L’economia della crescita del PIL ci fa mangiare la plastica

Dio Denaro: ormai è così, dovunque. La “religione” della crescita e del soldo pervade ogni settore, ogni ambito, ogni categoria, quasi ogni mente e cuore. Dunque, poi le decisioni si prendono solo in quella direzione. Che ci sta portando alla distruzione.9944-10736

Per sostenere le loro tesi, gli adoratori del Dio Denaro, protagonista della religione della crescita economica, citano sempre il fatto che il progresso dato dalla produzione illimitata di merci ci ha portato a una situazione migliore rispetto al passato. A sostegno delle loro tesi citano quelle che erano le epidemie, le guerre, la fame, la fatica del lavoro quando non c’è l’ausilio delle macchine.

Ma vediamo se le cose stanno veramente così.

Ogni anno solo in Europa muoiono 500 mila persone per l’inquinamento atmosferico. In India e Cina, che sono gli avamposti nella corsa alla crescita dei cosiddetti paesi emergenti, complessivamente i dati indicano che si superano i due milioni di morti. Nel mondo si calcolano 9 milioni di morti, complessivamente. I morti da incidenti stradali superano abbondantemente il milione a livello mondiale, più altri milioni di feriti anche gravi. Negli anni recenti sono centinaia di migliaia i morti a causa dei cambiamenti climatici dovuti al nostro modello di sviluppo. Poi ci sono tutti i vari tipi di cancro non derivati dall’inquinamento atmosferico ma dall’impatto pesantissimo che ha la chimica disintesi, la medicina che serve solo gli interessi delle multinazionali e il cibo spazzatura. Quando poi si parla di cibo, si arriva all’apoteosi del progresso, così avanzato che ci fa mangiare direttamente la plastica.  L’università di Edimburgo in Scozia ha recentemente scoperto che ingeriamo una quantità enorme di microplastiche ogni anno. E dopo la terrificante notizia che proseguendo così nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci, ora ce la mangiamo direttamente. Chissà poi cosa ci succederà e cosa già ci sta succedendo con l’inquinamento da elettrosmog determinato da miliardi di telefoni cellulari e dispositivi simili. Il fantastico progresso e la crescita economica non hanno di certo debellato la fame nel mondo che colpisce oltre 800 milioni di persone, il che è assai strano dato che circolano così tanti soldi e mezzi tecnologici che il problema dovrebbe essere risolto in pochi minuti. Abbiamo forse migliorato le condizioni di lavoro nei paesi occidentali dei privilegiati ma a spese dei paesi schiavi del sud del mondo e degli schiavi che lavorano per noi a casa nostra. Milioni e milioni di persone lavorano in condizioni disumane per servire il nostro insaziabile appetito per lo spreco. I morti per le guerre ci sono ancora e con armi sempre più letali e sofisticate.

Dire poi che siamo progrediti quando abbiamo inventato armi che possono distruggere l‘intera umanità più volte, fa tragicamente ridere. Trattasi di progresso omicida. Stessa cosa si può dire dei cambiamenti climatici che stanno portando all’estinzione la specie umana e che sono la diretta conseguenza del progresso e della crescita economica. Mai nella storia siamo arrivati a essere così letali per noi stessi.

Il progresso distrugge animali, piante e tutto quanto incontra sul cammino in una maniera devastante, come mai prima d’ora; e per far accettare l’amara pillola, industriali, politici e sindacalisti senza scrupoli ci dicono che si creano posti di lavoro. Quindi va bene tutto, industrie che inquinano e ammazzano a più non posso, grandi e inutilissime opere, nucleare, organismi geneticamente modificati, armi, banche, combustibili fossili, eccetera. L’importante è dare lavoro, poi se questo determina levarlo a tanti altri e condurci all’autodistruzione, chi se ne frega; il politico passa all’incasso elettorale e non solo, l’industriale e il sindacalista passano all’incasso economico. Questi esempi dimostrano che a livello globale non regge granchè dire che oggi si sta meglio di quando si stava peggio. Ma chi ha detto che si deve accettare la distruzione contemporanea  solo perché altrimenti si torna al Medioevo?

