradazione indotta dalla luce. Sorprende un po’ la previsione di SolarBuzz di un +20% per l’Italia nel 2014, che dovrebbe essere dovuto essenzialmente ai benefici economici indotti dall’autoconsumo. A fine febbraio 2014 l’Italia disponeva di 17,6 GW di potenza fotovoltaica installata, la seconda nel mondo dopo la Germania. Con questi numeri, una crescita del 20% ci porterebbe tranquillamente sopra i 20 GW.

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Fonte: ecoblog.it

Cosa si nasconde dietro il paradigma della crescita

Come ci ricorda Ivan Illich, il più grande pensatore del Novecento, il concetto di “sviluppo economico” nella sua accezione attuale fa la sua comparsa il 10 gennaio 1949, nel celebre “Discorso dei Quattro Punti” rivolto alla nazione dal presidente americano Truman, alla vigilia della ricostruzione post-bellica.crescita_economica_strozzi

Fino ad allora, tale espressione era relegata all’evoluzione delle specie animali, al gioco degli scacchi e poco altro. Da quel giorno, e in meno di una generazione, hanno invece cominciato a pullulare le più disparate teorie sull’opportunità di inscatolare all’interno di quel concetto il vero destino dell’evoluzione del genere umano: se da un lato si ricordano i cosiddetti“pragmatisti”, coloro cioè che attribuivano alla vocazione imprenditoriale l’unica rotta salvifica perseguibile; dall’altro lato, vi erano quelli che potremmo definire gli “aspiranti politici”, prevalentemente intenti a salvaguardare gli aspetti più “soft” del new-deal espansionistico, come per esempio l’intima realizzazione di se stessi. L’unico aspetto che
accomunava le due correnti di pensiero era, guarda caso, che la salvezza sarebbe necessariamente dovuta passare per la crescita: entrambi sostenevano che l’unica via percorribile sarebbe stata l’incremento della produzione e, con essa, una maggiore dipendenza dai consumi. La cosa vagamente ironica, ci ricorda sempre l’immenso Illich, è che ciascuno dei due “schieramenti” utilizzava, in difesa delle proprie ragioni, la foglia di fico della Pace. Tanto che, all’epoca, schierarsi contro lo sviluppo, oppure contro quella che sarebbe diventata (come la chiamo io) l’ipnosi consumistica globale, significava essere additati come nemici della Pace. Persino Gandhi fu spesso rappresentato come uno sciocco, un romantico o uno psicopatico, tanto che molti suoi insegnamenti furono astutamente distorti (e,aggiungo, violentati) nell’equivoco concetto di “strategia di sviluppo non violento”. Oggi, dopo 65 anni, è cambiato qualcosa? A cosa ha portato quel new-deal? Quali sono stati gli effetti sulla civiltà di quella rivoluzionaria intuizione di Truman?
All’indomani del Dopoguerra, l’Occidente ha cavalcato a spron battuto gli stilemi della crescita ad ogni costo. Ai quali, aggiungo io, è stata surrettiziamente affiancata la suggestione sociale dell’irrinunciabilità. Tutto, in un modo o nell’altro, avrebbe potuto (e dovuto) essere raggiungibile: il lavoro, la carriera, il successo, i viaggi, le esperienze, fino a farcire queste prospettive con le loro derivazioni idealistiche: la libertà, l’amore, la bellezza… La postmodernità ha astutamente previsto, per i suoi abitanti,l’illusoria prospettiva della panpossibilità:tutto sarebbe stato a portata di mano! Questo new-deal era, fuori da ogni discussione, diabolicamente perfetto: da un lato, garantiva continuità al paradigma economico dello sviluppo indiscriminato; dall’altro lato, soggiogava intere popolazioni, subordinandole a un imperativo di crescita che avrebbe sempre più richiesto un loro radicale asservimento al mondo del lavoro. Utile o inutile, questo era di secondaria importanza. Gratificante o umiliante, questo era di importanza, invece, nulla. E le persone? Ci arriviamo… Sempre in quegli anni, ci ricorda stavolta Zygmunt Bauman, il maggior sociologo vivente, assistiamo all’esaltazione di un ruolo sociale con cui molti di noi, ancora oggi, fanno quotidianamente i conti: la figura del manager.
Come molti di voi, so benissimo anch’io cosa significhi essere oggi un manager. Tuttavia, solo recentemente ho imparato che questo ruolo prende forma e vita, proprio in quegli anni, con il solo scopo di intermediare tra la catena di montaggio e la proprietà, divenuta ormai incapace di controllare direttamente tutte le microfunzioni del processo produttivo. Il manager, diversamente da quanto comunemente si crede, non è deputato a prendere decisioni, non gli vengono richieste particolari doti di lungimiranza o di problem-solving. No, niente di tutto ciò! Fin dai suoi albori, il manager deve fare essenzialmente due cose: osservare e riferire. Il perfetto morphing tra un vigilante e una spia. Avvilente? Forse, ma comunque ben remunerato! Unico requisito? La piena fiducia da parte della proprietà. (Quando mi viene chiesto come mai oggi non ci sia meritocrazia nel mondo del lavoro in Italia, io rispondo sempre: “La meritocrazia c’è eccome: si tratta solo di stabilire con quali prassi e