Anzi, il modo migliore per tornare al Medioevo, o periodi ancora più remoti, lo avremo sicuramente se continuiamo a perseverare nel progresso suicida. Nè Medioevo, né la follia attuale: ci sono alternative, modi di vivere, lavorare,  fare economia, cooperare fra le persone che sono ben diversi da quelli dominanti attualmente. Ogni giorno vi presentiamo alternative, soluzioni, idee che ci confermano che il mondo può veramente progredire senza tornare alla peste o alla caccia alle streghe (che tra l’altro non è mai cessata vista la condizione di sofferenza e sfruttamento attuale a livello mondiale della donna). Non si tratta certo di tornare indietro ma di andare avanti mettendo in discussione radicalmente la balla della crescita che è paragonabile a quando la Chiesa credeva che il sole ruotasse intorno alla terra.

Cominciamo a cambiare le cose, partendo da noi stessi: il 10 e 11 novembre partecipa al 36° corso “Cambia vita e lavoro, istruzioni per l’uso”.

QUI tutte le informazioni

Fonte: ilcambiamento.it

Riciclo carta dopo la stretta cinese. Montalbetti (dg Comieco): ‘Si prevede a breve una crescita con l’apertura di due nuove cartiere in Italia’

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Abbiamo chiesto al direttore generale di Comieco, Carlo Montalbetti, un commento sull’attuale situazione della filiera del riciclo della carta alla luce del mutato quadro internazionale dovuto alla stretta cinese sulle importazioni. Ecco quanto ha dichiarato Montalbetti in esclusiva ad Eco dalle Città: “L’Italia è uno dei principali paesi utilizzatrici di carta da riciclo, nel 2017 oltre  5 milioni di tonnellate (di cui  3,2 milioni derivanti dalla racconta differenziata comunale) sono state impiegate per realizzare altra carta. Inoltre  si prevede a breve una crescita con l’apertura di due nuove cartiere, a Mantova e Avezzano: la prima avrà una capacità produttiva di 500 mila tonnellate all’anno di carta riciclata, la seconda di 200 mila. L’esportazione verso i paesi asiatici, e la Cina in particolare, permette di valorizzare la carta riciclata non utilizzata in Italia (ricordiamo che la raccolta è attualmente superiore al bisogno interno). La stretta qualitativa cinese nasce da problemi legati alla carta riciclata proveniente dal Regno Unito  che ha una raccolta multimateriale della carta (assente in Italia). Le nuove norme di importazione in Cina impongono a tutti i Paesi un miglioramento della qualità:  le ripercussioni principali sono però di ordine economico, con valori della carta riciclata che scendono e incidono sull’attività degli operatori privati. Comieco – ha concluso il direttore generale – è organizzato per garantire ritiri e remunerazioni indipendenti dal mercato, sulla base dell’accordo Anci Conai quinquennale ma è altresì importante che si attivino azioni per aiutare il settore del riciclo a superare questo periodo”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Car Sharing, in Italia è in crescita: 1,8 milioni le auto condivise in 6 mesi

Sono ottime le notizie che arrivano dal mondo italiano del car sharing, grazie ai dati diffusi al convegno “Smart Mobility in Smart Cities” che si è svolto presso l’Università degli Studi di Milano (qui trovi qualche dettaglio in più): URBI, l’app che aggrega i principali sistemi di mobilità urbana e condivisa in Italia, ha scattato una fotografia piuttosto ottimistica della realtà italiana della condivisione dell’auto. 5.030 veicoli, 4.265.000 di prenotazioni, 1.800.000 ore di noleggio, circa 30.000.000 di km percorsi e una crescita del 35% negli ultimi sei mesi, un trend positivo costante per le città di Milano, Torino, Firenze e Roma: in tutti e quattro i capoluoghi infatti il numero di viaggi in car sharing ha avuto un tasso di crescita regolare giungendo, nel caso di Torino, a guadagnare addirittura 54 punti percentuali. Seguono Milano, con un aumento del 41%, Roma con il 20% e Firenze con il 10%. Nel complesso si può parlare di un aumento medio del 35%. I servizi posti sotto la lente di ingrandimento dello studio di URBI sono car2go, enjoy, Share‘n go, DriveNow e ZigZag (contano un totale in Italia 5.030 veicoli di cui 2.386 a Milano, 1.570 a Roma, 610 a Torino e 464 a Firenze), tutti in ascesa e in fase di implementazione delle flotte. I trend di crescita invece, sottolinea proprio URBI, sono diversi da città a città: se infatti nel caso di Milano (+49% di veicoli) e Roma (+23%), l’ingrandimento delle flotte degli ultimi mesi è stato senz’altro di incentivo per raggiungere un’utenza più ampia e garantire un servizio più capillare, le città di Torino e Firenze raccontano una storia differente.

“A Torino e Firenze, il numero di veicoli, invece di aumentare, è diminuito negli ultimi 6 mesi rispettivamente dell’8% e del 12%. Eppure questo non ha fermato i cittadini che sempre di più scelgono di usare i servizi di mobilità condivisa. […] Il fatto che Torino abbia avuto il maggior incremento di viaggi in car sharing in Italia dimostra che questi sistemi, anche in mancanza di grandi flotte, sono sempre più importanti nella vita quotidiana delle persone e che, anche grazie a URBI, sono sempre più alla portata di tutti”

ha dichiarato Emiliano Saurin, founder di URBI.unnamed-7

Secondo i dati diffusi da URBI l’utilizzatore medio dei sistemi di sharing mobility è maschio, ha tra i 25 e i 34 anni e il 75% degli utenti è uomo. Per quanto riguarda le età, il 34% ha tra i 24 e i 35 anni, mentre il 25% si colloca nella fascia di età 35-44 anni; il 15,5% ha 18-24 anni, il 15% tra i 45 e i 54 anni. Chiudono il 14% degli utenti di età compresa tra i 55 e i 64 anni e un 7% degli over 65. In media i noleggi durano circa 25 minuti in Italia e a Milano si registrano ogni giorno complessivamente 5.415 ore di noleggio, con una media di 2,7 ore di noleggio per ciascun veicolo. Seguono Roma, Torino e Firenze. I picchi di utilizzo si registrano sopratutto nelle giornate di venerdì e sabato mentre analizzando la media settimanale dell’uso del car sharing nella città di Milano, risulta che la fascia oraria in cui girano più vetture condivise è quella compresa tra le 18 e le 20, un trend piuttosto comune a tutte le città citate. Il car sharing insomma piace sempre di più e, in effetti, è sempre più difficile farne a meno: l’offerta sempre più ampia scoraggia anche chi, come molti, preferisce sempre e comunque usare il mezzo privato e promuove comportamenti più responsabili in materia di mobilità, spesso anche inconsapevolmente. Il che non è un male, e ci mancherebbe.

Foto | Google

Fonte: ecoblog.it

La Banca Mondiale lancia l’allarme: “La crisi idrica minaccia la crescita”

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Secondo un rapporto pubblicato ieri dalla Banca Mondiale la crisi idrica che si sta verificando in molti Paesi e che si aggraverà nei prossimi anni a causa dei cambiamenti climatici rappresenta una minaccia per la crescita economica e per la stabilità del Pianeta. Secondo le valutazione della World Bank in alcune regioni la crisi idrica potrebbe portare a una decrescita del PIL di ben sei punti percentuali. L’effetto combinato di crescita demografica, espansione delle città e flussi migratori la domanda di acqua conoscerà un aumento sponenziale. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta contro la desertificazione (Uncdd) da oggi al 2025 1,8 miliardi di persone vivranno o saranno costretti a migrare da regioni nelle quali la penuria d’acqua sarà assoluta, mentre due terzi della popolazione mondiale potrebbero vivere in situazioni di stress idrico. Chi pensa che questi problemi non riguardino il mondo occidentale e i Paesi sviluppati leggano che cosa sta succedendo a Flint, negli Stati Uniti, e in Veneto. Sempre secondo il report della Banca Mondiale, i volumi d’acqua disponibili potrebbero diminuire di due terzi da oggi al 2050, a causa della diminuzione delle risorse e del sovrasfruttamento a scopi industriali e agricoli. Entro il 2050 la richiesta per scopi agricoli potrebbe crescere del 50%, quella per il settore energetico dell’85%, quella richiesta nelle metropoli del 70%. Le politiche idriche condizioneranno le economie delle singole nazioni: il Sahel potrebbe subire una decrescita fra lo 0,82% e l’11,7%, peggio ancora per il Medio Oriente dove il PIL potrebbe scendere fra il 6,02% e il 14%. Inutile aggiungere che le crisi idriche saranno la principale causa delle migrazioni e dei conflitti.