atteggiamenti lo si vuole riempire, questo concetto…”.). La figura del manager è quella che oggi, con decine di chili di manuali di organizzazione aziendale sugli scaffali delle librerie, potremmo definire una commodity: un servizio cioè esternalizzabile, in quanto rappresenta un’inutile (a volte, dannosa) interferenza tra la base produttiva e il vertice decisionale della piramide aziendale. Dico “dannosa” perché, in molti casi, assolvere a una mera funzione di rendicontazione di quanto avviene sotto di loro, implica per la proprietà un assorbimento di risorse economiche che potrebbero compromettere la salute stessa dell’organizzazione. O che, comunque, potrebbero essere destinate ad investimenti a più alto ritorno. Ma lo sappiamo: come tutte le cose, la fiducia ha un prezzo, no?
Quindi, paghiamo pure la fiducia – si disse – ma insistiamo però su un altro imperativo, che ha preso sempre più piede dagli anni del boom economico ai giorni nostri: quello della produttività. E, con essa, arriviamo finalmente anche alle persone (che, come ormai sarà chiaro, occupano un ruolo periferico in tutto questo palinsesto organizzativo).
La produttività, per tutti i policy-maker (dal Presidente del Consiglio, al numero uno di Confindustria, fino al vostro caporeparto), è uno snodo strategico imprescindibile: va salvaguardata a tutti costi. Ma… senza esagerare. Perché, se la carichi troppo, la schiena del ciuco rischia pur sempre di spezzarsi. Ed è così che, come ci ricorda il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, grazie anche a un progresso tecnologico ben più che lineare (esponenziale), dagli anni Settanta ad oggi la produttività del lavoro è cresciuta nelle economie occidentali a ritmi forsennati. Molto superiori – per esempio – alla dinamica dei salari reali medi. Ed ecco che, per i più avvezzi alle relazioni macroeconomiche, si spiegano così anche le vere cause degli attuali livelli (sub)occupazionali. Pensiamoci: per ottenere lo stesso bene o servizio finale – un cesto di mandarini, un stampa fotografica, un nuovo contratto telefonico o un qualsiasi altro bisogno (per lo più, indotto) – al giorno d’oggi occorrono molte ore di manodopera in meno. La filiera è molto più corta e, soprattutto, dove si può fare a meno dell’uomo, subentra la tecnologia. Quella di cui tuttavia non si può fare a meno è chiamata manodopera qualificata: sempre più rara, sempre più strategica, ma pagata sempre meno, in quanto, mediamente, i salari comunque diminuiscono (e, da qui, il tema delle disuguaglianze distributive, che non affronterò in questa sede, perché troppo vasto). Tuttavia, proprio per tutelare la produttività (occhio: non i lavoratori), nel decennio a cavallo del nuovo millennio i soloni dell’organizzazione aziendale introducono un concetto nuovo, tanto suggestivo quanto ipocrita: la worklife balance (equilibrio lavoro-vita privata): nell’ambito di una vita dedicata prioritariamente al lavoro, occorre cioè consentire all’unità produttiva di distrarsi (dedicandosi alla famiglia, al tempo libero, agli hobby…). Infine, è di un paio d’anni fa quella che mi piace definire “la controriforma”, perfettamente illustrata da una docente della SDA Bocconi, santuario italiano della dottrina neoliberista: la work-life balance deve progressivamente essere sostituita con la worklife integration: lavoro e vita privata non devono cioè essere due “momenti” che, alternandosi, si completano vicendevolmente, bensì divengono due fasi della nostra vita che si compenetrano simultaneamente. Così, per fre un esempio banale, nessuno storcerà il naso se un lavoratore effettuerà una telefonata personale dall’ufficio, ma – simmetricamente – lo stesso lavoratore sarà poi dotato di blackberry, tablet o altri astutissimi “malefit” aziendali, in modo che possa poi essere mantenuto agganciato alla sua attività di giorno e, spesso, di notte (o, come oggi è molto più cool affermare, 24/7). In questa prospettiva, e citando ancora una volta Bauman,“[…] quei confini sacrosanti che separavano la casa dal luogo di lavoro, e il tempo da dedicare alla carriera da quello cosiddetto “libero”, sono praticamente svaniti; dunque, ogni attività della nostra vita diventa una scelta: seria, dolorosa e spesso seminale, tra carriera ed obblighi morali, tra impegni professionali ed esigenze vitali, nostre e di tutti coloro che hanno bisogno del nostro tempo, della nostra compassione, delle nostre cure, del nostro aiuto e della nostra assistenza.”
Questa è l’attuale situazione, cari amici de “il Cambiamento”. Ve l’ha provata a delineare, per sommi capi, una persona che, pesantemente radicata in questo mondo da una dozzina d’anni, ha la presunzione di conoscerla piuttosto bene e che ha deciso anche lui di fare il manager: cioè… osservando e riferendo. Il mio think-net si chiama “Low Living High Thinking”. Vivere basso e pensare alto è più di un semplice motto. E’ più che altro un destino. Ed è comune. Solo che, purtroppo, ancora in molti non lo sanno…