 

 Guarda la Galleria “Sudafrica: la peggiore siccità degli ultimi 30 anni”

19 Guarda la Galleria “Crisi idrica a Flint”

Fonte:  Le Monde

Olio, Confagricoltura: “Crescere grazie all’innovazione”

Imatin, :  A Palestinian worker throws olives into the stone wheels of an olive press in the Palestinian village of Imatin in the West Bank 14 November 2006. Several hundred Israeli volunteers are helping Palestinians all over the West Bank harvest their olives at the height of the season, in the belief that their presence deters the worst excesses of radical violence from militant right-wing settlers. Right-wing settlers have cut down and burnt groves, attacked farmers and stolen olives in recent years.  AFP PHOTO/MENAHEM KAHANA    .  (Photo credit should read MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images)

Indebolita dalla Xylella fastidiosa e da una stagione 2014 da dimenticare, l’olivicoltura nazionale punta al rilancio attraverso l’innovazione. A farsi capofila di questa riprogettazione del sistema olivicolo nazionale è Confagricoltura che sottolinea come il nostro Paese non sia più in grado di soddisfare il fabbisogno interno e debba attingere agli altri Paesi europei produttori di olio. Secondo Mario Guidi, presidente di Confagricoltura,

oggi l’Italia ha bisogno di più olio e di più olio di qualità. Abbiamo un piano olivicolo nazionale che destina risorse ancorché limitate, significative. Il tutto deve essere coordinato assieme ai piani di sviluppo rurale per puntare su un’olivicoltura anche intensiva che possa affiancare la nostra olivicoltura nazionale. Quella capacità produttiva che ci può rendere competitivi nei confronti dei nostri colleghi spagnoli che stanno facendo in questi anni un gran lavoro. Già, la Spagna, con gli immensi oliveti dell’Andalusia, è diventato il principale bacino di approvvigionamento dell’industria italiana. L’olio, specialmente quello di qualità è un pilastro della dieta mediterranea, come spiega Sara Farinetti, specialista in Medicina interna, nutrizione funzionale e metabolismo:

Considerare l’olio un vero e proprio alimento e non un condimento è il primo sistema e può essere una strategia e poi soprattutto cerchiamo di non contingentare l’utilizzo dell’olio, smettiamola di pensare che proprio il grasso ingrassa. Pensiamo invece che quest’olio è un elemento funzionale. Dobbiamo consumarlo in modo consapevole ad ogni pasto, naturalmente non più con il contagocce, ma andare in cerca, piuttosto che delle calorie, dell’olio di qualità.

Nel corso dell’incontro che si è svolto ieri, a Roma, a Palazzo della Valle, ‘L’olio italiano e le sue qualità. Innovare per competere: un settore a confronto con la modernizzazione’, sono state esaminate le prospettive dell’olivicoltura intensiva e superintensiva e analizzati i punti di forza e di debolezza.

Fra le criticità vi è il preferibile utilizzo di varietà non autoctone, che sembrerebbero più idonee a questo tipo di organizzazione dell’oliveto, ma che non toglierebbero nulla alla qualità che si basa soprattutto sul solido know-how dei nostri produttori e sulle caratteristiche pedo-climatiche delle coltivazioni. Anche l’esame di alcune Dop e Igp ha dimostrato che vi sono alcune varietà autoctone adatte alla coltura superintensiva.

Fonte: ecoblog.it

L’Italia del Riciclo: aumentano imprese e occupazione, 34 miliardi di fatturato

L’Italia dei rifiuti genera più occupazione e aziende in crescita: negli ultimi 5 anni le imprese del settore della gestione della spazzatura sono aumentate del 10%, di queste il 94% fanno attività di recupero, ed i posti di lavoro registrano un incremento del 13%, mentre il fatturato del recupero dei rifiuti sfiora i 34 miliardi381264