Fonte: ilcambiamento

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Prosperità senza crescita: il cambiamento è in marcia

“La crescita è un dogma della fede nel sistema economico attuale, ma è proprio la crescita il problema perché il modello attuale non funziona”. Florent Marcellesi, coordinatore del centro di studi e formazione Ecopolítica, è uno dei giovani pensatori più lucidi in questa Europa dove la base della piramide sociale annaspa e cerca una via d’uscita.prosperita

Il suo ultimo libro, “Adiόs al crecimiento”, non ancora tradotto in italiano, è stato scritto insieme a Jean Gadrey, economista e membro del consiglio scientifico di Attac Francia, e a Borja Barrangué, ricercatore all’Università Autonoma di Madrid e membro di Ecopolítica. Marcellesi è il coordinatore del centro studi e formazione Ecopolitica, ha 35 anni e le idee molto chiare. E gli abbiamo chiesto di raccontarci come ha condensato nei suoi libri, soprattutto nell’ultimo, il pensiero frutto di anni di attivismo e di studi.

Crescita: tutti dicono che è necessaria per superare la crisi e ritrovare il benessere? E’ vero secondo te? Nel tuo libro come definisci la crescita?

«La crescita è un dogma della fede nel sistema economico attuale. E soprattutto è ciò che struttura la nostra economia occidentale, in particolar modo dalla fine della seconda guerra mondiale. Quando parliamo di crescita, parliamo prima di tutto di “crescita del prodotto interno lordo” (Pil). In questa economia deve crescere il Pil, deve aumentare la quantità di beni prodotti e scambiati sul mercato. Se vogliamo dirla in un altro modo, deve crescere la “torta” sia economica che relativa ai prodotti per poi ripartirla in capitale e lavoro, cioè tra il mercato e lo Stato.  Mentre cresce a ritmo sostenuto la torta nella modalità “piena occupazione, aumento di produttività e progresso tecnologico”, il capitale sarà garantito, potrà restare costante o crescere e ai lavoratori sarà garantito un impiego (grazie alla redistribuzione di una parte dell’aumento della produttività) e il rafforzamento del loro potere d’acquisto. Ma quando la crescita si ferma, cominciano i guai seri».

La crescita dunque è la soluzione o è il problema stesso?

«E’ il problema perché questo modello di (relativa) pace sociale basata sulla crescita non funziona già più. Cosa accade quando si comincia a perdere colpi e la torta si restringe? Cosa accade se la torta si rivela avvelenata, se manca un ingrediente, se lo stampo è troppo piccolo, se qualche commensale ha mangiato una fetta troppo grossa o se si è mangiato la torta tutta in una volta come nella crisi attuale? Allora la festa finisce e il ritorno alla realtà è particolarmente duro e crudo. E quando si affonda a continuare a guadagnare sono in pochissimi, in genere quelli che avevano già accumulato più torta. Di fatto, oggi abbiamo un socialismo di Stato per i più ricchi e un capitalismo selvaggio per i più poveri, peraltro in un mondo più insicuro, in guerra e insostenibile».

La crescita è anche un ostacolo alla risoluzione della crisi?

«In tempo di recessione l’economia della crescita ci porta al collasso sociale, all’aumento della disoccupazione, della povertà e delle disuguaglianze inaccettabili (come in Italia, in Spagna e nel resto del sud dell’Europa). In tempi di abbondanza si arriva direttamente al collasso ecologico (crisi energetica, climatica, alimentare e perdita della biodiversità). Stiamo assistendo a una decadenza strutturale e progressiva della crescita del Pil nei paesi occidentali. Tutto indica che stiamo uscendo dall’era della crescita. Dobbiamo imparare a vivere con tassi di crescita bassi, nulli o in negativo».

Quali sono secondo te le cause della crisi attuale? Qual è la tesi che sostieni nel libro?

«Le cause sono molteplici, tutte intercorrelate. Ci sono cause ecologiche: non vogliamo ammettere di vivere su un pianeta che non ha risorse infinite. Ci sono cause economiche: abbiamo costruito un sistema basato sull’accumulo, sui privilegi e sulla mercificazione della vita. Ci sono cause sociali: pensiamo, sbagliando, che la disuguaglianza e le competenze siano motori del progresso. Ci sono aspetti culturali: preferiamo il linguaggio dei beni materiali piuttosto che quello delle relazioni sociali.  Ci sono anche cause democratiche: siamo felicemente dediti a una democrazia rappresentativa sempre meno reale e sempre meno efficiente».

Esiste una prosperità senza crescita? Potrebbe essere meglio del benessere che abbiamo avuto finora?

«Certamente! Possiamo e dobbiamo ridefinire la forma collettiva e democratica che ricalchi le nostre necessità. In fondo si tratta di rispondere ad alcune domande fondamentali e esistenziali: perché? Per che cosa? Fino a dove? E come produciamo, consumiamo e lavoriamo? Sono in ballo differenti attività umane: produzione, consumo, lavoro. Devono tutte potersi inquadrare all’interno della capacità di questo pianeta, dove è assolutamente possibile prosperare senza crescere. Come? (Ri)Distribuendo le ricchezze economiche (prevedendo un reddito di base o reddito minimo), la terra e le ricchezze naturali sulla base di una giustizia sociale e ambientale. Suddividendo il lavoro perché sia produttivo e riproduttivo. Riconvertendo il modello produttivo in uno sostenibile attraverso lavori verdi, decentrati, con la rilocalizzazione dell’economia in circuiti brevi di consumo e di produzione. Demercificando gran parte delle nostre attività e liberando la nostra mente dalla logica della crescita».

Quali sono le condizioni necessarie per realizzare una prosperità senza crescita?

«Occorrono un cambio culturale e strutturale, politico e sociale, locale e globale, personale e collettivo. E’ un progetto a più livelli all’interno del quale dobbiamo mantenere la capacità di agire su tutti gli aspetti della vita perché si tratta di cambiare il sistema!  La buona notizia è che questa transizione ecologica verso una società del vivere bene in un mondo finito è già iniziata grazie ad una moltitudine di iniziative: cooperative per l’energia, di consumo, di finanza etica, cooperative abitative o movimenti per la sovranità alimentare, transition town e tanto altro ancora. Si tratta di generalizzare queste esperienze, mantenendo le redini a livello locale e riuscendo a fissare i nostri progressi nelle istituzioni e nella società. Se ne saremo capaci, si otterrà maggiore giustizia, benessere, pace, sicurezza, democrazia e sostenibilità».

Fonte: il cambiamento

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Consumi elettrici: nel 2013 sono calati del 3,4%. In crescita eolico e fotovoltaico

Terna pubblica i dati provvisori sul consumo elettrico nazionale del 2013. La flessione su base annua è stata del 3,4%, la più significativa di inizio secolo dopo il crollo del 2009. Cresce la produzione di energia elettrica da fotovoltaico ed eolico377704

Per il secondo anno consecutivo il consumo di elettricità in Italia fa registrare un segno meno. I primi dati provvisori elaborati da Terna sul fabbisogno di energia elettrica nell’anno appena concluso fanno segnare una flessione del 3,4% rispetto al 2012, che a sua volta aveva chiuso con un calo dell’1,9% sul 2011. In termini generali si tratta del calo più consistente da inizio secolo dopo quello del 2009, quando il decremento sull’anno precedente fu pari al 5,7%. Il totale dell’energia richiesta in Italia nel 2013 ammonta a 317,1 miliardi di kilowattora. In minima parte ha influito il calo delle giornate lavorative (il 2012 è stato un anno bisestile), ma anche tenendo conto di questo elemento resta una flessione “netta” del 3,1%. A livello territoriale le flessioni più consistenti si registrano in Sardegna(-16,4%) e nella macroarea del Nord-Ovest (-7,8%) che include Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta. Secondo le prime stime, nel 2013 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per l’86,7% con produzione nazionale (di cui 56,8% termoelettrica, 16,5% idroelettrica, 1,7% geotermica, 4,7% eolica e 7,0% fotovoltaica) e per la quota restante (13,3%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. In dettaglio, la produzione nazionale netta (277,4 miliardi di kWh) è in diminuzione del 3,6% rispetto al 2012. In aumento le fonti di produzione idroelettrica (+21,4%), fotovoltaica(+18,9%), eolica (+11,6%) e geotermica (+1,0%); in calo invece la fonte termoelettrica (-12,0%). Per quanto riguarda invece il mese di dicembre 2013, la quantità di energia elettrica richiesta in Italia, pari a 26,1 miliardi di kWh, ha fatto registrare una flessione del 2,2% rispetto a dicembre dello scorso anno. Gli effetti di temperatura e calendario in qualche modo si bilanciano, dal momento che c’è stata una giornata lavorativa in più, ma la temperatura media mensile è stata di circa un grado e mezzo superiore. I 26,1 miliardi di kWh richiesti nel mese di dicembre 2013 sono distribuiti per il 45,5% al Nord, per il 29,0% al Centro e per il 25,5% al Sud. A livello territoriale, la variazione della domanda di energia elettrica di dicembre 2013 è risultata ovunque negativa: -2,5% al Nord, -1,8% al Centro e -2,1% al Sud. Nel mese di dicembre 2013 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per l’86,3% con produzione nazionale (-1,8% della produzione netta rispetto a dicembre 2012) e per la quota restante (13,7%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero (-5% rispetto a dicembre 2012). In dettaglio, la produzione nazionale netta (22,7 miliardi di kWh) è calata dell’1,8% rispetto a dicembre 2012. In particolare, è ancora in crescita la fonte di produzione fotovoltaica (+27,1%) mentre risulta in flessione la fonte eolica (-36,9%). Sostanzialmente invariate le fonti idrica e termica.

 

Scarica il rapporto mensile di Terna [0,96 MB]

Rapporto mensile sul sistema elettrico. Consuntivo dicembre 2013 – Terna

 

Fonte: ecodallecittà

Dopo lo stallo, il mercato FV europeo è pronto al rimbalzo

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ll mercato europeo del solare fotovoltaico è pronto a recuperare nel corso del quarto trimestre del 2013, dopo una flessione di 18 mesi che ha ridefinito il ruolo dell’Europa nel panorama mondiale. La domanda trimestrale europea si attesterà invece intorno ai 2,5 GW nel corso del primo semestre 2014 , con una previsione di crescita moderata nel secondo semestre. Questi i risultati dello studio più recente effettuato dalla società di ricerche NPD Solarbuzz sui mercati mondiali del fotovoltaico, secondo cui, Germania, Regno Unito, Italia e Francia dovrebbero guidare la ripresa nel corso del prossimo anno, con quasi 8 GW di nuove installazioni, ovvero il 75% della capacità solare fotovoltaica che verrà installata in Europa in tutto il 2014. “A seguito di consecutivi ribassi trimestrali a partire dall’inizio del 2012, la domanda solare fotovoltaico europea potrebbe stabilizzarsi nel corso ddel 2014 – ha detto Susanne von Aichberger, analista di NPD Solarbuzz – la crisi del settore europeo del solare fotovoltaico ha ormai toccato il fondo, con la volatilità della domanda trimestrale del passato presto sostituita da dinamiche più stabili“. La crisi europea di quest’anno è stata causata principalmente dal calo drammatico della domanda FV in Germania e in Italia, che è stata aggravata dall’incertezza introdotta dalla disputa commerciale tra Europa e Cina. Entro la fine del 2013 sono inoltre previsti cali ulteriori in Belgio, Bulgaria, Danimarca, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna, ma la gravità della recessione europea nel 2013 è stata ammorbidita da una forte crescita nel Regno Unito in Romania e in Austria.

Fonte: Zeroemission.tv

 

Perdonare per crescere

La tecnica di Tipping permette di migliorare la propria vita22

Ci sono libri che cambiano la vita di chi li legge: Il perdono assoluto di Colin C. Tipping è uno di questi. Con il suo messaggio chiaro e il metodo alla portata di tutti il manuale ha contribuito a migliorare la vita di migliaia di persone in tutto il mondo. Il tema affrontato da Tipping è appunto quello del perdono che però è qualcosa di completamente diverso da quello che viene chiamato perdono in senso tradizionale. Il perdono assoluto proposto nel libro è un processo che permette di trasformare la sofferenza che viviamo oggigiorno, complice una società sempre più pregna di violenza, come testimonia anche la tv, in qualcosa di assolutamente diverso, che ci permetta di svincolarci dall’archetipo di vittime che incarniamo inconsciamente. Lo strumento che ci permette di attuare questo cambiamento profondo e radicale è appunto il perdono inteso come “assoluto”. Si tratta di un processo benefico, che regala padronanza e migliore controllo della propria vita, più energia e salute e relazioni più sincere. E come spiega Tipping è un processo del quale non possiamo fare a meno: «Siamo entrati nel nuovo millennio e nella nostra evoluzione spirituale ci accingiamo a compiere un grande balzo in avanti. È quindi essenziale che adottiamo uno stile di vita basato sul vero perdono, sull’amore incondizionato e sulla pace, anziché sulla paura, sul controllo e l’abuso di potere. È ciò che intendo con l’aggettivo assoluto: qualcosa che ci porti a un cambiamento radicale, e ci permetta di compiere la trasformazione che ci aspetta».23