Un’industria della green economy, quella della gestione dei rifiuti, è cresciuta negli ultimi 5 anni: sono aumentati il numero di addetti (+13%) e di aziende (+10%), il 94% delle quali svolge attività di recupero. E’ questa la fotografia scattata dal rapporto ‘L’Italia del riciclo’ 2014, promosso e realizzato da Fise Unire (l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
Secondo il report resta preponderante il numero delle piccole impreseaumentano le società di capitali e cala il peso delle ditte individuali. Nonostante “l’impatto della crisi dei mercati internazionali e dei consumi, l’incertezza del quadro normativo e l’inadeguatezza dei mercati di sbocco delle materie riciclate”, continua a crescere il riciclo degli imballaggi (più 1% nel 2013 rispetto all’anno precedente) che sostiene settori industriali (siderurgia, mobili, carta, vetro) strategici per il nostro Paese. Oltre il 68% dei nostri imballaggi viene avviato a riciclo, con un miglioramento delle performance delle filiere alluminio, carta, legno, plastica e vetro. E – spiega lo studio – sarebbero “notevoli i margini di ulteriore sviluppo con un quadro normativo più chiaro e omogeneo”. Secondo il rapporto “il valore aggiunto generato in totale ammonta a circa 8 miliardi di euro”, cioè “oltre mezzo punto di Pil”. Le imprese che in Italia fanno attività di recupero dei rifiuti sono in tutto oltre 9000, soprattutto micro-aziende con meno di 10 addetti. La crescita sia delle imprese che del numero di occupati – viene spiegato – “a fronte di un andamento generale negativo per il manifatturiero, si può considerare una manifestazione concreta del processo di transizione verso la green economy”. Il riciclo degli imballaggi cresce dell’1%: 7,6 milioni di tonnellate contro le 7,5 del 2012. L’incremento c’è in tutte le filiere con punte d’eccellenza nel tasso di riciclo, per esempio, di carta (86%), acciaio (74%) e vetro (65%).
Risultati altalenanti registrano le altre filiere. In particolare sono in calo i materiali ottenuti da bonifica e demolizione di veicoli fuori uso e la raccolta pro-capite media nazionale di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. C’è molto spazio di miglioramento per la raccolta dei tessili. “Proprio in considerazione delle dimensioni di queste imprese – evidenzia Anselmo Calò, presidente di Unire – le profonde carenze ed inefficienze che affliggono il settore, a livello soprattutto normativo ed amministrativo, sono ancora più difficili da sopportare”. Per Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “il riciclo dei rifiuti in Italia potrebbe crescere con norme più chiare”, tra cui un decreto ministeriale per la classificazione dei rifiuti. Infine è “indispensabile scoraggiare il ricorso allo smaltimento in discarica”.

Corretta gestione rifiuti,risparmio 600 mld e meno gas serra 

Un ulteriore risparmio di 600 miliardi di euro e una riduzione delle emissioni di gas serra tra il 2 e il 4%. Questa la stima – riportata dal rapporto di Fise Unire e Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ‘L’Italia del riciclo’ 2014 – che la ricetta sulla ‘prevenzione dei rifiuti’ potrebbe portare a livello nazionale ed europeo guardando alle prospettive di crescita per il settore del riciclaggio. Secondo il report “il conseguimento dei nuovi obiettivi in materia di rifiuti creerebbe circa 600.000 nuovi posti di lavoro, rendendo l’Europa più competitiva e riducendo la domanda di risorse scarse e costose”. Le misure proposte, che consentirebbero peraltro di ridurre l’impatto ambientale, prevedono “il riciclaggio del 70% dei rifiuti urbani e dell’80% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030 e, a partire dal 2025, il divieto di collocare in discarica i rifiuti riciclabili”.

Fonte: ecodallecitta.it

“Con il riuso e la riparazione l’economia locale cresce”, intervista a Roberto Cavallo

Nel mezzo della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, il direttore Paolo Hutter ha intervistato Roberto Cavallo, amministratore delegato della cooperativa ERICA ed autore del libro “Meno cento chili”. Riutilizzo, riciclo, economia circolare ed economia locale gli argomenti della conversazione381169

di Paolo Hutter

In occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti abbiamo guardato i dati sulla produzione complessiva di rifiuti solidi urbani pro-capite di vari paesi europei e constatato che ci sono paesi che fanno più rifiuti pro-capite dell’Italia.
Ma allora i paesi avanzati producono più rifiuti?