Attraverso questo processo, abbiamo la possibilità di crescere spiritualmente: il perdono assoluto è infatti un sentiero spirituale che conferisce uno straordinario potenziale di trasformazione della coscienza

Perdonare è uno stile di vita

Rispetto al perdono tradizionale, il perdono assoluto è molto più semplice, accessibile e immediato: non richiede la lunga applicazione e l’eroismo del primo tipo di perdono. Per poterlo mettere in atto bisogna tornare alle situazioni in cui ci siamo sentiti vittime e trasformare quell’energia negativa in un’energia positiva e costruttiva. Attraverso questo processo, abbiamo la possibilità di crescere spiritualmente: il perdono assoluto è infatti un sentiero spirituale che conferisce uno straordinario potenziale di trasformazione della coscienza. Tipping parte dal punto di vista secondo il quale qualunque problema ci capiti non va visto come una disgrazia di cui sentirci vittime, ma piuttosto come un dono e un’opportunità per far evolvere la nostra anima e avvicinarci così al nostro essere divino. Nulla di quello che ci succede è casuale. Siamo noi stessi ad attirarlo, per offrirci una grande possibilità di crescita interiore. Ma come si fa a trasformare l’energia di situazioni che molto spesso creano stallo o shock nella nostra vita? Attraverso l’amore, che deve continuare a fluire anche quando viviamo situazioni avverse. Piano piano chi sperimenta il perdono assoluto ne fa un’abitudine, trasformando questa semplice tecnica in uno stile di vita, che regala ogni giorno felicità, armonia e pace. Proprio Tipping si era accorto, nel suo lavoro di ipnoterapeuta clinico che molti dei suoi pazienti erano afflitti da malattie provocate dalla mancanza di perdono. Per questo insieme a sua moglie ha messo a punto la tecnica descritta nel libro edito da Essere Felici, che permette di evolversi su più livelli dell’esistenza. Tipping è consapevole di esporre tematiche che possono risultare difficili da accettare, ma esorta comunque il lettore a tentare la strada del perdono assoluto: «Il perdono assoluto è una sfida, un invito a trasformare radicalmente la nostra percezione del mondo e la nostra interpretazione di  quanto ci succede nella vita, di modo che possiamo smettere di fare le vittime. Il mio unico scopo è quello di aiutarvi in questo cambiamento. Mi rendo perfettamente conto che per qualcuno le idee proposte in queste pagine potranno risultare quasi inaccettabili, soprattutto per chi ha subìto grandi violenze e si sente ancora pieno di dolore. Vorrei che, qualunque sia la vostra condizione personale, provaste a leggerlo con mente aperta, disposti a verificare se il suo contenuto vi aiuta a sentirvi meglio». La lunga esperienza decennale di corsi durante i quali è stata usata la tecnica del perdono assoluto e le persone che testimoniano di avere cambiato radicalmente la loro vita in meglio dopo il perdono, sono il miglior biglietto da visita per Tipping, che è fiducioso di fare parte di un progetto più alto e divino: «L’incredibile risposta dei lettori mi fa sentire ancor di più un piccolo strumento nelle mani di qualcosa di grande; non c’è voluto molto prima che mi rendessi conto di essere usato dallo Spirito per far circolare questo messaggio, di modo che potessimo tutti quanti guarire, innalzare la nostra vibrazione e tornare alla nostra vera dimora. Sono grato di aver potuto rendere un tale servizio».

Fonte: redazione viviconsapevole


In Germania la crescita delle rinnovabili sta mettendo in difficoltà il carbone

In Germania si sta sostituendo il parco di centrali nucleari con una potenza analoga in centrali a carbone. E’ una scelta miope, perchè le attuali centrali iniziano a soffrire per i bassi costi dell’energia indotti dalle fonti rinnovabili1

Spesso si ripete che la Germania è tornata a investire nelle centrali a carbone per compensare la sua uscita dal nucleare entro il 2022. Questo non è esattamente vero, perchè le 8 centrali a carbone attualmente in costruzione  (nella foto in alto il deposito di carbone della futura centrale di Moorburg) sono state programmate tra il 2006 e il 2010, quindi prima dell’incidente di Fukushima. Altre 6 centrali in progetto sono state sospese e ben 20 sono state definitivamente cancellate. Queste centrali, più due già entrate in servizio,  potrebbero fornire una potenza totale di 11,5 GW e sarebbero quindi grosso modo in grado di sostituire l’attuale produzione nucleare, anche se con un incremento di 70 Mt di emissioni di CO2 (l’8% delle emissioni tedesche). Non avranno tuttavia  vita facile, perchè la concorrenza delle energie rinnovabili sta iniziando a creare seri problemi alle centrali a carbone. La produzione rinnovabile ha fatto crollare i prezzi dell’energia elettrica, e nei pomeriggi festivi questi scendono a zero, oppure diventano addirittura negativi. Ciò significa che in questi periodi le grandi compagnie sono disposte a pagare i cittadini perchè venga consumata energia elettrica, pur di evitare di scalare verso il basso l’attività delle grandi centrali a carbone che hanno un elevato carico di base e sono poco flessibili. Si inizia a parlare di chiudere le miniere di lignite (carbone con elevato tasso di emissioni) ed anche alcune vecchie centrali. Sarebbe forse meglio fermare la costruzione delle nuove centrali prima che sia troppo tardi. Si tratta di investimenti sbagliati  che rispondono a logiche vecchie di reti centralizzate e poco flessibili, l’esatto contrario delle smart grids che riescono a gestire meglio il traffico fluttuante dell’energia rinnovabile. Ogni euro investito nel carbone è un euro rubato alle fonti rinnovabili, allo sviluppo di sistemi di accumulo e alle reti intelligenti. E i primi a comprenderlo dovrebbero essere proprio quelli che gestiscono il business del carbone.

Fonte: ecoblog

3.Vivere in una società dei consumi

Decenni di crescita relativamente stabile in Europa hanno trasformato il nostro modo di vivere. Produciamo e consumiamo una quantità maggiore di beni e servizi. Viaggiamo di più e viviamo più a lungo. Tuttavia, l’impatto ambientale delle attività economiche, sia nel proprio paese che all’estero, è cresciuto e si è fatto più visibile. La normativa in materia di ambiente, se attuata integralmente, porta a risultati concreti. Eppure, visti i cambiamenti degli ultimi vent’anni, possiamo dire che stiamo facendo del nostro meglio? Quando Carlos Sánchez è nato, nel 1989, nell’area metropolitana di Madrid vivevano quasi 5 milioni di persone. La sua famiglia abitava in un appartamento con due camere da letto nel centro della città; non avevano l’automobile, ma possedevano una televisione. All’epoca non erano gli unici spagnoli a non avere l’auto. Nel 1992, sei anni dopo l’adesione all’Unione europea, nel paese c’erano 332 auto ogni 1.000 abitanti. Quasi due decenni dopo, nel 2009, 480 spagnoli su 1.000 possedevano un’autovettura, appena sopra la media dell’Unione europea. Quando Carlos aveva cinque anni, la famiglia Sánchez acquistò l’appartamento adiacente al proprio e lo unì al primo. Quando ne aveva otto, i suoi acquistarono la prima automobile, ma si trattava di una macchina usata.4

Società che invecchiano

Non sono solo i mezzi di trasporto a essere cambiati. Anche le nostre società sono diverse. Tranne poche eccezioni, il numero di figli per donna non è cambiato in modo significativo nei paesi dell’UE negli ultimi 20 anni. Nel 1992 le donne spagnole partorivano in media 1,32 figli e nel 2010 il dato era leggermente aumentato, arrivando a 1,39, ben al di sotto della soglia di sostituzione generalmente accettata di 2,1 figli per donna. Il tasso di fertilità complessivo nell’UE a 27 era intorno a 1,5 nel 2009. Eppure, la popolazione dell’Unione europea è in crescita, soprattutto per via dell’immigrazione. Inoltre, viviamo più a lungo e meglio. Nel 2006 l’aspettativa di vita alla nascita nell’UE era di 76 anni per gli uomini e di 82 per le donne. Alla fine di ottobre 2011, la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi. Malgrado il calo dei tassi di fertilità registrato negli ultimi due decenni, secondo le stime la popolazione mondiale continuerà a crescere fino a stabilizzarsi intorno ai 10 miliardi di abitanti nel 2100. Una tendenza al rialzo si riscontra anche nei tassi di urbanizzazione. Oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi nelle aree urbane. Nell’UE, circa i tre quarti delle persone abitano in aree urbane. Gli effetti si vedono in molte città europee, inclusa Madrid. La popolazione dell’area metropolitana di Madrid ha raggiunto i 6,3 milioni nel 2011.

Tutto cresce

Negli ultimi due decenni, la Spagna, come molti altri paesi europei, ha conosciuto una crescita economica costante, un aumento dei redditi e, fino a poco tempo fa, quella che sembrava essere la soluzione reale al problema della disoccupazione nel paese. L’espansione economica è stata alimentata da prestiti prontamente disponibili, pubblici e privati, dall’abbondanza di materie prime e dall’afflusso di migranti dall’America centrale e meridionale e dall’Africa. Quando è nato Carlos, ad eccezione di qualche rete informatica interconnessa, Internet, così come lo conosciamo oggi, non esisteva. I telefoni cellulari erano poco diffusi, ingombranti da portare con sé e troppo costosi per la maggior parte delle persone. Nessuno aveva mai sentito parlare di comunità virtuali e social network. Per molte comunità nel mondo, «tecnologia» era sinonimo di approvvigionamento di energia elettrica sicuro. Il telefono era caro e non sempre accessibile. Le vacanze all’estero erano riservate a pochi privilegiati. Nonostante alcune fasi di rallentamento economico registrate negli ultimi 20 anni, l’Unione europea è cresciuta del 40%, con medie leggermente superiori nei paesi che hanno aderito nel 2004 e nel 2007. Nel caso della Spagna, lo sviluppo dell’edilizia legata al turismo ha costituito un motore di crescita particolarmente importante. In altri paesi europei, la crescita economica è stata innescata anche da altri settori, fra cui quello dei servizi e l’industria manifatturiera. Oggi, Carlos vive ancora nello stesso appartamento insieme ai genitori. Possiedono un’auto e un cellulare a testa. Lo stile di vita della famiglia Sánchez non è insolito per gli standard europei.