È un assunto di base dell’economia tradizionale, dell’economia che definiamo lineare. Soprattutto lo è stato fino alla crisi iniziata col 2008. Sì, paradossalmente, o non tanto, la quantità di rifiuti prodotti è considerata un indicatore di benessere. E più potere d’acquisto ha sempre o quasi significato anche più scarti.

Ma non dovrebbe essere più avanzata la capacità di ridurre i rifiuti?

Dovrebbe ma non è facile arrivarci. Guardiamo all’Italia e alla sua difficoltà di star dietro alla Germania, che pure non è un esempio coerente di virtù. Dal 98 al 2008 in Italia siamo passati da un potere d’acquisto medio di 28.500 dollari fino a 31 mila poi ridisceso a 28.500. Ma la produzione media pro-capite di rifiuti è passata dai 450 kg/abitante del 98 ai 550 del 2007. E solo dopo, lentamente, ha cominciato a decrescere. E anche adesso capita che la pattumiera decresca meno del potere d’acquisto (quest’anno 2014 non è escluso che si torni a un leggero aumento, NdR).
In Germania negli stessi 10 anni si è passati da 31 mila dollari di potere d’acquisto medio a 35 mila per ridiscendere solo a 33 mila. Ma a differenza dell’Italia nello stesso periodo si è consolidato un calo del 10% nella produzione dei rifiuti. In Italia è addirittura successo che la pattumiera in certi momenti sia diminuita meno del potere d’acquisto.
Ma la differenza tra una produzione di rifiuti bassa perché si è più poveri e una riduzione dei rifiuti perché aumentano i processi virtuosi qual è, dove sta?

Interventi strutturali (e in prospettiva le stesse direttive europee) possono far diminuire i rifiuti passando da una economia lineare a un’economia circolare, ovvero a un’organizzazione produttiva e ad uno stile di vita che privilegiano il riutilizzo, o almeno, il riciclo. L’economia circolare, oltretutto, essendo capace di preparare al riuso, è quella più labour intensive, cioè quella che ha più necessità di lavoro locale per unità di prodotto. Nell’economia lineare, tradizionale, usa e getta, il frigorifero rotto si butta via e quasi tutto si produce lontano, fuori dalla Ue. Nell’economia circolare, invece, il frigorifero lo si ripara e, se si abbinano bene riuso riparazione e riciclo, questa è tutta economia locale che cresce.

Qualche anno fa hai scritto il libro Meno Cento Chili. Come rivedi oggi quel discorso, quelle cifre?

Il ragionamento di diminuire di cento chili a testa partiva dalla media dei paesi europei più ricchi, che all’incirca nel 2010 era di 550 chili a testa per anno. Adesso direi che bisogna andare ancora più giù, che si può ridurre di ben oltre i cento chili a testa. E, parallelamente a questo, altre cose funzioneranno meglio. Pensate al mercato dell’usato e della riparazione che in Italia è cresciuto del 18 %. In varie zone d’Europa ci si sta muovendo, nelle Fiandre, in Catalogna si fanno cose ottime. Anche in Italia, naturalmente, in alcune zone, perché la crisi insegna a cambiare punto di vista.

 

fonte: ecodallecitta.it

 

Conai, nuovo studio sul contributo della filiera del riciclo dei rifiuti urbani alla crescita dell’occupazione

Lo studio sull’occupazione nel settore del riciclo realizzato da CONAI rileva che in uno scenario realistico di sviluppo della filiera del riciclo si potranno creare entro il 2020 circa 90.000 nuovi posti di lavoro380089

Presentato lo studio “Ricadute occupazionali ed economiche nello sviluppo della filiera del riciclo dei rifiuti urbani”, realizzato da CONAI – Consorzio Nazionale Imballaggi – in collaborazione con Althesys. Il documento è stato illustrato nell’ambito del convegno “Creare Occupazione” alla presenza di Giuliano Poletti – Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Obiettivo dello studio, valutare quali ricadute occupazionali ed economiche per il nostro Paese si possano conseguire dal raggiungimento degli obiettivi europei al 2020, che fissano al 50% il riciclo dei rifiuti urbani e domestici.