Un’impronta ecologica mondiale più elevata

L’impatto dell’Europa sull’ambiente è cresciuto di pari passo con la crescita economica in Europa e nel mondo. Il commercio ha svolto un ruolo fondamentale nel favorire la prosperità in Europa e nei paesi in via di sviluppo, così come nel diffondere l’impatto ambientale delle attività che svolgiamo. Nel 2008, in termini di peso, l’Unione europea importava sei volte più di quanto esportasse. La differenza è quasi interamente dovuta al volume elevato delle importazioni di carburante e prodotti minerari.5

 «Per produrre gli alimenti di cui ci nutriamo ricorriamo a concimi e pesticidi derivati dal petrolio; quasi tutti i materiali da costruzione che usiamo — cemento, plastiche eccetera — sono derivati dai combustibili fossili, così come la stragrande maggioranza dei farmaci con cui ci curiamo; gli abiti che indossiamo sono, in massima parte, realizzati con fibre sintetiche petrolchimiche; trasporti, riscaldamento, energia elettrica e illuminazione dipendono quasi totalmente dai combustibili fossili. Abbiamo costruito un’intera civiltà sulla riesumazione dei depositi del periodo carbonifero. […] Le future generazioni, quelle  che vivranno fra cinquantamila anni, […] probabilmente ci battezzeranno “popolo dei combustibili fossili” e chiameranno la nostra epoca Età del carbonio, così come noi ci riferiamo a epoche passate come all’Età del ferro o all’Età del bronzo».

Jeremy Rifkin, presidente di Fondazione sulle Tendenze Economiche e consulente dell’Unione europea. Estratto dal libro «La terza rivoluzione industriale».

La politica funziona, quando è ben studiata e ben attuata

La crescente consapevolezza globale della necessità urgente di affrontare le questioni ambientali è nata assai prima del vertice della terra di Rio del 1992. La normativa dell’UE in materia di ambiente risale ai primi anni settanta e l’esperienza maturata da allora dimostra che, attuate in modo appropriato, le norme ambientali ripagano gli sforzi. Ad esempio, la direttiva uccelli (1979) e la direttiva habitat (1992) dell’UE forniscono un quadro giuridico per le aree protette dell’Europa. L’Unione europea include oggi nella rete di protezione della natura denominata «Natura 2000» più del 17% della sua superficie sulla terraferma e un’area marina di oltre 160.000 km2. Benché molte specie e molti habitat europei siano ancora minacciati, «Natura 2000» rappresenta un passo fondamentale nella giusta direzione. Anche altre politiche ambientali hanno avuto un impatto positivo sull’ambiente europeo. La qualità dell’aria ambiente è generalmente migliorata nel corso degli ultimi due decenni. Tuttavia, l’inquinamento atmosferico a grande distanza e alcuni inquinanti atmosferici emessi su scala locale continuano a danneggiare la nostra salute. Anche la qualità delle acque europee è migliorata in maniera significativa grazie alla normativa UE, ma la maggior parte degli inquinanti emessi nell’aria, nell’acqua e nel terreno non svanisce facilmente. Al contrario, si accumulano. L’Unione europea ha inoltre iniziato a tagliare il filo che unisce la crescita economica alle emissioni di gas a effetto serra. Le emissioni globali, tuttavia, continuano a crescere, contribuendo alla concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera e negli oceani. Una tendenza analoga si riscontra nell’uso dei materiali. L’economia europea produce di più con meno risorse. Eppure, continuiamo comunque a utilizzare molte più risorse di quante la massa terrestre e i mari europei non possano fornirci. L’UE continua a generare ingenti quantità di rifiuti ma la quota avviata al riciclaggio e al reimpiego è in aumento. Purtroppo, quando si tenta di affrontare una problematica ambientale, ci si rende conto che in questo settore i problemi non possono essere considerati separatamente e uno per volta. Devono essere integrati all’interno delle politiche economiche, della pianificazione urbana, della politica della pesca e di quella agricola e così via. L’estrazione dell’acqua, ad esempio, compromette la qualità e la quantità dell’acqua alla fonte e a valle. Poiché la quantità d’acqua alla fonte diminuisce a causa di una maggiore estrazione, gli inquinanti emessi nell’acqua risultano meno diluiti e producono un impatto negativo più ampio sulle specie dipendenti da quel corpo idrico. Per pianificare e ottenere un miglioramento significativo della qualità delle risorse idriche, tanto per cominciare dobbiamo chiederci per quale ragione preleviamo l’acqua. 6

Cambiare passo dopo passo

Malgrado le nostre lacune conoscitive, le tendenze ambientali oggi in atto sollecitano un intervento immediato e decisivo  che chiami in causa responsabili politici, imprese e cittadini. In assenza di cambiamenti, la deforestazione globale  continuerà a un ritmo serrato e la temperatura media potrebbe aumentare di ben 6,4 °C a livello mondiale entro la fine del secolo. Nelle isole dai fondali bassi e lungo le zone costiere, l’innalzamento del livello del mare metterà a rischio una delle nostre risorse più preziose, la terra. I negoziati internazionali spesso durano anni prima di concludersi e di giungere

ad attuazione. Quando viene attuata integralmente, una normativa nazionale ben studiata funziona ma è limitata dai confini geopolitici. Molte questioni ambientali non sono circoscritte entro i confini nazionali. In ultima analisi, potremmo tutti percepire l’impatto della deforestazione, dell’inquinamento atmosferico o dello sversamento dei rifiuti in mare. Le tendenze e i comportamenti possono cambiare, un passo alla volta. Abbiamo una buona conoscenza di ciò che eravamo

20 anni fa e di ciò a cui siamo arrivati oggi. Possiamo non avere un’unica soluzione miracolosa che consenta di risolvere

tutti i problemi ambientali all’istante, ma abbiamo un’idea, anzi una serie di idee, di strumenti e di politiche, in grado di aiutarci a trasformare la nostra economia in un’economia verde. L’opportunità di costruire un futuro sostenibile nei prossimi 20 anni è pronta per essere colta.7

Cogliere l’opportunità

Cogliere o non cogliere l’opportunità che abbiamo davanti dipende dalla nostra consapevolezza comune. Possiamo imprimere lo slancio necessario a trasformare il nostro modo di vivere solo se capiamo qual è la posta in gioco. La consapevolezza cresce, ma non sempre basta. L’insicurezza economica, la paura della disoccupazione e le preoccupazioni per la salute sembrano dominare i nostri pensieri nel quotidiano. La situazione non è diversa per Carlos o per i suoi amici, soprattutto se consideriamo le turbolenze economiche in Europa. Fra le preoccupazioni per i suoi studi in biologia e le sue prospettive di carriera, Carlos non sa dire quanto la sua generazione sia consapevole dei problemi ambientali dell’Europa e del mondo. Tuttavia, abitando in città, riconosce che la generazione di suo padre e di sua madre

aveva un legame più stretto con la natura, perché nella maggior parte delle famiglie almeno uno dei genitori era cresciuto in campagna. Anche dopo essersi trasferiti in città per lavorare, conservavano una relazione più intima con la natura. Forse Carlos non avrà mai un simile legame con la natura, ma è felice di poter fare qualcosa: raggiungere l’università in bicicletta. Ha persino convinto suo padre a fare lo stesso per andare al lavoro. La verità è che l’insicurezza economica, la salute, la qualità della vita e persino la lotta alla disoccupazione dipendono tutte dal fatto di avere un pianeta sano. Il rapido esaurimento delle nostre risorse naturali e la distruzione di ecosistemi che tanto ci offrono difficilmente garantiranno a Carlos o alla sua generazione un futuro sicuro e sano. Un’economia verde e a basse emissioni di carbonio resta l’opzione migliore e più praticabile per garantire la prosperità economica e sociale a lungo termine.

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

 

Energie rinnovabili in crescita negli Stati Uniti

Nel primo semestre 2013 le fonti rinnovabili hanno coperto il 14% del fabbisogno energetico complessivoInInghilterraleolicocostatroppo

Continua a crescere il “peso” delle fonti rinnovabili nella produzione energetica degli Stati Uniti. Sebbene le fonti fossili siano ancora nettamente preponderanti, la quota percentuale soddisfatta dalle energie pulite cresce e a dirlo è l’ultimo rapporto dell’Eia (Energy Information Administration), l’Agenzia americana per l’energia che ha spiegato come nel primo semestre 2013 le fonti rinnovabili abbiano superato il 14% dell’intera generazione elettrica statunitense. Una dato che rappresenta una crescita rispetto al 13,5% dello stesso semestre dell’anno precedente. A trainare la crescita sono le fonti alternative diverse dall’idroelettrico come eolico, solare, biomasse e geotermia: le nuove energie alternative rappresentano il 6,7% della produzione netta, mentre l’idroelettrico pesa per il 7,5%; domina incontrastato l’eolico (4,6% del totale), mentre le biomasse sono all’1,4%, la geotermia allo 0,4% e il solare allo 0,19%. Fra le fonti fossili resta prioritario il carbone che copre il 39% della produzione totale, seguito dal gas che è sceso al 26,4% (nel 2012 era al 40%) e dal nucleare, fermo al 19,5%. Il boom dell’eolico – con installazioni per un totale di 13 GW – è stato generato dal timore che venissero cancellati gli sgravi fiscali che sono poi stati prorogati dalla Casa Bianca. I forti investimenti nel settore hanno permesso agli States di superare la Cina, diventando il primo Paese al mondo per investimenti nell’economia verde.

Fonte: Eia

Crescono i Comuni a rifiuti zero, ma Parma accende l’inceneritore

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La rivoluzione in corso di rifiuti zero va avanti, dimostrando che anche in contesti ampi si può fare a meno degli inceneritori, abbattendo costi di gestione del servizio e promuovendo centinaia di posti di lavoro. È quanto riferisce l’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma – GCR segnalando che i comuni della provincia di Treviso del consorzio Priula e del consorzio Treviso 3 (49 comuni per 479 mila abitanti) hanno aderito alla strategia Rifiuti Zero unendosi così ad un percorso iniziato in Italia nel 2007 dal Comune di Capannori che per primo aderì alla strategia internazionale Zero Waste. In poco più di 4 mesi sono state raccolte circa 80.000 firme superando di gran lunga la soglia di 50.000 firme utili a presentare una legge di iniziativa popolare in Parlamento. Sono tantissime le realtà che in tutta Italia stanno mettendo il loro impegno e il loro lavoro per la Legge Rifiuti Zero, segno di un paese che vuole migliorare e crescere, senza inceneritori e maxi discariche. Eppure proprio il 28 agosto, è entrato formalmente in funzione l’inceneritore di Parma, che sta bruciando i rifiuti della provincia. Contro gli inceneritori in Emilia-Romagna, un gruppo di Comuni propone un progetto che prevede il taglio degli impianti da otto a due. Il progetto porta la firma di Alberto Bellini, ricercatore e docente del Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria nella nostra università. Secondo gli studi di Bellini puntando ed investendo massicciamente sulla raccolta differenziata spinta e sul trattamento non per incenerimento dei rifiuti si riesce a far calare da milioni di tonnellate a 260 mila la produzione annua di rifiuti urbani della nostra regione destinati ad essere bruciati. Un traguardo che, secondo il ricercatore, può essere raggiunto entro il 2020. “Grazie alla riduzione dei rifiuti e all’aumento della raccolta differenziata, nel 2020 la quantità totale dei rifiuti avviati a smaltimento nella regione Emilia-Romagna sarà di 270mila tonnellate”, spiega Bellini. “In Emilia-Romagna produciamo 3 milioni di rifiuti, ma solo 252 mila non sono riciclabili”. La proposta è quella di adottare il il principio “chi più consuma, più paga”, la tariffa puntuale che incentiva cittadini ed imprese a produrre meno rifiuti. Il progetto di Bellini, assessore comunale a Forlì, è sposato dalle amministrazioni di Forlì, Reggio Emilia, Parma e Piacenza e si scontra e si scontra invece con quello opposto delle altre amministrazioni emiliano-romagnole – come quella di Modena – che non hanno, invece, un approccio così netto sul taglio degli inceneritori.

A.P.

Fonte: il cambiamento