Fonte: ecodallecitta.it

I GHIACCI ANTARTICI CRESCONO AL RITMO DI 200 MILA KMQ AL GIORNO

Questo e’ quanto ci risulta dalle ultime rilevazioni satellitari. In soli cinque giorni la banchisa antartica ha messo a segno 1 milione di kmq. Il ritmo di crescita dei ghiacci e’ doppio rispetto alle medie di espansione del periodo.

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La superficie totale dei ghiacci marini antartici attuale e’ di circa 6100000 kmq e cioè quasi 16500000 in più rispetto alla media trentennale,che e’ di 4460000. Il surplus pertanto e’ superiore al 30%. Si tratta di un ulteriore record assoluto sempre riferito al periodo.

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E mentre ieri a Berlino si e’ conclusa l’ennesima commedia dell’IPCC con i soliti scenari apocalittici provocati dal surriscaldamento del pianeta ( per fortuna non ne hanno mai azzeccata una),nessuno si preoccupa di informare la collettività di cosa realmente stia accadendo in quella parte cosi remota,ma cosi fondamentale per le sorti climatiche dell’intero globo. Tutti noi sappiamo che piu’ superficie del nostro pianeta e’ ghiacciata o innevata e più i raggi solari vengono riflessi nel vuoto dello spazio invece di essere assorbiti dagli oceani, e ciò provoca ulteriore raffreddamento con conseguente ulteriore crescita delle aree ghiacciate. Ma non solo : intorno all’antartico con moto orario,circola la corrente marina più grande (per volume d’acqua) di tutto il pianete e cioè la CORRENTE CIRCUMPOLARE ANTARTICA.

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La corrente circumpolare antartica e’ l’unica che ruota intorno all’intero pianeta ed e’ il motore di tutte le correnti marine dell’intero globo. Se dovesse rallentare l’ACC,ne risentirebbero tutte le correnti marine planetarie.
Al di fuori degli ambienti scientifici circola la voce che tale corrente sia più lenta del passato. Ovviamente si tratta di rumors e non ce la sentiamo di pronunciarci in merito. Il dato di fatto però e’ che la banchisa antartica sta crescendo enormemente e rapidissimamente come mai e’ successo dal 1980 ad oggi e qualcuno prima o poi dovrà pur pronunciarsi in merito.

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Fonte: ATTIVITA SOLARE.COM

Nel 2014 la crescita del fotovoltaico si sposterà in Asia

Nel 2013 la maggiore crescita del fotovoltaico si è registrata in Asia, soprattutto in Cina e Giappone e la tendenza dovrebbe continuare anche nel 2014. Il trend positivo dovrebbe incoraggiare anche la diffusione di nuove tecnologie.

Il mondo del fotovoltaico evolve rapidamente e il suo baricentro si sta spostando sempre di più verso l’Asia. Se nel 2012 Europa e Nord America contavano per l’80% della potenza degli impianti installati, lo scorso anno la quota è scesa a poco più del 60%. Nel 2013 la crescita maggiore si è registrata infatti in Cina, Giappone e Tailandia, con tassi annui superiori al 100% in tutte  le tre nazioni. IN Europa, Germani, Italia e Francia hanno invece mostrato una contrazione rispetto al 2012. Per il 2014 i tassi saranno più modesti, ma comunque allineati alla media mondiale di un + 20%. Complessivamente, ci si aspetta che nel 2014 nella zona Asia-Pacifico verranno installati oltre 23 GW di nuovi impianti, oltre il 50% del totale mondiale. Dopo un paio di anni di difficoltà, i principali produttori di solare (concentrati in Asia) stanno tornando a fare profitti e a recuperare i costi di investimento. Questo permetterà anche di iniziare a sviluppare nuove tecnologie, come il taglio del policristallo con filo diamantato e soprattutto la diffusione di moduli di silicio di tipo n, meno sensibili alla degradazione indotta dalla luce. Sorprende un po’ la previsione di SolarBuzz di un +20% per l’Italia nel 2014, che dovrebbe essere dovuto essenzialmente ai benefici economici indotti dall’autoconsumo. A fine febbraio 2014 l’Italia disponeva di 17,6 GW di potenza fotovoltaica installata, la seconda nel mondo dopo la Germania. Con questi numeri, una crescita del 20% ci porterebbe tranquillamente sopra i 20 GW.

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Fonte: ecoblog.it